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Come Amplifon vuole presidiare tutta la filiera dell’innovazione nell’hearing care

6 June 2026 at 03:45

Gli apparecchi acustici sono da sempre considerati dispositivi essenziali, strumenti medici destinati a compensare una perdita di udito. In realtà oggi la loro funzione e il loro utilizzo è molto più ampio. La ricerca ha permesso di cambiare il panorama del settore. La miniaturizzazione dei componenti e l’elaborazione digitale del suono permette una nuova capacità di personalizzare l’esperienza d’ascolto. E con l’uso dell’intelligenza artificiale il settore, tradizionalmente associato al mondo medicale, sta diventando uno dei campi più avanzati dell’innovazione tecnologica.

È dentro questa trasformazione che va letta l’acquisizione di GN Hearing da parte di Amplifon, un’operazione da 2,3 miliardi di euro che rappresenta uno dei più importanti investimenti industriali realizzati negli ultimi anni da un gruppo italiano. È una scelta strategica che modifica il profilo stesso dell’azienda: da leader mondiale nei servizi per la cura dell’udito, Amplifon entra anche nel mondo della progettazione e della produzione di dispositivi.

In un’intervista al Corriere della Sera, l’amministratore delegato Enrico Vita aveva definito l’operazione «trasformativa», spiegando che permetterà al gruppo di essere presente «sull’intera catena del valore, dal design dei microchip fino ai servizi per i clienti attraverso i nostri negozi». È una formula che descrive bene la direzione intrapresa dall’industria tecnologica: conoscere il cliente finale non basta più, così come non basta possedere la migliore tecnologia. Il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di tenere insieme entrambe le cose.

La logica dell’operazione è proprio questa. Da una parte Amplifon porta in dote una rete globale di oltre diecimila punti vendita e decenni di esperienza clinica e relazionale, dall’altra GN Hearing contribuisce con quattro centri di ricerca e sviluppo – cioè circa settecento ricercatori, quasi tremila brevetti – a integrare una competenza tecnologica che arriva fino alla progettazione dei microchip, il cuore degli apparecchi acustici di nuova generazione. Ma non solo. GN Hearing porta in dote anche una consolidata attività di vendita all’ingrosso dei propri dispositivi a grandi catene indipendenti e operatori specializzati in numerosi mercati internazionali. Un elemento che rende ancora più complementari le due realtà e amplia il raggio d’azione del gruppo lungo tutta la filiera.

«Abbineremo il ruolo di fornitori di servizi a valore aggiunto a quello di progettisti e produttori di dispositivi», aveva spiegato Enrico Vita. Una sintesi efficace di un’operazione che porta una crescita in senso quantitativo, nelle dimensioni del gruppo, ma aggiunge soprattutto una dimensione qualitativa diversa nella catena del valore, in un settore in cui l’innovazione tecnologica sta accelerando rapidamente anche grazie all’arrivo dell’intelligenza artificiale.

L’aspetto più interessante, però, è che questa operazione racconta una storia che va oltre il settore dell’hearing care. Negli ultimi anni si è parlato molto delle aziende italiane finite sotto il controllo di gruppi stranieri, molto meno di quelle che hanno scelto di crescere acquisendo competenze e tecnologie all’estero. Amplifon appartiene a questa seconda categoria. Con l’integrazione di GN Hearing nasce infatti un gruppo da oltre 3,3 miliardi di euro di ricavi, più di ottocento milioni di margine operativo lordo e oltre ventimila dipendenti distribuiti in circa cento Paesi. Ma il dato dimensionale, da solo, non spiega il senso dell’operazione. Conta di più il fatto che un’azienda italiana specializzata nei servizi abbia deciso di investire massicciamente nella ricerca, nello sviluppo e nella proprietà industriale.

La scelta arriva in un momento in cui il settore sta vivendo una profonda accelerazione tecnologica. Gli apparecchi acustici di ultima generazione integrano algoritmi di elaborazione sempre più sofisticati e hanno una capacità di adattamento automatico agli ambienti circostanti. Sono sistemi avanzati di connettività e, insomma, non sono più soltanto strumenti di amplificazione del suono.

È proprio per questo che Vita aveva sottolineato il ruolo di GN Hearing, «uno dei produttori più innovativi al mondo», evidenziando come l’azienda danese sia stata tra le prime a introdurre applicazioni basate sull’intelligenza artificiale nel settore. La Danimarca occupa da anni una posizione particolare nell’industria globale dell’audio, tanto che lo stesso amministratore delegato di Amplifon l’ha descritta come «la Silicon Valley dell’audio».

Dopo il closing ci sarà quindi una One Company con sede in Italia, con un’anima unica e due cuori, uno a Milano e uno a Copenaghen. Non sarà una fusione tradizionale. Anzi, sembra più il tentativo di mettere insieme due competenze complementari, pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente.

