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Milano, arrestato rider per molestie sessuali: palpeggiamenti a tre donne durante le consegne

13 June 2026 at 10:47

Milano, rider arrestato per molestie sessuali a tre clienti durante le consegne: si indaga su altri sette casi

A Milano la polizia ha arrestato per violenza sessuale ai danni di tre ragazze un rider 25enne di una piattaforma per le consegne a domicilio. L’uomo, richiedente asilo, le avrebbe palpeggiate durante la consegna. Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di terza persona, appoggiava la bicicletta e consegnava a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile e approfittando della posizione, iniziava a palpeggiarle insistentemente il seno ed altre parti del corpo. In un primo momento la vittima rimaneva impietrita e incapace di reagire, poi riusciva a scappare entrando in ascensore.

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Successivamente, il 13 febbraio, l’uomo effettuava una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, le palpeggiava il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, il rider, impugnando la busta con l’ordine, metteva la mano sinistra sotto al sacchetto e palpeggiava il seno della vittima.

“Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione” si legge nella nota della Questura. Dato che le segnalazioni sono “molteplici”, sono iniziate già dal maggio 2025 e considerato “il carattere di abitualità” del comportamento messo in atto dall’indagato, si invitano eventuali ulteriori vittime a segnalare l’episodio alle forze dell’ordine”.

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Un giudice federale riconosce a Blake Lively il rimborso delle spese legali, ma non ulteriori risarcimenti nella controversia relativa al film “It Ends With Us”

13 June 2026 at 10:15

Il giudice Lewis J. Liman ha stabilito venerdì 12 giugno, in una sentenza scritta, che Blake Lively può ottenere il rimborso delle spese legali e dei costi sostenuti per la sua difesa contro la controquerela intentata da Justin Baldoni dopo che lei lo aveva citato in giudizio nel dicembre 2024, in merito al loro film del 2024 “It Ends With Us“.

Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo per le accuse di ritorsione mosse dall’attrice. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.

Nella sua sentenza scritta, Liman ha citato una legge californiana volta a proteggere le vittime di molestie sessuali e discriminazioni da cause legali ritorsive intese a intimidire e mettere a tacere le vittime. Il giudice ha affermato che “la legge prevede che il querelante debba pagare le spese legali e i costi del convenuto se una richiesta di risarcimento per diffamazione presentata in risposta a una causa viene respinta, anche se i fatti del caso non sono stati accertati attraverso la raccolta di prove”.

Liman ha affermato che l’unica eccezione sarebbe se Baldoni e la sua casa di produzione, Wayfarer Studios LLC, potessero dimostrare che Lively ha agito con dolo quando lo ha citato in giudizio. Ha affermato che Baldoni e Wayfarer hanno fornito poche prove a sostegno di tale affermazione e nessuna che dimostri che lei abbia agito con dolo. Il giudice ha respinto le sue richieste di triplicare i danni e di ottenere anche danni punitivi ai sensi della legge californiana, affermando che non rientravano nelle “norme procedurali federali attentamente elaborate per proteggere i diritti delle parti“.

Lively e Baldoni hanno raggiunto un accordo extragiudiziale il mese scorso, proprio mentre stava per iniziare il processo relativo alle accuse di ritorsione mosse da Lively. L’attrice non ha ricevuto denaro dall’accordo, ma le è stato consentito di richiedere il rimborso delle spese legali.

In una dichiarazione, gli avvocati di Lively, Michael Gottlieb ed Esra Hudson, hanno interpretato la decisione del giudice come una vittoria, affermando che “il riconoscimento delle spese legali dimostra chiaramente che la signora Lively ha presentato le sue richieste in buona fede, che non vi erano prove di malizia e che è lei la parte vincente“.

