Normal view

Crosetto: “L’Anthropic l’abbiamo chiamata noi. L’intelligenza artificiale in due anni cambierà tutto”

9 June 2026 at 14:59

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso dell’audizione congiunta con il ministro degli Esteri Tajani in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio e Palazzo Madama ha detto che “con gli ultimi satelliti lanciati e con la quantità di lanci in corso il divario costruito da Musk rispetto al resto del mondo aumenta. Oggi non c’è nessuno in Europa, neppure mettendo insieme tutti i paesi, che sia minimamente in grado, nei prossimi dieci anni, di raggiungere qualcosa che assomigli a quello che Musk è in grado di fare oggi.

La Cina come possibile alternativa? “Sì, i cinesi probabilmente sono l’alternativa, ma come lanci anche loro sono a un decimo rispetto a quelli che riesce a fare Musk oggi”.

L'articolo Crosetto: “L’Anthropic l’abbiamo chiamata noi. L’intelligenza artificiale in due anni cambierà tutto” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Per Mentana La7 è la ‘Tele anti Meloni’: che male c’è? Ora non si tiri fuori la storiella del pluralismo

9 June 2026 at 13:32

Ha destato scalpore e la solita prevedibile serie di commenti una recente presa di posizione di Enrico Mentana riguardo alla linea politica della rete televisiva in cui lavora ricoprendo incarichi di vertice. Tutto è cominciato sotto i miei occhi, a Tv talk. Si parlava con vari ospiti delle tendenze dell’informazione televisiva quando Mentana ha espresso una sua visione delle cose che ha provocato una certa sorpresa: se nel panorama televisivo italiano esiste una teleMeloni, bisogna riconoscere che in queste stagioni La7 ha svolto il ruolo di TeleantiMeloni.

Ovviamente la lettura è stata subito ripresa, sottolineata e diffusa dagli ambienti filogovernativi che hanno visto nelle parole di Mentana l’occasione per smentire tutte le polemiche sul telemelonismo. Ma la storia non si è esaurita perché pochi giorni dopo, negli incontri previsti annualmente a Dogliani, è toccato proprio a Mia Ceran, già protagonista del primo confronto, il compito di intervistare il direttore del TgLa7. E la questione ovviamente è riemersa, con Mentana che ha avuto tempo e modo di chiarire la sua posizione e di approfondire la sua analisi, osservando come l’antitelemelonismo di La7 si manifesti per esempio nella presenza prevalente, nei numerosi talk della rete, di ospiti dichiaratamente appartenenti all’area dell’opposizione al governo di destra.

Tutto ciò è molto evidente, direi inconfutabile, ma mi permetto di avanzare due obiezioni, la prima è un dettaglio, la seconda invece è radicale. La prima: forse sarebbe utile notare anche le sfumature dell’antimelonismo che si annida nei programmi di La7, osservare con che motivazioni e con che toni si manifesta, verificare come la critica al governo sia accompagnata in alcuni programmi da una critica non meno dura al lavoro dell’opposizione. A me personalmente piacerebbe sapere quali sono i motivi dell’avversione di Lilli Gruber nei confronti di Elly Schlein e della sua politica, apparsa in tutta evidenza nella lettura catastrofistica dei risultati del primo turno di amministrative.

Ma lasciamo da parte questi dettagli e consentitemi una domanda radicale: e se anche fosse? Se anche fosse vero, come sostanzialmente è, che La7 è profondamente, decisamente antimeloniana, antigovernativa, sempre critica nei confronti degli esponenti della maggioranza, dei loro atteggiamenti e delle loro posizioni, ebbene: che male ci sarebbe? Che male c’è se una rete privata, sia chiaro privata, che anche in considerazioni di scelte dettate dal marketing e dall’analisi del suo potenziale pubblico (qui nessuno è ingenuo) sceglie una linea così netta portandola avanti (sia chiaro anche questo) senza falsificazioni della realtà ma grazie a una sua lettura della realtà?

