“Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici”. Intervenendo all’assemblea di Confcommercio a Roma, Giorgia Meloni chiama l’applauso facile ribadendo la sua contrarietà a una nuova imposta patrimoniale, in questi giorni oggetto di dibattito nel centrosinistra dopo l’apparente apertura della segretaria Pd Elly Schlein (di fatto rinnegata pochi giorni dopo). La premier rivendica di aver “lavorato molto per rafforzare il potere d’acquisto degli italiani”: “Abbiamo agito su più fronti, il primo dei quali è stato il taglio delle tasse sul costo del lavoro. Siamo partiti ovviamente dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione, non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più, particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo”, afferma. Tra i risultati vantati da Meloni di fronte alla platea dei commercianti c’è la chiusura d’ufficio di 24mila attività “apri e chiudi“, “ovvero quelle attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco. Un risultato importante per lo Stato e gli imprenditori onesti che non meritano di subire la concorrenza sleale di chi magari, dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale. Non si può fare. Il messaggio che vogliamo lanciare a tutti è che questa non è la Repubblica delle banane. Qui si rispettano le regole”, arringa la leader di FdI.
Prima di salire sul palco dell’Auditorium della Conciliazione, la premier applaude e fa segno di convididere con ampi cenni un passaggio del discorso del presidente Carlo Sangalli, quando dice, in riferimento all’Italia, che “raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti”. “Davvero, presidente, devo ringraziarti per averlo detto”, afferma la premier. “Sarebbe chiaramente intellettualmente disonesto dipingere l’Italia come una nazione nella quale i problemi sono stati risolti. Però io considero ugualmente disonesto dover per forza sminuire il quadro incoraggiante che i dati macroeconomici ci restituiscono. A me dispiace quando questa nazione si dipinge come spacciata, perché il quadro macroeconomico e anche molti osservatori fuori dai nostri confini nazionali raccontano invece una nazione che, pur nella peggiore congiuntura degli ultimi decenni, non solo ha resistito ma ha rilanciato. Nonostante il pessimismo cosmico che domina il racconto, questa nazione non si è fatta spaventare. Ha invece tirato fuori il suo carattere, come sempre accade all’Italia. L’Italia è così. L’Italia è una nazione che tira fuori il carattere quando le cose vanno male”.
“Matteo Salvini segreto“, si legge sul led che campeggia dietro il Vicepremier. A “Storie di donne al bivio di sera“, in onda in prime time su Rai2, il leader della Lega parla dell’amore con la compagna Francesca Verdini: “Nonostante i 19 anni di differenza, mi considero fortunato ad avere una compagna come lei, si è scelta un uomo non facile ma con cui c’è tanto amore. Il terzo figlio con Francesca? Se arriva è il benvenuto. Per me che ho già Federico e Mirta i figli sono pura gioia”, le sue parole nel salotto di Monica Setta.
“Se arrivasse un bambino dovrei riprendere confidenza con la paternità, visto che ho un figlio di 23 e una figlia di 13, ma sarebbe bellissimo. I figli sono per me la cosa più importante del mondo”, ha aggiunto il ministro dei Trasporti. Nessun riferimento al matrimonio annunciato dal settimanale “Diva e Donna“, secondo “Chi” non sarebbe imminente e la recente cresima della produttrice sarebbe un indizio di poco conto. Il vicepremier ha sposato in chiesa nel 2003 la giornalista Fabrizia Ieluzzi, le eventuali nuove nozze avverrebbero con il rito civile, dunque senza la necessità di un sacramento religioso.
Il primo appuntamento sette anni fa, nella primavera del 2019: “Portai Francesca a vedere un film, Dumbo, e poi passeggiammo fino a tarda notte per le vie di Roma senza scorta. Come primo regalo scelsi una bottiglia di mirto. Ho molti difetti, Francesca mi dice che a volte sono musone, mi chiudo, se mi attaccano non rispondo, preferisco il silenzio. Ma ho anche il pregio di essere curioso e di dialogare con chi mi è ostile sulla carta”, ha continuato il suo racconto privato Salvini.
