Normal view

U.S. inflation surged again in May, pushed higher by the effects of the war in Iran

10 June 2026 at 13:56

For months, Donald Trump and White House officials had a habit of insisting that the president had delivered an economy with “no inflation.” The public has heard a lot less of such talk lately, and there’s no great mystery as to why. CNBC reported:

The consumer price index, a broad gauge of goods and services costs across the U.S. economy, rose at a seasonally adjusted 0.5% for the month, putting the annual inflation rate at 4.2%, the Bureau of Labor Statistics reported Wednesday. Both numbers were in line with the Dow Jones consensus.

Inflation climbed above 4% for the first time in three years, though the increase met expectations amid concerns over how much the surge in energy prices would impact the economy. The level was the highest since April 2023 and above the 3.8% level from April.

The figures were entirely in line with a variety of related metrics related to the rising cost of living, including the Personal Consumption Expenditures index, the core personal consumption expenditures price index and wholesale prices, all of which recently hit three-year highs.

All of that related data, incidentally, was released shortly before White House deputy chief of staff Stephen Miller told Fox News that Trump has transformed the U.S. into an “extraordinary paradise.”

As for what’s driving the discouraging data, it is — to the surprise of no one — energy costs that are pushing prices higher, which is the direct result of the war in Iran.

Perhaps most importantly, NBC News’ report emphasized that inflation’s rise “has surpassed wage growth,” which necessarily exacerbates the affordability crisis gripping American consumers.

The White House has not yet commented on the new data, although Kevin Hassett, the director of the National Economic Council and the top economist at the White House, has argued in recent weeks that rising inflation should be blamed on Democratic policies in blue states. Those claims, like much of what Hassett has to say, have been thoroughly discredited.

And no one is buying it. The latest national CNN poll found that 77% of respondents, including a majority of Republican voters, agreed that Trump’s policies have increased the cost of living. The same poll found just 30% of Americans approve of the president’s handling of the economy, a career low for the Republican across both terms. That mirrored the results of the latest national Associated Press poll.

There’s no reason to assume those results won’t continue to get even worse.

This post updates our related earlier coverage.

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Sollievo o scisma? Le reazioni all’uscita di Pina Picierno dal Pd mostrano quant’è debole la sinistra

10 June 2026 at 12:55

L’addio al Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e vessillifera dei “riformisti” (la versione politica del Sarchiapone, tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto), ha innescato un doppio standard di commenti e una polemica che definisce una volta di più l’accorante vacuità del personaggio e, purtroppo anche la debolezza della sinistra italiana, altra e differente versione di un Sarchiapone che annaspa alla ricerca di sé stesso.

Giubilo e sollievo da parte dei tanti che non sopportavano gli attacchi reiterati della Picierno alla segretaria Schlein, il suo aperto parteggiare per la guerra in Ucraina, l’appoggio entusiasta ad Israele, concentrato nella sedicente “sinistra per Israele” con Fassino e Fiano, Delrio e Gori e l’intera compagnia di giro che infesta da destra gli equilibri interni del partito democratico. Sorvolo sulle ragioni addotte che hanno “costretto” all’abbandono della casa madre la pasionaria di Santa Matria Capua Vetere, inducendola ad abbracciare a Bruxelles il gruppo di Renew Europe che annovera come presidente il francese Bayrou, già primo ministro di Macron, come segretario Sandro Gozi, preclara figura di banderuola politica passati attraverso il partito radicale di Pannella, il Msi, il Pd, Italia Viva, i repubblicani, di nuovo i radicali ma transanzionali fino all’elezione in Francia al Parlamento europeo. La Trimurti che accoglie Picierno è completata alla vicepresidenza da un’altra vecchia conoscenza del “riformismo” camaleontico de’noantri: Teresa Bellanova, una signora con la licenza media passata dal Ds al Pd a Italia Viva, ex sindacalista dei braccianti agricoli del Sud, dunque presunta, assai presunta difensora dei diritti dei più deboli. Un bel pot pourri attende Picierno. Che innalza lo stendardo del liberalismo europeo, fratello gemello del “riformismo”, si porta su tutto e in tutte le stagioni…

Sul versante opposto i fans della Pina esecrano la svolta politica troppo radicale, impressa – accusano – da Schlein al Partito democratico. Il quadro dipinto dai sodali di Picierno inneggia allo scisma e preconizza la sconfitta del Pd e dunque del campo largo alle prossime politiche. Senonché Schlein, poveretta, è tutt’altro che una bomba incendiaria. Anzi, Procede con i piedi di piombo, reitera il ritornello del “sono ostinatamente unitaria” e non replica agli attacchi domestici portati da chi la vorrebbe più decisa nello sbarazzarsi degli oppositori, e chi, sull’altro versante, le rimprovera di non prestare ascolto alle voci dissenzienti. Povera Elly, strattonata di qua e di là, volenterosa domatrice di un partito non plurale come vorrebbe la consolatoria retorica dei suoi celebranti, bensì una congrega di battitori liberi in competizione perenne con la segreteria. A Bruxelles il Pd è allineato alle posizioni belliciste dalla commissione von der Leyen sull’Ucraina. Una divaricazione non trascurabile col M5S che vota sempre con Avs e Lega contro gli aiuti a Zelenski.

Quanti elettori andati alle urne per difendere la Costituzione ci torneranno per sbarrare sulla scheda uno dei simboli dei partiti del campo progressista? Il punto politico sta tutto qui. I vincitori del referendum si sono addormentati sulla certezza di aver aperto la strada alla riscossa del centrosinistra. Errore fatale, già comprovato dai risultati delle recenti amministrative. L’elettorato giovane non abbocca alle chiacchiere, alle fumisterie. E’ sensibile ai temi epocali: pace, clima, risorse energetiche, diritti. Quei ragazzi attendono proposte chiare, ultimative, vincolanti dai partiti che le formulano. Non è più tempo di sofismi, di sotterfugi dialettici, di politichese e di parole soppesate col bilancino. Vanno assunti impegni radicali, ci si deve schierare: o di qua o di là. Sul nucleare come si pongono il Pd e i suoi alleati, compreso od escluso Renzi che al referendum sulla Giustizia aveva votato Sì e approva il nucleare proposti dal governo Meloni? Le sanzioni ad Israele sono o no un’opzione praticabile per l’Italia? Le piazze in subbuglio attendono un padrinato politico che ne rappresenti e ne rafforzi le istanze nelle sedi istituzionali, in cui il Potere decide le sorti di tutti. Che ci aspetta a rispondere a questa chiamata? L’Albania insegna.

Se il popolo fa massa critica, il Potere si arrende e viene a patti. Chi avrebbe immaginato che Rama, l’amico della Meloni, cedesse alle oceaniche proteste di piazza e revocasse l’accordo capestro che avrebbe trasformato un pezzo pregiato del territorio albanese nel resort di lusso del genero di Donald Trump? Ebbene, è accaduto.

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L’ascesa di Vannacci fa comodo anche ai due partiti di destra

10 June 2026 at 11:04

di Giovanni Muraca

Da giorni sento pareri al vetriolo, tutti contro la crescita di Futuro Nazionale e del suo leader, Roberto Vannacci. Un partito che, più ancora che Fratelli d’Italia, sta tallonando il suo partito d’origine, la Lega di Matteo Salvini, ormai in evidente difficoltà. Questa non vuole essere una critica alle opinioni che circolano in questo periodo. Credo però che ci siano alcuni aspetti non presi in considerazione, che potrebbero portare al Generale ulteriore consenso: il frutto di quel cortocircuito tutto italiano per cui il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Riavvolgiamo il nastro a soli tre anni fa, all’uscita del libro Il mondo al contrario. Un libro al cui interno si trova tutto ciò che finora una democrazia ha cercato di combattere: dal razzismo all’omofobia, dal machismo al ritorno dell’uomo solo al potere. Per quanto si tratti di idee discutibili, dal sapore autoritario, c’è ancora chi sposa quei valori e non se n’è mai staccato. Quel libro, insieme ad altri che magari celano le idee che il leader sposa, ha fatto molto di più che scandalizzare: ha ottenuto l’effetto contrario. Non è solo una questione di tiratura — che, in un’epoca in cui il cartaceo sta diventando un ricordo, ha superato le 700.000 copie — ma anche di un processo di normalizzazione di temi che speravamo di non dover più discutere. Ma questa è un po’ l’arroganza dell’Occidente, che ha la memoria corta.

