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La storia di Fiorina dimostra che le “donne Stem” esistono da oltre un secolo

9 June 2026 at 03:45

Questa è un’intervista impossibile. Eppure è, forse più di qualsiasi altra, un’intervista potente. Lo è perché la protagonista è una donna che ha dimostrato una forza e un intuito non comuni. Lo è perché i suoi insegnamenti sono riusciti a superare ogni barriera, anche quella del tempo. È una storia che pur abbracciando due secoli diversi, riesce a rimanere sempre giovane. […]

Per Fiorina quella dell’ostetricia non era solo una professione medica, era una missione, una vocazione, un modo per mettere in pratica la virtù cristiana della “carità”. Si racconta che nei giorni del battesimo dei bambini che aiutava a nascere, Fiorina prestasse ai giovani papà, spesso umili lavoratori della terra nelle cascine, la giacca e il cappello che lei rubava a suo marito: era importante che i papà fossero in ordine! 

E così, quando entrava nelle case, tra doglie e contrazioni, non arrivava mai a mani vuote, ma con teli e lenzuola pulite, con carne e verdure lesse. Anche questo era un modo, per lei, per esercitare l’arte della cura. Dal 1910 diventò per tutti la “siùra” Fiorina: per le mamme che si affidavano a lei e per i bambini che esclamavano, a distanza di anni e con vivo affetto, «Mi ha fatto nascere lei!».

Al lavoro sanitario, inoltre, aggiungeva quello per la famiglia e per le attività commerciali, come l’aiuto nella trattoria del marito Giuseppe Barbaglio a Onzato. Era una donna forte, rispettosa, capace di ascolto: una dote anche allora rara. Fiorina non ha mai smesso, anche “da grande”, di rappresentare per il paese e per la sua famiglia un punto di riferimento sicuro. Anche mio padre guardava a lei come a un faro: amava sedersi accanto a lei in poltrona e aprirsi ai suoi racconti. Fiorina, divenuta cieca con l’età, accoglieva e ascoltava, con dolcezza e intelligenza, quel nipote dalle fossette sorridenti.

Ho sempre pensato che fosse lei il mio modello di riferimento. Il mio esempio di donna potente che guida con umiltà. Una donna pronta a esplorare, ad andare controcorrente. Un modello di “donna STEM”, in un’epoca in cui essere donna ed essere al contempo una professionista in una disciplina medico-sanitaria, non era così banale. 

Non solo: a quei tempi, il mestiere dell’ostetrica era esposto a continui rischi e a numerose difficoltà. La sopravvivenza al parto delle mamme e dei piccoli era tutt’altro che scontata. Ciò significava essere pronte ad avere fiducia nel futuro, ogni giorno. Forse, è proprio a questi modelli che dovremmo ritornare. Soprattutto oggi, consapevoli come siamo dell’urgenza di avvicinare molte più giovani donne alle scienze e alle tecnologie. E farlo unendo competenza e umiltà, grazia e intelligenza, umanità e tenacia. Ingredienti indispensabili per poter esercitare professioni tanto importanti.

Rileggendo le interviste alle donne di questo libro, è facile accorgersi di come i valori che incarnava la mia bisnonna non siano poi tanto diversi da quelli citati dalle intervistate: generosità, energia, resilienza, ambizione, tenacia, apertura al cambiamento, fiducia, ricerca di senso. Sono i valori che hanno sempre guidato le donne nell’esercitare le loro leadership. Sono le doti che ogni donna ha coltivato per raggiungere, in modo nuovo, quel soffitto di cristallo e romperlo, con la forza dell’acciaio, con la bellezza dell’essere donna. 

Così, non potevo non dedicare quest’ultimo capitolo a Fiorina, la mia bisnonna. Con l’intento di affidare a lei il vento della storia, dello scorrere del tempo e di quelle misteriose radici chiamate vita. Con il desiderio che la sua testimonianza, insieme alle voci femminili proposte, arrivi ai miei figli, alle mie nipoti, e a tutte quelle ragazze che stanno studiando per diventare scienziate, politiche, imprenditrici. Affinché possano realizzare la versione inedita e migliore di loro stesse. Perché il mondo ha bisogno di ognuna di loro, oggi più che mai.

