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La grande rete di collusione israeliana

By: A A
9 June 2026 at 22:05

Come Israele si avvale di altri paesi della regione per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran.

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Lo scorso dicembre, Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.

Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.

Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.

Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.

Senonché, rivela un’inchiesta della «Cnn», il Somaliland ha fornito a Israele una base logistica sistematicamente impiegata come scalo per i bombardamenti strategici sull’Iran condotti nel contesto dell’Operazione Roaring Lion. In tali condizioni, il riconoscimento diplomatico accordato al Somaliland viene a configurarsi come una sorta di contropartita per la concessione di un avamposto strategico situato all’imboccatura del Mar Rosso.

La “relazione speciale” istituita con il Somaliland rappresenta tuttavia una singola tessera di un mosaico molto più ampio, in cui rientrano Paesi parimenti cruciali come Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Sempre nel corso della guerra contro l’Iran, l’Israeli Defense Force si è avvalsa di due basi segrete in territorio iracheno che fungevano da basi avanzate per il supporto logistico e l’espletamento di operazioni di ricerca e soccorso. L’esistenza di queste due basi in Iraq era già stata segnalata dal «Wall Street Journal» e dal «New York Times», che smentivano seccamente le rassicurazioni fornite dal governo iracheno sul punto.

Le strutture sono andate a rafforzare l’influenza israeliana sul Paese, che storicamente si esercita attraverso il Kurdistan. I legami tra Israele e i rappresentanti kurdi risalgono infatti agli anni ’50 , quando il Mossad avvicinò il potente Mustafà Barzani per minare le aspirazioni nazionalistiche del Baath iracheno che era salito al potere a Baghdad, identificato fin da allora come il più temibile nemico regionale dello Stato ebraico.

L’intesa ha aperto progressivamente le porte all’addestramento dei peshmerga kurdi da parte di istruttori militari israeliani e agli investimenti dello Stato ebraico, cresciuti in maniera esponenziale in seguito alla guerra contro l’Iraq sferrata dagli Usa nel 2003. Molti sono stati infatti gli appalti ottenuti da società israeliane per la ricostruzione e l’ammodernamento delle infrastrutture nelle regioni settentrionali dell’Iraq, tra cui anche quello, ottenuto grazie anche all’intercessione del ministro per le Infrastrutture Yosef Paritzky, per la rimessa in sesto dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, rimasto chiuso fin dal 1948. «Non passerà molto prima che il greggio iracheno fluisca verso Haifa. È solo una questione di tempo e il petrolio iracheno inonderà il Mediterraneo», dichiarò nel 2003 un raggiante Netanyahu (allora ministro degli Esteri).

Sempre nell’area kurda, imprese israeliane hanno acquistato terreni per costruire case, fabbriche e capannoni, alimentando la crescita economica della regione, e consolidando la profondità strategica israeliana nel nord dell’Iraq, come spiega Seymour Hersh: «in una serie di interviste in Europa, in Medio Oriente e negli Stati Uniti, svariati funzionari mi hanno confidato che alla fine dello scorso anno Israele era giunto alla conclusione che l’amministrazione Bush non sarebbe stata in grado di stabilizzare l’Iraq, e che Israele aveva bisogno di altre opzioni». Il governo di Ariel Sharon aveva quindi «deciso di rafforzare la posizione strategica di Israele intensificando i legami stretti molto tempo prima con i kurdi iracheni e stabilendo una presenza significativa sul terreno della regione semi-autonoma del Kurdistan. Molti funzionari hanno descritto la decisione di Sharon – che prevede un notevole impegno finanziario – come una mossa potenzialmente spregiudicata che potrà creare persino più caos e violenza, mentre la ribellione in Iraq continua ad allargarsi». L’intelligence di Tel Aviv «è silenziosamente al lavoro nella regione nord-irachena, fornendo addestramento ad unità kurde e, cosa più importante per Israele, guidando covert-operation all’interno del Kurdistan siriano ed iraniano. Israele si sente particolarmente minacciato dall’Iran, la cui posizione nell’area è stata rafforzata dalla guerra».

Durante gli anni precedenti, le autorità israeliane avevano evitato che i rapporti con il Kurdistan raggiungessero una dimensione strategica per evitare di guastare la relazione che stavano costruendo con Ankara. Eppure, nemmeno l’importanza capitale rivestita dalla Turchia si è rivelata capace di spezzare i contatti israelo-kurdi. Non stupisce quindi che all’indomani della rottura diplomatica con Ankara, il legame con i kurdi abbia assunto un accresciuto valore geopolitico.

