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Caso ricina, denunciata per favoreggiamento un’amica della famiglia Di Vita: dalle chat incongruenze con la sua testimonianza

13 June 2026 at 10:31

Si infittisce il mistero sul giallo di Pietracatella, il comune in provincia di Campobasso dove, tra il 27 e il 28 dicembre 2025, sono morte Sara Di Vita e sua madre Antonella di Ielsi per avvelenamento da ricina. Sono passati più di cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione: ora una stretta amica della famiglia Di Vita è stata denunciata a piede libero per favoreggiamento e per aver ostacolato le indagini.

Gli agenti hanno deciso di procedere dopo un’interrogatorio in questura della donna, l’ennesimo degli ultimi mesi. Tra gennaio e oggi, l’amica di famiglia è stata sentita tre volte negli uffici della Squadra Mobile come persona informata dei fatti e ha sempre negato tensioni e problemi all’interno del nucleo familiare. Le sue parole però sono state smentite, secondo gli investigatori, dai riscontri oggettivi: contrariamente a quanto dichiarato, la donna era a conoscenza dei problemi e gli agenti hanno ritenuto che abbia agito per ostacolare le indagini. La Squadra Mobile di Campobasso negli ultimi giorni ha ottenuto i primi responsi dai telefoni sequestrati nella casa di Pietracatella lo scorso 4 maggio. Proprio all’interno degli smartphone sono presenti alcune chat che proverebbero le tensioni familiari, soprattutto nel passato della coppia Di Vita, e quindi incongruenze con le testimonianze resa dall’amica di famiglia. Nel dettaglio i contenuti riguardano i telefoni delle due vittime, il cellulare della sorella maggiore Alice Di Vita, un tablet, un pc e due modem della casa.

Dall’inizio dell’inchiesta ci sono state oltre 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali però è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti.

Intanto proseguono gli interrogatori ad altri conoscenti dei Di Vita, ma non è ancora stato fissato il nuovo sopralluogo nella casa di Pietracatella, in via Risorgimento, sotto sequestro ormai da cinque mesi e mezzo. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’abitazione. A inizio giugno la trasmissione televisiva Dentro la Notizia ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri dal comune del presunto duplice omicidio. Per fine mese sono anche attesi i risultati delle autopsie sui corpi delle due vittime.

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“Alberto Stasi uscirà dal carcere, affidamento in prova ai servizi sociali”, il via libera del Tribunale di Sorveglianza

13 June 2026 at 08:53

Alberto Stasi uscirà dal carcere. La conferma arriva dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, che ha depositato il provvedimento con cui dà il via libera formale, scontato anche dopo l’ok della Procura generale, all’affidamento in prova ai servizi sociali. Stasi potrà così lasciare il carcere dopo circa dieci anni e mezzo.

Era entrato a Bollate nel dicembre 2015 e da poco più di un anno era in semilibertà, ossia doveva rientrare nella casa di reclusione la sera. Condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, potrà scontare gli ultimi circa due anni di pena con la misura alternativa al carcere. L’ordinanza è stata depositata questa mattina. La Procura generale, nell’udienza di ieri, aveva espresso parere positivo per la buona condotta e le relazioni sul detenuto. L’affidamento in prova è l’ultimo passo prima della libertà per Stasi. Si attende ancora che la difesa depositi la richiesta di revisione.

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Nicole Minetti, il tribunale “prende atto” della grazia del Quirinale: sospesa l’esecuzione della pena di 3 anni e 11 mesi

12 June 2026 at 18:06

Il tribunale di sorveglianza di Milano ha revocato l’esecuzione della pena per Nicole Minetti, l’ex consigliera regionale della Lombardia condannata a 3 anni e 11 mesi. La pena era stata accumulata in due diversi processi, quello cosiddetto “Ruby bis” per favoreggiamento della prostituzione e quello sulle “spese allegre” al Pirellone nel quale Minetti era stata condannata per peculato. La revoca decisa dal giudice è una presa d’atto della grazia concessa a febbraio dal presidente della Repubblica. L’atto di clemenza sospende la pena (poi la estingue dopo 5 anni senza reati). Come noto, il provvedimento di grazia è stato confermato dopo che la Procura generale di Milano ha sostenuto di aver eseguito tutte le verifiche necessarie dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

La decisione del tribunale è un mero passaggio formale che chiude il caso. I giudici Marcello Bortolato (presidente) e Paola Braggion, in poche righe, prendono atto dell’atto del Quirinale. Tecnicamente hanno decretato “il non luogo a deliberare” sull’istanza di affidamento in prova con cui Minetti voleva scontare la pena, una richiesta avanzata dai legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi.

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Il risultato dell’autobavaglio del Csm sarà una giustizia troppo pavida verso i potenti

12 June 2026 at 16:38

Le nuove linee guida approvate dal Csm, che stabiliscono le regole sull’informazione giudiziaria da dare ai media, prevedendo l’obbligo per i procuratori di aggiornare e rettificare i precedenti comunicati, nascono da una constatazione difficilmente contestabile: troppo spesso l’annuncio di un’indagine o di un arresto riceve una grande esposizione mediatica, mentre le eventuali archiviazioni e le assoluzioni, ovvero il ridimensionamento delle accuse iniziali passano spesso inosservate.

È un problema reale. Un sistema giudiziario che impiega anni, talvolta decenni, per arrivare ad una decisione definitiva espone cittadini ed imputati al rischio di una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, l’obiettivo di garantire una comunicazione più equilibrata e rispettosa della presunzione di innocenza mi appare condivisibile. Il problema emerge, però, quando questo meccanismo viene calato nella realtà degli uffici giudiziari italiani, già alle prese con carenze di organico, arretrati cronici e carichi di lavoro spesso insostenibili. Ogni nuovo obbligo amministrativo richiede tempo, personale, procedure, controlli e responsabilità: un tempo che viene sottratto all’attività principale della magistratura, che è di indagare e giudicare.

A questi adempimenti si accompagna poi il rischio di rilievi disciplinari per chi non ottempera correttamente agli obblighi informativi. Perciò, l’effetto è quello che in gergo è stato definito “autobavaglio”. Non si tratta di un divieto esplicito, ma di un sistema di incentivi e disincentivi, che induce prudenza, oltre ogni ragionevole limite. Per un procuratore o un magistrato dirigente, ogni comunicato può trasformarsi in una futura incombenza, in una verifica, in una possibile contestazione. Ed a beneficiare di questo clima sono, di fatto, soprattutto coloro che dispongono già di strumenti per proteggere la propria immagine pubblica: grandi imprenditori, manager, politici, professionisti influenti, vale a dire i cosiddetti colletti bianchi. Figure che possono permettersi uffici stampa, consulenti della comunicazione e studi legali capaci di presidiare ogni fase del procedimento.

