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Primo sciopero della cultura in Italia contro la struttura del sistema: poca conoscenza e scarsa trasparenza

Nelle ultime due settimane, il settore culturale italiano s’è caratterizzato per una complessiva sonnolenza, forse provocata anche dalla calura estiva… A fronte di una crisi diffusa e pervasiva, sembra prevalere rassegnazione. Anzi, mestizia.

Nella giornata di venerdì 12 giugno… un sussulto: è stato proclamato dalla Cgil un inedito “sciopero della cultura”, iniziativa mai promossa in passato in Italia. Ha dichiarato Maurizio Landini, leader della Confederazione: “i lavoratori rivendicano il riconoscimento della dignità economica e professionale, negata paradossalmente proprio nel nostro Paese. E condannano i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti”. Fp Cgil e NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) Cgil chiedono “contratti di filiera giusti, la reinternalizzazione dei servizi, la stabilizzazione dei lavoratori, tutele adeguate per i lavoratori discontinui, il contrasto all’abuso del lavoro autonomo e maggiori investimenti nel settore culturale”.

È la prima volta nella storia del Paese in cui scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. Si sono tenuti per l’intera giornata presidi in diverse città italiane: agli Uffizi un intero piano ha chiuso, così come hanno chiuso una decina di padiglioni della Biennale di Venezia, biblioteche e musei civici o universitari, musei statali, archivi di Stato e tante mostre private…

Non è possibile stimare l’adesione complessiva all’iniziativa, anche perché l’“universo” del “lavoro culturale” non è mai stato oggetto in Italia di adeguato studio ed approfondita analisi (non vi è nemmeno una risposta scientificamente validata su quanti siano realmente i lavoratori del sistema culturale): si tratta peraltro di realtà policentriche e multidimensionali, che oscillano tra la “stabilità” delle istituzioni museali alle infinite forme di precarietà, basti pensare agli attori teatrali.

“Nonostante le precettazioni, il comportamento di tante istituzioni che hanno scelto di non informare sullo sciopero, la parcellizzazione del lavoro, oggi stiamo scioperando a migliaia. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Gli amministratori, dagli enti locali al Governo, devono ascoltarci. Si alzino i salari, non i biglietti”, hanno dichiarato le attiviste del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” dalle piazze…

Il deficit di conoscenza riguarda non soltanto la dimensione lavorativa, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano, il suo assetto economico-organizzativo: eclatante, ai limiti dell’incredibile, la dinamica del settore cinematografico e audiovisivo… In gestazione a Montecitorio una nuova legge per il settore (incardinata presso la VII Commissione, presieduta da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia), ma a metà 2026 non è ancora stata pubblicata – come ho già denunciato anche su questo blog – la relazione annuale che il Ministero della Cultura deve trasmettere al Parlamento, ovvero la “valutazione di impatto” per l’anno… 2024 (nota bene: duemilaventiquattro)!

Questa relazione doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro settembre 2025, e a distanza di nove mesi da questo termine (previsto dalla stessa Legge n. 220 del 2016, la cosiddetta “Legge Franceschini”) è ancora misteriosamente custodita nella cassaforte della Direzione Cinema e Audiovisivo, guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni, che è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, anomalia più unica che rara nella P.A. italiana (una combinazione di incarichi tra ruolo “amministrativo” e ruolo “politico”), denunciata il 3 giugno scorso dalla Cisl e Flp e Unsa. Conterrà forse dati pericolosi o finanche esplosivi?!

Va ricordato che nelle precedenti edizioni della “valutazione” non è mai stato segnalato il crash ovvero il collasso contabile da centinaia di milioni di euro del “tax credit”… Un esempio sintomatico del (mal) governo del sistema, ovvero – nel caso in ispecie – di una pubblica amministrazione estremamente lenta, che ritarda i processi gestionali, mettendo in ginocchio migliaia di produttori, organizzatori culturali ed artisti, ed ostacola paradossalmente la stessa “politica”, allorquando non mette a disposizione un minimo di strumentazione tecnica per comprendere come correggere la rotta, in un settore che attraversa una delle fasi più critiche della sua storia…

Si naviga a vista, si governa nasometricamente. Non che ai tempi del centro-sinistra le cose andassero granché meglio, ma certamente il centro-destra non ha promosso quella “tecnocrazia” (e “meritocrazia”) che pure era stata sventolata come vessillo del cambiamento possibile, in primis dalla Premier Giorgia Meloni durante la campagna elettorale.

Nel mentre il cinema italiano boccheggia, la produzione arranca, al Festival di Cannes veniamo ignorati… si organizzano simpatiche iniziative come la seconda edizione dell’“Italian Global Series Festival 2026”, che si terrà dal 3 all’11 luglio 2026 a Rimini e Riccione, un festival ideato e organizzato dall’Apa ovvero l’Associazione Produttori Audiovisivi, presieduta da Chiara Sbarigia, che è stata anche Presidente di Cinecittà spa fino a giugno 2025. Festival realizzato in collaborazione con Cinecittà – giustappunto – assieme a Regione Emilia-Romagna, Siae, Enel, Gruppo Fs, ecc.

Quanto costa questa kermesse?! Quali risultati reali produce?! Non è dato sapere. Trasparenza zero, ancora una volta, anche nell’utilizzazione del pubblico danaro: secondo quanto risulta il Ministero della Cultura le assegna 2 milioni di euro, con una sorta di affidamento diretto all’Apa, attraverso i misteriosi “progetti speciali” di Cinecittà. Si tratta di un evento “fortemente voluto” (si legge nei comunicati stampa) dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che casualmente ha in Emilia-Romagna il collegio elettorale che le ha assegnato il seggio senatoriale.

Questa ennesima kermesse è realmente utile per la promozione del settore?! Nessuno si è posto la domanda, e quindi nessuno può dare una risposta. Un ennesimo caso di “politica culturale” approssimativa e di allocazione delle risorse pubbliche priva di valutazioni di impatto (vedi supra…).

Lo Stato italiano non dispone ancora degli strumenti conoscitivi necessari per governare razionalmente le politiche culturali.

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Come Russia e Iran stanno riposizionando la geografia commerciale nel Mar Caspio

Il Mar Caspio non rappresenta più una rotta secondaria: sta diventando uno dei pilastri silenziosi della risposta eurasiatica all’egemonia statunitense.

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Ri-orientamento strategico

Per anni la pressione militare contro l’Iran è stata concepita soprattutto da sud. Le basi statunitensi circondano il Golfo Persico, mentre Israele opera attività di intelligence dall’Azerbaigian e da altre aree vicine. La superiorità navale americana ha trasformato da tempo gli stretti attorno all’Iran in uno strumento di pressione strategica consolidato, capace di influenzare non soltanto i flussi commerciali ma anche la percezione di vulnerabilità dell’apparato difensivo iraniano.

Più l’asse USA-Israele concentra la propria attenzione sul Golfo, più la profondità strategica iraniana si sposta verso nord, oltre il Mar Caspio, uno spazio chiuso che le potenze occidentali non possono controllare facilmente. Questa dinamica non è casuale: riflette una deliberata scelta di diversificazione geopolitica operata da Teheran nel corso dell’ultimo decennio, accelerata dall’intensificarsi delle sanzioni e delle pressioni militari.

Il Caspio assume oggi un’importanza decisiva perché offre a Iran e Russia ciò di cui entrambe hanno urgente bisogno: una via diretta e politicamente sicura, al di fuori dei corridoi terrestri soggetti all’influenza occidentale. Le rotte terrestri attraversano paesi vicini a Washington oppure riluttanti a sfidare le sanzioni secondarie americane. Il Caspio, invece, collega direttamente Mosca e Teheran senza intermediari, garantendo a entrambe le capitali una linea di comunicazione strategica difficile da intercettare o da neutralizzare senza ricorrere a un’escalation militare di vasta portata.

Anche se le navi potrebbero essere colpite da droni o missili, farlo richiederebbe operazioni molto più profonde nel territorio iraniano e comporterebbe il rischio di uno scontro diretto con la Russia. Nel breve periodo, il Caspio garantisce quindi all’Iran una linea di approvvigionamento relativamente sicura. Nel lungo termine, potrebbe rafforzare ulteriormente l’integrazione tra i due paesi e trasformarsi in una rotta fondamentale verso l’Asia occidentale, l’India e altri mercati internazionali attualmente fuori dalla portata delle sanzioni statunitensi.

Stabilire se il Caspio sia un mare o un lago non è una semplice questione terminologica. Se considerato un mare, rientrerebbe nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), che assegna a ogni stato 12 miglia nautiche di acque territoriali lasciando il resto alla libera navigazione internazionale. Se invece fosse classificato come lago, i confini dovrebbero essere concordati direttamente tra gli stati rivieraschi, senza alcun coinvolgimento di terze parti. Questa distinzione ha implicazioni profonde tanto sul piano commerciale quanto su quello militare.

Fino al 1991, sulle coste del Caspio si affacciavano solo Iran e Unione Sovietica. Il Trattato russo-persiano del 1921 vietava ad altri paesi di navigarvi. Con il crollo dell’URSS, si aggiunsero Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan, che contestarono quell’accordo chiedendo nuove trattative ispirate ai principi dell’UNCLOS. Le ex repubbliche sovietiche, Russia inclusa, volevano trattare il Caspio come un mare. L’Iran, invece, preferiva considerarlo un lago, poiché la sua costa relativamente corta gli avrebbe garantito una quota territoriale minore. Inoltre, l’applicazione dell’UNCLOS avrebbe potuto consentire l’ingresso di flotte straniere vicino alle acque iraniane, una prospettiva particolarmente sensibile viste le strette relazioni tra Azerbaigian e Israele.

L’assenza di un accordo mantenne per anni ambiguo lo status legale del Caspio, ostacolando progetti strategici di integrazione regionale, come il gasdotto Trans-Caspico tra Turkmenistan e Azerbaigian. La svolta arrivò nel 2018, quando i cinque stati rivieraschi firmarono la Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio: il bacino venne definito come una categoria unica, né mare né lago. L’accordo attribuì a ciascun paese 15 miglia nautiche di acque territoriali più ulteriori 10 miglia dedicate alla pesca, con le aree restanti da condividere tra gli stati firmatari. Diversamente dall’UNCLOS, il trattato vietò la presenza di forze militari di paesi esterni, consentendo a Teheran di raggiungere l’obiettivo ritenuto prioritario: impedire l’ingresso di marine straniere nel bacino.

Il valore geoeconomico che non si può scartare

Prima dell’inizio della SMO nel febbraio 2022, i rapporti commerciali tra Mosca e Teheran, pur significativi sul piano politico, erano strutturalmente limitati da una serie di vincoli comuni: entrambi i paesi erano esposti a regimi sanzionatori occidentali, ma la Russia manteneva ancora una serie di canali con i mercati europei che la rendevano cauta nei confronti di un’eccessiva vicinanza all’Iran. Il volume degli scambi bilaterali si attestava attorno ai 4 miliardi di dollari annui, un dato modesto rispetto al potenziale delle due economie.

Nel 2013 Mosca aveva promosso il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), una rete di ferrovie, strade e infrastrutture energetiche destinata a collegare la Russia all’Iran attraverso l’Azerbaigian, per poi proseguire verso India e Asia. Tuttavia, fino al 2022, il corridoio restò in larga misura un progetto sulla carta: le rotte terrestri erano ancora percorribili, gli incentivi economici per svilupparlo non erano abbastanza urgenti, e l’Azerbaigian — stato cardine per i transiti terrestri — manteneva equilibri delicati tra Mosca e Occidente.

Il 24 febbraio 2022 segnò una rottura strutturale in questo quadro. Le sanzioni occidentali contro la Russia — le più severe mai adottate contro un’economia di grandi dimensioni — resero urgente per Mosca la ricerca di mercati e partner alternativi. L’Iran, già aduso a operare in un contesto di isolamento internazionale, divenne il partner naturale. Dal canto suo, Teheran comprese che la convergenza con Mosca non era più soltanto una scelta politica ma una necessità economica: la Russia offriva tecnologia, cereali, materie prime industriali e, soprattutto, un mercato alternativo per l’export energetico iraniano.

Il 2022 sancisce pertanto la nascita di una partnership geoeconomica strutturata, con il Caspio come suo asse portante, il porto iraniano di Noshahr accolse la prima nave cargo russa dopo oltre vent’anni e, nello stesso periodo, compagnie marittime russe e iraniane crearono una nuova società congiunta per sviluppare l’INSTC. Nel 2025, il traffico commerciale nel porto di Anzali, principale hub sul Caspio, aumentò del 56% rispetto all’anno precedente: un incremento che non ha precedenti nella storia recente dei due paesi e che testimonia la velocità con cui si sta consolidando questa nuova geografia degli scambi.

Hormuz e la nuova linea rossa

La chiusura dello Stretto di Hormuz — o anche soltanto la sua credibile minaccia — rappresenta uno degli scenari più temuti anche dall’asse Russia-Iran.

Con l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e il successivo blocco imposto da Washington nel Golfo Persico, Teheran si è trovata a dover riorientare rapidamente e in misura massiccia i propri flussi commerciali e di approvvigionamento. Le vie terrestri attraverso Azerbaigian, Pakistan e Turchia sono diventate più rischiose, non solo per ragioni logistiche, ma per le crescenti pressioni politiche esercitate dagli Stati Uniti su questi governi affinché non facilitassero scambi con Teheran in violazione delle sanzioni secondarie. Il Caspio è emerso come unica alternativa concretamente percorribile.

Dal punto di vista geoeconomico, la chiusura di Hormuz ha determinato una serie di effetti strutturali che si estendono ben oltre il perimetro del conflitto immediato. In primo luogo, ha costretto l’Iran a monetizzare la propria posizione geografica settentrionale, valorizzando porti come Anzali, Noshahr e Amirabad come snodi alternativi per l’import-export. In secondo luogo, ha reso la Russia il principale fornitore di beni essenziali per il mercato iraniano: secondo alcune stime, le esportazioni russe verso l’Iran nel settore alimentare sono raddoppiate nel solo primo semestre del 2025, con particolare riguardo ai cereali e ai prodotti derivati, settore in cui Mosca detiene una posizione dominante sui mercati mondiali.

In terzo luogo, la chiusura di Hormuz ha ridefinito il valore strategico del corridoio INSTC. Ciò che fino al 2021 era un progetto di integrazione regionale dal valore prevalentemente simbolico si è trasformato in un’infrastruttura di rilevanza critica, capace di determinare l’esito della tenuta economica iraniana sotto embargo. Mosca ha dunque acquisito una leva di influenza senza precedenti su Teheran: non soltanto come fornitore militare, ma come garante dell’approvvigionamento civile e come partner commerciale di ultima istanza. Questa asimmetria nella dipendenza reciproca costituisce uno degli elementi più significativi della nuova architettura geoeconomica del Caspio.

Con l’escalation militare e la chiusura del Golfo, anche le rotte settentrionali sono diventate oggetto di attenzione militare. Secondo il New York Times, Mosca avrebbe trasferito componenti per droni attraverso il Caspio, rifornendo l’arsenale iraniano in un momento di estrema pressione. Questi droni si sono dimostrati fondamentali sia nel conflitto ucraino sia nelle operazioni iraniane contro basi militari americane in Asia occidentale. Navi russe avrebbero inoltre trasportato beni essenziali, inclusi prodotti alimentari, per attenuare gli effetti del blocco economico sull’Iran.

L’attacco israeliano contro Bandar Anzali nel marzo 2026 ha rappresentato un salto qualitativo nel conflitto. Il porto è il principale hub commerciale e logistico iraniano sul Caspio, strettamente collegato alle rotte russe e alle infrastrutture dell’INSTC. Colpirlo significava non soltanto degradare le capacità operative di Teheran ma anche inviare un segnale diretto a Mosca: la guerra non si sarebbe più fermata alle acque del Golfo. Il messaggio era ricevuto da entrambe le sponde del Caspio.

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, dichiarò che l’attacco aveva colpito “gli interessi economici della Russia e di altri paesi regionali”, avvertendo che tali azioni rischiavano di trascinare gli stati del Caspio nel conflitto. Il Cremlino espresse forte preoccupazione, mentre Teheran cercò di trasformare l’episodio in una questione di sicurezza regionale, invitando tutti i paesi rivieraschi ad assumere una posizione comune contro la destabilizzazione del bacino. Il messaggio era evidente: una volta raggiunta la costa settentrionale iraniana, la guerra toccava direttamente gli interessi di tutti gli stati che dipendono dalla stabilità del Caspio.