Il punto più caldo del cortocircuito si è consumato proprio all’uscita del testo. L’assist più grande a mio avviso non è arrivato dai lettori, ma da chi sposa idee lontane da quelle dell’ex militare e che, continuandone a parlarne, ha contribuito alla sua ascesa. Nell’estate del 2024 anche una testata LGBTQIA+ è finita accusata di razzismo perché in un articolo si sottolineava la nazionalità romena della moglie dell’ex generale, come se fosse un problema. Insomma, un bell’autogol.

L’altra questione richiama esattamente ciò che accadde a Fratelli d’Italia tra il 2021 e il 2022: il passaggio da un gradimento irrilevante a primo partito del Paese.
Il travaso di voti che Futuro Nazionale sta operando ai danni dei due partiti di destra, sarà pure un fenomeno momentaneo, ma a mio avviso è qualcosa di più: un repulisti interno per entrambi. Un consenso che, almeno davanti alle telecamere, sembra non essere gradito a qualcuno, ma che alla fine tornerà molto utile in un’ ipotetica coalizione futura — che nessuno di loro, c’è da scommetterci, farebbe fatica ad accettare.

Un repulisti che permetterà ai due partiti di governo di liberarsi di quello spettro nero che ancora oggi circola silenzioso, e di cui l’opposizione — in maniera tanto banale quanto inefficace — fa ancora motivo di battaglia, trascurando altre tematiche su cui potrebbero vincere facilmente.

Non mi meraviglierei se alcune associazioni oggi vicine al partito della Premier, viste anche le pressioni che continuano ad arrivare dall’Ue sui diritti civili, un domani decidessero di sponsorizzarlo. Se quest’ipotesi si realizzasse, i due partiti ora al governo dovrebbero cercare altre praterie, ma almeno verrebbero filtrati al loro interno da alcuni personaggi singolari che già ora stanno migrando verso il nuovo partito. Un deflusso (e una “pulizia”) non solo di singoli personaggi, ma anche di elettori che si sentono traditi da partiti che ormai sposano più ciò che pensa il Generale che ciò che avevano promesso in campagna elettorale — che poi erano le stesse cose che dicevano i due leader.

Il ché potrebbe addirittura far sì che l’elettorato moderato possa, con la tesi ipotizzata, avvicinarsi alla premier alimentandone il consenso già alto.

Anche l’Inghilterra, all’inizio, sottovalutò ciò che la Germania aveva in testa. E sappiamo tutti come andò a finire…

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Ancora un’aggressione al Parco delle Foreste Casentinesi. E la politica plaude

10 June 2026 at 07:14

di Enza Plotino

Un Pichetto Fratin al giorno leva il Parco di torno. Una boutade? Macché! Una desolante constatazione quando si entra nel merito di decisioni che stanno smantellando il sistema delle aree protette, anziché migliorarlo. Ogni giorno una spina. Oggi è il turno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, già aggredito pesantemente e snaturato progressivamente da una destra negazionista ambientale assetata di poltrone, che è al centro di proposte di interventi radicali, in contrasto con il Piano del Parco, che modificherebbero profondamente un’area naturale già gravemente compromessa dagli appetiti locali.

C’è già una diga, dagli anni 70, quella di Ridracoli, nella parte romagnola del Parco di cui si ignorano le criticità, mentre si insiste sul beneficio economico dell’opera. Ma oggi, a causa della crisi idrica che sta preoccupando tante amministrazioni, arriva, da parte di Romagna Acque – l’ente che fornisce il 60% dell’acqua per soddisfare il fabbisogno idropotabile della Romagna – una nuova richiesta di intervento straordinario che coinvolgerebbe un’altra parte del territorio protetto del Parco. “Opere di grande derivazione” per realizzare nuovi attingimenti di acqua dai corsi d’acqua del Parco e condotte di grande derivazione per alimentare il fabbisogno dei Comuni che non siano territorialmente interessati dai vari Parchi. Opere idrogeologiche gigantesche che deformerebbero irrimediabilmente l’ecosistema dei fiumi interessati.

La richiesta è stata messa nero su bianco nel Regolamento che in base alla legge 394 dovrebbe disciplinare in dettaglio le attività consentite nel territorio del Parco, ma che fino ad oggi non era mai stato approvato. Fino ad oggi però. Perché l’Ente parco, aggirando il divieto di modifica del regime delle acque all’interno dei Parchi nazionali, ha presentato una nuova bozza di Regolamento che contiene proprio la realizzazione di opere di grande derivazione di un fiume, sottraendo allo stesso un quantitativo d’acqua oltre i 100 litri al minuto, per trasferirla direttamente in un grande acquedotto o in un invaso. Il ministro, attraverso i suoi nominati, approva. Gli ambientalisti, Legambiente in testa, denunciano la gravità del progetto che ricadrebbe in un contesto di progressivo abbandono a sé stessa dell’area protetta, minacciata, come la maggior parte dei Parchi italiani, dall’inedia, dalla burocrazia e da un misto di indifferenza e di controllo da parte del potere politico.

In generale tutto il sistema dei Parchi nazionali, ma anche delle aree marine vive una condizione drammatica. Le risorse pubbliche si assottigliano implacabilmente tanto che sta diventando difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. I Parchi stanno vivendo, ormai da molti anni, una crisi di sopravvivenza. E, l’elemento più grave di tutti e che sta causando il fallimento di molte gestioni, la progressiva ingerenza sempre più sfacciata della politica locale e nazionale, un controllo sempre più arrogante attraverso nomine ai vertici degli Enti, di discutibili personaggi espressione diretta della politica, quella di un governo di destra e di un Ministero dell’Ambiente, che anziché fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema, appare completamente assente salvo per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.

Si vuole inficiare ogni organismo di controllo e di tutela con trombati politici, fidati personaggi di partito e ogni sorta di improbabili figure che devastano e portano sull’orlo del dissesto vecchi e nuovi presidi ambientali ormai snaturati e inutili. Anche la revisione della legge 394 è diventata preda delle incursioni di chi vuole stravolgere le garanzie democratiche ovunque si annidano. I danni stanno diventando ferite profonde nel sistema protetto che si assottiglia e impoverisce sempre di più.

Ritorniamo ai fondamentali: proteggiamo il nostro territorio per non rimanere seppelliti dalle future catastrofi naturali.

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Molestie sul lavoro, la lezione della Cassazione: se un fatto non si può provare, non è detto che sia falso

10 June 2026 at 06:20

di Renato Albanese *

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, sentenza n. 4339/2026, richiama un principio di grande rilievo per la gestione delle segnalazioni di molestie nei luoghi di lavoro: la mancata prova di un fatto non equivale alla dimostrazione della sua falsità.

Il caso riguardava una lavoratrice che aveva denunciato molestie sessuali sul lavoro. Il procedimento nei confronti della persona accusata era stato archiviato e, nei successivi giudizi di merito, l’assenza di riscontri e alcune incongruenze nel racconto erano state considerate sufficienti per condannare la denunciante per calunnia. La Cassazione ha però annullato tale decisione, chiarendo che l’archiviazione di un procedimento o l’insufficienza delle prove non consentono automaticamente di affermare che l’accusa fosse falsa o che chi ha denunciato fosse consapevole della sua falsità.