Allo sfruttamento del territorio iracheno come trampolino di lancio per le operazioni contro l’Iran, Israele ha affiancato un netto avvicinamento agli Emirati Arabi Uniti. Nelle scorse settimane, il governo Netanyahu ha autorizzato lo schieramento negli Emirati di sistemi Iron Dome e Iron Beam, unitamente al personale preposto alla loro gestione.

Il principale snodo cruciale di cui Israele ha beneficiato per condurre operazioni militari contro l’Iran è tuttavia costituito dall’Azerbaijan, uno dei pochissimi alleati di Israele tra i Paesi musulmani che copre qualcosa come il 40% del fabbisogno petrolifero dello Stato ebraico. A loro volta, le aziende belliche israeliane hanno rifornito nel corso degli anni l’Azerbaijan di droni, sistemi radar, apparati di intelligence ed equipaggiamenti militari, e sono anche entrate a far parte di un consorzio costituito per fornire a Baku la collaborazione necessaria a realizzare un satellite di osservazione dal costo stimato di circa 200 milioni di dollari.

Il volume dell’interscambio tra i due Paesi raggiunge ogni anno cifre alquanto ragguardevoli, ma molte operazioni commerciali rimangono coperte da segreto, come confermato da un cablogramma classificato reso pubblico da «WikiLeaks» in cui l’ambasciata statunitense paragonava le relazioni bilaterali fra Azerbaijan e Israele a «un iceberg, visto che come questi grandi blocchi di ghiaccio nasconde i nove decimi della sua consistenza sotto la superficie».

Secondo Joshua Kucera, analista senior del Crisis Group, la relazione altamente collaborativa instaurata con Tel Aviv garantisce per di più a Baku la possibilità di trarre indirettamente beneficio dall’incessante attività di condizionamento su Casa Bianca e Congresso svolta dalla potente Israel Lobby.

Nel corso dei due più recenti conflitti del Nagorno-Karabakh, le forze azere hanno messo in campo contro l’esercito armeno tecnologie e sistemi d’arma israeliani e beneficiato dell’assistenza militare e di intelligence di Tel Aviv. Già nel 2016, lo specialista israeliano Yossi Melman sottolineava che la penetrazione israeliana nel sistema di difesa azero si era spinta molto più in profondità di quanto i numeri disponibili non potessero acclarare: «apparentemente, Israele e Azerbaijan sono una strana e male assortita coppia, ma d’altra parte Israele non è mai troppo selettivo nella scelta degli amici quando si tratta di vendita di armi ed interessi nazionali. Un rapido sguardo alla mappa mostra che l’Azerbaijan confina con l’Iran, nemico giurato di Israele».

Durante l’Operazione Roaring Lion, sostiene la «Cnn» sulla base di confidenze rese da ben quattro fonti di alto livello, unità speciali israeliane di commando e intelligence avrebbero portato avanti azioni in territorio iraniano coordinandosi con una serie di basi operative impiantate nelle zone di territorio azero limitrofe al confine settentrionale dell’Iran.

Le sortite in Iran partite dalle basi azere hanno registrato il coinvolgimento di diverse decine di soldati, tra cui membri delle forze speciali israeliane, delle forze d’élite di elisoccorso e personale del Mossad.

Secondo una delle fonti sentite dalla «Cnn», è dall’Azerbaijan che sarebbe stato pianificato l’assassinio, consumato il 4 marzo, di Rahman Moghaddam, direttore della divisione intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

Dal quadro dipinto dalla «Cnn» emerge una vasta rete di collusione fondata su specifiche convergenze di interessi, che pone Israele nelle condizioni di espandere la propria presenza militare e di intelligence fino alle frontiere dei Paesi nemici.

La mappa che ne risulta «è inedita nella storia di Israele: basi avanzate in Iraq — paese con cui Israele è tecnicamente in stato di belligeranza — operazioni da territorio azero, Iron Dome negli Emirati, scali nel Corno d’Africa, coordinamento con gli Stati Uniti che usavano la stessa rete come infrastruttura logistica per i propri attacchi. Netanyahu ha visitato segretamente gli Emirati con il capo del Mossad e il capo di stato maggiore. Gli Emirati hanno detto di non averlo mai visto. L’Iraq ha detto che non c’erano basi straniere. Il Somaliland ha incassato il riconoscimento e non ha commentato. È la diplomazia del silenzio conveniente: ognuno nega quello che tutti sanno, e nel frattempo le operazioni continuano».