Questo sviluppo ha introdotto de facto una nuova linea rossa nel conflitto: il Caspio non può più essere trattato come spazio neutro o di retrovia. La sua militarizzazione di fatto, ancorché ancora incompiuta, ha trasformato la geopolitica regionale. Kazakistan e Turkmenistan, che condividono il bacino con Russia e Iran, si trovano ora in una posizione di crescente disagio: dipendono dalle infrastrutture commerciali del Caspio e non possono permettersi di essere trascinati in un confronto diretto con le potenze occidentali, ma allo stesso tempo non possono ignorare le pressioni di Mosca e Teheran a solidarizzare con la causa della sicurezza regionale.

Prospettive di lungo termine

Anche dopo la fine del conflitto armato, il Caspio continuerà a essere strategico sia per l’Iran sia per la Russia. Già da anni Mosca vedeva nell’INSTC un modo per raggiungere l’Oceano Indiano aggirando l’Europa. Oggi, tra sanzioni occidentali e crescente competizione geopolitica, quel progetto ha assunto un peso ben superiore alle aspettative iniziali. Se in futuro le sanzioni dovessero diminuire e l’India ridurre la propria dipendenza dall’Occidente, questo corridoio potrebbe diventare una delle infrastrutture portanti di un ordine commerciale multipolare.

Sul piano energetico, il Caspio offre ulteriori opportunità. Il bacino stesso è ricco di idrocarburi: le riserve offshore del Kazakistan e dell’Azerbaigian hanno già attirato investimenti internazionali significativi. Un sistema integrato di infrastrutture energetiche che connettesse le risorse del Caspio con il mercato indiano, passando per l’Iran, trasformerebbe la regione in un polo energetico di prima grandezza. Mosca potrebbe fungere da garante politico e finanziario di tale sistema, consolidando la propria influenza in un’area in cui la presenza occidentale è strutturalmente limitata dalla Convenzione del 2018.

La Russia otterrebbe un accesso più diretto all’Oceano Indiano, mentre l’Iran assumerebbe un ruolo centrale nei commerci eurasiatici, riducendo la capacità degli Stati Uniti di isolare economicamente entrambi i paesi attraverso il controllo marittimo e finanziario. Questa visione non è meramente speculativa: le infrastrutture già realizzate o in via di completamento lungo l’INSTC — tra cui la ferrovia Iran-Russia che utilizza il traghetto ferroviario sul Caspio tra i porti di Astrakhan e Anzali — mostrano che esiste una concreta volontà politica e capacità operativa di trasformare questa visione in realtà.

Per anni il Caspio è rimasto sottovalutato, soprattutto finché le rotte terrestri sembravano sufficienti e il suo status legale restava indefinito, ma con il progressivo avvicinamento tra Mosca e Teheran in un contesto internazionale sempre più ostile, il Caspio non rappresenta più una via secondaria: sta diventando uno dei pilastri silenziosi della risposta eurasiatica all’egemonia statunitense. La sua rilevanza geoeconomica, amplificata dalla chiusura di Hormuz e dalla cristallizzazione di nuove linee rosse militari, potrebbe ridefinire in modo permanente le mappe del commercio internazionale e della proiezione di potenza nel XXI secolo molto più di quanto ci immaginiamo.

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SPIEF 2026 e la guerra dell’informazione contro l’integrazione eurasiatica

Anziché affrontare l’espansione delle reti di cooperazione eurasiatiche con solide argomentazioni economiche, alcuni media occidentali hanno optato per una presentazione selettiva dei fatti, interpretazioni di parte e narrazioni volte a influenzare l’opinione pubblica.

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Il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) del 2026 ha rafforzato ancora una volta la posizione della Russia come uno dei principali centri di impegno economico e diplomatico nel mondo multipolare emergente. Nonostante le ripetute previsioni dei circoli politici e mediatici occidentali riguardo al presunto isolamento internazionale di Mosca, l’evento ha riunito delegazioni provenienti da oltre cento paesi, nonché rappresentanti di governi, società e istituzioni finanziarie intenzionati ad ampliare la propria partecipazione alle reti economiche in evoluzione dell’Eurasia.

Il successo del forum, tuttavia, non è stato accolto con entusiasmo da alcuni circoli politici occidentali. Al contrario, la crescente rilevanza dello SPIEF sembra essere stata accompagnata da un’intensa campagna mediatica volta a sminuire i suoi risultati e a metterne in discussione la legittimità. Questo fenomeno non è nuovo. Dall’inizio della crisi ucraina, i principali media occidentali si sono sempre più allineati agli obiettivi strategici dei rispettivi governi, abbandonando spesso la tradizionale separazione tra giornalismo e interessi di Stato.

In questo contesto, ha attirato notevole attenzione la pubblicazione coordinata di analisi e resoconti sui media britannici che cercavano di dipingere il forum come indebolito o incapace di produrre risultati tangibili. La narrazione seguiva una formula familiare: evidenziare assenze specifiche, ignorare la più ampia portata della partecipazione internazionale e suggerire che qualsiasi difficoltà logistica o finanziaria derivante dal regime di sanzioni costituisse una prova del fallimento russo.

Il problema di questo approccio è che si scontra con i fatti osservabili. I dati presentati durante lo SPIEF hanno dimostrato flussi di investimento continui, partnership commerciali in espansione e meccanismi di cooperazione più profondi tra la Russia e un’ampia gamma di paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina. Piuttosto che l’isolamento, ciò che è emerso è stata una rete sempre più diversificata di relazioni internazionali russe.

Particolarmente degno di nota è stato il rafforzamento dei legami strategici tra la Russia e le principali potenze emergenti. La cooperazione con la Cina ha continuato a progredire in settori quali l’energia, le infrastrutture e la tecnologia. Le relazioni con l’India hanno mantenuto una traiettoria positiva nonostante le sfide legate all’adattamento dei sistemi finanziari internazionali al nuovo contesto geopolitico. Allo stesso modo, i legami della Russia con la Turchia sono rimasti essenziali per la stabilità economica regionale e per lo sviluppo di corridoi logistici alternativi.

Queste partnership rappresentano una sfida diretta al paradigma geopolitico che ha dominato il sistema internazionale dopo la fine della Guerra Fredda. Per decenni, le principali potenze occidentali hanno goduto di una posizione privilegiata nella definizione delle regole economiche globali. L’emergere di meccanismi alternativi di cooperazione sta gradualmente riducendo tale influenza, rendendo comprensibili le preoccupazioni espresse dai settori impegnati a preservare l’ordine unipolare.

La guerra dell’informazione è quindi diventata uno degli strumenti principali impiegati nel tentativo – in definitiva vano – di contenere questo processo. Anziché affrontare l’espansione delle reti di cooperazione eurasiatiche attraverso solidi argomenti economici, parte dei media occidentali ha optato per un’inquadramento selettivo, interpretazioni di parte e narrazioni volte a plasmare le percezioni dell’opinione pubblica. L’obiettivo non è informare, ma influenzare.

Lo SPIEF 2026 ha dimostrato che tali sforzi hanno un’efficacia limitata. La significativa presenza di paesi del Sud del mondo ha chiarito che gran parte della comunità internazionale non vede più il mondo attraverso la stessa lente geopolitica che predomina a Washington o a Londra. Gli Stati sovrani sono alla ricerca di concrete opportunità economiche e tendono sempre più a dare priorità ai propri interessi nazionali piuttosto che aderire automaticamente alle agende formulate da potenze esterne.

In definitiva, il vero significato del forum non risiede solo nei contratti firmati o negli investimenti annunciati. Il suo valore simbolico sta nel confermare una tendenza storica più ampia: la graduale transizione verso un ordine internazionale più plurale in cui diversi centri di potere coesistono e competono tra loro. I tentativi di delegittimare questo processo attraverso campagne mediatiche difficilmente altereranno una realtà che sta diventando sempre più visibile. Il mondo multipolare non è più una proiezione teorica: è diventato un fatto politico in divenire.

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ESCLUSIVO: La vera storia dietro l’Iran nucleare e l’accordo di Islamabad

Se l’Iran fosse costretto a compiere una dimostrazione di forza nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina ne trarrebbe la prova che la deterrenza statunitense è solo di facciata.

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MOSCA e SAN PIETROBURGO – Lunedì 1° giugno, su Power Shift, una nuova piattaforma geopolitica indipendente, Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo rivelato quella che è, a tutti gli effetti, un’informazione esplosiva: se le nubi minacciose continuano ad addensarsi, Teheran è pronta a passare dall’ambiguità nucleare alla effettiva detonazione di un ordigno nucleare sul suolo iraniano.

Meno di una settimana dopo, la pagina di Power Shift è stata censurata su YouTube – senza alcuna spiegazione e senza possibilità di ricorso. Eppure ciò che abbiamo rivelato era già stato descritto in dettaglio in diversi podcast e interviste nel corso della scorsa settimana, come qui e qui (con me e Larry); qui; e al forum di San Pietroburgo, qui.

Ho pubblicato un approfondimento dettagliato prima della diffusione dell’informazione, scritto proprio prima che la delegazione iraniana sospendesse lo scambio di tutti (il corsivo è mio) i testi e i messaggi con gli Stati Uniti tramite il mediatore Pakistan.

Per quanto riguarda la stesura di quella che potrebbe essere la versione definitiva di un Memorandum d’intesa (MoU) tra Iran e Stati Uniti, oggetto di infinite discussioni, è diventato improvvisamente chiarissimo che tutto ruota attorno al Libano.

L’Iran ha ripetutamente ribadito di essere pronto a far saltare il “cessate il fuoco” già in stato comatoso se il culto della morte in Asia occidentale avesse dato seguito alla sua minaccia di bombardare Dahiyeh, il sobborgo a maggioranza sciita della zona sud di Beirut.

Di fronte a Trump, il leader del culto della morte è stato costretto a fare marcia indietro. Ma solo per pochi giorni. Trump ha un disperato bisogno di un MoU e di una proroga del cessate il fuoco da presentare come una “Vittoria”. La sua (il corsivo è mio) Vittoria.

Tutto questo stava accadendo, in modo frenetico, sulla scia di una telefonata fatidica ed estremamente delicata, durata 105 minuti, avvenuta giovedì 28 maggio tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

Islamabad è l’unico canale di comunicazione segreto funzionante e affidabile tra Teheran e Washington. Le nostre fonti hanno rivelato che durante la telefonata, Pezeshkian ha consegnato un ultimatum strutturato formalmente in tre fasi da comunicare alla Casa Bianca con assoluta chiarezza:

  1. Niente più negoziati sul nucleare. Poiché la priorità è la fine di tutte le guerre, contro l’Iran e l’Asse della Resistenza.
  2. Niente più prospettive di un quadro di trattato nucleare. Cioè, nessuna discussione che porti a un possibile JCPOA 2.0 annacquato; solo dopo aver risolto la fine delle guerre e lo status dello Stretto di Hormuz.
  3. Se le minacce statunitensi dovessero persistere, ha affermato Pezeshkian, ciò porterebbe alla «detonazione di un ordigno nucleare sul suolo iraniano» — attuata non come atto di guerra, ma come dimostrazione sovrana e irreversibile della capacità di controllare il dominio dell’escalation.

Ciò che colpisce in modo particolare è che nulla di quanto sopra riguarda una posizione diplomatica. Ciò che abbiamo è il Presidente dell’Iran che riferisce quella che è essenzialmente una decisione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, segnalando che se Washington superasse la prossima soglia, Teheran passerebbe istantaneamente dall’ambiguità nucleare a una dimostrazione innegabile.

E ciò implicherebbe una rottura permanente del sistema globale di non proliferazione – con conseguenze imprevedibili.

L’allineamento strategico Cina-Iran-Pakistan

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha ovviamente valutato l’importanza di tali informazioni. Ha immediatamente incaricato il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar – che si trovava a New York per le sessioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di trasmettere le informazioni a Washington.

Dar ha aggirato l’intero apparato burocratico, chiamando direttamente a New York il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Il messaggio, da Teheran all’amministrazione Trump, era chiaro: la scala dell’escalation presenta ora un ultimo gradino.

Rubio «potrebbe» (e questa è la parola chiave) aver riconosciuto la gravità estrema di quello che è di fatto un ultimatum nucleare formale. Ne ha informato Trump. Il giorno successivo, il 29 maggio, Trump ha bruscamente interrotto ogni ulteriore azione militare. E la sua retorica incendiaria si è immediatamente attenuata.

Ciò non aveva nulla a che fare con un improvviso impeto di moderazione strategica nell’asse War-a-Lago/Ufficio Ovale. È stato il risultato diretto e a valle del canale di comunicazione segreto Sharif-Dar-Rubio.

La mattina del 29 maggio, Dar è arrivato a Washington per una visita ufficiale di un giorno.

Seduto di fronte a Rubio, ha fornito il briefing dettagliato che la telefonata di New York aveva solo anticipato.

Ha sganciato due enormi bombe sul tavolo delle trattative:

  1. L’Iran non cederà alcuna parte del suo uranio altamente arricchito (HEU). Nulla. Zero. E questo è definitivo.

È tutta una questione di indipendenza sovrana (due concetti al centro della recente dichiarazione congiunta Russia-Cina firmata a Pechino durante la visita ufficiale di Putin a Xi Jinping).

Quindi Teheran non cederà le proprie scorte, a prescindere dai termini, temporaneamente o in altro modo, solo per conformarsi a un meccanismo volto a salvare la faccia, concepito per un pubblico interno statunitense. Dal punto di vista della leadership iraniana – con Mojtaba al timone – l’HEU va ben oltre una risorsa tecnica; è la fusione definitiva di sovranità, deterrenza, potere contrattuale e sopravvivenza politica.

  1. La Cina ha fornito all’Iran sistemi di difesa strategica all’avanguardia – compresi i MANPAD a spalla – fatti passare segretamente attraverso paesi terzi (ed è per questo che non sono riuscito a ottenere alcuna conferma ufficiale due settimane fa a Shanghai).

Conclusione: è ora in vigore un’alleanza strategica pienamente operativa tra Cina, Iran e Pakistan.

È ancora possibile un Accordo di Islamabad?

Allo stato attuale, nessuno di noi – comprese le nostre fonti – sa se un’arma nucleare fatta esplodere sul suolo iraniano sarebbe stata sviluppata esclusivamente dall’Iran [che possiede le capacità scientifiche per farlo]; oppure con la possibile assistenza di Russia, Pakistan o Corea del Nord. Tutte le opzioni sono plausibili.

Secondo il Prof. Ted Postol del MIT, l’Iran potrebbe facilmente convertire 450 kg di esafluoruro di uranio al 65% in materiale per uso militare all’85% circa: tutto ciò che serve per un’arma a basso potenziale, da montare su almeno 10 sistemi di lancio missilistici in grado di raggiungere Israele. Ciò significa, come minimo, 10 bombe nucleari.

Tecnicamente, questo tipo di arma a bassa potenza può essere progettata, spiega Postol, utilizzando un riflettore di neutroni realizzato in uranio impoverito – o berillio/carburo di tungsteno – posizionato immediatamente attorno al nucleo fissile. Esso riflette i neutroni in fuga nuovamente nel materiale nucleare per aumentare l’efficienza di fissione e ridurre la massa critica richiesta. In poche parole: meno materiale e più bombe.

Molto importante: una bozza di questo articolo è stata presentata all’inizio della scorsa settimana a un alto funzionario iraniano, membro della cerchia ristrettissima attorno alla Guida Mojtaba Khamenei. La sua reazione: «Non commenterò la questione».

Al di là di questa mancata risposta, ciò che è apparso immediatamente chiaro è la trasmissione verificata della comunicazione extra-canale più significativa della crisi «né guerra né pace».

Funziona così: Pezeshkian parla con Sharif; Sharif parla con Dar; Dar parla con Rubio; Rubio parla con Trump; Dar parla con Rubio faccia a faccia (durante il suo briefing a Washington).