Lively aveva accusato Baldoni, insieme alla sua casa di produzione, di molestie sessuali e ritorsioni alla fine del 2024. Ha affermato che l’attore ha orchestrato un tentativo di danneggiare la sua reputazione e credibilità pubblica. Baldoni, che ha diretto il dramma romantico dai toni cupi e ne è stato anche protagonista insieme a Lively, ha negato di averla molestata o di aver orchestrato una campagna diffamatoria. Ha affermato che le accuse sul suo comportamento erano state inventate da Lively nell’ambito di un tentativo di assumere il controllo creativo del film.

Baldoni ha quindi intentato una controcausa, accusando Lively e suo marito, l’attore di “Deadpool” Ryan Reynolds, di diffamazione ed estorsione. Liman ha respinto la controcausa di Baldoni l’anno scorso e poi, alcune settimane fa, ha respinto anche le accuse di molestie sessuali mosse da Lively, affermando che non poteva presentarle in quanto lavoratrice autonoma e non dipendente della produzione.

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Il risultato dell’autobavaglio del Csm sarà una giustizia troppo pavida verso i potenti

12 June 2026 at 16:38

Le nuove linee guida approvate dal Csm, che stabiliscono le regole sull’informazione giudiziaria da dare ai media, prevedendo l’obbligo per i procuratori di aggiornare e rettificare i precedenti comunicati, nascono da una constatazione difficilmente contestabile: troppo spesso l’annuncio di un’indagine o di un arresto riceve una grande esposizione mediatica, mentre le eventuali archiviazioni e le assoluzioni, ovvero il ridimensionamento delle accuse iniziali passano spesso inosservate.

È un problema reale. Un sistema giudiziario che impiega anni, talvolta decenni, per arrivare ad una decisione definitiva espone cittadini ed imputati al rischio di una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista, l’obiettivo di garantire una comunicazione più equilibrata e rispettosa della presunzione di innocenza mi appare condivisibile. Il problema emerge, però, quando questo meccanismo viene calato nella realtà degli uffici giudiziari italiani, già alle prese con carenze di organico, arretrati cronici e carichi di lavoro spesso insostenibili. Ogni nuovo obbligo amministrativo richiede tempo, personale, procedure, controlli e responsabilità: un tempo che viene sottratto all’attività principale della magistratura, che è di indagare e giudicare.

A questi adempimenti si accompagna poi il rischio di rilievi disciplinari per chi non ottempera correttamente agli obblighi informativi. Perciò, l’effetto è quello che in gergo è stato definito “autobavaglio”. Non si tratta di un divieto esplicito, ma di un sistema di incentivi e disincentivi, che induce prudenza, oltre ogni ragionevole limite. Per un procuratore o un magistrato dirigente, ogni comunicato può trasformarsi in una futura incombenza, in una verifica, in una possibile contestazione. Ed a beneficiare di questo clima sono, di fatto, soprattutto coloro che dispongono già di strumenti per proteggere la propria immagine pubblica: grandi imprenditori, manager, politici, professionisti influenti, vale a dire i cosiddetti colletti bianchi. Figure che possono permettersi uffici stampa, consulenti della comunicazione e studi legali capaci di presidiare ogni fase del procedimento.

Il rischio maggiore riguarda le indagini più complesse e delicate: reati come la corruzione, il traffico di influenze, lo scambio politico-mafioso o le grandi frodi economiche raramente producono prove immediate e schiaccianti. Si tratta quasi sempre di procedimenti lunghi, costruiti attraverso intercettazioni, riscontri documentali e collaborazioni investigative. In questo contesto, un sistema che aumenta gli oneri burocratici per chi conduce le indagini potrebbe produrre un effetto deterrente sulla propensione ad affrontare le inchieste più controverse ed impegnative, quelle, cioè, che coinvolgono centri di potere economico e politico, e che già espongono magistrati e investigatori a forti pressioni pubbliche.