L’operazione – il cui perfezionamento è previsto entro fine anno, quando dovrebbe arrivare l’approvazione delle autorità competenti –rappresenta anche un ritorno a una dimensione industriale che è parte integrante della storia di Amplifon. Nata nel dopoguerra come azienda produttrice di apparecchi acustici, nel corso dei decenni si è progressivamente affermata come leader mondiale nei servizi per la cura dell’udito. Oggi quel percorso sembra chiudere un cerchio: il retail resta centrale, ma viene affiancato da una nuova capacità di intervenire direttamente sul prodotto, sulla ricerca e sull’innovazione. Il punto, alla fine, non è soltanto la dimensione dell’investimento o il numero di brevetti che entreranno nel perimetro del gruppo. È il tipo di industria che questa operazione racconta.

Amplifon

La trasformazione digitale viene sempre associata alle Big Tech, alle piattaforme della Silicon Valley o magari all’elettronica di consumo. In realtà l’innovazione è ovunque, e si sta spostando sempre più spesso in settori che riguardano aspetti fondamentali della vita quotidiana: la salute, il benessere, la prevenzione, la qualità delle relazioni umane. L’udito è tra questi.

Secondo le principali organizzazioni sanitarie internazionali, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei disturbi uditivi renderanno l’hearing care uno dei grandi temi dei prossimi decenni. In questo scenario, la tecnologia non è un elemento accessorio ma una componente decisiva: serve a migliorare la qualità dell’ascolto, a personalizzare l’esperienza dell’utente, a rendere più efficace l’intero percorso di cura.

Non a caso, negli ultimi dieci anni Amplifon ha investito oltre cinque miliardi di euro tra sviluppo industriale e acquisizioni, una cifra che include anche l’operazione GN Hearing. Una strategia di lungo periodo che punta a rafforzare la capacità competitiva del gruppo in un mercato sempre più globale e tecnologico. Una visione condivisa anche dalla presidente Susan Holland, figlia del fondatore di Amplifon, la cui holding Ampliter ha partecipato all’aumento di capitale che finanzia l’acquisizione insieme al socio storico Tamburi Investment Partners. «Realizziamo un sogno che rafforza la nostra ambizione: integrare tecnologia e innovazione con la nostra profonda conoscenza dei pazienti», ha detto, sottolineando come l’ingresso nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione rappresenti un passaggio storico nell’evoluzione dell’azienda.

Il risultato, se il progetto raggiungerà gli obiettivi indicati dal management, sarà una realtà capace di presidiare l’intera filiera: dalla progettazione dei microchip fino al rapporto quotidiano con il cliente. Un modello che riflette una delle tendenze più interessanti dell’industria contemporanea, quella che vede convergere ricerca, produzione, dati e servizi all’interno di un unico ecosistema.

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L’IA convince le imprese italiane, ma molte non si sentono ancora pronte

5 June 2026 at 12:21

L’intelligenza artificiale è uscita dalla fase della curiosità tecnologica per entrare stabilmente nelle strategie delle imprese. Il punto, però, è che riconoscerne il potenziale non significa necessariamente essere pronti a sfruttarlo. E proprio qui emerge il principale nodo che il sistema produttivo italiano deve affrontare nei prossimi anni. Secondo l’Osservatorio “Pronti a competere?”, realizzato da Lenovo in collaborazione con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria e presentato al Convegno di Rapallo 2026, oltre otto imprese su dieci non ritengono di possedere oggi le competenze necessarie per utilizzare pienamente l’intelligenza artificiale. L’82,4 per cento delle aziende intervistate dichiara infatti di non disporre di risorse interne adeguate per governare questa trasformazione.

Il dato appare ancora più significativo se confrontato con il livello di consapevolezza ormai raggiunto dal mondo imprenditoriale. Il 43,3 per cento degli intervistati considera già oggi l’AI un fattore di crescita “fondamentale” o “molto importante”, mentre il 67,5 per cento ritiene che diventerà indispensabile per la competitività entro i prossimi tre anni. Eppure soltanto il 18,7 per cento delle imprese utilizza attualmente l’intelligenza artificiale in modo strutturato all’interno dei propri processi.

La distanza tra intenzioni e realtà è il vero elemento che emerge dall’indagine. Da una parte cresce la convinzione che l’intelligenza artificiale rappresenti una leva strategica per la competitività; dall’altra, le aziende faticano ancora a tradurre questa consapevolezza in organizzazione, competenze e processi concreti.

«I dati dell’Osservatorio “Pronti a competere?” evidenziano un nodo centrale per il futuro del sistema produttivo italiano: oggi la competitività delle imprese non è limitata dalla tecnologia, ma dalla capacità di adottarla e governarla», osserva Enza Truzzolillo, amministratore delegato di Lenovo Italia. «La vera sfida oggi non è introdurre l’intelligenza artificiale, ma renderla una leva concreta di competitività: e questo è un tema di leadership, metodo e governo del cambiamento».

Secondo Truzzolillo, la questione assume un’importanza ancora maggiore in una fase di crescente competizione internazionale. «In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di governare l’adozione dell’intelligenza artificiale diventa decisiva anche per il futuro del Made in Italy: senza un’integrazione efficace dell’intelligenza artificiale nei processi industriali e decisionali, il rischio è una progressiva perdita di competitività sui mercati internazionali».

