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L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026

By: A A
8 June 2026 at 10:30

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.

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Attore strategico nella regione

In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.

Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.

Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.

La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.

Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.

Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.

È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.

Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato

Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.

Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.

Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.

Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.

Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.

Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.

Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.

Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.

Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana

L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.

Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.

Il problema chiamato “Israele”

C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.

La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.

Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.

La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.

Quale ruolo nel Medioriente multipolare?

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.

Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.

Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.

In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.

La démographie, base de toute puissance, surtout pour les BRICS, par Thibault de Varenne

6 June 2026 at 18:12

L'Inde présidera les BRICS en 2026. Elle accueillera le sommet, elle en tiendra la plume, elle en donnera le ton. Elle le fait forte d'une qualité que nul autre membre ne possède au même degré : depuis 2023, elle est le pays le plus peuplé de la terre. Plus de quatorze cents millions d'hommes.

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On a noté la nouvelle. On l'a rangée parmi les curiosités du calendrier statistique. On est passé à autre chose. C'est une erreur. Le nombre n'est pas une curiosité. Il est une prémisse. Tout le reste — le commerce, la monnaie, les flottes, les sièges qu'on réclame au Conseil de sécurité — s'en déduit lentement, mais s'en déduit.

De Gaulle le savait, qui ne séparait jamais le rang de la France du nombre des Français. Il tenait la natalité pour une affaire d'État, au même rang que la dissuasion. On a jugé cela démodé. On le juge démodé encore. Mais les démodés, parfois, avaient seulement raison trop tôt. La carte qui se redessine aujourd'hui n'est pas d'abord une carte d'idéologies ni de produits intérieurs bruts. C'est une carte de berceaux. Là où ils se remplissent, une puissance se prépare ; là où ils se vident, une puissance se retire. On voudrait nous faire croire que la richesse seule décide. On s'y emploie. On y consacre des colloques entiers. Le siècle, pourtant, paraît vouloir trancher autrement.

Les BRICS à l’âge de raison, par Thibault de Varenne
À New Delhi, à la mi-mai, en marge de la réunion des ministres des Affaires étrangères des BRICS, Sergueï Lavrov a prononcé une phrase que nos chancelleries n’ont guère relevée : « nous ne précipiterons pas l’élargissement des BRICS », car le groupement, ayant doublé de taille en deux ans, doit désormais « rationaliser
La démographie, base de toute puissance, surtout pour les BRICS, par Thibault de VarenneLe Courrier des StratègesRédaction
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Sommet des BRICS : face au fantasme naïf d’un bloc uni, par Thibault de Varenne
Le sommet du 15 mai s’est achevé sans déclaration commune. Ceux qui attendaient l’acte de naissance d’un contre-Occident en sont pour leurs frais. Les BRICS ne sont pas un bloc et n’en seront jamais un — ce qui ne diminue en rien leur portée, à condition de comprendre ce qu’est, au
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Le tableau des masses

Commençons par l'Inde, puisqu'elle ouvre l'année. Sa jeunesse n'est pas une figure de style. Elle compte près de six cents millions d'habitants entre dix-huit et trente-cinq ans, et quelque deux cent cinquante millions d'adolescents, soit un cinquième

de sa population. L'âge médian y avoisine la vingtaine avancée, quand le nôtre frôle la cinquantaine. Voilà ce qu'on appelle un dividende démographique : une nation où les bras qui produisent l'emportent, et de loin, sur les bouches qui dépendent. New Delhi le sait, et le monnaie déjà en assurance diplomatique. Un dirigeant de sa Bourse a pu annoncer, sans qu'on lui rie au nez, que la jeunesse indienne produirait une part considérable de la richesse mondiale dans les décennies qui viennent.

Il faut pourtant lire les chiffres jusqu'au bout, car l'Inde, mieux que d'autres, sait ne pas se griser. Ses propres économistes avertissent que la fenêtre n'est pas éternelle : la part de sa population en âge de travailler culminerait autour de 2031, puis commencerait de refluer dès 2036, l'âge médian bondissant alors vers trente-cinq ans. Le dividende a une échéance. La presse de Pékin, qui observe son voisin sans aménité, résume la chose d'une formule qui vaut avertissement : cette masse de jeunes sera dividende ou désastre, selon que le marché du travail saura ou non les absorber. Le nombre offre l'occasion. Il ne l'accomplit pas. Retenons la distinction ; nous y reviendrons.