Spazio a qualche curiosità su spinta della padrona di casa: “Mi è piaciuto Due spiccidi Zerocalcare, amo Vasco Rossi anche se me ne dice di ogni, e quando Fedez, quanto di più distante da me, è stato male, gli ho mandato un sms di buona guarigione”. Il leader della Lega ha poi parlato del suo legame con la Premier: “Io e Giorgia Meloni abbiamo un rapporto di amicizia che si è sviluppato durante l’esperienza di governo. Con Tajani c’è stima e rispetto. Ma con Giorgia c’è qualcosa in più. Abbiamo due bimbe piccole, ci capita di vederci anche oltre la dimensione politica. Giorgia gioca a burraco con Francesca, io evito: sono due donne troppo competitive per me”.
“Vannacci? Quando do fiducia a una persona apro il mio portafoglio, gli do le chiavi di casa o della macchina. A volte vengo fregato, ok, è capitato e capiterà, ma continuerò a fidarmi. Dovrei essere cinico, in politica si fa così, io non lo sono. Ma non sono un rancoroso, tendo a dimenticare e ad andare oltre”, ha concluso Salvini.
La guerra de opas que sacude a la banca italiana desde hace un par de años ha entrado en una nueva fase. La irrupción de Intesa Sanpaolo, el mayor banco del país, en la pugna por Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) ha abierto un nuevo capítulo en la batalla por el control del sistema financiero italiano. La entidad ha lanzado una oferta pública de adquisición valorada en 30.600 millones de euros apenas un día después de que Banco BPM propusiera fusionarse con el histórico banco toscano para crear el segundo mayor grupo bancario del país. Se trata de un movimiento que amenaza con redefinir el mapa financiero italiano y alterar los equilibrios de poder construidos en los últimos años.
Niente emendamenti e tagliola sui tempi per andare in aula se l’opposizione farà ostruzionismo. La legge elettorale Stabilicum deve proseguire il suo percorso senza modifiche e tensioni interne alla maggioranza. I temi si affronteranno in aula, anche quello delle preferenze. È questa la linea emersa da una riunione di maggioranza a via della Scrofa con i delegati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega sul tema della legge elettorale.
Giovedì dunque, quando scadranno i termini per presentare gli emendamenti, la maggioranza valuterà il da farsi in base all’atteggiamento delle opposizioni: se il centrosinistra presenterà migliaia di proposte di modifica, la destra ha trovato l’accordo per non presentarne. A quel punto si inizierà a discutere e poi il presidente della commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano prenderà atto che non ci sono le condizioni per arrivare in aula entro fine giugno:si voterà il testo base della legge senza dare il mandato al relatore tagliando i tempi della discussione e senza votare gli emendamenti.
Diverso è il caso in cui l’opposizione dovesse essere dialogante e a quel punto le modifiche alla legge si potrebbero fare anche in commissione. La maggioranza, d’altronde, ha già pronte due correzioni: l’introduzione del Trentino Alto Adige all’interno del premio di maggioranza e la denominazione del “premio di governabilità” a cui sarà cambiato il nome in premio di circoscrizione. Due piccoli aggiustamenti obbligati che, a seconda dell’atteggiamento delle opposizioni, saranno presentati in commissione Affari Costituzionali alla Camera o direttamente in aula.
Sicuramente in aula arriverà invece la questione delle preferenze che oggi non sono previste nel testo della legge elettorale e su cui la maggioranza sta litigando. Giorgia Meloni spinge per reintrodurle e Fratelli d’Italia con Giovanni Donzelli sta studiando un modello simile a quello toscano: un sistema con i capilista bloccati e gli altri candidati scelti con le crocette. Ma Lega e Forza Italia continuano a opporsi. Il rischio resta quello che la maggioranza si spacchi a voto segreto. Di questo, comunque, si parlerà a luglio quando il testo arriverà in aula.
La fiscalía italiana ha abierto una investigación contra el ministro de Seguridad Nacional de Israel, Itamar Ben Gvir, de extrema derecha, por el maltrato dispensado a los activistas que formaban parte de la flotilla con ayuda para Gaza el mes pasado, según ha informado este lunes una fuente judicial.
Llegada desde Israel del periodista italiano Alessandro Mantovani a Roma el pasado 21 de mayo, después de haber sido capturado cuando viajaba en uno de los barcos de la flotilla con ayuda a Gaza.
Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.
Tutti i risultati
L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.
Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.
Centrodestra vs centrosinistra
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.
A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.
Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.
Il caso Vigevano e il No al referendum
A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.
Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.