Tutto ciò getta nuova luce sul cessate il fuoco di 60 giorni – successivamente infranto – e sulla fragile strategia di uscita di cui Trump aveva disperatamente bisogno. Questo quadro è stato organizzato dal Pakistan e sostenuto strutturalmente dalla Cina – come ho confermato a Shanghai.

Teheran ha insistito sull’ordine delle procedure, più e più volte. In primo luogo, tutte le guerre devono cessare, in particolare l’offensiva del culto della morte contro il Libano. Seguono poi gli accordi per ripristinare il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. La terza e ultima fase consiste nel riprendere una sorta di dialogo significativo sul nucleare.

In un quadro più ampio, è già in corso un’importante revisione strutturale, indipendentemente dalle brutte sorprese che potrebbero verificarsi in futuro con la violazione del cessate il fuoco.

Allo stato attuale: gli Accordi di Abramo sono, a tutti gli effetti, morti; l’Arabia Saudita ha congelato tutte le discussioni riservate sulla “normalizzazione” con Israele; il Qatar e l’Oman stanno silenziosamente elaborando calendari di transizione militare per eliminare gradualmente gli Stati Uniti dall’Asia occidentale. E, cosa più cruciale, una nuova architettura di sicurezza dell’Asia occidentale si sta rapidamente consolidando al di fuori dell’ombrello “protettivo” americano, guidata dai Quattro Sunniti: Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.

Giovedì scorso, sempre su Power Shift (la nostra pagina YouTube era ancora attiva), Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo individuato un possibile Accordo di Islamabad come quadro emergente per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran — molto prima che i media mainstream occidentali lo riconoscessero come l’architettura organizzativa.

Abbiamo anche individuato il meccanismo che lo guida: una diplomazia pendolare pakistana senza sosta, sostenuta silenziosamente ma con decisione dalla Cina.

Abbiamo delineato la tabella di marcia in due fasi: in primo luogo, un cessate il fuoco immediato e la riapertura dello Stretto di Hormuz (l’Iran acconsente a entrambi); in secondo luogo, una breve finestra negoziale per finalizzare l’accordo politico e finanziario più ampio.

Abbiamo riferito che lo sblocco altamente controverso dei beni congelati dell’Iran non era un argomento di discussione speculativo, ma una leva attiva nel processo. Lo sblocco dei beni e il possibile alleggerimento delle sanzioni venivano trattati come misure concrete di rafforzamento della fiducia.

Abbiamo inoltre riferito che una delegazione iraniana di alto livello – comprendente il presidente del Parlamento Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati – si sarebbe recata a Doha in relazione alla questione dei fondi congelati.

Ciò è stato successivamente confermato su tutta la linea, compreso il fatto che la componente della banca centrale fosse direttamente legata ai beni congelati.

Abbiamo inoltre suggerito che Islamabad potesse diventare il palcoscenico dell’atto politico finale, compresa una possibile visita di Trump, insieme a Pezeshkian: eppure ora tale possibilità sembra più remota che mai.

La Cina si limita a guardare scorrere il fiume

Questi sono i fatti, allo stato attuale:

L’Iran è ben lungi dall’essere isolato ed è pronto per una guerra prolungata, con un significativo sostegno materiale e strategico da parte di Cina, Pakistan e Corea del Nord, e un appoggio attentamente calcolato da parte della Russia, come ho confermato durante il forum di San Pietroburgo.

Gli Stati Uniti sono paralizzati. L’amministrazione Trump potrebbe sembrare intenzionata a cercare una via d’uscita; ma è totalmente vincolata dalla pressione esercitata dal culto della morte in Asia occidentale – come abbiamo visto questo fine settimana; dai percorsi di escalation ormai esauriti; e dall’assenza di un’opzione militare decisiva in grado di alterare lo scacchiere senza creare una crisi infinitamente più ingestibile.

Le petro-monarchie del Golfo sono terrorizzate da una possibile ripresa della guerra – con la principale eccezione degli Emirati Arabi Uniti.

Ciò lascia Islamabad come unica via d’uscita disponibile, con il feldmaresciallo Asim Munir posizionato come intermediario indispensabile; e Pechino e Mosca che seguono tutto da vicino, in alcuni aspetti plasmando attivamente il contesto più ampio.

Il bombardamento della zona sud di Beirut del 6 giugno è stato effettuato ancora una volta in un momento critico dei negoziati, come sottolineato da Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei e membro del Consiglio di Discernimento iraniano:

«Bombardando il Libano mentre il mediatore si trovava in Iran [si riferiva ad Asim Munir], il nemico ha dato fuoco al tavolo dei negoziati per la terza volta per mettere in evidenza le ripetute violazioni del cessate il fuoco in tutte le aree. Parliamo ai violatori il linguaggio del “potere”; l’asse della resistenza è un corpo unificato, e pagheranno certamente un prezzo pesante e doloroso per questa aggressione sul campo».

Il bombardamento del sud di Beirut da parte del culto della morte ha portato a uno spettacolo francamente surreale: l’amministrazione Trump che si affannava dietro al mediatore pakistano a Teheran, implorandolo di intercedere presso gli iraniani per un allentamento delle tensioni. L’Imperatore che voleva distruggere la civiltà iraniana ha dovuto chiedere al Pakistan di salvare ciò che poteva ancora essere salvato.

Ciò significa, come abbiamo riferito, che con l’Iran che stabilisce i termini dell’escalation e aumenta il proprio potenziale deterrente, e con Trump rimasto senza alcuna carta da giocare, l’unica soluzione possibile risiede nella diplomazia attraverso Islamabad.

Questa settimana su Power Shift, in tre puntate consecutive da lunedì a mercoledì, approfondiremo l’intelligence e la diplomazia alla base di questi cambiamenti tettonici.

E poi, naturalmente, c’è l’intrigante prospettiva cinese.

I think tank statunitensi rimarranno completamente paralizzati quando finalmente si renderanno conto che, immettendo equipaggiamento militare avanzato nel teatro di guerra iraniano, Pechino sta attivamente mettendo alla prova i limiti della coercizione egemonica americana.

E se si arriverà al dunque, e l’Iran sarà costretto a una dimostrazione nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina acquisirà la prova inconfutabile che la deterrenza statunitense è vuota.

Non si può che ammirare l’ingegnosità di una mossa strategica di così vasta portata, compiuta senza sparare un solo colpo.

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La Via della Terra: come la crisi di Hormuz sta ridisegnando l’ordine economico globale a vantaggio dei BRICS+

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

Segue nostro Telegram.

Quando l’acqua ferma il mondo

Vi sono momenti nella storia in cui una crisi non si limita a scuotere l’ordine esistente, ma ne rivela le fondamenta marce. La chiusura dello Stretto di Hormuz — quella striscia d’acqua larga appena quaranta chilometri attraverso cui scorre il venti per cento del petrolio mondiale — non è soltanto uno shock energetico di proporzioni straordinarie. È lo specchio attraverso cui il mondo osserva, forse per la prima volta con piena chiarezza, quanto sia fragile l’architettura commerciale e finanziaria costruita dall’Occidente nel secondo dopoguerra. E, al tempo stesso, è il catalizzatore che potrebbe accelerare la nascita di un ordine alternativo: più continentale, più multipolare, più terrestre.

Il blocco dello Stretto di Hormuz — innescato dall’escalation del conflitto tra Iran e la coalizione Israele-USA dal 28 febbraio e tuttora in vigore a — ha prodotto uno tsunami economico senza precedenti. Il prezzo del greggio Brent ha superato i 160 dollari al barile nel giro di settantadue ore dall’annuncio della chiusura, mentre il gas naturale liquefatto ha visto i propri contratti futures triplicare di valore. Le catene di approvvigionamento dell’industria manifatturiera europea e nordamericana, già indebolite dai postumi pandemici e dalla crisi dei semiconduttori del decennio precedente, hanno mostrato una fragilità drammatica: decine di stabilimenti dalla Germania alla California hanno ridotto o sospeso la produzione per mancanza di componenti e materie prime. I costi della rotta alternativa via Capo di Buona Speranza, che allunga i tragitti di diciotto giorni e aumenta i costi di trasporto del trenta-cinquanta per cento, hanno scaricato pressioni inflazionistiche su un sistema già in tensione. La volatilità sui mercati finanziari globali ha raggiunto livelli comparabili solo alla crisi del 2008: l’indice VIX ha toccato quota 58, mentre i mercati azionari di New York, Londra e Francoforte hanno registrato perdite cumulative superiori al dodici per cento nelle prime quattro settimane. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue proiezioni di crescita globale di due punti percentuali per il 2026, portandole allo 0,8 per cento.

Per comprendere la portata storica di questo momento occorre guardare al sistema che la crisi di Hormuz sta corrodendo. L’ordine economico globale del XX secolo è stato, nella sua essenza più profonda, un ordine marittimo. La Pax Americana che ha dominato il pianeta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si fondava su tre pilastri strettamente interconnessi: la supremazia navale degli Stati Uniti nei mari del mondo, il dollaro come valuta di riserva universale e il controllo delle grandi rotte oceaniche da parte delle marine occidentali — in primis quella americana e, in subordine, quella britannica.

Questa architettura non era ideologicamente neutra: era il prolungamento geopolitico della tradizione anglosassone di potenza marittima, codificata già nell’Ottocento dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan nella sua opera The Influence of Sea Power upon History. Il controllo dei mari significava controllo del commercio; il controllo del commercio significava controllo dell’economia mondiale; il controllo dell’economia mondiale significava egemonia politica. Per quasi ottant’anni, questo sistema ha funzionato con efficacia sorprendente, distribuendo privilegi straordinari agli Stati Uniti — primo tra tutti il cosiddetto “privilegio esorbitante” di emettere la valuta di riserva mondiale — e ai suoi alleati.

Ma i sistemi egemonici hanno cicli di vita. E la crisi di Hormuz ha reso evidente ciò che molti  affermano da anni con crescente insistenza: l’era della dominanza occidentale non è in declino, è già finita. Quello che stiamo vivendo sono le convulsioni terminali di un ordine che si ostina a non riconoscere la propria obsolescenza. L’impossibilità della Marina statunitense di tenere aperto lo Stretto nonostante la presenza della V Flotta nel Golfo Persico ha dimostrato che anche la potenza navale americana ha limiti operativi che un tempo sembravano impensabili. La dottrina della libertà di navigazione, cardine dell’ordine liberale internazionale, si è incrinata davanti alla realtà di uno Stato mediorientale — con i suoi proxy e le sue capacità missilistiche asimmetriche — capace di sfidare con successo la superpotenza marittima per eccellenza.

Il declino dell’egemonia marittima occidentale non è fenomeno di oggi. Ha radici nell’ascesa economica della Cina, nell’affermazione geopolitica della Russia post-2014, nella progressiva de-dollarizzazione avviata da un numero crescente di economie emergenti e nell’erosione del multilateralismo liberale nelle sedi internazionali tradizionali — dall’OMC al FMI, dall’ONU alla Banca Mondiale. La crisi di Hormuz non ha creato questa deriva; l’ha semplicemente accelerata con la brutalità propria degli shock storici.

L’Heartland alla riscossa: Mackinder aveva ragione?

Lo abbiamo citato tante volte, una in più non ci stupirà. Nel 1904, il geografo e stratega britannico Halford John Mackinder presentò alla Royal Geographical Society di Londra un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna. Il titolo era The Geographical Pivot of History e la tesi centrale era rivoluzionaria per l’epoca: il futuro del potere mondiale non apparteneva alle potenze marittime, ma a chi avrebbe controllato quello che Mackinder chiamava “Heartland”, ovvero il cuore del supercontinente eurasiatico, quella vasta zona continentale che si estende dalle pianure dell’Europa orientale alle steppe della Siberia e alle altipiani dell’Asia centrale, impenetrabile alle flotte navali e naturalmente inaccessibile al dominio marittimo. La sintesi strategica di Mackinder, che tutti abbiamo imparato a conoscere, è entrata nella storia con la formula «Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi governa l’Isola del Mondo governa il Mondo». Le potenze marittime anglosassoni del XX secolo hanno costruito la propria egemonia globale proprio tentando di neutralizzare questo assioma: il contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda era, nella sua essenza, un tentativo di impedire che la potenza dell’Heartland si estendesse fino a dominare le coste del supercontinente.

Ebbene, con la crisi di Hormuz, la logica di Mackinder torna al centro della riflessione strategica globale. Se le rotte marittime diventano inaffidabili — per guerra, instabilità regionale o semplice rivalità tra grandi potenze — il commercio globale deve necessariamente cercare percorsi alternativi, e quei percorsi alternativi passano quasi inevitabilmente attraverso l’Heartland. Le ferrovie, i gasdotti, i corridoi stradali transcontinentali che attraversano l’Asia centrale, la Russia, l’Iran, il Pakistan, la Turchia: è qui che si gioca la posta in gioco del nuovo ordine mondiale ed è qui che i BRICS+ hanno già costruito, o stanno costruendo proprio mentre ne scriviamo, le infrastrutture del futuro.

Mackinder è stato riscoperto nelle cancellerie di Mosca, Pechino e New Delhi con un’attenzione che non aveva mai avuto nemmeno nelle università britanniche. La crisi di Hormuz ha dato a quella riscoperta una concretezza che finora mancava: improvvisamente le rotte terrestri non sono più un’alternativa teorica, sono l’unica alternativa pratica.

L’unica via d’uscita: l’architettura BRICS+ e il post-Hormuz

È qui e ora che i BRICS+ si trovano nella posizione straordinaria di poter offrire al resto del mondo quello che nessuna potenza occidentale è in grado di proporre in questo momento: una via d’uscita concreta e già parzialmente operativa dalla crisi delle rotte marittime.

Questa via d’uscita ha quattro dimensioni che si rafforzano a vicenda: le nuove rotte terrestri eurasiatiche, i corridoi energetici alternativi, la dedollarizzazione degli scambi commerciali e la costruzione di un’architettura finanziaria indipendente da SWIFT e dal sistema bancario occidentale. Consideriamole separatamente, avendo però cura di non perdere la visione d’insieme: è la loro combinazione a rendere l’offerta BRICS+ strategicamente credibile.

La Belt and Road Initiative cinese ha costruito in silenzio, negli ultimi dieci anni, la spina dorsale di un commercio eurasiatico che non dipende dallo Stretto di Hormuz né da nessun altro passaggio marittimo critico. I corridoi ferroviari Cina-Europa attraverso l’Asia Centrale, in particolare il China-Europe Railway Express, che ha movimentato nel 2025 circa 1,9 milioni di TEU (container equivalenti da venti piedi) con una crescita del 22 per cento sull’anno precedente, rappresentano oggi un’alternativa credibile alle rotte via Suez per le merci ad alto valore aggiunto.

Il blocco di Hormuz ha moltiplicato per tre le richieste di capacità su queste linee in poche settimane. Secondo dati preliminari pubblicati dal China State Railway Group, nel solo mese di aprile 2026 le prenotazioni di spazio ferroviario sulla rotta Cina-Europa sono aumentate del 340 per cento rispetto alla media del 2025. I tempi di transito, tipicamente quindici-diciotto giorni rispetto ai trenta-quaranta della via marittima via Suez, rendono la soluzione ferroviaria particolarmente attraente per settori come l’elettronica, le automotive e i prodotti farmaceutici.

Ma la BRI non è l’unico elemento di questa riarticolazione. Il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord-Sud (INSTC), promosso da Russia, India e Iran e oggi allargato ad Azerbaijan, Armenia e diversi paesi centroasiatici, sta vivendo una seconda giovinezza. Questo corridoio — che collega Mumbai a San Pietroburgo via mare Arabico, Iran e Caspio — permette di collegare l’India con l’Europa in circa venticinque giorni, rispetto ai quaranta-quarantacinque della via tradizionale via Suez, riducendo i costi logistici stimati tra il venti e il trenta per cento. Con Hormuz chiuso, il segmento marittimo del corridoio deve essere ricalibrato, ma i tratti ferroviari e stradali iraniani — oggetto di significativi investimenti negli ultimi tre anni — permettono bypass efficaci. L’INSTC era considerato un corridoio secondario ma la crisi di Hormuz l’ha trasformato in una priorità strategica di primo ordine per tutta l’Asia Meridionale.