Il risultato potrebbe essere una giustizia troppo pavida verso i potenti, per la quale l’unica preoccupazione diventa quella di osservare le prescrizioni formali e “mettere le carte a posto”. Ma una giustizia nella quale la tutela della reputazione degli indagati assume un peso crescente finisce per far passare in secondo piano il diritto dei cittadini ad essere informati su fenomeni di rilevante interesse pubblico.

Il punto, perciò, è che queste riforme si concentrano eccessivamente sugli effetti mediatici della giustizia, trascurando di affrontare le cause profonde della sua inefficienza. Se un procedimento penale si conclude dopo dieci anni con un’assoluzione o una prescrizione, il problema principale non può essere il comunicato stampa della procura, bensì che lo Stato ha impiegato dieci anni per accertare se una persona fosse colpevole o innocente.

Le nuove norme rischiano così di intervenire sul sintomo anziché sulla malattia. Queste riforme è che introducono obblighi informativi, procedure, verifiche e adempimenti amministrativi per gli uffici giudiziari, ma non affrontano con la stessa determinazione le croniche carenze di organico, gli arretrati, la complessità procedurale e l’insufficienza delle risorse che rendono la giustizia italiana una delle più lente d’Europa. Invero, non viene riservata un’adeguata attenzione al cittadino comune, che attende anni una sentenza civile, alla vittima che aspetta giustizia per tempi interminabili o all’imputato privo di notorietà, che resta intrappolato in procedimenti destinati a durare oltre ogni ragionevole limite.

Si crea così una singolare inversione di priorità. Da un lato si rafforzano le tutele comunicative per chi è coinvolto in procedimenti ad alta esposizione mediatica; dall’altro rimangono sostanzialmente irrisolti i problemi che incidono quotidianamente sulla vita di milioni di persone: la lentezza dei processi, la scarsità di personale, le inefficienze organizzative e la difficoltà di ottenere decisioni in tempi ragionevoli.

Il rischio è che la politica finisca per occuparsi principalmente dell’immagine della giustizia anziché del suo funzionamento, dimenticando che il vero scandalo non è che un’indagine venga raccontata dai giornali, bensì che troppo spesso servano anni per sapere come quella vicenda finirà. E finché questo nodo non verrà affrontato, ogni riforma della comunicazione giudiziaria rischierà di apparire come un intervento marginale, utile forse a proteggere la reputazione di chi esercita un potere, ma insufficiente a migliorare la giustizia uguale per tutti.

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Un pescatore trascina a riva uno squalo bianco e lo libera in pochi secondi: “Non puoi controllare cosa abbocca all’esca” – IL VIDEO

12 June 2026 at 14:04

Un episodio tanto spettacolare quanto controverso arriva dalla costa di Nantucket, dove un pescatore esperto ha trascinato a riva uno squalo bianco lungo circa due metri, dopo essersi accorto che l’animale agganciato alla lenza era in evidente difficoltà. Una volta sulla battigia, lo ha immobilizzato per pochi istanti e, dopo averne compreso la situazione, gli ha rimosso l’amo prima di ributtarlo in mare.

Il video, diventato virale e diffuso dal Nantucket Current, mostra il veterano della pesca Elliot Sudal mentre sta praticando surf casting sulla costa sud dell’isola nello stato del Massachusetts. L’uomo, inizialmente convinto di aver agganciato uno dei numerosi squali della zona, si rende conto solo in seguito che si tratta di uno squalo bianco e che l’animale è in difficoltà. È proprio in quel momento che decide di intervenire rapidamente per liberarlo.

Sudal, che pesca da anni in quella zona, ha raccontato a WBZ-TV la sua esperienza: “Ho catturato più di 1000 squali sandbar e centinaia di squali dusky dalla spiaggia, e la maggior parte li ho anche marcati lungo il percorso. Non stavo assolutamente cercando quello squalo bianco, non puoi controllare cosa abbocca all’esca”

Secondo il suo racconto, la decisione di condividere il video nasce dalla convinzione di aver gestito correttamente la situazione: “Credo di aver fatto tutto nel modo giusto in quella situazione. Lo squalo era nella risacca, ho rimosso l’amo e l’ho rimesso in mare in circa 15 secondi. Bisogna capire che la gente ti guarda, rispettare l’animale ed essere prudenti. Ho dovuto liberarlo in modo sicuro e veloce. È una creatura incredibile, mi sento fortunato ad aver potuto interagire con lui”.