Il rischio maggiore riguarda le indagini più complesse e delicate: reati come la corruzione, il traffico di influenze, lo scambio politico-mafioso o le grandi frodi economiche raramente producono prove immediate e schiaccianti. Si tratta quasi sempre di procedimenti lunghi, costruiti attraverso intercettazioni, riscontri documentali e collaborazioni investigative. In questo contesto, un sistema che aumenta gli oneri burocratici per chi conduce le indagini potrebbe produrre un effetto deterrente sulla propensione ad affrontare le inchieste più controverse ed impegnative, quelle, cioè, che coinvolgono centri di potere economico e politico, e che già espongono magistrati e investigatori a forti pressioni pubbliche.

Il risultato potrebbe essere una giustizia troppo pavida verso i potenti, per la quale l’unica preoccupazione diventa quella di osservare le prescrizioni formali e “mettere le carte a posto”. Ma una giustizia nella quale la tutela della reputazione degli indagati assume un peso crescente finisce per far passare in secondo piano il diritto dei cittadini ad essere informati su fenomeni di rilevante interesse pubblico.

Il punto, perciò, è che queste riforme si concentrano eccessivamente sugli effetti mediatici della giustizia, trascurando di affrontare le cause profonde della sua inefficienza. Se un procedimento penale si conclude dopo dieci anni con un’assoluzione o una prescrizione, il problema principale non può essere il comunicato stampa della procura, bensì che lo Stato ha impiegato dieci anni per accertare se una persona fosse colpevole o innocente.

Le nuove norme rischiano così di intervenire sul sintomo anziché sulla malattia. Queste riforme è che introducono obblighi informativi, procedure, verifiche e adempimenti amministrativi per gli uffici giudiziari, ma non affrontano con la stessa determinazione le croniche carenze di organico, gli arretrati, la complessità procedurale e l’insufficienza delle risorse che rendono la giustizia italiana una delle più lente d’Europa. Invero, non viene riservata un’adeguata attenzione al cittadino comune, che attende anni una sentenza civile, alla vittima che aspetta giustizia per tempi interminabili o all’imputato privo di notorietà, che resta intrappolato in procedimenti destinati a durare oltre ogni ragionevole limite.

Si crea così una singolare inversione di priorità. Da un lato si rafforzano le tutele comunicative per chi è coinvolto in procedimenti ad alta esposizione mediatica; dall’altro rimangono sostanzialmente irrisolti i problemi che incidono quotidianamente sulla vita di milioni di persone: la lentezza dei processi, la scarsità di personale, le inefficienze organizzative e la difficoltà di ottenere decisioni in tempi ragionevoli.

Il rischio è che la politica finisca per occuparsi principalmente dell’immagine della giustizia anziché del suo funzionamento, dimenticando che il vero scandalo non è che un’indagine venga raccontata dai giornali, bensì che troppo spesso servano anni per sapere come quella vicenda finirà. E finché questo nodo non verrà affrontato, ogni riforma della comunicazione giudiziaria rischierà di apparire come un intervento marginale, utile forse a proteggere la reputazione di chi esercita un potere, ma insufficiente a migliorare la giustizia uguale per tutti.

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Garlasco, Stasi verso l’affidamento in prova ai servizi sociali: parere favorevole dalla procura

12 June 2026 at 16:23

Alberto Stasi potrebbe presto uscire dal carcere. Condannato in via definitiva per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco nel 2007, Stasi potrebbe presto ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Un provvedimento che dovrà arrivare dal tribunale di sorveglianza di Milano.

A differenza di quanto emerso in un primo momento, infatti, per cui sembrava una decisione già stabilita, i giudici, dopo l’udienza che si è svolta nel pomeriggio di oggi in gran segreto, sono tecnicamente in riserva dopo la camera di consiglio, e dovrebbero depositare l’ordinanza entro cinque giorni, come riporta l’Ansa.

La procura generale, diretta da Francesca Nanni e con il sostituto pg Valeria Marino, aveva già dato parere favorevole vista la buona condotta da detenuto in questi anni e per le relazioni positive dell’equipe del carcere di Bollate.

Stasi si trova già in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per il quale la difesa presenterà istanza. Per il caso Garlasco, infatti, è attualmente aperto un nuovo filone di inchiesta che vede Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.

L’affidamento in prova si tratta di una richiesta standard per i condannati che sono alle prese con l’ultima parte della pena. Dal 2015 Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, è detenuto a Bollate e dal 2023 lavora all’esterno dell’istituto penitenziario con mansioni amministrative e contabili, rientrando in cella la sera. La sua fine pena è prevista nel 2028.

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Nella magistratura un contropotere con forti attitudini tattiche

12 June 2026 at 14:39

Convinto votante NO al referendum del 22/23 marzo, il cui obiettivo reale era quello di salvare la Costituzione dall’ennesima manomissione truffaldina, non certo appoggiare cacicchi e poltronisti del Pd e neppure impedire la separazione delle carriere in magistratura, assisto perplesso allo stupore per la definitiva redenzione di Nicole Minetti a mezzo della signora giudice della Procura di Milano che ne ha reiterato la beatificazione: la dottoressa Francesca Nanni, che mi ricorda l’ineffabile copy lookologico di sciura meneghina incarnato dall’immigrata genovese Letizia Brichetto in Moratti (una perbenista – la leader berlusconiana – con palesi pulsioni verso quelli/e che piacciono alla gente che piace).

Dunque, lo stupore per chi credeva che la corporazione dei giudici fosse composta da Arcangeli Gabriele, pronti con la spada di fuoco a scacciare i reprobi dalle loro tane dorate. Quando chi come me – educato da una nonna àpote al criterio scettico del “denaro e santità/ metà della metà” – ha sempre considerato la Giustizia un prezioso contrappeso degli altri poteri, prudentemente concentrato sui movimenti in atto nei Palazzi del Potere; commisurando le proprie strategie agli equilibri vigenti. Ergo – come diceva il poeta milanese Nelo Risi – sempre “attenti dove il potere sta”. A Roma come a Cologno M. (Torino è messa fuori gioco dalla furia liquidatoria degli Elkann).

Un disincanto che, per quanto ricordo, risale a mezzo secolo fa: il 13 febbraio 1974 un trio di giovani magistrati, che poi vennero denominati “pretori d’assalto” – Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – avevano aperto un’indagine su presunti finanziamenti occulti da parte dei petrolieri tramite la loro associazione, l’Unione petrolifera, alle segreterie amministrative dei partiti di governo (DC, PSI, PRI e PSDI). Stando alle accuse si trattava di una tangente del 5%, ripartita sul peso politico dei vari partiti, sui vantaggi derivati alle aziende del settore da una politica energetica contraria alle centrali nucleari. Si scatenò una tempesta (caduta del governo Rumor IV quando il leader del PRI Ugo La Malfa ritirò la sua delegazione ministeriale, varo nel marzo 1974 della disciplina in materia di finanziamento dei partiti: la legge Piccoli) destinata a chetarsi rapidamente. Per cui il 24 gennaio 1979 la commissione inquirente assolse gli inquisiti, non riscontrando a loro carico elementi di reato.