Spero che nessuno tiri fuori a questo punto la storiella del pluralismo, perché con cinque reti (e mezzo, visto il destino di Rai3) smaccatamente appiattite sul governo credo non sia proprio il caso. A meno che non si voglia pensare che tutte quelle reti nei loro programmi di informazione siano un esempio di obiettività tenendo ben separati i fatti dalle opinioni (ahahah…) mentre La7 è di parte, faziosa, ideologica ecc. Ma questo sono certo che non lo pensa neppure Mentana.

L'articolo Per Mentana La7 è la ‘Tele anti Meloni’: che male c’è? Ora non si tiri fuori la storiella del pluralismo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caso Minetti, Gratteri a La7: “Se dico quello che penso, domani mi aprono un procedimento disciplinare”

9 June 2026 at 07:56

“La grazia concessa a Nicole Minetti e la mancata convocazione della massaggiatrice Graciela Torres da parte della Procura generale di Milano? Se mi pronuncio, domani mattina alle 8 e 30 mi aprono un procedimento disciplinare. Voglio ancora fare il procuratore di Napoli perché mi piace”. Così a Otto e mezzo (La7) il magistrato Nicola Gratteri, risponde a Lilli Gruber sulla grazia concessa dal Quirinale a Nicole Minetti e sulla scelta della Procura generale di Milano di non sentire la testimonianza della massaggiatrice uruguayana Graciela Torres, spiegando i limiti che gli impone lo status di magistrato in servizio. Sul tema specifico della grazia, il procuratore capo di Napoli mantiene la stessa linea: “Non posso dire nulla anche perché ho letto proprio oggi che stanno facendo altre indagini e altri approfondimenti”. E precisa che solo da pensionato, tra due anni al compimento dei 70, si concederebbe il lusso di un’opinione personale.

La conversazione si sposta poi sulle dichiarazioni di Marina Berlusconi. Dopo l’archiviazione disposta dal Tribunale di Firenze sulle indagini riguardanti Marcello Dell’Utri come possibile mandante occulto delle stragi del 1993, la presidente di Fininvest ha definito la giustizia “un’emergenza del Paese”, citando il fatto che si tratterebbe della sesta volta in cui procedimenti a carico di esponenti vicini a Silvio Berlusconi non arrivano a sentenza definitiva. Gratteri riconosce l’esistenza di un’emergenza, ma la colloca su un piano diverso. Non è l’archiviazione di Firenze a crearla, ma l’assenza di riforme strutturali da parte della politica: “Il governo e il Parlamento non hanno fatto le riforme che servivano a velocizzare i processi e si potevano fare senza abbassare il livello di garanzia dell’indagato e dell’imputato”.

Il magistrato ricorda che l’emergenza nasce dalla lentezza cronica del sistema, non dalle singole decisioni giudiziarie. Quanto alle critiche di Marina Berlusconi sul ripetersi di archiviazioni, Gratteri sottolinea un principio cardine del nostro ordinamento: l’obbligatorietà dell’azione penale. E spiega: “Se domani mattina arrivano elementi nuovi su Dell’Utri, il pm può chiedere al gip la riapertura dello stesso fascicolo sul quale due, tre, quattro mesi fa lo stesso pm ha chiesto l’archiviazione. Questo è il codice di procedura penale. Se non vi piace, modificatelo. Avete fatto tante di quelle modifiche… se questo vi scandalizza, modificatelo, ma è inutile che andate a protestare e a contestare”.

Il procuratore di Napoli conclude con un passaggio di forte preoccupazione su un altro fronte: la recente riforma della Corte dei Conti voluta dal governo Meloni, la cosiddetta “legge Foti”. Oggi un pubblico amministratore che cagiona un danno erariale di 100mila euro risponde solo per 30mila. “Mi spiegate qual è la ratio di questa norma? – denuncia Gratteri – È quella di dire a qualsiasi pubblico amministratore: fai quello che vuoi, tanto più del 30% non paghi”. Una norma che definisce di “gravità assoluta” e sulla quale, a suo avviso, l’opposizione tace.