La distinzione è fondamentale non solo sul piano penale, ma anche per le organizzazioni chiamate a gestire segnalazioni interne. Esistono infatti tre piani diversi: un fatto può non essere provato; può non essere accertato; oppure può essere dimostrato che sia stato inventato. Confondere questi livelli porta a errori di valutazione e a decisioni organizzative inappropriate.

Nei contesti lavorativi, le segnalazioni di molestie arrivano spesso in modo frammentario, tardivo o prive di testimoni diretti. Possono emergere in ambienti già caratterizzati da tensioni relazionali, conflitti o squilibri di potere. Tuttavia, nessuno di questi elementi costituisce, di per sé, la prova della falsità della denuncia.

Sono frequenti alcune scorciatoie interpretative: “non ci sono testimoni, quindi il fatto non è avvenuto”; “il racconto è cambiato, quindi è inventato”; “esisteva un conflitto, quindi si tratta di una vendetta”; “il procedimento è stato archiviato, quindi l’accusa era falsa”. Si tratta di conclusioni apparentemente rassicuranti perché semplificano la complessità, ma che non consentono di comprendere realmente quanto accaduto.

Una corretta gestione richiede invece un’attività di ricostruzione accurata. Occorre analizzare la sequenza degli eventi, verificare quando e come la segnalazione è stata formulata, distinguere tra contraddizioni sostanziali e semplici precisazioni successive, valutare la stabilità del nucleo centrale del racconto e considerare il contesto in cui i fatti si sono sviluppati.
Particolare attenzione va dedicata al contesto organizzativo. Un rapporto lavorativo conflittuale può certamente suggerire cautela, ma non rappresenta automaticamente la prova di una strumentalizzazione. Talvolta il conflitto è la conseguenza della condotta denunciata; altre volte costituisce semplicemente l’ambiente nel quale essa si è verificata. Per questo il contesto non deve essere utilizzato come etichetta interpretativa, ma come elemento da esaminare criticamente.

Analoga prudenza deve essere adottata nella valutazione dei riscontri. È necessario distinguere tra prove inesistenti, prove non ricercate, prove non più disponibili e prove che confermano solo aspetti periferici della vicenda. Anche l’assenza di testimoni va letta alla luce della natura della condotta denunciata, che spesso si realizza in situazioni appartate o caratterizzate da asimmetrie di potere.

La sentenza affronta inoltre un tema particolarmente delicato: il giudizio sul comportamento della persona che denuncia. Domande come “perché non ha parlato subito?”, “perché non ha reagito?”, “perché non si è dimessa?” o “perché nessuno se n’è accorto?” vengono spesso utilizzate per mettere in dubbio la credibilità della vittima. Tuttavia, tali interrogativi rischiano di fondarsi su un modello astratto di “vittima ideale” che non trova riscontro nella realtà.

Chi subisce molestie sul lavoro può essere frenato dalla paura di ritorsioni, dalla dipendenza economica, dal timore di non essere creduto, dalla vergogna o dalla necessità di preservare la propria posizione professionale. Per questo una reazione tardiva, incompleta o non conforme alle aspettative sociali non costituisce, di per sé, un indice di falsità. Per le organizzazioni, il messaggio è chiaro: non è richiesto scegliere immediatamente chi abbia ragione, né sostituirsi all’autorità giudiziaria. È invece necessario gestire il rischio organizzativo, raccogliere gli elementi disponibili, adottare misure proporzionate di tutela, monitorare l’evoluzione del contesto e garantire che la segnalazione venga presa in carico con serietà e imparzialità.

La vera sfida consiste nel distinguere tra fatto non provato e fatto falso, tra conflitto e strumentalità, tra contraddizione sostanziale e semplice precisazione. Una gestione efficace delle molestie sul lavoro non parte dalla conclusione, ma dalla ricostruzione dei fatti.

La lezione della Cassazione è quindi netta: “archiviato” non significa necessariamente “falso”; “non provato” non significa “inventato”. Nei casi di molestie sul lavoro, il rischio non è solo arrivare tardi. È anche arrivare troppo presto a una conclusione. Il rigore nella valutazione serve proprio a evitare che l’incertezza venga trasformata, troppo rapidamente, in una conclusione errata.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa, con un approccio di ingegneria preventiva

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Ennesimo allevamento crudele: Essere Animali con Selvaggia Lucarelli per una proposta di legge contro le gabbie

10 June 2026 at 05:18
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a firma di Chiara Caprio

Per molti consumatori la denominazione DOP sull’etichetta dei prodotti che acquistano al supermercato è sinonimo di garanzia di qualità e, nel caso di prodotti animali come salumi e affettati, di pratiche di allevamento rispettose del benessere animale. Eppure, se il disciplinare non lo vieta espressamente, anche un prodotto etichettato come DOP può provenire da allevamenti in cui gli animali trascorrono parte o l’intera vita in gabbia. È il caso di mille scrofe allevate in una grande struttura in provincia di Treviso, di cui nelle scorse settimane Essere Animali ha mostrato immagini a dir poco scioccanti.

Il 28 maggio l’associazione ha diffuso, in collaborazione con Selvaggia Lucarelli, video inediti consegnati all’associazione da un ex dipendente dell’azienda. Nei filmati venivano documentate gravi violenze nei confronti degli animali da parte dell’allevatore e di altri operai, dolorose mutilazioni per i suinetti maschi, centinaia di cuccioli senza vita nelle gabbie parto, l’utilizzo massiccio di farmaci, decine di carcasse abbandonate all’esterno dell’allevamento e gabbie parto fatiscenti e pericolose per gli animali. Le immagini hanno raggiunto milioni di persone indignate per le condizioni dell’allevamento.

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La settimana seguente, il 5 giugno, Essere Animali è tornata a mostrare nuovi filmati inediti raccolti a maggio di quest’anno, che confermano come alcune delle problematiche già documentate siano la normalità. Ancora una volta le immagini hanno mostrato la presenza di centinaia di cuccioli morti nelle gabbie, carcasse abbandonate all’esterno della struttura, scaffali e frigoriferi ricolmi di farmaci utilizzati per il trattamento di infezioni batteriche, problemi respiratori e infestazioni parassitarie. A preoccupare è anche la presenza diffusa di topi in tutte le aree dell’allevamento e persino nelle mangiatoie.

Con questa attività di documentazione, l’associazione è tornata a denunciare non solo le irregolarità e i maltrattamenti sugli animali, ma anche una crudeltà che in Italia è ancora legale: l’allevamento in gabbia. Sono circa 600mila le scrofe allevate in queste condizioni nel nostro Paese, insieme a 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie.

Per questo motivo il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre anche in Italia il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate. Una pratica su cui anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) si è pronunciata, mettendo nero su bianco cosa significa per un animale vivere in gabbia: questi sistemi impediscono agli animali di esprimere comportamenti fondamentali come camminare, girarsi, esplorare l’ambiente e socializzare, aumentando quindi le loro sofferenze.

La proposta di legge è parte della campagna Gabbie Vuote e ha già ricevuto il supporto di oltre 42mila persone che hanno firmato sulla pagina dedicata del Ministero della Giustizia, insieme a personalità provenienti da mondi e sensibilità diverse, come appunto l’autrice e scrittrice Selvaggia Lucarelli, la cheffe Chiara Pavan, la fumettista Zuzu, il maratoneta ex atleta olimpionico Riccardo Bugari.

Nel 2021, la Commissione Europea aveva ufficialmente accolto l’Iniziativa dei Cittadini Europei “End the Cage Age”, firmata da oltre 1,4 milioni di cittadini e sostenuta da più di 170 organizzazioni, tra cui Essere Animali, impegnandosi a presentare entro il 2023 una proposta per eliminare gradualmente l’allevamento in gabbia. Ma questa promessa, ad oggi, non è stata mantenuta, tradendo le aspettative di milioni di persone.