Inchiesta Ponte, l’ex magistrato (prima della notizia dell’indagine) difendeva la riforma voluta dal governo: “La Corte dei Conti non deve essere un freno”

9 June 2026 at 18:16

“I miei amici del governo a cominciare da Salvini (…) si sarebbero aspettati (…) una presa di distanza”. Così parlava l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, stando a un’intercettazione riportata nel decreto di perquisizione disposto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, per spiegare a un imprenditore anche lui indagato perché aveva evitato di partecipare a una manifestazione durante la quale i giornalisti gli avrebbero chiesto conto della decisione della magistratura contabile di stoppare il progetto dell’opera. Miele, accusato di aver passato informazioni riservate sull’orientamento degli altri membri della Camera di consiglio nella speranza di ottenere in cambio un trampolino verso la presidenza dell’Antitrust o incarichi di vertice in una società pubblica, assicurava di non essere “allineato a questi deficienti dei miei colleghi”. E il suo disallineamento è in effetti palese anche nel giudizio espresso proprio martedì dalle pagine del Sole 24 Ore sulla contestata riforma della Corte dei conti approvata in via definitiva lo scorso dicembre. Quella che tra il resto fissa un tetto del 30% al danno erariale contestabile in caso di colpa grave, limitando pesantemente i risarcimenti che potranno essere richiesti a chi ha sprecato risorse pubbliche.

Ecco: quel provvedimento, che per l’Associazione Nazionale Magistrati della Corte dei Conti “indebolisce i presìdi di legalità e responsabilità a tutela dei cittadini”, “snatura le funzioni di controllo e consultive della Corte” e “abbassa la soglia di attenzione sull’uso del denaro pubblico”, secondo Miele “non è affatto un colpo di spugna, ma si inserisce tra le misure necessarie per superare la cosiddetta ‘paura della firma‘ e rendere la Pubblica amministrazione più efficiente“. Poco importa anche se il modesto limite del 30% previsto dalla riforma Foti, rinviata più volte alla Consulta per profili di incostituzionalità, secondo il presidente della Corte Guido Carlino “fa sì che resto del danno non risarcito resti a carico dell’amministrazione, e quindi della collettività, indebolendo gli effetti deterrenti della responsabilità amministrativa e incentivando una maggiore leggerezza nell’adozione di atti e provvedimenti amministrativi”. Per Miele si tratta invece di un passo avanti: “Negli ultimi anni l’esecuzione delle condanne ha permesso di recuperare meno del 10% del danno riconosciuto, lasciando il restante 90% a carico della collettività. Con il limite al 30% e l’introduzione del nuovo obbligo assicurativo per gli amministratori pubblici, il recupero di questa quota è invece pienamente garantito“.

Insomma, garantisce il magistrato andato in pensione nel febbraio 2026 al quotidiano di Confindustria, “si recupera più di prima e si introduce la possibilità di allontanare i disonesti dalla gestione pubblica”. “Condivisibili” poi le novità su controllo preventivo di legittimità e funzione consultiva, perché in quel modo si incoraggia la Corte ad essere un organo “al servizio” della Pa, con un “ruolo collaborativo”, e non un “potere“. Perché “oggi il Paese vuole una Corte che sia volano dell’azione amministrativa, non un freno“. Come invece, per esempio, nel caso del mancato visto di legittimità alla delibera del Cipess sul “Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria”. Cioè il ponte caro a quel Matteo Salvini che Miele, intercettato, annovera tra gli “amici del governo”.

Coerentemente, il già presidente aggiunto usa nei confronti della Corte parole che non sfigurerebbero in bocca al leader della Lega: “La Corte, piuttosto che opporsi in tutti i modi all’applicazione della legge” – sentenzia parlando delle parti della riforma oggetto di delega, a partire dalla gerarchizzazione interna della Corte e della minore autonomia dei magistrati contabili – “adottando interpretazioni molto singolari e acrobatiche e inondando la Corte costituzionale di questioni di legittimità, dovrebbe prendere atto che oggi non può più essere quella degli ultimi anni”. Deve insomma guardare al futuro. Proprio come Miele, che nelle intercettazioni ambientali svela senza remore le proprie ambizioni: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il Presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto…c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsement… certo che va bene”. Secondo gli investigatori del Ros dei carabinieri, per spianarsi la strada il magistrato contabile avrebbe assicurato un orientamento favorevole al giudizio di legittimità sull’approvazione del progetto definitivo del Ponte.

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Associação Public Affairs Portugal inicia novo mandato com foco na implementação da Lei do Lobby

8 June 2026 at 23:25

A Associação Public Affairs Portugal (PAPT), a primeira associação representativa do lobbying em Portugal, inicia um novo mandato num ano decisivo para o setor.

