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Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?

9 June 2026 at 15:13

C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.

Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.

La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.

Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.

Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.

Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.

L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.

Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.

La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.

Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.

Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?

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“Se sono qui è grazie a lui, vorrei incontrarlo”, modella denuncia aggressione in strada a Milano: “Salvata da un ragazzo, mi sembrava italiano”

7 June 2026 at 11:17

Pochi minuti che si sono trasformati in un incubo. Anna Aksamit, modella polacca di 30 anni che vive a Milano da alcuni mesi, in una intervista al Corriere della Sera ha raccontato di essere stata aggredita venerdì pomeriggio in via Livenza, nella zona di Porta Romana, da un gruppo di giovani che l’avrebbero inseguita, molestata e picchiata mentre stava andando a fare la spesa. Sull’occhio destro le conseguenze dei colpi. L’episodio sarebbe avvenuto poco dopo le 14. La donna stava raggiungendo un supermercato vicino a casa quando ha notato un gruppo di ragazzi che, a suo dire, stavano consumando alcolici in strada. Insospettita, avrebbe deciso di cambiare percorso per evitare di incrociarli, senza però riuscire a sottrarsi alla loro attenzione.

Secondo il racconto della trentenne, il gruppo l’avrebbe raggiunta poco dopo, circondandola. Da lì sarebbero iniziate le molestie e l’aggressione fisica. La donna sostiene di aver tentato di opporsi e di allontanarsi, ma di essere stata colpita con pugni al volto e all’addome. A interrompere l’aggressione sarebbe stato l’intervento di un giovane passante che, accortosi di quanto stava accadendo, avrebbe affrontato da solo il gruppo. Ne sarebbe nata una colluttazione che avrebbe infine costretto gli aggressori ad allontanarsi.

La stessa Anna ha voluto sottolineare il ruolo decisivo del suo soccorritore: “Sì, un ragazzo coraggioso è intervenuto per aiutarmi dopo aver visto quello che stava succedendo. Anche lui ha rischiato tanto affrontandoli da solo e senza paura. Se sono qui è grazie a lui. Ricordo solo che era molto alto e robusto. Nulla di più. Purtroppo, per lo choc, non ricordo molto altro di quei concitati momenti, sono scappata subito”.

La donna ha spiegato di non conoscere l’identità del giovane e di volerlo rintracciare per ringraziarlo. “Mi piacerebbe incontrarlo o almeno sapere il suo nome. Mi sembrava fosse italiano. Gli devo tanto e vorrei ringraziarlo per quello che ha fatto. È stato un gesto da vero eroe”, ha aggiunto. Dopo l’accaduto, la trentenne ha raccontato di aver trascorso una notte insonne, segnata dalla paura e dalle conseguenze fisiche dell’aggressione. “Ho trascorso tutta la notte a piangere. Non riesco a smettere. Ho avuto tanta paura e, se mi guardo allo specchio, vedo l’occhio continuare a gonfiarsi per le botte. Sono stati attimi terribili. Un episodio che difficilmente riuscirò a dimenticare”. Assistita dall’avvocato Domenico Musicco, la donna non ha ancora formalizzato una denuncia ma ha manifestato l’intenzione di rivolgersi alle autorità nelle prossime ore.

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Sedicenne aggredita e violentata in strada: arrestato un 21enne dopo la chiamata di una donna al 112

6 June 2026 at 17:50

È stata una donna affacciata al balcone a interrompere quello che stava avvenendo: una violenza sessuale in corso su una ragazza di 16 anni. Ha preso il telefono, ha chiamato il 112 e poi ha iniziato a filmare. Pochi minuti dopo i carabinieri sono arrivati sul posto e hanno arrestato un giovane di 21 anni, accusato di violenza sessuale aggravata.

L’episodio è avvenuto venerdì sera ad Avezzano (L’Aquila), in una zona dell’area nord della città. La residente, osservando la strada dalla finestra, ha notato una ragazza in difficoltà e un giovane che la teneva bloccata. Rendendosi conto della gravità della situazione, ha immediatamente allertato le forze dell’ordine e nel frattempo ha registrato alcune immagini con il cellulare. Quando le pattuglie del Nucleo operativo e radiomobile di Avezzano e della stazione di Trasacco sono intervenute, hanno trovato il giovane ancora sul posto. Per lui sono scattate le manette.