La Chine, ou la puissance qui compte ses morts

Tournons-nous vers la Chine. Voici un empire qui, pour la première fois de son histoire moderne, recule. Sa population décline depuis 2022 ; le Bureau national des statistiques l'avait annoncé avant même que le seuil ne fût franchi. Fin 2024, elle s'établissait à un milliard quatre cent huit millions d'âmes, en baisse de près d'un million et demi sur l'année. Les plus de soixante ans y atteignent désormais trois cent dix millions, soit plus d'un cinquième du pays. Une nation entière vieillit à vue d'œil, et le sait, et le dit.

Ce qui frappe, ce n'est pas le recul. C'est la manière dont Pékin en parle. Pas de lamentation. Pas de déni. Une rhétorique de maîtrise. Les organes officiels expliquent, posément, que « moins peut signifier plus », que la qualité de la main-d'œuvre compensera la quantité, que l'économie ne déraillera pas. On annonce des subventions à la naissance, une école maternelle gratuite par étapes, un virage simultané vers le soutien à la natalité et l'innovation. Surtout, on parie sur la machine. Dans les maisons de retraite de Shenzhen, des robots de soin jouent aux échecs avec les vieillards, les aident à se mouvoir, suppléent aux bras qui manquent. L'« économie des cheveux d'argent », pesée à sept mille milliards de yuans, doit en valoir trente mille d'ici 2035. Le régime convertit son déclin démographique en marché. C'est une réponse d'ingénieur à un problème de civilisation. Reste à savoir si l'ingénieur a le dernier mot.

Car il y a, dans cette confiance affichée, quelque chose qui ne se laisse pas robotiser. Un peuple n'est pas seulement une somme de bras, fût-elle augmentée de bras d'acier. C'est une chaîne de transmission, où chaque génération doit à la suivante mieux qu'un capital : une langue, un récit, le goût de durer. Quand la chaîne se distend, aucune automatisation ne la renoue. La Chine le pressent, qui multiplie les incitations sans parvenir, pour l'instant, à relever ses berceaux. On peut subventionner une naissance. On ne décrète pas le désir d'enfant. Personne ne l'a jamais fait tenir dans un budget.

La Russie, ou la blessure ancienne

La Russie offre le même tableau, en plus aigu et plus ancien. Sa crise démographique n'a pas commencé hier ; elle traîne depuis l'effondrement soviétique, comme une plaie mal refermée. En 2024, le pays a enregistré un million deux cent vingt-deux mille naissances, le chiffre le plus bas depuis 1999 — un tiers de moins qu'il y a dix ans. Les démographes parlent d'un creux qu'on n'avait pas vu depuis une génération. L'Organisation mondiale de la santé prévoit que la population russe pourrait perdre près de dix millions d'habitants d'ici 2050.

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Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne

5 June 2026 at 09:18

À New Delhi, à la mi-mai, en marge de la réunion des ministres des Affaires étrangères des BRICS, Sergueï Lavrov a prononcé une phrase que nos chancelleries n'ont guère relevée : « nous ne précipiterons pas l'élargissement des BRICS », car le groupement, ayant doublé de taille en deux ans, doit désormais « rationaliser son travail dans le format élargi ».

Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne
Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne

L'agence TASS l'avait déjà laissé entendre : toute expansion nouvelle est jugée inopportune à ce stade. Le club qui grossissait à chaque sommet annonce qu'il cesse de grossir. On pourrait n'y voir qu'une pause de procédure. Je crois qu'il faut y voir une mue.

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Rappelons la cinétique, car elle fut rapide. Cinq membres pendant quinze ans ; puis l'Égypte, l'Éthiopie, l'Iran et les Émirats au 1er janvier 2024 ; l'Indonésie en janvier 2025 ; et autour du noyau, une dizaine de pays partenaires — du Kazakhstan au Nigeria, de la Malaisie à Cuba — selon la formule inventée au sommet de Kazan. L'ensemble pèse, selon les chiffres mêmes de M. Lavrov, 40 % du produit mondial en parité de pouvoir d'achat, et près de la moitié de l'humanité ; la banque centrale russe note que le G7 est passé derrière. On peut discuter ces agrégats, qui mélangent des économies fort dissemblables. On ne peut pas discuter la direction.

Fórum de São Petersburgo: Putin tenta provar superioridade da economia russa

Putin

A corrida pela soberania global está a ganhar impulso, afirmou o presidente russo Vladimir Putin na sessão plenária do Fórum Económico Internacional de São Petersburgo (SPIEF-2026). E destacou que o nível da dívida soberana da Rússia é de 16,4% do PIB, o que é significativamente menor do que na Zona Euro – num quadro em que, observou, o Ocidente perdeu o interesse nas regras comerciais quando começou a perder essa competição global.