Sul fronte energetico, la crisi di Hormuz ha dato un’accelerazione decisiva a progetti di pipeline e infrastrutture energetiche terrestri che erano stati rallentati da opposizioni politiche, difficoltà finanziarie o semplicemente dalla convenienza economica delle rotte marittime. Il Power of Siberia 2 — il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti siberiani con la Cina attraverso la Mongolia — ha visto le trattative accelerare significativamente dopo il blocco dello Stretto. L’accordo, discusso per anni senza una conclusione definitiva per le divergenze sui prezzi, è oggi presentato come urgenza strategica da entrambe le parti: la Cina, che importava circa il diciotto per cento del suo gas via GNL dal Golfo Persico, deve trovare alternative terrestri; la Russia, esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, ha bisogno di sbocchi commerciali stabili verso est.

Nel frattempo, il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che porta il gas azero in Italia via Turchia, e il TurkStream che collega la Russia alla Turchia e ai Balcani, stanno lavorando a piena capacità. La Turchia — che non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e mantiene rapporti stabili con tutti gli attori BRICS+ — si trova in una posizione di leverage straordinaria come hub energetico continentale. Ankara, non a caso, ha formalmente richiesto di entrare nell’organizzazione BRICS nel 2024, una candidatura che potrebbe essere definitivamente accolta entro la fine dell’anno.

La pipeline India-Iran-Pakistan — un progetto rimasto congelato per decenni a causa delle pressioni americane su Islamabad — è stata rilanciata in forma diversa, con un collegamento diretto India-Iran attraverso il Golfo di Oman (bypassando lo Stretto) e poi via terra sino ai mercati centroasiatici. I tecnici del ministero del Petrolio iraniano e quelli del Ministry of Petroleum and Natural Gas indiano hanno ripreso i contatti diretti per la prima volta dal 2012.

La crisi di Hormuz ha trasformato in priorità strategica ciò che era considerato un’alternativa teorica: le rotte terrestri eurasiatiche sono oggi l’unica risposta credibile al blocco dei passaggi marittimi.

Bye bye Mr. Dollar

“Il petrolio si compra e si vende in dollari”, questo diceva la sacra legge di Nixon. Non erano concesse alternativo ed è ciò che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit commerciali praticamente senza costi, di esercitare pressioni economiche attraverso le sanzioni e di mantenere il dollaro al centro del sistema finanziario globale indipendentemente dalla performance reale dell’economia americana. La crisi di Hormuz ha accelerato in modo drammatico una tendenza che era già in corso da anni: la de-dollarizzazione degli scambi energetici ed commerciali tra i paesi BRICS+. Il processo era iniziato con gli accordi bilaterali Cina-Russia denominati in yuan e rubli dopo il 2022; si era esteso agli scambi India-Russia per il petrolio (saldati in gran parte in rupie) e agli accordi Cina-Arabia Saudita per forniture di greggio denominate parzialmente in yuan. Poco a poco, la banconota verde ha smesso di avere potere. Con il blocco di Hormuz, la de-dollarizzazione ha subito una accelerazione sistemica particolarmente impattante. Quando le rotte commerciali si ridisegnano su tracciati terrestri eurasiatici, quando il commercio avviene tra paesi BRICS+ attraverso corridoi che non passano per i sistemi finanziari occidentali, quando le sanzioni americane perdono efficacia perché i flussi commerciali evitano i nodi bancari su cui Washington esercita la propria influenza — il dollaro smette di essere l’unica opzione praticabile e diventa sempre più uno strumento di una parte sola.

Il BRICS Bridge — il sistema di pagamenti interbancari proposto dal blocco come alternativa a SWIFT, operativo in forma pilota dal gennaio 2026 — ha visto le transazioni raddoppiare nel solo mese di aprile rispetto alla media del trimestre precedente. Il sistema, basato su una piattaforma distribuita che consente pagamenti bilaterali nelle valute nazionali dei paesi aderenti, non è ancora competitivo con SWIFT in termini di volumi assoluti, ma la sua crescita è esponenziale. Quello che stiamo assistendo è un cambiamento strutturale nel sistema monetario internazionale che potrebbe dimostrarsi più profondo di quello che ci aspettavamo, e sta avvenendo più rapidamente di quanto i modelli economici standard prevedessero.

L’accordo annunciato in aprile tra Brasile, Russia, India e Cina per denominare in yuan e in un paniere di valute BRICS il commercio di commodities agricole — cereali, soia, carne bovina — all’interno del blocco rappresenta un passo storico che potrebbe accelerare la de-dollarizzazione ben oltre il settore energetico. Il Brasile, primo esportatore mondiale di soia e carne bovina, è il tassello che mancava: la sua adesione a questo schema significa che una fetta significativa del commercio agricolo mondiale potrà bypassare il dollaro.

La direzione è chiara. Non si tratta di una sostituzione istantanea del dollaro — nessun analista serio la prevede a breve termine — ma di una progressiva erosione del suo monopolio. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, ha rilevato per la prima volta che la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa sotto il 55 per cento, al minimo storico. Venticinque anni fa era al 71 per cento.

L’Europa senza bussola

In questo scenario di ridisegno globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare impotenza. Dipendente per il settanta per cento del proprio fabbisogno energetico da importazioni extra-continentali, priva di una politica estera comune capace di proiettare autonomia strategica, militarmente subordinata all’ombrello NATO e quindi alle priorità americane, e commercialmente esposta sia all’instabilità delle rotte marittime sia alla competizione industriale cinese, il Vecchio Continente rischia di essere la grande vittima collaterale del riassetto in corso. Le elite politiche europee — ancora impegnate a declinare la crisi di Hormuz come problema di sicurezza regionale piuttosto che come catalizzatore di un cambio d’epoca — faticano a cogliere che il tempo delle scelte si sta restringendo rapidamente. L’Europa ha una finestra — che molti analisti stimano in non più di tre-cinque anni — per ridefinire la propria posizione nell’ordine globale emergente: o come appendice strategica dell’Occidente a guida americana, oppure come attore autonomo capace di dialogare con tutti i poli del sistema multipolare.

Le crisi geopolitiche ed economiche sono, nella storia, i momenti in cui gli ordini si disintegrano e i nuovi emergono. La Prima Guerra Mondiale ha distrutto l’ordine imperiale europeo e aperto la strada alla supremazia angloamericana. La Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale hanno liquidato quel primo tentativo di ordine liberale multilaterale e costruito, sulle sue ceneri, il sistema di Bretton Woods. Lo shock petrolifero del 1973 ha anticipato la fine della crescita illimitata del dopoguerra e aperto l’era della finanziarizzazione e della globalizzazione neoliberale.

La crisi di Hormuz del 2026 appartiene a questa categoria di eventi fondativi. Non è un’interruzione temporanea che si risolverà con qualche aggiustamento marginale — è la prova generale di un ordine che viene. Le infrastrutture terrestri eurasiatiche che i BRICS+ stanno attivando non torneranno inutilizzate quando lo Stretto riaprirà. Le relazioni commerciali denominate in valute non-dollaro non si dissolveranno con il ritorno alla normalità nei mercati energetici. La fiducia nelle rotte marittime controllate dalle potenze anglosassoni — già incrinata dopo l’episodio del Canale di Suez del 2021 (la nave Ever Given) e l’instabilità nel Mar Rosso del 2023-2024 — ha subito una frattura che non si sutura semplicemente con la riapertura di un passaggio.

Le crisi non creano le condizioni del cambiamento, le rivelano. Le rotte terrestri eurasiatiche, la de-dollarizzazione, i nuovi sistemi di pagamento BRICS+, tutto questo esisteva già, lo sappiamo. Hormuz ha semplicemente reso evidente che è il futuro, non un esperimento marginale.

Gli investitori globali lo hanno capito prima dei governi occidentali. Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha toccato il 5,8 per cento a metà maggio — il massimo da decenni — mentre le valute dei paesi BRICS+ hanno mostrato una tenuta sorprendente nonostante la volatilità generale. Il rublo, supportato dalle esportazioni energetiche terrestri verso la Cina, è rimasto stabile. Lo yuan ha guadagnato terreno come valuta di riserva. La rupia indiana si è apprezzata rispetto all’euro.

Il panorama delle istituzioni finanziarie internazionali riflette questa transizione. La New Development Bank dei BRICS ha approvato in aprile un pacchetto di emergenza da 15 miliardi per finanziare l’adeguamento infrastrutturale dei paesi membri più colpiti dalla crisi logistica. La velocità e l’entità di questa risposta non hanno precedenti nella storia dell’istituzione, e sono state deliberatamente messe a confronto con i tempi burocratici del FMI e della Banca Mondiale.

Verso la Grande Convergenza Eurasiatica

Guardando oltre l’emergenza immediata, quello che si intravvede è uno scenario di riassetto strutturale del commercio e della geopolitica globale che potrebbe dispiegarsi nel corso del prossimo decennio con conseguenze paragonabili a quelle della fine della Guerra Fredda. La grande convergenza eurasiatica — il progressivo allineamento degli interessi commerciali e strategici di Cina, Russia, India, Iran, paesi del Golfo e dell’Africa subsahariana attorno a un sistema di rotte, valute e istituzioni alternativo a quello occidentale — ha nell’allargamento BRICS+ il suo quadro istituzionale e nella crisi di Hormuz il suo momento catalizzatore.

La presenza nell’organizzazione BRICS+ sia dell’Arabia Saudita sia dell’Iran — nonostante le tensioni bilaterali che hanno contribuito alla crisi stessa — è di per sé un dato straordinario. Il blocco comprende oggi paesi che rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, il 37 per cento del PIL globale in parità di potere d’acquisto, il 44 per cento della produzione petrolifera mondiale e oltre il 55 per cento delle riserve accertate di gas naturale. Non si tratta di un club di paesi marginali in cerca di visibilità: è la maggioranza economica e demografica del pianeta che si organizza in forma alternativa.

Le proiezioni demografiche e di crescita economica rendono questo dato ancora più significativo. Secondo le stime di Goldman Sachs Asset Management, entro il 2035 i paesi BRICS+ rappresenteranno il 50 per cento del PIL mondiale in PPP e due terzi della crescita globale. L’Europa e gli Stati Uniti, pur mantenendo livelli di reddito pro capite superiori, vedranno la loro quota di commercio mondiale e di influenza nelle istituzioni finanziarie internazionali ridursi progressivamente.

La crisi di Hormuz appare meno come un incidente drammatico e più come il prologo di una storia già scritta.

C’è un’ironia nella storia che non sfugge a chi osserva i grandi cicli della geopolitica: l’ordine commerciale moderno è nato dalla terra — dalle carovane della Via della Seta, dai corridoi speziati dell’Asia centrale, dai mercati continentali dell’Eurasia medievale — prima che i navigatori portoghesi e spagnoli spostassero il baricentro del potere verso i mari. Per cinque secoli, le potenze marittime hanno dominato il pianeta. La crisi di Hormuz del 2026 potrebbe segnare l’inizio del ciclo successivo: il ritorno della terra.

Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una sintesi nuova: reti ferroviarie ad alta velocità invece di carovane, gasdotti e cavi dati invece di caravanserragli, sistemi di pagamento digitali in valute nazionali invece di monete d’oro. I BRICS+ non stanno offrendo al mondo un’utopia; stanno offrendo un’infrastruttura che è già in costruzione e che la crisi di Hormuz ha reso urgente e visibile. Questo è.

Il vecchio ordine non scomparirà domani mattina. Il dollaro rimarrà valuta di riserva significativa per decenni. La Marina americana resterà la più potente del mondo. Le istituzioni di Bretton Woods continueranno a operare. Ma l’egemonia — quell’uso del potere che non richiede spiegazioni perché appare naturale e inevitabile — quella sì, si sta concludendo. E quando un’egemonia finisce, non torna.

Mackinder scrisse la sua teoria dell’Heartland per avvertire l’Impero Britannico del pericolo che veniva dall’interno del continente eurasiatico. L’avvertimento arrivò tardi e fu ignorato. Oggi, centoventidue anni dopo, la sua profezia si compie non come trionfo di una singola potenza terrestre, ma come riequilibrio di un sistema che aveva perso il proprio centro di gravità.

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

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Crise climática é o pior desafio da história humana, diz cientista

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A humanidade nunca enfrentou um desafio tão grande como a crise climática. Ainda assim, muitos parecem não ter entendido ainda a gravidade do problema, alertou o escritor e neurobiólogo italiano Stefano Mancuso nessa terça-feira (9), durante a inauguração do Centro de Ciências e Culturas Sesc RJ (CCCS) e da Galeria VÃO, no Rio de Janeiro.

"A crise climática é o problema mais grave que a humanidade já enfrentou em toda a sua história. Não se trata de uma crise passageira ou de um ciclo natural superável. Estamos diante de um risco real de extinção da nossa própria espécie se não mudarmos radicalmente a nossa relação com o planeta", lembrou o cientista.

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Para Mancuso, a obsessão da humanidade em enxergar apenas a si mesma e ignorar a dependência em relação ao reino vegetal é uma das maiores ameaças à sobrevivência do planeta.

"Viver sob uma lógica de monocultura humana, como se pudéssemos existir isolados das outras espécies e sem depender diretamente delas, é uma ilusão perigosa que está nos conduzindo ao colapso", afirmou o cientista.

Professor da Universidade de Florença, Mancuso é uma das maiores referências mundiais em neurobiologia vegetal. Suas obras são publicadas no país pela Ubu Editora, que conta com os títulos A revolução das plantas — vencedor do Prêmio Galileo de divulgação científica em 2018 —, A incrível viagem das plantasA planta do mundoNação das plantas e Fitópolis.

Ciência x opinião

Mancuso defendeu o papel do conhecimento acadêmico diante das transformações climáticas globais e criticou negacionistas que relativizam dados científicos sobre o aquecimento global.

"É uma tremenda estupidez tratar a ciência como se fosse apenas uma opinião, especialmente quando estamos discutindo a crise climática. A ciência trabalha com fatos, evidências e dados consolidados, não com pontos de vista subjetivos que podem ser aceitos ou descartados ao gosto de cada um", afirmou.

Como alternativa prática para conter o aquecimento urbano, o pesquisador defendeu medidas urgentes de renaturalização, como a substituição do asfalto por alternativas verdes. Segundo ele, é preciso agir rapidamente para remover coberturas impermeáveis e arborizar as cidades em massa.

"Temos que retirar 20% das ruas e do asfalto das cidades para dar espaço às plantas. As administrações municipais que fizerem isso primeiro serão as que vão evitar milhões de mortes e poupar gastos econômicos colossais. As outras serão obrigadas a fazê-lo daqui a dez anos, sob regime de emergência, gastando dez vezes mais e carregando na consciência as mortes que poderiam ter sido evitadas", concluiu.

Cidades na floresta

Para ilustrar que a convivência equilibrada entre a urbanização e a natureza é possível, o cientista citou as antigas civilizações na Amazônia.

"As cidades antigas da Amazônia nos mostram um caminho fascinante. Elas não destruíam a floresta para existir: eram criadas dentro da própria floresta, em conexão íntima com ela. É a prova histórica de que o ser humano é capaz de projetar espaços habitáveis que coexistem com a biodiversidade, em vez de aniquilá-la como fazemos na arquitetura moderna", disse.

Como os vegetais representam a maioria da biomassa do planeta, o neurobiólogo sustenta que a sobrevivência humana depende da capacidade de compreender as plantas não como recursos passivos, mas como sujeitos inteligentes.

De acordo com as pesquisas de Mancuso, as plantas apresentam inteligência descentralizada e cooperativa. A tomada de decisões no reino vegetal ocorre de maneira distribuída por todo o organismo, principalmente em suas raízes. Esse modelo horizontal é apontado pelo autor como uma lição de organização coletiva para as sociedades humanas frente às crises contemporâneas.

Caminho dos tribunais

O cientista italiano também apontou caminhos práticos para forçar governantes e grandes corporações a adotarem uma agenda verde real, destacando que o ativismo puramente discursivo não é suficiente.

"Os tribunais têm hoje papel fundamental para garantir que as mudanças aconteçam. A via jurídica, por meio de processos contra governos omissos e empresas poluidoras, tem se mostrado um dos instrumentos mais eficientes e realistas que temos para exigir o cumprimento de metas climáticas e a preservação do meio ambiente", argumentou.