Tratto da “Soffitti di cristallo, radici d’acciaio. Nove storie sulla forza e il coraggio delle donne nell’impresa e nella società”, di Francesca Morandi con Silvia Pagliuca, Gruppo Sole24Ore, pp.127-131, 16,90

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Il peccato d’origine della seconda (fase della) Repubblica 

8 June 2026 at 05:45

Con la caduta del Muro di Berlino erano venute meno le ragioni delle due anomalie contrapposte che avevano caratterizzato il sistema politico italiano fino ad allora, cioè il “fattore K” con la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente e l’unità politica dei cattolici nella Dc. Con i referendum elettorali per il sistema uninominale maggioritario, vi sarebbero state le condizioni per cercare di riformare quel sistema politico-istituzionale (in crisi da oltre dieci anni) in direzione di un bipolarismo di tipo europeo: un partito liberale/conservatore/popolare di qua e un partito socialdemocratico/ riformista/laburista di là, che finalmente avrebbero potuto legittimarsi reciprocamente. L’operazione politica “Mani pulite” impedì il perseguimento di questo obiettivo, consegnandoci di fatto un bipolarismo basato su altre due anomalie: da una parte, gli eredi del Pci che perseguendo la “via giudiziaria” non fecero i conti con la propria storia e quindi con il riformismo; dall’altra, Berlusconi che dette rappresentanza politica alla maggioranza degli italiani che ne era rimasta priva (riuscendo abilmente a coniugare il vento dell’antipolitica e la retorica del “nuovo” e della “società civile” con le istanze e i valori del vecchio pentapartito), ma portò con sé il suo enorme conflitto di interessi. Ne scaturì un bipolarismo di tipo muscolare tra antiberlusconiani e anticomunisti, frutto di coalizioni ampie ma disomogenee, costruite più per vincere che per governare; i due schieramenti non si legittimarono reciprocamente e non furono capaci di realizzare una riforma costituzionale condivisa che portasse a compimento la transizione verso la “democrazia maggioritaria” avviata dai referendum elettorali. Non poteva certo essere sufficiente la sola riforma elettorale, oltretutto gravata da limiti e contraddizioni, come vedremo analizzando il cosiddetto Mattarellum. Non solo: quel sistema prevalentemente maggioritario prevedeva la formazione delle coalizioni prima del voto e, di fatto, anche l’indicazione preventiva dei candidati premier, così da rendere gli elettori “arbitri della scelta dei governi” (secondo l’espressione di Roberto Ruffilli), ma fu subito contraddetto dalla cosiddetta “dottrina Scalfaro” che consentì di “ribaltare” i governi Berlusconi e Prodi (…). 

Un bipolarismo che non a caso è poi imploso, in particolare a seguito della crisi finanziaria e del debito sovrano nell’Area Euro, anche a causa dello spreco del “dividendo” dell’Euro da parte dell’Italia (cioè lo spreco del risparmio prodotto dalla caduta dei tassi di interesse sul debito pubblico conseguente all’introduzione della moneta europea); quel dividendo fu infatti utilizzato per finanziare maggiori spese anziché per ridurre l’indebitamento e rendere sostenibile il debito pubblico, con la conseguente esposizione dell’Italia a shock finanziari, come quello che nel 2011 portò lo spread sopra i 570 punti. Questa situazione portò alla nascita del governo Monti, alla politica di austerity in piena recessione e al conseguente successo del M5S (Movimento 5 Stelle) nelle elezioni del 2013 e ancor più in quelle del 2018, dopo la vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi volta a superare il bicameralismo paritario e a riformare il Titolo V.

La democrazia italiana rimane pertanto caratterizzata dalla particolare debolezza sia del sistema politico sia del sistema istituzionale, diversamente dalle altre democrazie europee storicamente più forti per almeno uno di questi due aspetti (almeno fino alla crisi che recentemente le ha investite, di cui si dirà più specificamente a conclusione del presente volume).

Per tutto questo, oltre che ragioni culturali, in Italia le nuove fasi di radicalizzazione e polarizzazione politica si sono sviluppate in anticipo e con caratteristiche peculiari rispetto alle altre democrazie occidentali, facendo dell’Italia una sorta di laboratorio politico del populismo. 

Dopo quasi un decennio, il fenomeno populista si è relativamente depotenziato, messo alla prova dalla responsabilità governativa attraverso esecutivi di coalizione (anche se scaricando costi rilevanti sulla finanza pubblica), ma non è affatto scomparso e pervade ancora larghi tratti del nostro sistema politico e nessuno è in grado di assicurare che non si ripresenti, magari più forte di prima. La dinamica bipolare ha ripreso corso, anche se per le categorie della politica “classica” sarebbe problematico considerare come “coalizione” un insieme di forze politiche che non hanno posizioni unitarie in tema di politica estera, difesa e collocazione internazionale dell’Italia. Anche per questo, ancora una volta, non è detto che ci si trovi di fronte a una novità stabile.