Qualche mese dopo ospitai a cena uno dei tre pretori, che mi riferì un aspetto poco noto dell’accaduto: nei giorni caldi della vicenda il trio era stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sandro Pertini, e loro si presentarono all’incontro portandosi dietro una cassa di documenti probatori. Per tutta risposta l’ospite non fece altro che avvertirli: si preparassero alla messa a tacere di tutta la faccenda, perché il sistema partitico della Prima Repubblica era ancora troppo forte.

Messaggio ricevuto: difatti vent’anni dopo scatta Mani Pulite – sotto la regia del Procuratore della Repubblica Milanese Francesco Saverio Borrelli – per far piazza pulita di una corruzione ambientale nota da tempo al Palazzo di Giustizia, solo perché in quel momento il sistema di potere dominante – il CAF dell’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani – era andato in crisi a Milano, dove la Lega di Umberto Bossi scalzava il sindaco socialista Pillitteri, eleggendo il proprio candidato Formentini.

L’occasione per avviare una nuova Tangentopoli in condizione politiche più favorevole di quelle al tempo dello scandalo petroli. E fu il crollo della prima Repubblica. Forte di questo risultato la magistratura italiana, che ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra era appiattita (porto delle nebbie) sul sistema di potere dominante (Vaticano-DC-Confindustria?), imparava a barcamenarsi tra rapporti di forza, scambi e opportunità. Il caso più recente è stato la rimozione di Giovanni Toti, da anni notorio pivot di un intreccio concussivo partendo dal porto di Genova, sottoposto a indagini quando Giorgia Meloni gli rifiutò il terzo mandato, sancendone la vulnerabilità.

Come si giustifica ora il pasticciaccio per pulire le fedine e l’immagine di Minetti a Milano e Marcello Dell’Utri a Firenze? Ci si può leggere la Fase Uno di un nuovo disegno, messo a punto negli alambicchi degli apprendisti stregoni della politica – con in testa il vecchio cuore doroteo di Mattarella (quello che da Vice premier avallava i bombardamenti della Serbia e ora predica pace) – come sbiancatura del passato di Silvio Berlusconi (Bunga Bunga e collusioni mafiose) per accreditare Forza Italia a gamba sostitutiva di un nuovo centro senza i disturbatori Conte e Fratoianni. E la Schlein confinata nel ruolo di segretaria “voce che grida nel deserto”. Un restyling con il fattivo contributo di una magistratura dalle marcate attitudini tattiche.

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Appalti Anas, Denis Verdini rinviato a giudizio per corruzione. Il figlio Tommaso patteggia due anni e dieci mesi

12 June 2026 at 14:08

L’ex parlamentare Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’ambito di un filone del procedimento su presunti appalti pilotati dell’Anas. A deciderlo il giudice per l’udienza preliminare di Roma Tiziana Coccoluto, che ha fissato la prima udienza al 16 settembre. La gup ha approvato anche l’accordo complessivo di patteggiamento raggiunto dal figlio di Denis, Tommaso Verdini, con la Procura: Verdini junior, arrestato a dicembre 2023, aveva già patteggiato due anni e nove mesi di reclusione per la maggior parte delle accuse, pena alzata ora a due anni e dieci mesi da scontare ai lavori socialmente utili. Un altro degli imputati, l’ex manager di Anas Domenico Petruzzelli, è stato condannato a un anno e quattro mesi per corruzione con rito abbreviato, venendo invece assolto dall’accusa di turbativa d’asta.

Nei capi d’imputazione si legge che Tommaso Verdini, Denis Verdini e Fabio Pileri, titolari della società di consulenza imprenditoriale Inver, facilitavano le aziende loro clienti a vincere appalti attraverso l’accesso a informazioni riservate, apprese da dipendenti di Anas in cambio di denaro o di favori. In cambio della “messa a disposizione delle loro funzioni”, si legge nei capi d’imputazione, alcuni funzionari pubblici “accettavano la promessa di utilità” da parte dei Verdini e di Pileri, “consistite nei loro interventi e raccomandazioni in sedi politiche e istituzionali per la conferma in posizioni apicali di Anas, o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di organismi di diritto pubblico”. Gli imprenditori, invece, a “conoscenza degli appoggi in Anas garantiti dai rapporti personali di Pileri e dei Verdini”, ne rafforzavano “i propositi criminosi sollecitando tali interventi e remunerandoli con somme di denaro, giustificate attraverso fittizi contratti di consulenza”.

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Cosa è la cabinovia di Socrepes? Lo scandalo olimpico tra appalti, ritardi e l’inchiesta arrivata al ministero di Salvini

11 June 2026 at 17:46

L’inchiesta riguardante la cabinovia olimpica di Socrepes, che da Belluno conduce a Roma, direttamente nella sede del ministero delle Infrastrutture, all’ingegnere Elisabetta Pellegrini, braccio destro di Matteo Salvini, sta scoperchiando uno scandalo che ne contiene tanti altri. C’è la corsa contro il tempo per costruire in tutta fretta un impianto di risalita, così da compiacere alle richieste di Fondazione Milano Cortina 2026, il comitato organizzatore dei Giochi che voleva portare in quota il maggior numero di spettatori per le gare di sci alpino femminile. C’è il tentativo di innalzare dieci piloni in un’area franosa, sui pendii di Mortisa a Cortina, nonostante le proteste dei cittadini e la preoccupazione legata a un terreno altamente instabile, che ha richiesto una lunga serie di prescrizioni da parte della Regione Veneto, prima di rilasciare un nulla osta di indennità di frana subordinato alla loro esecuzione. C’è anche lo scandalo di Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico) che si è affannata tra ritardi ed incompiute per far fronte agli impegni del Piano delle Opere olimpiche, anche quando le gare d’appalto andavano deserte. Se con l’impianto di bob ce l’ha fatta, preparando lo Sliding Centre grazie a una deroga concessa dal Comitato Olimpico Internazionale, per la cabinovia Apollonio-Socrepes, assegnata alla bresciana Graffer, è incappata in un clamoroso fallimento.

