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Abraham Accords: Why Trump’s “mandatory” deal collapsed
Tutti gli incroci (geopolitici e commerciali) tra Italia e Usa
Dal 15 al 17 giugno 2026, Giorgia Meloni sarà al G7 che si svolgerà a Évian-les-Bains, in Francia alla presenza dei capi di Stato e di governo di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La Francia detiene la presidenza del gruppo fino al 2026. Donald Trump ha dichiarato che parteciperà al vertice, per questa ragione Emmanuel Macron potrebbe far precedere il G7 da un bilaterale con il presidente americano, si parla o di una cena a Versailles o di una partita a golf. Sul tavolo ci saranno vari dossier, tutti complicati e per certi versi interconnessi: lo stallo nella guerra in Iran, l’accusa americana agli alleati della Nato di averlo deluso in Medio Oriente, le relazioni con Canada e Giappone da calibrare, il caso Ucraina.
Verso il G7: i temi in agenda
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato invitato dalla Francia al vertice del G7, ma non si sa se sarà presente e soprattutto non si sa come potrà reagire Trump. Un altro fronte delicato è quello relativo ai dazi che si mescolerà verosimilmente con l’intelligenza artificiale e con le catene di approvvigionamento di minerali critici. Sul primo punto il presidente ha detto agli amministratori delegati delle aziende tecnologiche che gli Stati Uniti potrebbero acquisire una piccola quota di proprietà nei giganti dell’intelligenza artificiale, “in modo che il popolo americano possa beneficiare dei vantaggi derivanti dalla crescita di quelle che diventeranno aziende da mille miliardi di dollari”. Sul secondo, è ormai chiaro che Ue e Stati Uniti dipendono quasi interamente dalla Cina per l’approvvigionamento della maggior parte dei minerali utilizzati nelle loro catene di produzione per la difesa: una criticità su cui il G7 dovrà dare risposte. Sul punto si segnala l’iniziativa di India e Regno Unito che hanno lanciato l’Osservatorio globale sulla catena di approvvigionamento dei minerali critici per migliorare la cooperazione e la condivisione tecnologica.
Crosetto a Washington
Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrà un vertice bilaterale con il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il 15 giugno. Un’occasione per ragionare sulla gestione delle spese per gli armamenti, sulla crisi in Ucraina e sull’utilizzo delle basi americane in Italia. Intervistato pochi giorni fa dal New York Times, ha fornito un’anticipazione delle questioni più importanti, con in cima l’idea di un patto, accanto alla Nato, a guida europea, senza gli Usa. Si rende necessario “costruire un’Europa continentale della difesa”, ha detto. Per cui il suo viaggio negli Stati Uniti abbraccia il rilancio della proposta italiana per il nuovo disegno della difesa europea, nel solco della convinzione che è alla base delle policies di Palazzo Chigi, ovvero implementare il pilastro europeo dell’alleanza senza far regredire di un millimetro il legame transatlantico. Tutti temi che, di fatto, anticipano il Nato Summit in programma nel luglio prossimo ad Ankara.
Di nuovo Tajani-Rubio
La missione di Crosetto a Washington precederà di pochi giorni l’Italy-Us Business, Investment, Science and Innovation Forum in programma a Miami il 22 giugno a cui parteciperà il ministro degli esteri Tajani. In Florida ci sarà anche intervento del segretario di Stato Marco Rubio, che celebrerà la robustezza commerciale dei rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti. Ad aprile 2026 l’export italiano extra Ue ha fatto registrare un corposo balzo in avanti, verso paesi come Usa, Cina e Mercosur: la crescita è dell’11,3% su base annua. Le vendite verso gli Stati Uniti segnano un +12,1%. Il mercato a stelle e strisce rimane il primo saldo commerciale positivo per l’Italia grazie ad un avanzo di 2,832 miliardi di euro ad aprile.