L’indagine mostra comunque un atteggiamento tutt’altro che ostile verso la tecnologia. Il 79,5 per cento degli imprenditori associa all’intelligenza artificiale sentimenti positivi come opportunità, fiducia ed entusiasmo, mentre il 60,7 per cento prevede di aumentare gli investimenti nel settore nei prossimi 12-24 mesi. Circa il trenta per cento ritiene inoltre che l’intelligenza artificiale cambierà in modo profondo o radicale il proprio settore entro i prossimi tre anni.

Le difficoltà emergono soprattutto in un contesto economico che le imprese continuano a percepire come complesso. Tra le principali criticità vengono citate l’incertezza macroeconomica, l’aumento dei costi e la difficoltà nel reperire competenze specializzate. Non sorprende quindi che il 38,2 per cento degli intervistati individui nella perdita di competitività il principale rischio legato a una mancata adozione dell’intelligenza artificiale, davanti alla minore efficienza e alla ridotta capacità di innovazione.

Il tema delle competenze è centrale anche per il sistema dei Giovani Imprenditori di Confindustria. «Come Giovani Imprenditori Confindustria siamo impegnati, a livello nazionale e territoriale, a diffondere conoscenza e consapevolezza sull’intelligenza artificiale quale leva fondamentale per la crescita futura», spiega Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Per Anghileri, l’Italia parte comunque da una base solida. «L’Italia dispone di un patrimonio unico di dati industriali, competenze, filiere e saperi: dobbiamo innestare l’intelligenza artificiale in questo patrimonio per generare valore, produttività e nuovi spazi di mercato». E aggiunge: «Partendo dai bisogni concreti delle imprese, stiamo mostrando applicazioni reali e favorendo connessioni tra startup, grandi imprese, Pmi e ricerca. Costruiamo ecosistemi abilitanti mettendo le persone – chiave di volta di ogni cambiamento – al centro».

La sfida, conclude la presidente dei Giovani Imprenditori, è trasformare una rivoluzione tecnologica in un vantaggio competitivo reale: «Nel nostro Sistema abbiamo le intelligenze e le capacità per affrontare i rischi e cogliere le opportunità: dobbiamo impegnarci al massimo per governare questa rivoluzione e trasformarla in un motore concreto di efficienza e trasformazione industriale».

La fotografia che emerge da Rapallo è quindi quella di un sistema imprenditoriale che ha ormai compreso la portata dell’intelligenza artificiale, ma che deve ancora colmare il divario tra consapevolezza e capacità di esecuzione. Un passaggio decisivo, soprattutto considerando che l’ottantuno per cento delle imprese intervistate ritiene che l’Italia sia oggi in ritardo rispetto ai principali Paesi europei sul fronte dell’intelligenza artificiale.

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L’era dei tecno predatori, chi sono e cosa vogliono

5 June 2026 at 03:45

C’è una foto destinata a essere ricordata. Non perché sia uno scatto di rara fattura, né perché rappresenti un momento di straordinaria importanza per la Storia. Non si tratta del Muro di Berlino che crolla, né di un aereo che si schianta sulle Twin Towers, eppure quella foto è significativa. Cristallizza un segno dei tempi, incornicia una sottomissione imprevista fino a poco prima, inquadra un’alleanza nell’interesse di pochi e a danno di moltitudini. È il 20 gennaio 2025, Donald Trump presta giuramento come presidente degli Stati Uniti per il suo secondo mandato e in prima fila, uno a fianco dell’altro, ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg. Cioè, il fondatore di Tesla e SpaceX, quello di Amazon e il ceo di Meta: i tre uomini più ricchi del pianeta, secondo la classifica che da trentanove anni Forbes stila con pedante applicazione.

In mezzo ai tre, a disarticolare la graduatoria fa capolino Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Alphabet. Che ci fa lì? Con i suoi 1,3 miliardi di dollari è un lillipuziano rispetto a patrimoni personali da duecento miliardi in su, ma nelle file successive, preferiti persino ai ministri del nascente Gabinetto, la lista si allunga: da Tim Cook (Apple) a Sergey Brin (padrone di Google), a Sam Altman (OpenAI) per citare alcuni. Insieme valgono il Pil dei Paesi Bassi, metà di quello italiano.

C’è anche Joe Biden (come è ovvio che sia), l’inquilino della Casa Bianca uscente, costretto a rinunciare alla ricandidatura dai timori dell’opinione pubblica per le sue condizioni di salute. «In America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti», avverte Biden. Trump per tutta la campagna elettorale lo ha deriso, chiamandolo Sleepy Joe (l’addormentato), ma la sua frase col senno del poi è un lucido grido d’allarme. Una Cassandra malmessa, ma presaga.