Era il 2022 quando l’attacco della Russia all’Ucraina ha gettato l’Europa nel caos energetico. Sono passati solo quattro anni e siamo di nuovo allo stesso punto: una crisi internazionale fa salire i prezzi, famiglie e imprese pagano il conto, mentre le compagnie del petrolio e del gas trasformano l’instabilità globale in nuovi profitti.
Non è una fatalità. È il risultato di una dipendenza costruita e difesa per anni: quella dai combustibili fossili, dalle importazioni di gas e petrolio e da un modello energetico che ci espone a guerra, ricatto e tensione geopolitica.
La gente comune sta pagando con la propria vita per guerre che non ha iniziato, mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto sulle spalle di cittadini e cittadine che pagano la crisi energetica. Dopo l’attacco illegale di Stati Uniti e Israele all’Iran, con il silenzio ignavo e complice del governo italiano, i prezzi di benzina e petrolio sono saliti e a poco servono le misure emergenziali – ripetuti pannicelli caldi – che l’esecutivo Meloni tenta di mettere in campo.
La crisi che stiamo vivendo è colpa di Trump e Netanyahu, ma è responsabilità di Meloni, per la sua mancata opposizione agli attacchi, e dei governi italiani (presente e passati), per la loro totale incapacità di rendere il nostro Paese indipendente dalle risorse energetiche estere, in primis petrolio e gas.
Per questo i volontari e le volontarie di Greenpeace in questi giorni hanno fatto un semplice gesto: dare un volto ad alcuni dei responsabili dell’attuale crisi energetica ed economica, attaccando degli adesivi di Trump e Meloni che si vantano del loro operato connesso all’aumento dei prezzi della benzina e del diesel. Un gesto che, con quel sano tocco di ironia, invita a riflettere sul modello economico e sociale che stiamo vivendo.
Quella fra l’Italia e il gas ha tutta la dinamica di una relazione tossica: più subiamo i danni climatici ed economici dei combustibili fossili, più ne vogliamo e ne cerchiamo, tanto che la nostra premier a inizio maggio – all’imminente scoppio della crisi mediorientale – è andata in Azerbaijan per assicurarci nuove forniture e rilanciare il progetto dell’Italia hub del gas europeo.
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Roma ,2Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
Come si esce da questa relazione tossica con i combustibili fossili che sta facendo collassare economia e clima? In un solo modo, investendo veramente nelle fonti rinnovabili e abbandonando definitivamente quelle fossili. Per anni la politica energetica italiana è stata una copia di quella dell’industria fossile, ora ci ritroviamo con un potenziale enorme, ma senza la capacità di capitalizzarlo: abbiamo sole e vento ma ci mancano gli impianti.
Se guardiamo i mix energetici europei, ci rendiamo conto facilmente che, mentre tutti puntano su altre fonti, l’Italia preferisce acquistare dall’estero, a prezzi alti, combustibili da trasformare in elettricità.
Il confronto con la Spagna dimostra che un’altra strada è possibile. Madrid ha investito con decisione su solare ed eolico e oggi paga molto meno la dipendenza dal gas: quando il prezzo del metano sale, il sistema elettrico spagnolo è molto meno esposto rispetto a quello italiano. Nel 2026, il gas ha condizionato il prezzo dell’elettricità solo in una piccola parte delle ore in Spagna, mentre in Italia continua a determinarlo per la grande maggioranza del tempo. Non è una differenza geografica, ma politica: chi costruisce rinnovabili si protegge dalle crisi; chi resta legato al gas le subisce e le fa pagare a famiglie e imprese.
Per una giusta e sana transizione serve investire in autoconsumo, comunità energetiche e fonti rinnovabili, rimuovere gli ostacoli burocratici che limitano l’installazione di solare e fotovoltaico e puntare ai sistemi di accumulo. Secondo dati dell’ultimo rapporto Ember si può facilmente vedere come, nel 2025, solare ed eolico hanno prodotto insieme il 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, generando 841 TWh di energia elettrica, mentre tutte le fossili hanno generato il 29% (pari a 809 TWh) e il nucleare il 23,4% con 652 TWh. Solamente 5 anni fa, la quota cumulativa di solare ed eolico si attestava al 19,7% (-10% rispetto al 2025) e quella delle fossili al 36,7% (+8% rispetto al 2025). Nel frattempo, le altre due principali fonti di energia elettrica, l’idroelettrica e il nucleare, sono rimaste stabili o hanno registrato un leggero calo.
