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Esami di maturità 2026, il toto-traccia delle intelligenze artificiali: ecco le previsioni di ChatGPT, Gemini e Claude

10 June 2026 at 07:14

Fino alla mattina del 18 giugno nulla si saprà delle tracce ufficiali della prima prova di Maturità ma il “toto-tema” è già scattato e tra gli “alleati” degli studenti, naturalmente, c’è anche l’intelligenza artificiale. Per ChatGPT gli autori più quotati per l’analisi del testo (tipologia A) sono Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Elsa Morante, Grazia Deledda e Italo Calvino. Questi nomi ricorrono spesso nelle previsioni perché sono autori importanti del programma e alcuni sono legati a ricorrenze culturali del 2026. Temi possibili per il testo argomentativo e il tema d’attualità: l’AI e l’impatto sulla società; i social network e l’identità digitale; la pace, i conflitti internazionali e la cooperazione tra i popoli e l’ ambiente. Mentre tra le ricorrenze storiche molto citate ci sono gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026), considerato uno dei candidati più forti per una traccia culturale o storico-letteraria.

Più o meno identiche le previsioni di Gemini. Per l’analisi dei testi letterari spuntano Luigi Pirandello, uno dei nomi più attesi tra gli scrittori del Novecento. Nel 2026 ricorrono sia i 90 anni dalla morte sia i cento anni dalla pubblicazione in volume di “Uno, nessuno e centomila”. Ancora Giovanni Pascoli e Giovanni Verga e la già citata Grazia Deledda visto che nel 2026 cadono i cento anni dal suo Premio Nobel per la Letteratura (l’unica donna italiana ad averlo vinto). Un suo testo rappresenterebbe un debutto assoluto alla Maturità. L’ assistente Ia di Google prevede anche Gabriele D’Annunzio che manca dalle tracce delle sessioni ordinarie dal lontano 1999. Per il tema argomentativo (tipologia B), invece, si parla degli ottant’anni della Repubblica Italiana ma anche di Chernobyl che permette di argomentare sulla transizione energetica, la sicurezza nucleare e l’impatto ambientale. Nel “toto tracce” compare anche l’11 settembre 2001, un anniversario (25 anni) che si presta a riflessioni sulla geopolitica moderna e sul terrorismo internazionale, magari partendo da testi di intellettuali come Oriana Fallaci.

Il modello di Anthropic adotta un taglio differente. In comune con gli altri assistenti virtuali c’è l’intelligenza artificiale collegata stavolta alla responsabilità umana. Il secondo tema ipotizzato è il disagio giovanile e il rapporto con la tecnologia. Claude cita anche l’esplosione dell’uso problematico degli smartphone in classe, con insegnanti che segnalano un forte aumento delle distrazioni. Infine, un testo letterario o saggistico sul confine tra vita digitale e reale. Non sappiamo se e quanto l’Ia tenga conto delle idee del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ha il suo “peso” nelle decisioni della commissione ministeriale che propone gli argomenti dell’esame di Stato, ma gli anniversari sono sicuramente un elemento da tenere in considerazione alla luce di quanto avvenuto negli ultimi anni.

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La guerra cognitiva è già cominciata: come l’IA modella ciò che crediamo vero

9 June 2026 at 23:26
Categorie: Tecnologia e Intelligenza Artificiale · USA e Occidente Autore: Patrizio Ricci Non è il territorio il vero campo di battaglia del nostro tempo. È la percezione. La trasformazione più ...

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IA, dalle nuove sanzioni alla formazione scolastica: il governo ridisegna le regole. Le novità. Esclusivo

9 June 2026 at 18:33

Affaritaliani pubblica in anteprima lo schema di decreto legislativo sull’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale, in materia di poteri delle autorità nazionali e di utilizzo dell’intelligenza artificiale nella formazione.

Ecco i punti principali

Il testo ridisegna la governance nazionale dell’intelligenza artificiale: AgID assume il ruolo di autorità di notifica, mentre ACN diventa autorità di vigilanza e punto di contatto unico. Nel settore finanziario le competenze sono attribuite a Banca d’Italia, Consob e Ivass, mentre il Garante Privacy mantiene i profili legati alla protezione dei dati. Il decreto introduce un sistema sanzionatorio che può arrivare fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato mondiale per le violazioni più gravi. È previsto inoltre lo Spazio di sperimentazione italiano per l’IA, un ambiente regolato per testare sistemi prima dell’immissione sul mercato.

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Sul fronte educativo, l’intelligenza artificiale entra nei percorsi scolastici fin dal primo ciclo, all’interno dell’educazione civica. Un piano da 100 milioni finanzierà la formazione dei docenti sull’uso consapevole di social e tecnologie digitali. La formazione sull’IA diventa obbligatoria anche per insegnanti, studenti, professionisti e personale sanitario. Nel lavoro viene stabilito che le decisioni non possono essere affidate esclusivamente a sistemi automatizzati: assunzioni, licenziamenti e provvedimenti disciplinari richiederanno sempre l’intervento di una persona fisica. Il licenziamento deciso solo da un algoritmo è considerato nullo. L’uso dell’IA dovrà inoltre essere incluso nella valutazione dei rischi aziendali.

Università, AFAM e ITS integreranno moduli dedicati all’IA. Gli ordini professionali avranno sei mesi per aggiornare i regolamenti formativi. L’utilizzo di sistemi di IA potrà incidere sulla determinazione dell’equo compenso, in base al livello di rischio del sistema impiegato. Nel settore sanitario, una quota della formazione ECM sarà riservata ai temi dell’intelligenza artificiale. Infine, il decreto aggiorna il Codice della proprietà industriale includendo tra le informazioni aziendali riservate anche dati, algoritmi e metodi matematici utilizzati per l’addestramento dei sistemi di IA.

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Crosetto: “L’Anthropic l’abbiamo chiamata noi. L’intelligenza artificiale in due anni cambierà tutto”

9 June 2026 at 14:59

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso dell’audizione congiunta con il ministro degli Esteri Tajani in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio e Palazzo Madama ha detto che “con gli ultimi satelliti lanciati e con la quantità di lanci in corso il divario costruito da Musk rispetto al resto del mondo aumenta. Oggi non c’è nessuno in Europa, neppure mettendo insieme tutti i paesi, che sia minimamente in grado, nei prossimi dieci anni, di raggiungere qualcosa che assomigli a quello che Musk è in grado di fare oggi.

La Cina come possibile alternativa? “Sì, i cinesi probabilmente sono l’alternativa, ma come lanci anche loro sono a un decimo rispetto a quelli che riesce a fare Musk oggi”.

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Siri Ia non sarà rilasciato in Europa, scontro Apple-Commissione Ue. “Bruxelles rifiuta di collaborare”. “No, regole valgono per tutti”

9 June 2026 at 13:06

E’ scontro aperto tra Apple e la Commissione Europea, dopo la decisione di Cupertino di bloccare la disponibilità per gli utenti europei di Siri Ai, l’intelligenza artificiale già installata sui dispositivi della “mela”. La multinazionale fondata da Steve Jobs non ha neppure dato una tempistica per il rilascio del servizio nel Vecchio continente, giustificando la scelta con l’incompatibilità del suo prodotto rispetto alle regole europee del Digital markets act (Dma). Cupertino ha espresso delusione per l’approccio di Bruxelles al negoziato, votato al “rifiuto di collaborare in modo costruttivo”. La Commissione europea ha respinto al mittente le accuse: “La decisione di non lanciare Siri Ai nell’Ue spetta esclusivamente ad Apple – afferma il portavoce della Commissione per il Digitale Thomas Regnier – perché assolutamente nulla nel Dma vieta ad Apple di introdurre nuovi prodotti nell’Ue”.

La Commissione europea accusa Apple: “Vuole una deroga alle regole e limitare la libertà degli utenti”

La Commissione europea ha difeso le regole in vigore e accusato Apple di voler limitare la concorrenza, obbligando gli utenti dell’iPhone ad usare solo l’Intelligenza artificiale predefinita. Quello che Apple “non può fare – ha proseguito Regnier – è chiudere il mercato, proprio come qualsiasi altro operatore. Non spetta a loro decidere chi può innovare, né scegliere quali strumenti di intelligenza artificiale i cittadini dell’Ue possono utilizzare. Ed è proprio qui che entra in gioco il Dma e il suo obbligo di interoperabilità. Perché se vogliamo nuove soluzioni innovative e più scelta per i nostri utenti, abbiamo bisogno di una concorrenza equa e aperta per gli sviluppatori”.

Ora, prosegue il portavoce, “qual è la vera storia dietro Siri AI? Abbiamo avuto alcuni contatti con Apple su questo argomento. Ma Apple non è stata in grado di sviluppare soluzioni di interoperabilità conformi. Invece di cercare soluzioni di conformità adeguate, Apple ha semplicemente chiesto alla Commissione di essere esentata dai suoi obblighi di interoperabilità ai sensi del Dma, e questo per almeno 18 mesi“. Per la Commissione, “questa non è un’opzione. Perché significherebbe che nessun altro agente di intelligenza artificiale, a parte Siri AI (per inciso, sviluppata da Google), avrebbe le stesse possibilità di essere scelto dagli utenti iPhone. E, cosa ancora più importante: il diritto dell’Ue non è negoziabile”. “La Commissione non concederà alcuna esenzione, proprio come un agente di polizia non esenterebbe un automobilista dal rispettare il limite di velocità”, conclude Regnier.