Adesso un’altra immagine. È trascorso poco più di un anno e a Nuova Delhi si svolge l’India AI Impact Summit: il premier Narendra Modi chiama intorno a sé i partecipanti per la tradizionale photo opportunity, tra loro alcuni dei più influenti manager del pianeta. Si tengono mano nella mano, a braccia alzate, quasi a significare un’alleanza in nome del progresso, ma Sam Altman e Dario Amodei, ceo di Anthropic, finiti ironia della sorte uno accanto all’altro, rifiutano di farlo. Anthropic è stata fondata cinque anni prima proprio da un gruppo di ricercatori, guidati da Amodei e dalla sorella Daniela, fuoriusciti da OpenAI per ragioni etiche, già allora timorosi dei pericoli che l’intelligenza artificiale avrebbe posto in materia di sicurezza e in disaccordo con le scelte di Altman.

La sfida tra le due aziende si è fatta sempre più decisa e con essa sono giunte all’acme le divergenze su come sviluppare la tecnologia in potenza più trasformativa della storia dell’uomo. OpenAI ha dato vita a ChatGPT, il primo chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa reso gratuito a centinaia di milioni di utenti, per poi continuare a sviluppare funzioni rivolte al “grande pubblico”. Anthropic ha invece elaborato il concorrente Claude – orientato verso la gestione di carichi di lavoro complessi – e le sue rapide evoluzioni hanno finito per superare ChatGPT, facendolo preferire dalle aziende e persino dal Pentagono, eppure senza rinunciare all’attenzione per la sicurezza dei dati: fedele al mantra che ne aveva ispirato la nascita, addestrando Claude su un insieme di regole etiche (Constitutional AI) ispirate alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Claude è così avanti da essere l’unico modello di intelligenza artificiale ammesso nei sistemi classificati dell’esercito, ma i rapporti con l’amministrazione Trump – che già non erano idilliaci – deflagrano quando a febbraio la sua IA viene utilizzata nella cattura di Nicolás Maduro in Venezuela.

Non si creda che la startup californiana disdegni di mettersi al servizio del complesso militare in cambio di contratti milionari. Lo ha già fatto, ma pone condizioni. Chiede che il bolide del progresso lanciato a folle velocità sia dotato di un pedale del freno: la garanzia che Claude non sia usato per la sorveglianza di massa degli americani e per droni e robot in grado di uccidere senza l’intervento umano.

La richiesta viene accolta come un atto di lesa maestà. Trump chiama Amodei e soci «pazzi di sinistra», definisce Anthropic «prigioniera di vincoli ideologici», ordina che sia dichiarata un «rischio per la catena di approvvigionamento». Un nemico della nazione.

La vicenda resta in evoluzione ed è ben nota (qui serviva solo riassumerla), ma quel che ci interessa sono le parole di Amodei. «La vera ragione per cui non ci apprezzano è che non abbiamo fatto donazioni a Trump – scrive alla squadra di Anthropic in quei giorni –. Non abbiamo elogiato Trump in stile dittatoriale (mentre Sam lo ha fatto)…», e in un’intervista dice: «Essere in disaccordo con il governo è la cosa più americana del mondo».

Appunto. Dove va l’America? E aveva ragione la Cassandra-Biden? Siamo di fronte a un signorotto circondato da feudatari che garantiscono fedeltà in cambio del proprio arricchimento oppure di un’élite convinta del proprio ruolo salvifico che usa Trump e nel frattempo ne prepara la successione? The Oligarchy individuata da Robert Reich, i conquistadores digitali narrati da Giuliano da Empoli, i tecnofascisti protagonisti del recente “Onnipotenti”? Classe miliardaria che propugna «un fascismo che si potrebbe definire di “stampo anglosassone” – dice Irene Doda, l’autrice –, sostenitore della libertà individuale, specialmente quella di fare impresa senza regole».

Per capire la tech-oligarchia che sta ridefinendo il concetto di democrazia in America, bisogna partire dai soldi come spesso accade, dalle enormi fortune che si possono associare ai protagonisti elencati finora e che quel 20 gennaio (come oggi) facevano di Musk l’uomo più ricco della storia umana. Il patrimonio dei super-ricchi nel 2026 ha raggiunto un livello mai visto prima: 20.100 miliardi di dollari detenuti da appena 3428 persone, di cui 989 sono americani. Conteggi perfettibili (anche perché fortune simili non sono mai statiche) come quelli di Oxfam International, per i quali in cinque anni il patrimonio dei dieci americani più ricchi, tutti o quasi tecnocrati della Silicon Valley, è lievitato da settecento a oltre duemiladuecento miliardi.

Una concentrazione che non è solo economica. Il settanta per cento del traffico internet globale transita dalle infrastrutture di Amazon, Microsoft e Google. Meta raggiunge ogni giorno oltre tre miliardi di utenti attivi e X dopo l’acquisizione di Musk ha ridotto sì, ma non perso, il ruolo di piattaforma privilegiata del dibattito politico che aveva Twitter. Per non parlare dei satelliti della sua Starlink, che operano in regime di quasi monopolio, capaci di influenzare persino le sorti di una guerra.