L'articolo Caso Minetti, Gratteri a La7: “Se dico quello che penso, domani mi aprono un procedimento disciplinare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Salvini beffato su Mps minimizza: “Sull’offerta di Intesa non c’è una posizione della Lega”. Perché l’operazione mette d’accordo (quasi) tutti

8 June 2026 at 19:41

A caldo il ministero dell’Economia si è limitato a un laconico comunicato con cui ha preso “atto delle iniziative su Mps di cui è stato informato, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”. Matteo Salvini, invece, per una volta non commenta “scelte che competono al libero mercato”, spiegando che “non c’è una posizione né del partito né del governo”. Del resto, gradita o meno, l’offerta di Intesa SanPaolo sul Monte dei Paschi di Siena mette d’accordo quasi tutti. Giorgia Meloni e con lei – obtorto collo o meno – anche Giancarlo Giorgetti, appunto: se l’operazione andrà in porto, si dice, potranno dormire sonni tranquilli sulla sorte del risparmio degli italiani custodito dalle Generali, merce sempre preziosa, tanto più in tempi di guerra, che finirebbe nelle mani di un azionariato stabile, capitanato dalla banca di sistema per definizione. Pazienza se questo comporterà l’apertura di un nuovo fronte con Salvini, il quale proprio sulle banche era tornato a puntare i piedi in questi giorni, mentre da sempre sogna un futuro di gloria per il Banco Bpm che a suo tempo aveva raccolto i cocci della Credieuronord leghista e che oggi rischia di diventare una facile preda.

Il sogno si profilava ancora più glorioso nel caso di un matrimonio con Siena, la banca della finanza rossa affossata dalla politica e salvata dalla destra con i denari dei contribuenti. Che però, beffa del destino, se l’intervento di Intesa andrà in porto ritornerà da dove era venuta, nelle mani di un altro simbolo della finanza rossa, la Unipol di Carlo Cimbri, nome che tutto sommato mette d’accordo anche il Partito Democratico. Ma vagli a spiegare agli elettori di Salvini, della destra e pure del Pd che oggi Unipol a parte il simbolo forte dell’azionariato, ha ben poco di rosso e molto di salotto buono. Meglio fare buon viso a cattivo gioco e fare leva sull’italianità, che non a caso è stata in assoluto la parola più pronunciata all’indomani delle indiscrezioni, confermate, sulla mossa del numero uno di Intesa. Carlo Messina, come trapelato domenica, prima si mangerà tutto il boccone Montepaschi più Mediobanca, mettendo sul piatto 30,6 miliardi di euro tra azioni e contanti. Poi cederà al gruppo di Cimbri per massimi 3,5 miliardi quasi tutte le attività bancarie che non può possedere per motivi antitrust e terrà per sé esclusivamente Piazzetta Cuccia, inclusa la partecipazione più importante della compagnia di Trieste (“un investimento finanziario”) e tutti i titoli di Stato che sono nel portafoglio di Mps.

“Siamo convinti che chi ha la responsabilità di governare il Paese non possa che apprezzare l’operazione”, dice Cimbri precisando che “teniamo in considerazione tutto il governo non solo il ministero dell’Economia”. Il diretto interessato, invece, glissa quando gli chiedono delle reazioni del governo, ma si sofferma a lungo su quella che ritiene sia la valenza di sistema della sua operazione. “L’elemento qualificante di tutto questo – dice il numero uno della prima banca del Paese e deus ex machina del suo prossimo concorrente diretto – è che si crea la seconda banca italiana: con questa operazione, che consente a Unipol di acquisire la componente significativa Montepaschi fondendola con Bper, la dimensione della banca risultante diventa la seconda banca del nostro paese”. L’altro elemento qualificante, aggiunge, è che “parliamo di Intesa SanPaolo che mette in sicurezza” la filiera Mediobanca- Generali e complessivamente “si realizzano delle operazioni per cui il primo operatore già era l’unico operatore realmente italiano di dimensioni nel contesto del mercato italiano ed europeo, ma anche la seconda banca italiana è diventa una banca con un fortissimo azionariato italiano”. Ogni riferimento a Unicredit è puramente casuale. Ancora meno casuale è quello a Salvini quando Messina commenta le ultime tirate del leader della Lega sugli extra profitti bancari: “Una cosa dobbiamo dircela. Il debito pubblico italiano è finanziato principalmente dalle banche e dalle assicurazioni. Se si vuol fare la contabilità credo che non sia l’approccio migliore e non credo che sia corretto torna su questi temi ogni anno. Con questa operazione di Mps porteremo in Intesa anche tutti i titoli di Stato che sono in quella banca. E continueremo a sostenere il debito pubblico con la garanzia che lo sta facendo una realtà italiana”.