La cabinovia che danza sulla frana

L’impianto da 35 milioni di euro è apparso subito controverso e di difficile realizzazione. Una quarantina di cortinesi avevano presentato ricorso al Tar del Lazio, senza ottenere il blocco dei lavori, che hanno comportato l’abbattimento di un paio di case. Alleanza Verdi Sinistra, con l’onorevole Luana Zanella, capogruppo alla Camera dei Deputati, aveva presentato alcuni esposti per il danno ambientale causato e per la mancanza di prospettive operative, visto che una cabinovia per diventare utilizzabile ha bisogno di un parcheggio, che rimane al momento un progetto fantasma. Per questo l’opera nasceva già monca e se ne sta occupando anche la Procura regionale della Corte dei Conti del Veneto. Nel settembre dell’anno scorso si è verificato uno smottamento vicino al cantiere della stazione di arrivo, che interessava una seconda seggiovia e l’ampliamento di un rifugio. Simico non si era fermata, anzi assicurava che la cabinovia sarebbe stata ultimata per i primi giorni di febbraio 2026. Si trattava di una bufala, come hanno dimostrato i fatti. Il verbale di fine lavori risale al 4 marzo, ma in realtà i lavori non erano per nulla terminati. Anzi Ansfisa, l’agenzia governativa che vigila sulla funzionalità degli impianti a fune, non ha neppure oggi ultimato le verifiche e quindi manca il collaudo.

Le gare deserte

Simico ha scorporato il progetto della cabinovia di Socrepes da un project financing più ampio che prevede il collegamento dei versanti delle Tofane e del Faloria, con una spesa di circa 140 milioni di euro. Nel febbraio 2025 ha coinvolto in una preselezione i due colossi degli impianti a fune, la Leitner di Vipiteno e l’austriaca Doppelmayr. Una fuga di notizie, con pubblicazione dei nomi delle società su un giornale locale, aveva indotto Saldini ad annullare la procedura nel mese di marzo. Ci aveva riprovato alcuni mesi dopo, ma a giugno la gara era andata deserta. Secondo la Procura di Belluno si annida in queste fasi la presunta turbativa d’asta, che ha visto l’entrata in scena della Graffer.

L’inchiesta

L’ingegnere Elisabetta Pellegrini è la quarta indagata. Il 21 maggio erano stati perquisiti gli uffici di Simico, con il sequestro di computer, documenti e telefonini. I primi tre indagati erano l’architetto Fabio Massimo Saldini, amministratore delegato di Simico e commissario straordinario con pieni poteri, l’ingegnere Valeria Cepi, responsabile unica del procedimento, e Angelo Redaelli, rappresentante legale della società bresciana Graffer. Da quella prima fase istruttoria sono emersi elementi che hanno portato a iscrivere nel registro degli indagati anche il nome della dirigente Pellegrini. È una diretta collaboratrice del ministro Matteo Salvini, anzi ricopre un “incarico di stampo politico” ed è coordinatrice della struttura tecnica di missione del ministero, oltre che consigliere del vicepresidente del Consiglio dei ministri per le strategie infrastrutturali. A Roma era andata nel dicembre 2022, ma prima di allora aveva operato per la Provincia di Verona, quindi in Regione Veneto. Luca Zaia era il governatore e Pellegrini era diventata responsabile unica del procedimento della Pedemontana Veneta, una superstrada del costo di due miliardi e mezzo, che prevede nell’arco di 40 anni il pagamento di canoni pubblici per circa 12 miliardi di euro al promotore del project financing.

La ricerca del costruttore

A mettere nei guai Simico e il ministero è stata la spasmodica ricerca di un costruttore per l’impianto di Socrepes. Quando a metà giungo 2025 è andata deserta la seconda asta pubblica, il commissario Saldini è corso ai ripari. Ha dichiarato che si era presentata Graffer, offrendosi a fare quello che Leitner e Doppelmayr non erano disposti a realizzare. Nel giro di un paio di settimane Graffer aveva trovato due compagni di cordata nella bergamasca Ecoedile e nella bellunese Dolomiti Strade. Saldini aveva ammesso di aver fornito a Graffer gli elenchi di aziende a cui rivolgersi per trovare un aiuto. Infatti Graffer aveva cercato altre cinque imprese (tra cui una ditta turca costruttrice delle cabine) a cui affidare i diversi compiti. È in questa fase concitata, probabilmente, che gli investigatori stanno verificando un eventuale ruolo di Pellegrini: nelle telefonate e nelle mail che sono partite dal ministero per cercare di comporre il nuovo appalto attorno a una cabinovia che nessuno voleva realizzare.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato Miele (indagato per corruzione) lascia la presidenza del collegio dei revisori al Csm

11 June 2026 at 11:26

Tommaso Miele, l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti indagato per corruzione nell’inchiesta della Procura di Roma sul Ponte sullo Stretto, si è dimesso dall’incarico di presidente del Collegio dei revisori dei conti del Consiglio superiore della magistratura. Come riportato da alcuni quotidiani, Miele aveva assunto l’incarico ad aprile del 2025, prima a titolo gratuito e poi, dopo il pensionamento dello scorso febbraio, dietro un compenso di 27mila euro lordi annui. La presenza di due magistrati contabili nel collegio è prevista dal regolamento interno del Csm.

Secondo l’accusa dei magistrati romani, Miele è stato avvicinato dall’imprenditore Vincenzo Virgiglio e dall’avvocato Francesco Saccomanno al fine – si legge in un comunicato emesso dalla Procura – di “condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione” del Ponte sullo Stretto. L’ex magistrato, ipotizzano i pm, si è messo a disposizione dei presunti corruttori fornendo continui aggiornamenti e informazioni riservate, “in cambio del loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento”.

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Investì più volte e uccise il ladro con il Suv a Viareggio: l’imprenditrice Cinzia Dal Pino condannata a 18 anni. La pm aveva chiesto l’ergastolo

11 June 2026 at 11:43

Investì e uccise, inseguendolo con il suo Suv, il ladro che le aveva rubato la borsa. L’imprenditrice Cinzia Dal Pino, 65 anni, è stata condannata a 18 anni di carcere dalla Corte di Assise di Lucca. La donna è ritenuta colpevole di omicidio volontario per la morte del 52enne di origini marocchine, Noureddine Mezgui, ucciso l’8 settembre 2024 nel quartiere Darsena di Viareggio. Le telecamere di videosorveglianza immortalarono gli ultimi minuti della dinamica particolarmente violenta: nella clip, diventata centrale nel processo, si vedeva il suv guidato dalla donna inseguire il ladro, raggiungerlo e investirlo più volte fino a schiacciarlo contro una vetrina e contro i piloni di un edificio.

