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Il discorso del papa a Madrid nasconde un classico trucco retorico

10 June 2026 at 05:16

A Madrid il papa ha esortato la folla alla fede con un argomento che mi ha fatto sorridere: “Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? Non temete! Spalancate le porte a Cristo!” Ho sorriso perché ci ho sentito l’eco di una mia ex quando voleva convincermi a sposarla: “Di cosa hai paura?” Questo argomento è piuttosto truffaldino, come ogni forzatura. Infatti non si limita a sostenere una tesi, ma attribuisce all’interlocutore una motivazione negativa (“temere”, “avere paura”) per spiegare la sua renitenza e il suo dissenso. In questo modo il rifiuto della proposta religiosa viene reinterpretato come effetto di una debolezza psicologica anziché come posizione ragionata.

Questo trucco retorico è micidiale come un gatto a nove code. E’ un argomento ad hominem (non si confuta l’obiezione, ma si lascia intendere che l’atteggiamento dell’interlocutore dipenda da una sua disposizione personale); è un’insinuazione (si suggerisce, senza affermarlo apertamente, che chi non aderisce al cristianesimo è mosso dalla paura); è un argomento delle motivazioni (si spiega la posizione altrui attraverso un movente psicologico); è avvelenare il pozzo (chi non si converte viene preventivamente collocato nella categoria di chi “ha paura”); è psicologizzazione del dissenso (invece di discutere le ragioni dell’altro, gli si attribuisce uno stato emotivo: paura, risentimento, chiusura, ecc.). In questo modo si restringe il campo delle spiegazioni possibili: non vuoi credere perché hai paura, non vuoi impegnarti perché hai paura, non vuoi sposarti perché hai paura.

La mossa è efficace perché sposta il confronto dal merito della decisione alle sue presunte motivazioni psicologiche. L’interlocutore viene posto in una posizione difficile: se nega di avere paura, sembra sulla difensiva; se accetta la premessa, ha già concesso il punto fondamentale.

La psicologia sociale parla di “lettura della mente”: la presunzione di conoscere le cause interiori del comportamento altrui. E’ inoltre una domanda carica (loaded question): si presuppone come vera la diagnosi psicologica. La questione non è più “vuoi o non vuoi credere?”, ma “quale paura ti impedisce di credere?”. La paura viene data per acquisita. E’ inoltre una sfida identitaria: non argomenta sul merito della scelta, ma mette in discussione l’immagine che la persona ha di sé: coraggiosa o paurosa, aperta o chiusa, fiduciosa o timorosa. La sequenza implicita è: le persone coraggiose aderiscono al cristianesimo, tu non vuoi farlo, allora hai paura.

Questa strategia retorica crea una notevole pressione psicologica perché nessuno desidera essere visto come codardo o insicuro. In retorica è detto “appello alla vergogna”: si spinge all’adesione non dimostrando la bontà della proposta, ma rendendo socialmente o moralmente scomodo il rifiuto. Il dissenso viene associato a un tratto svalutante. L’attenzione, insomma, viene spostata dalle ragioni della scelta alla qualità morale o psicologica di chi sceglie.

Infine, che le persone coraggiose aderiscano al cristianesimo è una petizione di principio: si assume come premessa ciò che andrebbe provato, cioè che l’adesione al cristianesimo sia la scelta del coraggioso e che il rifiuto dipenda dalla paura. Dal punto di vista argomentativo è anche una falsa dicotomia: o accetti Cristo oppure hai paura. Vengono escluse altre possibilità: principi differenti, disaccordo, cultura, ecc. La domanda “Di cosa hai paura?” è spesso persuasiva non perché dimostri qualcosa, ma perché ridefinisce il campo del dibattito. Non chiede se esistano ragioni per rifiutare Cristo; presuppone che non ve ne siano e che il problema sia soltanto una paura da confessare.

Lode a Duchamp per aver sollevato all’onor di piedistallo alcuni oggetti che ne han ben donde, come l’orinatoio di fattura industriale.