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Incendio distrugge il mini-zoo del Jungle Box: poi la scoperta inaspettata tra le macerie dopo il rogo

12 June 2026 at 13:30

Una sola sopravvissuta tra le fiamme. È la storia della piccola tartaruga che ha resistito al devastante incendio divampato nel centro giochi con mini-zoo “Jungle Box”, a Buntingford, dove inizialmente si era temuto che tutti gli animali ospitati nella struttura fossero morti.

Il rogo ha colpito nella notte il complesso situato nella zona industriale Watermill Industrial Estate, e ha costretto all’intervento di dieci mezzi dei vigili del fuoco del servizio Hertfordshire Fire and Rescue Service. Le fiamme hanno rapidamente avvolto il centro, un soft play che ospitava anche un’area con animali, tra cui suricati, gufi, iguane, tartarughe e serpenti.

Secondo quanto riportato dal “New York Post” un primo momento, i soccorritori avevano comunicato il peggio, convinti che nessun animale fosse sopravvissuto. Poi, durante le operazioni di bonifica e indagine sulle cause dell’incendio, è arrivata la scoperta inattesa: una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie. La stessa squadra dei vigili del fuoco ha voluto condividere la notizia sui social: “Abbiamo alcune notizie confortanti da condividere dopo il devastante incendio al Jungle Box di Buntingford. Le indagini sulle cause dell’incendio sono ancora in corso. Mentre svolgevamo le indagini sull’incendio, abbiamo incredibilmente scoperto una piccola tartaruga ancora viva tra le macerie, nonostante le precedenti paure che tutti gli animali fossero morti. Un momento piccolo ma potente dopo un incidente molto difficile.”

Il rogo era stato segnalato intorno alle 3 del mattino, e una densa colonna di fumo nero era visibile a chilometri di distanza, e ha spinto le autorità a raccomandare ai residenti di tenere chiuse porte e finestre. Alcune strade della zona, tra cui Aspenden Road e London Road, sono state temporaneamente chiuse per motivi di sicurezza.

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Whipsawed Between Fear and Relief, Iranians Hope for War’s End

11 June 2026 at 23:10
In addition to concerns about their safety in the event of another all-out war, many Iranians worry about the country’s economy further collapsing if the conflict remains in limbo.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

Tehran on Monday.

Il mostro dimenticato della Terra primitiva: scienziati scoprono la vera storia dello scorpione gigante, rimasto un mistero per oltre 150 anni

11 June 2026 at 14:25

Per più di un secolo e mezzo è rimasto un enigma della paleontologia. Oggi, dopo nuove analisi sui fossili, gli scienziati hanno finalmente chiarito l’identità di Praearcturus gigas, un antico artropode vissuto circa 415 milioni di anni fa: si trattava di uno scorpione gigante, tra i più grandi mai esistiti sulla Terra. La conferma arriva da uno studio recente che ha rivisto tutto il materiale fossile disponibile con tecniche moderne di imaging e ricostruzione digitale. I risultati chiudono un dibattito iniziato nell’Ottocento, quando i primi resti furono scoperti in Inghilterra e Galles e la specie venne inizialmente interpretata in modi molto diversi, dal crostaceo all’animale di natura incerta. Solo negli ultimi decenni si era fatta strada l’ipotesi dello scorpione, ma senza una conferma definitiva. Ora l’analisi dettagliata della morfologia ha permesso di attribuirlo con maggiore certezza al gruppo degli Scorpiones.