“Não se trata apenas da capacidade de resistir à pressão externa e proteger os interesses nacionais.” A capacidade de um Estado de “garantir a sua própria soberania” é um fator-chave que determina sua posição no sistema económico global e a sua liderança. “Soberania significa ser mais forte e, gostaria de enfatizar, mais inteligente, o que significa gerir os recursos com mais precisão e investir de forma mais eficiente, inclusive no desenvolvimento tecnológico. A verdadeira soberania exige eficiência”, disse Putin, citado pela agência TASS.

É neste quadro que as sanções e o roubo das reservas internacionais da Rússia pelo Ocidente “afetaram irreversivelmente a situação das moedas globais, o dólar e o euro”. Chamando a atenção para o facto de qualquer país poder a qualquer momento perder o acesso aos seus ativos lícitos em dólares e euros, Putin quis dizer que a apropriação é ilícita. Os motivos para a apreensão de bens estrangeiros no Ocidente podem ser variados, desde conflitos a questões LGBT.

Neste contexto, o mundo precisa de uma arquitetura financeira moderna e flexível, livre de proibições e barreiras, que ofereça incentivos ao desenvolvimento soberano: “os seus instrumentos devem reduzir custos, acelerar liquidações, ampliar o acesso ao financiamento e, claro, combater adequadamente a evasão fiscal, a fraude e a lavagem de dinheiro — questões que exigem sempre atenção.”

Para viabilizar este ‘novo’ estado de coisas, a Rússia está aberta a quem estiver interessado em cooperar e pronta para uma parceria em igualdade: “Estamos sempre abertos a quem estiver interessado em trabalhar com o nosso país, prontos para uma cooperação igualitária e mutuamente benéfica.” E não deixou de enfatizar que a pressão sobre a Rússia continua, mas a sua “margem de manobra” aumentou: surgiram novos parceiros, soluções financeiras e abordagens tecnológicas.

As políticas “burocráticas agressivas da Europa são míopes” e “não só levam a uma maior perda da posição da Europa” na economia global, como também prejudicam “a segurança regional e global”. “As elites europeias estão a provocar o caos”, para onde tentam arrastar cada vez mais países: “Esses processos não surgiram por si só; são resultado da maior transformação estrutural que o mundo está a viver em décadas.”

Mas a Rússia aguenta. “O PIB da Rússia cresceu 1,3% em abril e de janeiro a abril aumentou mais 0,2%.” A dívida soberana da Rússia está em 16,4% do PIB, muito abaixo da Zona Euro: “A dívida da Zona Euro em 2025 atingiu 81,7% do PIB. “A Rússia ocupa posições elevadas na adoção de plataformas digitais, marketplaces de comércio eletrónico, soluções financeiras, serviços urbanos, saúde e educação. Elas melhoram a qualidade de vida na Rússia e em dezenas de países onde competem com sucesso com os seus concorrentes estrangeiros.”

E ‘atirou’ mais números: “O défice da UE em 2025 será de 3,1% do PIB. Os maiores défices são em países como Polónia (3,7%), Bélgica (5,2%), França (5,1%) e Estados Unidos (5,9%). Na Rússia, será de 2,6%.” Ao mesmo tempo, enfatizou, o crescimento do investimento é indicador da eficácia das autoridades económicas russas – num quadro em que a inflação continua a diminuir e, segundo as previsões, deverá aproximar-se dos 5,2% este ano. E os salários reais na Rússia aumentaram 30% em cinco anos. “A participação do rublo em nossas transações de exportação hoje é de 65%.” A Rússia lidera em energia nuclear: “mais de 80% dos projetos de construção de complexos nucleares em todo o mundo envolvem a Rosatom”, a empresa estatal.

Ao mesmo tempo, a Rússia está entre os líderes globais no crescimento do comércio eletrónico, com uma margem de 30%.

O modelo de desenvolvimento global promovido pelo Ocidente durante décadas “como universal, supostamente adequado para todos e supostamente neutro” era, na verdade, um sistema concebido para extrair recursos e criar dependência, assinalou. A contribuição do G7 para o crescimento económico global é menor que a do BRICS: “Analisando o crescimento do PIB global nos últimos cinco anos, quase metade do aumento anual, 49%, foi proveniente dos países do BRICS, enquanto o chamado G7 contribuiu com 18%.”