L’arrestato è un cittadino egiziano di 21 anni residente a Tagliacozzo e senza precedenti penali. Secondo la Procura di Avezzano avrebbe approfittato dello stato di alterazione della ragazza, contestazione che costituisce una delle aggravanti dell’accusa insieme alla minore età della vittima. La sedicenne è stata soccorsa e accompagnata al pronto soccorso per gli accertamenti medici. I sanitari hanno riscontrato lesioni ritenute compatibili con l’ipotesi investigativa. Gli indumenti della ragazza e quelli del giovane sono stati sequestrati per gli esami disposti dal pubblico ministero Luigi Sgambati, che coordina le indagini.

Determinante, nella ricostruzione dei fatti, potrebbe rivelarsi proprio il video realizzato dalla testimone. Le immagini sono state acquisite dagli investigatori e saranno utilizzate insieme agli altri elementi raccolti nelle prime ore dell’inchiesta. Il ventunenne si trova ora nel carcere di Avezzano in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto, prevista nei prossimi giorni.

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‘Libere anche qui’, il manifesto contro la violenza online sulle donne: “Servono consapevolezza e una legge sul consenso digitale”

5 June 2026 at 17:45

Non basta indignarsi per qualche giorno sui social o chiudere un sito web. Per combattere la violenza di genere che infetta la sfera digitale serve un cambiamento culturale, ma anche norme capaci di arginare le nuove forme di abuso. Perché la violenza su internet non è una semplice estensione di quella tradizionale, ma un fenomeno che amplifica la capacità di controllo, umiliazione e aggressione ai danni delle donne. È da queste consapevolezze che nasce Libere anche qui, campagna nazionale sul consenso digitale presentata questa mattina in Senato.

Valeria Campagna è una consigliera comunale del Pd a Latina e componente della Direzione nazionale dem. Nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano finite su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, portando alla chiusura del sito. E oggi è tra le promotrici dell’iniziativa: “Bisogna intervenire su più livelli – spiega Campagna, che è anche vicesegretaria regionale del Pd Lazio -, sul versante culturale e su quello normativo. Quando andai in questura a denunciare che le mie foto erano su quel sito mi sono sentita rispondere: ‘Dobbiamo capire qual è il reato da contestare’, perché non ne esiste uno specifico“.

La campagna nasce dall’esperienza diretta delle sue promotrici – ci sono anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze -, donne impegnate nella politica, nelle istituzioni e nell’attivismo che hanno vissuto forme diverse di sessismo, molestie e violenza digitale. Episodi differenti, ma accomunati dalla consapevolezza che ciò che accade online non è separato dalla vita reale. Anzi, la violenza che nasce offline può amplificarsi attraverso il digitale, mentre quella che si sviluppa in rete torna poi a influenzare il mondo reale in un continuo circolo vizioso difficile da interrompere.

La iniziativa, avviata con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e il contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e della Casa Internazionale delle Donne, si sviluppa attorno a due assi. Il primo è fondato sull’Atlante del Consenso Digitale, strumento pensato per spiegare cosa significhi “consenso” negli spazi online che si basa su due principi: il consenso come scelta libera, informata, esplicita e sempre revocabile e la reciprocità come alternativa alle logiche di dominio, possesso e controllo. Non un manuale giuridico, ma una bussola destinata a cittadini, scuole, famiglie, aziende che spiega come il consenso vada sempre chiesto anche online, che immagini e dati personali non possano essere condivisi senza autorizzazione, che l’invio di contenuti sessualmente espliciti non richiesti costituisca una forma di violenza e che deepfake e materiali generati dall’intelligenza artificiale senza consenso rappresentino nuove forme di abuso digitale.

Il secondo asse è politico e normativo. Le promotrici chiedono che l’Italia utilizzi la scadenza del 14 giugno 2027, data entro cui dovrà essere recepita la Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, per costruire una disciplina più ampia e aggiornata sulla violenza digitale di genere. L’obiettivo è colmare le lacune esistenti, estendendo la tutela anche alla diffusione non consensuale di immagini non intime, alle pratiche di controllo digitale e alle forme di delegittimazione e abuso online oggi non sempre adeguatamente coperte dalla normativa vigente.

