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Marcelo avisa que não se pode continuar “a correr atrás do prejuízo” na inteligência artificial

O ex-Presidente da República Marcelo Rebelo de Sousa avisou esta segunda-feira que se não está a acautelar o avanço da inteligência artificial, mas sim a “correr atrás do prejuízo” num tema que “praticamente não existe” em todas as leis.

Em declarações aos jornalistas no final da apresentação da Carta Encíclica “Magnífica Humanitas”, do Papa Leão XIV, na Feira do Livro, em Lisboa, Marcelo Rebelo de Sousa considerou que este documento tem o “grande mérito de chamar a atenção para um tema que, de uma maneira geral, não se tem acautelado” porque “se acha que se tem todo o tempo do mundo” quando, na sua opinião, “não se tem”.

“Não podemos continuar a correr atrás do prejuízo porque a realidade é essa: a inteligência artificial avança, galopantemente, com bilhões e bilhões e bilhões ao seu serviço, no sentido de a sofisticar, e as estruturas políticas, económicas, sociais, culturais, não estão a ser capazes de acompanhar isso”, alertou.

Questionado sobre se esperava que por exemplo na revisão da legislação laboral houvesse uma maior preocupação com o tema, o antigo chefe de Estado começou por referir que há uma responsabilidade “de todos”.

“Eu diria que em todas as leis, ao longo dos últimos anos e ainda no presente, a inteligência artificial praticamente não existe. Nem na organização administrativa, nem na parte da educação, nem em muitos aspetos do domínio da solidariedade, ou da saúde, ou do trabalho. Mas é em Portugal, e é na Europa, e é um pouco em todo o mundo”, defendeu.

De acordo com Marcelo Rebelo de Sousa, “economias e sociedades muito evoluídas não estão a ser capazes de acompanhar este desafio”.

“E isso, obviamente, significa que quanto mais tarde se quiser tentar recuperar o tempo perdido, mais difícil é verdadeiramente recuperá-lo”, avisou.

Sobre o facto de ter na plateia membros do Governo como Paulo Rangel, Joaquim Miranda Sarmento ou Carlos Abreu Amorim eram um sinal de que este tema vai estar no centro da ação do executivo, o antigo Presidente da República acrescentou o nome do presidente do parlamento, José Pedro Aguiar-Branco, à lista das presenças, referindo que “surgiram por sua iniciativa”.

“E aquilo que me impressionou, quando arrancou esta ideia – eu estive muito ligado à organização do debate de hoje – foi porque de repente sai a encíclica, as pessoas dizem, ‘olha que interessante, mas há tanta coisa importante no mundo, vamos passar por cima disto, que isto não é importante’ e, no entanto, o que é facto é que ontem o responsável de um país muito poderoso disse que é verdade que isto está nas mãos de privados, é preciso pensar como regular”, referiu.

Segundo Marcelo está a ser muito difícil dar passos sobre a inteligência artificial, como aconteceu no clima ou nos oceanos que foram considerados temas universais, esperando que o tema se torne central para todos os “responsáveis políticos de todo o mundo”.

Israel, Turkey, and the Changing Dynamics of Nuclear Deterrence in the Middle East

8 June 2026 at 14:59
The US support and Israel’s military and strategic capabilities, coupled with occupational aspirations, made the country a threat to the region. The country’s hostilities and strategic reorientation suggest that it now seeks to confront Turkey. Israel’s escalating aggression with Turkey has sparked new threats in Middle Eastern geopolitics. The Zionist leaders have a decades-old dream […]

Abraham Accords: Why Trump’s “mandatory” deal collapsed

8 June 2026 at 12:30
Donald Trump’s attempt to tie an Iran peace settlement to a mandatory expansion of the Abraham Accords reveals a fundamental misunderstanding of how dramatically the Middle East has changed since the Gaza war and why old diplomatic formulas no longer work. Donald Trump has a habit of mistaking the décor of diplomacy for its substance. […]

Tutti gli incroci (geopolitici e commerciali) tra Italia e Usa

8 June 2026 at 11:03

Dal 15 al 17 giugno 2026, Giorgia Meloni sarà al G7 che si svolgerà a Évian-les-Bains, in Francia alla presenza dei capi di Stato e di governo di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La Francia detiene la presidenza del gruppo fino al 2026. Donald Trump ha dichiarato che parteciperà al vertice, per questa ragione Emmanuel Macron potrebbe far precedere il G7 da un bilaterale con il presidente americano, si parla o di una cena a Versailles o di una partita a golf. Sul tavolo ci saranno vari dossier, tutti complicati e per certi versi interconnessi: lo stallo nella guerra in Iran, l’accusa americana agli alleati della Nato di averlo deluso in Medio Oriente, le relazioni con Canada e Giappone da calibrare, il caso Ucraina.

