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L’uranio arricchito del Venezuela è in mano agli Usa
L’uranio arricchito è una forma modificata dell’elemento chimico radioattivo nella quale è stata aumentata la sua concentrazione naturale per favorire una reazione a catena. L’obiettivo è, principalmente, l’uso energetico o militare. Infatti, il termine è usato nei negoziati tra Stati Uniti e Iran perché quest’ultimo ne possiede una quantità significativa.
Ma non solo gli iraniani contano con un magazzino di uranio arricchito. Anche il regime venezuelano custodiva un bottino. Almeno fino al mese di aprile. Una notte di fine aprile le autorità del Paese sudamericano hanno impacchettato e preparato per il trasporto circa 13 chili uranio altamente arricchito (HEU) proveniente dal reattore di ricerca RV-1, che era stato avviato durante lo storico programma “Atomi per la pace” degli Stati Uniti, promosso dal presidente americano Dwight Einsenhower negli anni ’50. Questo è stato il primo reattore nucleare dell’America Latina, inaugurato alla fine degli anni ’60 all’interno dell’Istituto Venezuelano di Ricerca Scientifica.
Durante un discorso all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1953, Eisenhower aveva avvertito sulla minaccia della tecnologia nucleare con finalità bellica e sui rischi della proliferazione della produzione di bombe atomiche. “Non è sufficiente togliere questa arma ai soldati – ha aggiunto il presidente statunitense. Bisogna dargliela a chi può togliere questa patina militare e adeguarla all’arte della pace”.
Così, decenni dopo, il materiale radioattivo che era in mano del Venezuela è stato trasportato dagli Stati Uniti ed è arrivato in salvo in una struttura di Savannah River a Aiken (Carolina del Sud), i primi giorni di maggio. Gli Usa procederanno all’eliminazione.
In una dichiarazione, il governo degli Usa e l’International Atomic Energy Agency hanno spiegato che si tratta di una “missione congiunta attentamente pianificata, portata a buon fine sotto rigorose misure di sicurezza”, giacché questo tipo di materiale nucleare può rappresentare un rischio di proliferazione o una minaccia se finisce nelle mani sbagliate”. Al governo americano hanno sempre preoccupato i legami del regime chavista venezuelano con Iran, Russia, Cuba e Corea del Nord.
Jack Crawford, ricercatore del Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, ha spiegato alla Bbc che i 13 chili di uranio arricchito che sono stati ritirati dal Venezuela “sono, teoricamente, abbastanza per essere raffinati successivamente e produrre un’arma nucleare piccola, anche se ha poco più del 20% di uranio-235, e l’HEU si considera generalmente di grado di arma dal 90%”.
Ha contribuito con una nave di carico Pacific Egret per il trasporto dell’uranio arricchito fuori dal Venezuela la Nuclear Transport Solutions, una divisione delle Autorità di Smantellamento Nucleare del Regno Unito.
Da Tallin Zelensky lancia una nuova proposta per la pace in Ucraina
Un cessate il fuoco immediato e un vertice tra i principali attori coinvolti nel conflitto. È questa la proposta rilanciata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il vertice dei Paesi Nordic-Baltic Eight (Nb8) tenutosi a Tallinn, in Estonia. Nel momento in cui i negoziati con Mosca continuano a non produrre risultati concreti, il leader ucraino ha ribadito che la priorità assoluta resta fermare i combattimenti e creare le condizioni per una pace duratura.
“La soluzione ideale nei negoziati di pace è porre immediatamente fine alla guerra”, ha dichiarato Zelensky nel corso della conferenza stampa finale, “come minimo, occorre compiere il primo passo: un cessate il fuoco incondizionato e totale”. Per raggiungere questo obiettivo, secondo il presidente ucraino, sarebbe necessario organizzare un incontro al massimo livello tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. “L’Ucraina ha la volontà di fare tutto questo. Vedremo se anche la Russia ne avrà la volontà. Finora non l’ha dimostrata”, ha aggiunto.
Il tema della rappresentanza europea nei futuri colloqui è stato uno degli argomenti centrali affrontati a Tallinn. Zelensky ha sottolineato che l’Europa dovrà necessariamente essere coinvolta nel processo negoziale, ma ha escluso che possa assumere il ruolo di mediatore neutrale. “Putin è l’aggressore e l’Europa ha il potere di fermarlo”, ha affermato, sostenendo che il continente debba partecipare ai negoziati come parte direttamente interessata alla sicurezza europea. Quanto alla possibile composizione della delegazione europea, il presidente ucraino ha indicato Francia, Germania e Regno Unito come una possibile soluzione. Una soluzione che non arriva ex-abrupto: poche ore prima questi stessi Paesi avevano rilasciato una dichiarazione congiunta da Londra in cui si delineava un piano d’azione per sbloccare l’impasse diplomatica nel conflitto in Ucraina.