Exposição

Durante visita ao Rio de Janeiro, o escritor inaugurou a primeira exposição da Galeria VÃO, intitulada "Revolução das Plantas" em homenagem a um de seus livros.

A mostra reúne fotografias, instalações, pinturas e gravuras de artistas brasileiros, como Luiz Zerbini, Castiel Vitorino Brasileiro, Ana Kemper, Beta Azevedo, Isa Muriá, Moara Tupinambá, Renata Padovan e Rosana Palazyan, que exploram as intersecções entre natureza e tecnologia. A visitação pública é gratuita e ocorre de terça a domingo, das 10h às 17h.

De acordo com Moises Nascimento, coordenador do CCCS, o novo corredor cultural, vizinho de instituições como o CCBB e os museus de Arte do Rio (MAR) e do Amanhã, busca aproximar a sociedade da produção científica por meio da sensibilidade artística.

“A galeria nasce do desejo institucional de criar um espaço que cultive, na mesma proporção, a mediação e divulgação do conhecimento científico, a fruição artística e a reflexão crítica, fios costurados a partir do diálogo entre os programas Cultura e Educação do Sesc RJ, no intuito de pensar mundos contemporâneos nos quais caibam outros mundos, bem como as diversas formas de habitá-los”, disse ele.

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Crise climática é o pior desafio da história humana, diz cientista

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A humanidade nunca enfrentou um desafio tão grande como a crise climática. Ainda assim, muitos parecem não ter entendido ainda a gravidade do problema, alertou o escritor e neurobiólogo italiano Stefano Mancuso nessa terça-feira (9), durante a inauguração do Centro de Ciências e Culturas Sesc RJ (CCCS) e da Galeria VÃO, no Rio de Janeiro.

"A crise climática é o problema mais grave que a humanidade já enfrentou em toda a sua história. Não se trata de uma crise passageira ou de um ciclo natural superável. Estamos diante de um risco real de extinção da nossa própria espécie se não mudarmos radicalmente a nossa relação com o planeta", lembrou o cientista.

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Para Mancuso, a obsessão da humanidade em enxergar apenas a si mesma e ignorar a dependência em relação ao reino vegetal é uma das maiores ameaças à sobrevivência do planeta.

"Viver sob uma lógica de monocultura humana, como se pudéssemos existir isolados das outras espécies e sem depender diretamente delas, é uma ilusão perigosa que está nos conduzindo ao colapso", afirmou o cientista.

Professor da Universidade de Florença, Mancuso é uma das maiores referências mundiais em neurobiologia vegetal. Suas obras são publicadas no país pela Ubu Editora, que conta com os títulos A revolução das plantas — vencedor do Prêmio Galileo de divulgação científica em 2018 —, A incrível viagem das plantasA planta do mundoNação das plantas e Fitópolis.

Ciência x opinião

Mancuso defendeu o papel do conhecimento acadêmico diante das transformações climáticas globais e criticou negacionistas que relativizam dados científicos sobre o aquecimento global.

"É uma tremenda estupidez tratar a ciência como se fosse apenas uma opinião, especialmente quando estamos discutindo a crise climática. A ciência trabalha com fatos, evidências e dados consolidados, não com pontos de vista subjetivos que podem ser aceitos ou descartados ao gosto de cada um", afirmou.

Como alternativa prática para conter o aquecimento urbano, o pesquisador defendeu medidas urgentes de renaturalização, como a substituição do asfalto por alternativas verdes. Segundo ele, é preciso agir rapidamente para remover coberturas impermeáveis e arborizar as cidades em massa.

"Temos que retirar 20% das ruas e do asfalto das cidades para dar espaço às plantas. As administrações municipais que fizerem isso primeiro serão as que vão evitar milhões de mortes e poupar gastos econômicos colossais. As outras serão obrigadas a fazê-lo daqui a dez anos, sob regime de emergência, gastando dez vezes mais e carregando na consciência as mortes que poderiam ter sido evitadas", concluiu.

Cidades na floresta

Para ilustrar que a convivência equilibrada entre a urbanização e a natureza é possível, o cientista citou as antigas civilizações na Amazônia.

"As cidades antigas da Amazônia nos mostram um caminho fascinante. Elas não destruíam a floresta para existir: eram criadas dentro da própria floresta, em conexão íntima com ela. É a prova histórica de que o ser humano é capaz de projetar espaços habitáveis que coexistem com a biodiversidade, em vez de aniquilá-la como fazemos na arquitetura moderna", disse.

Como os vegetais representam a maioria da biomassa do planeta, o neurobiólogo sustenta que a sobrevivência humana depende da capacidade de compreender as plantas não como recursos passivos, mas como sujeitos inteligentes.

De acordo com as pesquisas de Mancuso, as plantas apresentam inteligência descentralizada e cooperativa. A tomada de decisões no reino vegetal ocorre de maneira distribuída por todo o organismo, principalmente em suas raízes. Esse modelo horizontal é apontado pelo autor como uma lição de organização coletiva para as sociedades humanas frente às crises contemporâneas.

Caminho dos tribunais

O cientista italiano também apontou caminhos práticos para forçar governantes e grandes corporações a adotarem uma agenda verde real, destacando que o ativismo puramente discursivo não é suficiente.

"Os tribunais têm hoje papel fundamental para garantir que as mudanças aconteçam. A via jurídica, por meio de processos contra governos omissos e empresas poluidoras, tem se mostrado um dos instrumentos mais eficientes e realistas que temos para exigir o cumprimento de metas climáticas e a preservação do meio ambiente", argumentou.

Exposição

Durante visita ao Rio de Janeiro, o escritor inaugurou a primeira exposição da Galeria VÃO, intitulada "Revolução das Plantas" em homenagem a um de seus livros.

A mostra reúne fotografias, instalações, pinturas e gravuras de artistas brasileiros, como Luiz Zerbini, Castiel Vitorino Brasileiro, Ana Kemper, Beta Azevedo, Isa Muriá, Moara Tupinambá, Renata Padovan e Rosana Palazyan, que exploram as intersecções entre natureza e tecnologia. A visitação pública é gratuita e ocorre de terça a domingo, das 10h às 17h.

De acordo com Moises Nascimento, coordenador do CCCS, o novo corredor cultural, vizinho de instituições como o CCBB e os museus de Arte do Rio (MAR) e do Amanhã, busca aproximar a sociedade da produção científica por meio da sensibilidade artística.

“A galeria nasce do desejo institucional de criar um espaço que cultive, na mesma proporção, a mediação e divulgação do conhecimento científico, a fruição artística e a reflexão crítica, fios costurados a partir do diálogo entre os programas Cultura e Educação do Sesc RJ, no intuito de pensar mundos contemporâneos nos quais caibam outros mundos, bem como as diversas formas de habitá-los”, disse ele.

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La PapIA, sommo pontefice digitale

La nuova enciclica di Papa Leone XIV, approvata da un responsabile dell’intelligenza artificiale, sostiene di voler regolamentare l’algoritmo. Ma il Vaticano sta consacrando il potere della tecnologia o lo sta mettendo in discussione?

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L’enciclica e il suo momento

Il 25 maggio 2026, nella solennità dell’Aula del Sinodo in Vaticano, si è consumato un evento che la storia ricorderà come uno spartiacque: Papa Leone XIV ha presentato personalmente la prima enciclica del suo pontificato, Magnifica Humanitas. Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Nessun pontefice aveva mai presenziato in prima persona alla presentazione pubblica di un proprio documento dottrinale. Il gesto, nella sua straordinaria rottura con il protocollo secolare, non era casuale. Era una dichiarazione, una di quelle che segna un passaggio epocale, e non dal punto di vista prettamente ecclesiologico, bensì per il valore che ha il contenuto di quanto è stato presentato.

A rendere l’evento ancora più denso di significato, al fianco del pontefice non era seduto un cardinale della Curia, un teologo della Pontificia Accademia delle Scienze o un filosofo della scuola fenomenologica romana, bensì Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa il modello Claude. Per la prima volta nella storia contemporanea, l’intelligenza artificiale è diventata il tema centrale e fondativo del primo grande documento dottrinale di un nuovo pontefice. L’algoritmo ha ottenuto l’onore che in precedenza era stato riservato alla famiglia, alla pace, alla giustizia sociale.

La data apposta alla firma dell’enciclica — il 15 maggio — non era meno eloquente. Centotrentacinque anni prima, nello stesso giorno del 1891, Leone XIII aveva promulgato la Rerum Novarum, il documento fondativo della dottrina sociale cattolica moderna, quello che per la prima volta impegnò la Chiesa a prendere posizione di fronte alle devastazioni della rivoluzione industriale, al lavoro minorile, allo sfruttamento delle masse operaie, alla questione della proprietà privata e del salario giusto. L’attuale pontefice, che ha scelto il medesimo nome del predecessore di fine Ottocento con una deliberatezza che esclude qualsiasi ambiguità simbolica, vuole stabilire un’equivalenza esplicita e imperativa: l’intelligenza artificiale è per il nostro tempo ciò che la macchina a vapore e la fabbrica furono per il tempo di Marx e dei primi sindacati. È la questione sociale del secolo.

Il giorno successivo alla firma, il 16 maggio, Leone XIV ha approvato la creazione di una commissione vaticana permanente sull’intelligenza artificiale: per la prima volta nella sua storia bimillenaria, la Santa Sede istituzionalizza il rapporto con l’IA sotto un unico organismo di governo. Il messaggio al mondo era limpido e privo di qualsiasi ambiguità diplomatica: la Chiesa di Roma si candida a essere la coscienza globale dell’algoritmo. Ma la scelta dell’interlocutore tecnologico chiamato a condividere il palco con il pontefice non era un omaggio cerimoniale. Era uno schieramento.

Un nuovo asse tra Vaticano e Silicon Valley?

Per comprendere cosa Dario Amodei andasse a fare a Roma nei giorni successivi alla presentazione dell’enciclica — e perché il Vaticano avesse scelto precisamente Anthropic tra tutte le grandi case dell’intelligenza artificiale mondiale — occorre ricostruire il contesto geopolitico che ha precipitato questo incontro con la velocità di una crisi diplomatica.

Il 27 febbraio 2026, l’amministrazione Trump aveva firmato un ordine esecutivo imponendo a tutte le agenzie federali statunitensi la cessazione immediata di qualsiasi attività commerciale con Anthropic. Nelle ore successive, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva definito la società “un rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale”: una qualifica mai applicata prima, nella storia americana recente, a un’impresa privata nazionale. OpenAI, l’azienda di Sam Altman, aveva colmato il vuoto con rapidità chirurgica, firmando un contratto con il Pentagono nelle stesse ore in cui Anthropic veniva messa all’indice. La frattura si era poi spostata in tribunale, con sentenze di segno opposto nei diversi gradi di giudizio e una causa ancora aperta.

Il Vaticano dunque non ha scelto OpenAI, che pure è il marchio commercialmente più potente nel settore. Non ha scelto Palantir, nonostante Peter Thiel avesse visitato Roma nel marzo precedente per una serie di seminari a porte chiuse sul rapporto tra tecnica e democrazia, accolti in ambienti curiali con quella che gli osservatori presenti hanno descritto come freddezza glaciale. Ha scelto invece l’unica azienda tra le grandi case dell’IA che aveva pagato con l’esclusione dal Pentagono il rifiuto di rimuovere i vincoli etici incorporati nei propri modelli. La Santa Sede ha scelto, in altre parole, l’interlocutore che la Casa Bianca trumpiana aveva appena respinto. E lo ha fatto nel giorno dell’anniversario della Rerum Novarum, conferendo all’operazione la solennità del precedente storico più alto della dottrina sociale cattolica.

All’evento in Aula del Sinodo, Olah aveva espresso pubblicamente ciò che raramente si sente pronunciare da chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale: le domande poste dall’IA, aveva detto, “sono più grandi della comunità di ricerca” e non possono essere lasciate soltanto nelle mani di scienziati o imprese. Aveva elencato tre urgenze di portata storica: il rischio di perdite di posti di lavoro su scala massiva, la distribuzione profondamente ineguale dei benefici economici tra paesi ricchi e paesi poveri, e la crescente opacità dei sistemi algoritmici — modelli sempre più complessi che nessuno, nemmeno i loro creatori, è in grado di leggere compiutamente dall’interno. Aveva aggiunto che esiste un problema ancora più grave: l’assenza di qualsiasi meccanismo capace di distribuire in modo equo i benefici economici dell’IA. “È un problema irrisolto”, aveva riconosciuto, “ed è precisamente il tipo di problema che storicamente la Chiesa si è rifiutata di permettere che il mondo ignorasse”. Un’autocritica pubblica e radicale, pronunciata da una società che vale trecento ottanta miliardi di dollari.

Anthropic: l’azienda “etica” e le sue contraddizioni

Fondata nel 2021 da Dario Amodei e dalla sorella Daniela, insieme a un gruppo di ricercatori fuoriusciti da OpenAI, Anthropic si è costruita in pochi anni una narrativa pubblica fondata su tre pilastri: sicurezza, allineamento etico e trasparenza algoritmica. Il cofondatore Olah incarna meglio di chiunque altro questa immagine: un ricercatore che studia cosa accade all’interno delle reti neurali, che si preoccupa che i sistemi di IA siano comprensibili e governabili, che sostiene la necessità di un controllo esterno, da parte di governi, istituzioni religiose, società civile, su tecnologie che nessuna singola azienda può gestire responsabilmente da sola.

È questa immagine che ha reso Anthropic appetibile agli occhi del Vaticano. Ed è questa immagine che, osservata da vicino, rivela le sue lacerazioni interne. Perché la stessa settimana in cui Olah saliva al Soglio di Pietro per ricevere quella che alcuni commentatori non hanno esitato a definire «l’unzione vaticana dell’intelligenza artificiale umanistica», giungevano le ricostruzioni di quanto era accaduto nei mesi precedenti nell’altra stanza del potere — quella del Pentagono.

Secondo le analisi pubblicate da La Fionda e ricostruite attraverso fonti aperte, la prima frizione tra Anthropic e l’apparato militare americano era emersa a gennaio 2026, durante l’operazione di cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas, condotta dalla CIA con il supporto del sistema Maven — il programma di intelligenza artificiale applicata alle operazioni militari — e quindi, secondo quanto riportato, con il concorso del modello Claude. Anthropic aveva protestato formalmente, sostenendo che l’operazione eccedeva i limiti d’uso contrattualmente concordati. Da quel momento il rapporto si era incrinato. Il Pentagono pretendeva l’eliminazione delle clausole restrittive. Anthropic resisteva. La crisi era precipitata nel febbraio successivo con l’ordine esecutivo di Trump.

Ma la medesima fonte segnala che nelle prime ventiquattr’ore dei bombardamenti congiunti americano-israeliani sull’Iran — nelle stesse ore in cui il Pentagono cancellava ufficialmente Anthropic dalla propria catena di approvvigionamento — il modello Claude aveva contribuito a selezionare un migliaio di obiettivi. Le due notizie convivono nella stessa settimana e si illuminano a vicenda con una luce che disorienta. Non si tratta di una contraddizione irrisolvibile soltanto sul piano logico: è una contraddizione che rivela la struttura profonda dell’intero sistema in cui Anthropic opera, vuole e non vuole operare.

La tensione tra il peso commerciale di Anthropic e le parole pronunciate in Vaticano era difficile da ignorare e Olah non ha provato a nasconderla.

Ciò che emerge non è necessariamente la prova di una malafede strategica, ma qualcosa di più inquietante: la dimostrazione che le categorie di “azienda etica” e “azienda militare” non sono affatto impermeabili l’una all’altra nell’ecosistema tecnologico americano contemporaneo. Esse coesistono, si contengono, si contraddicono. E proprio questa coesistenza è il dato strutturale che nessun documento dottrinale, per quanto solenne, è in grado di dissolvere con un’unzione simbolica.

Le tre stanze del potere

Come ha osservato la brillante giornalista italiana Margherita Furlan nei suoi recenti articoli, ci sono “tre stanze”. La prima è la sala riunioni di Anthropic a San Francisco, dove si producono i modelli algoritmici. La seconda è la sala operativa del sistema Maven al Pentagono, dove tali modelli vengono integrati nelle catene decisionali militari. La terza è il salone delle udienze di Leone XIV in Vaticano, dove le istituzioni simboliche più antiche e autorevoli del mondo occidentale conferiscono legittimità morale all’intero sistema.