Quattro le aree tematiche del meeting di Miami: tecnologie di frontiera per il futuro come IA, quantistica, cybersecurity, energia e spazio; industria avanzata, ovvero automazione, robotica industriale, agritech, medicale e biotecnologie; mobilità e infrastrutture resilienti come energia; trasporto aereo, marittimo e terrestre; creatività e lifestyle, ovvero agroalimentare, design&arredo, moda, cultura e sport. Tra l’altro il mercato statunitense è parte integrante del Piano d’Azione per l’Export varato dalla Farnesina tra i mercati maturi ad alto potenziale, nella consapevolezza che i rapporti economici con gli Stati Uniti sono improntati ad una forte integrazione commerciale, industriale e tecnologica.
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- Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente
Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente
C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.
Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.
Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.
Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.
Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.
Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.
Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.
Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.
Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.
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- Was Putin über mögliche Verhandlungen mit der EU über den Ukraine-Konflikt und die AfD gesagt hat
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Why Donald Trump has been unable to end the Gulf War for four months
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- A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto
A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto
Lampedusa è di nuovo lì, come un promemoria che l’Europa si ostina a ignorare. Ogni volta che succede qualcosa sull’isola, Bruxelles scopre di avere una coscienza. E puntualmente la rimette nel cassetto. Ancora sbarchi nell’ultimo mese sul molo Favaloro, che ne seguono diversi altri. Anche se nessuno ne parla, siamo nel pieno della stagione degli sbarchi!
Sbarco è una parola che confonde. È un termine non umanitario, piuttosto è militare. Si sbarca in Normandia, non a Lampedusa.
Cosa c’è di umano nel chiamare sbarco, ad esempio, quello avvenuto a metà maggio caratterizzato dalla storia di una neonata ivoriana di un mese morta di freddo? Vestiti fradici, barca di sette metri, partenza da Sfax-El Amra. I rianimatori hanno provato tutto, ma il suo cuore aveva già deciso che non valeva la pena aspettare l’ennesima riunione dei ministri dell’Interno. La seppelliranno a Cala Pisana, accanto a tombe senza nome: il cimitero più visitato dai vivi solo quando c’è da fare passerelle. Accanto alla morte della bambina, l’ennesimo orrore: diverse donne stuprate durante il viaggio. Lo conferma Francesco D’Arca, responsabile del poliambulatorio dell’isola: “Non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta nel Mediterraneo”.
Ferite sul corpo, certo, ma soprattutto dentro. Solita storia: mentre i migranti provano a ricominciare, medici, psicologi e volontari tengono insieme i pezzi di un’umanità che i governi europei trattano come un fastidio stagionale. Dopo il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha devastato diverse coste di Sicilia e Calabria, il mare è diventato una lavatrice impazzita. Più di 1.800 persone morte. In alcuni giorni si muore più nel Mediterraneo che in un giorno di guerra in Iran.
La rotta tunisina resta una delle più pericolose al mondo, ma tranquilli: c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che “la situazione è sotto controllo”. In questo scenario, la visita di Papa Leone il prossimo 4 luglio non è un evento: è un dito nella piaga. Tredici anni dopo Papa Francesco e la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, un nuovo pontefice torna nello stesso punto della ferita, perché la ferita è ancora lì. E sanguina.
Papa Prevost arriva mentre il Mediterraneo vive una delle sue stagioni più tragiche. La sua presenza non sarà la solita foto da tg: sarà un appello diretto ai governi europei ad aprire corridoi umanitari, a creare vie legali a superare la logica emergenziale che da anni è diventata la foglia di fico perfetta per non fare nulla. Eppure, anche in mezzo alla distrazione generale, questa visita ricorda che l’umanità concreta esiste: volontari, medici, famiglie, comunità locali che non hanno mai smesso di accogliere. Senza decreti, senza conferenze stampa, senza hashtag.
Di fronte alla morte della neonata, alle donne violentate, ai corpi senza nome, risuonano ad esempio le parole del cardinale Matteo Zuppi, uno che non ha paura di dire le cose come stanno: “Non possiamo permettere che il Mediterraneo diventi un confine di morte. È il luogo dove si misura la nostra umanità, non la nostra paura.” E ancora: “L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità solidale o un condominio dove ognuno chiude la porta.” Tradotto: o siamo un continente, o siamo un insieme di citofoni.