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Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. La complessità contro il ‘riduzionismo’ bellicista

9 June 2026 at 12:47

Edgar Morin è stato uno dei maggiori intellettuali del ‘900 e del primo quarto del secolo in corso, ma illuminerà ancora il futuro. Queste righe, scritte tra la sua morte avvenuta il 29 maggio scorso e il 105esimo compleanno che sarebbe stato il prossimo 8 luglio, non possono certamente ricostruirne la vita e l’opera monumentale centrata sul metodo, per la quale rimando, oltre ai testi dell’Autore, al volume curato da Mauro Ceruti, Cento Edgar Morin, per i cento anni dell’“umanista planetario”. Non mi soffermo neanche sulla trilogia dell’educazione – dalla Testa ben fatta, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro al Manifesto per cambiare l’educazione – che pure non deve mancare nella formazione di ogni educatore. Metto a fuoco, invece, il Morin ultracentenario che fino alla fine non ha smesso di denunciare “l’isteria di guerra” nella quale siamo precipitati.

Ero presente all’Arena di pace a Verona il 18 maggio 2024, insieme a migliaia di costruttori e costruttrici di pace quando, rispondendo all’appello di papa Francesco e non potendo essere presente fisicamente, Morin mandò un breve videomessaggio registrato in ospedale nel quale ribadiva che di fronte “a tanti pericoli, tante guerre, tanta difficoltà a trattare i problemi fondamentali dell’umanità, c’è bisogno di una coscienza fortissima della necessità di lavorare insieme per fare un movimento ardente e forte per la pace”. La costruzione di questa “coscienza fortissima” è stata al centro degli ultimi interventi pubblici attraverso tutti i canali, compresi i profili social dove fino a pochi mesi fa decostruiva lucidamente ed essenzialmente il bellicismo dominante sui media: “Dobbiamo resistere all’oscurantismo, alle illusioni, alle visioni unilaterali. Dobbiamo sempre verificare le informazioni e le verità ufficiali. Non dobbiamo lasciarci trascinare nell’isteria collettiva”, scriveva su X il 7 novembre 2024. E il 5 giugno 2025 – lui di origini ebraiche sefardite, autore dell’importante saggio su Il mondo moderno e la questione ebraica – segnalava: “l’identificazione quasi viscerale con Israele rende insensibili e ciechi”.

Aveva aperto gli anni Venti del XXI secolo Edgar Morin con uno scritto dal titolo La fraternità, perché? (2020) nel quale indicava il paradosso della mondializzazione che, mentre ha creato “una comunità di destino per tutta l’umanità” ha generato pericoli globali, tra i quali “la moltiplicazione delle armi nucleari di distruzione di massa, così come delle armi chimiche e informatiche capaci di paralizzare una nazione intera”. Rispetto ad essi l’orizzonte di salvezza è costruire percorsi di fraternità che “deve diventare scopo senza smettere di essere mezzo” ossia cammino “dell’avventura umana”. Ma le cose non sono andate così, la pandemia di Covid ha pienamente dispiegato i pericoli della mondializzazione senza governo, amplificando le pericolose “regressioni” indicate da Morin nel libro Cambiamo strada (2020). Tra di esse le guerre e il riarmo, intraviste lucidamente nel rischio di conoscere ancora “ciò che avvenne a Sarajevo nel 1914 o a Danzica nel 1939: una bomba e la rivendicazione di un esaltato hanno provocato, entrambe le volte, attraverso reazioni a catena del tutto impreviste, la conflagrazione e l’ecatombe di due guerre mondiali”. Di fronte a questo possibile scenario, cambiare strada non è utopia ma realismo: “il vero realismo può proporre delle idee che sembrano utopiche ai realisti ufficiali. Il vero realismo sa che l’improbabile è possibile e che la cosa più importante e frequente è il sopraggiungere dell’inatteso nel reale”.

Perché il messaggio sia più chiaro, l’agile libro successivo s’intitola Svegliamoci! (2022), dove svolge una precisa analisi della situazione di precarietà globale, tra dimensione delle minacce e consapevolezza del pericolo. Da Hiroshima e Nagasaki in avanti, “il progresso della potenza umana è sfociato nell’impotenza umana di controllare la propria forza. Ma tutto questo è come anestetizzato dal sonnambulismo generale della nostra vita quotidiana”. Siamo nel pieno della policrisi planetaria e, se abbiamo sperato che la pandemia svegliasse le coscienze a portasse ad un cambiamento di rotta, al contrario “le misure di controllo e sorveglianza delle popolazioni, ufficialmente giustificate da ragioni sanitarie, costituiscono anche le prime impalcature di una società della sorveglianza e della sottomissione”, come accade in Italia con il susseguirsi dei “decreti sicurezza”. Per uscirne è necessario, prima di tutto, un cambio di paradigma nel modo stesso di pensare ed è il centro dell’impegno culturale di Morin: sostituire i pensieri semplificanti, unilaterali e parziali, con “principi che permettano di riconoscere, distinguere, e riunire antagonismi complementari”. Quanto di più difficile in tempi di guerra.