La pm, Sara Solino, aveva chiesto per l’imprenditrice la pena dell’ergastolo perché la 65enne non avrebbe “solo” tentato di fermare l’uomo, ma di aggredirlo e sopraffarlo, agendo con “volontà omicidiaria” e con l’intento di “punirlo come forma di giustizia privata”. L’impianto accusatorio ha sempre sostenuto la sussistenza dell’omicidio volontario, aggravato da crudeltà, futili motivi, uso del mezzo insidioso e approfittamento della minorata difesa della vittima.

La difesa di Dal Pino, i legali Enrico Marzaduri e Alberto Gargani, aveva chiesto invece di riformulare il reato contestato, ridimensionandolo a eccesso colposo di legittima difesa o a eccesso preterintenzionale. Secondo gli avvocati la donna voleva recuperare la borsa con effetti personali, ma senza l’intenzione di vendicarsi. Per la difesa, inoltre, quella era una “rapina” perché Mezgui avrebbe minacciato la donna, aggredendola con un coltello mai ritrovato. Nel corso del processo una perizia psichiatrica aveva escluso qualsiasi vizio di mente per l’imputata, ritenendola pienamente capace di intendere e di volere al momento dei fatti.

In attesa della sentenza definitiva, Dal Pino resterà in custodia cautelare ai domiciliari. L’imprenditrice, come affermato dai suoi legali, “sperava in una soluzione meno pesante” ma “poteva andare anche peggio”. Non è ancora chiaro se la difesa farà appello. “Aspettiamo le motivazioni, ma penso di sì”, ha detto Marzaduri.

Intanto le parti civili costituite hanno annunciato che presenteranno ricorso in appello. “È stata accolta la tesi dell’accusa sull’omicidio volontario, che ha retto”, ha dichiarato l’avvocato Enrico Carboni, legale dei familiari della vittima, aggiungendo che la Corte ha riconosciuto la componente della volontarietà. Nonostante ciò, la sentenza verrà comunque impugnata.

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Ponte sullo Stretto, le indagini che coinvolgono un magistrato mostrano uno spaccato inquietante

11 June 2026 at 05:51

In Italia la corruzione è dilagata negli ultimi trent’anni, mimetizzandosi sempre di più nell’economia, nella politica, nella pubblica amministrazione e nello stato. La criminalità organizzata è divenuta sempre più istituzionale, assorbendo in parte anche le organizzazioni mafiose di tipo tradizionale.

Massonerie deviate e sistema massomafioso sono stati un collante solidissimo al punto tale che i poteri occulti emergono sempre di più in superficie divenendo in parte anche palesi, indossando abiti istituzionali e operando in un regime di legalità formale che rappresenta l’apoteosi dell’abuso del potere.

Siamo ad una fase cruciale dell’attacco eversivo alla Costituzione. Uno svuotamento costante, un sanguinamento costituzionale logorante, con un ruolo decisivo dei traditori della Costituzione. Le notizie delle indagini della magistratura inquirente su presunti fatti di corruzione e rivelazioni di segreto investigativo con riferimento alla realizzazione del ponte sullo stretto tra Calabria e Sicilia mostrano uno spaccato inquietante, ma per quanto mi riguarda non sono che l’ennesima conferma di quello che ho visto soprattutto in tanti anni di attività di pubblico ministero.

Mi riferisco, in particolare, alla pervasività del sistema criminale all’interno degli organi di controllo, magistratura compresa. Il coinvolgimento – siamo sempre nelle indagini preliminari, va ricordato – di un magistrato che fino a pochissimo tempo fa era ai vertici della Corte dei Conti evidenzia quanto il sistema sia ormai radicato nel cuore dello stato e arrivi ovunque.

Il sistema corruttivo utilizza metodologie nuove e difficilmente tracciabili, sempre prevedendo vantaggi istituzionali ed economici per i beneficiari e per colpire con durezza implacabile i servitori onesti della repubblica. La violenza istituzionale con cui agiscono è micidiale. Purtroppo la magistratura è stata fortemente infiltrata nel corso degli anni da questo sistema che infetta democrazia e diviene letale per la Costituzione e i colpi che la magistratura inquinata infligge sono devastanti.

Chi ha a cuore le istituzioni del nostro paese non può che augurarsi che soprattutto le ultime generazioni di giovani magistrati si nutrano profondamente delle tensioni ideali e morali che fanno della magistratura una delle più alte funzioni costituzionalmente determinanti per la democrazia.

Il referendum del 22 e del 23 marzo non è stato un indice di gradimento per la magistratura, ma una iniezione di difesa e fiducia nella Costituzione che va attuata in pieno, a cominciare dall’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e dall’autonomia e indipendenza della magistratura da ogni centro di potere.

Purtroppo la storia recente della magistratura è stata fortemente contrassegnata dalla vicinanza colludente di pezzi importanti della magistratura a centri di potere di svariata natura e dall’utilizzo di toghe sporche per colpire donne e uomini integerrimi che all’interno dello stato e delle istituzioni della repubblica non hanno mai tradito la Costituzione.

L’attacco finale alla Costituzione si può respingere, ma la partita a questo punto non si può giocare solo all’interno delle istituzioni, come se fosse una lotta di potere, ma deve coinvolgere il popolo che deve contribuire ad attuare la Costituzione e bisogna sconfiggere i traditori della democrazia e della Costituzione.

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Il Csm approva l'”autobavaglio”: obbligo di “rettifica” delle comunicazioni dei pm. Ma i vertici della Cassazione si sfilano

10 June 2026 at 18:50

L'”autobavaglio” alla fine passa, ma a fatica e con defezioni importanti. Dopo un dibattito di tre ore, il Consiglio superiore della magistratura ha approvato le nuove Linee guida sulla comunicazione giudiziaria, la discussa circolare che regola le informazioni fornite dalle procure ai media. Il testo aggiorna le attuali Linee guida – datate 2018 – alla luce delle “leggi bavaglio” approvate dalla politica negli ultimi anni: niente interviste sui singoli procedimenti, ma solo comunicati o “in via eccezionale” conferenze stampa; vietate “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indagato o l’imputato come colpevole”; proibito citare tra virgolette le ordinanze di arresto. La novità più importante, però, è un inedito dovere direttifica” imposto ai procuratori in nome della “protezione reputazionale”: se danno notizia di un’indagine o di un’arresto con un comunicato, dovranno fare lo stesso – pena potenziali sanzioni disciplinari – se una decisione successiva contraddicesignificativamentel’ipotesi d’accusa, anche a moltissimi anni di distanza. Insomma, servirà un nuovo comunicato o una nuova conferenza stampa, che dovrà osservare “criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Una previsione assai criticata dai vertici delle Procure, che hanno protestato con i loro rappresentanti al Csm riuscendo a far slittare l’approvazione già due volte.