Oltre all’aspetto diplomatico, il vertice ha prodotto anche nuovi risultati nel settore della cooperazione militare. Zelensky ha annunciato la firma di un nuovo accordo con la Lettonia finalizzato a rafforzare la produzione congiunta e la cooperazione industriale nel settore dei sistemi senza pilota. Il presidente ucraino ha inoltre insistito sulla necessità di accelerare il processo di adesione del suo Paese all’Unione Europea, sostenendo che Kyiv abbia già soddisfatto i requisiti necessari per l’apertura dei cluster negoziali.
Il vertice di Tallinn arriva però in un momento in cui l’unità europea sul sostegno all’Ucraina mostra alcune crepe. Nelle stesse ore, infatti, la Bulgaria ha annunciato la sospensione degli aiuti militari a Kyiv. Il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ha spiegato che il nuovo governo guidato da Rumen Radev ritiene che la guerra non possa essere risolta sul campo di battaglia e che sia giunto il momento di puntare esclusivamente sui negoziati. Una decisione che si pone in netto contrasto con la linea emersa dal summit nordico-baltico, dove invece il sostegno all’Ucraina continua a essere considerato una condizione indispensabile per arrivare a una pace sostenibile. Ma che non stupisce particolarmente, considerando le posizioni filo-russe abbastanza esplicite della leadership bulgara al potere.
East Med. Dagli Usa nuovo impulso alla cooperazione energetica regionale
Una settimana di incontri ad alto livello negli Stati Uniti sta imprimendo nuovo slancio alla cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Da un lato, a Washington, i Paesi membri dell’East Mediterranean Gas Forum (Emgf) hanno riaffermato il loro impegno a favore dello sviluppo delle risorse energetiche nel rispetto del diritto internazionale. Dall’altro, a Houston, è in programma il lancio ufficiale dell’East Med Energy Center, una delle principali iniziative previste dall’EastMed Act approvato dal Congresso statunitense nel 2019.
Le due iniziative si inseriscono in un più ampio sforzo di rafforzamento delle partnership energetiche e strategiche nella regione, coinvolgendo governi, organizzazioni internazionali, università, centri di ricerca e settore privato.
Nel corso della riunione ministeriale dell’Emgf, ospitata a Washington sotto la presidenza greca, i partecipanti hanno adottato all’unanimità un comunicato congiunto che sottolinea come lo sviluppo delle risorse di gas naturale del Mediterraneo orientale debba avvenire nel quadro del diritto internazionale e nel pieno rispetto dei diritti sovrani degli Stati sulle proprie risorse naturali.
Il messaggio politico emerso dall’incontro è stato quello di promuovere un modello di cooperazione regionale fondato su regole condivise, interessi comuni e stabilità, in contrapposizione a logiche di confronto e ad azioni unilaterali. In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e conflitti in corso, la riunione ha riunito allo stesso tavolo rappresentanti di Grecia, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Palestina e Italia, oltre a Stati Uniti e Banca Mondiale.
Secondo il ministro greco dell’Ambiente e dell’Energia, Stavros Papastavrou, l’importanza di queste iniziative va oltre il settore energetico. “Stiamo costruendo un quadro di cooperazione fondato sul pieno rispetto del diritto internazionale, di valori condivisi e di regole commerciali, un quadro che rafforza la stabilità e scoraggia azioni unilaterali e aggressive. Il nostro obiettivo comune è la sicurezza energetica e la prosperità dei nostri popoli”, ha dichiarato.
L’incontro ha inoltre evidenziato l’evoluzione dell’Emgf, che dal 2021 ha lo status di organizzazione internazionale con sede al Cairo. Nato per coordinare lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse energetiche della regione, il Forum ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, diventando una piattaforma di dialogo tra governi, autorità di regolazione, organizzazioni internazionali e operatori privati, con l’obiettivo di promuovere progetti comuni, maggiore connettività energetica e integrazione regionale.
Anche l’Italia ha ribadito il proprio sostegno all’iniziativa. L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, ha ringraziato il segretario all’Energia statunitense Chris Wright per aver presieduto la riunione dell’Emgf e ha sottolineato che «in qualità di membro fondatore, l’Italia è impegnata a rafforzare la cooperazione nel settore energetico nella regione», elogiando al contempo la leadership esercitata dalla presidenza greca.
L’attenzione si sposta ora su Houston, dove l’11 giugno verrà inaugurato l’East Med Energy Center presso il Baker Institute della Rice University. Il nuovo centro rappresenta l’attuazione di una delle disposizioni chiave dell’EastMed Act e punta a rafforzare la cooperazione tra Stati Uniti, Grecia, Cipro e Israele nell’ambito del formato 3+1.
Secondo quanto annunciato, il centro promuoverà attività congiunte nei settori della sicurezza energetica, della ricerca, dell’innovazione e delle tecnologie avanzate, mettendo in rete università, laboratori di ricerca e aziende private. La struttura sarà inoltre chiamata a svolgere un ruolo di supporto nell’analisi delle minacce alla sicurezza energetica e delle dinamiche geopolitiche che interessano il Mediterraneo orientale.