“Già in tempi cosiddetti normali, è predominante la conoscenza compartimentata e decontestualizzata” – scrive nel successivo libro Di guerra in guerra (2023) – “Quando imperversa l’isteria fanatica o l’isteria di guerra, essa diventa sovrana e provoca l’odio di ogni conoscenza complessa e di ogni contestualizzazione”. E’ uno scritto fondamentale per comprendere la regressione del pensiero, dell’informazione, del linguaggio in Europa a partire dalla guerra russo-ucraina, per il quale lo stesso Morin è stato incredibilmente accusato in Francia di “putinismo”. Ma, concludeva Morin, “più la guerra si aggrava, più la pace è difficile ed urgente. Evitiamo una guerra mondiale. Sarebbe peggio della precedente”.

L’appello più recente di Morin è del 29 novembre 2025, Dove va il mondo, pubblicato su il manifesto e su ytali., nel quale accusa lucidamente i governi europei di contribuire all’escalation della guerra in Ucraina, anziché favorire il negoziato, agitando la minaccia russa anziché guardare alle catastrofi ecologiche, politiche e militari. Ciò che c’è da fare oggi, prima di ogni altra cosa, è dunque agire “con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione”. Nel tempo del riduzionismo bellicista il pensiero della complessità di Edgar Morin è vivo. E lotta insieme a noi.

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Il ‘crepacuore’ esiste davvero: una possibile spiegazione clinica del caso di Marjane Satrapi

9 June 2026 at 06:49

Il tempo della medicina ci ha permesso di diagnosticare e dare un nome a ciò che, fino a pochi anni fa, veniva semplicemente chiamato “crepacuore”. Oggi sappiamo che molte condizioni cardiache transitorie che possono insorgere in seguito a eventi emotivi particolarmente intensi possono essere ricondotte alla sindrome di Takotsubo, nota anche come “sindrome del cuore infranto” o “cuore in gabbia”. Questa parrebbe essere stata la causa della morte della fumettista iraniana Marjane Satrapi.

La ricerca e la clinica consentono di attribuire, a posteriori, un nome a molte morti che appaiono incomprensibili a chi non conosce la profondità con cui il dolore può incidere sul corpo umano.

Nel mio paese natale, in Toscana, tutti conoscono ancora la storia di Alma. Aveva un figlio disperso in Russia e trascorreva le giornate fissandone la fotografia. Gli amici cercavano di proteggerla da quello che allora veniva chiamato semplicemente “crepacuore”, una sorte che, secondo il sapere popolare, aveva già colpito molti familiari di soldati mai tornati dalle guerre.

Le tolsero la fotografia dal comodino. Per qualche tempo la sua vita sembrò riprendere un corso normale, almeno in apparenza. Poi, un giorno, senza dire nulla ai nipoti, si recò al cimitero e si fermò davanti all’ossario dei caduti in Russia. Lì era conservata anche la fotografia del figlio. Rimase a lungo ad accarezzarla e a contemplarla.

La trovarono morta quella sera, senza che nessuno si fosse accorto di nulla.

La vulgata popolare vuole che quando la trovarono, avesse sulle labbra un sorriso appena accennato, come se fosse certa di aver finalmente rivisto il figlio perduto per sempre.

Per comprendere eventi come questo, occorre guardare non soltanto all’organo, bensì alla struttura stessa del legame affettivo. La sindrome di Takotsubo è infatti frequentemente associata all’impossibilità di elaborare un lutto, di dare una collocazione simbolica alla perdita e al distacco.

