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Luca Parmitano sarà il pilota della missione Artemis III per riportare l’uomo sulla Luna: “Onorato, l’Italia la mia rampa di lancio”

10 June 2026 at 09:48

Ha parlato commosso per qualche minuto e con un “grazie” in italiano come conclusione. Così l’astronauta Luca Parmitano si è presentato sul palco di Houston, dove il 9 maggio la Nasa ha annunciato l’equipaggio della prossima missione Artemis III. Lui, oltre a essere l’unico italiano, ne sarà il pilota, in un equipaggio di quattro uomini che saluterà la terra per circa due settimane nella metà del 2027. Il loro obiettivo non sarà la superficie lunare, ma dovranno condurre una serie di test per aprire la via del ritorno degli esseri umani sul nostro satellite. Al comando ci sarà Randy Bresnik, insieme ad altri due specialisti, Frank Rubio e Andre Douglas. Con Parmitano sperimenteranno nell’orbita terrestre le tecnologie e l’attracco fra la capsula Orion, sulla quale voleranno, e uno o due veicoli per posarsi sulla Luna costruiti da SpaceX e Blue Origin, le aziende aerospaziali di Elon Musk e Jeff Bezos.

Il sogno di rivedere un piede umano posato di nuovo sulla Luna è rimandato per ora. La Nasa affiderà il progetto ad altri astronauti nel 2028, con le missioni Artemis IV e V che eseguiranno i test di allunaggio. Artemis III però rimane fondamentale per permettere all’umanità di farlo.”La missione – ha detto l’amministratore capo della Nasa, Jared Isaacman, durante la presentazione a Houston dell’equipaggio – dimostrerà la forza dell’innovazione americana e della cooperazione internazionale mentre testeremo complesse operazioni di rendez-vous e attracco e faremo progredire le tecnologie che un giorno ci porteranno ancora più lontano nel Sistema Solare”.

Parmitano, cinquant’anni, è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea. È pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare e ha due missioni all’attivo oltre ad essere il primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale. Quando ha scoperto della nomina era in treno: “Ero talmente incredulo che ho chiesto al mio capo di ripetere esattamente quello che aveva detto, ossia ‘Luca sei stato assegnato come pilota alla missione Artemis III’ – ha raccontato -. Ero circondato da persone. quindi sapevo di non poter dire nulla ad alta voce per cui sono rimasto senza parole”. “La mia base di lancio è stata il mio Paese, l’Italia, che mi ha dato l’istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L’Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stata il razzo, e la ringrazio per avermi permesso di far parte di questo incredibile equipaggio”. Poi un ringraziamento alla famiglia e alle figlie: “siete l’energia per la mia anima”.

La missione di Artemis III è molto complessa. Inizialmente doveva essere quella designata per il ritorno sulla Luna, ma nel febbraio 2026 la Nasa ha rivisto il programma e ha deciso che prima di portare gli astronauti sul suolo lunare sarebbe stato opportuno sperimentare nell’orbita terrestre le tecnologie per l’aggancio in orbita della navetta. Dal 10 giugno i quattro astronauti inizieranno l’addestramento “prima al simulatore e poi con un’intensa fase di familiarizzazione con le procedure” ha spiegato Parmitano. “Abbiamo poco tempo – ha aggiunto riferendosi al fatto che la missione è prevista nel 2027 – ma tantissima motivazione. Dovremo eseguire ogni manovra manualmente: è il motivo per cui in questa missione sono stati selezionati piloti sperimentali e con un approccio ingegneristico”.

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Chiara Petrioli, la pioniera degli abissi che vede nel mare “il centro della nostra storia, dello sviluppo economico e delle sfide del futuro”

8 June 2026 at 05:50
Ingegnera, ricercatrice e imprenditrice, è considerata una delle pioniere mondiali delle comunicazioni wireless sottomarine. Nel 2017 fonda WSense, startup deep-tech indicata dal World Economic Forum tra le realtà più innovative nella raccolta e gestione dei dati per il monitoraggio degli ecosistemi marini

L’intelligenza artificiale sempre più energivora: entro il 2030 consumerà il 3% dell’elettricità mondiale

L’intelligenza artificiale potrebbe arrivare entro il 2030 a consumare quasi il 3 per cento dell’intera elettricità mondiale, con un’impronta ambientale che va ben oltre le emissioni di carbonio e coinvolge acqua, suolo, risorse minerarie e rifiuti elettronici. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), coordinato da Kaveh Madani e guidato da Miriam Aczel. Lo studio, intitolato “Environmental Cost of AI’s Energy Use: Carbon, Water and Land Footprints”, offre la più ampia valutazione realizzata finora sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e avverte che la rapida crescita del settore rischia di aggravare pressioni già critiche su ecosistemi e risorse naturali.