In molti hanno ipotizzato un parallelo con i robber baron della Gilded age che dominarono l’economia accentrando nelle proprie mani tutte le fasi industriali. Gli oligarchi tech controllano qualcosa di ben più pervasivo: l’infrastruttura delle reti di comunicazione, dei media e ora dell’intelligenza artificiale. Il loro potere è qualitativamente diverso da qualsiasi concentrazione precedente perché si fonda (e al tempo stesso trae profitto) sulla capacità di modificare il comportamento umano in modo sistematico. È ciò che Shoshana Zuboff in un saggio famoso e profetico ha chiamato “Il capitalismo della sorveglianza”. L’esperienza umana come accumulazione di dati: materia prima gratuita e inesauribile, utile non solo a prevedere quei comportamenti, ma a orientarli e condizionarli.

Capitalisti e sorveglianti, come i due tech-miliardari che ancora mancano alla lista. Assenti dalle nostre foto, ma decisivi.

Uno è Larry Ellison, cofondatore di Oracle, colosso del software, quarto in quella classifica dei più ricchi e considerato il vero consigliere ombra di Trump. «Il Ceo di un po’ di tutto», ama definirlo l’amico Donald. La famiglia Ellison sta ridisegnando il panorama mediatico: ha acquisito il controllo di Paramount (a sua volta proprietaria di Cbs), è entrata con Oracle nella cordata che ha rilevato le attività americane di TikTok e dopo aver messo le mani su Warner Bros. rischia di arrivare alla Cnn, il più efficace dei canali all news nel fare opposizione.

L’altro è Peter Thiel, nato in Germania, negli Stati Uniti dall’adolescenza, l’anima più nera del tecno-cesarismo, un intreccio di contraddizioni: libertario ma teorico del monopolio, gay ma acceso anti-woke, vetero-cattolico odiatore delle donne ma munifico finanziatore di studi sull’allungamento della vita (terrena, ovvio). Thiel è il proprietario di Palantir, la società che raccoglie informazioni su tutto e tutti, le aggrega in un’enorme banca dati e le offre a chi abbia bisogno di identificare, individuare, tracciare. Sostenitore di Trump da un decennio, è lo sponsor principale di J.D. Vance. In Italia lo abbiamo conosciuto meglio quando a metà marzo è sbarcato a Roma per parlare di Anticristo. Ciò che, però, può inquietare di più sono i suoi legami con Elon Musk o Roelof Botha. Tutti diventati ricchi con l’intuizione di PayPal, tutti con legami familiari nel Sudafrica bianco e segregazionista, tutti affascinati dall’epica del “Signore degli Anelli”: pochi esseri superiori (gli elfi) investiti dal “dovere“ di salvare l’Occidente (la Contea) dalle forze del Male di Mordor.

Ellison e Thiel, gli ideali punti di collegamento tra la generazione pioniera, quella degli smanettoni nei garage diventati Re Mida vendendo software e telefonini, e quella che adesso prepara una superintelligenza pervasiva che tutto saprà, tutto vedrà. Magari tutto deciderà.

La Silicon Valley è cresciuta intrisa di utopia liberal-libertaria, convinta della forza buona di Internet, favorevole al multiculturalismo, al commercio globale, ma tutto è cambiato da quelle parti. Il punto di non ritorno è documentabile con precisione: è il 15 luglio 2024, la convention repubblicana è in corso a Milwaukee ed Elon Musk ufficializza il suo sostegno a Trump. Da lì in poi sosterrà la campagna elettorale con almeno 277 milioni di dollari. È il contributo singolo più alto nella storia delle elezioni presidenziali americane. Musk è in buona compagnia, a Milwaukee i rappresentanti delle Big Tech sono in fila.

Gente come Marc Andreessen e Ben Horowitz, venture capitalist che hanno fatto la fortuna di aziende come Facebook o Airbnb, mette per iscritto il perché della scelta: sono contrari alla regolamentazione delle criptovalute e alle politiche bancarie di Biden, entusiasti delle promesse dal candidato Maga. Il loro è un sostegno programmatico. Proprio in quei giorni prende forma Project 2025, un documento di 922 pagine stilato dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore, in cui si prevedono non solo lo smantellamento sistematico della burocrazia federale e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del presidente, ma si recepiscono molte delle proposte care alla tecno oligarchia, dalla deregolamentazione dell’intelligenza artificiale alla riduzione dei poteri della Federal Trade Commission, l’antitrust statunitense. Uno degli architetti di Project 2025 è Russell Vought. Tra i primi atti di Trump (appena sedici giorni dopo l’insediamento) ci sarà la sua nomina a capo dell’agenzia che gestisce il bilancio federale.