Freud insegna che, quando l’oggetto amato scompare, la sua ombra cade sul soggetto e lo ammanta di nero, inaugurando il tempo depressivo del lutto. Il lavoro dell’elaborazione consiste nel progressivo disinvestimento dell’oggetto perduto, affinché l’energia affettiva possa trovare nuove destinazioni e la vita possa tornare a scorrere. Non sempre, però, questo processo si compie. Talvolta il soggetto resta fissato all’istante della separazione. Il tempo cronologico procede, ma quello soggettivo si arresta. La persona scomparsa continua a vivere in modo immaginario nei suoi gesti, nelle sue parole, nelle sue abitudini; il ricordo ritorna incessantemente e ogni immagine riapre una ferita che non riesce a cicatrizzarsi.

Quando ciò accade, il cuore sembra ammalarsi perché incapace di reggere l’assenza.

L’esperienza clinica mostra che una delle situazioni più critiche per il verificarsi dello Takotsubo è rappresentata dalla privazione forzata della funzione genitoriale. La cronaca è piena di genitori consumati dal trauma di un figlio scomparso.

Alcuni mesi dopo la morte del figlio, un militare dell’esercito britannico che si era tolto la vita, Dawn Turner, una donna di 57 anni, venne colpita da un improvviso e violentissimo dolore toracico. Era il marzo del 2026 e i sintomi apparivano del tutto compatibili con quelli di un infarto: oppressione al petto, difficoltà respiratoria e la sensazione di essere in pericolo di vita. Gli accertamenti diagnostici esclusero tuttavia la presenza di un infarto miocardico e confermarono la sindrome da “cuore in gabbia”.

Oltre al lutto, anche le separazioni forzate dai figli sono terreno di coltura di tale patologia. Quando l’accesso al figlio viene impedito — per separazioni conflittuali, provvedimenti giudiziari o circostanze lavorative particolarmente gravose — chi ha costruito la propria identità attorno alla funzione genitoriale può sperimentare una sofferenza devastante.

“Non ha più senso che io viva, dottore, se non posso vederlo crescere”, mi disse un paziente il cui cuore sembrò consumarsi lentamente dopo il distacco dal figlio, mentre trascorreva mesi di isolamento osservando ossessivamente le foto del ragazzo allontanato dal tribunale.

In questi casi si osservano spesso forme di supplenza affettiva: fotografie guardate ossessivamente, filmati rivisti all’infinito, vecchie immagini custodite come reliquie. Si cerca di mantenere vivo un legame che la realtà ha interrotto, ma che la psiche continua a considerare indispensabile. Nelle festività, in occasione di particolari anniversari, nel momento di sfogliare le foto dei ricordi, per chi rientra in queste condizioni il “crepacuore” può rivelarsi in tutta la sua tragica verità.

La morte della principessa Padmé Amidala alla fine di Star Wars Episodio III rappresenta probabilmente uno degli esempi più celebri, nella filmografia , di morte per Takotsubo. Dopo aver dato alla luce i gemelli Luke e Leia, si spegne senza che i medici riescano a individuare una causa organica capace di giustificarne la fine. Il suo corpo appare integro, ma il suo universo affettivo è andato completamente in frantumi. Ha assistito alla trasformazione dell’uomo che amava nel temibile Darth Vader, alla dissoluzione della Repubblica e al crollo degli ideali ai quali aveva consacrato la propria esistenza. In altre parole, ha visto scomparire, nel giro di pochi giorni, tutto ciò che dava significato alla sua vita. Il droide medico, mentre la aiuta a dare alla luce i due figli, pronuncia la famosa frase: “Dal punto di vista medico è completamente sana. Per ragioni che non riusciamo a spiegare, la stiamo perdendo”. Alla domanda di Obi-Wan: “Sta morendo?”, il droide risponde: “Non sappiamo perché. Ha perso la volontà di vivere”

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Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo

7 June 2026 at 05:50

Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.

Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.

Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

Casarza Ligure, maggio 2026

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Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo

7 June 2026 at 05:50

Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.

Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.

Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

Casarza Ligure, maggio 2026

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Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele

5 June 2026 at 06:01

La “coazione a ripetere” secondo la psicoanalisi è la tendenza dell’individuo a risperimentare, ripetendo diverse volte la situazione, un evento traumatico anche quando questo modo di comportarsi provoca sofferenza. Per noi psicoterapeuti è sempre drammatico dover constatare che, ad esempio, chi ha subito violenza da piccolo tenda a esercitare episodi violenti verso i bambini. A livello razionale pare assurdo che chi ha sofferto per un certo comportamento o subito un evento violento lo riproponga. Non è entrata in lui la consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che si determina? Come mai chi è stato nei panni della vittima ha la tendenza a entrare nei panni dell’aggressore senza, apparentemente, sentirsi in colpa? Certamente per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime divengono carnefici ma il mistero di questo meccanismo psicologico rimane intatto.