Verso il G7: i temi in agenda

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato invitato dalla Francia al vertice del G7, ma non si sa se sarà presente e soprattutto non si sa come potrà reagire Trump. Un altro fronte delicato è quello relativo ai dazi che si mescolerà verosimilmente con l’intelligenza artificiale e con le catene di approvvigionamento di minerali critici. Sul primo punto il presidente ha detto agli amministratori delegati delle aziende tecnologiche che gli Stati Uniti potrebbero acquisire una piccola quota di proprietà nei giganti dell’intelligenza artificiale, “in modo che il popolo americano possa beneficiare dei vantaggi derivanti dalla crescita di quelle che diventeranno aziende da mille miliardi di dollari”. Sul secondo, è ormai chiaro che Ue e Stati Uniti dipendono quasi interamente dalla Cina per l’approvvigionamento della maggior parte dei minerali utilizzati nelle loro catene di produzione per la difesa: una criticità su cui il G7 dovrà dare risposte. Sul punto si segnala l’iniziativa di India e Regno Unito che hanno lanciato l’Osservatorio globale sulla catena di approvvigionamento dei minerali critici per migliorare la cooperazione e la condivisione tecnologica.

Crosetto a Washington

Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrà un vertice bilaterale con il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il 15 giugno. Un’occasione per ragionare sulla gestione delle spese per gli armamenti, sulla crisi in Ucraina e sull’utilizzo delle basi americane in Italia. Intervistato pochi giorni fa dal New York Times, ha fornito un’anticipazione delle questioni più importanti, con in cima l’idea di un patto, accanto alla Nato, a guida europea, senza gli Usa. Si rende necessario “costruire un’Europa continentale della difesa”, ha detto. Per cui il suo viaggio negli Stati Uniti abbraccia il rilancio della proposta italiana per il nuovo disegno della difesa europea, nel solco della convinzione che è alla base delle policies di Palazzo Chigi, ovvero implementare il pilastro europeo dell’alleanza senza far regredire di un millimetro il legame transatlantico. Tutti temi che, di fatto, anticipano il Nato Summit in programma nel luglio prossimo ad Ankara.

Di nuovo Tajani-Rubio

La missione di Crosetto a Washington precederà di pochi giorni l’Italy-Us Business, Investment, Science and Innovation Forum in programma a Miami il 22 giugno a cui parteciperà il ministro degli esteri Tajani. In Florida ci sarà anche intervento del segretario di Stato Marco Rubio, che celebrerà la robustezza commerciale dei rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti. Ad aprile 2026 l’export italiano extra Ue ha fatto registrare un corposo balzo in avanti, verso paesi come Usa, Cina e Mercosur: la crescita è dell’11,3% su base annua. Le vendite verso gli Stati Uniti segnano un +12,1%. Il mercato a stelle e strisce rimane il primo saldo commerciale positivo per l’Italia grazie ad un avanzo di 2,832 miliardi di euro ad aprile.

Quattro le aree tematiche del meeting di Miami: tecnologie di frontiera per il futuro come IA, quantistica, cybersecurity, energia e spazio; industria avanzata, ovvero automazione, robotica industriale, agritech, medicale e biotecnologie; mobilità e infrastrutture resilienti come energia; trasporto aereo, marittimo e terrestre; creatività e lifestyle, ovvero agroalimentare, design&arredo, moda, cultura e sport. Tra l’altro il mercato statunitense è parte integrante del Piano d’Azione per l’Export varato dalla Farnesina tra i mercati maturi ad alto potenziale, nella consapevolezza che i rapporti economici con gli Stati Uniti sono improntati ad una forte integrazione commerciale, industriale e tecnologica.

Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente

8 June 2026 at 06:35

C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.

Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.

Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.

Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.

Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.

Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.

Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.

Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.

Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.