Cupertino: l’Ue “rifiuta di collaborare”

La casa di Cupertino ha annunciato questa notte che “purtroppo, a causa del Digital Markets Act (Dma), non potrà rendere disponibile Siri Ai nell’Unione Europea con il rilascio di iOS 27 e iPadOS 27. Negli ultimi mesi, le autorità di regolamentazione dell’Ue – sottolinea l’azienda – non hanno accettato nessuna delle soluzioni proposte da Apple per portare Siri Ai nell’Ue garantendo al contempo la compatibilità con altri assistenti virtuali”. “Siamo profondamente delusi dal fatto che i nostri utenti europei non potranno utilizzare Siri Ai su iPhone o iPad con i nuovi aggiornamenti software che rilasceremo entro la fine dell’anno”, ha dichiarato Craig Federighi, vicepresidente senior di Software Engineering di Apple. “La nostra speranza è di poter rendere disponibile Siri AI nell’Ue in futuro e continueremo a collaborare con le autorità di regolamentazione europee per trovare una soluzione. Tuttavia, il loro rifiuto di collaborare in modo costruttivo su soluzioni che tutelino la privacy e la sicurezza significa che al momento non siamo in grado di fornire una tempistica per la disponibilità di Siri AI su iOS e iPadOS nell’Ue”, ha concluso Federighi.

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OpenAI presenta in via riservata i documenti per quotarsi in borsa a Wall Street. Venerdì il debutto di SpaceX

9 June 2026 at 10:08

OpenAI, la società che ha realizzato ChatGPT, è l’ultima azienda tecnologica statunitense a muoversi verso una potenziale quotazione in borsa a Wall Street. L’azienda ha presentato in via riservata la documentazione per un’offerta pubblica iniziale che completerebbe una serie di mega-quotazioni attese da importanti aziende tecnologiche. Come per la rivale Anthropic, i dettagli della documentazione rimangono per ora riservati. Il timing della quotazione comunque non è stato ancora deciso, ha spiegato la società fondata da Sam Altman, perché rimanere un’azienda privata offre vantaggi commerciali.

SpaceX, la società spaziale di Elon Musk, debutterà in borsa già venerdì, puntando a una valutazione iniziale di quasi 1.800 miliardi di dollari. Con un ricavato previsto di circa 75 miliardi di dollari, si tratterebbe della più grande Ipo della storia. La valutazione target appare insolitamente elevata, considerato che SpaceX ha generato meno di 19 miliardi di dollari di fatturato lo scorso anno e ha registrato perdite. Anthropic ha recentemente concluso un round di finanziamento che l’ha valutata 900 miliardi di dollari, mentre OpenAI è stata valutata leggermente meno nel suo ultimo round di finanziamento.

Il creatore di ChatGPT progetta di investire centinaia di miliardi di dollari in data center e i proventi di un’Ipo potrebbero contribuire a finanziare quei piani. Ma, come per altre aziende del settore, ci sono seri dubbi sulla possibilità di recuperare, a lungo termine, gli ingenti investimenti nelle infrastrutture per l’IA. Le attese quotazioni in borsa delle aziende di IA serviranno quindi anche a mettere alla prova l’interesse degli investitori nel settore.

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Apple presenta la nuova Siri: ecco come funziona la nuova assistente con l’AI, quali iPhone potranno utilizzarla e perché non in Europa

9 June 2026 at 09:38

Apple ha ufficialmente svelato la nuova generazione di Siri, un aggiornamento che segna uno dei cambiamenti più importanti nella storia dell’assistente vocale dell’azienda. Presentata durante la WWDC 2026, la nuova Siri sfrutta le tecnologie di Apple Intelligence e promette un’esperienza molto più avanzata rispetto al passato, avvicinandosi finalmente agli assistenti AI che negli ultimi anni hanno rivoluzionato il settore. La novità principale è che Siri non si limita più a eseguire semplici comandi vocali o a fornire risposte predefinite. Grazie a un nuovo motore basato sull’intelligenza artificiale generativa, l’assistente è ora in grado di comprendere meglio il linguaggio naturale, gestire richieste più complesse e interagire in modo più efficace con le applicazioni e i contenuti presenti sul dispositivo.

Siri diventa un vero assistente personale

Uno degli aspetti più interessanti della nuova versione riguarda la capacità di operare direttamente all’interno dell’ecosistema Apple. Siri può cercare contenuti nelle foto, recuperare informazioni personali, condividere file e completare operazioni tra diverse applicazioni senza che l’utente debba aprirle manualmente. In pratica, sarà possibile chiedere all’assistente di trovare una determinata immagine nella galleria e inviarla a un contatto, oppure recuperare informazioni presenti sul dispositivo attraverso semplici comandi vocali. Una funzionalità che avvicina Siri al concetto di assistente personale intelligente e che va oltre il tradizionale chatbot.

Collaborazione con Google per il nuovo modello AI

Tra le novità più rilevanti emerse durante la conferenza c’è anche la collaborazione tra Apple e Google. Secondo quanto illustrato dai dirigenti dell’azienda, parte della nuova architettura AI sfrutta la tecnologia Gemini, il modello di intelligenza artificiale sviluppato da Google. L’obiettivo è migliorare la comprensione delle richieste vocali e aumentare la qualità delle risposte, rendendo le conversazioni più naturali e precise.

Nuova grafica e interazione migliorata

Apple ha anche ridisegnato completamente l’interfaccia di Siri. Scompare il tradizionale effetto luminoso che caratterizzava l’assistente nelle versioni precedenti, e prende spazio a un design più elegante e minimalista con tonalità scure e animazioni dinamiche. L’attivazione avviene attraverso la Dynamic Island e gli utenti potranno personalizzare diversi aspetti dell’esperienza, comprese le voci disponibili. Migliora inoltre il sistema di riconoscimento vocale, che promette una trascrizione più accurata delle richieste.

Quando arriverà e quali iPhone saranno compatibili

Le nuove funzioni saranno introdotte con i prossimi aggiornamenti software di Apple, inclusi iOS 27, iPadOS 27 e macOS 27. Le versioni per sviluppatori sono già disponibili, mentre la beta pubblica dovrebbe arrivare entro la fine del 2026. Per quanto riguarda gli iPhone, l’aggiornamento sarà compatibile con tutti i modelli supportati da iOS 26, a partire da iPhone 11 e iPhone SE di seconda generazione.

Il nodo Europa resta aperto

Nonostante l’annuncio, il debutto di Siri AI in Europa rimane incerto. Apple ha confermato che alcune funzionalità potrebbero subire ritardi a causa delle discussioni in corso con le autorità europee riguardo alla conformità con il Digital Markets Act (DMA). L’azienda ha dichiarato di essere al lavoro per trovare una soluzione che consenta di portare le nuove funzioni AI anche agli utenti dell’Unione Europea nel più breve tempo possibile. Nel frattempo, alcune caratteristiche saranno comunque disponibili sui Mac e sugli Apple Watch aggiornati ai nuovi sistemi operativi. Con questa evoluzione, Apple punta a colmare il divario accumulato negli ultimi anni nel settore dell’intelligenza artificiale. La nuova Siri, infatti, non vuole essere soltanto un assistente vocale, ma il centro di controllo intelligente dell’intero ecosistema Apple.

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OpenAI verso un nuovo corso: ChatGpt diventerà una super app destinata all’utenza aziendale

8 June 2026 at 14:37

OpenAI potrebbe rilasciare prima del previsto la sua “super app”, una versione aggiornata di ChatGpt, destinata prevalentemente all’utenza aziendale. Secondo le informazioni del Financial Times, l’aggiornamento sarà reso disponibile nelle prossime settimane invece che per la fine dell’anno, e verrà implementato inizialmente attraverso modifiche mirate all’interfaccia del sito web e delle applicazioni mobili. La nuova architettura incoraggerà un utilizzo che va oltre la semplice interazione conversazionale, offrendo l’integrazione di strumenti di programmazione, sistemi per la generazione di immagini e applicazioni sviluppate da partner commerciali esterni, tra cui Canva e Booking.com.

“Secondo quanto riferito da oltre una dozzina di dipendenti ed ex dipendenti”, scrive il Financial Times, “i cambiamenti fanno parte di una più ampia riorganizzazione di OpenAI, che sta spostando le proprie risorse per cercare di acquisire clienti aziendali redditizi e tenere il passo della rivale Anthropic“. Un consolidamento finanziario che diventa centrale nella strategia di espansione di OpenAI, che sta valutando un’offerta pubblica iniziale già per il mese di settembre.

Anthropic, fondata dai fratelli Amodei, ha annunciato l’intenzione di procedere con la quotazione in borsa. I recenti sviluppi confermano e ampliano le dinamiche già evidenziate a marzo dal Wall Street Journal e dalla Cnbc, secondo cui OpenAI era al lavoro per unificare ChatGpt, le estensioni per browser e l’applicazione desktop Codex in un unico ecosistema. L’azienda aveva inoltre già introdotto in passato la possibilità di connettere al suo chatbot servizi e applicazioni di terze parti, come Spotify e Dropbox.