Lo smantellamento, in realtà, è già cominciato all’indomani della vittoria su Kamala Harris con l’annuncio della creazione del Department of Government Efficiency, acronimo Doge: non a caso il nome della criptovaluta preferita da Musk, che ne assume il comando. L’avventura di “consigliere del presidente” durerà pochi mesi e si rivelerà un fallimento, con evidenti violazioni costituzionali, ma il buon Elon tra un post su X e un saluto romano farà in tempo a costringere trecentomila dipendenti pubblici alle dimissioni, nonché ad accedere ai database che contengono informazioni riservate su decine di milioni di americani. Un enorme conflitto di interessi, visti i contratti governativi di cui beneficiano le sue aziende.

Un do ut des che raggiunge il suo picco, ma in atto da tempo: la distorsione del sistema di finanziamento della politica affonda le radici nella sentenza della Corte Suprema che nel 2010 liberalizza i versamenti attraverso comitati elettorali, da lì una sempre maggiore dipendenza dei candidati dai grandi finanziatori. I cinquanta maggiori donatori individuali nell’ultima corsa a Capitol Hill hanno contribuito per più di 1,8 miliardi di dollari, e guarda un po’, almeno ventitré erano tecnocrati e ras delle crypto. Risultato? Il meccanismo di ritorno sull’investimento è visibile: Musk ottiene il Doge e la nomina di un “amico” della sua SpaceX alla Nasa; Thiel i contratti militari per Palantir; le piattaforme di criptovalute un allentamento dei controlli; le Big Tech che nel 2020 avevano sostenuto Biden la promessa di archiviazione dei procedimenti antitrust.

La sovrapposizione di ruoli, le governance opache, la saldatura tra antica ed emergente classe di tecno miliardari trovano ora terreno di coltura nella dirompenza dell’intelligenza artificiale. Nessun settore è più rilevante per il futuro della democrazia, in nessun altro la concentrazione del potere nelle mani di pochi privati è più avanzata e, al tempo stesso, nessun altro richiederebbe una regolamentazione superpartes, guardrail etici, mentre gli stessi suoi inventori mettono in guardia dalle evoluzioni future, soprattutto in campo militare. Eppure quello stesso 20 gennaio, appena insediato, Trump firma un ordine esecutivo col quale revoca le linee guida che imponevano di notificare al governo lo sviluppo di sistemi potenzialmente pericolosi, dopo aver nominato David Sacks suo consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Tabula rasa. La delega di Sacks, anche lui sudafricano, ex PayPal, amico di Musk e socio di Thiel, è tanto ampia da meritargli il nomignolo di “zar dell’IA”. «Trump – ha scritto Giuliano da Empoli in “L’ora dei predatori” – ha affidato pezzi interi della sua amministrazione ai più sfrenati accelerazionisti della Silicon Valley. Sotto la loro guida, il mondo si sta trasformando in un mosaico di territori in corsa verso un futuro postumano, senza la minima barriera di sicurezza». Una bestia vorace, quella dell’IA, che ha bisogno di essere nutrita da un’enorme quantità di denaro. OpenAI nel solo 2026 punta a finanziamenti per 100-110 miliardi di dollari; il concorrente Anthropic stima cifre simili, e poi ci sono Google Deepmind, xAI… Disposti a tutto o quasi, come Ellison capace di licenziare ventimila dipendenti di Oracle con una semplice mail arrivata all’alba dello scorso 31 marzo («Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro»), in cerca di soldi per finanziare la costruzione di nuovi data center, e nonostante i conti aziendali migliori degli ultimi 15 anni.

Per quanto si provi a distillare purezza, è col Dio denaro che bisognerà venire a patti, senza nascondersi che quanto non faranno gli americani, potrebbe farlo la Cina. Così, se da una parte i soci di Anthropic donano alla no-profit GiveWell, dall’altra Thiel scrive «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili», giudica «mostruoso» il multiculturalismo e affida Palantir ad Alex Karp, uno che dice: «Siamo qui per rivoluzionare e rendere le istituzioni con cui lavoriamo le migliori al mondo, spaventare i nemici e, all’occorrenza, ucciderli»

È Trump a dare le carte e i miliardi ad assecondarlo, dunque, oppure il contrario? La domanda resta e fa la differenza tra l’autarchia competitiva teorizzata da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in “Come muoiono le democrazie” e un oligarchia tecnocratica. Nell’attesa di risposta, tocca alla società civile statunitense ricordare (con Amodei) che essere in disaccordo con chi comanda è la cosa più americana del mondo. Per ora.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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L’ortografia al tempo della sua riproducibilità tecnica

4 June 2026 at 13:30

Il settimanale tedesco Die Zeit apre con una domanda che non è proprio l’equivalente delle tette in copertina con cui hanno campato i settimanali italiani per decenni, ma per gli appassionati del genere forse è anche meglio: «L’ortografia è ancora importante?». Tra l’altro, se buttate un occhio all’immagine qui sopra, vi prego di notare la finezza del refuso nella testata sottolineato in rosso (io ovviamente ci ho messo ore ad accorgermene).