Riflettevo su queste evidenze della psicologia nelle scorse settimane ponendo un paragone con la mattanza che lo stato di Israele sta attuando verso i palestinesi. Possibile che uno stato, fondato psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista, possa ora esercitare una violenza, altrettanto efferata, verso un altro popolo? Il fatto che l’attuale situazione in Palestina possa definirsi o meno tentato genocidio non è rilevante ai fini della valutazione psicologica dell’enormità di tale situazione. Passare dal ruolo di vittime a quello di persecutore in una maledetta “coazione a ripetere” con analoghe modalità pare un destino dell’umanità.

Alcuni anni orsono ebbi in cura un uomo che era stato picchiato a sangue nell’infanzia dal padre alcolista. Raccontava che viveva nel terrore la sera quando il padre rientrava dal bar. Poteva capitare che il genitore si sdraiasse e dormisse ma a volte bastava un nonnulla per innescare la sua rabbia che si sfogava prima con la madre e poi con lui che era l’unico figlio. Il ragazzo appena 14 enne era andato via di casa e si era costruito una posizione sociale ed economica. Aveva frequentato, mentre lavorava, le scuole serali con grandi sacrifici per poi divenire un imprenditore affermato. Ora che era sposato e padre di due figli poteva essere sereno. Un demone però si agitava in lui per cui tendeva, nelle serate con amici, a bere in modo eccessivo per poi divenire collerico. Dopo alcuni episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli si rivolse a me terrorizzato dalla constatazione di “essere divenuto come suo padre”. In un anno di psicoterapia si rese conto dei meccanismi inconsci che lo attanagliavano e li affrontò.

Freud affermava che i conflitti non elaborati vengono riproposti, senza che molte persone se ne rendano conto coscientemente, nella speranza inconscia di poterli padroneggiare. Assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima è un modo per dire a se stessi inconsciamente: “Non mi capiterà più di essere debole e subire! Posso controllare il terrore e le angosce”. Possiamo sottilmente ritenere che il piccolo bambino maltrattato per soffrire psicologicamente meno “proiettasse se stesso nel padre” identificandosi con lui. Il sentimento ambivalente di affetto e odio, contemporaneamente provati, verso la figura genitoriale facevano provate emozioni anche esse ambivalenti: sofferenza per essere vittima ma soddisfazione di impartire una lezione.

Nei campi di concentramento nazisti la figura dei Kapò è stata molto controversa. Si trattava di prigionieri che venivano scelti per controllare gli altri. Alcuni di questi abusavano del loro potere divenendo, a detta degli altri prigionieri, peggio delle guardie naziste. Qualcuno affermerà: si tratta della banalità del male! Certamente è vero che tutti noi uomini abbiamo accanto a componenti altruiste e buone anche aspetti aggressivi e cattivi. L’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza da parte di molti individui si salda con l’ipotesi suggestiva che anche i popoli possono imboccare gli stessi errori. Vedere gli israeliani come popolo svolgere il ruolo di aguzzini, perpetrando crimini che ricordano i nazisti, lascia sconcertati e attoniti.

Con questo scritto non desidero lanciare accuse che evocano opposti schieramenti ma sollecitare una autoriflessione in tutti noi.

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Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

4 June 2026 at 13:01

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

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Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media

4 June 2026 at 12:48
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Silenziata dalla narrazione mediatica dominante, resa vuota dal modo retorico in cui ne parla la politica, banalizzata dal mondo della cultura e dell’arte: la pace non è mai stata così necessaria, eppure non è mai stata così latitante, a partire dai nostri feed social.