Le dimensioni dell’animale sono ciò che colpisce di più: secondo le stime, Praearcturus gigas poteva superare il metro di lunghezza, una misura eccezionale per gli standard del Devoniano inferiore, quando la vita terrestre era ancora agli inizi. All’epoca non esistevano foreste come le conosciamo oggi e la terraferma era popolata soprattutto da organismi semplici e di piccole dimensioni. In questo scenario quasi “vuoto”, lo scorpione gigante si sarebbe trovato senza molti concorrenti, una condizione che potrebbe aver favorito la sua crescita fuori scala. Le sue chele, utilizzate per catturare le prede, erano particolarmente sviluppate e potevano raggiungere dimensioni notevoli rispetto al corpo, rendendolo un predatore estremamente efficace per il suo tempo.

Un predatore ai confini tra acqua e terra

Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda il suo stile di vita. Alcune caratteristiche anatomiche suggeriscono infatti che il Praearcturus non fosse esclusivamente terrestre. La presenza di strutture compatibili con una vita anfibia porta gli studiosi a ipotizzare un animale capace di muoversi tra ambienti acquatici e terrestri, probabilmente legato a fiumi e zone alluvionali. In un’epoca in cui gli ecosistemi erano ancora in formazione, questa flessibilità avrebbe rappresentato un vantaggio decisivo. Secondo i ricercatori, proprio questa combinazione di adattamenti potrebbe spiegare come sia riuscito a raggiungere dimensioni così elevate in un periodo in cui la terraferma offriva ancora risorse limitate.

La revisione dei fossili ha confermato diverse caratteristiche tipiche degli scorpioni moderni, come la struttura delle appendici e alcune particolarità dello scheletro esterno. Elementi che rafforzano l’idea di una parentela diretta con gli scorpioni attuali, pur in una forma molto più primitiva e massiccia. Alcuni esemplari fossili precedentemente attribuiti ad altre specie sono stati inoltre ricondotti allo stesso animale, suggerendo che il Praearcturus gigas fosse più diffuso di quanto si pensasse.

Un tassello chiave per capire la vita sulla Terra primitiva

La scoperta non riguarda solo un singolo animale, ma aiuta a ricostruire un passaggio cruciale dell’evoluzione: la colonizzazione della terraferma. In un contesto ancora privo di foreste e caratterizzato da ecosistemi terrestri in fase iniziale di sviluppo, la presenza di un artropode di queste dimensioni fornisce nuove informazioni sulla struttura delle prime catene alimentari. Il reperto indica che già in questo periodo alcuni organismi potevano occupare livelli trofici elevati, ben prima della comparsa dei grandi vertebrati terrestri come dinosauri e altri rettili.

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Rissa tra rinoceronti in mezzo alla strada in Nepal: la scena ripresa dai turisti diventa virale – IL VIDEO

11 June 2026 at 10:56

Due rinoceronti indiani si sono affrontati in pieno centro abitato davanti a residenti e turisti increduli. È successo a Sauraha, nei pressi del Parco Nazionale di Chitwan, in Nepal, una delle aree più importanti dell’Asia per la conservazione della fauna selvatica. La scena, ripresa da diversi presenti con lo smartphone, mostra i due animali mentre si fronteggiano a distanza ravvicinata, caricandosi e spingendosi con forza in mezzo alla strada.

In pochi minuti i video hanno iniziato a circolare sui social e sono diventati virali per l’eccezionalità dell’episodio e per la vicinanza con cui si è svolto lo scontro.

Sauraha non è nuova a incontri ravvicinati con la fauna selvatica. La cittadina, molto frequentata dai turisti che partecipano ai safari nel Chitwan, si trova infatti in un’area di transizione tra spazi urbani e habitat naturale. Non è raro che rinoceronti, cervi o altri animali attraversino le strade o si avvicinino alle abitazioni.