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Roccella: “Primi sulla tutela dei minori online”. Ma il divieto su pornografia e intelligenza artificiale resta inapplicato

8 June 2026 at 07:05

Mentre negli Usa sono citati in tribunale i giganti di Big Tech per i danni ai più giovani, la ministra della famiglia Eugenia Roccella rivendica i risultati del governo sulla tutela dei minori online. Ma le leggi italiane sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Oggi i bambini possono accedere ai siti di pornografia, con un dispositivo e una connessione internet, malgrado il decreto Caivano del 2023 ponga il divieto d’ingresso ai minorenni. E sin dalla tenera età si può usare liberamente l’intelligenza artificiale, sebbene ci sia l’obbligo del consenso dei genitori, grazie alla legge n.132 del 25 settembre 2025. C’è un eccezione: dal 5 giugno ChatGPT inaugura funzioni di verifica dell’età disattivando alcune impostazioni per gli adolescenti. Ma il movente potrebbe essere la causa civile mossa dallo Stato della Florida, più che le leggi italiane in vigore da tempo: il consenso dei genitori infatti non è previsto sulla pagina del sito che informa sui controlli. Del resto, il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi.

Roccella, il 4 giugno in Parlamento per il question time, ha esultato: “L’Italia è stata tra i primi Paesi a porsi il problema della tutela dei minori in ambiente digitale”. Sì, ma con risultati quantomeno discutibili. “Siamo il primo Paese europeo – ha ricordato la ministra – che si è dotato di una disciplina specifica per impedire ai minori di accedere a siti pornografici attraverso sistemi di verifica dell’età”. Peccato che i controlli siano ancora in alto mare e lo abbia ammesso anche Roccella: “Una recente sentenza del Tar del Lazio, nel marzo 2026 pur confermando la validità dell’impianto elaborato dall’Agcom, è intervenuta con ulteriori e complesse richieste procedurali che dovranno essere espletate prima di rendere la verifica dell’età pienamente efficace”. La ministra omette due dettagli, sul decreto Caivano. Il primo: le “complesse richieste procedurali” sono le notifiche ai Paesi e alla Commissione che ospitano le sedi legali delle piattaforme hard, in omaggio alla direttiva europea “e-commerce”. Dunque, probabilmente, bastava avvisare Cipro e Bruxelles per obbligare Pornhub ad escludere i minori dai video pornografici, disinnescando ricorsi al Tar. Roccella, al question time, non ha neppure spiegato il mancato appello al Consiglio di Stato da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) di fronte alla bocciatura del tribunale amministrativo. In questo modo, l’obbligo della verifica dell’età per le piattaforme pornografiche potrebbe restare in vigore, nell’attesa del pronunciamento definitivo. Invece, ad oggi, Onlyfan ha rispettato il divieto e quasi nessun altro. Con un paradosso: i giganti stranieri con sede in Europa proseguono indisturbati senza controlli sull’età, mentre i piccoli siti italiani sono stati oscurati. Dunque porno sì, ma solo d’importazione.

“La situazione italiana è folcloristica, perseveriamo ad approvare leggi sulla tutela dei minori online che non vengono rispettate”, dice Nicola Bernardi a ilfattoquotidiano.it. Il presidente di Federprivacy ricorda il Gdpr europeo approvato nel 2018: “Stabilisce il limite dei 16 anni per l’accesso autonomo alle piattaforme tecnologiche, prima serve il consenso dei genitori”. Da otto anni tuttavia i vincoli di Bruxelles sono ignorati dai colossi. L’Europa ha lasciato facoltà ai Paesi di abbassare la soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha fissato l’asticella a 14, con il decreto legislativo n. 101 del 2018, modificando il codice della privacy risalente al 2003. Dunque la legge per tutelare i minori online c’è già. Eppure ne vengono sfornate altre, parimenti destinate a cadere nel vuoto. “Non è una vittoria ma pura propaganda politica, dovremmo far rispettare le leggi già esistenti senza tirarne fuori altre dal cilindro”, ammonisce il presidente di Federprivacy. “Mi chiedo se ci sia la volontà politica di rafforzare la tutela dei minori, oppure se si strizza l’occhio alle multinazionali tecnologiche”. All’origine dei “divieti fantasma” c’è la mancanza di un sistema collaudato per la verifica dell’età, sino ad oggi un vero rebus, tra rischi per la privacy e di sicurezza. Anche se Bernardi e diversi addetti ai lavori coltivano un dubbio: “Come è possibile che i giganti tecnologici, l’avanguardia globale dell’innovazione con più miliardi in cassa degli Stati, non abbiano strumenti per verificare l’età degli utenti?”.

In attesa di un sistema a prova di riservatezza, senza rischi di furto dell’identità, di fatto ogni divieto per i minori sembra un’illusione. Come l’obbligo di accedere ai servizi dell’intelligenza artificiale solo con il consenso dei genitori, fino a 14 anni. Lo stabilisce la legge n. 132 del 25 settembre 2025, nata da un ddl governativo. Ma fino ad ora inapplicata, perché i chatbot sono a disposizione senza vincoli di età, su una miriade di piattaforme e servizi digitali.

Da allora, un cambiamento c’è: il 5 giugno ChatGPT ha avviato nuove procedure per la verifica dell’età. Leggiamo sul sito: “Per aiutare gli adolescenti ad avere un’esperienza adeguata alla loro età, utilizziamo segnali per prevedere se un account possa appartenere a una persona sotto i 18 anni”. Quali segnali? “Ad esempio, argomenti generali di cui parli o i momenti della giornata in cui utilizzi ChatGPT”. Se il sospetto è che l’utente sia minorenne, “alcuni argomenti vengono trattati con maggiore attenzione per ridurre i contenuti sensibili, come la violenza esplicita o scene cruente; sfide virali che potrebbero indurre comportamenti rischiosi o dannosi; giochi che parlano di sesso, amore o violenza, contenuti che spingono a seguire ideali di bellezza impossibili, diete poco sane o a criticare il proprio corpo”. Giova ricordare come OpenIa sia sotto processo penale e civile, contro lo Stato dello Florida negli Usa.

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Ai, il consumo di acqua ed elettricità per raffreddare i data center si sta trasformando in un disastro ecologico

8 June 2026 at 06:33

di Serena Poli

Capannoni industriali sterminati stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati. Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.

Con il boom dell’intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.

Alle crescenti proteste di molte comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l’espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi: un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.

E mentre le big tech liquidano le proteste parlando di Ong finanziate dalla Cina per rallentare il progresso statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato dieci anni per vedere i danni ambientali, l’Italia rischia di subirli molto prima.

Eppure la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle corsa al profitto. Ed è qui che il discorso si fa politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.

Il punto non è combattere il futuro, ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’ possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli severi: la responsabilità deve partire da chi ha l’impatto maggiore, altrimenti continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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“L’intelligenza artificiale sia al servizio dell’uomo, l’arte ci restituisce anima e profondità”, l’appello di Antonio Banderas a Papa Leone XIV

7 June 2026 at 18:01

L’arte come antidoto alla semplificazione, alla violenza e al rischio che la tecnologia finisca per dominare l’uomo anziché servirlo. È il messaggio lanciato da Antonio Banderas durante l’incontro con Papa Leone XIV e i rappresentanti del mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport che si è svolto alla Movistar Arena. L’attore e regista spagnolo ha dedicato una parte significativa del suo intervento al rapporto tra creatività e intelligenza artificiale, sottolineando il valore insostituibile dell’esperienza artistica in una società sempre più condizionata dall’innovazione tecnologica.

“In un mondo che corre, che si frammenta, che a volte si semplifica troppo, l’arte ci aiuta a recuperare la profondità e l’anima che ci vengono sottratte dall’intelligenza artificiale, che deve stare al servizio dell’essere umano e non il contrario”, ha affermato la star internazionale del cinema. Secondo Banderas, l’arte conserva una dimensione umana che nessuna tecnologia può sostituire. “Abbiamo bisogno di continuare a creare e a condividere. Di continuare a porci domande. Di continuare a cercare la bellezza sì, ma anche la verità”, ha aggiunto, descrivendo l’incontro tra la Chiesa e la società civile come un momento “non solo opportuno, ma necessario”.

Nel suo intervento, l’attore ha anche ribadito il ruolo dell’arte come strumento di dialogo e di pace. “L’arte è sempre un’alternativa alla violenza e alla sofferenza. Contro le guerre. Contro tutte le guerre, contro ogni forma di violenza, perché l’arte deve essere un tacito accordo per un dialogo profondo”, ha dichiarato. Banderas ha inoltre ricordato il legame storico tra la Chiesa cattolica e la produzione artistica, definendolo “non solo fecondo, ma decisivo”. A suo giudizio, la Chiesa può essere considerata “la più grande produttrice d’arte nella storia dell’umanità”, con Gesù Cristo come “la figura più rappresentata nella storia dell’arte” e “il grande protagonista del film della vita”.

L’attore ha poi richiamato la tradizione della Settimana Santa di Malaga, città alla quale è profondamente legato e dove partecipa ogni anno alle celebrazioni religiose. Riti che, ha spiegato, rappresentano l’incontro tra arte e fede e continuano a unire devozione popolare e patrimonio culturale. Al termine del suo discorso, Banderas si è avvicinato a Papa Leone XIV per un breve scambio di parole, suggellando un intervento incentrato sulla necessità di preservare la dimensione umana della creatività in un’epoca segnata dalla crescente presenza dell’intelligenza artificiale.