Lampedusa pertanto non è un confine periferico ma piuttosto il centro morale dell’Europa. La morte della neonata, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo lacrime, ma politica. Non commozione, ma decisioni. La visita di Papa Prevost arriva come un invito — o forse un monito — a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordava Papa Francesco nel 2013, “le migrazioni non sono un’emergenza, ma un segno dei tempi”. I tempi e le troppe morti, oggi, ci chiedono coraggio e non comunicati stampa.
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- Trump’s AIPAC-Funded Political Execution of Thomas Massie: The Day MAGA Destroyed itself!
Trump’s AIPAC-Funded Political Execution of Thomas Massie: The Day MAGA Destroyed itself!
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- Iran, gli Usa colpiscono stazioni radar di Teheran. La risposta: missili su Kuwait e Bahrein
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- Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff
Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff
Il caso diplomatico che rischiava di compromettere la partecipazione dell’Iran ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti sembra essersi risolto. I calciatori della nazionale iraniana hanno infatti ottenuto i visti necessari per entrare nel territorio americano e prendere parte alla competizione che inizierà tra pochi giorni. La conferma è arrivata da un funzionario della Casa Bianca, che ha riferito la notizia all’agenzia Reuters. La svolta arriva dopo giorni di incertezza e polemiche. Ma solo ai calciatori: Fonti interne hanno riferito ad Al Jazeera che almeno 15 membri dello staff della nazionale iraniana si sono visti negare il visto negli Stati Uniti. Si tratta di allenatori, personale tecnico e dirigenti. Le stesse fonti dicono che alcuni di coloro a cui è stato negato il visto erano ufficialmente riconosciuti dalla FIFA come parte dello staff tecnico e/o di allenatori.
Soltanto nelle scorse ore l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, aveva denunciato pubblicamente il mancato rilascio dei visti ai giocatori, sottolineando come la squadra fosse ancora bloccata a dieci giorni dall’esordio previsto a Los Angeles. Una situazione che aveva alimentato timori sulla possibilità che la nazionale iraniana non riuscisse a raggiungere gli Stati Uniti in tempo per l’inizio del torneo.
Le restrizioni
La vicenda aveva assunto rapidamente una dimensione politica. L’Iran figura infatti tra i Paesi colpiti dalle nuove restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump. Sebbene gli eventi sportivi internazionali prevedano generalmente deroghe specifiche per atleti, tecnici e delegazioni ufficiali, il ritardo nell’emissione dei documenti aveva sollevato interrogativi sull’effettiva applicazione di tali eccezioni. Nei giorni scorsi la federazione iraniana aveva scelto di trasferire la squadra in Messico, trasformando il Paese nordamericano in una sorta di base operativa temporanea in attesa dello sblocco della situazione. Una soluzione logistica necessaria per non compromettere la preparazione alla competizione e per consentire alla delegazione di essere pronta a partire non appena fosse arrivato il via libera dalle autorità statunitensi.
L’annuncio della Casa Bianca mette ora fine, almeno sul piano pratico, a una vicenda che aveva suscitato preoccupazione sia nel mondo del calcio sia in quello diplomatico. Con i visti finalmente concessi, la nazionale iraniana potrà raggiungere gli Stati Uniti e preparare regolarmente il proprio debutto mondiale.
Il significato
La partecipazione dell’Iran assume inoltre un significato particolare perché la squadra si prepara a giocare il Mondiale mentre il Paese è coinvolto in un conflitto con una delle nazioni ospitanti, una situazione senza precedenti nella storia della competizione.
Durante il ritiro in Turchia, dove la nazionale ha trascorso oltre due settimane prima di trasferirsi in Messico, alcuni giocatori hanno raccontato all’Associated Press le difficoltà di preparare un appuntamento sportivo di tale portata mentre si seguono quotidianamente le notizie provenienti dal proprio Paese. “Non è facile”, ha spiegato il centrocampista Saeid Ezatolahi, alla sua terza Coppa del Mondo. “La situazione politica può influenzare la mentalità dei giocatori e della gente”.