L’obiettivo è arrivare alla stesura di una proposta di legge costruita attraverso un percorso partecipativo che coinvolga amministratori locali, associazioni, centri antiviolenza, giuristi, esperti di tecnologie digitali, scuole, università e cittadini in una discussione pubblica diffusa sul territorio nazionale. Per questo nei prossimi mesi le promotrici saranno impegnate in una serie di incontri pubblici in diverse città italiane. Il percorso partirà da Parma e toccherà poi Roma, Milano, Bologna e Napoli, con l’obiettivo di raccogliere contributi, esperienze e proposte provenienti da realtà territoriali differenti e costruire una rete nazionale impegnata sul tema.

La campagna si inserisce in un contesto sempre più preoccupante. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 2025, le donne continuano a essere il gruppo più colpito dall’odio online in Italia: il 44,59% dei contenuti che le riguardano presenta caratteri misogini, con una crescita degli attacchi rivolti al corpo, all’aspetto fisico e alla sessualità. Nel 2024 la Polizia Postale ha registrato quasi 2.000 reati online a danno delle donne, con il cyberstalking in aumento dell’8%, mentre a livello europeo una donna su dieci dichiara di aver subito molestie online. Sempre secondo i dati richiamati dal documento,

La Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio descrive un fenomeno in continua evoluzione fatto di doxing, sextortion, revenge porn, hate speech, controllo attraverso sistemi di geolocalizzazione e nuove forme di abuso legate all’intelligenza artificiale: il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura pornografica. Tecnologie nate per facilitare la comunicazione e la condivisione possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza, ricatto e intimidazione. Di qui Libere anche qui: perché le donne tornino a essere libere anche sul web.

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La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse

5 June 2026 at 09:31

Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.

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“Bastardo. Ora mi aspetto giustizia”, la madre di Pamela Genini urla in aula contro Gianluca Soncin imputato per il femminicidio

4 June 2026 at 11:57

La Corte d’Assise di Milano ha ammesso come parti civili i familiari di Pamela Genini nel processo a carico di Gianluca Soncin, il 53enne accusato di aver ucciso la ex compagna il 14 ottobre scorso nella sua abitazione nel quartiere Gorla di Milano. Respinta invece la richiesta di costituzione di parte civile di Francesco Dolci, ex fidanzato della vittima e oggi indagato dalla Procura di Bergamo nell’inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane. Soncin è imputato per omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva cessata. Secondo la ricostruzione della Procura, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, avrebbe fatto realizzare di nascosto una copia delle chiavi dell’abitazione della donna, entrando in casa armato di un coltello prelevato dalla sua collezione e colpendola con 76 fendenti.

All’apertura dell’udienza erano presenti la madre della vittima, Una Smirnova, i fratelli Nicola e Veronica Genini e gli altri familiari. Quando l’imputato è entrato in aula scortato dalla polizia penitenziaria, la donna gli ha urlato contro: “Bastardo”. Poco dopo si è sentita male ed è stata accompagnata fuori dall’aula. Al termine dell’udienza ha spiegato ai cronisti il motivo della sua reazione: “Vederlo mi ha provocato un effetto devastante, la sua crudeltà, la sua lucidità, la sua mancanza di rispetto e di pentimento… Èuna persona che non si può descrivere, in aula purtroppo ho avuto un momento di sfogo, ma è stato terribile guardarlo per la prima volta. Ora mi aspetto giustizia”. La famiglia punta alla massima pena. “Noi chiediamo giustizia e l’ergastolo”, ha dichiarato Pier Giuseppe Rota, compagno della madre di Pamela, prima dell’inizio del processo.