Intanto in Europa, diversi Paesi hanno già introdotto divieti o forti limitazioni all’uso delle gabbie negli allevamenti intensivi. Non c’è motivo per cui anche l’Italia non possa fare lo stesso. Secondo i dati dell’ultimo Eurobarometro oltre 9 italiani su 10 sono favorevoli a questo divieto, la politica ascolterà le loro richieste?

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

10 June 2026 at 05:18

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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Il discorso del papa a Madrid nasconde un classico trucco retorico

10 June 2026 at 05:16

A Madrid il papa ha esortato la folla alla fede con un argomento che mi ha fatto sorridere: “Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? Non temete! Spalancate le porte a Cristo!” Ho sorriso perché ci ho sentito l’eco di una mia ex quando voleva convincermi a sposarla: “Di cosa hai paura?” Questo argomento è piuttosto truffaldino, come ogni forzatura. Infatti non si limita a sostenere una tesi, ma attribuisce all’interlocutore una motivazione negativa (“temere”, “avere paura”) per spiegare la sua renitenza e il suo dissenso. In questo modo il rifiuto della proposta religiosa viene reinterpretato come effetto di una debolezza psicologica anziché come posizione ragionata.

Questo trucco retorico è micidiale come un gatto a nove code. E’ un argomento ad hominem (non si confuta l’obiezione, ma si lascia intendere che l’atteggiamento dell’interlocutore dipenda da una sua disposizione personale); è un’insinuazione (si suggerisce, senza affermarlo apertamente, che chi non aderisce al cristianesimo è mosso dalla paura); è un argomento delle motivazioni (si spiega la posizione altrui attraverso un movente psicologico); è avvelenare il pozzo (chi non si converte viene preventivamente collocato nella categoria di chi “ha paura”); è psicologizzazione del dissenso (invece di discutere le ragioni dell’altro, gli si attribuisce uno stato emotivo: paura, risentimento, chiusura, ecc.). In questo modo si restringe il campo delle spiegazioni possibili: non vuoi credere perché hai paura, non vuoi impegnarti perché hai paura, non vuoi sposarti perché hai paura.

La mossa è efficace perché sposta il confronto dal merito della decisione alle sue presunte motivazioni psicologiche. L’interlocutore viene posto in una posizione difficile: se nega di avere paura, sembra sulla difensiva; se accetta la premessa, ha già concesso il punto fondamentale.

La psicologia sociale parla di “lettura della mente”: la presunzione di conoscere le cause interiori del comportamento altrui. E’ inoltre una domanda carica (loaded question): si presuppone come vera la diagnosi psicologica. La questione non è più “vuoi o non vuoi credere?”, ma “quale paura ti impedisce di credere?”. La paura viene data per acquisita. E’ inoltre una sfida identitaria: non argomenta sul merito della scelta, ma mette in discussione l’immagine che la persona ha di sé: coraggiosa o paurosa, aperta o chiusa, fiduciosa o timorosa. La sequenza implicita è: le persone coraggiose aderiscono al cristianesimo, tu non vuoi farlo, allora hai paura.

Questa strategia retorica crea una notevole pressione psicologica perché nessuno desidera essere visto come codardo o insicuro. In retorica è detto “appello alla vergogna”: si spinge all’adesione non dimostrando la bontà della proposta, ma rendendo socialmente o moralmente scomodo il rifiuto. Il dissenso viene associato a un tratto svalutante. L’attenzione, insomma, viene spostata dalle ragioni della scelta alla qualità morale o psicologica di chi sceglie.

Infine, che le persone coraggiose aderiscano al cristianesimo è una petizione di principio: si assume come premessa ciò che andrebbe provato, cioè che l’adesione al cristianesimo sia la scelta del coraggioso e che il rifiuto dipenda dalla paura. Dal punto di vista argomentativo è anche una falsa dicotomia: o accetti Cristo oppure hai paura. Vengono escluse altre possibilità: principi differenti, disaccordo, cultura, ecc. La domanda “Di cosa hai paura?” è spesso persuasiva non perché dimostri qualcosa, ma perché ridefinisce il campo del dibattito. Non chiede se esistano ragioni per rifiutare Cristo; presuppone che non ve ne siano e che il problema sia soltanto una paura da confessare.

Lode a Duchamp per aver sollevato all’onor di piedistallo alcuni oggetti che ne han ben donde, come l’orinatoio di fattura industriale.

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Il paradosso di Antoni Gaudì: il più celebre degli architetti ma un corpo estraneo per la scuola spagnola

10 June 2026 at 05:02

Il 14 aprile 2025 Papa Francesco lo ha nominato venerabile. Il 10 giugno 2026 Papa Leone XIV inaugura l’ultima torre della Sagrada Família, l’opera più grande di Antoni Gaudí, nel centenario della sua morte avvenuta nel 1926, a 73 anni, all’Hospital de la Santa Creu di Barcellona.

Gaudí nasce nel 1852 in una Spagna che sta cambiando pelle: città in forte espansione, economia industriale in crescita, una borghesia che investe nell’urbanistica come forma di rappresentazione del progresso e del prestigio. È l’epoca dei grandi piani di ampliamento di Madrid e Barcellona, gli “Ensanche” (Eixample), e della nascita dell’urbanistica moderna teorizzata da Ildefons Cerdà. Sul piano culturale, però, domina ancora una forte tensione verso il passato: le scuole di architettura, il culto del restauro e il gusto storicista alimentano un linguaggio eclettico, soprattutto neogotico, influenzato da Viollet-le-Duc e inserito in un contesto ancora profondamente religioso. In questo quadro nascono grandi cantieri simbolici, come la cattedrale dell’Almudena a Madrid e la Sagrada Família a Barcellona: opere che richiamano il Medioevo ma lo reinterpretano attraverso tecniche e materiali della modernità industriale, e che avrebbero richiesto decenni, se non secoli, per essere completate.

Cento anni dopo la sua morte, Antoni Gaudí resta il più celebre degli architetti spagnoli e, paradossalmente, il meno imitato. È la contraddizione che attraversa queste celebrazioni: milioni di visitatori alla Sagrada Família, le sue opere come immagine stessa di Barcellona, e un processo di progressiva canonizzazione anche simbolica.
Eppure, nella storia dell’architettura spagnola del Novecento e del nuovo millennio, l’esperienza di Gaudí resta senza reale continuità progettuale, una distanza che riguarda la Catalogna e la Spagna contemporanea. Barcellona vive di Gaudí, ma non parla il suo linguaggio.

Per comprenderlo bisogna allontanarsi per un momento dalle immagini più consumate dal turismo globale: non la facciata della Natività, non il Parc Güell, non la foresta di gru che hanno da poco lasciato la Sagrada Família. Piuttosto la Colònia Güell, nella periferia industriale della città. Qui, nella cripta incompiuta, Gaudí sperimenta strutture paraboliche, catene rovesciate e geometrie spaziali che sembrano provenire da un’altra epoca e, insieme, anticipare il futuro. Qui il suo lavoro si mostra nel suo stato più sperimentale. Nel 1890 Eusebi Güell avvia a Santa Coloma de Cervelló, alla periferia di Barcellona, la Colònia Güell: un esperimento industriale e sociale che trasferisce fabbrica, case operaie e servizi fuori città, creando una “città privata” pensata per disinnescare i conflitti sociali che già allora attraversavano il mondo del lavoro. Per darle un’identità, Güell affida ad Antoni Gaudí la progettazione di una chiesa capace di incarnare lo spirito della colonia.