Alla cerimonia di lancio parteciperanno il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright, il ministro greco Stavros Papastavrou, il ministro cipriota Michalis Damianos e rappresentanti israeliani. Sono inoltre previsti incontri dedicati a infrastrutture critiche, cybersicurezza e stabilità regionale.
Nel loro insieme, gli appuntamenti di Washington e Houston mostrano come la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale stia assumendo una dimensione sempre più ampia. Accanto allo sviluppo delle risorse naturali, i governi della regione e i loro partner statunitensi puntano infatti a costruire un quadro di collaborazione che includa sicurezza, tecnologia, ricerca e resilienza strategica, rafforzando al tempo stesso i meccanismi di dialogo e coordinamento regionale.
(Foto: X, @MPeronaci)
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Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nel Golfo Persico
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Nella notte tra martedì e mercoledì Stati Uniti e Iran sono tornati a colpirsi direttamente, dopo che Donald Trump aveva accusato Teheran di aver abbattuto un elicottero militare americano nello Stretto di Hormuz. Le forze armate statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi contro installazioni militari iraniane lungo la costa del Golfo Persico. Il Comando Centrale americano (Centcom) ha detto che jet dell’aeronautica e della marina hanno colpito sistemi di difesa aerea, radar di sorveglianza e centri di controllo situati nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, definendo l’operazione una «risposta proporzionata a un’aggressione iraniana ingiustificata». Le esplosioni sono state segnalate in diverse località della provincia iraniana di Hormozgan, tra cui Sirik, Minab e l’isola di Qeshm. La televisione di Stato iraniana ha confermato l’attivazione delle difese aeree lungo la costa del Golfo.
Poche ore dopo è arrivata la risposta di Teheran. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato attacchi con droni contro la Quinta Flotta americana in Bahrein e contro numerose basi statunitensi nella regione. Secondo le autorità iraniane sarebbero stati colpiti ventuno obiettivi militari. Washington fornisce però una versione molto diversa: un funzionario americano citato dal New York Times ha detto che quasi tutti i missili e i droni iraniani sono stati intercettati e che, al momento, non risultano né vittime né danni significativi alle installazioni statunitensi.
L’escalation arriva dopo l’incidente che ha coinvolto un elicottero Apache americano precipitato lunedì nelle acque vicine allo Stretto di Hormuz. Martedì infatti Trump aveva sostenuto che il velivolo fosse stato abbattuto dall’Iran, scrivendo su Truth Social che «gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco». Secondo un funzionario statunitense citato dal New York Times, l’Apache sarebbe stato colpito da un drone iraniano. Teheran continua tuttavia a negare qualsiasi coinvolgimento e la televisione pubblica iraniana ha sostenuto che nelle ventiquattro ore precedenti non fosse stata condotta alcuna operazione militare nell’area.
Lo scambio di attacchi rappresenta il momento più grave dalla firma del cessate il fuoco di aprile. Nelle ultime settimane Washington e Teheran avevano già alternato minacce, raid limitati e aperture diplomatiche, ma senza arrivare a un confronto diretto di questa portata. Eppure, fino a poche ore prima dei bombardamenti, Trump continuava a sostenere che un accordo fosse vicino. Il presidente americano aveva ripetuto più volte che Stati Uniti e Iran erano prossimi a un’intesa definitiva sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ultima escalation rischia ora di allontanare ulteriormente quella prospettiva e di riaprire un conflitto che, almeno formalmente, sembrava congelato da oltre due mesi.
L'articolo Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nel Golfo Persico proviene da Linkiesta.it.
Il Pakistan attacca l’Afghanistan al confine: almeno 12 morti
Almeno 12 persone sono morte in Afghanistan in attacchi pakistani lungo il confine tra i due paesi. Lo hanno riferito autorità locali e governative. “Ieri notte, l’esercito pakistano ha nuovamente violato lo spazio aereo afghano e ha bombardato case civili nelle province di Kunar, Khost e Paktika. Questi attacchi hanno ucciso 11 bambini, una donna e un uomo anziano”, ha riferito il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid su X. Un funzionario della provincia di Khost ha confermato che nel raid su un’abitazione sono morte nove persone. Vi sono state poi almeno altre tre vittime nella provincia di Paktika.
L’ultimo aumento della violenza è iniziato a febbraio 2026, dopo una serie di attacchi contro le forze pakistane, tra cui quello del 16 febbraio nel distretto di Bajaur. In risposta, il Pakistan ha condotto raid aerei su Nangarhar, Khost e Paktika, innescando ritorsioni afghane e una rapida escalation lungo il confine. Secondo le Nazioni Unite, almeno 42 civili sono morti nella prima settimana di scontri, mentre oltre 115.000 persone sono state sfollate dalle aree di frontiera, tra cui Kurram, Tirah, Bajaur e Chitral.
L'articolo Il Pakistan attacca l’Afghanistan al confine: almeno 12 morti proviene da Affaritaliani.it.