Gonçalo Boavida, partner da Lift Consulting, assume a presidência da associação no terceiro ano de atividade, tendo como vice-presidentes Sofia Cartó, founder & partner da Loyal Ecosystem, e Rita Serrabulho, managing partner da Political Intelligence Portugal.

A tomada de posse acontece num momento particularmente relevante para a representação de interesses em Portugal, marcado pela entrada em vigor da Lei do Lobby, Lei n.º 5-A/2026, no próximo dia 27 de julho. Este novo quadro legal estabelece pela primeira vez o enquadramento para a relação entre representantes de interesses, empresas, associações, organizações da sociedade civil, profissionais do setor de public affairs e entidades públicas.

Para o novo presidente, o momento traz uma responsabilidade acrescida. “A entrada em vigor da Lei do Lobby marca uma nova etapa para a representação de interesses em Portugal e traz consigo a responsabilidade coletiva de garantir que este novo enquadramento é compreendido, aplicado e valorizado por todos os intervenientes. Assumir a presidência da PAPT neste momento é, por isso, uma responsabilidade acrescida, na medida em que queremos contribuir para que a implementação da lei seja feita com rigor, diálogo e responsabilidade, reforçando a transparência e a confiança nos assuntos públicos em Portugal”, afirma Gonçalo Boavida.

O novo mandato da PAPT vai dar continuidade ao trabalho desenvolvido desde a sua criação, com foco na profissionalização do setor, na promoção de boas práticas e no reforço da compreensão pública sobre a representação de interesses. Neste contexto, a associação pretende afirmar-se como interlocutor técnico junto de decisores políticos, reguladores, empresas e sociedade civil. O objetivo é acompanhar e apoiar a implementação e regulamentação do novo quadro legal, promovendo a transparência, a segurança jurídica e a previsibilidade regulatória, em linha com o trabalho já feito em audiências e audições com diferentes decisores políticos.

“Queremos continuar a ser uma parte ativa desta nova fase, bem como uma referência para ajudar qualquer cidadão, organização ou entidade pública na implementação da Lei, avaliação da mesma e, acima de tudo, na manutenção de elevados padrões de ética e transparência”, reforça o novo presidente.

A ligação ao contexto internacional mantém-se como um dos eixos da associação. A PAPT integra a P.A.C.E. – Public Affairs Community of Europe, que reúne associações congéneres de vários países europeus. Recentemente, Gonçalo Boavida representou a associação num evento da P.A.C.E. no Senado Espanhol, onde apresentou o ponto de situação do processo legislativo português. Essa ligação será aprofundada em outubro de 2026, quando Portugal acolher a PACE Young Professionals Academy, encontro dedicado à nova geração de profissionais do setor. O evento pretende promover a partilha de boas práticas e aproximar o mercado nacional das dinâmicas europeias.

Com a nova presidência, a PAPT quer reforçar a sua atuação enquanto plataforma de convergência entre profissionais, organizações e instituições, numa altura em que a representação de interesses passa a assumir uma expressão mais estruturada no espaço público português.

Intesa lancia l’offerta, oltre 30 miliardi per Montepaschi. Via libera all’acquisto del 3,01% di Generali e accordo con Unipol per acquisire 635 filiali

8 June 2026 at 08:26

Una Opas, cioè un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria dal valore di circa 30,6 miliardi. È l’offerta lanciata da Intesa Sanpaolo per Monte dei Paschi di Siena dopo il cda che si è tenuto nella serata di domenica 7 giugno. Una risposta, annunciata lunedì prima che aprissero i mercati, alla mossa fatta domenica pomeriggio da Banco Bpm che ha proposto a Montepaschi un “matrimonio alla pari” per creare “un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni”.

L’offerta di Intesa, il cui avvio è subordinato al rilascio delle autorizzazioni preventive, rappresenta, si legge in una nota, un’operazione di “mercato rivolta direttamente a tutti gli azionisti dell’emittente, tale da garantire loro la possibilità di essere gli artefici, con l’adesione all’offerta stessa, di un’aggregazione tra l’offerente e l’emittente che permetta la piena valorizzazione delle potenzialità dei due gruppi”.

L’operazione valorizza anche le azioni della banca senese ed è strutturata con un corrispettivo in azioni: l’offerta prevede 16 azioni di nuova emissione della Ca’ de Sass ogni 10 Mps, con un rapporto quindi di 1,6, più una componente cash di un euro per ogni azione Mps con un premio del 12,5% rispetto al prezzo ufficiale del Monte in Borsa del 5 giugno. Il controvalore complessivo massimo dell’offerta, in caso di integrale adesione, sarà di circa 30,6 miliardi di euro, si legge ancora nella nota di Intesa.