In questo caso, però, la situazione ha assunto un’intensità diversa: due maschi adulti di rinoceronte indiano si sono affrontati in quella che sembra una disputa territoriale. Il rinoceronte indiano è uno dei più grandi mammiferi terrestri viventi, può superare le due tonnellate di peso ed è riconoscibile per la pelle spessa e piegata e per il singolo corno. Quando due maschi si scontrano, lo fanno con grande forza, spingendosi e incornandosi fino a stabilire una gerarchia o il controllo del territorio.

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Rinchiuso in un armadio e nascosto sotto oltre 5 chili di pelo infeltrito: la disavventura del cocker spaniel Mr. Pickles. Per liberarlo 5 ore di toelettatura

11 June 2026 at 09:18

Viveva rinchiuso in un armadio ed era ricoperto da oltre cinque chili e mezzo di pelo infeltrito. È la storia di Mr. Pickles, un Cocker Spaniel salvato nelle scorse settimane nella contea di Chatham, in Georgia, dopo una segnalazione che ha permesso ai soccorritori di intervenire in una situazione di grave trascuratezza. Secondo quanto riportato da La Stampa, quando gli operatori sono arrivati sul posto si sono trovati davanti un cane in condizioni estremamente precarie. Il pelo, cresciuto senza controllo per un periodo di tempo non precisato, aveva formato una massa compatta che ricopriva quasi interamente il suo corpo e che gli difficili persino i movimenti. Del muso era possibile distinguere appena qualche dettaglio.

Trasferito immediatamente in una struttura di accoglienza, Mr. Pickles è stato sottoposto a una lunga operazione di toelettatura. Per liberarlo da quella sorta di corazza sono state necessarie circa cinque ore di lavoro. Con il passare del tempo, però, la rimozione del pelo ha portato alla luce particolari sempre più sorprendenti. Tra i nodi sono state trovate anche alcune carte di caramelle, probabilmente rimaste impigliate durante il periodo di reclusione. La scoperta più significativa è arrivata però attorno al collo del cane, dove i volontari hanno individuato un vecchio collare elisabettiano completamente nascosto dalla massa di pelo infeltrito. Un elemento che testimonia quanto a lungo l’animale possa essere rimasto senza cure adeguate.

Al termine dell’intervento sono stati rimossi oltre 5,5 chilogrammi di pelo. Solo allora è stato possibile vedere chiaramente il volto di Mr. Pickles e valutare meglio le sue condizioni generali. Dopo il salvataggio, il Cocker Spaniel è stato accolto da Maria Lucas, fondatrice dell’associazione Longleaf Animal Rescue, che ha seguito da vicino il suo percorso di recupero.

Nei primi giorni il cane si mostrava estremamente diffidente. Per questo motivo Maria ha scelto di non forzare alcuna interazione, limitandosi a garantirgli cibo, cure mediche e una presenza costante. L’obiettivo era permettergli di ambientarsi e comprendere di trovarsi finalmente in un luogo sicuro.

Recupero e progressi

Con il passare delle settimane sono arrivati i primi segnali di cambiamento. Da iniziale osservatore timoroso, Mr. Pickles ha iniziato lentamente a cercare il contatto umano. Il momento che ha segnato una svolta è arrivato quando si è avvicinato spontaneamente alla sua salvatrice e le ha leccato la guancia. Da allora i progressi sono proseguiti gradualmente. Ogni carezza accettata, ogni momento di tranquillità e ogni manifestazione di fiducia rappresentano un passo avanti nel suo percorso di riabilitazione.

Oggi Mr. Pickles continua il recupero circondato da persone che rispettano i suoi tempi e le sue esigenze. La trasformazione più evidente non riguarda soltanto l’aspetto fisico, ma soprattutto il comportamento: dopo anni di isolamento e trascuratezza, il cane sta imparando nuovamente a fidarsi degli esseri umani.

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La maliziosa operazione Onorato, e la più seria sfida di Spazio Pubblico

11 June 2026 at 03:47

Chi è Alessandro Onorato? Un assessore romano molto in gamba che comincia, su ispirazione del Richelieu del campo largo, Goffredo Bettini, ad avere uno spazio nazionale, tanto da essere presentato come – leggo su Repubblica – “l’enfant prodige” della politica romana.