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The Prince of Ancient Iran Who Fought in the Trojan War

7 June 2026 at 17:31
Ancient Elamite ziggurat Choqa Zanbil in Iran
Ancient Elamite ziggurat Choqa Zanbil in Iran. Credit: Wikimedia Commons, GFDL

In the Trojan War of Greek mythology, many nations were allied with Troy to fight against the Greeks. This included many of the nations of ancient Anatolia. Perhaps the most surprising participant in the Trojan War, however, was a prince from ancient Iran. He was Memnon, best known as the Ethiopian ruler who died at the hands of Achilles in the final year of the war.

Memnon, king of the eastern Ethiopians

Since Memnon is usually remembered as being a king of the Ethiopians, how can he have been from ancient Iran? The reason is that there was more than just one group of people known to the Greeks as Ethiopians.

For example, notice the words of Greek historian Herodotus of the fifth century BCE in his description of the large army of Xerxes the Great:

“Ethiopians above Egypt and the Arabians had Arsames for commander, and the Ethiopians of the east​ (for there were two kinds of them in the army) served with the Indians.”

This shows that the Greeks recognized the existence of Ethiopians outside of Africa. Specifically, these other Ethiopians lived in the east, evidently not too far from India. Since Memnon was the king of the Ethiopians, he could potentially have been the king of either the eastern Ethiopians or the African ones.

It is worth mentioning that in ancient Greek, the word Αἰθίοψ (Ethiops) was used not only to describe a specific group of people, but also more generally to refer to individuals with darker skin. The term is a compound of αἴθω (to burn) and ὤψ (face or appearance), literally meaning “burnt-face.” It appears frequently in early Greek literature, such as Homer’s epics, where Ethiopians are depicted as distant, noble figures living at the edges of the known world, rather than as members of a clearly defined nation.

The Ethiopians of Iran

Herodotus himself states that the city of Susa, the ancient capital of Elam (a prominent region in what is now Iran), was known as the city of Memnon. This suggests that Memnon was the king of the eastern Ethiopians, evidently a people in the region of Iran.

This is confirmed by Ctesias, just a few decades after Herodotus. According to this Greek historian, Memnon’s father, Tithonus, was the ruler of Persia. He was either subject to or allied with the king of the Assyrian Empire.

The territory of Persia in the time of the Assyrian Empire corresponded to a large part of what is now Iran. According to Ctesias, Memnon built a palace for himself at Susa. He goes on to claim that Memnon’s army, which he led to Troy, was composed of many Ethiopians and Susians, or inhabitants of Susa.

Hence, it is clear that Memnon in the legends of the Trojan War was originally supposed to have been from ancient Iran.

As for why the Greeks called the inhabitants of that region ‘Ethiopians’, we cannot be sure. However, it may be related to the use of the word ‘Cissians‘ (‘Kíssioi’ in Greek) for the inhabitants of the region of Elam. The Greeks might have confused this for ‘Kush’, the name for the kingdom of the Ethiopians south of Egypt.

How ancient Iran participated in the Trojan War

Ctesias provides the most detailed early account of this army from ancient Iran that fought in the Trojan War. According to Ctesias, King Priam of Troy was subordinate to the king of Assyria, named Teutamos. Due to the difficulties he was facing in the Trojan War, he sent word to Teutamos to ask for help.

As a result, Teutamos sent a large army of 10,000 Ethiopians and 10,000 Susians under the command of Memnon. This army from ancient Iran marched from the furthest corner of the Assyrian Empire over to Troy. Ctesias wrote:

“Memnon assisted the Trojans with 20,000 infantry and 200 chariots and… he was admired for his courage and for killing many Greeks in battle.”

Despite his prowess in battle, Ctesias goes on to explain that the Thessalians killed him. This refers to his death at the hands of Achilles, as per other sources. Achilles was from the kingdom of Phthia in ancient Thessaly.

Did an army from ancient Iran fight in the Trojan War?

Could Memnon have been a historical king or prince of Elam in ancient Iran? Some scholars have speculated that he might be identical to Humban-Numena I, the king of Elam in the Bronze Age. Furthermore, the latter half of his name is admittedly similar to ‘Memnon’.

However, he likely reigned in the first half of the 14th century BCE. Therefore, this king from ancient Iran lived too early to have fought in the Trojan War.