È da questa urgenza che nasce No Peace No Panel, la campagna sostenuta da giornalisti e giornaliste del servizio pubblico e privato, cittadini e cittadine comuni, direttori e direttrici di testate nazionali, intellettuali, vertici degli enti di categoria e associazioni giornalistiche e dalle più importanti associazioni e reti pacifiste. L’obiettivo è quello di ripensare la narrazione (soprattutto mediatica) passando dal concetto di par condicio a quello di pax condicio: per i dibattiti (e i contenuti) che trattano gli svariati temi contemporanei è sufficiente il consueto equilibrio tra destra e sinistra (par condicio), ma quando si parla di guerra questo schema non basta più, perché l’unico contraddittorio all’altezza del conflitto, è la pace. Allora bisogna iniziare a chiedersi se è presente almeno un portavoce di pace, se si sta rappresentando solo il bellicismo, se si è dato spazio alla pace e alle sue idee (pax condicio). Il decalogo è stato presentato anche in Commissione di Vigilanza Rai ed è in attesa di un voto che tarda da più di un anno e mezzo a causa dello stallo della Commissione. Intanto l’escalation mediatica continua, le guerre si moltiplicano e la voce della pace non trova spazio. Così oggi, grazie Fatto Quotidiano e alla creatività di MammaStudio, nasce una campagna social che prova a comunicare sui temi di pace in maniera nuova.

Parlare di pace è problematico perché per farlo dobbiamo prendere per forza in considerazione il suo opposto: la guerra. La pace sembrerebbe costituirsi solo per negazione: è il segno meno sulla guerra a dettare la pace, come se l’assenza, anche parziale di conflitto determinasse di per sé la pace. In questo modo, però, si priva la pace della sua dimensione narrativa e quindi della sua capacità trasformativa e resistente. Una condizione necessaria: se non alleniamo la pace, non avremo “muscoli” sufficienti per portarla sul ring e mandare al tappeto l’ennesima guerra. Proprio quello che sta succedendo.

Il pacifismo sembra avere le armi spuntate sia nella realtà – basti pensare a quante manifestazioni nazionali unitarie pacifiste si è stati in grado di organizzare in Italia in questo momento storico, che è considerato il più grave periodo di conflitti dalla seconda guerra mondiale ad oggi – così come nel racconto mediatico. I portavoce di pace sono gli ultimi chiamati a dire la loro e quindi non hanno modo di costruire opinione né leadership (cosa potremmo rispondere, ad esempio, alla domanda: chi è il nuovo Gino Strada?). La pace non è in grado di diventare virale sui social e ci sono pochissimi distributori di cultura e arte capaci di andare oltre lo sventolio di una bandiera arcobaleno e un pacifismo da “volemose bene”.

Intanto, il bellicismo imperversa. In questo ecosistema di dibattito pubblico la pace sembra un concetto debole, noioso, retorico, astratto. La guerra invece è concreta, necessaria, spettacolare, immediata. Nelle chiacchiere da bar – riflesso del talk show medio italiano – sembra sempre “vincere” il più informato di geopolitica, il più cinico e cosciente sugli equilibri tra potenze globali, insomma quello che alla fine dei conti porta avanti senza neanche saperlo un concetto basilare quanto tossico: la guerra è inevitabile. Come se il conflitto fosse la normalità e la pace l’eccezione. Per non parlare dell’opinionista da “se vuoi la pace, prepara la guerra”, come se la pace fosse derivativa e il suo fare dipendesse dalla guerra (sorvolando sul fatto che forse, dopo 1300 anni di sanguinosi conflitti, sia giunto il tempo che questa locuzione latina venga superata). E via discettando fino a chi si aggrappa a vecchi slogan tipo “il mondo non si cambia con i fiori”, per dare alla pace una cornice da ingenui sessantottini. O ancora “i pacifisti non sanno come funziona la realtà”, come se la realtà fosse una condizione perpetua di lotta.

Di fronte a tutto questo, la pace è disarmata. E anche chi sente dentro di sé che è la cosa giusta, non ha strumenti semplici e a portata di mano per parlarne. Il pacifista che è in noi capisce di doversi informare troppo, di dover cercare troppo su Google o di dover leggere troppi libri per poter far fronte al plotone d’esecuzione dei commentatori da tavolino pronti a metterlo all’angolo con un: “questi pensano di fermare i carri armati con i fiori”. Certo, trasformare la pace da concetto morale a fenomeno culturale non è un gioco da ragazzi. Lo dimostrano i tantissimi portavoce di pace (associazioni e reti, movimenti non-violenti, Ong che operano su territori di guerra) che, troppo spesso ignorati dai media mainstream, si battono da anni, con coraggio, per farlo.