Nonostante il contesto, i calciatori insistono sulla volontà di rappresentare il Paese e offrire un momento di unità a una popolazione provata dalla guerra. “Sappiamo che il nostro popolo ha sofferto molto e andiamo lì per loro, per ottenere i migliori risultati possibili“, ha dichiarato il 24enne Mohammad Ghorbani. Le prime due partite dell’Iran si giocheranno nell’area di Los Angeles, città che ospita una delle più grandi comunità iraniane all’estero, composta in larga parte da oppositori del regime di Teheran. “Ci aspettiamo molti tifosi allo stadio e molta pressione”, ha detto ancora Ezatolahi. “Il nostro dovere è lottare per il nostro popolo, rappresentare il nostro Paese e dimostrare quanto valiamo”. Un messaggio condiviso anche da Ghorbani: “Vogliamo portare gioia agli iraniani e mostrare al mondo la forza del nostro popo
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- Da Steven Seagal ai fratelli Tate: alla “Davos Russa” tornano gli occidentali (anche Maga). Ospite fisso l’ex cancelliere Schröder
Da Steven Seagal ai fratelli Tate: alla “Davos Russa” tornano gli occidentali (anche Maga). Ospite fisso l’ex cancelliere Schröder
Il 3 giugno a San Pietroburgo si è aperto il Forum internazionale economico (Spief), un tempo considerato la “Davos Russa”. Il summit non è iniziato però come sperato da Putin. Kiev ha colpito con i suoi droni la città natale del presidente russo, costringendo lo Zar ad accogliere i suoi ospiti internazionali con una densa nube di fumo nero alle spalle causata dalle bombe. Nonostante ciò, nella tre giorni di incontri, sono attesi oltre 20mila partecipanti: tra loro anche vip e persone note al mondo Maga, oltre a Schröder e alla delegazione Usa, come riporta il Corriere della Sera.
Un tempo il Forum di San Pietroburgo era un evento aperto a tutto l’Occidente. Politici, esperti di economia e imprenditori andavano in Russia pronti a investire miliardi a Mosca, tra contratti energetici e forniture strategiche a basso prezzo. Dopo l’invasione in Ucraina nel 2022 però, l’evento si è svuotato quasi totalmente della presenza di europei o americani, sostituiti con rappresentati dei Paesi del Sud Globale, dalle monarchie del Golfo, passando per India, Sud Africa e Brasile. L’unico rimasto sempre vicino è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ex lobbista e amico di Putin, che il presidente russo vorrebbe come mediatore per l’Ucraina. L’ex leader della Germania non si è mai perso un forum dal 2000 a oggi, e anche quest’anno è presente.
All’evento di quest’anno però qualche personaggio noto al grande pubblico ha deciso di rimettere il naso in Russia. Per la prima volta dal 2022, sulla Neva, il fiume che passa per la città, sarà presenta anche una delegazione ufficiale americana guidata da Rodney Mims Cook jr. Si tratta del capo della Commissione per le belle arti degli Stati Uniti, colui che supervisiona la costruzione della Ballroom che Trump sta realizzando alla Casa Bianca, o almeno che sta provando a fare tra un intoppo e l’altro. Oltre ai politici in veste ufficiale, a titolo privato è presente anche l’attore Steven Seagal, amico personale di Putin che nel 2016 ha anche ricevuto il passaporto russo. La star 74enne vanta perfino il titolo di rappresentante speciale del ministero degli Esteri della Russia per i legami umanitari con Usa e Giappone.
Ma non c’è solo l’attore noto per i suoi colpi di arti marziali. Alla tre giorni di San Pietroburgo presenzia anche Candace Owens, l’influencer americana che piace ai suprematisti bianchi, celebre perché ora dovrà rispondere di diffamazione in una causa con Brigitte Macron, dopo aver accusato la first lady francese di essere nata uomo. Altri rappresentanti fieri del mondo Maga sono i fratelli Andrew e Tristan Tate, ex kickboxer. Come Owens, anche loro sono noti per vicende giudiziarie perché a maggio 2025 sono stati incriminati con 21 capi di accusa dalla procura d’Inghilterra e Galles: i reati contestati includono stupro, lesioni personali, tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione.
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- “Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano
“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano
La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.
In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.
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“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.
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Quad and AUKUS: New Gambit and Underwater Drones
La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse
Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.
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- Netanyahu’s Ethnostate and the Greater Israel: A Biblical Mythology or a Geopolitical Project?