Secondo il rapporto, la spesa globale per l’intelligenza artificiale dovrebbe superare i 2.500 miliardi di dollari nel 2026, mentre il valore complessivo del mercato potrebbe crescere da 189 miliardi di dollari nel 2023 a quasi 5.000 miliardi entro il 2033. Dietro questa espansione si nasconde una crescente domanda di energia e infrastrutture fisiche che comprende data center, sistemi di raffreddamento, reti elettriche, estrazione di minerali critici e gestione dei rifiuti elettronici. Gli autori sottolineano che l’impatto dell’IA non può essere valutato soltanto attraverso le emissioni di CO₂, ma deve includere anche il consumo di acqua, l’occupazione del suolo e gli effetti sulle comunità che ospitano queste infrastrutture.

Il rapporto evidenzia che i data center, cuore fisico dell’intelligenza artificiale, nel 2025 consumeranno circa 448 terawattora di elettricità. Se fossero uno Stato, si collocherebbero all’undicesimo posto mondiale per consumi energetici, su livelli paragonabili a quelli della Francia. Oggi i carichi di lavoro legati all’IA rappresentano circa il 20 per cento del consumo elettrico dei data center, ma questa quota potrebbe salire al 40 per cento entro il 2030. In questo scenario il fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale raggiungerebbe 945 terawattora annui, pari a quasi il 3 per cento del consumo elettrico globale previsto. Una quantità sufficiente, osservano gli autori, ad alimentare per oltre cinque anni tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana.

Le conseguenze climatiche potrebbero essere altrettanto rilevanti. A seconda delle fonti energetiche utilizzate, le emissioni associate al funzionamento dell’intelligenza artificiale potrebbero raggiungere 400 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annuali complessive del Regno Unito. Parallelamente, la superficie necessaria per produrre tale energia supererebbe i 14 mila chilometri quadrati, un’estensione simile a quella dell’Irlanda del Nord.

Particolarmente preoccupante è il capitolo dedicato all’acqua. I ricercatori stimano che entro il 2030 i data center potrebbero utilizzare circa 9,3 trilioni di litri d’acqua. Una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno minimo di acqua potabile dell’intera popolazione mondiale per circa un anno e mezzo. “I prelievi su larga scala possono mettere sotto pressione falde acquifere e sistemi fluviali, soprattutto nelle regioni aride o già caratterizzate da scarsità idrica”, avverte il rapporto.

Lo studio analizza anche l’impatto delle applicazioni di uso quotidiano. L’addestramento di ChatGPT-5 avrebbe richiesto circa 100 gigawattora di elettricità, con un’impronta idrica stimata in un miliardo di litri e un consumo di suolo equivalente a circa 215 campi da calcio. Ma secondo gli autori il problema principale non è l’addestramento dei modelli bensì il loro utilizzo continuo. ChatGPT processerebbe infatti circa 2,5 miliardi di richieste al giorno. Una ricerca generativa basata sull’IA richiede fino a dieci volte più energia rispetto a una ricerca tradizionale sul web.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sulla crescente produzione di rifiuti elettronici. Entro il 2030 le infrastrutture dell’intelligenza artificiale potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, equivalenti a circa 250 Torri Eiffel da smaltire ogni anno. Gli autori evidenziano anche una forte asimmetria globale: il 90 per cento della capacità di calcolo avanzata per l’IA è concentrato tra Stati Uniti e Cina, mentre oltre 150 Paesi non dispongono di infrastrutture nazionali dedicate. Nel frattempo, gran parte dell’estrazione mineraria necessaria alla produzione dei componenti elettronici avviene nei Paesi in via di sviluppo, che sopportano gran parte dei costi ambientali senza beneficiare in modo proporzionale dei vantaggi economici e strategici dell’intelligenza artificiale.