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L’intelligenza artificiale sempre più energivora: entro il 2030 consumerà il 3% dell’elettricità mondiale

L’intelligenza artificiale potrebbe arrivare entro il 2030 a consumare quasi il 3 per cento dell’intera elettricità mondiale, con un’impronta ambientale che va ben oltre le emissioni di carbonio e coinvolge acqua, suolo, risorse minerarie e rifiuti elettronici. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), coordinato da Kaveh Madani e guidato da Miriam Aczel. Lo studio, intitolato “Environmental Cost of AI’s Energy Use: Carbon, Water and Land Footprints”, offre la più ampia valutazione realizzata finora sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e avverte che la rapida crescita del settore rischia di aggravare pressioni già critiche su ecosistemi e risorse naturali.

Secondo il rapporto, la spesa globale per l’intelligenza artificiale dovrebbe superare i 2.500 miliardi di dollari nel 2026, mentre il valore complessivo del mercato potrebbe crescere da 189 miliardi di dollari nel 2023 a quasi 5.000 miliardi entro il 2033. Dietro questa espansione si nasconde una crescente domanda di energia e infrastrutture fisiche che comprende data center, sistemi di raffreddamento, reti elettriche, estrazione di minerali critici e gestione dei rifiuti elettronici. Gli autori sottolineano che l’impatto dell’IA non può essere valutato soltanto attraverso le emissioni di CO₂, ma deve includere anche il consumo di acqua, l’occupazione del suolo e gli effetti sulle comunità che ospitano queste infrastrutture.

Il rapporto evidenzia che i data center, cuore fisico dell’intelligenza artificiale, nel 2025 consumeranno circa 448 terawattora di elettricità. Se fossero uno Stato, si collocherebbero all’undicesimo posto mondiale per consumi energetici, su livelli paragonabili a quelli della Francia. Oggi i carichi di lavoro legati all’IA rappresentano circa il 20 per cento del consumo elettrico dei data center, ma questa quota potrebbe salire al 40 per cento entro il 2030. In questo scenario il fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale raggiungerebbe 945 terawattora annui, pari a quasi il 3 per cento del consumo elettrico globale previsto. Una quantità sufficiente, osservano gli autori, ad alimentare per oltre cinque anni tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana.

Le conseguenze climatiche potrebbero essere altrettanto rilevanti. A seconda delle fonti energetiche utilizzate, le emissioni associate al funzionamento dell’intelligenza artificiale potrebbero raggiungere 400 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annuali complessive del Regno Unito. Parallelamente, la superficie necessaria per produrre tale energia supererebbe i 14 mila chilometri quadrati, un’estensione simile a quella dell’Irlanda del Nord.

Particolarmente preoccupante è il capitolo dedicato all’acqua. I ricercatori stimano che entro il 2030 i data center potrebbero utilizzare circa 9,3 trilioni di litri d’acqua. Una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno minimo di acqua potabile dell’intera popolazione mondiale per circa un anno e mezzo. “I prelievi su larga scala possono mettere sotto pressione falde acquifere e sistemi fluviali, soprattutto nelle regioni aride o già caratterizzate da scarsità idrica”, avverte il rapporto.

Lo studio analizza anche l’impatto delle applicazioni di uso quotidiano. L’addestramento di ChatGPT-5 avrebbe richiesto circa 100 gigawattora di elettricità, con un’impronta idrica stimata in un miliardo di litri e un consumo di suolo equivalente a circa 215 campi da calcio. Ma secondo gli autori il problema principale non è l’addestramento dei modelli bensì il loro utilizzo continuo. ChatGPT processerebbe infatti circa 2,5 miliardi di richieste al giorno. Una ricerca generativa basata sull’IA richiede fino a dieci volte più energia rispetto a una ricerca tradizionale sul web.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sulla crescente produzione di rifiuti elettronici. Entro il 2030 le infrastrutture dell’intelligenza artificiale potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, equivalenti a circa 250 Torri Eiffel da smaltire ogni anno. Gli autori evidenziano anche una forte asimmetria globale: il 90 per cento della capacità di calcolo avanzata per l’IA è concentrato tra Stati Uniti e Cina, mentre oltre 150 Paesi non dispongono di infrastrutture nazionali dedicate. Nel frattempo, gran parte dell’estrazione mineraria necessaria alla produzione dei componenti elettronici avviene nei Paesi in via di sviluppo, che sopportano gran parte dei costi ambientali senza beneficiare in modo proporzionale dei vantaggi economici e strategici dell’intelligenza artificiale.

“L’impatto ambientale dell’IA non è statico. Dipende dalle infrastrutture, dalle fonti energetiche, dalla progettazione dei modelli ma anche dalla quantità e dalle modalità di utilizzo”, osserva Miriam Aczel, autrice principale del rapporto. Per questo motivo l’Università delle Nazioni Unite propone una serie di raccomandazioni rivolte a governi, industria, gestori di data center, investitori e utenti finali, chiedendo maggiore trasparenza, standard internazionali condivisi e una governance che tenga conto contemporaneamente di carbonio, acqua, territorio e giustizia ambientale.

Tra le indicazioni più insolite figura anche l’invito a ridurre la lunghezza delle interazioni con i sistemi di IA. Secondo il rapporto, una modalità di risposta più concisa potrebbe ridurre del 30 per cento il numero di token elaborati da ChatGPT, con un risparmio stimato tra 87 e 98 gigawattora di elettricità all’anno. “L’intelligenza artificiale offre un potenziale straordinario, ma ogni interazione si basa su risorse limitate”, conclude il rapporto. “Un’intelligenza artificiale responsabile è possibile solo se innovazione e sostenibilità crescono insieme entro i limiti del pianeta”.

Emanuele Perugini

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“Profitti sulla pelle degli adolescenti”: non solo social, anche l’Intelligenza artificiale finisce in tribunale. La Florida accusa Altman e ChatGPT

6 June 2026 at 07:56

Dopo i social network anche l’intelligenza artificiale finisce in tribunale per i possibili nefasti effetti sugli utenti. Mentre Meta accetta per la prima volta di pagare una sanzione, milionaria, lo Stato americano della Florida ha accusato OpenAI di badare più ai miliardi che al benessere di bambini e adolescenti. “Sam Altman e ChatGPT hanno scelto la corsa all’intelligenza artificiale a discapito della sicurezza dei nostri figli. Hanno scelto il profitto a discapito della sicurezza pubblica e noi in Florida non lo tollereremo”, ha dichiarato il primo giugno in conferenza stampa il procuratore generale James Uthmeier. Nel mirino di quest’ultimo c’è il design della tecnologia: ChatGPT “è progettato per comportarsi come un amico, incoraggiando l’utilizzo del chatbot, per poi abbandonare gli adolescenti vulnerabili dinanzi a qualsiasi spaventoso bisogno rivelino al loro ‘confidente’. Nella migliore delle ipotesi, questa caratteristica progettuale è imprudente, nella peggiore è intenzionale”.

L’esperto: “Sotto accusa la progettazione delle tecnologie”

Non solo ChatGPT, ma anche i social network sono sul banco degli accusati per le caratteristiche dell’algoritmo: contro Meta, casa madre di Facebook e Instagram, negli Usa ballano 2400 cause intentate intentate da bambini, famiglie, distretti scolastici, 42 procuratori generali statali. Dunque potrebbe essere solo l’inizio della valanga. “La vera novità, sul piano giuridico, è che si prova a far rispondere il modo in cui il prodotto è progettato, non solo l’uso che ne fa chi lo adopera”, commenta con ilfattoquotidianoi.it Marco Martorana, avvocato, docente all’università di Parma, specializzato in tecnologie digitali. “Che a citare OpenAI sia uno Stato, e non più soltanto le famiglie delle vittime, cambia la natura della partita: l’Ia non è solo un affare tra privati ma può diventare un questione di salute pubblica”, prosegue il legale. Tuttavia appare concreto il rischio che i colossi sfuggano ai tribunali con la scorciatoia delle multe milionarie, per loro leggere come noccioline. “La scelta di Meta di chiudere con una transazione il caso del Kentucky, pochi giorni prima del processo e senza ammettere alcuna responsabilità, mostra il rovescio – avvisa Martorana – pagare diventa il modo per dare un prezzo al rischio ed evitare quel confronto in aula”.

Meta accetta la sanzione: 9 milioni alle scuole del Kentucky per la salute mentale dei più giovani

Meta per la prima volta (il 21 maggio secondo i documenti visionati dall’agenzia Reuters) ha accettato la sanzione, da 9 milioni, per evitare il processo contro il distretto scolastico della Contea di Breathitt, nello Stato del Kentucky. Le scuole otterranno 27 milioni per affrontare i problemi di salute mentale dei più giovani. Anche Snap, Youtube e TikTok sono usciti dal processo previsto a giugno pagando la loro parte della multa. Ma alle porte ci sono le denunce di altri 1200 distretti scolastici. “La condotta degli imputati ha portato a una crisi di salute mentale tra i giovani americani e non è un’iperbole”, scrivono i legali della contea di Breathitt nell’atto di citazione. Anzi, le parole sono da intendersi letteralmente, suffragate dalle società scientifiche di pediatria e psicologia. “Il fatto che sia presente una crisi di salute mentale tra i giovani americani è stato dichiarato dall’American Academy of Pediatrics, dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dalla Children’s Hospital Association e dal Surgeon General degli Stati Uniti”. Nel mirino ci sono le scelte di progettazione compiute dalle piattaforme per tenere agganciati gli utenti il più a lungo possibile, con il rischio di alimentare dipendenza soprattutto nei più giovani. Lo scopo? “Generare profitti”. Lo strumento? I ragazzi. “Se perdiamo il contatto con gli adolescenti negli Stati Uniti, perdiamo il flusso di clienti”, sosteneva un documento interno di Instagram rivelato dal New York Times nel 2023. Secondo gli accusatori del Kentucky, i colossi dei social network sarebbero consapevoli dei pericoli. E’ la stessa ipotesi del procuratore del New Mexico, dove è corso la seconda fase del processo civile contro Meta, dopo la condanna del marzo al risarcimento da 375 milioni di dollari. Ora il New Mexico ne chiede 10 volte di più: 3,7 miliardi, per risolvere i problemi di salute mentale dei più giovani.