La metafora è efficace non perché postuli una cospirazione — essa non lo fa — ma perché descrive una struttura funzionale. Non occorre che le tre stanze comunichino direttamente, che i loro occupanti si accordino in anticipo, che esistano riunioni segrete o patti sottoscritti nell’ombra. Il potere strutturale, come aveva intuito Susan Strange nella sua analisi del declino dello Stato nelle economie avanzate, non opera attraverso intese esplicite ma attraverso convergenze di interesse che si consolidano nel tempo fino a diventare la grammatica invisibile dell’ordine mondiale.

In questa grammatica, il ruolo delle istituzioni simboliche — quelle che detengono il monopolio della legittimazione morale — è sempre stato essenziale. La Chiesa cattolica ha svolto questa funzione per secoli nei confronti del potere temporale dei re, degli imperatori, delle grandi famiglie mercantili. Il Concordato di Westfalia, il ruolo della Curia nella diplomazia europea preindustriale, la posizione della Santa Sede nei conflitti del Novecento: tutto attesta che la funzione vaticana di «camera di compensazione morale» ha attraversato indenne rivoluzioni politiche, guerre mondiali, tracolli ideologici.

Oggi quella funzione si riadatta al capitalismo delle piattaforme. La domanda che merita di essere formulata senza eufemismi è se il Vaticano, nell’intraprendere questa operazione, stia esercitando un potere critico e correttivo — come il predecessore omonimo Leone XIII lo esercitò verso il padronato industriale con la Rerum Novarum — oppure se stia svolgendo una funzione di legittimazione che consolida, piuttosto che contestare, il sistema che dichiara di voler governare.

La rivoluzione teologica dell’algoritmo

Il contenuto dell’enciclica Magnifica Humanitas merita una lettura che vada al di là del giudizio di merito sulle sue singole posizioni — condivisibili o discutibili che siano — per cogliere la trasformazione che il documento introduce nell’architettura concettuale della dottrina cattolica.

Il titolo stesso è rivelatore. “Magnifica Humanitas” — la magnifica umanità — è una formula che richiama la tradizione dell’umanesimo cristiano, la centralità della persona creata a immagine e somiglianza di Dio, la dignità inalienabile dell’essere umano come fondamento di ogni etica sociale, ma applicata all’intelligenza artificiale, quella formula svolge una funzione diversa: non difende la persona umana contro la macchina, bensì cerca di integrare la macchina nell’orizzonte della persona. Non è una critica alla tecnica; è un tentativo di addomesticarla teologicamente.

Categorie fondamentali della tradizione cristiana vengono infatti reinterpretate nel documento in chiave tecnologica. Il discernimento — che nella tradizione ignaziana è il processo spirituale di distinzione tra mozioni buone e cattive nell’anima del credente — diventa una categoria applicabile ai sistemi algoritmici: discernere, nel nuovo lessico, significa anche valutare l’impatto delle tecnologie sulla vita umana. La coscienza — che nella teologia morale cattolica è il santuario interiore in cui la persona risponde direttamente a Dio — viene estesa a includere la responsabilità delle organizzazioni che sviluppano IA. La verità — che nella tradizione scolastica è l’adaequatio rei et intellectus, l’adeguazione dell’intelletto alla cosa — deve fare i conti con sistemi che producono output probabilistici e che possono generare ciò che i tecnici chiamano allucinazioni.

Quello che si profila non è soltanto un aggiornamento lessicale o un’operazione di marketing dottrinale. È qualcosa di più profondo e meno reversibile: la progressiva trasmigrazione del linguaggio teologico nell’orbita del linguaggio tecno-gestionale. Una volta che la Chiesa ha accettato di parlare di «algoritmi etici», di «allineamento dei modelli», di «governance dell’IA» come categoria spirituale, la direzione del prestito concettuale tende inevitabilmente a rovesciarsi. Non è più soltanto la Chiesa a prestare alla tecnica il suo vocabolario morale: è la tecnica che comincia a prestare alla Chiesa il suo vocabolario funzionale. E quando il linguaggio della salvezza cede il passo al linguaggio dell’ottimizzazione, della previsione e della gestione algoritmica della realtà, qualcosa di essenziale si è già trasformato.

Vi è poi una questione che nessuno dei commenti entusiastici sull’enciclica ha finora affrontato con la necessaria franchezza: quella dell’autorità epistemica. Chi detiene, nell’era dell’algoritmo, il potere di stabilire cosa è vero? La tradizione cattolica ha risposto a questa domanda in modo preciso per secoli: il Magistero della Chiesa, attraverso la sua interpretazione della Rivelazione, è il punto di riferimento normativo per la coscienza del credente. Ma i grandi modelli di linguaggio — addestrati su miliardi di testi, capaci di produrre risposte plausibili su qualsiasi argomento, accessibili a qualunque persona dotata di uno smartphone — stanno diventando, nella pratica quotidiana di centinaia di milioni di persone, una nuova forma di autorità epistemica. Non dichiarata, non consacrata, non responsabile verso alcuna istituzione. Ma di fatto operante.

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas

Il parallelo tra Leone XIII e Leone XIV, tra la Rerum Novarum del 1891 e la Magnifica Humanitas del 2026, non è soltanto una trovata retorica. È una chiave interpretativa che illumina tanto le somiglianze quanto, soprattutto, le differenze strutturali tra i due momenti storici.

Leone XIII scrisse la Rerum Novarum in un contesto nel quale la Chiesa era chiaramente estranea al potere economico dominante. L’industria del tardo Ottocento era governata da capitalisti che non avevano bisogno della benedizione papale per affermare la propria legittimità: la avevano costruita attraverso il mercato, la forza, e un’ideologia liberale che la religione aveva largamente emarginato come retroguardia del pensiero. In quel contesto, la presa di posizione della Chiesa a favore del salario giusto e dei diritti dei lavoratori era un atto che andava contro gli interessi del potere dominante. Costava qualcosa. Aveva un’autonomia reale.

Il contesto attuale è profondamente diverso. Anthropic non è un padrone settecentesco che sfrutta bambini nelle miniere. È un’azienda che vale trecento ottanta miliardi di dollari, che ha nel proprio capitale Amazon, Google, Sequoia Capital, BlackRock e la Qatar Investment Authority, che si presenta già con un’elaborata narrativa etica e che viene a Roma non come interlocutore scomodo, ma come alleato desiderato. Il Vaticano non si pone in opposizione a questo potere: cerca di negoziare con esso una posizione di influenza all’interno di un sistema che non mette in discussione.

La domanda che la dottrina sociale della Chiesa dovrebbe porsi — e che l’enciclica sfiora senza rispondere — è strutturale: è possibile governare eticamente un sistema la cui architettura economica di fondo produce disuguaglianze radicali, concentrazione monopolistica del potere conoscitivo, e tendenza intrinseca all’utilizzo militare, semplicemente negoziando con i suoi protagonisti più moderati? O è necessario interrogare il sistema stesso, le sue condizioni di produzione, la sua governance, la sua appropriazione privata dei benefici collettivi?

Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva che ogni egemonia si costruisce prima sul piano della cultura e solo dopo si traduce in dominio sul piano politico. L’enciclica Magnifica Humanitas è esattamente questo: un atto di egemonia culturale, un tentativo di scrivere la cornice morale dentro cui la prossima ondata tecnologica dovrà muoversi. Ma un atto di egemonia culturale può essere anche, paradossalmente, uno strumento di incorporazione: esso legittima i propri interlocutori mentre pretende di governarli.

Il rischio della religione tecnocratica

C’è un’ultima questione che questa vicenda pone con forza e che nessuna celebrazione istituzionale può neutralizzare: quella della progressiva convergenza tra potere spirituale e potere tecnologico, e del rischio che tale convergenza produca non un controllo della tecnica da parte dell’etica, ma una sacralizzazione della tecnica attraverso l’etica.

Le narrazioni transumaniste e postumaniste — quelle che promettono il superamento dei limiti biologici dell’uomo, l’immortalità digitale, la fusione tra intelligenza umana e artificiale — entrano in tensione profonda con la tradizione cristiana su ogni piano: antropologico, escatologico, sacramentale. Un essere umano che può essere indefinitamente migliorato, potenziato, preservato attraverso la tecnologia non ha più bisogno di redenzione, di grazia, di resurrezione. La morte stessa — cardine della soteriologia cristiana — diventa un problema tecnico in attesa di soluzione ingegneristica.

Eppure le élite digitali che promuovono queste visioni — con il loro peculiare misto di millenarismo secolare, utopismo tecnologico e ansia da rischio esistenziale — stanno progressivamente occupando lo spazio simbolico che un tempo apparteneva alle grandi narrazioni religiose. Esse parlano di minacce esistenziali all’umanità, di salvezza attraverso l’allineamento dell’IA, di un futuro in cui la tecnica deciderà la sopravvivenza o l’estinzione della specie. Hanno adottato, in altre parole, la struttura formale del pensiero escatologico senza la sua sostanza teologica: la fine del mondo senza il Dio che la governa, la salvezza senza la grazia, il peccato originale senza il perdono.

In questo scenario, il rischio che il Vaticano corre non è tanto quello di essere ingannato da Anthropic, quanto quello di prestarsi, inconsapevolmente o deliberatamente, a un processo di sacralizzazione del tecno-capitalismo che si avvale del linguaggio morale della Chiesa per conferire una patina di profondità a ciò che è in realtà puro esercizio di potere economico e strategico. Non si tratta di supporre malafede: si tratta di riconoscere la forza delle strutture, che agiscono indipendentemente dalle intenzioni dei singoli attori.

Il filosofo della tecnica Jacques Ellul aveva avvertito decenni or sono che il rischio supremo della civiltà tecnologica non è la macchina che si ribella all’uomo, ma la macchina che l’uomo finisce per adorare — trasformando l’efficienza in valore ultimo, l’ottimizzazione in virtù, la previsione in profezia. Quando le istituzioni che storicamente hanno custodito il senso del limite, della finitezza e della trascendenza si mettono al servizio di questa nuova liturgia, non è detto che ne diventino gli officianti consapevoli, ma ne diventano comunque parte.

Chi controlla il significato?

La vera posta in gioco nell’incontro tra il Vaticano di Leone XIV e l’intelligenza artificiale di Anthropic non è di natura tecnologica. Non riguarda la sicurezza degli algoritmi, né la distribuzione dei benefici economici, né i vincoli d’uso nei contratti militari — per quanto tutte queste questioni siano di enorme rilevanza pratica. La vera posta in gioco è simbolica e politica nel senso più alto del termine: chi controlla il significato morale della rivoluzione tecnologica in corso?

La scena del 25 maggio 2026 — un cofondatore di una delle aziende più potenti del pianeta seduto accanto al vescovo di Roma nel giorno dell’anniversario della più importante enciclica sociale della storia cattolica — è una scena di ridefinizione del potere culturale dell’Occidente. Non soltanto perché il Vaticano ha scelto di schierarsi con la fazione della Silicon Valley che la Casa Bianca trumpiana ha escluso dai propri contratti militari. Ma perché, nel farlo, ha accettato di svolgere una funzione di legittimazione che ogni sistema di potere necessita e ricerca: la funzione di tradurre il dominio economico e tecnico in autorità morale riconosciuta.

La domanda che resta aperta — e che la storia dei prossimi decenni dovrà rispondere — è se il Vaticano stia realmente tentando di governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale attraverso la forza autonoma della propria tradizione morale, oppure se ne stia diventando parte integrante: non il giudice del sistema, ma il suo sacerdote. Non il profeta che parla al potere, ma il cerimoniere che lo consacra.

Leone XIII, nel 1891, aveva pagato il prezzo della propria autonomia: la Rerum Novarum aveva scontentato i capitalisti cattolici quanto i socialisti atei, e nessuno dei due campi l’aveva abbracciata con entusiasmo. Era rimasta un documento scomodo, capace di disturbare tutte le comode certezze del proprio tempo. Sarà la Magnifica Humanitas capace della medesima scomodità? Sarà in grado di interrogare il sistema invece di legittimare i suoi protagonisti più moderati? Saprà porre la domanda che nessuna delle parti coinvolte vuole sentirsi porre: a chi appartiene il futuro che l’intelligenza artificiale sta costruendo, e a quali condizioni ne sarà distribuita la ricchezza?

Sono domande che la cerimonia del 25 maggio ha suggerito senza rispondere. E forse è in questo silenzio che risiede, più che nelle parole ufficiali, il vero significato dell’incontro tra il Vaticano e l’algoritmo. La questione non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda chi ne controlla il significato simbolico e morale. E chi controlla il significato, in ultima analisi, controlla il futuro.

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La grande rete di collusione israeliana

Come Israele si avvale di altri paesi della regione per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran.

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Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

Senonché, rivela un’inchiesta della «Cnn», il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica sistematicamente impiegata come scalo per i bombardamenti strategici sull’Iran condotti nel contesto dell’Operazione Roaring Lion. In tali condizioni, il riconoscimento diplomatico accordato al Somaliland viene a configurarsi come una sorta di contropartita per la concessione di un avamposto strategico situato all’imboccatura del Mar Rosso.

La “relazione speciale” istituita con il Somaliland rappresenta tuttavia una singola tessera di un mosaico molto più ampio, in cui rientrano Paesi parimenti cruciali come Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Sempre nel corso della guerra contro l’Iran, l’Israeli Defense Force si è avvalsa di due basi segrete in territorio iracheno che fungevano da basi avanzate per il supporto logistico e l’espletamento di operazioni di ricerca e soccorso. L’esistenza di queste due basi in Iraq era già stata segnalata dal «Wall Street Journal» e dal «New York Times», che smentivano seccamente le rassicurazioni fornite dal governo iracheno sul punto.

Le strutture sono andate a rafforzare l’influenza israeliana sul Paese, che storicamente si esercita attraverso il Kurdistan. I legami tra Israele e i rappresentanti kurdi risalgono infatti agli anni ’50 , quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico.

L’intesa ha aperto progressivamente le porte all’addestramento dei peshmerga kurdi da parte di istruttori militari israeliani e agli investimenti dello Stato ebraico, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003. Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», dichiarò nel 2003 un raggiante Netanyahu (allora ministro degli Esteri).

Sempre nell’area kurda, imprese israeliane hanno acquistato terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando la crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni». Il governo di Ariel Sharon aveva quindi «deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i kurdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi». L’intelligence di Tel Aviv «è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità kurde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Durante gli anni precedenti, le autorità israeliane avevano evitato che i rapporti con il Kurdistan raggiungessero una dimensione strategica per evitare di guastare la relazione che stavano costruendo con Ankara. Eppure, nemmeno l’importanza capitale rivestita dalla Turchia si è rivelata capace di spezzare i contatti israelo-kurdi. Non stupisce quindi che all’indomani della rottura diplomatica con Ankara, il legame con i kurdi abbia assunto un accresciuto valore geopolitico.

Allo sfruttamento del territorio iracheno come trampolino di lancio per le operazioni contro l’Iran, Israele ha affiancato un netto avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti. Nelle scorse settimane, il governo Netanyahu ha autorizzato lo schieramento negli Emirati di sistemi Iron Dome e Iron Beam, unitamente al personale preposto alla loro gestione.

Il principale snodo cruciale di cui Israele ha beneficiato per condurre operazioni militari contro l’Iran è tuttavia costituito dall’Azerbaijan, uno dei pochissimi alleati di Israele tra i Paesi musulmani che copre qualcosa come il 40% del fabbisogno petrolifero dello Stato ebraico. A loro volta, le aziende belliche israeliane hanno rifornito nel corso degli anni l’Azerbaijan di droni, sistemi radar, apparati di intelligence ed equipaggiamenti militari, e sono anche entrate a far parte di un consorzio costituito per fornire a Baku la collaborazione necessaria a realizzare un satellite di osservazione dal costo stimato di circa 200 milioni di dollari.

Il volume dell’interscambio tra i due Paesi raggiunge ogni anno cifre alquanto ragguardevoli, ma molte operazioni commerciali rimangono coperte da segreto, come confermato da un cablogramma classificato reso pubblico da «WikiLeaks» in cui l’ambasciata statunitense paragonava le relazioni bilaterali fra Azerbaijan e Israele a «un iceberg, visto che come questi grandi blocchi di ghiaccio nasconde i nove decimi della sua consistenza sotto la superficie».