La campagna No Peace No panel propone una soluzione, che non è l’unica. Il concetto è chiaro: fino a quando la voce della pace non verrà rappresentata equamente nei dibattiti e nei contenuti, questa verrà relegata nella spirale del silenzio e non emergerà, non avrà modo di guardarsi, ascoltarsi, immaginare nuovi significati, diventare popolare o criticata, ma comunque presente. È anche un problema di applicazione della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra” sì, ma solo lì, nella Costituzione (art .11).

Nel Paese e nel suo sistema informativo e culturale no, lì si parla quasi solo di guerra e il risultato è scontato: la guerra si moltiplica. Ecco perché pensiamo di dover passare dalla par condicio, alla pax condicio. Una proposta che riguarda non solo i dibattiti, ma anche i contenuti. In un Paese nel quale la maggioranza della popolazione nei sondaggi è sempre sfavorevole alla guerra e all’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si parla troppo poco di pace: gli stessi sondaggi sono poco diffusi, c’è poco spazio per i libri usciti sul tema, le campagne dei pacifisti non vengono citate, le tesi del disarmo quasi mai rappresentate. Intanto c’è un militare o ex militare a fare da opinionista in ogni talk show (quando sarà possibile vedere la realtà analizzata da una prospettiva diversa, per esempio di un costruttore di pace?) e la narrazione giornalistica non riesce ad andare oltre la cronaca di guerra e l’immagine di scenari sempre più allarmarti. È l’escalation mediatica.

Noi vorremmo una pace dai toni forti, che sia in grado di essere anche pop, ironica, riconoscibile. Perché no: “memizzabile”. In grado di operare inversioni di senso: riuscite a immaginare una “propaganda di pace”? Una parola che andrebbe risemantizzata, perché oggi non riesce a contenere l’enorme somma di bellezza che produce: le vite senza droni sulla testa, senza guerra nei tg, senza paura dell’invasore, con le menti sgombre dall’angoscia, libere di sognare un mondo migliore, di dedicarsi a salvare il pianeta dalla crisi climatica o semplicemente vivere un’esistenza di pace.

Eppure come spiega l’artista visual Tommasina Giuliasi con il suo progetto artistico di proiezioni su bandiere bianche: non ci danno pace. E noi, non dovremmo iniziare a prendercela da soli?

Max Brod: Giornalista Rai e coordinatore della campagna No Peace No Panel

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Dimagrire a qualunque costo in vista dell’estate diventa un’ossessione pericolosa. Soprattutto per i più giovani

4 June 2026 at 05:47

di Flavia Palomba

Se fino a qualche anno fa il fisico perfetto era il risultato di diete restrittive, montagne di insalate a tutte le ore, spietati allenamenti, e perché no anche una certa complicità di madre natura, oggi si assiste ad una radicale inversione di tendenza; si può e si deve avere tutto e subito!

L’ossessione dell’essere belli a tutti i costi, torna a risvegliarsi con prepotenza sempre prima della prova costume. Il mantra è dimagrire a qualunque prezzo. Complice, ovviamente, anche la dura legge dei social, che impone le sue regole, rigidissime, e guai a contestarle…

Tra maggio e giugno la pressione estetica per molti ragazzi diventa insopportabile, si assiste un delirio collettivo che attraversa in maniera trasversale un po’ tutte le generazioni, e che galvanizza i più giovani.
Ai rischi fisici, numerosissimi, si associano anche quelli mentali, la propria immagine viene sempre più percepita come distorta, inadeguata, non all’altezza. Soprattutto se paragonata ai modelli virtuali, con i quali non può esserci competizione, non foss’ altro perchè spesso sono inanimati.

Purtroppo la società sta subendo sempre di più la manipolazione digitale, che costringe tutti ad assomigliare a qualcuno, ad omologarsi. Viene meno l’importanza della diversità, dell’unicità anche nell’imperfezione. Questo porta inevitabilmente ad intraprendere scorciatoie, spesso pericolose come l’utilizzo spregiudicato di farmaci e le numerose trasferte dal chirurgo estetico.