Questi rilievi d’ordine generale interagiscono poi con altre considerazione che pervengono dalla XIX legislatura, così come essa si è fin qui dipanata. Si è certamente verificata una inedita stabilità politica dell’esecutivo, apprezzata addirittura in contesti come la Francia che, su questo terreno, hanno da sempre impartito lezioni all’Italia. Non è dato sapere, però, se tale fase potrà proiettarsi nel più lungo periodo. Tutti i governi europei, infatti, si sono dovuti confrontare con una situazione internazionale inedita, caratterizzata da fenomeni di relativa “deglobalizzazione” che in ambito economico è stata emblematizzata dai dazi e in quello geopolitico dalla rottura del tradizionale asse transatlantico. Le difficoltà sono state ancor più accresciute per la grande volatilità delle posizioni del Presidente statunitense. Ed esse stanno investendo con forza ancora maggiore i governi che gli sono ideologicamente più vicini, come quello italiano, che in alcuni momenti si sono avvantaggiati della possibilità di svolgere un ruolo di ponte tra Stati Uniti d’America ed Europa. Quel vantaggio, però, sembra ora cambiare di segno. Per fare da ponte, infatti, è necessario avere comunque rapporti e contiguità con Trump. E questo, le opinioni pubbliche europee, sembrano gradirlo sempre meno. Si tratta di processi che non potranno fare a meno di “scaricarsi” anche sulla composizione e sulla consistenza degli schieramenti. Anche perché, con il mondo in subbuglio, non si possono affatto escludere nuovi tsunami che rialimentino il populismo. 

Infine, un’ultima considerazione proviene proprio dall’esito del referendum sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale da poco celebrato. Esso ha tarpato le ali alla spinta innovatrice che il governo in carica intendeva imprimere. La circostanza, qualunque idea si abbia della riforma bocciata, per la maggioranza è un problema politico di non poco conto. Lo è però anche, paradossalmente, per lo schieramento che vorrebbe presto sostituirla alla guida del Paese. Esso infatti, sull’onda del successo, rischia d’assumere in materia d’istituzioni un atteggiamento di rigido conservatorismo. Può servire nel breve periodo e persino facilitare qualche successo parziale. Per quanto detto nell’introduzione di questo libro, però, si può escludere che tale posizione possa reggere a lungo, perché la forza dei cambiamenti epocali in atto impone in ogni caso di riconsiderare gli assetti istituzionali sia a livello nazionale che sovranazionale.

Tratto da “Storia di una riforma mai nata”, di Peppino Calderisi, Rubbettino Editore, 296 pagine, 24 euro

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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso

5 June 2026 at 03:45

La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore. 

Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico. 

Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto. 

In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza. 

Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo. 

Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»

«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».

Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.

Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

La tigre nel giardino, Cover

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine

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Il periodo in cui Steve Jobs non sapeva più cosa fare

4 June 2026 at 03:45

«Hai presente quando ti tirano un pugno nello stomaco e resti completamente senza fiato?», raccontò Steve a Newsweek nel 1985. «Devi rilassarti per ricominciare a respirare. È così che mi sono sentito per tutta l’estate.» Per tutta l’estate del 1985 Steve aveva cercato di rilassarsi e respirare. Erano sparite le frenetiche riunioni sui prodotti, le scadenze incessanti e le folle adoranti che fino ad allora erano state la sua vita. Riempiva il tempo con letture, lunghe passeggiate nei boschi e viaggi.

A giugno andò in Italia con la fidanzata, Tina Redse, consulente informatica dallo spirito idealista e un po’ hippy, per esplorare le maestose chiese e i dolci vigneti della Toscana. Traeva ispirazione da tutto ciò che vedeva, persino dai marciapiedi di Firenze rivestiti in pietra serena, un’arenaria locale dalle sfumature grigio-azzurre (in seguito la userà come pavimentazione negli Apple Store).

Poi fu la volta di Parigi. Si chiedeva se non fosse giunto il momento di usare le ingenti fortune accumulate per condurre una vita tranquilla da espatriato americano: leggere letteratura nei caffè e studiare i grandi maestri nei musei. A Tina piaceva l’idea di ritirarsi insieme a lui e stabilirsi lì.

[…] Ma Steve non riusciva a stare lontano dal lavoro a lungo. Voleva continuare a costruire e a creare. All’inizio del luglio 1985 visitò l’Unione Sovietica, dove incontrò funzionari del Partito comunista per parlare della possibile apertura di una fabbrica di Macintosh.

Due giorni dopo Steve abbandonò il suo futuro europeo e tornò in California, meditando di entrare in politica – gli piaceva l’idea di diventare una figura storica leggendaria come John F. Kennedy o Ronald Reagan. Parlò perfino con due consulenti politici, Pat Caddell e Scott Miller, della possibilità di candidarsi al Senato.

Ma aveva un problema: non sapeva se candidarsi nelle file dei democratici o dei repubblicani. Non si era mai nemmeno registrato per andare a votare. Alla fine rinunciò. «Ho ancora troppi capelli per la politica», disse.