La proposta di delibera è stata approvata con quattro voti contrari, tra cui quello – assai signficativo – del primo presidente della Cassazione Pasquale d’Ascola. L’altro membro di diritto del Csm, il procuratore generale Pietro Gaeta, si è invece astenuto. Intervenendo nel dibattuto, D’Ascola aveva chiesto un ritorno della pratica in commissione, parlando di un “approfondimento ancora insufficiente in relazione alla delicatezza e all’importanza” del tema: l'”obbligo di inseguire i comunicati”, ha avvertito, rischia di creare un “effetto distorsivo”, scoraggiando i procuratori a fornire qualsiasi tipo di informazione. “Per certi uffici significa costituire un ufficio parallelo alla cancelleria che deve occuparsi solo di questo. Vogliamo trasformare gli uffici giudiziari in compilatori?”, ha chiesto. Il ritorno in commissione però è stato respinto, così come un emendamento del pg Gaeta che chiedeva, dopo la fase delle indagini, di spostare l’obbligo di aggiornamento a carico del giudice che emette la sentenza di assoluzione o proscioglimento, cancellando inoltre la “rettifica” d’ufficio e mantenendola solo nei casi in cui a chiederla sia l’accusato (in alcuni casi, ha sottolineato Gaeta, potrebbe essere lo stesso imputato assolto a non voler dare visibilità alla vicenda).

Su questo tema invece è passata un’altra proposta di modifica, firmata dai quattro togati di Unità per la Costituzione (UniCost) e dal progressista indipendente Roberto Fontana. Prevede che l’obbligo scatti solo se la Procura cita il nome dell’indagato (di solito assente) e che l’aggiornamento avvenga d’ufficio solo durante le indagini, mentre nelle fasi successive servirà una richiesta della persona interessata. Per rispondere ai timori di eccessive incombenze sui magistrati, Fontana ha citato i numeri di alcuni grandi uffici del Nord: in tutto il 2025, per dire, la Procura di Milano e quella di Venezia hanno emesso 29 comunicati, quella di Torino sei, quella di Genova cinque. Un altro emendamento approvato, degli stessi firmatari, cancella la norma che vieta ai magistrati di trasmettere le ordinanze di arresto ai cronisti: la nuova versione si limita a ribadire il divieto per i media di pubblicare estratti dell’atto tra virgolette, come già previsto dall’ultimo “bavaglio” approvato dal governo. A votare contro la delibera, oltre a D’Ascola, tre consiglieri togati della corrente progressista di Area (Marcello Basilico, Maurizio Carbone e Tullio Morello) che avevano proposto un testo integralmente sostitutivo, recependo l’emendamento di Gaeta e modificando vari passaggi della delibera per sottolineare il valore della comunicazione giudiziaria.

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Dal Classico alle Scienze Umane: come la classe sociale dei genitori sceglie la scuola dei figli

 

di Michele Blanco

Nel 2009 solo quattro studenti su dieci iscritti al liceo classico avevano genitori laureati; secondo i dati del 2025, la quota è salita a tre su quattro. Questo balzo di 33 punti percentuali fotografa una crescente "esclusività" e svela una realtà preoccupante della nostra società: una costante diseguaglianza di provenienza sociale che si riflette sulla formazione.

Eppure, secondo i dati ISTAT e le storiche ricerche di Almadiploma, nello stesso periodo l’Italia è diventata un Paese complessivamente più istruito. I laureati tra la popolazione adulta sono quasi raddoppiati, passando dal 7,5% del 2001 al 16,8% del 2024. Oggi, una famiglia su sei ha almeno un genitore laureato, contro l'una su tredici di inizio millennio. Malgrado questa trasformazione strutturale, i meccanismi di selezione scolastica sono rimasti invariati, tanto che per i ragazzi provenienti dalle classi sociali meno abbienti è più corretto parlare di "segregazione" anziché di selezione.

I nuovi laureati tendono a iscrivere i propri figli al liceo classico o allo scientifico tradizionale, mentre i ragazzi che provengono da famiglie meno istruite restano confinati nei medesimi percorsi del passato. Se nel 2009 il gap assoluto tra la quota di figli di laureati al classico e la media del sistema era di 22,5 punti percentuali, nel 2025 il divario ha toccato i 36,5 punti. In termini relativi la segregazione appare stabile, ma in termini assoluti si è allargata drasticamente. Le scelte scolastiche continuano così a riprodurre l’origine sociale con una precisione chirurgica. L'ascensore sociale italiano è fermo, immobile, mentre tutto il resto intorno è cambiato.

La mappa dei licei: il classico resta l'infinito feudo d'élite

La scuola secondaria superiore oggi è un mondo variegato, che continua però a distribuire gli studenti secondo la professione o il titolo di studio dei genitori:

  • Liceo Classico: Rimane l'indirizzo socialmente più selettivo d’Italia. Ben il 74,7% degli iscritti ha almeno un genitore laureato.

  • Scientifico Internazionale ed Europeo: Segue a ruota con il 66,7% di genitori laureati, configurandosi come una nuova via d’élite all'interno dell'area scientifica.

  • Scientifico Tradizionale: Si attesta al 62,4%, un valore stabile rispetto al 2009 e ben al di sopra della media nazionale.

  • Liceo Linguistico: Mostra un profilo più eterogeneo e aperto, con il 39,3% di genitori laureati. È il percorso scelto da chi cerca una formazione internazionale ma proviene da background più vari.

  • Scienze Umane: È la vera sorpresa sociologica. Erede del vecchio istituto magistrale, vanta il 33,5% di genitori laureati ma anche un 22,7% di studenti provenienti da famiglie di lavoratori esecutivi. È, a tutti gli effetti, il liceo più "popolare".

Istituti Tecnici: la metamorfosi di Informatica e Agraria

Tra i tecnici, il confronto tra il 2009 e il 2025 evidenzia trend inattesi, legati soprattutto alla percezione del mercato del lavoro:

  • Economico (ITE): I genitori laureati sono passati dal 9,2% al 22,6%, una crescita che riflette l'aumento generale dei titoli di studio nella popolazione, mantenendo un forte radicamento nel ceto medio impiegatizio.

  • Tecnologico (ITT) - Informatica e Telecomunicazioni: Attira sempre più il ceto medio-alto (25,6% di genitori laureati), complice il valore economico e sociale attribuito alle competenze digitali.

  • Elettronica, Edilizia (CAT) e Meccanica: Restano scuole a forte vocazione operaia, dove la quota di genitori impiegati nel lavoro esecutivo sfiora il 28% e i laureati faticano a salire.

  • Agraria: Rappresenta il caso più curioso. Se nel 2009 era l’archetipo della scuola per figli di coltivatori diretti, nel 2025 registra il 26,8% di genitori laureati e una presenza di classi abbienti al 21%. È il segno evidente di come la rivoluzione del biologico, della sostenibilità e dell'agroalimentare d'eccellenza abbia cambiato lo status di questa professione.