Ao mesmo tempo, o sistema de comércio global “está a deixar de ser centrado no Ocidente”, como demonstra a crescente participação dos BRICS nas exportações: “No ano passado, a nossa união representou quase um quarto das exportações globais, e esse número continua a crescer de forma constante.” “O comércio interno dos BRICS já ultrapassa 1 bilião de dólares por ano.”

Putin adiantou ainda que solicitou ao governo que elabore estratégias nacionais para sistemas autónomos e plataformas digitais, que suportem “taxas de crescimento económico interno sustentáveis ​​a partir do próximo ano”. É preciso garantir uma “transição perfeita” para empresas que passam de pequenas para grandes escalas, com o desenvolvimento de uma estrutura adequada, salientou. E o Ministério dos Transportes foi incumbido de tomar medidas “para aumentar a atratividade da bandeira comercial nacional”.

O presidente russo ousou ainda o fórum para afirmou que não vê sentido em realizar um encontro pessoal com Vladimir Zelensky, seu homólogo ucraniano. Ao ser questionado sobre a recente carta de Zelensky não se dirigiu aos “autores do género epistolar”, preferindo exortar aos soldados russos na linha de frente: “Todo o país se orgulha de vocês e conta com vocês. Continuem o bom trabalho, irmãos!”

O SPIEF-2026 encerrou portas esta tarde, com a Arábia Saudita como país convidado.

Paving the Road to a New World Order

8 May 2025 at 17:38
Paving the road to new world orderby Jesse Smith H.G. Wells 1940 fiction book “The New World Order”, advocated that nation states join together to form a socialist and scientifically managed world government to achieve peace and prevent future world wars. For over a century, significant changes have taken place bringing the world closer to Wells’ imagined global governance structure where the authority and relevance of nation states is increasingly diminished. James Warburg, a German born, American banker and Council on Foreign Relations (CFR) member once boldly stated in 1950, that “we shall have world government whether or not you like it, by conquest or consent.” […]

Dynamics of Indonesia’s Strategic Relations with Russia in the Context of Eurasian Development

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Indonesia’s relations with Russia have entered a new phase marked by intensified economic and geopolitical cooperation, particularly in the context of Eurasian regional development. While in the past, the partnership between the two countries was dominated by defence cooperation, contemporary dynamics show a significant shift toward strategic economic integration, underpinned by Indonesia’s membership in BRICS […]

How the West Deliberately Trapped Africa in Debt and Why BRICS Is the Only Chance for Salvation

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The Washington Consensus vs. African Lives: 50 Years of Robbery Under the Guise of Loans. “Forgiven” Debts vs. “Dead” Economies: The Anatomy of Western Deception For many decades, the West, led by the United States, has been putting on a farce for Africa called “humanitarian aid and development.” Official Washington, London, and Paris have been […]

Culture News. A Cultural April

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Find out about interesting recent developments in international cultural life in this column. No Statute of Limitations By decree of Russian President Vladimir Putin, April 19 is the Day of Remembrance for the Victims of the Genocide of the Soviet People by the German‑Fascist Invaders during the Great Patriotic War. Cultural and memorial events were […]

The Anatomy of Resistance: China, Russia, and the Price of Real Sovereignty. Part 2

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Both countries maintained or rebuilt substantial state capacity over their strategic economic sectors… the opposite of what structural adjustment programs prescribed for the Global South, which systematically dismantled state capacity under the banner of market reform. Part One of this series examined the structural gap between formal independence and real sovereignty, tracing the condition through […]

The Eurasian Rebalancing

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The emerging Eurasian era reflects not the collapse of the Western system but a gradual redistribution of global power toward a more complex multipolar order. For much of the post-Cold War era, the dominant assumption within the Atlantic world was that history had entered a permanent phase. Liberal globalization, maritime financial dominance, and Western institutional […]

Lavrov and Jaishankar: Synchronizing Watches and Strengthening Russian-Indian Ties

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The events held in New Delhi from May 13-15 – the bilateral visit of Russian Foreign Minister Sergey Lavrov and the expanded BRICS ministerial meeting – once again demonstrated the unique and unprecedented nature of the Russian-Indian special and privileged strategic partnership. Although these two important events took place in a complex and turbulent international […]

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Amidst growing global disorder and a lack of central power, the Kazan Forum’s increasing significance reflects the rise of Russia’s diplomatic outreach. Kazan Forum as an Emerging Eurasian Interface The Kazan Forum has emerged as a reconfiguration of economic imagination, connectivity, and power across the Eurasian region. The XVII International Economic Forum “Russia-Islamic World: Kazan […]
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