Two other possibilities are Humban-Numena II, possibly in the 11th century BCE, and Humban-Numena III, who lived at the end of the eighth century BCE. The latter’s name is often written in modern sources as “Humban-menanu.” The similarity to “Memnon,” while not exact, is there.

This latter candidate, although living much later than the traditional date of the Trojan War, is particularly noteworthy given Ctesias’ chronological information. He places Memnon’s activities at the height of the Assyrian Empire.

Another candidate from approximately the same time is a prominent Elamite known only as Menanu, referenced in a letter from Ashurbanipal, the king of Assyria. The letter makes it clear that Menanu is a supporter of Assyria. This fits what Ctesias tells us about Memnon.

However, this does not necessarily mean that an army marched from ancient Iran to fight in the Trojan War. In part, this depends on when the Trojan War occurred, a continued historical debate.

Nevertheless, the legend itself is clear. Memnon led an army from ancient Iran to Troy, where they fought in the Trojan War against the Greeks.

Was Putin über mögliche Verhandlungen mit der EU über den Ukraine-Konflikt und die AfD gesagt hat

7 June 2026 at 14:53
Es ist zu einer Tradition geworden, dass Putin sich im Zuge des Petersburger Wirtschaftsforums stundenlang den Fragen der international wichtigsten Nachrichtenagenturen stellt. Der Anti-Spiegel übersetzt danach die Fragen und Antworten, die für das deutsche Publikum interessant sind. Ich übersetze hier den Dialog, den Putin mit dem Vertreter der dpa geführt hat, der mit der Einleitung […]

Why Donald Trump has been unable to end the Gulf War for four months

7 June 2026 at 09:59
The US and Israeli aggression against Iran, which began on February 28, has undermined confidence in the American administration, especially given that Donald Trump has repeatedly promised to renounce new wars of aggression. It has shaken international affairs, led to a serious energy crisis, seriously complicated the economic life of many countries in the Global […]

Worum es bei den Wahlen in Armenien geht und wie die EU versucht, die Wahlen zu beeinflussen

7 June 2026 at 08:00
Ich schreibe häufig über Armenien, da das Land eine wichtige geopolitische Rolle im Südkaukasus spielt, besonders jetzt, da in der Region ein Wettbewerb zwischen Russland, der Türkei und dem Westen um Einfluss stattfindet. Seit inzwischen acht Jahren regiert Premierminister Nikol Paschinjan das Land, der nach einer Farbrevolution an die Macht gekommen ist und sich für […]

A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto

7 June 2026 at 06:42

Lampedusa è di nuovo lì, come un promemoria che l’Europa si ostina a ignorare. Ogni volta che succede qualcosa sull’isola, Bruxelles scopre di avere una coscienza. E puntualmente la rimette nel cassetto. Ancora sbarchi nell’ultimo mese sul molo Favaloro, che ne seguono diversi altri. Anche se nessuno ne parla, siamo nel pieno della stagione degli sbarchi!

Sbarco è una parola che confonde. È un termine non umanitario, piuttosto è militare. Si sbarca in Normandia, non a Lampedusa.

Cosa c’è di umano nel chiamare sbarco, ad esempio, quello avvenuto a metà maggio caratterizzato dalla storia di una neonata ivoriana di un mese morta di freddo? Vestiti fradici, barca di sette metri, partenza da Sfax-El Amra. I rianimatori hanno provato tutto, ma il suo cuore aveva già deciso che non valeva la pena aspettare l’ennesima riunione dei ministri dell’Interno. La seppelliranno a Cala Pisana, accanto a tombe senza nome: il cimitero più visitato dai vivi solo quando c’è da fare passerelle. Accanto alla morte della bambina, l’ennesimo orrore: diverse donne stuprate durante il viaggio. Lo conferma Francesco D’Arca, responsabile del poliambulatorio dell’isola: “Non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta nel Mediterraneo”.

Ferite sul corpo, certo, ma soprattutto dentro. Solita storia: mentre i migranti provano a ricominciare, medici, psicologi e volontari tengono insieme i pezzi di un’umanità che i governi europei trattano come un fastidio stagionale. Dopo il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha devastato diverse coste di Sicilia e Calabria, il mare è diventato una lavatrice impazzita. Più di 1.800 persone morte. In alcuni giorni si muore più nel Mediterraneo che in un giorno di guerra in Iran.