Ma non solo. Nell’operazione del Ceo di Intesa, Carlo Messina, in un’ottica di gestione proattiva di temi di natura antitrust, è prevista anche l’Unipol Assicurazioni che a sua volta ha riunito il Cda: una volta completata l’opas, Unipol acquisirà 635 filiali di Mps. La compagnia presieduta da Carlo Cimbri, si legge ancora in una nota, proporrà a Bper, di cui è azionista di riferimento, una combinazione tra la stessa Bper e la banca ceduta da Intesa, con il gruppo post-fusione che prenderà il nome Banca Monte dei Paschi. Per supportare l’operazione è previsto un aumento di capitale di Unipol assicurazioni fino a 2,5 miliardi di euro. L’accordo prevede che Intesa Sanpaolo mantenga Mediobanca e il suo marchio, circa 625 filiali di Mps e una componente limitata di strutture centrali (con relative attività e passività) di Mps, complessivamente rappresentanti circa l’80% dell’utile netto 2025 di Mps + Mediobanca.

In più, altra novità decisa nella notte, Intesa ha approvato anche l’acquisto del 3,01% di Generali: una operazione “meramente finanziaria” e di “natura temporanea” funzionale ad assicurare che l’offerente possa mantenere, successivamente al buon esito dell’offerta, il trattamento contabile attualmente riservato alla partecipazione di Mediobanca in Generali secondo il metodo del patrimonio netto, scrive ancora Intesa.

L’operazione rappresenta, secondo Intesa Sanpaolo “un’opportunità strategica chiave nel panorama bancario italiano ed europeo grazie al raggiungimento di elevate sinergie che coniugano scala, complementarità e basso rischio di esecuzione”. L’obiettivo è anche quello di consolidare le principali aree di business dei due gruppi, in particolare il “wealth management, protection & advisory, il corporate & investment banking, retail & commercial banking e il consumer finance”.

Secondo le stime, il gruppo risultante dall’operazione tra Intesa e Mps avrà un utile netto al 2029 pari a oltre 16 miliardi di euro rispetto agli oltre 11,5 miliardi attesi nel piano di Impresa 2026-2029 di Intesa Sanpaolo, inoltre potrà distribuire circa 61 miliardi di euro per il 2025-2029 rispetto ai circa 50 miliardi previsti nel Piano di Impresa 2026-2029, con una distribuzione cash straordinaria per il 2026-2027 di 2,7 miliardi di euro.

Il perfezionamento dell’operazione di Intesa Sp su Mps – atteso entro dicembre 2026 e subordinato all’ottenimento delle autorizzazioni da parte delle autorità competenti – permetterà al Gruppo risultante di rafforzare ulteriormente il supporto all’economia reale e sociale da leader europeo, “consolidando il proprio ruolo di prima banca italiana profondamente radicata in tutto il territorio nazionale che in particolare valorizza il risparmio del Paese – e di accrescere la creazione e distribuzione di valore realizzando importanti sinergie senza costi sociali, con un’integrazione agevole dei sistemi IT anche grazie alla piattaforma tecnologica digitale cloud-native isytech di Intesa Sanpaolo”.

Per l’Opas, Intesa ha convocato l’assemblea straordinaria degli azionisti per il 10 settembre 2026 per discutere e deliberare della proposta di attribuzione al Consiglio di Amministrazione della facoltà, da esercitarsi entro il 10 settembre 2027, di aumentare il capitale sociale in una o più volte, in via scindibile, con emissione di un massimo di 5,7 miliardi di nuove azioni ordinarie.

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Bpm fa la prima mossa su Montepaschi: “Facciamo un matrimonio alla pari? Nascerebbe la seconda banca italiana”

7 June 2026 at 13:37

Giuseppe Castagna non vuole fare la fine del topo, stretto com’è tra l’iperattivismo di Andrea Orcel e le insidie del gruppo Unipol. E così nel bel mezzo di una domenica d’estate, l’amministratore delegato della Bpm ha rotto gli indugi su Siena proponendosi per il matrimonio bancario dell’anno. Tra pari. E lo ha fatto sapere a tutti, senza attendere neanche un beh dalla controparte.