La Florida contro Sam Altman e OpenIA

Lo Stato della Florida rivolge a OpenAi accuse molto simili a quelle piovute sulle piattaforme social. Secondo il procuratore Uthemier la multinazionale e Sam Altman erano a conoscenza dei rischi, soprattutto per i minori. Dunque il Ceo dovrebbe essere ritenuto “personalmente responsabile per il danno causato ai cittadini della Florida”: colpevole di “totale disprezzo per il rischio per la vita umana derivante dalla condotta della sua azienda”. Sulla multinazionale pende una sanzione “potenzialmente da miliardi di dollari”, secondo le dichiarazioni di Uthemier riportate da Cnn.

La causa civile è una costola dell’indagine penale annunciata dal procuratore il 21 aprile scorso, frutto della sparatoria avvenuta il 17 aprile 2025 nel campus dell’università dello Stato, con un bilancio di 2 morti e 6 feriti. L’imputato Phoenix Ikner avrebbe consultato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli su armi e munizioni, l’orario e l’area migliore per colpire il maggior numero di persone. “Se quel bot fosse una persona, verrebbe accusato di concorso in omicidio premeditato”, aveva dichiarato Uthmeier in una conferenza stampa. Nell’occasione il procuratore della Florida aveva rammentato il lavoro del suo ufficio per perseguire i crimini legati all’uso dell’intelligenza artificiale: una condanna a 135 anni di carcere per un predatore sessuale; il processo in corso ad un presunto pedofilo, con 46 capi d’accusa relativi a materiale pedopornografico generato dall’IA .

La causa civile presentata il primo giugno invece accusa OpenAI di pratiche commerciali ingannevoli e sleali per accelerare i guadagni in barba ai rischi: “A causa delle false dichiarazioni degli imputati su ChatGPT e della loro negligente introduzione di ChatGPT in Florida e nel mondo, gli omicidi di massa sono stati aiutati (…), le persone vulnerabili sono state incoraggiate al suicidio (…) gli utenti hanno perso capacità di pensiero critico e i minori sono diventati dipendenti da uno strumento che finge compassione umana per raccogliere i propri dati senza la supervisione dei genitori. Lo sscopo del colosso? “Accumulare grandi fortune, nonostante conoscano il pericolo di ChatGPT”. In una dichiarazione, OpenAI ha affermato di ritenere che i minori “necessitino di una protezione significativa” e di aver “messo in atto protezioni e politiche all’avanguardia nel settore”. Anche le piattaforme social come Facebook, Instagram e TikTok ripetono da anni di fare tutto il possibile per tutelare gli utenti, soprattutto i minori. Ma la palla ora passa ai tribunali.

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L’Ai ci rende più soli? Così il Papa lancia l’allarme con la Magnifica humanitas

6 June 2026 at 06:42

Il valore dell’umano nelle nostre società? Basterebbe soltanto questo: i parcheggi dei centri commerciali sono gratuiti, quelli degli ospedali si pagano.

Ma tentiamo di comprendere meglio, alla luce dell’enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Secondo uno studio del 2019, erano centinaia di milioni le persone che le davano quotidianamente il buongiorno. Mezzo milione di uomini le avevano dichiarato il proprio amore e oltre 250mila le avevano fatto una proposta di matrimonio. Non sto parlando di una signorina particolarmente avvenente, bensì di Alexa, il noto chatbot di Amazon.

E dire che il primo robot parlante risale al 1966, si chiamava Eliza ed era stata programmata dallo scienziato Joseph Weizenbaum per fare la psicologa. Peccato che, dopo svariati colloqui con Eliza, si era visto che le condizioni psicologiche degli esseri umani peggioravano vistosamente. Questo condusse lo scienziato tedesco a una vera e propria crociata per denunciare che, nel “dialogo” fra la macchina e l’essere umano, è quest’ultimo a finirci sotto malamente. La denuncia di Weizenbaum rimase perlopiù inascoltata, e si stava parlando di chatbot ancora rudimentali. Oggi sono parecchie le persone, soprattutto giovani, che si rivolgono a psicologi creati con l’Intelligenza artificiale per confrontarsi su questioni assai profonde. Ragazzi pronti ad affermare che l’IA li capisce e non giudica, li tratta meglio degli adulti.

Le poche multinazionali che ottengono profitti esorbitanti da tutto ciò che ruota attorno all’IA, in nome del sacro profitto, non si sono fatte alcuno scrupolo a generare una tossicodipendenza universale. Social network e dimensioni virtuali di vario genere, infatti, sono state metodicamente programmate per creare dipendenza. Chi li utilizza rimane come ipnotizzato e drogato da una produzione massiva di sostanze del benessere (endorfine, dopamina, serotonina). Questo aspetto, che colpisce soprattutto i più giovani – per via del lobo prefrontale scarsamente sviluppato, ossia la parte del cervello in grado di gestire le emozioni – produce un duplice effetto: persone sempre più impegnate a trascorrere ore scrollando i video, da una parte, e una vita reale che risulta sempre più noiosa, priva di senso e di stimoli perché non in grado di “regalare” le sostanze stupefacenti di cui sopra.

Risultati? Tre giovani su quattro dichiarano di aver bisogno di un supporto psicologico per ansia, senso di inadeguatezza, depressione, incapacità di allacciare relazioni profonde. Non era mai successo prima nella Storia, ma questa si sta avviando ad essere la prima generazione di giovani e giovanissimi in cui il suicidio è la principale causa di morte. Del resto, un nuovo e imponente studio longitudinale condotto su oltre 4mila preadolescenti – pubblicato su International Journal of Clinical and Health Psychology – ha rivelato che i ragazzi che più fanno uso degli schermi colorati sono anche quelli con più probabilità di manifestare i sintomi di cui sopra.

Basterebbe soltanto un dato per capire che i governanti mondiali sanno tutto ciò: TikTok, il social più famoso e usato fra i giovani, è un prodotto cinese vietato in un solo paese del mondo: la Cina. In nome del progresso tecnologico e del profitto economico, ormai gli unici due parametri con cui si riconosce valore a persone, cose e iniziative, si stanno volutamente trascurando gli effetti deleteri dell’IA sulle persone, ma anche sul pianeta, considerando che questa tecnologia è la più energivora e consumatrice di acqua (le “terre rare” per cui si fanno le guerre sono quelle ricche di minerali indispensabili all’IA).

La Magnifica humanitas di Leone XIV denuncia questo potere assoluto che il sistema tecno-finanziario esercita su democrazie degradate e impotenti, nel silenzio assordante di una politica largamente ignorante e genuflessa. Nonché di una Sinistra ancora una volta agevolmente scavalcata alla sua sinistra (dal Papa!), incapace di difendere le classi subalterne rispetto ad argomenti che hanno un impatto reale sulle persone. Anche a fine Ottocento ci volle un’enciclica, la Rerum novarum di Leone XIII (1891), per denunciare le ingiustizie del mercato e proporre azioni alternative alle tanto velleitarie quanto sanguinose rivoluzioni comuniste.

Il Papa di allora, cui dichiaratamente si ispira l’attuale, rimase inascoltato e questo fece piombare il mondo in due terribili guerre mondiali. Oggi si rischia perfino di più, considerato che la filosofia cui aderiscono tutti i grandi guru dell’IA è quel transumanesimo che si pone come scopo il superamento della magnifica umanità pensante e senziente. Assai meno redditizia della munifica superumanità di docili robot.

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Ogni impresa dovrebbe dotarsi di una policy sull’intelligenza artificiale

6 June 2026 at 03:45

L’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale nei contesti lavorativi non è più un fenomeno di nicchia. Secondo Bankitalia, il trentadue per cento delle imprese italiane con almeno venti addetti utilizza l’intelligenza artificiale per ottimizzare i processi esistenti e, raramente, per creare nuovi prodotti o servizi. Molte di queste aziende hanno iniziato a usare i large language models senza dotarsi di una specifica policy per regolare i limiti di impiego da parte del personale.

Il punto di partenza di qualsiasi policy sull’IA è la distinzione tra strumenti aziendali e strumenti personali. Avvalersi del supporto di ChatGPT, Claude o Gemini con un profilo privato per svolgere attività lavorativa pone una serie di questioni giuridiche delicate e, pertanto, dovrebbe essere vietato. Gli account consumer non forniscono quasi mai garanzie in tema di riservatezza e tutela dei dati. Inoltre, i dati immessi nei prompt possono essere utilizzati per addestrare i modelli di terze parti, con la conseguenza che informazioni riservate fuoriescono dal perimetro aziendale in modo irreversibile.