La rotta tunisina resta una delle più pericolose al mondo, ma tranquilli: c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che “la situazione è sotto controllo”. In questo scenario, la visita di Papa Leone il prossimo 4 luglio non è un evento: è un dito nella piaga. Tredici anni dopo Papa Francesco e la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, un nuovo pontefice torna nello stesso punto della ferita, perché la ferita è ancora lì. E sanguina.

Papa Prevost arriva mentre il Mediterraneo vive una delle sue stagioni più tragiche. La sua presenza non sarà la solita foto da tg: sarà un appello diretto ai governi europei ad aprire corridoi umanitari, a creare vie legali a superare la logica emergenziale che da anni è diventata la foglia di fico perfetta per non fare nulla. Eppure, anche in mezzo alla distrazione generale, questa visita ricorda che l’umanità concreta esiste: volontari, medici, famiglie, comunità locali che non hanno mai smesso di accogliere. Senza decreti, senza conferenze stampa, senza hashtag.

Di fronte alla morte della neonata, alle donne violentate, ai corpi senza nome, risuonano ad esempio le parole del cardinale Matteo Zuppi, uno che non ha paura di dire le cose come stanno: “Non possiamo permettere che il Mediterraneo diventi un confine di morte. È il luogo dove si misura la nostra umanità, non la nostra paura.” E ancora: “L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità solidale o un condominio dove ognuno chiude la porta.” Tradotto: o siamo un continente, o siamo un insieme di citofoni.

Lampedusa pertanto non è un confine periferico ma piuttosto il centro morale dell’Europa. La morte della neonata, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo lacrime, ma politica. Non commozione, ma decisioni. La visita di Papa Prevost arriva come un invito — o forse un monito — a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordava Papa Francesco nel 2013, “le migrazioni non sono un’emergenza, ma un segno dei tempi”. I tempi e le troppe morti, oggi, ci chiedono coraggio e non comunicati stampa.

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Trump’s AIPAC-Funded Political Execution of Thomas Massie: The Day MAGA Destroyed itself!

7 June 2026 at 05:59
Political victories achieved through strict party discipline and powerful financial support often result in a deepening of internal divisions, the consequences of which only become noticeable over time. Back in my days as a young public school teacher in Kentucky, I learned fast that in politics, money talks, and anything else (BS) takes a hike […]

Tacheles #208 ist online

5 June 2026 at 23:00
Petersburg wurde von der Ukraine bombardiert und in Petersburg findet derzeit das Wirtschaftsforum statt, was bedeutet, dass ich viele interessante Treffen habe und spannende Hintergrundgespräche führen kann. Trotzdem haben Robert Stein und ich am Donnerstag die Zeit gefunden, eine weitere Sendung „Tacheles mit Röper und Stein“ aufzuzeichnen. Sollte YouTube die Sendung löschen, finden Sie sie […]

Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff

5 June 2026 at 19:30

Il caso diplomatico che rischiava di compromettere la partecipazione dell’Iran ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti sembra essersi risolto. I calciatori della nazionale iraniana hanno infatti ottenuto i visti necessari per entrare nel territorio americano e prendere parte alla competizione che inizierà tra pochi giorni. La conferma è arrivata da un funzionario della Casa Bianca, che ha riferito la notizia all’agenzia Reuters. La svolta arriva dopo giorni di incertezza e polemiche. Ma solo ai calciatori: Fonti interne hanno riferito ad Al Jazeera che almeno 15 membri dello staff della nazionale iraniana si sono visti negare il visto negli Stati Uniti. Si tratta di allenatori, personale tecnico e dirigenti. Le stesse fonti dicono che alcuni di coloro a cui è stato negato il visto erano ufficialmente riconosciuti dalla FIFA come parte dello staff tecnico e/o di allenatori.

Soltanto nelle scorse ore l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, aveva denunciato pubblicamente il mancato rilascio dei visti ai giocatori, sottolineando come la squadra fosse ancora bloccata a dieci giorni dall’esordio previsto a Los Angeles. Una situazione che aveva alimentato timori sulla possibilità che la nazionale iraniana non riuscisse a raggiungere gli Stati Uniti in tempo per l’inizio del torneo.