Ad ogni modo, il punto è questo: grazie all’intelligenza artificiale e ai correttori automatici, non è mai stato così facile scrivere senza fare errori. Dunque, perché dovremmo preoccuparci di studiare come scrivere correttamente? Si tratta ovviamente di una domanda retorica, cui seguono varie buone ragioni per non delegare anche questo compito alle macchine (o almeno non del tutto). Io però non riesco a non pensare al fatto che ogni volta che apro Netflix ci trovo una serie americana, «The Lincoln lawyer», il cui titolo in italiano – o meglio, in quello che vorrebbe essere italiano – recita così: «Avvocato di difesa». Il titolo. Su Netflix. Dove evidentemente, tra quelli che si occupano del mercato italiano, non c’è nessuno – un dirigente, uno scrittore, un correttore di bozze, un manovale, un facchino, un usciere, un parente o un amico di uno qualsiasi di questi qui – che abbia abbastanza dimestichezza con la nostra lingua da sapere che in italiano si dice «avvocato difensore» e non «avvocato di difesa» (sì, il fatto che il romanzo da cui è tratta la serie sia stato pubblicato in Italia con quel titolo vent’anni fa non è un’attenuante, per Netflix, semmai un’aggravante, per l’Italia; d’altra parte, se gli uffici del Quirinale funzionano come funzionano quando si occupano di questioni leggermente più delicate come il potere di grazia, posso io prendermela con chi decide i titoli delle serie tv?).

In realtà, non penso che un caso del genere si possa definire neanche un errore di ortografia, è evidente che qui non si tratta della correttezza della scrittura, che il problema è a monte, ma comunque, insomma, forse in Italia con l’intelligenza artificiale dovremmo essere un po’ meno schizzinosi dei tedeschi.

P.S. Volendo inserire il link all’articolo, che avevo letto sull’ipad in pdf, ho messo il titolo su google – Ist Rechtschreibung noch wichtig? – e come capita ormai sempre più spesso alla domanda ha risposto direttamente l’intelligenza artificiale: «Sì, l’ortografia è ancora fondamentale. Garantisce chiarezza, professionalità e rispetto nella comunicazione. Anche nell’era della correzione automatica e dell’intelligenza artificiale, testi corretti rimangono importanti per evitare malintesi e per lasciare una buona impressione sul lettore». Decida dunque il lettore se la risposta conferma o smentisce la tesi di cui sopra.

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Il periodo in cui Steve Jobs non sapeva più cosa fare

4 June 2026 at 03:45

«Hai presente quando ti tirano un pugno nello stomaco e resti completamente senza fiato?», raccontò Steve a Newsweek nel 1985. «Devi rilassarti per ricominciare a respirare. È così che mi sono sentito per tutta l’estate.» Per tutta l’estate del 1985 Steve aveva cercato di rilassarsi e respirare. Erano sparite le frenetiche riunioni sui prodotti, le scadenze incessanti e le folle adoranti che fino ad allora erano state la sua vita. Riempiva il tempo con letture, lunghe passeggiate nei boschi e viaggi.

A giugno andò in Italia con la fidanzata, Tina Redse, consulente informatica dallo spirito idealista e un po’ hippy, per esplorare le maestose chiese e i dolci vigneti della Toscana. Traeva ispirazione da tutto ciò che vedeva, persino dai marciapiedi di Firenze rivestiti in pietra serena, un’arenaria locale dalle sfumature grigio-azzurre (in seguito la userà come pavimentazione negli Apple Store).

Poi fu la volta di Parigi. Si chiedeva se non fosse giunto il momento di usare le ingenti fortune accumulate per condurre una vita tranquilla da espatriato americano: leggere letteratura nei caffè e studiare i grandi maestri nei musei. A Tina piaceva l’idea di ritirarsi insieme a lui e stabilirsi lì.

[…] Ma Steve non riusciva a stare lontano dal lavoro a lungo. Voleva continuare a costruire e a creare. All’inizio del luglio 1985 visitò l’Unione Sovietica, dove incontrò funzionari del Partito comunista per parlare della possibile apertura di una fabbrica di Macintosh.

Due giorni dopo Steve abbandonò il suo futuro europeo e tornò in California, meditando di entrare in politica – gli piaceva l’idea di diventare una figura storica leggendaria come John F. Kennedy o Ronald Reagan. Parlò perfino con due consulenti politici, Pat Caddell e Scott Miller, della possibilità di candidarsi al Senato.

Ma aveva un problema: non sapeva se candidarsi nelle file dei democratici o dei repubblicani. Non si era mai nemmeno registrato per andare a votare. Alla fine rinunciò. «Ho ancora troppi capelli per la politica», disse.