Professionali spaccati in due: tra creatività e vecchi modelli

Gli istituti professionali conservano il primato di scuole meno frequentate dai figli dei laureati, ma il vecchio blocco monolitico del 2009 (dove in qualsiasi indirizzo i genitori laureati erano una rarità statistica attorno al 4%) si è frantumato. Oggi assistiamo a una divisione interna tra indirizzi considerati "creativi" e percorsi tradizionali:

  • Cultura, Spettacolo e Filiere Creative: Hanno rinnovato la propria immagine intercettando il ceto medio, con la quota di figli di laureati balzata a quasi uno studente su cinque (20%). Un trend simile, seppur più contenuto, si registra nel settore dell'Enogastronomia e Ospitalità alberghiera.

  • Manutenzione, Assistenza e Servizi Commerciali: Restano ancorati al passato. La presenza di genitori laureati è minima e questi indirizzi rimangono, purtroppo, il principale approdo quasi obbligato per i ragazzi che partono dalle condizioni sociali e culturali più svantaggiate.

Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli. La moglie: “È stata fatta giustizia” – Video

10 June 2026 at 09:29

Louis Dassilva assolto e immediatamente liberato dopo oltre 16 ore di camera di consiglio della Corte di assise di Rimini: per i giudici, non è lui l’assassino di Pierina Paganelli, anziana vicina di casa dell’unico imputato, uccisa il 3 ottobre del 2023. Dassilva rischiava la condanna all’ergastolo, chiesta dal pm Daniele Paci, ed era in carcere da luglio 2024. “Penso che sia veramente una giornata molto importante per lui. Non solo perché riacquista la libertà, ma perché finalmente una corte accoglie quello che lui ci ha sempre detto”, ha dichiarato l’avvocato Riario Fabbri, legale di Louis Dassilva. La moglie del senegalese, Valeria Bartolucci si è detta “felice perché è stata fatta un po’ di giustizia”.

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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

9 June 2026 at 17:41

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato contabile intercettato: “Il mio amico Salvini si aspettava una presa di distanza”

9 June 2026 at 17:13

“I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“. Così, intercettato dagli inquirenti, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele raccontava all’imprenditore Vincenzo Virgiglio di aver evitato di partecipare a una manifestazione, per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione dei giudici contabili di stoppare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. La conversazione è riportata nel decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede indagati Miele, Virgiglio e l’avvocato Francesco Saccomanno. Il magistrato – in pensione dal febbraio scorso – chiarisce di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi” che pochi giorni prima avevano negato il visto di legittimità alla grande opera, ma di non poter esprimere il suo pensiero in pubblico “senza creare crisi istituzionali”. Nel provvedimento è citata un’intercettazione del 31 ottobre 2025, due giorni dopo la decisione, in cui Virgiglio riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sullo svolgimento della camera di consiglio: “Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… e lui se n’è andato per non votare…”.

In un’altra conversazione con Virgiglio, si legge nel decreto, Miele “lascia intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione della istruttoria relativa al progetto Ponte sullo Stretto”, commentandola così: “Eeeh… però è una situazione come dicevo… critica! Ne ho parlato pure con Franco, insomma è una situazione in salita, ora se ci vediamo pure di persona cinque minuti…”. Il magistrato precisa “di non essere preoccupato dall’ultimo provvedimento di rigetto del 17 novembre della Corte, in quanto logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre (“però ti dico la verità, era al momento un atto dovuto, nel senso che, essendo per il momento ancora appeso…”). “Il problema da risolvere“, spiega Miele, “è sempre quello… cioè, non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo”. L’ex presidente aggiunto fa capire poi di avere predisposto, in via riservata, un report sulla vicenda da consegnare ai privati: “L’importante che tu dai comunque il report… che io sto sul pezzo… noi stiamo sul pezzo”.

Il rapporto di vicinanza tra Miele e Virgiglio, affermano gli inquirenti, è tale che il presidente si rivolge a lui “anche per individuare architetti di sua fiducia al fine di verificare la possibilità di preventivi di importo meno elevato per lavori di progettazione e ristrutturazione delle abitazioni dei figli”. A pochi mesi dal pensionamento, il magistrato manifesta la sua aspirazione ed il suo interesse a rivestire “cariche apicali in organismi di diritto pubblico successivamente al pensionamento, elementi questi su cui fanno leva” Virgiglio e Saccomanno “che gli assicurano, per il tramite delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorire le aspirazioni professionali”. Parlando ad un amico sindaco di un comune del Veronese, che gli chiedeva spiegazioni sulla decisione sul Ponte, Miele ribadisce di avere fatto la sua parte, “si giustifica dicendo che gli avrebbe raccontato di persona (…) e che ora si sarebbe atteso la nomina a presidente dell’Antitrust o di una società partecipata, chiedendo anche all’amico un ulteriore intervento presso i vertici politici ed istituzionali per favorire la sua nomina: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsment… certo che va bene”, ricevendo immediata disponibilità dell’interlocutore politico che gli garantisce di accompagnarlo a parlare con esponenti politici in occasione del concerto di Natale del 20 dicembre 2025 a Montecitorio”.

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“Una controriforma che allunga le cause e spreca risorse”: l’Anm contro il ritorno dei “tribunalini” firmato Nordio e Lega

9 June 2026 at 15:31

Una “controriforma priva di fondamento empirico“, che “abbandona la strada della razionalizzazione assecondando istanze localistiche“, senza “una visione sistematica” né “una seria analisi delle risorse disponibili”. L’Associazione nazionale magistrati demolisce il disegno di legge del governo per istituire il nuovo Tribunale della Pedemontana veneta con sede a Bassano del Grappa (Vicenza), voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal sottosegretario leghista Andrea Ostellari, entrambi originari di quell’area. Un provvedimento, spinto dal Carroccio a scopo elettorale, che va in direzione opposta rispetto alla soppressione di 37 “tribunalini” voluta dal governo Monti nel lontano 2012. In Commissione Giustizia alla Camera – dove il testo è in discussione da gennaio – martedì è stato ascoltato il giudice milanese Sergio Rossetti, membro della giunta centrale dell’Anm, che ha depositato un documento in cui il sindacato delle toghe “esprime una valutazione fortemente negativa del disegno di legge”, chiedendone il ritiro o quantomeno un “complessivo ripensamento“. Quella di Nordio e Ostellari, denunciano i magistrati, è “a tutti gli effetti una controriforma: non corregge la riforma del 2012 sulla base di una valutazione dei suoi effetti, ma la rovescia assecondando istanze locali, senza una adeguata istruttoria sulle effettive carenze di cui soffrono i circondari interessati dall’intervento normativo, che dovrebbero essere risolte immettendo risorse umane e materiali dove servono, senza istituire nuovi tribunali o mantenere in vita quelli che si era scelto di sopprimere”. Oltre a creare la sede di Bassano, infatti, il ddl ripristina ufficialmente i “tribunalini” abruzzesi di Avezzano, Sulmona, Lanciano e Vasto, nonché le sezioni distaccate all’Isola d’Elba, Lipari e Ischia, tutti uffici aboliti sulla carta ma mantenuti attivi attraverso continue proroghe.