Le restrizioni

La vicenda aveva assunto rapidamente una dimensione politica. L’Iran figura infatti tra i Paesi colpiti dalle nuove restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump. Sebbene gli eventi sportivi internazionali prevedano generalmente deroghe specifiche per atleti, tecnici e delegazioni ufficiali, il ritardo nell’emissione dei documenti aveva sollevato interrogativi sull’effettiva applicazione di tali eccezioni. Nei giorni scorsi la federazione iraniana aveva scelto di trasferire la squadra in Messico, trasformando il Paese nordamericano in una sorta di base operativa temporanea in attesa dello sblocco della situazione. Una soluzione logistica necessaria per non compromettere la preparazione alla competizione e per consentire alla delegazione di essere pronta a partire non appena fosse arrivato il via libera dalle autorità statunitensi.

L’annuncio della Casa Bianca mette ora fine, almeno sul piano pratico, a una vicenda che aveva suscitato preoccupazione sia nel mondo del calcio sia in quello diplomatico. Con i visti finalmente concessi, la nazionale iraniana potrà raggiungere gli Stati Uniti e preparare regolarmente il proprio debutto mondiale.

Il significato

La partecipazione dell’Iran assume inoltre un significato particolare perché la squadra si prepara a giocare il Mondiale mentre il Paese è coinvolto in un conflitto con una delle nazioni ospitanti, una situazione senza precedenti nella storia della competizione.

Durante il ritiro in Turchia, dove la nazionale ha trascorso oltre due settimane prima di trasferirsi in Messico, alcuni giocatori hanno raccontato all’Associated Press le difficoltà di preparare un appuntamento sportivo di tale portata mentre si seguono quotidianamente le notizie provenienti dal proprio Paese. “Non è facile”, ha spiegato il centrocampista Saeid Ezatolahi, alla sua terza Coppa del Mondo. “La situazione politica può influenzare la mentalità dei giocatori e della gente”.

Nonostante il contesto, i calciatori insistono sulla volontà di rappresentare il Paese e offrire un momento di unità a una popolazione provata dalla guerra. “Sappiamo che il nostro popolo ha sofferto molto e andiamo lì per loro, per ottenere i migliori risultati possibili“, ha dichiarato il 24enne Mohammad Ghorbani. Le prime due partite dell’Iran si giocheranno nell’area di Los Angeles, città che ospita una delle più grandi comunità iraniane all’estero, composta in larga parte da oppositori del regime di Teheran. “Ci aspettiamo molti tifosi allo stadio e molta pressione”, ha detto ancora Ezatolahi. “Il nostro dovere è lottare per il nostro popolo, rappresentare il nostro Paese e dimostrare quanto valiamo”. Un messaggio condiviso anche da Ghorbani: “Vogliamo portare gioia agli iraniani e mostrare al mondo la forza del nostro popo

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Los Angeles Greek Film Festival Marks 20th Edition With Orpheus Awards in Hollywood

5 June 2026 at 18:29
Guests and honorees pose on the red carpet at the 20th Los Angeles Greek Film Festival Closing Night in Hollywood.
Guests and honorees gather on the red carpet during the 20th Los Angeles Greek Film Festival Closing Night and Orpheus Awards Ceremony at the Egyptian Theatre in Hollywood. Photo: UrbaniteLA

The Los Angeles Greek Film Festival marked its 20th edition in Hollywood with the Orpheus Awards Ceremony, honoring Greek and Cypriot filmmakers and paying tribute to Oscar-winning composer Alexandre Desplat.

The festival’s Closing Night Film and Orpheus Awards Ceremony took place on May 31 at the Egyptian Theatre, in collaboration with the American Cinematheque. This year’s edition brought together filmmakers, artists, industry professionals, and supporters of Greek cinema for a week of screenings, red carpet events, tributes, and awards. The festival’s virtual film program continues through June 14.

Founded in 2007, LAGFF has grown into one of the most important platforms for Greek and Cypriot cinema outside Greece. Over the past two decades, it has screened more than 800 films, hosted over 700 filmmakers, and reached an audience of more than 50,000.

Alexandre Desplat honored at closing night

One of the evening’s major highlights was the presentation of the Honorary Orpheus Award to Alexandre Desplat, one of the most acclaimed film composers working today.