Gaudí risponde con una proposta radicale e integrata nel paesaggio: non disegna semplicemente una chiesa, ma costruisce un paesaggio abitabile, una struttura che sembra emergere dal terreno più che esservi imposta. La Cripta Güell non è una chiesa incompiuta: è una macchina spaziale interrotta. Le colonne inclinate non obbediscono a un ordine classico, ma a un calcolo gravitazionale rovesciato. La struttura nasce da catene sospese, da modelli ribaltati, da una fisica che diventa estetica. L’interno ha un carattere primordiale più che liturgico: pianta poligonale a stella, colonne in basalto, pietra e mattone costruiscono uno spazio scuro e terrestre. Le vetrate policrome di Josep Maria Jujol introducono luci “vegetali” che interrompono la massa muraria, trasformando lo spazio in una grotta artificiale, una natura costruita. La luce non illumina, altera e trasforma, la chiesa superiore, mai realizzata, avrebbe dovuto ribaltare completamente il registro: bianco, oro, azzurro, dal buio terrestre alla luminosità celeste, in una progressione quasi liturgica. Nel progetto di Gaudí il percorso architettonico è un racconto spirituale: dall’ombra primitiva della cripta all’ipotetica luce soprastante. L’ascesa simbolica resta incompiuta, ma la potenza evocativa dell’opera è ancora leggibile. È proprio in questa tensione tra progetto e interruzione, tra sistema e deviazione, che emerge anche la sua irriducibile solitudine.

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Cripta Guell

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APTOPIX - le foto piu? belle della giornata di Associated Press

Sagrada Familia

Gaudí non appartiene a nessuna genealogia stabile. È troppo tardo per essere un semplice modernista, troppo mistico per essere un razionalista, troppo radicale per essere eclettico, troppo sperimentale per essere accademico. Bruno Zevi lo considerava uno dei grandi anticipatori della spazialità organica del Novecento, una figura capace di liberare l’architettura dalla tirannia della scatola e dell’angolo retto. Luis Fernández-Galiano lo colloca in una zona ancora più instabile: quella in cui struttura e immaginazione coincidono e la natura diventa principio costruttivo. Dalle guglie della Sagrada Família agli archi parabolici della Colònia Güell, fino a Casa Milà, la sua opera costruisce un sistema in cui la forma non imita la natura, ma la assume come legge. Eppure la Spagna moderna, tra gli anni Venti e Cinquanta, prende una direzione diversa.

Sceglie il linguaggio moderno, sceglie Gropius, Le Corbusier, Mies van der Rohe: la grammatica della chiarezza contro la proliferazione organica. Anche la Catalogna, dopo le ambivalenze iniziali, finisce per riconoscersi più nel Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe e Lilly Reich per l’Esposizione Internazionale del 1929 che nella Sagrada Família. Non è un caso che negli anni Ottanta, mentre la città prepara la propria rinascita urbana culminata nelle Olimpiadi del 1992, una delle operazioni culturali più significative sia la ricostruzione filologica del Padiglione tedesco, smantellato nel 1930 e ricostruito fedelmente nel 1986. Da quel momento la traiettoria dell’architettura spagnola appare sorprendentemente coerente. Da Oriol Bohigas alla stagione di Rafael Moneo, fino a Helio Piñón e Albert Viaplana, e poi a Enric Miralles e Carme Pinós, si consolida una cultura progettuale fondata sulla città, sullo spazio pubblico e sulla continuità tra architettura e vita civile. Confermata anche dalle generazioni successive, è una modernità colta e disciplinata, spesso austera, che diffida della spettacolarità e privilegia la costruzione paziente del paesaggio urbano. In tutti questi casi emerge una stessa costante: la misura, non l’eccezione.

Gaudí resta un’eccezione. Le sue architetture non hanno generato una scuola, ma una ricezione sempre più mitizzata. La Spagna contemporanea ha costruito le proprie città attraverso linguaggi condivisi e riproducibili, mentre a Gaudí ha assegnato una dimensione separata, progressivamente musealizzata e iconica. La Sagrada Família è oggi il segno più riconoscibile del Paese, ma soprattutto simbolico e turistico. L’architettura spagnola più incisiva si è sviluppata altrove: nei tessuti urbani, nelle infrastrutture, negli spazi pubblici, in una cultura del progetto raramente legata all’icona.

In questo quadro, Gaudí appare una deviazione più che un’origine della modernità spagnola. Una traiettoria consolidata con altri strumenti. La sua persistenza non nasce dal suo uso come modello, ma dalla sua resistenza all’assimilazione: non si è tradotto in scuola né in linguaggio operativo.

A cento anni dalla morte, resta una figura eccentrica rispetto alla storia che lo segue: non un fondamento, ma un corpo estraneo che continua a produrre interpretazioni.

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Tuesday’s Mini-Report, 6.9.26

9 June 2026 at 22:30

Today’s edition of quick hits.

* The latest on the downed helicopter: “President Donald Trump blamed Iran for downing a U.S. Army helicopter near the Strait of Hormuz on Tuesday and said the United States must respond to the attack. A drone boat rescued two Army aviators who were aboard the Apache attack helicopter when it went down near the waterway that Iran has effectively closed during its war with the U.S. and Israel. Trump said in a social media post that both service members ‘are safe and uninjured.’”

* It would be great if this were true, but hasn’t he said the same thing too many times before? “U.S. President Donald Trump on Tuesday said that, despite the exchange of strikes between Iran and Israel, a deal to end the war in the Middle East could be reached ‘in two or three days.’”

* Meanwhile, in Lebanon: “Israeli airstrikes pummeled the city of Tyre in southern Lebanon on Tuesday, killing at least eight people and wounding dozens more, in the latest sign that a new U.S.-brokered cease-fire has failed to take hold.”

* On Capitol Hill: “The House on Tuesday narrowly voted to take up Republicans’ $70 billion immigration enforcement bill, clearing a key hurdle to enacting the measure to fund President Trump’s deportation crackdown through the end of his term. The vote was 213-211 along party lines, with every Democrat opposed. A final vote on the legislation, which if passed would go to Mr. Trump’s desk, was scheduled for Tuesday afternoon.”

* A staggering statistic: “In the first years after birth, the human brain develops at a remarkable pace. Every second, more than a million new neural connections spring into being, shaping a person’s physical and emotional health for the rest of their life. Since the Trump administration entered the White House last year, at least 500 babies and toddlers have spent some of that pivotal time in the custody of U.S. Immigration and Customs Enforcement.”

* Speaking of ICE: “Mismanagement at a massive Immigration and Customs Enforcement facility in Texas created unsafe conditions that contributed to detainee deaths and suffering even as millions of wasted tax dollars enriched contractors, according to a federal report released Tuesday.”

* In case this isn’t obvious, 2032 is during the next president’s term: “Social Security ’s retirement trust fund is projected to face a funding shortfall in 2032, a year earlier than last year’s projections, according to an annual report released Tuesday, while Medicare’s hospital insurance trust fund will be unable to pay full benefits in 2033, which is unchanged from last year’s estimate.”

* Trump-appointed judges aren’t just wrong when issuing rulings: “A judge on the largest U.S. federal appeals court is facing a judicial misconduct inquiry after news reports over the weekend revealed that he had been criminally ​charged over a parking lot dispute in Idaho in April. Chief U.S. Circuit Judge Mary Murguia of the 9th ‌U.S. Circuit Court of Appeals in an order released on Monday said she had initiated a judicial misconduct complaint against U.S. Circuit Judge Ryan Nelson after he was hit with misdemeanor charges of battery and malicious injury to property on April 22.”

See you tomorrow.

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Kash Patel’s FBI purges become a defining feature of his controversial tenure

9 June 2026 at 20:37

Kash Patel’s tenure as FBI director has been a national embarrassment in a great many ways, but among the most jarring developments this year is the sheer volume of bureau personnel who have been purged for political reasons, leaving the agency destabilized.