Il Banco Bpm, fa infatti sapere una nota dell’istituto milanese diramata all’ora di pranzo di domenica 7 giugno, ha proposto al Monte dei Paschi di Siena “di discutere e concordare un’operazione di aggregazione”. L’operazione, spiegano dall’istituto, è finalizzata “alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni”. E l’aggettivo nazionale non è casuale per il nuovo gruppo che sarebbe comunque terzo per capitalizzazione di mercato dietro a Unicredit e Intesa. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei “cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture”.

Cose molto complesse e delicate, insomma, che nei rari casi in cui si sono verificate, sono state rese note solo a trattativa conclusa tra le parti. Invece l’irrituale nota di Milano fa tempestivamente sapere che il cda dell’istituto caro alla Lega del ministro Giorgetti ha deliberato all’unanimità di inviare a Siena una comunicazione sul proprio interesse ad “avviare un dialogo”, per discutere appunto di “una potenziale operazione di aggregazione concordata tra i due istituti”. L’operazione, spiega ancora la nota, si innesterebbe nel processo di integrazione di Mediobanca attualmente in corso in maniera efficiente e complementare, consentendo uno sviluppo coordinato e contestuale delle fabbriche prodotto coinvolte e rafforzandone il contributo industriale all’interno del nuovo gruppo che avrebbe una potenziale capitalizzazione di Borsa superiore ai 50 miliardi di euro.

E a proposito di Mediobanca, Bpm tiene a precisare che uno dei pilastri del matrimonio sarà la partecipazione in Generali che Mps ha rilevato insieme alla banca d’affari di Enrico Cuccia, facendone il primo azionista della cassaforte d’Italia. Nella nota si sottolineano infatti gli “ulteriori benefici derivanti dalla partecipazione in Assicurazioni Generali S.p.A. (“Generali”), la cui decisiva rilevanza consentirebbe di ampliare il perimetro delle opzioni strategiche a disposizione del Gruppo, nell’interesse degli azionisti di tutte le entità e dei rispettivi stakeholders”. Complessivamente, calcolano dalla Popolare di Milano, le nozze avrebbero un “significativo potenziale sinergico a regime superiore a Euro 1,1 miliardi al lordo delle imposte”, con una potenziale generazione di utile netto a regime di circa 6 miliardi di euro, una crescita degli utili per azione a doppia cifra e una creazione di valore di almeno 5,5 miliardi di euro.

“Nessun commento da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena in attesa che si riunisca il consiglio di amministrazione della banca”, in calendario per lunedì 8, fanno sapere dall’istituto milanese dopo che nei giorni scorsi l’amministratore delegato Luigi Lovaglio aveva risposto a chi gli chiedeva notizie sulle nozze che “siamo focalizzati sull’integrazione” con Mediobanca. Ancor prima il grande socio di Mps, Francesco Gaetano Caltagirone, aveva esternato tramite il Corriere della Sera, il suo disappunto per un ipotetico matrimonio tra Siena e Milano, con velati ma chiari riferimenti agli appoggi politici del Banco. “Temo che il risultato della recente assemblea (di Mps, ndr) favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulato negli anni nella più antica banca del mondo”, aveva detto. E così oggi Milano prova a sua volta a mandare messaggi rassicuranti sulla parità territoriale oltre che di governo societario.

Poi però c’è la questione del socio francese primo azionista di Bpm, il Credit Agricole, che un anno fa il governo ha favorito nella scalata alla ex popolare milanese pur di tenere Unicredit fuori dalla partita. “No comment”, fanno sapere ora da oltralpe anche se i rappresentanti del gruppo francese nel consiglio del Banco hanno sostenuto la decisione di avviare un dialogo con il Monte, contribuendo all’”unanimità” con cui è passata la delibera. Da non trascurare il riassetto in corso in casa Del Vecchio, primi azionisti di Mps e secondi delle Generali, ma anche legati a doppio filo con Unicredit e l’Agricole, banche capofila del prestito di 11 miliardi che consentirà a Leonardo Maria Del Vecchio di prendere in mano le redini del gruppo. A che prezzo, ancora, non si sa. E proprio Unicredit, come Intesa Sanpaolo e pure il governo, sono gli osservatori più interessati della partita che li riguarda da vicino.

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Wall Street Journal: “Le sanzioni non hanno fermato gli oligarchi russi: viaggi in jet grazie a una rete di intermediari”

7 June 2026 at 09:04

Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno. Come lui, la cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina. A rivelarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.