[…] Nella sua quiete, Steve stava avviando un processo di riflessione più strutturato per decidere i suoi prossimi passi. Cominciò a elencare punto per punto i suoi progetti preferiti durante gli ultimi dieci anni in Apple. Emergeva una tendenza molto evidente: era attratto dalle iniziative legate all’istruzione. Aiutare scuole e studenti lo riportava in contatto con la sua gioventù felice. Un ricordo spiccava su tutti: l’Apple University Consortium. Avviato prima dell’uscita del Mac, il Consortium era stato un piano per assicurarsi l’acquisto in grandi quantità di Macintosh da parte delle università a prezzi scontati, incoraggiando al tempo stesso i professori a sviluppare la libreria di software di cui Apple aveva bisogno. Il programma era nato da un’idea di Dan’l Lewin, raffinato e brillante esperto di vendite dall’eloquio sicuro e dal volto angelico. […] Nei suoi viaggi si sentiva ripetere sempre la stessa richiesta: i professori vogliono macchine 3M. Il termine 3M indicava postazioni di lavoro con un megabyte di memoria, un display da un milione di pixel e una potenza di calcolo sufficiente a eseguire un milione di istruzioni al secondo.

[…] Steve decise di fondare una nuova azienda dedita alla creazione di un computer 3M. […] Aveva bisogno di una squadra di prim’ordine per costruire la macchina che i ricercatori desideravano davvero. Cominciò così a contattare i colleghi Apple di cui si fidava di più. Convincerli non sarebbe stato facile – Apple, nonostante le difficoltà, restava un marchio di successo. Steve, di contro, era sul punto più basso della sua carriera. Puntare su di lui e sulla sua visione era rischioso. Restare in Apple presentava però anche degli svantaggi. Come Dan’l, molti dipendenti di Apple trovavano indigeste sia la leadership rigida di John sia la tracotanza di Jean-Louis. Sentivano la mancanza della visione di Steve, della sua passione per la tecnologia e del suo stile. Alcuni arrivarono a indossare in ufficio magliette con la scritta «Vogliamo indietro Jobs».

Steve presentò l’idea di fondare una nuova azienda prima di tutti a Rich, chiedendogli di entrare nella startup – ancora senza nome – come vicepresidente dell’ingegneria hardware digitale. Rich, ancora esasperato da Jean-Louis, accettò.

Susan Barnes era un altro obiettivo chiave. La sua competenza finanziaria era indispensabile per raccogliere fondi per la nuova azienda. MBA a Wharton, assunta inizialmente come responsabile della contabilità generale di Apple, era stata promossa a controller della divisione Macintosh, dove era una delle quattro persone che rispondevano direttamente a Steve. […] Bud Tribble, compagno di Susan, era entrato in Apple nel 1981 mentre studiava medicina e conduceva ricerche sui disturbi neurologici nell’ambito di un programma MD/PhD congiunto presso la Washington University. Aveva imparato l’informatica da alcune delle menti più brillanti dell’epoca nel ramo del software e decise di abbandonare un futuro stabile nella medicina per entrare in Apple, dove aveva contribuito a progettare l’interfaccia utente del Mac. Bud apprezzava Steve. Ammirava la sua capacità di portare l’arte nella tecnologia. Insoddisfatti della direzione presa da Apple sotto John, Bud e Susan decisero di partecipare insieme alla nuova impresa di Steve.

George Crow, l’ingegnere analogico che aveva progettato il sistema video e l’alimentazione del Mac, non aspettò neanche la chiamata di Steve. […] Il martedì dopo il fine settimana del Labor Day il telefono di Dan’l squillò mentre era sotto la doccia. Era Steve che gli chiedeva di incontrarlo quella sera a casa sua, a Woodside, per fare una passeggiata. Camminando fianco a fianco, Steve gli espose la sua visione: una nuova azienda informatica incentrata sulle università, il mercato che Dan’l conosceva meglio di chiunque altro. 

[…] Steve telefonò a tutti per dare la notizia che rendeva reale la loro congiura: si sarebbe dimesso da Apple la settimana successiva, giovedì 12 settembre. Proponeva che i cinque cofondatori facessero altrettanto il giorno dopo, come raccomandato dallo stesso consulente legale esterno di Apple, Larry Sonsini, che consigliava Steve sul modo più giusto di gestire le dimissioni. «Apple non sarebbe stata una concorrente diretta, non necessariamente», racconterà in seguito Larry per spiegare perché avesse deciso di aiutare Steve. Se erano ancora dell’idea di portare avanti il piano, si sarebbero incontrati tutti a casa di Steve la sera successiva alle sue dimissioni.

Dan’l, Susan, Bud, Rich e George capivano di aver architettato un ammutinamento. Non potevano più tirarsi indietro. Se avevano preso la decisione sbagliata, le loro carriere e le loro vite avrebbero potuto uscirne stravolte.

Tratto da “Steve Jobs. L’esilio – La storia mai raccontata di NeXT e la rinascita di un visionario americano”, di Geoffrey Cain, Egea, 376 pagine, 25,56 euro,

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