MS NOW’s Ken Dilanian noted the ongoing purge “is without precedent in the modern history of the bureau. It raises questions about whether the Trump administration is trying to turn the nation’s most powerful law enforcement agency into an instrument of presidential whim — exactly the thing he baselessly accused his opponent of doing.”

That was 10 months ago. Things are worse now. MS NOW’s Dilanian and Carol Leonnig reported late last week, for example:

FBI Director Kash Patel fired a group of bureau intelligence analysts Friday over a rescinded 2023 memo about “radical traditionalist Catholic ideology” that has long been a focus of Republicans despite an investigation that found no anti-Catholic bias, three people familiar with the matter told MS NOW.

The analysts worked in the FBI’s Richmond office, where the memo originated, said the sources, who spoke on condition of anonymity due to sensitive personnel issues. They said at least five analysts were included in the firings.

That these firings were tough to defend is notable in its own right — there’s little to suggest the FBI analysts did anything wrong — though I’m also struck by the degree to which they tie into a broader pattern.

One week earlier, Dilanian reported that Patel also fired a senior intelligence analyst, Deputy Assistant Director Emily Morales, who played a role in the FBI’s 2017 assessment of the motives of the gunman who attacked a House Republican baseball practice.

That came on the heels of Patel firing a dozen FBI agents and staff for their role in investigating Trump’s classified documents scandal. In the process, the bureau director gutted the global espionage unit, known as CI-12, shortly before the start of the war in Iran.

A month earlier, Paul Brown, the special agent in charge of the FBI’s Atlanta field office, was also forced out, not because he’d done anything wrong, but because he questioned the value in re-investigating Georgia’s election results from six years earlier.

Around the same time, the FBI also purged the acting assistant director in charge of the New York field office, a former special agent in charge in New Orleans, as many as six agents in Miami, as well as agents who were pushed out for their involvement in the baseless “Arctic Frost” investigation in 2020.

A month before that, we learned about a lawsuit filed by 12 FBI agents who were fired for having taken a knee during racial justice protests in 2020 as part of an effort to de-escalate a situation that threatened to intensify.

Last August, Patel and his team ousted three experienced bureau leaders, including Brian Driscoll, a widely respected figure among rank-and-file agents who was removed after he helped prevent a mass firing of thousands of FBI officials who worked on Jan. 6 cases.

During his confirmation hearing early last year, Patel, a former podcast personality, assured senators that the bureau under his leadership “will not go backwards. There will be no politicization at the FBI. There will be no retributive actions taken by any FBI should I be confirmed as FBI director.”

As things stand, that testimony appears increasingly ridiculous.

Work on cases related to the criminal investigations into Trump? Fired. Work on Jan. 6 cases? Fired. Refuse to needlessly humiliate a former director? Fired.

It reached the point last fall when the FBI Agents Association said Patel was not only imposing “chaos” on the bureau, but that he’d also “disregarded the law and launched a campaign of erratic and arbitrary retribution.”

The FBI Agents Association added at the time that the director’s antics had created conditions that make “the American public less safe.”

Months later, as the number of those caught up in Patel’s personnel purge continues to grow, it’s tough to feel any better about the state of federal law enforcement.

This post updates our related earlier coverage.

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Trump-branded UFC ‘medallions’ go on sale ahead of scheduled White House match

9 June 2026 at 19:55

In the months leading up to Election Day 2024, when Donald Trump was ostensibly focused on his candidacy, the Republican launched a dizzying merchandising campaign, pitching everything from Trump-branded watches to silver Trump commemorative coins, batches of digital trading cards to a weird cryptocurrency project, and gold sneakers to Trump-endorsed Bibles.

Even after the president returned to the Oval Office, those efforts continued with Trump-branded guitars and Trump phones, among other things.

In light of just how much the president, his family and his controversial businesses have profited during his second term, it’s tempting to think there would be no need to pursue yet another merchandising opportunity. After all, as The Atlantic’s David Frum recently explained, Trump has taken self-enrichment “to a scale never seen before in America.”

That assumption, however, would be wrong.

MS NOW’s Jake Traylor and Soorin Kim reported Tuesday that there are Trump-branded “medallions” on sale, tied to this weekend’s UFC event on the White House’s South Lawn.

The souvenir gold and silver coins range in price from $249.99 to $11,999.99. That’s not a typo: A website called RealTrumpCoins.com is actually selling UFC Freedom 250 “medallions” that people can purchase for just under $12,000. (The website boasts that the coins were “designed” by the president himself.)

Donald Trump is selling UFC-branded coins for $12,000 to promote the UFC fight on the White House lawn

FactPost (@factpostnews.bsky.social) 2026-06-09T17:20:05.074565128Z

The reporting from MS NOW’s Traylor and Kim added that some of the profits are expected to go to the president’s licensing company, DTTM Operations LLC. And while the White House has said the president isn’t personally controlling his family business while he’s in office, his son Donald Trump Jr. is.

To be sure, the scheduled UFC bout, set to coincide with the president’s 80th birthday, was already controversial, and not just because of the bizarre structure that continues to take shape at the White House. There have also been related questions about Trump’s stock purchase in UFC’s parent company before the upcoming match on the South Lawn.

As for tickets to the upcoming event, NBC News recently reported that the tickets are technically free and that the UFC is footing the bill for the event. That said, sponsorship packages, including ringside seats, have been selling for $1 million or more, and no one seems to know where the sponsorship money is going.

The $12,000 gold coins, however, take this mess to a new and unsettling level.

This week, a new lawsuit was filed alleging corruption in connection with the upcoming UFC event, with the hopes of derailing the plans for the gathering, and a judge is expecting a response by Tuesday. Watch this space.

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Republicans keep making it easier for Democrats to run against corruption in midterms

9 June 2026 at 18:19

At first blush, the idea of a Democratic senator in a red state focusing attention on a mining project in Kazakhstan might seem odd. After all, many voters couldn’t find Kazakhstan on a map and probably have priorities that have nothing to do with foreign mining projects.

But Sen. Jon Ossoff of Georgia, ahead of his re-election bid this year, took the time in recent days to highlight a Kazakhstan mining project because of allegations that the Trump administration invested American tax dollars in the endeavor, which has been linked to two of the president’s sons, Eric Trump and Donald Trump Jr.

The emphasis wasn’t surprising. The incumbent senator has built much of his 2026 candidacy around the idea that corruption isn’t just a major national issue, it’s also the principal cause for the problems plaguing regular Americans in their everyday lives. “You aren’t the problem. Neither are your fellow Americans,” Ossoff routinely tells Georgians. “Corruption is why things don’t work for ordinary people.”

The senator’s focus appears to be resonating. Going into 2026, Ossoff was generally seen as the most vulnerable Democratic incumbent, but with 21 weeks remaining before Election Day, both parties see him as an increasingly strong candidate who might very well prevail despite Trump having won Georgia two years ago.

It’s not yet clear whether other Democrats will be equally inclined to emphasize corruption as a campaign issue, but with each passing day, the White House and its allies offer fresh evidence of a systemic issue. Consider some of the reporting and allegations that have surfaced over the last five days:

  • The Washington Post reported that of the publicly identified donors to the president’s ballroom project, more than half “have won new or expanded federal contracts worth more than $50 billion during the past six months.”
  • The Washington Post also reported that the Trump administration has sharply accelerated spending on border wall construction and that most of the money has gone to two companies with “ties to the White House and the Republican Party.”
  • As if there weren’t already enough questions surrounding special favors for MAGA Inc. PAC donors, CNN reported on the generous support Trump’s super PAC has received from those who either have federal contracts or who are trying to influence the administration.
  • The New Yorker reported on how the wealthy continue their efforts to buy presidential pardons.
  • Reuters reported that the Trump family has generated at least $2.3 billion in profit from investors since the president returned to the White House, which contrasts with “the more than a million investors whose net losses totaled $2.3 billion at the end of April.”