Ad occhio, guardando i suoi Instagram, un Renzi 2 la vendetta. La differenza è che, visti i precedenti, Onorato viene custodito al di fuori del recinto Pd, nella speranza che il suo nuovo partito “civico” (formato da amministratori locali) innervi con sangue fresco la coalizione di sinistra senza mettere a rischio la segreteria Schlein.

Progetto Civico, questo il nome, si presenterà al mondo il prossimo 12 giugno alla presenza di tutti i vertici del campo largo. Tutti i vertici ho scritto? Ho sbagliato. Mi sono fatto ingannare proprio dall’articolo odierno di Repubblica, dove è scritto che «sarà presente tutto l’arco costituzionale del campo largo: dalla segretaria del Pd, Elly Schlein, a quelli di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, Europa verde, Angelo Bonelli, e +Europa, Riccardo Magi».

No, Renzi non è previsto nel manifesto di convocazione. Non fa parte dell’arco costituzionale del Campo Largo? C’è una fatwa su di lui del professor Gustavo Zagrebelsky e di Enzo Iacchetti? Non sappiamo, comunque non c’è; evidentemente ha fiutato l’aria del trappolone, visto che il mandato di Onorato è, se ho ben capito, di non strappare nemmeno un voto al partito di Schlein (dagli altri non ne riceverebbe comunque). A chi dunque? Un progetto che a Renzi forse appare ben studiato e malizioso.

Nei giorni scorsi si è però manifestato un fatto nuovo che potrebbe intralciare i disegni dei vertici del campo largo. Dopo molti scontri e ripensamenti Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e a suo tempo segretaria dei giovani della Margherita, ha rotto col Pd e ha creato una sua associazione politica attingendo ad aree diverse: dai riformisti del Pd e della sinistra all’area liberale che oggi si ritrova in Europa Radicale, fino ai senza patria partitica.

L’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi; a chi è deluso dai litigiosi tentativi falliti di aprire spazi al centro; a chi non sopporta le reticenze degli uni e degli altri sull’aiuto militare all’Ucraina democratica contro l’imperialismo russo, o teme che l’estremismo proPal si traduca nel sostegno rossobruno a tutti gli antisemitismi latenti.

La differenza rispetto all’operazione Onorato è tutta qui. Se Progetto Civico nasce per ampliare il perimetro del campo largo, Spazio Pubblico potrebbe ambire a qualcosa di diverso: costruire un soggetto politico capace di dialogare con elettori provenienti da entrambe le coalizioni e con quanti oggi non si sentono rappresentati da nessuna delle due.

Vedremo se Picierno riuscirà nell’impresa: fare di Spazio Pubblico il soggetto aggregatore di quanti hanno perso ogni fiducia nell’agitato immobilismo dei due schieramenti che si contendono il governo. Se riuscisse ad aggregare l’elettorato oggi disperso tra le varie liste di ispirazione liberaldemocratica, se i sondaggi nel tempo indicassero un consenso simile a quello che quelle liste hanno raccolto, separate, nel recente passato, il panorama politico ne verrebbe scombussolato.

A destra come a sinistra, tutti dovrebbero fare i conti non con le modeste oscillazioni sismiche dei sondaggi ma, finalmente, con la realtà dei temi e delle soluzioni liberali. In quel caso, a destra come a sinistra, diventerebbe più difficile continuare a ragionare esclusivamente in termini di alleanze, veti e giochi di palazzo. Tornerebbero al centro del confronto temi spesso rimasti ai margini: il ruolo dell’ltalia in Europa, la competitività economica, la riforma delle istituzioni, la difesa dello Stato di diritto, il sostegno alle democrazie minacciate.