“L’impatto ambientale dell’IA non è statico. Dipende dalle infrastrutture, dalle fonti energetiche, dalla progettazione dei modelli ma anche dalla quantità e dalle modalità di utilizzo”, osserva Miriam Aczel, autrice principale del rapporto. Per questo motivo l’Università delle Nazioni Unite propone una serie di raccomandazioni rivolte a governi, industria, gestori di data center, investitori e utenti finali, chiedendo maggiore trasparenza, standard internazionali condivisi e una governance che tenga conto contemporaneamente di carbonio, acqua, territorio e giustizia ambientale.

Tra le indicazioni più insolite figura anche l’invito a ridurre la lunghezza delle interazioni con i sistemi di IA. Secondo il rapporto, una modalità di risposta più concisa potrebbe ridurre del 30 per cento il numero di token elaborati da ChatGPT, con un risparmio stimato tra 87 e 98 gigawattora di elettricità all’anno. “L’intelligenza artificiale offre un potenziale straordinario, ma ogni interazione si basa su risorse limitate”, conclude il rapporto. “Un’intelligenza artificiale responsabile è possibile solo se innovazione e sostenibilità crescono insieme entro i limiti del pianeta”.

Emanuele Perugini

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Allarme evacuazione per gli astronauti della Stazione spaziale internazionale per una perdita d’aria. Il rifugio sulla Crew Dragon, poi il rientro

5 June 2026 at 16:32

Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disposto che i membri della missione Crew-12 e l’astronauta americano Chris Williams si mettessero in stato di massima sicurezza all’interno della navicella Crew Dragon, pronti a lasciare la Iss in caso di ulteriore deterioramento della situazione. Il problema riguarda il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, una sezione già da tempo sotto osservazione per la presenza di crepe e microperdite. Secondo quanto riferito dalla portavoce della Nasa Bethany Stevens, il compartimento presenta da tempo anomalie strutturali che l’agenzia spaziale russa Roscosmos ha cercato di contenere con interventi di sigillatura e riparazioni periodiche. Tuttavia, nuove fuoriuscite hanno spinto a programmare un intervento più esteso, inizialmente previsto per il 5 giugno.

La Nasa, in via precauzionale, ha ordinato all’intero equipaggio americano di indossare le tute spaziali e di trasferirsi nella Crew Dragon, configurando di fatto una condizione di “rifugio sicuro” in caso di evacuazione immediata. Una misura attivata secondo protocollo, mentre i controlli sul tasso di perdita di pressione venivano intensificati dai centri di controllo. L’allarme si inserisce in una vicenda che non è nuova per la Iss. Già nei mesi scorsi, e in particolare all’inizio dell’anno, la pressione nel modulo aveva mostrato segnali di relativa stabilizzazione dopo una serie di interventi tecnici. Tuttavia, un nuovo calo era stato rilevato nelle settimane precedenti, riaprendo una questione che NASA e Roscosmos stanno monitorando congiuntamente da tempo.

La situazione più critica si è registrata quando, a seguito dell’aggravarsi delle perdite, è stato disposto il trasferimento temporaneo dell’equipaggio nella navicella Crew Dragon. Quattro astronauti della missione Crew-12 e l’astronauta Chris Williams hanno quindi seguito le procedure di sicurezza, rimanendo pronti a un’eventuale evacuazione immediata dalla Stazione. Tra i membri dell’equipaggio coinvolti figurano gli astronauti americani Jessica Meir e Jack Hathaway, insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Sophie Adenot e al cosmonauta russo Andrey Fedyaev, tutti attualmente impegnati nella missione orbitale iniziata nei mesi scorsi.

Secondo le comunicazioni diffuse dalla Nasa, la misura è stata adottata esclusivamente in via cautelativa, in coordinamento con Roscosmos, mentre proseguivano le valutazioni tecniche sul comportamento del modulo Zvezda e sul tunnel PrK. Nelle ore successive, dopo nuove analisi dei dati e una sospensione temporanea delle operazioni di riparazione da parte russa, la situazione è stata rivalutata. La Nasa ha quindi comunicato agli astronauti di interrompere le procedure di “safe haven” e di tornare alle normali attività a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, segnalando un miglioramento delle condizioni operative.

L’episodio non si chiude però con una risoluzione definitiva. Le due agenzie spaziali continuano infatti a lavorare sull’origine delle microfessure e sulle modalità più efficaci per stabilizzare in modo permanente la pressione interna del modulo, in un contesto che resta sotto stretta sorveglianza.

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