If we widen the aperture a bit, a new lawsuit was also filed this week alleging corruption in connection with the upcoming UFC event on the White House South Lawn.

This isn’t a comprehensive list, and again, these are just headlines from the last five days. A similar assessment of related reports from the last few months would supply a staggering list that’s vastly longer.

In a recent piece for MS NOW, Paul Waldman explained, “Voters might be willing to ignore all this self-dealing if the economy were doing great, everyone had health insurance, housing was cheap and gas was $2 a gallon. But when people are struggling, corruption takes on a new urgency. That’s because it provides a way for voters to understand a deeper rot in the system that manifests in all kinds of ways.”

The question isn’t why Ossoff is focusing so heavily on corruption as a foundational 2026 issue; the question is why every other Democrat isn’t pushing the same issue in their own campaigns.

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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

9 June 2026 at 17:41

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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GOP’s Mike Lee gives away the game with his pushback against the Pentagon’s faith list

9 June 2026 at 17:10

A few months ago, Defense Secretary Pete Hegseth complained that the Pentagon had officially recognized too many faith traditions, which he characterized as “impractical.” A few weeks ago, the Defense Department acted on those concerns, shrinking the list of recognized religions from 211 faiths to 31.

The rather dramatic shift did not go unnoticed, though no one in American politics responded with greater fury than Sen. Mike Lee of Utah — ordinarily a conservative Republican closely aligned with the Trump administration — who said it was “repugnant” to see the Pentagon’s list exclude his own faith, the Church of Jesus Christ of Latter-day Saints (whose members are generally referred to as Mormons), from among the identified Christian faiths.

The pushback appears to have worked. As my MS NOW colleague Ja’han Jones reported:

The outcry seems to have prompted a reversal from the Defense Department. On Monday, a social media post from the department included a new list with a caption that said the previous one “included redundant and unnecessary labeling, and the mistake has been fixed.”

The new list’s codes no longer identify which of the recognized faiths are considered Christian, which raises the question of whether Pentagon officials consider the Church of Jesus Christ of Latter-day Saints to be a form of Christianity, or if they would simply prefer not to flaunt their beliefs on the topic in public.

A spokesperson for the Utah Republican said, “Sen. Lee spoke with President Trump and Secretary Hegseth over the weekend and received their assurance that the Pentagon’s religious classifications would be fixed. He appreciates the administration’s action to address this issue.”

Whether the Pentagon is prepared to make additional changes remains to be seen, but as the dust settles on this dispute, it’s worth pausing to appreciate the context.

When Hegseth and his Defense Department team took steps to discriminate against transgender service members, Lee said nothing. When Hegseth intervened in promotion lists to disproportionately target women and minority officers, Lee again said nothing.

But when the GOP senator saw a list of Pentagon-recognized faith traditions and didn’t see his own church, that’s when he felt the need to speak out.

In November 2000, there was an episode of “Futurama” in which Bender famously complained, “This is the worst kind of discrimination: the kind against me!”

It came to mind watching Lee in recent days.

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Disclosure Day, la scoperta che anche Spielberg invecchia

9 June 2026 at 17:06

Steven Spielberg è uno di quei polverosi supermercati di quartiere dove ti portavano da bambino. Sai che è sempre lì, riconosci l’insegna, ma i prodotti sugli scaffali hanno un che di stantio. Il suo Disclosure Day è l’ennesima prova che i “mostri sacri” di Hollywood faticano a tenere il passo con un’epoca che si muove alla velocità dell’intelligenza artificiale. Un cinema che sembra rimasto al 1977, l’anno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Disclosure Day si presenta come un ideale infatti come ideale completamento di Close Encounters. I dischi volanti non sono mai andati via e per ottant’anni il governo ne ha nascosto la presenza. Una giornalista del meteo in crisi mistica (Emily Blunt) inizia a parlare in una lingua aliena durante un telegiornale locale (Kansas City), scatenando il panico.

Improvvisamente cerca di incontrare un esperto di cybersecurity (Josh O’Connor) in fuga da truci figuri di una azienda appaltatrice del Pentagono capitanata da Colin Firth e insieme lottano per rivelare la verità al mondo. La regia è ineccepibile come sempre, Spielberg sa costruire l’inquadratura perfetta. Il problema è il contesto. In un’epoca in cui la disinformazione viaggia su TikTok, in cui gli Stati sono in guerra con i droni, l’idea che una giornalista del meteo che parla in lingua aliena in tv sia la scintilla di una rivoluzione globale suona ingenua, quasi naif. È un approccio che profuma di ingenuità anni 80, lontano anni luce dalla complessità odierna.

La televisione qui non è soltanto il mezzo attraverso cui si diffonde la verità, ma è l’arma stessa della rivelazione. Emily Blunt lavora in tv, è il suo palcoscenico e la sua arma. Ma oggi, nel 2026, i complotti si svelano sui social, i leak si leggono su Telegram, i meme anticipano le notizie. L’idea di una rivelazione in diretta tv, con tanto di conduttore, suona come la trasposizione di un romanzo di Michael Crichton o di un film catastrofista anni ’90. È un’operazione nostalgia che non convince.

Poi ci sono le incongruenze narrative. Colin Firth interpreta il potente contractor governativo, un uomo disposto a tutto pur di nascondere la verità. Eppure, in due occasioni, si lascia sfuggire Josh O’Connor. La seconda volta, O’Connor si riporta addirittura via lo zaino pieno di schede di memoria rubate, mentre Firth guarda. Gli inseguimenti, poi, sono imbarazzanti: auto che sgasano, sparatorie che non c’entrano con la presunta serietà del tema, uno 007 dei poveri.

Ma, fortunatamente, la generazione dei “vecchi” registi non è tutta uguale. C’è chi arranca e chi, come Martin Scorsese, ha capito che la tecnologia non è un nemico, ma un nuovo pennello.

Mentre Spielberg sembra fossilizzato sui suoi ricordi, Martin Scorsese, a 83 anni, ha capito che il cinema si è evoluto. Da poco è diventato advisor di Black Forest Labs, una startup di intelligenza artificiale. Ha usato il loro modello generativo FLUX per creare storyboard e visualizzare in anteprima le scene. Lui ha capito che l’AI non sostituisce l’arte ma la potenzia, la aiuta a risparmiare tempo e fatica, e a comunicare meglio la propria visione. Non a caso, ha paragonato l’uso dell’AI alla computer grafica di Hugo o al ringiovanimento digitale de The Irishman.

L’AI sta democratizzando la produzione, abbattendo i costi, permettendo a chiunque di visualizzare le proprie idee. Spielberg, con Disclosure Day, ha dimostrato di non aver capito, lui che pure aveva diretto film futuribili, come Minority Report e Ready Player One. È un peccato, perché il suo supermercato sarà pure ancora aperto, ancora rassicurante ma la merce in vendita è tristemente fuori moda.

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Republicans’ California election conspiracy theories suffer from one fatal flaw

9 June 2026 at 16:35

In Los Angeles’ closely watched mayoral race, it’s been clear for several days that Karen Bass, the city’s Democratic incumbent, received enough support in last week’s primary to advance to the general election in November. The question was who she’d run against.

This week, the answer came into focus. MS NOW reported:

Los Angeles Council member Nithya Raman will advance to the November general election in the mayoral race to face the incumbent, Karen Bass, after overtaking ex-reality TV star Spencer Pratt in the primary, The Associated Press projects. 

Raman has steadily trended upward in the vote count since Election Day, and she overtook Pratt on Sunday. Monday’s vote update gives Raman a cushion of more than 20,000 votes, making her position in the top two safe, with an estimated 93% of the vote counted.