Tanti miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian e continuano a viaggiare spesso all’estero con aerei Bombardier e Gulfstream, che operano regolarmente verso destinazioni come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Azerbaigian, nonostante le restrizioni introdotte dal 2022. Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Al centro di questa rete figurerebbe anche la società viennese Avcon Jet con alcune sue controllate, che avrebbero gestito o registrato diversi aeromobili prima del loro passaggio a operatori russi, tra cui una società riconducibile a Chemezov. L’azienda, citata nell’inchiesta, ha dichiarato di rispettare rigorosamente le norme sanzionatorie, mentre altri soggetti coinvolti non hanno risposto alle richieste di commento.

Chemezov, che in passato frequentava regolarmente l’Europa e disponeva di asset immobiliari anche in Spagna, dopo la guerra ha spostato parte delle proprie attività negli Emirati, dove possiede una villa a Palm Jumeirah. Oltre a lui, il Wsj cita Arkady Rotenberg, imprenditore e amico storico di Putin fin dagli anni della gioventù a San Pietroburgo, già sanzionato dal 2014 per il suo ruolo nelle grandi commesse pubbliche russe. Secondo i dati citati dall’inchiesta, avrebbe avuto accesso a due Bombardier Global utilizzati per voli frequenti verso Emirati e Azerbaigian. L’inchiesta cita anche Igor Kasaev, magnate del tabacco, della distribuzione e dell’industria bellica, con un patrimonio stimato in circa 4,8 miliardi di dollari. L’oligarca, sanzionato da Stati Uniti ed Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina, avrebbe importato nel 2023 un Bombardier Global Express Xrs.

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Meloni al 52%, Schlein al 19%, Conte e Vannacci all’8%: le “quote” sul futuro premier per gli scommettitori online

6 June 2026 at 07:57

Chi sarà il prossimo presidente del Consiglio? Il 52% dice Giorgia Meloni: per oltre metà la leader di Fratelli d’Italia rivincerà alle prossime elezioni. Impressionante la crescita dei consensi su Roberto Vannacci (all’8%, ma nei giorni scorsi aveva superato il 10) che “vale” quasi metà delle chance di Elly Schlein (19%), tanto quanto Giuseppe Conte e insegue Silvia Salis (12%) dopo averla battuta nei giorni scorsi, la stessa Salis che solo pochi giorni fa però a sua volta aveva superato la segretaria del Pd. Le indicazioni oscillano continuamente. Un sondaggio? No, parola dei prediction market di Polymarket, una sorta di mercato digitale a metà tra la finanza e le scommesse. Non si tratta di singoli scommettitori, si badi bene, ma di puntate. E cambiare i “pronostici” costerebbe poche migliaia di euro.

Le previsioni sono dunque estremamente volatili, ma anche manipolabili per creare l’effetto bandwagon, cioè attrarre il consenso degli indecisi che sono propensi a saltare sul carro del possibile vincitore. E ci sono stati già casi celebri. È uno dei motivi per i quali in Italia è vietato scommettere sulla politica e i risultati elettorali. Ma all’estero no.

I prediction market (o mercati predittivi) sono piattaforme di scambio online in cui gli utenti acquistano e vendono contratti basati sul verificarsi di eventi futuri reali. Funzionano convertendo la probabilità di un evento (politico, economico, geopolitico o di costume) in un prezzo di mercato regolato dalla legge della domanda e dell’offerta. Questi mercati si basano sul principio della “saggezza della folla”: l’aggregazione delle scommesse finanziarie di migliaia di individui genera previsioni spesso più accurate dei sondaggi tradizionali o dei singoli esperti.

Il funzionamento di un prediction market è strutturato su contratti standardizzati. Ogni mercato si apre con un quesito verificabile che prevede una risposta netta (“Il candidato X vincerà le elezioni?” oppure “Il traffico nello Stretto di Hormuz tornerà alla normalità entro fine giugno?”). Gli utenti acquistano quote a favore del “sì”o del “no”. Il valore finale del contratto a evento concluso è tipicamente fissato a 1 dollaro per la risposta corretta e a zero per quella errata. Se una quota del “sì” viene scambiata a 0,6 dollari, significa che il mercato attribuisce al verificarsi di quell’evento una probabilità del 60%. Chi ha comprato il “sì” a 0,6 incasserà 1 in caso di vittoria (guadagnando 0,4) o perderà l’intero investimento se l’evento non si verifica.

A differenza delle scommesse tradizionali, dove le quote sono fissate unilateralmente dal banco, nei prediction market il prezzo nasce dall’incontro tra domanda e offerta su basi peer-to-peer. Molte di queste piattaforme, come Polymarket, sono decentralizzate e basate su blockchain, mentre altre come Kalshi sono regolate e operano negli Stati Uniti offrendo contratti su economia e politica. La forza di questi strumenti risiede nella loro reattività in tempo reale: i prezzi oscillano istantaneamente durante dibattiti o eventi geopolitici, spesso anticipando i risultati elettorali con precisione maggiore rispetto ai sondaggi demoscopici.