Non teme contromosse? Chi ha più soldi si faccia sotto, è la replica: “Questa è una operazione di mercato e non di potere. Se c’è qualcuno disposto a pagare un premio più alto allora amen. L’operazione deve creare valore per i nostri azionisti”. Già, gli azionisti. Secondo il banchiere i soci privati di Siena, leggi Caltagirone e Del Vecchio, considereranno la sua offerta “particolarmente attrattiva”. E se l’operazione andasse in porto “le nostre fondazioni azioniste scenderebbero al 16% mentre i soci privati Delfin e Caltagirone si aggirerebbero tra il 6-7%”. Tutti italiani, insomma. E poi, Del Vecchio permettendo, tutti insieme nelle Generali. Insieme a Unicredit.

L'articolo Salvini beffato su Mps minimizza: “Sull’offerta di Intesa non c’è una posizione della Lega”. Perché l’operazione mette d’accordo (quasi) tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mandare via questo governo è urgente, ma va sostituito con uno che sia realmente alternativo

8 June 2026 at 05:50

Nel giardino zoologico denominato convenzionalmente “governo Meloni” convivono varie specie animali, tutte fortemente nocive. Ci sono gli incapaci e incompetenti, tipo Nordio o Pichetto Fratin, che proprio per le loro ridotte attitudini e capacità appaiono forse i meno pericolosi, ma, anche per questo motivo, fanno a ben vedere danni non minori degli altri. Poi ci sono i lobbisti, che rappresentano categorie ben determinate e ne fanno prevalere gli interessi su quelli del popolo italiano (vedi Crosetto e l’ascendente imbattibile che i fabbricanti e commercianti di armi esercitano su di lui, o anche Salvini che però ha titoli più che validi e comprovati per appartenere anche alla prima categoria). Poi ci sono quelli più pericolosi e cioè i fascisti veri e propri.

Tra di loro voglio mettere innanzitutto Giorgia Meloni e Ignazio Benito La Russa, i quali entrambi hanno recentemente rivendicato con orgoglio la loro piena continuità ideologica e sentimentale col criminale antisemita (vero, non alla Gasparri/Delrio) e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante, che rappresenta a sua volta l’anello di congiunzione tra il fascismo del Ventennio, quello repubblichino e quello del Movimento Sociale Italiano, poi trasfuso in Alleanza Nazionale e quindi in Fratelli d’Italia.

Ma il problema, storicamente posto, non è solo di radici, quanto della funzione che il fascismo e i fascisti hanno sempre svolto e continuano a svolgere di carta di ricambio al servizio del sistema capitalistico per perpetuarne l’esistenza mediante strumenti in parte diversi da quelli del liberalismo classico e improntati all’uso dell’autoritarismo, del razzismo (ieri contro gli ebrei, oggi contro i migranti) e se necessario della violenza aperta.

In Italia siamo fortunatamente ben lontani da una qualche riedizione della Marcia su Roma, né penso ci arriveremo mai, anche perché sono presenti forti anticorpi politici, sociali e culturali come dimostrato da ultimo dall’esito, disastroso per Meloni & C., del recente referendum sulla giustizia.

Ciò tuttavia non ci esime dall’individuare e analizzare attentamente taluni aspetti del governo Meloni che presentano elementi evidenti di un tentativo di fascistizzazione delle istituzioni italiane. Mi soffermerò al riguardo su due personaggi che ritengo fortemente emblematici al riguardo e cioè il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara e quello degli Interni Piantedosi.

Il primo è noto per le sue crociate contro due libertà costituzionali fondamentali, e cioè quella di pensiero e quella di insegnamento e per tentare di soffocare ad ogni costo nella culla quella sacrosanta disposizione all’esercizio della critica che è una caratteristica, per fortuna naturale e insopprimibile, delle giovani generazioni, tanto più se condannate come le attuali a un triste futuro dalle classi dominanti. In questo senso Valditara si è reso tristemente famoso per il tentativo, ovviamente fallito, di bandire il genocidio palestinese dalle aule scolastiche e universitarie e per le misure disciplinari adottate nei confronti degli insegnanti che avessero l’ardire di invitare, ad esempio, una pericolosa fuorilegge come la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese.