Segnalando i rischi del dietrofront, l’Anm cita uno studio di Bankitalia dello scorso anno, secondo cui la cancellazione dei piccoli tribunali “ha aumentato la capacità di definizione dei procedimenti del 3,8% complessivo e ridotto la durata dei processi del 5%“. E a beneficiarne di più, si legge, sono state “le materie più complesse, a conferma dell’importanza della specializzazione, possibile solo in uffici di dimensioni sufficienti: in un ufficio con cinque o sei giudici”, infatti, “non è possibile alcuna seria ripartizione per materie”. Il ddl, inoltre, ha “ignorato completamente” le linee guida del Cepej, la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, che ha indicato come “la produttività più elevata” si raggiunga “in uffici con un numero di giudici tra quaranta e ottanta“, segnalando invece “i rischi strutturali dei piccoli tribunali”. Non solo: secondo un recentissimo studio di Gran Sasso Science Institute e Università Ca’ Foscari di Venezia, la riforma del 2012 “ha contribuito a ridurre la criminalità in misura apprezzabile. L’aumento di efficienza della giustizia penale”, infatti, “ha prodotto un effetto deterrente significativo e misurabile: i reati contro il patrimonio (furti e reati contro la proprietà) sono diminuiti del 6-8% nei territori serviti da tribunali accorpati, mentre i reati di criminalità organizzata (associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio) sono diminuiti del 7-13%“. La controriforma del governo, conclude quindi l’Anm, “non solo è contraria all’evidenza empirica sul piano dell’organizzazione giudiziaria, ma rischia di produrre conseguenze negative anche sul piano della sicurezza pubblica“.

C’è poi il capitolo costi: il provvedimento stanzia quasi cinque milioni l’anno, di cui 2.753.400 per il funzionamento delle nuove strutture e 2.189.263 per l’assunzione di sette nuovi magistrati e 25 unità di personale amministrativo. “In altre parole”, riassume l’Anm, “si spendono più soldi per tenere aperti i contenitori che per riempirli di contenuto”. Per questo la proposta è di rinunciare ai “tribunalini” e “convertire integralmente i 2,75 milioni annui” previsti per crearli in “ulteriori assunzioni”, per “un investimento complessivo di circa cinque milioni annui in risorse umane”. In questo modo, segnalano i magistrati, si potrebbe “restituire efficienza a uffici già operativi, invece di disperdere risorse in presidi condannati alla cronica sotto-organicazione”. Una battaglia in cui le toghe potrebbero trovare un inedito alleato in Forza Italia: nel partito azzurro infatti c’è una fortissima resistenza al piano di Nordio e Ostellari, capeggiata dal senatore vicentino Pierantonio Zanettin, preoccupato per il futuro del Tribunale berico, a cui il nuovo ufficio toglierebbe il 30% dei magistrati. Enrico Costa, attuale capogruppo azzurro a Montecitorio, in Commissione Giustizia era stato chiaro: così com’è il provvedimento “risulta difficilmente condivisibile da parte del gruppo”. E visto il clima già teso tra alleati sulla giustizia – che ha fatto saltare il vertice di maggioranza previsto per martedì – è possibile che il governo decida di metterci una pietra sopra.

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“Pressioni per revocare una concessione balneare all’ex marito”, indagata per concussione l’assessora regionale pugliese Starace

9 June 2026 at 15:15

L’accusa è di concussione e coinvolge l’assessora al Turismo della Regione Puglia, Graziamaria Starace, iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Foggia insieme al sindaco di Vieste e presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune garganico.

L’inchiesta ruota attorno a una vicenda risalente allo scorso anno e legata a una concessione balneare in uso all’ex marito dell’assessora regionale. Secondo quanto emerge, gli investigatori ipotizzano che vi siano state pressioni finalizzate a ottenere la revoca del titolo concessorio. Una contestazione che gli indagati respingono e sulla quale sono tuttora in corso gli accertamenti della magistratura.

La concessione, in un secondo momento, sarebbe tornata nella disponibilità dell’ex coniuge dell’assessora dopo la regolarizzazione della posizione e i controlli effettuati nell’ambito di una più ampia attività di verifica disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari presenti sul territorio. La vicenda giudiziaria si intreccia con le recenti tensioni politiche all’interno dell’amministrazione comunale di Vieste.

A rendere pubblica l’esistenza dell’indagine è stato lo stesso Nobiletti attraverso un post sui social network, nel quale ha spiegato di aver revocato la delega ai Grandi eventi all’assessore Gaetano Paglialonga dopo aver appreso dagli atti notificati dalla Procura che quest’ultimo avrebbe registrato di nascosto alcune conversazioni avute con lui e con altri esponenti della maggioranza.

Sul fronte difensivo, gli indagati rivendicano la correttezza del proprio operato. “Le indagini confermeranno la correttezza e la legittimità dell’operato dei nostri assistiti, svolto nel solo rispetto della legge e nella parità di trattamento di tutti i cittadini e gli operatori”, ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Michele Vaira, che assiste Starace, Nobiletti e Ragno insieme al collega Ciliberti. I difensori sostengono di disporre di elementi utili a chiarire la vicenda e annunciano che saranno messi a disposizione degli inquirenti nei tempi previsti dall’indagine.

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Inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto. Chi sono gli indagati: tra loro un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti

La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. In base a quanto emerge da una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’ufficio ha delegato i carabinieri del Ros all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di tre persone: Tommaso Miele, 70 anni, magistrato, ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti, in pensione da febbraio; Giacomo Francesco Saccomanno, 71 anni, avvocato, già consigliere di amministrazione della “Stretto di Messina Spa” e Vincenzo Virgiglio, 65 anni, imprenditore di Reggio Calabria. Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica.

Secondo quanto emerge dalla nota diffusa dalla Procura l’avvocato e l’imprenditore indagati “al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”.

Secondo l’impianto accusatorio i “due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto – si legge nella nota – la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla magistratura contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.
Inoltre il magistrato “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della Stretto di Messina Spa, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”. Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati “rinvenuti e sequestrati diversi dispostivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

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Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

9 June 2026 at 11:49

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

L'articolo Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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