Secondo Joshua Kucera, analista senior del Crisis Group, la relazione altamente collaborativa instaurata con Tel Aviv garantisce per di più a Baku la possibilità di trarre indirettamente beneficio dall’incessante attività di condizionamento su Casa Bianca e Congresso svolta dalla potente Israel Lobby.

Nel corso dei due più recenti conflitti del Nagorno-Karabakh, le forze azere hanno messo in campo contro l’esercito armeno tecnologie e sistemi d’arma israeliani e beneficiato dell’assistenza militare e di intelligence di Tel Aviv. Già nel 2016, lo specialista israeliano Yossi Melman sottolineava che la penetrazione israeliana nel sistema di difesa azero si era spinta molto più in profondità di quanto i numeri disponibili non potessero acclarare: «apparentemente, Israele e Azerbaijan sono una strana e male assortita coppia, ma d’altra parte Israele non è mai troppo selettivo nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaijan confina con l’Iran, nemico giurato di Israele».

Durante l’Operazione Roaring Lion, sostiene la «Cnn» sulla base di confidenze rese da ben quattro fonti di alto livello, unità speciali israeliane di commando e intelligence avrebbero portato avanti azioni in territorio iraniano coordinandosi con una serie di basi operative impiantate nelle zone di territorio azero limitrofe al confine settentrionale dell’Iran.

Le sortite in Iran partite dalle basi azere hanno registrato il coinvolgimento di diverse decine di soldati, tra cui membri delle forze speciali israeliane, delle forze d’élite di elisoccorso e personale del Mossad.

Secondo una delle fonti sentite dalla «Cnn», è dall’Azerbaijan che sarebbe stato pianificato l’assassinio, consumato il 4 marzo, di Rahman Moghaddam, direttore della divisione intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Dal quadro dipinto dalla «Cnn» emerge una vasta rete di collusione fondata su specifiche convergenze di interessi, che pone Israele nelle condizioni di espandere la propria presenza militare e di intelligence fino alle frontiere dei Paesi nemici.

La mappa che ne risulta «è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano».

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“Prima di Kasia Smutniak la mia vita era disordinata. Tra i 18 e i 20 anni non ero socievole e a disagio. Se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore”: così Domenico Procacci

Moretti, Sorrentino, Garrone, Albanese, Archibugi, Comencini e tanti altri. Sono solo alcuni dei “mostri” sacri del cinema italiano che hanno lavorato con il fondatore della casa di produzione Fandango, Domenico Procacci, sulla cresta dell’onda da quai 40 anni. Il produttore si è raccontato a Il Corriere della Sera. Eppure l’uomo di oggi è diverso dal ragazzo di ieri.

“Ero un ragazzo che all’epoca non era tanto socievole, anzi era perennemente a disagio. – ha detto Procacci – Ma questa è una cosa che non è passata anche se faccio finta che lo sia. C’era il mio amico Ennio, un po’ più grande di me, amico ancora oggi, che mi recuperava dopo che me ne andavo dalle feste perché mi veniva male a stare lì. Tra i 18 e i 20 anni non ero un caso umano ma insomma… Forse se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore oggi”.

Nel concreto Procacci fa un esempio: “Mi ricordo quando alla Mostra di Venezia si annunciavano anche i produttori, come gli attori e i registi. Ecco, solo per il fatto di dover fare così (e mima uno che si alza in piedi e piega la testa da un lato e dall’altro in segno di saluto al pubblico; ndr) il cuore mi batteva a mille, avevo la tachicardia. Adesso non mi fa più effetto e forse neanche questo è bello: era meglio quando mi batteva il cuore in quel modo esagerato”.

Oggi la sua esistenza è migliorata e sembrano lontane le ansie: “La mia vita è cambiata molto da 15 anni a oggi. Mio figlio Leone ne ha meno di 12, quindi io ne avevo 54 quando è nato. Il primo figlio biologico quando uno dice basta figli perché ne ha già 2 o 3. Considero però mia figlia anche Sophie, avuta da Kasia con Pietro Taricone, che ha 21 anni. Sì, prima di Kasia la mia vita era disordinata. Con alcune relazioni importanti ma sostanzialmente disordinata”.

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Altro che benessere, siamo nell’epoca del ‘guerressere’

Ferdinando BOERO

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Ho fatto un sogno rivelatore, mi sono svegliato e ho scritto questo neologismo. Una parola volutamente sgraziata, che rende evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro

Molte parole inglesi sono diventate italiane. Nessuno si preoccupa di sostituire computer, weekend, marketing, smartphone o welfare con equivalenti italiani. Sono parole che, a un certo punto, hanno smesso di apparire straniere. Anche welfare è ormai una parola italiana. Eppure la traduzione esiste: significa benessere, oppure stato sociale. Deriva da well-fare, “andare bene”, prosperare, vivere bene, in condizioni favorevoli. Da qualche tempo si sta affermando un’altra parola inglese: warfare. E si parla apertamente del passaggio dal welfare state al warfare state. Un cambiamento politico, economico e culturale in via di programmazione.

Le parole conducono messaggi e modellano la percezione della realtà. Il New Green Deal europeo proponeva una transizione ecologica fondata su investimenti pubblici, innovazione, protezione ambientale e sociale, trasformazione energetica. Un’idea di futuro legata al welfare. Oggi, invece, il linguaggio dominante è sempre più quello della sicurezza, della deterrenza, della preparazione strategica e del riarmo. Il programma inizialmente chiamato ReArm Europe, però, è stato ribattezzato Readiness 2030. L’obiettivo non cambia: aumento delle spese militari, rafforzamento dell’industria bellica, mobilitazione di centinaia di miliardi di euro per prepararsi a possibili conflitti. Ma il messaggio cambia eccome. “Riarmare l’Europa” suona aggressivo. “Prontezza 2030” sembra prudente, responsabile, quasi rassicurante. È il potere delle parole. “Preparazione” attenua ciò che “riarmo” rende evidente. Le parole inglesi, inoltre, hanno spesso un effetto anestetico: suonano tecniche, neutre. Warfare state suona quasi come una formula da think tank. “Società organizzata attorno alla guerra” suonerebbe molto più inquietante.

Scrivendo del passaggio da welfare a warfare, nel mio libro Le piume di Darwin, sentivo la necessità di rendere evidente il significato di quella transizione, e una notte ho sognato la parola. In sogno elaboriamo quel che pensiamo durante la veglia. Ho un taccuino accanto al letto e quando ho fatto il sogno rivelatore mi sono svegliato e ho scritto il neologismo: guerressere.

Una parola volutamente sgraziata, quasi fastidiosa, perché deve rompere la neutralizzazione linguistica. Deve rendere evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro. Basta cambiare poche lettere: da well a war. Dal benessere al guerressere. Dal bene di benessere alla guerra di guerressere. Si può essere favorevoli al warfare senza comprenderne davvero il significato. Ma chi direbbe apertamente di essere favorevole alla guerra? Chi direbbe: voglio che la mia società si organizzi preventivamente attorno al conflitto permanente? Eppure è questo che sta accadendo. I politici lo hanno capito quando hanno cambiato Rearm in Readiness.

Gli Stati Uniti non sono mai stati un welfare state di tipo europeo. Non esiste una sanità pubblica universale. L’istruzione universitaria ha costi proibitivi per gran parte della popolazione. I senzatetto sono una componente strutturale delle città americane. In compenso gli Stati Uniti investono enormi risorse nella difesa, nell’apparato militare e nell’industria della sicurezza. Sono, in questo senso, un warfare state. Dopo aver conosciuto sulla propria pelle le devastazioni della guerra, l’ Unione Europea aveva costruito sistemi sanitari pubblici, istruzione accessibile, protezione sociale, diritti del lavoro. Il benessere collettivo era l’infrastruttura della stabilità politica. Ora vogliamo diventare altro.

E il cambiamento avviene anche attraverso il linguaggio. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. Se dici Readiness 2030 stai già rendendo più accettabile ciò che ReArm Europe rendeva troppo evidente. Se dici warfare invece di guerra, attenui il significato del termine. E quindi ecco una parola nuova, persino sgradevole, per capire meglio cosa stiamo programmando. Guerressere. Non è accattivante, come petaloso, nasce per essere disturbante.

La società progressivamente si organizza mentalmente, economicamente e culturalmente attorno all’idea permanente del conflitto. Una società che sposta risorse dalla salute, dall’istruzione, dalla ricerca, dagli ecosistemi, verso la sicurezza e la preparazione militare. Come se gli arsenali potessero proteggerci dal collasso climatico, dalla degradazione degli ecosistemi, dalla perdita delle condizioni biofisiche che rendono possibile il benessere stesso. Il Green Deal riconosceva che non può esistere welfare senza gli ecosistemi che lo rendono possibile.

Nel welfare il cittadino è qualcuno da proteggere. Nel guerressere è qualcuno da mobilitare; è inquietante che il passaggio dal welfare, dal benessere, al guerressere sia presentato come inevitabile, quasi naturale. Non lo è. È una scelta politica, economica e culturale gigantesca. E le parole che scegliamo servono anche a decidere se vogliamo davvero accorgercene. Nel Green Deal il nemico da battere erano sistemi produttivi che minano le nostre prospettive di benessere, e l’Unione Europea si metteva all’avanguardia in questa decisione di responsabilità, spronando tutta l’umanità a contribuire. Col passaggio al guerressere i nemici sono gli “altri” e la soluzione è armarci fino ai denti. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo?

Articolo originale ilfattoquotidiano.it

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Acque limpide e montagne verdi: la costruzione della Bella Cina attraverso parchi, biodiversità e civiltà ecologica

Dai grandi parchi nazionali alla protezione delle specie rare, la Cina ha trasformato la tutela ambientale in pilastro della modernizzazione socialista, integrando sviluppo, biodiversità, transizione verde e il principio secondo cui “acque limpide e montagne verdi” sono ricchezza.

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La Cina degli ultimi anni ha fatto della tutela ambientale non un settore separato della politica pubblica, ma una componente essenziale del proprio modello di sviluppo. Il motto secondo cui “acque limpide e montagne verdi sono una ricchezza inestimabile” non è rimasto una formula retorica, ma è diventato il fondamento di una strategia nazionale che lega protezione degli ecosistemi, lotta all’inquinamento, salvaguardia della biodiversità, transizione energetica, sicurezza ecologica e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. In questa visione, la “Bella Cina” non è soltanto un obiettivo paesaggistico o turistico, ma una forma di modernizzazione in cui il rapporto tra uomo e natura viene riorganizzato secondo criteri di equilibrio, sostenibilità e responsabilità intergenerazionale. La Cina ha codificato questa impostazione anche nella propria elaborazione politica più recente, insistendo sull’approccio integrato alla conservazione di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e deserti.

Il dato forse più evidente riguarda la costruzione di un sistema di parchi nazionali, inesistenti fino a pochi anni fa. Nel 2021 la Cina ha istituito il primo gruppo di cinque parchi nazionali, per una superficie protetta complessiva di circa 230.000 chilometri quadrati: il Parco nazionale del Sanjiangyuan, il Parco nazionale del Panda gigante, il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan e il Parco nazionale di Wuyishan. Questi parchi ospitano quasi il 30 per cento delle principali specie selvatiche terrestri protette del Paese, rappresentando i nuclei più vitali degli ecosistemi naturali cinesi.

Il Parco nazionale del Sanjiangyuan, nella provincia del Qinghai, copre circa 190.700 chilometri quadrati e tutela le sorgenti del Fiume Azzurro, del Fiume Giallo e del Lancang-Mekong, configurandosi come una delle grandi riserve idriche dell’Asia. Qui il concetto di protezione ambientale assume un valore strategico: difendere gli ecosistemi dell’altopiano significa proteggere la sicurezza idrica di vaste regioni a valle. Il parco è anche habitat di specie come l’antilope tibetana e il leopardo delle nevi. In particolare, secondo i dati ufficiali cinesi, la popolazione di antilopi tibetane nel Sanjiangyuan è recentemente risalita a oltre 70.000 esemplari, rispetto a meno di 20.000 negli anni Novanta, segno che le politiche di tutela, se accompagnate da controllo del territorio e ripristino degli habitat, possono produrre risultati misurabili.

Il Parco nazionale del Panda gigante, esteso per circa 22.000 chilometri quadrati tra Gansu, Sichuan e Shaanxi, rappresenta invece uno dei simboli più conosciuti della conservazione cinese. La sua importanza non riguarda soltanto il panda, ma l’intero ecosistema forestale montano in cui questa specie vive: in particolare, l’estensione del parco permette di salvaguardare l’habitat di oltre il 70 per cento dei panda selvatici. Tuttavia, dobbiamo ribadire che la Cina non protegge l’animale come icona isolata, ma cerca di collegare habitat frammentati, ricostruire corridoi ecologici, ridurre la pressione antropica e garantire la sopravvivenza di intere comunità biologiche. In questo senso, il panda gigante diventa il volto più visibile di una politica più vasta che riguarda foreste, bacini idrici, comunità locali, turismo ecologico e ricerca scientifica.

Il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, nelle province del Jilin e dello Heilongjiang, copre circa 14.100 chilometri quadrati e protegge due specie emblematiche: la tigre siberiana e il leopardo dell’Amur. In un’area di frontiera ecologica, segnata da foreste temperate, presenza umana, agricoltura e confini internazionali, la tutela di grandi predatori richiede una governance particolarmente complessa. La ripresa di queste specie indica che la protezione ambientale cinese non si limita agli animali più “popolari”, ma riguarda anche predatori apicali, essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Salvaguardare una tigre o un leopardo significa tutelare tutta la catena ecologica che rende possibile la loro sopravvivenza.

Il Parco nazionale di Wuyishan, tra Fujian e Jiangxi, è più piccolo per superficie, circa 1.280 chilometri quadrati, ma ha un valore ecologico enorme. Si tratta infatti di una delle foreste subtropicali più complete e vaste, che include un patrimonio di piante vascolari, vertebrati selvatici, licheni, orchidee e insetti, confermando che la biodiversità non si misura soltanto attraverso grandi mammiferi carismatici, ma anche attraverso la ricchezza meno visibile di specie vegetali, insetti, anfibi, uccelli e microrganismi. Wuyishan mostra dunque un’altra dimensione della “Bella Cina”: la conservazione di ecosistemi complessi, nei quali il valore scientifico si intreccia con il valore paesaggistico e culturale.

Il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan, con circa 4.269 chilometri quadrati, protegge la più concentrata e meglio conservata foresta pluviale tropicale della Cina. Qui vive il gibbone di Hainan, una delle specie di primati più rare al mondo. Le fonti ufficiali cinesi segnalano che la sua popolazione è risalita da appena 13 esemplari nel 2003 a 37 nel 2022, un risultato importante se si considera l’estrema fragilità demografica della specie. Non va poi dimenticato il ruolo di altre specie, come il cervo sambar di Hainan, confermando come, anche in questo caso, la tutela del parco non sia una misura simbolica, ma un progetto di ricostruzione ecologica di lungo periodo.

La costruzione dei parchi nazionali si accompagna a una riorganizzazione istituzionale. Nel 2025, il ministero delle Risorse Naturali ha annunciato il completamento della registrazione dei diritti di proprietà per i primi cinque parchi nazionali, un passaggio importante perché chiarisce proprietà, competenze, supervisione e responsabilità nella gestione delle risorse naturali. Questo dettaglio è rilevante perché la tutela ambientale non dipende solo dalla buona volontà, ma da regole chiare, responsabilità definite e meccanismi amministrativi capaci di impedire sovrapposizioni, abusi o vuoti di gestione. La Cina sta cercando di costruire il più grande sistema di parchi nazionali al mondo, e per farlo deve trasformare la protezione della natura in un sistema di governance.