Piantedosi, dal canto suo, già oscuro questurino burocrate al servizio di Salvini, ha legato il suo nome a un disegno di legge liberticida, impropriamente intitolato alla “sicurezza”, che si propone di impedire ogni conflitto sociale, che costituisce il sale della democrazia per chiunque non sia organicamente e profondamente fascista. Quello stesso conflitto sociale, per intenderci, che i caporali pakistani perfettamente inseriti nel sistema politico, padronale e mafioso italiano reprimono bruciando vivi i giovani braccianti che reclamano condizioni di lavoro più degne, com’è avvenuto recentemente ad Amendolara.

I due personaggi in questione sono, proprio per tali accennate e innegabili caratteristiche delle loro politiche, i principali fautori del neofascismo meloniano inteso come progetto di trasformazione in senso anticostituzionale della Repubblica italiana.

Il fatto che tale progetto sia stato temporaneamente sconfitto nel referendum dello scorso anno non esime ovviamente dal perseguire con ogni mezzo legittimo e necessario l’auspicabile cacciata del governo Meloni. A condizione però che tale cacciata non rappresenti l’occasione per reinsediare al vertice della Repubblica personaggi non troppo dissimili dai governanti attuali in termini di subalternità al capitale, agli Stati Uniti, alla Nato e all’Unione Europea nella sua accezione corrente, e quindi al riarmo, alla guerra, allo sfruttamento senza limiti della classe lavoratrice e alla svendita della ricchezza sociale.

Che si tratti di Calenda o di Renzi, di Gentiloni o di Draghi, di Picierno o di Guerini, infatti, la loro mera presenza non solo renderebbe arduo il rovesciamento di Meloni ma preparerebbe le condizioni per nuove vittorie delle destre in un futuro neanche troppo lontano. Quindi vanno banditi subito da ogni schieramento alternativo se vogliamo che sia effettivamente tale. Speriamo che Conte e soprattutto Schlein lo capiscano.

L'articolo Mandare via questo governo è urgente, ma va sostituito con uno che sia realmente alternativo proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale

7 June 2026 at 16:55

Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.

Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.

La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.

L'articolo “Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale proviene da Il Fatto Quotidiano.

Commissione Ue, deroghe al Patto anche l’energia: per l’Italia 14 miliardi. Giorgetti: “Soddisfatto, accolte nostre proposte”

3 June 2026 at 14:27

Possibili deroghe al Patto di stabilità europeo non solo per la Difesa ma anche per l’energia, sull’onda della crisi petrolifera innescata dalla guerra in Iran aperta da Usa e Israele. Lo ha annunciato il commissario Valdis Dombrovskis: “Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica. Consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico” con “un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell’arco dei 3 anni”. Per l’Italia si stimano tra 13 e 14 miliardi di euro.

Dombrovskis chiama l’Italia e Giorgetti esulta

Dombrovskis ha subito chiamato in causa l’Italia: “Considerato il forte interesse per questa soluzione di flessibilità fiscale, posso presumere che sarà interessata a utilizzarla”. E infatti è arrivato il commento entusiastico del ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, a stretto giro: “Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. “Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo – prosegue Giorgetti – il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana”.

La Commissione tuttavia non intende allargare troppo i cordoni della borsa: lo 0,3 per cento del Pil non si potrà utilizzare tutti e tre gli anni. Nel triennio si può arrivare alla soglia massima, cumulativa, dello 0,6 per cento del prodotto interno lordo. Non solo: la deroga “rimane all’interno del limite esistente dell’1,5% del Pil previsto dalla Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa”. Dunque per gli Stati che “hanno già utilizzato l’intera flessibilità dell’1,5% del Pil”, “sarebbe necessaria una valutazione aggiuntiva della sostenibilità del debito“.