Desplat, who won Academy Awards for his scores for The Grand Budapest Hotel and The Shape of Water, received the honor for his contribution to contemporary cinema. Filmmaker Malcolm Washington presented the award during the Closing Night ceremony, while Fay Lellios produced the tribute.

The evening also included a remembrance tribute to George Kolovos of G.P. Kolovos & Associates, a longtime benefactor of the Los Angeles Greek Film Festival.

“The 20th celebratory edition of LAGFF left indelible memories,” said Aristotle Katopodis, Artistic and Festival Director of LAGFF. “Feting Alexandre Desplat, remembering Dean Tavoularis, and paying respects to our 20-year-long benefactors, the Kolovos family, are images deeply etched in our hearts and souls.”

Katopodis also congratulated the filmmakers whose work was celebrated this year and thanked the festival’s supporters, sponsors, and team for championing Greek cinema.

Alexandre Desplat and Solre Desplat on the red carpet at the 20th Los Angeles Greek Film Festival in Hollywood.
Oscar-winning composer Alexandre Desplat and Solre Desplat attend the 20th Los Angeles Greek Film Festival Closing Night and Orpheus Awards Ceremony in Hollywood. Photo: UrbaniteLA

Hold onto me wins best feature film

The Closing Night Film, Hold Onto Me, directed by Myrsini Aristidou, won the Orpheus Award for Best Feature Film.

The film, which previously won the World Cinema Audience Award at Sundance, was one of the leading titles of this year’s festival. Following the screening, actor Michael Grant hosted a Q&A with Aristidou.

KNX Radio’s Vivianne Linou hosted the Orpheus Awards Ceremony.

2026 orpheus awards winners announced by the Los Angeles Greek film festival

In the animation category, Dream by Semiramis Mamata won the Orpheus Award for Best Animation Film. The Special Jury Award for Animation Film went to Poppy Flowers by Evridiki Papaiakovou.

The Orpheus Award for Best Short Film went to Prelude to a Supernova by Christos Artemiou, while the Special Jury Award for Short Film went to Gekas by Dimitris Moutsiakas.

In the feature film categories, Hold Onto Me by Myrsini Aristidou won Best Feature Film. Krysianna Papadakis and Stergios Dinopoulos received the Orpheus Award for Best Director for Bearcave, while Amerissa Basta received the Special Jury Award for Best Director for Life in a Beat.

The Orpheus Award for Best Performance went to Denise Fraga for Dreaming of Lions. Niovi Charalampous received the Special Jury Award for Best Performance for Smaragda – I Got Thick Skin and I Can’t Jump, while Vangelis Mourikis earned an honorable mention for Patty Is Such a Girly Name.

Audience awards and social justice honors

The Audience Award for Feature Film went to Best Friends Forever by Konstantinos Mousoulis. The Audience Award for Short Film went to The Smoker by Alexa Economacos.

The festival also presented its Social Justice Awards in partnership with Loyola Marymount University’s Bellarmine College of Liberal Arts, Department of Classics and Archaeology.

The Social Justice Award for Short Film went to The Wolves Return by Stelios Moraitidis, while the Social Justice Award for Feature Film went to Maysoon by Nancy Biniadaki.

Award presenters included animator Aliki Theofilopoulos, actor and author Patricia Kara, music composer George Kallis, and film distributor Bill Vergos.

The jury panel included Leo Behrens, Nora Bernard, Karen Cifarelli, Cheng Guo, Harrison James, Chieh-Chih Liao, Eric Nazarian, and Irene Soriano Saxon.

Alexandre Desplat and LAGFF Artistic Director Aristotle Katopodis at the 20th Los Angeles Greek Film Festival in Hollywood.
Honorary Orpheus Award recipient Alexandre Desplat with LAGFF Artistic and Festival Director Aristotle Katopodis at the 20th Los Angeles Greek Film Festival Closing Night in Hollywood. Photo: UrbaniteLA

Los Angeles Greek film festival celebrates orpheus awards at the Egyptian theatre

This year’s Closing Night continued LAGFF’s collaboration with the Egyptian Theatre, Netflix, and the American Cinematheque.

The Egyptian Theatre, one of Hollywood’s most historic movie palaces, opened in 1922 and helped shape the early history of film premieres in Los Angeles. Restored through a partnership between Netflix and the American Cinematheque, the venue now combines its historic character with modern projection capabilities.