Mentre nel Regno Unito scommettere sul prossimo Primo Ministro è una tradizione consolidata ed è possibile farlo su bookmaker come William Hill, in Italia è vietato scommettere sulle elezioni nazionali. Questo divieto è radicato nel Codice penale e blindato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli (Adm). Sono tre le ragioni politiche e giuridiche di questo orientamento. Innanzitutto la tutela della democrazia: si teme che le scommesse possano incentivare il voto di scambio o la manipolazione dell’opinione pubblica. In secondo luogo, le norme sulla par condicio: le fluttuazioni delle quote agirebbero come un “sondaggio clandestino continuo” nei 15 giorni precedenti il voto, periodo in cui i sondaggi sono vietati. Infine, il rischio di insider trading politico: politici o funzionari potrebbero usare informazioni riservate per scommettere, alterando l’integrità del mercato. Un rischio che di recente si è già verificato: militari Usa e israeliani sono stati arrestati per aver puntato sulle date dell’attacco al Venezuela e all’Iran grazie a informazioni riservate in loro possesso. Per queste ragioni, l’Adm ha inserito siti come Polymarket in una blacklist, rendendoli inaccessibili dall’Italia se non tramite sistemi di anonimizzazione degli indirizzi web.

All’estero, però, il rapporto tra prediction market e politica è già entrato di prepotenza sotto la lente dell’opinione pubblica e dei media. Durante le scorse elezioni presidenziali statunitensi Polymarket è stato scosso da un trader francese noto come “Théo”, che ha scommesso oltre 70 milioni di dollari sulla vittoria di Donald Trump. Théo ha iniettato progressivamente oltre 70 milioni di dollari in scommesse pro-Trump, puntando non solo sulla vittoria dell’Election College ma anche sul voto popolare, e le ha suddivise tra 11 account coordinati. Inizialmente, media e regolatori hanno gridato alla manipolazione elettorale, temendo un tentativo artificiale di creare l’effetto carrozzone. Tuttavia, le indagini di Polymarket che hanno portato all’individuazione di “Théo” e le sue successive interviste rilasciate al Wall Street Journal e a The Free Press hanno smentito l’ipotesi della manipolazione geopolitica. Secondo “Théo” si è trattato di puro calcolo finanziario, non per ingannare il pubblico ma per evitare lo “slippage“, ovvero l’aumento istantaneo del prezzo causato da un unico ordine massiccio. Il trader aveva commissionato sondaggi privati basati sul metodo dei “vicini di casa” ed era convinto che i poll ufficiali sottostimassero Trump. La sua scommessa si è rivelata corretta, portandogli un profitto netto di circa 85 milioni di dollari e dimostrando l’efficienza predittiva del mercato.

Ammesso che qualcuno volesse fare la stessa cosa sul mercato di Polymarket sul “prossimo presidente del Consiglio italiano”, le cifre in gioco però sarebbero ben più modeste. Il mercato è attualmente molto illiquido, con volumi che si aggirano tra i 25 e i 150mila dollari, assai ridotti rispetto a quelli americani. Proprio questa caratteristica lo rende però facilmente manipolabile da chiunque — esponenti politici o agenzie di comunicazione — volesse generare propaganda o “fake news”.

Modificare artificialmente le quote per rafforzare la favorita, portando Meloni dal 54% al 75%, costerebbe tra i 5mila e i 10mila dollari. L’algoritmo alzerebbe la quota in pochi secondi a causa della scarsità di contratti disponibili. Per ribaltare il mercato, portare uno sfidante come Schlein o Vannacci in testa richiederebbe tra i 20mila e i 40mila dollari. Il manipolatore dovrebbe vendere i contratti di Meloni e acquistare massicciamente quelli dell’altro candidato. Ma una simile distorsione sarebbe temporanea. I prediction market possiedono “anticorpi”: non appena i trader razionali notano un prezzo irrazionale, scommettono contro il manipolatore per guadagnare, riportando le quote al valore reale e causando al manipolatore la perdita del capitale investito.

Sempre che, naturalmente, non ci sia qualcuno disposto a perdere soldi per guadagnare influenza politica.

L'articolo Meloni al 52%, Schlein al 19%, Conte e Vannacci all’8%: le “quote” sul futuro premier per gli scommettitori online proviene da Il Fatto Quotidiano.

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