La proposta di Meloni e la ramanzina Ue all’Italia: “Costi tra i più alti per la dipendenza mdal gas, accelerare sulle rinnovabili”

Quella del commissario Dombrovskis è la risposta dell’esecutivo Ue alla richiesta recapitata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, e anche a quella avanzata dalla Spagna per bocca del ministro dell’Economia Carlos Cuerpo. La proposta iberica, diversamente da quella italiana, era specificamente focalizzata sulle spese ‘green’. La Commissione è “consapevole” delle conseguenze economiche e sociali dell’attuale shock energetico, nonché dell’importanza di sostenere le famiglie e le imprese “vulnerabili”, salvaguardando al contempo la “competitività” e la “resilienza economica” dell’Europa.

Nelle raccomandazioni specifiche per l’Italia pubblicate oggi da palazzo Berlaymont nel pacchetto del Semestre europeo, l’esecutivo Ue bacchetta Roma per i costi eccessivi dell’energia: “L’Italia si trova ad affrontare tra i prezzi dell’elettricità più alti dell’UE a causa della sua dipendenza strutturale dalla costosa produzione di energia da centrali a gas. Questo, e in particolare l’elevato rapporto tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas, rappresenta un ostacolo fondamentale all’elettrificazione sia per le famiglie che per l’industria. Nonostante il significativo potenziale non sfruttato, la crescita delle energie rinnovabili è troppo lenta per raggiungere gli obiettivi del 2030: accelerare la diffusione delle energie rinnovabili contribuirebbe a mitigare i prezzi dell’elettricità nel medio termine”.

“Un sostegno continuo attraverso aste per le energie rinnovabili e lo stoccaggio, nonché la piena attuazione della riforma del sistema di autorizzazioni “Testo Unico” anche a livello regionale, sosterrebbero questo obiettivo”, suggerisce la Commissione. “L’integrazione di quote maggiori di energie rinnovabili richiede un’accelerazione degli investimenti per rafforzare la rete elettrica e ridurre le congestioni, limitando al contempo l’impatto sulle bollette dei consumatori. Ciò include investire nelle interconnessioni transfrontaliere e affrontare i ritardi di connessione alla rete di distribuzione. L’Italia dovrebbe inoltre continuare a promuovere la flessibilità non fossile, come lo stoccaggio e i meccanismi di gestione della domanda”. Per tutto questo, l’Ue raccomanda all’Italia di “accelerare l’elettrificazione e intensificare gli sforzi per la diffusione delle energie rinnovabili e dei sistemi di accumulo, anche attraverso la piena attuazione delle riforme in materia di autorizzazioni, in particolare a livello subnazionale, e investendo nella rete elettrica”.

L'articolo Commissione Ue, deroghe al Patto anche l’energia: per l’Italia 14 miliardi. Giorgetti: “Soddisfatto, accolte nostre proposte” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Bersani a La7: “La ricchezza si sta concentrando sempre più in mano a pochi. È ora che paghino qualcosa, altrimenti la gente si incazza”

3 June 2026 at 12:09

“Questi qui devono rendersi conto che è ora che paghino qualcosa perché dopo un po’ la gente si incazza“. Con questa frase durissima, pronunciata a Dimartedì (La7), Pier Luigi Bersani mette il dito nella piaga di un’Italia sempre più divisa tra chi accumula ricchezza a ritmi vertiginosi e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. L’occasione della riflessione dell’ex ministro è data dalle immagini dell’inaugurazione del Tala Beach, il nuovo stabilimento balneare di lusso firmato da Daniela Santanchè e dal compagno Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Si tratta di un video che la stessa ex ministra del Turismo ha voluto diffondere sui social con orgoglio: una festa notturna tra dj set, cocktail, spettacoli, personaggi famosi (tra cui spiccano Ignazio La Russa) e arredi di pregio, con tende da sole da 12mila euro l’una, lettini esclusivi, area relax con piscina e un’atmosfera da salotto buono per vip.

Bersani non ci gira intorno: “Io penso che questa cosa disveli al meglio quello che ci dicono le statistiche, comprese le parti che non si riprendono mai della relazione del governatore della Banca d’Italia, e cioè che è in corso un fenomeno di concentrazione della ricchezza galoppante nel mondo e in Italia“.
Secondo l’ex segretario del Pd, che la grande maggioranza degli italiani possa riconoscersi in quel mondo dorato è un’illusione che si allontana sempre di più man mano che la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. Il confronto con l’era Berlusconi arriva subito, ma Bersani lo respinge con decisione: “No, ma non mi paragoni Berlusconi con la Santanchè. Berlusconi aveva tante frecce al suo arco. Era simpatico Berlusconi, a me non molto, ma insomma a tanta gente risultava simpatico e questo fenomeno però non era così galoppante allora“.