[…] Nella sua quiete, Steve stava avviando un processo di riflessione più strutturato per decidere i suoi prossimi passi. Cominciò a elencare punto per punto i suoi progetti preferiti durante gli ultimi dieci anni in Apple. Emergeva una tendenza molto evidente: era attratto dalle iniziative legate all’istruzione. Aiutare scuole e studenti lo riportava in contatto con la sua gioventù felice. Un ricordo spiccava su tutti: l’Apple University Consortium. Avviato prima dell’uscita del Mac, il Consortium era stato un piano per assicurarsi l’acquisto in grandi quantità di Macintosh da parte delle università a prezzi scontati, incoraggiando al tempo stesso i professori a sviluppare la libreria di software di cui Apple aveva bisogno. Il programma era nato da un’idea di Dan’l Lewin, raffinato e brillante esperto di vendite dall’eloquio sicuro e dal volto angelico. […] Nei suoi viaggi si sentiva ripetere sempre la stessa richiesta: i professori vogliono macchine 3M. Il termine 3M indicava postazioni di lavoro con un megabyte di memoria, un display da un milione di pixel e una potenza di calcolo sufficiente a eseguire un milione di istruzioni al secondo.

[…] Steve decise di fondare una nuova azienda dedita alla creazione di un computer 3M. […] Aveva bisogno di una squadra di prim’ordine per costruire la macchina che i ricercatori desideravano davvero. Cominciò così a contattare i colleghi Apple di cui si fidava di più. Convincerli non sarebbe stato facile – Apple, nonostante le difficoltà, restava un marchio di successo. Steve, di contro, era sul punto più basso della sua carriera. Puntare su di lui e sulla sua visione era rischioso. Restare in Apple presentava però anche degli svantaggi. Come Dan’l, molti dipendenti di Apple trovavano indigeste sia la leadership rigida di John sia la tracotanza di Jean-Louis. Sentivano la mancanza della visione di Steve, della sua passione per la tecnologia e del suo stile. Alcuni arrivarono a indossare in ufficio magliette con la scritta «Vogliamo indietro Jobs».

Steve presentò l’idea di fondare una nuova azienda prima di tutti a Rich, chiedendogli di entrare nella startup – ancora senza nome – come vicepresidente dell’ingegneria hardware digitale. Rich, ancora esasperato da Jean-Louis, accettò.

Susan Barnes era un altro obiettivo chiave. La sua competenza finanziaria era indispensabile per raccogliere fondi per la nuova azienda. MBA a Wharton, assunta inizialmente come responsabile della contabilità generale di Apple, era stata promossa a controller della divisione Macintosh, dove era una delle quattro persone che rispondevano direttamente a Steve. […] Bud Tribble, compagno di Susan, era entrato in Apple nel 1981 mentre studiava medicina e conduceva ricerche sui disturbi neurologici nell’ambito di un programma MD/PhD congiunto presso la Washington University. Aveva imparato l’informatica da alcune delle menti più brillanti dell’epoca nel ramo del software e decise di abbandonare un futuro stabile nella medicina per entrare in Apple, dove aveva contribuito a progettare l’interfaccia utente del Mac. Bud apprezzava Steve. Ammirava la sua capacità di portare l’arte nella tecnologia. Insoddisfatti della direzione presa da Apple sotto John, Bud e Susan decisero di partecipare insieme alla nuova impresa di Steve.

George Crow, l’ingegnere analogico che aveva progettato il sistema video e l’alimentazione del Mac, non aspettò neanche la chiamata di Steve. […] Il martedì dopo il fine settimana del Labor Day il telefono di Dan’l squillò mentre era sotto la doccia. Era Steve che gli chiedeva di incontrarlo quella sera a casa sua, a Woodside, per fare una passeggiata. Camminando fianco a fianco, Steve gli espose la sua visione: una nuova azienda informatica incentrata sulle università, il mercato che Dan’l conosceva meglio di chiunque altro. 

[…] Steve telefonò a tutti per dare la notizia che rendeva reale la loro congiura: si sarebbe dimesso da Apple la settimana successiva, giovedì 12 settembre. Proponeva che i cinque cofondatori facessero altrettanto il giorno dopo, come raccomandato dallo stesso consulente legale esterno di Apple, Larry Sonsini, che consigliava Steve sul modo più giusto di gestire le dimissioni. «Apple non sarebbe stata una concorrente diretta, non necessariamente», racconterà in seguito Larry per spiegare perché avesse deciso di aiutare Steve. Se erano ancora dell’idea di portare avanti il piano, si sarebbero incontrati tutti a casa di Steve la sera successiva alle sue dimissioni.

Dan’l, Susan, Bud, Rich e George capivano di aver architettato un ammutinamento. Non potevano più tirarsi indietro. Se avevano preso la decisione sbagliata, le loro carriere e le loro vite avrebbero potuto uscirne stravolte.

Tratto da “Steve Jobs. L’esilio – La storia mai raccontata di NeXT e la rinascita di un visionario americano”, di Geoffrey Cain, Egea, 376 pagine, 25,56 euro,

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

3 June 2026 at 06:06

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

2 June 2026 at 03:45

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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La scelta europea tra IA open source e sovranità *

26 May 2026 at 09:25

Usa, Cina ed Europa hanno approcci diversi all’IA e al finanziamento del suo sviluppo. Per l’Unione europea è però arrivato il momento di decidere se la dipendenza tecnologica dai modelli americani è un fatto da gestire o un problema da affrontare.

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