Netanyahu’s Ethnostate and the Greater Israel: A Biblical Mythology or a Geopolitical Project?
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- Trump: “Non ho bisogno dell’accordo con l’Iran per ottenere uranio arricchito”. Libano, Netanyahu ignora la tregua: “Non c’è l’intesa, Hezbollah si oppone”. 7 morti a Tiro nei raid Idf
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- Rheinmetall, la Germania sfida gli Usa sulla produzione di munizioni: ora punta ad assorbire i lavoratori dell’automotive
Rheinmetall, la Germania sfida gli Usa sulla produzione di munizioni: ora punta ad assorbire i lavoratori dell’automotive
di Giacomo Gabellini
Recentemente, l’amministratore delegato del colosso tedesco della difesa Rheinmetall Armin Papperger ha dichiarato che la produzione tedesca di un certo tipo di munizioni ha superato quella statunitense.
Inondata di ordinativi pubblici a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, Rheinmetall ha costantemente espanso la propria capacità produttiva costruendo nuovi impianti e dotandosi di macchinari di ultima generazione.
Come risultato, la produzione annua proiettili di artiglieria da 155 mm è aumentata da 70.000 a 1,1 milioni di unità; quella di munizioni per veicoli corazzati, da 800.000 a 4 milioni di unità; quella di camion militari, da 600 a 4.500 unità.
Allo stato attuale, gli Stati Uniti fabbricano circa 500.000 proiettili d’artiglieria da 155 mm all’anno.
All’aumento della produzione è naturalmente coincisa una crescita proporzionale della forza lavoro. Nel 2025 Rheinmetall ha ricevuto 350.000 candidature, di cui 250.000 provenienti dalla Germania, un cambiamento significativo per un settore che, come riconosciuto da Papperger, in passato faticava ad attrarre candidati.
L’azienda impiega attualmente 44.000 persone e prevede di raggiungere quota 70.000 entro il 2030, con un potenziale aumento di 210.000 dipendenti nelle sue filiere produttive.
Al centro di questa impennata produttiva c’è lo stabilimento di Unterlüß, nella Bassa Sassonia, inaugurato nell’agosto 2025 e progettato per produrre a pieno regime fino a 350.000 proiettili di artiglieria all’anno, affermandosi così come uno dei più grandi impianti di munizioni in Europa. Rheinmetall ha inoltre aperto nuovi stabilimenti in Ungheria, Romania, Lituania e Ucraina e ha acquisito il produttore spagnolo Expal Munitions nell’ambito di un’aggressiva campagna di espansione continentale.
Papperger ha affermato di non intravedere un rallentamento della forte crescita delle vendite e degli ordini prima del 2034, con l’azienda che prevede un fatturato di 14-15 miliardi di euro nel 2026 (+40% circa) nonostante l’attuale depressione del suo corso azionario.
L’espansione di Rheinmetall presenta profonde conseguenze per l’economia industriale tedesca nel suo complesso. Papperger ha previsto che la produzione per la difesa potrebbe sostituire circa un terzo dei posti di lavoro nell’industria automobilistica tedesca, che per temperare l’impatto della crisi sta gettando le basi per una conversione alla produzione bellica. Il caso paradigmatico è indubbiamente quello di Volkswagen, in trattative avanzate con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per la definizione di un accordo che sposterebbe la produzione in una delle fabbriche tedesche da automobili a difesa missilistica. Le due aziende prevedono di convertire l’impianto di Osnabrück, che impiega 2.300 lavoratori a rischio licenziamento, per fabbricare componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome da rivendere eventualmente anche ai Paesi europei.
Del resto, l’azienda produce già camion militari, nell’ambito di una joint-venture tra la controllata Man e Rheinmetall. Il progetto, ha confidato al Financial Times una fonte interna a Volkswagen, richiederebbe investimenti minimi, e contempla l’integrazione della collaudata tecnologia di difesa israeliana alla produzione tedesca.
La partnership con Rafael rappresenterebbe per Volkswagen il ritorno in grande stile nel settore degli armamenti, in cui era entrata durante la Seconda Guerra Mondiale fabbricando veicoli militari e la bomba volante V-1 per conto della Wehrmacht.
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