La Corte ha ammesso come parti civili la madre della giovane, anche in qualità di amministratrice di sostegno del marito malato, e i due fratelli della vittima. Respinte invece le richieste avanzate da due associazioni e quella di Francesco Dolci. “La esistenza di un rapporto sentimentale di pochi mesi, maggio-ottobre 2025, non connotato da una stabile e continuativa convivenza e caratterizzato dalla presenza di un rapporto sentimentale parallelo non consente di riconoscere la legittimazione alla costituzione di parte civile di Francesco Dolci, aldilà di ogni questione su separati procedimenti”, hanno scritto i giudici nelle motivazioni lette in aula. La posizione di Dolci è stata al centro di un duro confronto tra le parti. L’avvocato della madre della vittima, Nicodemo Gentile, ha chiesto di respingere la sua istanza sostenendo che “Francesco Dolci è stato uno stalker in vita e dopo la morte” di Pamela Genini. “Con questa istanza la realtà supera la più fervida immaginazione. Nessun rispetto per la famiglia già oltraggiata”, ha affermato il legale. “Come emerge dagli atti dell’inchiesta di Bergamo, Pamela lo chiamava ‘amico con benefit, stalker, mostrò’. Da ottobre 2025 abbiamo questo stalker e lo dice anche la Procura di Bergamo che parla dell’ossessione di Dolci”.

La difesa dell’uomo ha invece sostenuto l’esistenza di una relazione stabile tra lui e la vittima. “Questo procedimento non c’entra con Bergamo e da maggio del 2025 i due avevano un rapporto stabile e ciò emerge dal cellulare e dalle testimonianze dei genitori. Era un rapporto parallelo sì, ma duraturo e continuativo e lui è stato l’ultima persona con cui ha parlato lei e questo deve far riflettere”, ha dichiarato l’avvocata Eleonora Prandi. “Lei ha chiesto aiuto a lui e poi Dolci ha collaborato con i pm. La loro relazione è sfociata anche in una richiesta di matrimonio di lei, avevano un progetto in essere”. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Dolci fu effettivamente l’ultima persona a sentire Pamela. Poco prima dell’omicidio la giovane gli inviò un messaggio: “E’ matto (…) che faccio?”. “Stanno arrivando, la polizia, li ho chiamati”, rispose lui dopo aver allertato le forze dell’ordine. Quando gli agenti arrivarono nell’appartamento, però, la donna era già stata uccisa.

Dopo la decisione della Corte, Dolci ha commentato all’Adnkronos la sua esclusione dal processo. “Peccato perché come parte civile avrei potuto combattere con il mio avvocato contro Soncin”. E ancora: “Bisogna sempre affidarsi nelle mani della giustizia, ma io ero la persona più vicina a Pamela e infatti quando aveva bisogno mi veniva sempre a cercare. Di certo non lo facevo per soldi di costituirmi parte civile, ma per combattere fino alla fine questa guerra”. L’uomo ha poi replicato alle accuse rivoltegli dalla famiglia della vittima. “Io di fronte a queste cose sono totalmente allibito. Mi hanno riferito che sembrava il processo a me e non a Soncin”. E ha aggiunto: “Come sempre dalla morte di Pamela a questa parte la famiglia attacca me e non Soncin. Mi sembra assurdo che queste persone parlino di miei atti persecutori nei confronti di Pamela, che non sono veri, e nessuno invece parla di quelli di Soncin”.

Sul fronte processuale, la difesa del 53enne ha depositato una serie di richieste istruttorie, tra cui una consulenza medico-legale e accertamenti sui telefoni cellulari acquisiti durante le indagini. L’obiettivo è contestare le aggravanti formulate dall’accusa. “Lo scopo del processo è capire come è successo il fatto e appurarlo nel modo migliore possibile e capire perché è successo, il movente”, hanno spiegato gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri. “Pamela Genini è morta per i colpi inferti dall’imputato, ma c’è tutto il tema delle aggravanti su cui la difesa avanzerà degli argomenti”. La Procura si è opposta alla richiesta di una nuova perizia medico-legale, ritenendola “solo esplorativa, per cercare una nuova ricostruzione di dinamica”. La Corte si è riservata di decidere sulle richieste difensive al termine dell’istruttoria dibattimentale e ha rinviato il procedimento al 13 luglio, quando inizierà l’esame dei primi testimoni.