Un altro aspetto essenziale è la severità delle misure adottate. Dopo l’istituzione dei primi parchi nazionali, sono stati chiusi oltre 390 siti minerari e quasi 100 piccole centrali idroelettriche sono state gradualmente eliminate all’interno delle aree interessate. Ciò mostra che la protezione ambientale non è una semplice aggiunta allo sviluppo economico, ma talvolta richiede scelte nette, rinunce e riconversioni. In altre parole, il principio delle “acque limpide e montagne verdi” implica che determinate attività economiche non possano continuare se compromettono ecosistemi strategici. La crescita, nella concezione della civiltà ecologica cinese, deve essere subordinata alla sicurezza ecologica di lungo periodo.

Ma le politiche ambientali cinesi non si limitano alla biodiversità. Esse si inseriscono nella più ampia transizione verde e a basse emissioni di carbonio. Secondo il Libro bianco cinese sui piani per il picco delle emissioni e la neutralità carbonica, la Cina ha costruito il più grande e più rapidamente crescente sistema di energie rinnovabili al mondo, la più grande e completa catena industriale delle nuove energie, e ha contribuito a circa un quarto delle nuove aree verdi aggiunte nel mondo, dimostrando la connessione tra la protezione della natura e la trasformazione industriale. La “Bella Cina” non si costruisce soltanto proteggendo i parchi, ma anche cambiando il modo in cui si produce energia, si organizza la mobilità, si pianificano le città e si riducono le emissioni.

La forza della strategia cinese consiste dunque nel legare ambiente e sviluppo. Nelle narrazioni occidentali, spesso la tutela ambientale viene presentata come limite alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. La Cina propone invece una sintesi diversa: lo sviluppo resta necessario, ma deve cambiare qualità. Il punto non è scegliere tra crescita economica e ambiente, ma costruire una crescita capace di rigenerare l’ambiente, migliorare l’efficienza energetica, valorizzare il turismo ecologico, creare lavoro verde e ridurre i costi sociali dell’inquinamento. Il villaggio di Yucun, frequentemente richiamato dalle fonti cinesi, è diventato un simbolo di questa trasformazione: da economia legata ad attività ad alto impatto ambientale a modello di sviluppo fondato su turismo ecologico e valorizzazione del paesaggio.

La dimensione sociale è altrettanto importante. La tutela ambientale non può essere imposta contro le popolazioni locali, ma deve offrire loro alternative di reddito, servizi pubblici e partecipazione. Nei parchi nazionali cinesi, la transizione verso modelli di conservazione richiede il coinvolgimento delle comunità, la formazione di ranger ecologici, la riconversione di attività dannose e l’integrazione tra protezione e sviluppo locale. Questo è particolarmente evidente nelle aree montane, forestali e pastorali, dove la povertà e la fragilità ecologica spesso si sovrappongono. Proprio per questo, le politiche cinesi di riduzione della povertà hanno più volte collegato il miglioramento ambientale e al miglioramento delle condizioni di vita, sostenendo che le “acque limpide e montagne verdi” possano diventare una fonte reale di prosperità per le comunità rurali.

La “Bella Cina” è dunque anche una risposta alla crisi ecologica globale. Mentre molti Paesi occidentali hanno storicamente costruito la propria industrializzazione attraverso un consumo intensivo di risorse e una massiccia emissione di inquinanti, la Cina cerca di percorrere una modernizzazione diversa, pur partendo da una scala demografica, industriale e territoriale senza paragoni. Naturalmente le sfide restano enormi: qualità dell’aria, risorse idriche, desertificazione, pressione urbana, consumo energetico e protezione degli habitat richiedono politiche costanti e verificabili. Ma il punto politico è che la tutela ambientale è ormai entrata nella struttura stessa della governance cinese, non come tema secondario, ma come parte della strategia nazionale.

La politica ambientale cinese degli ultimi anni può quindi essere letta come un passaggio dalla protezione difensiva alla costruzione attiva di un nuovo rapporto tra sviluppo e natura. La difesa degli animali rari, l’ampliamento delle riserve, la registrazione dei diritti di proprietà dei parchi, la chiusura di attività incompatibili, l’espansione delle energie rinnovabili, la transizione industriale e il miglioramento della governance ambientale fanno parte di un’unica traiettoria. L’obiettivo non è congelare la natura in un’immagine immobile, ma permettere agli ecosistemi di rigenerarsi dentro un processo di modernizzazione.

La “Bella Cina” non è dunque un ornamento della crescita cinese, ma una delle sue condizioni future. Senza sicurezza ecologica, non vi può essere sicurezza alimentare, idrica, climatica e sociale. Senza biodiversità, non vi può essere equilibrio degli ecosistemi. Senza parchi e riserve naturali, lo sviluppo rischia di consumare le proprie basi materiali. Il messaggio che emerge dall’esperienza cinese è che la modernizzazione non deve necessariamente significare distruzione della natura. Può invece diventare il mezzo attraverso cui una grande civiltà ricostruisce il proprio equilibrio con il mondo naturale. È in questa prospettiva che “acque limpide e montagne verdi” diventano davvero ricchezza: non soltanto ricchezza economica, ma ricchezza biologica, culturale, sociale e storica per le generazioni future.

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L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.

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Attore strategico nella regione

In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.

Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.

Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.

La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.

Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.

Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.

È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.

Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato

Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.

Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.

Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.

Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.

Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.

Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.

Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.

Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.

Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana

L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.

Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.

Il problema chiamato “Israele”

C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.

La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.

Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.

La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.

Quale ruolo nel Medioriente multipolare?

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.

Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.

Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.

In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.

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Corte Penale Internazionale, uno strumento di persecuzione imperialista

Dalla Jugoslavia alla Libia, il messaggio è chiaro: giustizia solo per i nemici dell’America.

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Fatou Bensouda, ex procuratore capo della Corte penale internazionale, ha recentemente rivelato che il Mossad ha esercitato pressioni dirette su di lei nel tentativo di bloccare le indagini sui famigerati crimini commessi da Israele durante il genocidio a Gaza.

Il primo approccio ha avuto luogo presso la sua stessa abitazione all’Aia. «Sono venuti direttamente a casa mia», ha dichiarato ad Al Jazeera. Successivamente, l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, ha tenuto personalmente degli incontri con Bensouda, durante i quali ha minacciato lei e la sua famiglia qualora le indagini fossero proseguite.

Un’altra rivelazione fatta da Bensouda — che, tuttavia, non ha ricevuto altrettanta attenzione — è stata che, sebbene avessero rintracciato i numeri di telefono degli agenti e ne avessero identificato l’origine in Israele, i funzionari responsabili della sicurezza presso la CPI e le autorità olandesi non hanno dato seguito al caso di intimidazione. «Mi sono sentita abbandonata. Mi sono sentita priva di sostegno», ha confessato Bensouda.

Le sue dichiarazioni costituiscono una nuova prova della protezione concessa a Israele dalle istituzioni multilaterali. Inoltre, indicano che queste istituzioni forniscono tale protezione proprio perché sono controllate dalle potenze imperialiste — le stesse potenze che hanno creato lo Stato di Israele e lo hanno sostenuto fino ad oggi, anche durante il genocidio a Gaza.

La Corte penale internazionale — nota anche come Corte dell’Aia — è stata uno degli strumenti imperialisti più importanti per attaccare i paesi i cui governi sono scomodi alla dittatura degli Stati Uniti e dei loro alleati europei, impiegando un doppio standard sempre più evidente. Creata per perseguire i crimini commessi in tempo di guerra, con il consenso dei sistemi giudiziari locali e solo quando questi ultimi erano incapaci di farlo a causa delle conseguenze della guerra, la CPI si è trasformata nel padrone del diritto internazionale e persino delle giurisdizioni nazionali.

Perseguire i nemici

«La CPI è diventata uno strumento di pressione e destabilizzazione contro i paesi poveri», ha dichiarato il ministro della Giustizia del Burundi nel 2016, annunciando il ritiro del paese dalla corte internazionale.

Negli ultimi anni si è verificata una vera e propria ribellione tra i paesi africani contro la CPI, che sembra interessata solo a perseguire i leader di quel continente. Jacob Zuma ha tentato di ritirare il Sudafrica, ma la magistratura sudafricana ha annullato la sua decisione e poco dopo è stato destituito in quello che è stato a tutti gli effetti un colpo di Stato — un evento che puzza chiaramente di cospirazione imperialista contro il leader nazionalista dell’African National Congress.

Poco dopo, la Corte penale internazionale ha accusato i leader della Costa d’Avorio di “crimini contro l’umanità” per giustificare un colpo di Stato promosso dalla Francia (assolvendoli in seguito, ma solo dopo che il colpo di Stato si era già consolidato).

Forse il caso più scandaloso (o che dovrebbe esserlo) è stata la detenzione all’Aia di Slobodan Milošević. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, la Jugoslavia era l’unico paese al di là dell’ex «cortina di ferro» a mantenere un regime sovrano, con Milošević alla sua guida. Le potenze imperialiste si mossero per sbarazzarsi di lui: alimentarono una serie di guerre per disintegrare la Jugoslavia, bombardarono la Serbia e successivamente promossero una rivoluzione colorata.

Non contente di tutto ciò, hanno utilizzato il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (un laboratorio giuridico e istituzionale per quello che sarebbe poi diventato la Corte penale internazionale) per accusare Milošević di essere responsabile della pulizia etnica in Bosnia. È stato incarcerato all’Aia ed è morto nel 2006 prima di ricevere una sentenza perché i responsabili della sua detenzione gli hanno negato le cure mediche di cui aveva bisogno.

Dieci anni dopo, il tribunale ha finalmente riconosciuto di non aver trovato prove sufficienti per condannarlo. Non ce n’erano state — né erano necessarie, poiché la missione era già stata compiuta: la Jugoslavia non esisteva più e le sue rovine erano passate nelle mani degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Muammar Gheddafi subì un destino simile a quello di Milošević anni dopo. La Corte penale internazionale (CPI) fornì inoltre il proprio sostegno all’assassinio del leader arabo e alla distruzione della Libia. L’allora procuratore capo della CPI, Luis Moreno Ocampo, era un uomo legato alle università americane e israeliane e all’ONG Transparency International.

Basandosi esclusivamente su articoli pubblicati da giornali che sostenevano l’invasione della Libia — e che a loro volta erano sostenuti dai governi invasori della Libia — Ocampo ha raccolto presunte prove per incriminare Gheddafi, suo figlio e suo genero. Probabilmente ha riso proprio come Hillary Clinton quando è stata applicata una giustizia di stampo imperiale contro Gheddafi.

Più recentemente, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin sulla base di ciò che l’autore definisce una vera e propria menzogna: che la Russia avesse rapito bambini ucraini. In realtà, la maggioranza della popolazione del Donbass, oppressa dal regime ucraino dal 2014, si considera russa e ha sostenuto l’integrazione delle proprie regioni nella Federazione Russa attraverso un referendum.

I bambini del Donbass sono fuggiti in Russia insieme alle loro famiglie alla ricerca di un luogo sicuro per sfuggire ai bombardamenti e ai massacri perpetrati dalle forze militari e paramilitari fasciste che agiscono su ordine di Kiev. Circa 15.000 persone sono morte per mano del regime ucraino tra il 2014 e il 2022, e da allora sono stati commessi ulteriori massacri, ma questo non ha importanza per la CPI.

Nel prossimo articolo vedremo come la CPI protegga le potenze imperialiste – che sono le nazioni più criminali del mondo – e la composizione della struttura interna della Corte, dominata dagli interessi imperialisti a tutti i livelli, garantendone il funzionamento come strumento di controllo e dittatura sui paesi poveri.

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“Sono imbarazzato. Negli ultimi anni sono successe e stanno succedendo cose gravissime e nessuno dice niente. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura”: così Massimiliano Gallo

“Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura: sembra che non si possano nemmeno pronunciare parole come pace, Gaza o genocidio. Si preferisce far vedere solo ciò che conviene”. Massimiliano Gallo non si sottrae dal prendere una posizione politica netta sull’attualità. Il 57enne attore napoletano è tornato a parlare di arte e impegno politico durante un incontro tenutosi al Distretto Campano dell’Audiovisivo, nell’ex Base Nato di Bagnoli, a Napoli. Come riporta Vanity Fair, Gallo ha criticato quei colleghi attori che non prendono posizione per paura di perdere il posto di lavoro: “Sono imbarazzato. Negli ultimi anni sono successe e stanno succedendo cose gravissime e nessuno dice niente. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura: sembra che non si possano nemmeno pronunciare parole come pace, Gaza o genocidio. Si preferisce far vedere solo ciò che conviene”.

Gallo ha poi ricordato che l’artista “non ha il dovere, ma certamente il compito di guardare le cose con un altro occhio” e per questo ha citato il caso di Eduardo De Filippo che scrisse Napoli Milionaria! mentre gli alleati stavano entrando in città: “Un artista impiega poco tempo a capire quanto sia terribile una guerra. Non bisogna aspettare dieci anni per parlare di Gaza o di un genocidio. Abbiamo tutti paura. C’è un Ministro che non parla con chi lavora nel cinema, il settore è bloccato, e nessuno dice niente. Nemmeno i produttori. Siamo abituati a curare il nostro orticello e a pensare soltanto ai nostri interessi. Io sono abituato a dire quello che penso. Non mi sono mai preoccupato delle conseguenze, non ho mai frequentato salotti e ho sempre costruito la mia carriera da solo. Credo che molti abbiano paura di perdere il posto di lavoro”. Gallo tornerà a breve sul set per rivestire i panni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, giunta alla terza stagione, e sta scrivendo il suo secondo film da autore/regista, dopo La salita che sarà un remake di una “grandissima commedia all’italiana che mi è rimasta dentro da sempre”.

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La fotografia del declino italiano

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.

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E’ morto l’attore e doppiatore Giacomo Piperno: recitò per Benigni, Tornatore e Scola, è stato la voce italiana di Gene Hackman

L’attore e doppiatore Giacomo Piperno è morto all’età di 90 anni presso il Policlinico Umberto I di Roma. A darne l’annuncio, come riportato dall’agenzia Adnkronos, sono stati i figli. Interprete eclettico, nel corso di una lunga carriera ha attraversato la storia dello spettacolo italiano alternandosi con versatilità tra ruoli drammatici, comici e storici, sia sul grande che sul piccolo schermo.

Dalla fuga in Svizzera al debutto in tv

Nato a Roma il 20 gennaio 1936 in una famiglia ebraica, Piperno riuscì a scampare alle deportazioni nazi-fasciste fuggendo in Svizzera con i propri famigliari nell’ottobre del 1943, proprio nei giorni del rastrellamento del ghetto della Capitale. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo è avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, culminando nel debutto televisivo del 1960 con un ruolo nello sceneggiato “Tenente Sheridan: una gardenia per Helena Carrel”. Il vero slancio professionale, tuttavia, è arrivato otto anni più tardi grazie al cinema, con la partecipazione al film “Commandos” (1968).

I grandi registi del cinema italiano

Da quel momento, la sua carriera cinematografica lo ha visto collaborare con alcuni dei più importanti registi italiani. Ha recitato in pellicole d’impegno civile e storico come “Sacco e Vanzetti” (1971) di Giuliano Montaldo, “Porte aperte” (1990) di Gianni Amelio, “Il portaborse” (1991) di Daniele Luchetti e “Pasolini, un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana. Significative anche le sue incursioni nella commedia e nel cinema d’autore: ha preso parte a “Rugantino” (1973) di Pasquale Festa Campanile, “Il camorrista” (1986) di Giuseppe Tornatore e “Splendor” (1988) di Ettore Scola. Un solido sodalizio professionale lo ha legato a Roberto Benigni, che lo ha diretto prima nell’episodio “In banca” del film “Tu mi turbi” (1982) e successivamente nel successo “Il piccolo diavolo” (1988).

La televisione e il doppiaggio

Parallelamente al cinema, Piperno ha mantenuto una presenza costante in televisione, partecipando a numerose serie e miniserie. Tra i suoi lavori per il piccolo schermo figurano “Napoleone a Sant’Elena” (1973) e, in anni più recenti, la fiction “Caterina e le sue figlie” (2005-2007), dove ha interpretato il marito del personaggio portato in scena da Iva Zanicchi. Il suo talento si è esteso con successo anche alla sala di doppiaggio. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Piperno ha prestato la propria voce a interpreti internazionali del calibro di Gene Hackman e Philippe Leroy, contribuendo a caratterizzare e rendere memorabili i loro personaggi per il pubblico italiano.

Foto: Wikipedia.

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