For LAGFF, the setting offered a symbolic backdrop for a festival that has spent two decades connecting Greek and Cypriot cinema with the wider Los Angeles film community.

Da Steven Seagal ai fratelli Tate: alla “Davos Russa” tornano gli occidentali (anche Maga). Ospite fisso l’ex cancelliere Schröder

5 June 2026 at 15:07

Il 3 giugno a San Pietroburgo si è aperto il Forum internazionale economico (Spief), un tempo considerato la “Davos Russa”. Il summit non è iniziato però come sperato da Putin. Kiev ha colpito con i suoi droni la città natale del presidente russo, costringendo lo Zar ad accogliere i suoi ospiti internazionali con una densa nube di fumo nero alle spalle causata dalle bombe. Nonostante ciò, nella tre giorni di incontri, sono attesi oltre 20mila partecipanti: tra loro anche vip e persone note al mondo Maga, oltre a Schröder e alla delegazione Usa, come riporta il Corriere della Sera.

Un tempo il Forum di San Pietroburgo era un evento aperto a tutto l’Occidente. Politici, esperti di economia e imprenditori andavano in Russia pronti a investire miliardi a Mosca, tra contratti energetici e forniture strategiche a basso prezzo. Dopo l’invasione in Ucraina nel 2022 però, l’evento si è svuotato quasi totalmente della presenza di europei o americani, sostituiti con rappresentati dei Paesi del Sud Globale, dalle monarchie del Golfo, passando per India, Sud Africa e Brasile. L’unico rimasto sempre vicino è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ex lobbista e amico di Putin, che il presidente russo vorrebbe come mediatore per l’Ucraina. L’ex leader della Germania non si è mai perso un forum dal 2000 a oggi, e anche quest’anno è presente.

All’evento di quest’anno però qualche personaggio noto al grande pubblico ha deciso di rimettere il naso in Russia. Per la prima volta dal 2022, sulla Neva, il fiume che passa per la città, sarà presenta anche una delegazione ufficiale americana guidata da Rodney Mims Cook jr. Si tratta del capo della Commissione per le belle arti degli Stati Uniti, colui che supervisiona la costruzione della Ballroom che Trump sta realizzando alla Casa Bianca, o almeno che sta provando a fare tra un intoppo e l’altro. Oltre ai politici in veste ufficiale, a titolo privato è presente anche l’attore Steven Seagal, amico personale di Putin che nel 2016 ha anche ricevuto il passaporto russo. La star 74enne vanta perfino il titolo di rappresentante speciale del ministero degli Esteri della Russia per i legami umanitari con Usa e Giappone.

Ma non c’è solo l’attore noto per i suoi colpi di arti marziali. Alla tre giorni di San Pietroburgo presenzia anche Candace Owens, l’influencer americana che piace ai suprematisti bianchi, celebre perché ora dovrà rispondere di diffamazione in una causa con Brigitte Macron, dopo aver accusato la first lady francese di essere nata uomo. Altri rappresentanti fieri del mondo Maga sono i fratelli Andrew e Tristan Tate, ex kickboxer. Come Owens, anche loro sono noti per vicende giudiziarie perché a maggio 2025 sono stati incriminati con 21 capi di accusa dalla procura d’Inghilterra e Galles: i reati contestati includono stupro, lesioni personali, tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione.

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“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

5 June 2026 at 13:34

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

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Quad and AUKUS: New Gambit and Underwater Drones

5 June 2026 at 12:30
The Quadrilateral Security Dialogue (Quad) and AUKUS have yet again unveiled a flawed strategy for influence in the Pacific. Both security alliances are ambitious and are planning to invest more in aggressive capabilities. These days, the West is meticulously taking calculated strategic initiatives, especially in the Asia Pacific region, to build alliances, groups, and security […]

La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse

5 June 2026 at 09:31

Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.

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Netanyahu’s Ethnostate and the Greater Israel: A Biblical Mythology or a Geopolitical Project?

5 June 2026 at 09:30
Netanyahu and Trump are conditioning the end of the war in Iran on the condition that all countries in the region sign the Abraham Accords, a tacit submission to Israel. Drawing on Daniel Levy, Omer Bartov, and the Pew Survey, I address the reasons, the urgency, and the limits of Netanyahu’s simultaneous battles on several […]
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