L’azienda deve anche stabilire in maniera chiara i confini dei dati che possono essere condivisi con l’intelligenza artificiale. Secondo la normativa privacy, infatti, il trattamento dei dati deve essere fondato su una base giuridica adeguata e compatibile con le misure di sicurezza adottate dall’impresa. Dati sensibili come quelli riguardanti lo stato di salute o l’iscrizione ad un sindacato di un dipendente non dovrebbero essere inseriti in un large language model prima di un attenta valutazione.

L’intelligenza artificiale produce errori, allucinazioni e imprecisioni con una frequenza che la rende inidonea a sostituire il giudizio umano in qualsiasi attività avente rilevanza giuridica o economica. Una policy ben fatta dovrebbe attribuire esplicitamente al lavoratore la responsabilità di verificare gli output più importanti prima di ogni utilizzo.

Regolare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in azienda è fondamentale per proteggere i dati dell’impresa, la privacy dei dipendenti e la posizione del datore di lavoro in caso di contenzioso. Anche in questo campo, prevenire è sempre meglio che curare.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Google compra la potenza dell’IA: maxi accordo da oltre 30 miliardi con SpaceX

5 June 2026 at 21:16

La corsa globale alla potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale aggiunge un nuovo capitolo miliardario. A pochi giorni dalla sua quotazione in Borsa, SpaceX ha annunciato un accordo di dimensioni eccezionali con Google per la fornitura di capacità computazionale destinata ai sistemi di intelligenza artificiale e ai servizi cloud.

Secondo quanto emerge da documenti finanziari resi pubblici oggi, la società di Elon Musk metterà a disposizione del colosso di Mountain View una infrastruttura composta da circa 110.000 Gpu prodotte da NVIDIA, oltre a Cpu, memoria e altri componenti necessari all’elaborazione avanzata dei dati.

L’intesa prevede che Google versi a SpaceX circa 920 milioni di dollari al mese a partire da ottobre 2026 fino a giugno 2029. Nell’arco dell’intero contratto, il valore complessivo dell’accordo supera i 30 miliardi di dollari, confermandosi tra i più rilevanti mai siglati nel settore delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.

L’operazione testimonia come il vero collo di bottiglia della rivoluzione dell’IA non sia più soltanto lo sviluppo di modelli sempre più sofisticati, ma la disponibilità di enormi quantità di potenza di calcolo. Le Gpu Nvidia, considerate lo standard di riferimento per l’addestramento e l’esecuzione dei modelli di intelligenza artificiale generativa, sono diventate una risorsa strategica per le grandi aziende tecnologiche.

La domanda di capacità computazionale è infatti cresciuta a ritmi senza precedenti. Le principali società statunitensi stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione o nell’affitto di data center specializzati, indispensabili per sostenere chatbot, assistenti virtuali, sistemi di ricerca avanzata e applicazioni aziendali basate sull’intelligenza artificiale.

L’accordo tra SpaceX e Google si inserisce proprio in questa competizione. Il mese scorso anche Anthropic, una delle principali aziende americane attive nell’IA generativa, aveva annunciato un maxi contratto con SpaceX per l’utilizzo di uno dei suoi principali data center.

Per SpaceX, tradizionalmente associata alle attività spaziali, ai lanci orbitali e alla rete satellitare Starlink, il contratto rappresenta anche la conferma della crescente diversificazione del business verso il mercato delle infrastrutture digitali. Per Google, invece, l’intesa garantisce accesso a una riserva di capacità computazionale fondamentale per sostenere la competizione con rivali come Microsoft, Amazon e Meta nella corsa all’intelligenza artificiale.

La battaglia tecnologica si gioca ormai sempre meno sugli algoritmi e sempre più sulla disponibilità di energia, chip e data center. E il maxi accordo tra Google e SpaceX ne è una delle dimostrazioni più evidenti.

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Data center, Roma entra nella partita del nuovo oro digitale

5 June 2026 at 13:00

Non possiedono certo la visibiltà del Colosseo o di San Pietro, ma potrebbero diventare una delle infrastrutture più importanti per il futuro economico della Capitale. Sono i data center, i giganteschi centri di elaborazione che alimentano cloud, intelligenza artificiale, servizi digitali e reti di telecomunicazione.

Mentre Milano continua a rappresentare il principale polo italiano del settore, Roma sta cercando di ritagliarsi un ruolo sempre più centrale nella geografia digitale del Mediterraneo. Una sfida che vale investimenti milionari, occupazione qualificata e capacità di attrarre imprese ad alto contenuto tecnologico.

L’ultimo segnale arriva da Digital Realty, uno dei principali operatori mondiali del settore, che ha avviato il progetto ROM1, il suo primo campus nella Capitale. L’infrastruttura sarà progettata per supportare applicazioni avanzate di intelligenza artificiale e machine learning e punta a trasformare Roma in uno snodo strategico tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia.

I data center sono la spina dorsale dell’economia digitale

Non si tratta soltanto di un investimento immobiliare. I data center rappresentano oggi la spina dorsale dell’economia digitale. Ogni applicazione di intelligenza artificiale, ogni servizio cloud, ogni piattaforma di streaming e ogni sistema di analisi dei dati necessita di enormi capacità di calcolo e archiviazione.

Per Roma il tema assume un significato particolare. La presenza delle principali istituzioni nazionali, delle grandi università, dei centri di ricerca e delle aziende pubbliche rende il territorio particolarmente interessante per gli investitori. A ciò si aggiunge la posizione geografica della Capitale, che può diventare una porta naturale verso il Mediterraneo e i mercati emergenti dell’area.

L’impatto economico rilevante per numerosi settori

L’impatto economico potrebbe essere rilevante. La costruzione dei data center genera lavoro per imprese dell’edilizia specializzata, dell’impiantistica e dell’ingegneria. Successivamente servono tecnici, informatici, specialisti della sicurezza digitale ed esperti di gestione energetica.

Non a caso il tema sta emergendo anche in altre aree del Lazio. A Colleferro, ad esempio, amministrazioni e operatori economici stanno lavorando per attrarre investimenti legati a data center e supercalcolo, con l’obiettivo di creare un nuovo polo dell’innovazione tecnologica regionale.

Potrebbe essere una delle più importanti opportunità dell’ultimo decennio

Naturalmente non mancano le criticità. I data center consumano grandi quantità di energia e richiedono procedure autorizzative rapide e certe. Inoltre il mercato del lavoro soffre una cronica carenza di professionalità specializzate.

La partita, tuttavia, appare ormai aperta. Con la crescita dell’intelligenza artificiale destinata a moltiplicare la domanda di capacità computazionale nei prossimi anni, Roma potrebbe trovarsi davanti a una delle più importanti opportunità economiche dell’ultimo decennio.

La domanda è se la Capitale saprà coglierla in tempo o se lascerà ad altre città il ruolo di hub digitale del futuro.

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Robot umanoide colpisce con un calcio un bambino durante uno spettacolo di arti marzialI – IL VIDEO

5 June 2026 at 12:35

Durante uno spettacolo in una località turistica dello Xinjiang, in Cina, un robot umanoide ha colpito con un calcio un bambino tra il pubblico mentre si stava esibendo in una dimostrazione. L’episodio è stato ripreso in video e ha iniziato rapidamente a circolare online, sollevando nuove domande sulla sicurezza di queste performance in contesti aperti.

Il robot si trovava all’interno di un’area dedicata alle esibizioni e stava eseguendo una sequenza di movimenti ispirati alle arti marziali quando, durante la performance, ha colpito il piccolo spettatore facendolo cadere a terra. Secondo le ricostruzioni, l’automa non operava in autonomia, ma sarebbe stato controllato manualmente da un addetto della struttura. Il bambino non avrebbe riportato ferite. La madre ha comunque criticato la gestione dell’accaduto, sostenendo che il personale sarebbe intervenuto con ritardo dopo l’incidente.

Robot umanoidi, la nuova frontiera dello spettacolo

Negli ultimi mesi, i robot umanoidi sono sempre più spesso utilizzati non solo in ambito industriale o sperimentale, ma anche come attrazione in eventi pubblici e turistici. Le dimostrazioni puntano a mostrare agilità, coordinazione e capacità di intrattenimento. Tutto questo, rende queste macchine veri e propri strumenti di spettacolo.

Non è raro che le performance includano movimenti ispirati alle arti marziali, coreografie o sequenze di intrattenimento pensate per il pubblico. In un altro episodio diventato virale, un robot umanoide è stato ripreso mentre eseguiva una danza sulle note di “Billie Jean” di Michael Jackson, simulando una vera performance dal vivo.

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Giovani e auto, le cinesi sono promosse. Ma ai clienti EU l’intelligenza artificiale non piace

5 June 2026 at 11:00

Il mercato europeo dell’auto sta cambiando, con le nuove generazioni di automobilisti meno legate ai marchi “storici” dell’automotive e più attratte dalla tecnologia. Già, ma cosa pensano i giovani italiani delle auto cinesi? Secondo uno studio realizzato da Areté – dal quale emerge che l’auto è posseduta dall’83% degli intervistati e utilizzata quotidianamente da più del 50% del campione – i marchi orientali non sono più considerati semplici alternative low cost.