Come fare tutto questo? Sicuramente sfruttando al meglio la possibilità che l’Europa ci dà: impiegare fino allo 0,3% del PIL nazionale per finanziare interventi strutturali nella transizione energetica, che per l’Italia significa disporre di quasi 7 miliardi di euro l’anno (fino a 14 miliardi nel triennio 2026-2028) per ridurre la dipendenza da gas e petrolio.
Nel primo mese del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno complessivamente guadagnato oltre 30 milioni di dollari all’ora di profitti extra. Nella sola Unione Europea, le compagnie petrolifere hanno avuto entrate extra giornaliere di circa 81 milioni di euro dalla vendita di diesel e benzina.
Le quattro maggiori compagnie petrolifere europee – Shell, TotalEnergies, BP ed Equinor – hanno riportato oltre 18 miliardi di dollari USA di utili nel primo trimestre del 2026, in aumento dell’80% rispetto al trimestre precedente. Per il 2026, si prevede che sole sei compagnie petrolifere internazionali (ExxonMobil, Shell, BP, TotalEnergies, Chevron, ConocoPhillips) riporteranno profitti complessivi vicini a 94 miliardi di dollari.
Se vogliamo davvero giustizia sociale e climatica, dobbiamo smettere di proteggere chi guadagna dalle crisi e iniziare a proteggere chi le subisce. Le famiglie non possono continuare a pagare bollette più alte mentre le compagnie fossili accumulano profitti enormi. Le imprese non possono essere lasciate ostaggio di un sistema energetico instabile, costruito sulla dipendenza da petrolio e gas.
Non chiediamolo: facciamolo. Tassiamo chi alimenta le guerre e la crisi climatica. Tassiamo le lobby del petrolio e del gas e usiamo quelle risorse per liberarci dalla dipendenza fossile.
“Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini?”. Così il presidente del M5S GiuseppeConte a margine di un evento elettorale a Molfetta, ha commentato l’assenza della premier al vertice Ue-Balcani. “Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso. Abbiamo ancora un presidente che parla di ritrovo della centralità, di riconquista dell’autorevolezza e della credibilità. Ma quale credibilità? Manco forse i suoi familiari ci credono più”, ha continuato Conte.
Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.
Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.
Una decisione che ha fatto esultare il centrodestra e le due protagoniste della coalizione di governo. Poco dopo mezzogiorno è stata MarinaBerlusconi, primogenita di Silvio, a fare una nota per esultare per l’archiviazione contro le “insinuazioni e campagne di delegittimazione” che hanno prodotto “solo una montagna di carta straccia, sia in tribunale, sia nelle redazioni di certi giornali” chiedendo di andare avanti sul tema delle riforme della giustizia che restano “un’emergenza“. Dopo pranzo invece il carico ce lo ha messo direttamente la premier Meloni secondo cui, con questa archiviazione, viene “spazzata via ogni ombra“.
Due note simili frutto di contatti diretti tra le due. In tarda mattinata Meloni avrebbe scritto messaggi di soddisfazione alla primogenita dell’ex fondatore di Forza Italia. Contatti che arrivano dopo diverse settimane di sospetti a Palazzo Chigi – in seguito al referendum – sulle mosse della famiglia Berlusconi su Forza Italia con il cambio dei due capigruppo Paolo Barelli alla Camera e Maurizio Gasparri al Senato.
“The era of deportations has begun.” A few months ago, this line from far‑right Swedish MEP Charlie Weimers sounded like a provocation. Now, after the agreement on the EU’s new Return Regulation between Parliament, the member states and the Commission, it reads more like an accurate description of the European Union’s political direction. With the legal framework for sending migrants to deportation camps outside Europe nearly complete, several member states — Germany, Austria, the Netherlands, Denmark and Greece — have intensified their search for countries willing to host them, mainly in Africa, far from the European continent, according to diplomatic sources. The political battle is over; the geographical one is just beginning.
Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.
Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.
Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.
Last year Time magazine included Pope Leo XIV among the 100 most important figures in the world in artificial intelligence (AI). It is no coincidence. Only eight days passed from his papal appointment to his first public remarks on the technology: “Truth is never separated from charity... Thus, truth does not distance us, but rather allows us to face with greater vigor the challenges of our time, such as migration, the ethical use of artificial intelligence and the protection of our beloved Earth,” he said in his second official address. His first encyclical, Magnifica Humanitas (magnificent humanity), is devoted precisely to this technology.