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“Dai salari alle violenze, le promesse alle donne non mantenute. Dobbiamo lavorarci”: il discorso di Paola Cortellesi al Quirinale

3 June 2026 at 18:31

“Quando finalmente la voce delle donne ebbe un peso”. Non poteva esserci figura più adatta per celebrare gli 80 anni della Repubblica italiana. È stata Paola Cortellesi, regista e protagonista dell’exploit cinematografico campione d’incassi C’è ancora domani (2023), a ricordare da Piazza del Quirinale a Roma, durante le celebrazioni ufficiali, come la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, e come in quei giorni fu finalmente concesso il diritto di voto alle donne.

“Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne”. Cortellesi si è soffermata sul fatto che durante il Ventennio mussoliniano “la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza (…) in un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare”. Esaltazione della maternità, impossibilità di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei, insomma un orientamento politico forzato verso i “lavori donneschi”.

È qui che Cortellesi cita alcuni passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. “In sintesi – chiosa ironica Cortellesi – vengono a rubarci il lavoro”.

L’attrice e sceneggiatrice ha ricordato che nonostante “questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi”. Cortellesi ha quindi elencato tre partigiane della Resistenza: Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni; Tina Anselmi, poi diventata deputata della DC, che a 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e quindi decise di unirsi alla Resistenza; infine Irma Bandiera, la bolognese emiliana che venne catturata da una squadra fascista, torturata fino alla morte dai repubblichini, ma che non rivelò mai i nomi dei suoi compagni preferendo morire.

“Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia”. “C’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso (…) quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate”. L’attrice e regista ha così concluso il suo lungo intervento rivivendo in una sorta di loop la sua interpretazione di Delia in “C’è ancora domani”, ricordando l’alto valore simbolico e politico di quel diritto al voto avvenuto proprio nel 1946. “Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura”.

Con la Repubblica è nata “la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire e scegliere chi governa partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta – ha aggiunto -. L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte”.

E la strada è ancora lunga: “Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla”. Citando ancora Irma Bandiera, Cortellesi ha concluso: “Prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Quelli “dopo di lei”, siamo noi”.

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“Ho avuto un incidente”: l’ex di Uomini e Donne Ernesto Passaro ricoverato in ospedale, lo sfogo social prima del ritorno a casa

3 June 2026 at 13:54

Paura per Ernesto Passaro, ex corteggiatore di Uomini e Donne, finito in pronto soccorso dopo un incidente. Il giovane, noto anche per la breve relazione con la tronista Cristiana Anania, ha aggiornato i follower direttamente dai social raccontando quanto accaduto nelle ultime ore.

A far scattare l’allarme sono state alcune storie pubblicate su Instagram, in cui Passaro si è mostrato dall’ospedale, senza però entrare subito nei dettagli dell’accaduto. In un primo momento, infatti, il vigile del fuoco ha condiviso una frase ironica: “Alla fine ci avete provato”, accompagnata da un’emoji dal significato provocatorio, lasciando intendere un riferimento alle recenti polemiche social che lo avevano coinvolto dopo la fine della relazione con Cristiana Anania. Nelle ultime settimane, infatti, il nome di Passaro era finito al centro del gossip per alcune indiscrezioni sulla rottura con la tronista e per presunti flirt successivi, sempre smentiti dall’interessato. Proprio questo contesto ha alimentato la curiosità dei follower anche dopo la notizia del ricovero.

Solo in un secondo momento Ernesto ha chiarito la situazione, ringraziando chi gli ha scritto messaggi di sostegno e spiegando di essere rimasto coinvolto in un incidente. “Questa mattina ho avuto un incidente e sono stato in ospedale, ma leggere le vostre parole mi ha dato forza e conforto”, ha scritto sui social.

Le condizioni dell’ex corteggiatore

Dopo le visite e i controlli del caso, le condizioni dell’ex corteggiatore non sarebbero risultate gravi. Nel giro di poche ore, infatti, Passaro ha potuto lasciare il pronto soccorso e tornare a casa. Aggiornando i follower, ha poi aggiunto: “Oggi si rientra a casa. Non volevo rientrare in queste condizioni, ma passerà anche questa”.

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