Addirittura, ben 3 giovani su 4, ovvero il 75% dei rispondenti, si dicono pronti ad acquistare una vettura prodotta in Cina, anche se il 23% esprime dubbi sul servizio post-vendita e il 22% sull’affidabilità generale. Per questo bacino di clienti, il fattore di attrazione principale è il mix tra tecnologia e qualità, indicato dal 53% del campione, seguito dai prezzi competitivi per il 43% degli intervistati, all’interno di una soglia economica massima di spesa fissata a 30.000 euro.

Come sottolineato dal Presidente di Areté Massimo Ghenzer, il “gap reputazionale” fra costruttori occidentali e new comers asiatici è quasi azzerato, e ben 8 italiani su 10 considerano oggi i brand cinesi tecnologicamente più avanzati rispetto ai competitor europei e giapponesi. In merito alle motorizzazioni, quasi il 50% dei giovani sceglierebbe un’auto ibrida, il 34% preferirebbe l’elettrico puro e il 20% rimarrebbe fedele alla benzina. Anche l’informazione vive una transizione digitale: prima dell’acquisto il 41% dei giovani consulta siti specializzati, il 18% si rivolge al concessionario fisico e il 17% utilizza i social media.

Se i giovani italiani promuovono il prodotto asiatico, l’Europa continentale mostra una forte resistenza emotiva verso l’intelligenza artificiale (con cui è generata l’immagine di apertura) applicata alla guida autonoma. Questo quadro è delineato da uno studio commissionato da Xpeng e condotto su un campione europeo rappresentativo di 5.107 persone di sei Paesi (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Svezia e Polonia), con una base di circa 800 intervistati per ciascuna nazione, affiancato da un gruppo di riferimento di 1.008 persone residenti nelle principali città cinesi. I risultati evidenziano un paradosso: l’82% degli europei dichiara di comprendere l’IA, ma solo il 13% degli europei salirebbe su un’auto a guida completamente autonoma, un dato in netto contrasto con il 70% registrato in Cina. Complessivamente, poi, il 53% dei cittadini europei esprime poca o nessuna fiducia nell’IA applicata alle vetture.

L’indagine mostra che una percentuale compresa tra il 42% e il 53% degli europei accetta le funzioni di assistenza (come il cruise control adattivo e il mantenimento di corsia), ma la serenità crolla quando l’IA sostituisce il guidatore, portando al già citato 53% di sfiducia globale. In sostanza, in Europa gli utenti accettano l’IA solo se aumenta la capacità di giudizio umana e rimane un sistema trasparente e “interrompibile”. Come sottolineato dal Vice Chairman e President di Xpeng, Brian Gu, le sole capacità ingegneristiche non basteranno a guidare l’adozione di massa dell’AI se non saranno accompagnate dalla costruzione della fiducia in questa tecnologia, nonché da comprovate conferme sui benefici in termini di sicurezza e impatto ambientale.

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L’era dei tecno predatori, chi sono e cosa vogliono

5 June 2026 at 03:45

C’è una foto destinata a essere ricordata. Non perché sia uno scatto di rara fattura, né perché rappresenti un momento di straordinaria importanza per la Storia. Non si tratta del Muro di Berlino che crolla, né di un aereo che si schianta sulle Twin Towers, eppure quella foto è significativa. Cristallizza un segno dei tempi, incornicia una sottomissione imprevista fino a poco prima, inquadra un’alleanza nell’interesse di pochi e a danno di moltitudini. È il 20 gennaio 2025, Donald Trump presta giuramento come presidente degli Stati Uniti per il suo secondo mandato e in prima fila, uno a fianco dell’altro, ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg. Cioè, il fondatore di Tesla e SpaceX, quello di Amazon e il ceo di Meta: i tre uomini più ricchi del pianeta, secondo la classifica che da trentanove anni Forbes stila con pedante applicazione.

In mezzo ai tre, a disarticolare la graduatoria fa capolino Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Alphabet. Che ci fa lì? Con i suoi 1,3 miliardi di dollari è un lillipuziano rispetto a patrimoni personali da duecento miliardi in su, ma nelle file successive, preferiti persino ai ministri del nascente Gabinetto, la lista si allunga: da Tim Cook (Apple) a Sergey Brin (padrone di Google), a Sam Altman (OpenAI) per citare alcuni. Insieme valgono il Pil dei Paesi Bassi, metà di quello italiano.

C’è anche Joe Biden (come è ovvio che sia), l’inquilino della Casa Bianca uscente, costretto a rinunciare alla ricandidatura dai timori dell’opinione pubblica per le sue condizioni di salute. «In America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti», avverte Biden. Trump per tutta la campagna elettorale lo ha deriso, chiamandolo Sleepy Joe (l’addormentato), ma la sua frase col senno del poi è un lucido grido d’allarme. Una Cassandra malmessa, ma presaga.

Adesso un’altra immagine. È trascorso poco più di un anno e a Nuova Delhi si svolge l’India AI Impact Summit: il premier Narendra Modi chiama intorno a sé i partecipanti per la tradizionale photo opportunity, tra loro alcuni dei più influenti manager del pianeta. Si tengono mano nella mano, a braccia alzate, quasi a significare un’alleanza in nome del progresso, ma Sam Altman e Dario Amodei, ceo di Anthropic, finiti ironia della sorte uno accanto all’altro, rifiutano di farlo. Anthropic è stata fondata cinque anni prima proprio da un gruppo di ricercatori, guidati da Amodei e dalla sorella Daniela, fuoriusciti da OpenAI per ragioni etiche, già allora timorosi dei pericoli che l’intelligenza artificiale avrebbe posto in materia di sicurezza e in disaccordo con le scelte di Altman.

La sfida tra le due aziende si è fatta sempre più decisa e con essa sono giunte all’acme le divergenze su come sviluppare la tecnologia in potenza più trasformativa della storia dell’uomo. OpenAI ha dato vita a ChatGPT, il primo chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa reso gratuito a centinaia di milioni di utenti, per poi continuare a sviluppare funzioni rivolte al “grande pubblico”. Anthropic ha invece elaborato il concorrente Claude – orientato verso la gestione di carichi di lavoro complessi – e le sue rapide evoluzioni hanno finito per superare ChatGPT, facendolo preferire dalle aziende e persino dal Pentagono, eppure senza rinunciare all’attenzione per la sicurezza dei dati: fedele al mantra che ne aveva ispirato la nascita, addestrando Claude su un insieme di regole etiche (Constitutional AI) ispirate alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Claude è così avanti da essere l’unico modello di intelligenza artificiale ammesso nei sistemi classificati dell’esercito, ma i rapporti con l’amministrazione Trump – che già non erano idilliaci – deflagrano quando a febbraio la sua IA viene utilizzata nella cattura di Nicolás Maduro in Venezuela.

Non si creda che la startup californiana disdegni di mettersi al servizio del complesso militare in cambio di contratti milionari. Lo ha già fatto, ma pone condizioni. Chiede che il bolide del progresso lanciato a folle velocità sia dotato di un pedale del freno: la garanzia che Claude non sia usato per la sorveglianza di massa degli americani e per droni e robot in grado di uccidere senza l’intervento umano.

La richiesta viene accolta come un atto di lesa maestà. Trump chiama Amodei e soci «pazzi di sinistra», definisce Anthropic «prigioniera di vincoli ideologici», ordina che sia dichiarata un «rischio per la catena di approvvigionamento». Un nemico della nazione.

La vicenda resta in evoluzione ed è ben nota (qui serviva solo riassumerla), ma quel che ci interessa sono le parole di Amodei. «La vera ragione per cui non ci apprezzano è che non abbiamo fatto donazioni a Trump – scrive alla squadra di Anthropic in quei giorni –. Non abbiamo elogiato Trump in stile dittatoriale (mentre Sam lo ha fatto)…», e in un’intervista dice: «Essere in disaccordo con il governo è la cosa più americana del mondo».

Appunto. Dove va l’America? E aveva ragione la Cassandra-Biden? Siamo di fronte a un signorotto circondato da feudatari che garantiscono fedeltà in cambio del proprio arricchimento oppure di un’élite convinta del proprio ruolo salvifico che usa Trump e nel frattempo ne prepara la successione? The Oligarchy individuata da Robert Reich, i conquistadores digitali narrati da Giuliano da Empoli, i tecnofascisti protagonisti del recente “Onnipotenti”? Classe miliardaria che propugna «un fascismo che si potrebbe definire di “stampo anglosassone” – dice Irene Doda, l’autrice –, sostenitore della libertà individuale, specialmente quella di fare impresa senza regole».

Per capire la tech-oligarchia che sta ridefinendo il concetto di democrazia in America, bisogna partire dai soldi come spesso accade, dalle enormi fortune che si possono associare ai protagonisti elencati finora e che quel 20 gennaio (come oggi) facevano di Musk l’uomo più ricco della storia umana. Il patrimonio dei super-ricchi nel 2026 ha raggiunto un livello mai visto prima: 20.100 miliardi di dollari detenuti da appena 3428 persone, di cui 989 sono americani. Conteggi perfettibili (anche perché fortune simili non sono mai statiche) come quelli di Oxfam International, per i quali in cinque anni il patrimonio dei dieci americani più ricchi, tutti o quasi tecnocrati della Silicon Valley, è lievitato da settecento a oltre duemiladuecento miliardi.