Oggi, invece, l’accelerazione è evidente e preoccupante. “Credo che per tenere assieme questa società – osserva Bersani – bisognerà averne consapevolezza. Non è un fenomeno che genera automaticamente una risposta politica organizzata, quanto piuttosto un aggravamento del distacco tra cittadini e istituzioni, cioè il rischio è che aumenti la fascia di popolazione che dice se il mondo è così non venitemi a cercare oppure lo rifiuto in toto: la politica, la democrazia, tutto”.
La riflessione di Bersani si chiude con una domanda diretta rivolta al governo Meloni: “Ma noi possiamo o no andare a chiedere un contributo a quel 5% di italiani che hanno il 49% delle ricchezze? Possiamo leggere quel che dice Banca Italia, l’Istat, Oxfam, sul dirompente fenomeno di concentrazione delle ricchezze che abbiamo in atto? Pensiamo di arrenderci?”.

L'articolo Bersani a La7: “La ricchezza si sta concentrando sempre più in mano a pochi. È ora che paghino qualcosa, altrimenti la gente si incazza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Salvini diserta (ancora) la parata del 2 giugno: “Al lavoro al ministero”. La Russa: “Ognuno è dove vuole”

2 June 2026 at 13:34

Dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, passando per il vicepremier Antonio Tajani e anche i ministri, come Giuseppe Valditara, Carlo Nordio eGilberto Pichetto Fratin. Tutti nel palco d’onore insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i vertici militari per partecipare alla tradizionale parata del 2 giugno. Il grande assente è stato però l’altro vicepremier, il leader della Lega Matteo Salvini.

Non è la prima volta che l’attuale ministro alle Infrastrutture e trasporti diserta la cerimonia della Festa della Repubblica. Questa volta, però, la sua assenza è stata fatta presente agli altri esponenti del partito di governo. “Questa è la festa di tutti gli italiani e mi dispiace per chi era assente. Non ho visto Salvini, ma non ho visto molti. Tranne Italia Viva, non ho visto un capogruppo“, ha commentato La Russa. Per la seconda carica dello Stato “ognuno è dove vuole“: “Io non chiedo mai dove sono, sono altri che hanno la mania di chiedere dove sono”, conclude il presidente del Senato.

Sulla stessa linea l’altro vicepremier che, per sviare le critiche, tira in ballo i leader dell’opposizione: “Salvini assente? Non so, lo dovete domandare a lui. Non c’erano neanche Conte e la Schlein, non li ho visti. È un peccato quando si manca…”, ha detto il leader di Forza Italia parlando a margine delle celebrazioni.

Dopo le dichiarazioni di La Russa e Tajani fonti del ministero delle Infrastrutture e Trasporti fanno sapere che Matteo Salvini, “ha passato tutta la mattinata al lavoro, come ieri peraltro, su trasporti e opere pubbliche da completare, Pnrr in primis, con l’obiettivo fra gli altri di evitare lo sciopero dei ferrovieri per il prossimo 11 giugno”.

Quindi gli impegni di lavoro avrebbero costretto il ministro a non potere partecipare alla parata. In realtà, anche negli anni passati è stato assente diverse volte. Un giorno molto particolare per Salvini considerando che il 2 giugno del 2013, da segretario di quella che si chiamava ancora “Lega Nord“, sui social scriveva “Non c’è un caz** da festeggiare. Tra l’altro sempre il 2 giugno, ma di due anni fa, il Carroccio è stato protagonista di un duro attacco al presidente Mattarella: dichiarazioni, di Claudio Borghi prima e Salvini poi, che provocare molto imbarazzo nel governo.

(Foto dal sito del Ministero della Difesa)

L'articolo Salvini diserta (ancora) la parata del 2 giugno: “Al lavoro al ministero”. La Russa: “Ognuno è dove vuole” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