Si inizia con i primi ritocchi già da adolescenti, visto che l’autostima è ormai strettamente dettata dall’apparenza, non è importante ciò che dici o pensi, ma è fondamentale come appari. Ormai l’immagine si costruisce attraverso gli occhi degli altri, ed è vietato deludere le aspettative degli schermi…

Parliamo di un percorso illusorio e del tutto in salita, perché non si sarà mai abbastanza belli, abbastanza magri, non si sarà mai abbastanza. Ormai si vive in costante aggiornamento.

La necessità di sfoggiare un aspetto perfetto, ancor peggio se plasmato sulle proposte dei social, implica purtroppo rischi biologici e blocchi metabolici, ma questo poco importa se serve a guadagnare un like in più. E per chi ha fretta la promessa di una bevanda prodigiosa o di una pillola magica diventa irresistibile, al bando di qualsiasi controindicazione.

Questo va in netta controtendenza con il senso dell’estate che dovrebbe essere il periodo del riposo, della spensieratezza e della libertà. La bella stagione è ormai solo un banco di prova, un momento di privazione, che può portare con se un senso di svuotamento, e a volte inevitabile fallimento.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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La Cina vuole scoprire il dissenso prima che nasca: come funziona l’Ai che spia i “rischi politici”

La Cina sta lavorando a una nuova frontiera della sorveglianza digitale. I riflettori del Dragone sono puntati su particolari sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci non solo di monitorare i cittadini, ma anche di individuare in anticipo chi potrebbe rappresentare un potenziale rischio politico. In prima linea ci sarebbe l’azienda Geedge Networks che starebbe sviluppando tecnologie in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti da attività online, spostamenti geografici e comportamenti digitali per costruire profili dettagliati degli utenti. L’obiettivo? Identificare segnali che possano suggerire future critiche al governo o forme di dissenso ancora prima che queste si manifestino pubblicamente.

La nuova frontiera dell’Ia cinese

Come ha spiegato il New York Times in un lungo approfondimento, siamo di fronte a un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali sistemi di controllo, che fin qui erano soliti concentrarsi per lo più sull’osservazione e sulla censura di attività già in corso.

Il progetto sopra citato sarebbe ancora in una fase di ricerca, ma offre un’anticipazione concreta di come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare i sistemi di sicurezza di Pechino. I documenti analizzati da ricercatori della Vanderbilt University mostrano che Geedge, già nota per la commercializzazione di tecnologie simili alla “Grande Muraglia Digitale” cinese, sta studiando modelli in grado di elaborare informazioni provenienti da telecomunicazioni, social network e dati di localizzazione.

E poi? Attraverso questi strumenti, l’IA potrebbe classificare gli individui, individuare comportamenti anomali e attribuire livelli di rischio politico. In alcuni incontri interni dell’azienda, i ricercatori avrebbero inoltre discusso metodi per identificare le intenzioni delle persone e rilevare contenuti definiti “dannosi”, un termine spesso utilizzato dalle autorità cinesi per indicare materiali ritenuti sensibili o contrari alla linea del Partito Comunista Cinese. La Cina starebbe dunque per passare dalla semplice raccolta di informazioni alla previsione dei comportamenti futuri, creando profili che collegano attività online, interessi culturali, letture, film visionati e movimenti fisici.

Un nuovo sistema di controllo?

Lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, avrebbe incontrato alcuni ostacoli legati alla disponibilità di potenza di calcolo. I documenti mostrano che nel 2024 Geedge e il laboratorio di ricerca collegato all’azienda hanno dovuto fare i conti con le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.

La carenza di processori grafici di ultima generazione avrebbe costretto i ricercatori a utilizzare modelli meno sofisticati, rallentando il progresso del progetto. Nonostante ciò, secondo diversi esperti, la Cina continua a investire massicciamente nello sviluppo di tecnologie predittive per la sicurezza pubblica e sta cercando di ridurre la dipendenza dai semiconduttori progettati negli Stati Uniti.

Al momento non esistono prove che il sistema di previsione del dissenso sia stato completato o adottato su larga scala, ma la direzione intrapresa appare chiara. Se perfezionate, queste tecnologie potrebbero consentire alle autorità di selezionare e monitorare in modo sempre più mirato persone considerate potenzialmente problematiche, trasformando enormi quantità di dati raccolti quotidianamente in strumenti di prevenzione politica.

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