In California’s gubernatorial race, meanwhile, the vote count is still underway, though we now know that Xavier Becerra, a former Democratic congressman who served as Joe Biden’s health secretary, has advanced to the general election.

It’s not yet clear who his rival will be, but with nearly 83% of the ballots tallied, Steve Hilton, a Trump-backed Republican, appears well positioned to finish second, while Democratic billionaire Tom Steyer is (at least for now) running third.

And therein lies the problem with Republican conspiracy theories about California’s vote count.

In recent days, a great many GOP leaders, including Donald Trump and Republicans on Capitol Hill, have invested an enormous amount of time and energy trying to convince the public the state’s elections process is “rigged” by nefarious Democratic schemers who’ve secretly orchestrated the results to ensure their preferred outcome.

When pressed for evidence, GOP officials tend to embarrass themselves, but that’s not the only — or even the central — problem. On the contrary, the Republican conspiracy theory suffers from an obvious fatal flaw: If nefarious Democratic schemers existed and were secretly orchestrating the results, they wouldn’t have picked these outcomes.

In Los Angeles’ mayoral race, it’s no secret that the Democratic incumbent, running in a city with an enormous progressive voter base, welcomed the opportunity to run against a conservative television personality with an embarrassingly thin professional resume. Instead, Bass will face Raman, a Harvard- and MIT-educated City Council member who’s already demonstrated an ability to win local elections.

If powerful Democratic operatives were pulling the strings from the shadows, they would’ve gladly pitted Bass against Pratt, if only to watch him lose in November.

Similarly, Democrats would’ve loved to see two Democratic candidates emerge from the state’s gubernatorial primary, thus ensuring party control. Instead, it appears increasingly likely that a GOP candidate backed by the Republican president will advance to the general election — which, again, is not the outcome these ostensible powerful Democratic operatives pulling the strings from the shadows would’ve deliberately orchestrated.

Put it this way: Either the Republican conspiracy theories are wrong, or Democrats are the most incompetent schemers imaginable.

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One word in a judge’s opinion sums up why Todd Blanche shouldn’t be attorney general

9 June 2026 at 16:25

There’s more than one reason that Todd Blanche should not be attorney general of the United States. You’ll be hearing plenty about them in the days and weeks ahead, following President Donald Trump’s nomination of his former criminal defense lawyer to lead the Department of Justice.

One way to view the nominee is through a single word: “tainted.”

That’s how a judge described Blanche’s investigation into Kilmar Abrego Garcia, who became a prime target of the administration’s crudely incompetent deportation regime last year. The Trump-controlled government illegally sent Abrego to El Salvador in violation of a court order, then resisted additional court orders for his return, and then finally secured his return but only to greet him with an indictment that a judge recently dismissed as unconstitutionally vindictive.

It’s rare for judges to grant vindictive prosecution motions, but the actions of Blanche and his colleagues made it possible. Indeed, U.S. District Judge Waverly Crenshaw emphasized that he didn’t reach the conclusion “lightly” in his ruling last month.

But in dismissing the charges of illegally transporting undocumented immigrants, to which Abrego had pleaded not guilty, Crenshaw wrote that “absent Abrego’s successful lawsuit challenging his removal to El Salvador, the Government would not have brought this prosecution.” The Obama-appointed judge recalled that the government had closed its investigation into the Tennessee traffic stop at the center of the case in 2022. It was only reopened after Abrego succeeded in vindicating his right to remedy his illegal removal.

Crenshaw singled out the blundering of Blanche, who is currently the acting attorney general after Pam Bondi’s departure. He was deputy attorney general at the time of the Abrego probe. “Absent Blanche’s tainted investigation,” Crenshaw wrote in his May 22 ruling, Abrego’s illegal indictment would not have happened.

The judge noted that Blanche said in a Fox News interview that the executive branch only started investigating Abrego after a judge in Maryland “questioned” the decision to deport him illegally.

In fact, Crenshaw’s dismissal ruling was only made possible by his previous finding that Abrego could proceed with discovery into potential vindictiveness. Blanche played a starring role in that incremental ruling last year, where Crenshaw wrote, “Deputy Attorney General Blanche’s remarkable statements could directly establish that the motivations for Abrego’s criminal charges stem from his exercise of his constitutional and statutory rights to bring suit against the Executive Official Defendants, rather than a genuine desire to prosecute him for alleged criminal misconduct.”

Therefore, Blanche has not only acted as an instrument for Trump’s revenge but has done so in a manner that has thwarted that revenge’s success. To be sure, Blanche is a competent attorney, but he has chosen what might be termed a “tainted” path. If the GOP-controlled Senate confirms him to the top job full time, then a microscopically dim silver lining could be that his continued service to Trump will result in further fumbles.

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Being Trump’s attorney general is an awful job. Todd Blanche apparently doesn’t care.

9 June 2026 at 15:59

Donald Trump hasn’t exactly gotten along well with his attorneys general. Ten days into his first term, for example, the president fired acting Attorney General Sally Yates after she notified the White House that then-national security adviser Michael Flynn lied about his post-election talks with Vladimir Putin’s government and may be vulnerable to a Russian blackmail campaign.

In the months and years that followed, Trump clashed with Jeff Sessions during his tenure as attorney general, accusing the Alabama Republican of “disloyalty” and being an “idiot.” He later similarly condemned Bill Barr, calling him a “spineless RINO” and a “disappointment in every sense of the word.” The president wasn’t even satisfied with Pam Bondi, complaining that she didn’t move quickly or aggressively enough to meet his partisan demands.

Trump likely believes he’ll have better luck with his latest choice. MS NOW reported:

President Donald Trump on Monday formally nominated his longtime loyalist and former personal defense lawyer Todd Blanche to serve as attorney general permanently.

Blanche has been serving as the nation’s top prosecutor in an acting capacity after Pam Bondi was fired by Trump in April. Blanche was Bondi’s deputy at the time. The nomination has been sent to the Senate.

Since becoming the acting attorney general, Blanche went to almost cartoonish lengths to use his office in ways designed to please the White House, up to and including indicting people the president doesn’t like. Trump, not surprisingly, was delighted. Whether senators are equally impressed remains to be seen, though there’s no reason to assume that his confirmation will be easy.

Stepping back, however, there’s the related question of why Blanche actually wants this job.

With recent history in mind, it’s clear that serving as Trump’s attorney general isn’t easy. A recent Slate piece described it as “the worst job in Trump’s Cabinet,” adding that under the incumbent president, this is an “impossible, degrading, no-win job.”

That might’ve seemed hyperbolic, but it’s grounded in fact: Trump has a very specific vision in mind related to the position, and it’s not pretty. As has become painfully clear, the president wants a partisan loyalist who will serve as his personal tool, using the Justice Department to advance Trump’s goals and interests at all times, under all circumstances, and without regard for any other considerations.

The president, in other words, expects an attorney general who’s part puppet, part weapon and part cheerleader. Those serious about the rule of law and apolitical ethical limits need not apply.

I’ve seen some analyses that have described the office under Trump as “an impossible job,” largely because no one can be quite pathetic enough to satiate all of the president’s whims and demands. It’s a fair point, to be sure, but that’s what makes Blanche’s nomination inherently interesting: He, unlike guys such as Sessions and Barr, doesn’t actually want to lead the DOJ or oversee federal law enforcement; Blanche simply wants to serve Trump.

In other words, Blanche might very well be the first and only attorney general Trump actually gets along with because he and the president share a common view of the office. By tradition, those in this role strive to be “the people’s lawyer.” The president’s new nominee has no such ambitions: His goal is to serve one American, not 340 million Americans.

Blanche has made it abundantly clear that he doesn’t want to be the American people’s attorney general; he wants to be Trump’s attorney general. Is it any wonder why the president is optimistic about his choice?

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