Una concentrazione che non è solo economica. Il settanta per cento del traffico internet globale transita dalle infrastrutture di Amazon, Microsoft e Google. Meta raggiunge ogni giorno oltre tre miliardi di utenti attivi e X dopo l’acquisizione di Musk ha ridotto sì, ma non perso, il ruolo di piattaforma privilegiata del dibattito politico che aveva Twitter. Per non parlare dei satelliti della sua Starlink, che operano in regime di quasi monopolio, capaci di influenzare persino le sorti di una guerra.

In molti hanno ipotizzato un parallelo con i robber baron della Gilded age che dominarono l’economia accentrando nelle proprie mani tutte le fasi industriali. Gli oligarchi tech controllano qualcosa di ben più pervasivo: l’infrastruttura delle reti di comunicazione, dei media e ora dell’intelligenza artificiale. Il loro potere è qualitativamente diverso da qualsiasi concentrazione precedente perché si fonda (e al tempo stesso trae profitto) sulla capacità di modificare il comportamento umano in modo sistematico. È ciò che Shoshana Zuboff in un saggio famoso e profetico ha chiamato “Il capitalismo della sorveglianza”. L’esperienza umana come accumulazione di dati: materia prima gratuita e inesauribile, utile non solo a prevedere quei comportamenti, ma a orientarli e condizionarli.

Capitalisti e sorveglianti, come i due tech-miliardari che ancora mancano alla lista. Assenti dalle nostre foto, ma decisivi.

Uno è Larry Ellison, cofondatore di Oracle, colosso del software, quarto in quella classifica dei più ricchi e considerato il vero consigliere ombra di Trump. «Il Ceo di un po’ di tutto», ama definirlo l’amico Donald. La famiglia Ellison sta ridisegnando il panorama mediatico: ha acquisito il controllo di Paramount (a sua volta proprietaria di Cbs), è entrata con Oracle nella cordata che ha rilevato le attività americane di TikTok e dopo aver messo le mani su Warner Bros. rischia di arrivare alla Cnn, il più efficace dei canali all news nel fare opposizione.

L’altro è Peter Thiel, nato in Germania, negli Stati Uniti dall’adolescenza, l’anima più nera del tecno-cesarismo, un intreccio di contraddizioni: libertario ma teorico del monopolio, gay ma acceso anti-woke, vetero-cattolico odiatore delle donne ma munifico finanziatore di studi sull’allungamento della vita (terrena, ovvio). Thiel è il proprietario di Palantir, la società che raccoglie informazioni su tutto e tutti, le aggrega in un’enorme banca dati e le offre a chi abbia bisogno di identificare, individuare, tracciare. Sostenitore di Trump da un decennio, è lo sponsor principale di J.D. Vance. In Italia lo abbiamo conosciuto meglio quando a metà marzo è sbarcato a Roma per parlare di Anticristo. Ciò che, però, può inquietare di più sono i suoi legami con Elon Musk o Roelof Botha. Tutti diventati ricchi con l’intuizione di PayPal, tutti con legami familiari nel Sudafrica bianco e segregazionista, tutti affascinati dall’epica del “Signore degli Anelli”: pochi esseri superiori (gli elfi) investiti dal “dovere“ di salvare l’Occidente (la Contea) dalle forze del Male di Mordor.

Ellison e Thiel, gli ideali punti di collegamento tra la generazione pioniera, quella degli smanettoni nei garage diventati Re Mida vendendo software e telefonini, e quella che adesso prepara una superintelligenza pervasiva che tutto saprà, tutto vedrà. Magari tutto deciderà.

La Silicon Valley è cresciuta intrisa di utopia liberal-libertaria, convinta della forza buona di Internet, favorevole al multiculturalismo, al commercio globale, ma tutto è cambiato da quelle parti. Il punto di non ritorno è documentabile con precisione: è il 15 luglio 2024, la convention repubblicana è in corso a Milwaukee ed Elon Musk ufficializza il suo sostegno a Trump. Da lì in poi sosterrà la campagna elettorale con almeno 277 milioni di dollari. È il contributo singolo più alto nella storia delle elezioni presidenziali americane. Musk è in buona compagnia, a Milwaukee i rappresentanti delle Big Tech sono in fila.

Gente come Marc Andreessen e Ben Horowitz, venture capitalist che hanno fatto la fortuna di aziende come Facebook o Airbnb, mette per iscritto il perché della scelta: sono contrari alla regolamentazione delle criptovalute e alle politiche bancarie di Biden, entusiasti delle promesse dal candidato Maga. Il loro è un sostegno programmatico. Proprio in quei giorni prende forma Project 2025, un documento di 922 pagine stilato dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore, in cui si prevedono non solo lo smantellamento sistematico della burocrazia federale e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del presidente, ma si recepiscono molte delle proposte care alla tecno oligarchia, dalla deregolamentazione dell’intelligenza artificiale alla riduzione dei poteri della Federal Trade Commission, l’antitrust statunitense. Uno degli architetti di Project 2025 è Russell Vought. Tra i primi atti di Trump (appena sedici giorni dopo l’insediamento) ci sarà la sua nomina a capo dell’agenzia che gestisce il bilancio federale.

Lo smantellamento, in realtà, è già cominciato all’indomani della vittoria su Kamala Harris con l’annuncio della creazione del Department of Government Efficiency, acronimo Doge: non a caso il nome della criptovaluta preferita da Musk, che ne assume il comando. L’avventura di “consigliere del presidente” durerà pochi mesi e si rivelerà un fallimento, con evidenti violazioni costituzionali, ma il buon Elon tra un post su X e un saluto romano farà in tempo a costringere trecentomila dipendenti pubblici alle dimissioni, nonché ad accedere ai database che contengono informazioni riservate su decine di milioni di americani. Un enorme conflitto di interessi, visti i contratti governativi di cui beneficiano le sue aziende.

Un do ut des che raggiunge il suo picco, ma in atto da tempo: la distorsione del sistema di finanziamento della politica affonda le radici nella sentenza della Corte Suprema che nel 2010 liberalizza i versamenti attraverso comitati elettorali, da lì una sempre maggiore dipendenza dei candidati dai grandi finanziatori. I cinquanta maggiori donatori individuali nell’ultima corsa a Capitol Hill hanno contribuito per più di 1,8 miliardi di dollari, e guarda un po’, almeno ventitré erano tecnocrati e ras delle crypto. Risultato? Il meccanismo di ritorno sull’investimento è visibile: Musk ottiene il Doge e la nomina di un “amico” della sua SpaceX alla Nasa; Thiel i contratti militari per Palantir; le piattaforme di criptovalute un allentamento dei controlli; le Big Tech che nel 2020 avevano sostenuto Biden la promessa di archiviazione dei procedimenti antitrust.

La sovrapposizione di ruoli, le governance opache, la saldatura tra antica ed emergente classe di tecno miliardari trovano ora terreno di coltura nella dirompenza dell’intelligenza artificiale. Nessun settore è più rilevante per il futuro della democrazia, in nessun altro la concentrazione del potere nelle mani di pochi privati è più avanzata e, al tempo stesso, nessun altro richiederebbe una regolamentazione superpartes, guardrail etici, mentre gli stessi suoi inventori mettono in guardia dalle evoluzioni future, soprattutto in campo militare. Eppure quello stesso 20 gennaio, appena insediato, Trump firma un ordine esecutivo col quale revoca le linee guida che imponevano di notificare al governo lo sviluppo di sistemi potenzialmente pericolosi, dopo aver nominato David Sacks suo consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Tabula rasa. La delega di Sacks, anche lui sudafricano, ex PayPal, amico di Musk e socio di Thiel, è tanto ampia da meritargli il nomignolo di “zar dell’IA”. «Trump – ha scritto Giuliano da Empoli in “L’ora dei predatori” – ha affidato pezzi interi della sua amministrazione ai più sfrenati accelerazionisti della Silicon Valley. Sotto la loro guida, il mondo si sta trasformando in un mosaico di territori in corsa verso un futuro postumano, senza la minima barriera di sicurezza». Una bestia vorace, quella dell’IA, che ha bisogno di essere nutrita da un’enorme quantità di denaro. OpenAI nel solo 2026 punta a finanziamenti per 100-110 miliardi di dollari; il concorrente Anthropic stima cifre simili, e poi ci sono Google Deepmind, xAI… Disposti a tutto o quasi, come Ellison capace di licenziare ventimila dipendenti di Oracle con una semplice mail arrivata all’alba dello scorso 31 marzo («Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro»), in cerca di soldi per finanziare la costruzione di nuovi data center, e nonostante i conti aziendali migliori degli ultimi 15 anni.

Per quanto si provi a distillare purezza, è col Dio denaro che bisognerà venire a patti, senza nascondersi che quanto non faranno gli americani, potrebbe farlo la Cina. Così, se da una parte i soci di Anthropic donano alla no-profit GiveWell, dall’altra Thiel scrive «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili», giudica «mostruoso» il multiculturalismo e affida Palantir ad Alex Karp, uno che dice: «Siamo qui per rivoluzionare e rendere le istituzioni con cui lavoriamo le migliori al mondo, spaventare i nemici e, all’occorrenza, ucciderli»

È Trump a dare le carte e i miliardi ad assecondarlo, dunque, oppure il contrario? La domanda resta e fa la differenza tra l’autarchia competitiva teorizzata da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in “Come muoiono le democrazie” e un oligarchia tecnocratica. Nell’attesa di risposta, tocca alla società civile statunitense ricordare (con Amodei) che essere in disaccordo con chi comanda è la cosa più americana del mondo. Per ora.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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