Le conseguenze potrebbero farsi sentire anche nell’area minoritaria del centrodestra, dove una proposta liberale, europeista e meno acquiescente verso gli strappi sovranisti potrebbe trovare ascolto. Soprattutto se Picierno comincerà a rivolgersi anche a quest’area, ricordando la sua campagna controcorrente nella sinistra per il sì al referendum sulla separazione delle carriere e il suo intransigente federalismo europeo.

È una sfida difficile. Ma almeno pone una domanda che la politica italiana evita da troppo tempo: esiste ancora uno spazio per un centro che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti? È una sfida difficile, ma il fatto stesso che la domanda sia tornata sul tavolo è già una buona notizia politica.

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Trump, Infantino, e tutto il peggio dei Mondiali

11 June 2026 at 03:45

Omar Abdulkadir Artan era arrivato a Miami con un visto valido e una convocazione ufficiale della Fifa. A quarantadue anni, dopo avere arbitrato la Coppa d’Africa e le qualificazioni mondiali, stava per diventare il primo somalo a dirigere una partita dei Mondiali 2026. La Confederazione africana lo aveva appena nominato miglior arbitro dell’anno. A pochi giorni dall’inizio del torneo, gli Stati Uniti gli hanno impedito di entrare nel Paese. Nella ricostruzione di Reuters, Artan è atterrato a Miami con un aereo da Istanbul lo scorso fine settimana, gli agenti della Customs and Border Protection lo hanno sottoposto a controlli lunghissimi e certosini, poi lo hanno respinto. L’agenzia non ha spiegato pubblicamente le ragioni della decisione. Il governo somalo ha tentato una mediazione con Washington e la Fifa, ma non c’è stato verso. Il presidente della federazione internazionale, Gianni Infantino ha detto di non avere un ruolo nei processi di immigrazione dei Paesi ospitanti e di essere stato informato che lo status dell’arbitro non sarà modificato: «Un caso sfortunato e spiacevole», ha detto, come per lavarsene le mani nel modo più vigliacco possibile.

La vicenda di Artan contiene molte delle contraddizioni che accompagnano la Coppa del Mondo del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Un torneo che la Fifa presenta come il più grande e inclusivo della sua storia inizia con un arbitro bloccato alla frontiera. L’organizzazione che si fregia dello slogan “Football Unites the World” scopre di non poter garantire l’ingresso nel Paese ospitante nemmeno a una persona che, in un modo o nell’altro, lavora per lei. Da questo punto di vista, era andato meglio nelle edizioni dei Mondiali giocate alla corte di regimi autoritari come la Russia o il Qatar. Ma gli Stati Uniti di Donald Trump sono anche questo.

Negli ultimi mesi, alcune organizzazioni per i diritti umani hanno pubblicato guide rivolte a tifosi, giornalisti e visitatori diretti negli Stati Uniti. Amnesty International raccomanda di mettere in sicurezza i dispositivi elettronici, eliminare informazioni sensibili dai telefoni e preparare un piano di emergenza in caso di fermo o detenzione. Human Rights First suggerisce addirittura di scaricare un’applicazione per avvisare familiari e conoscenti qualora si finisca in custodia delle autorità. Il Committee to Protect Journalists ha preparato materiale specifico per i reporter che seguiranno il torneo.

In tutti questi documenti non si parla di come raggiungere uno stadio, non ci sono guide per le città, gli alberghi, i punti di ristoro. Ci sono solo istruzioni su come affrontare controlli di frontiera, ispezioni dei dispositivi elettronici e possibili problemi con le autorità migratorie.

La cappa securitaria degli Stati Uniti – di cui ha parlato con cura di ogni dettaglio l’Equipe, con una straordinaria copertina – sta avvolgendo anche i giocatori. Il calciatore iracheno Aymen Hussein è stato trattenuto per sette ore in aeroporto. Gli è stato controllato il telefono e sono stati fatti controlli molto approfonditi in cerca di non si sa cosa. Accanto a lui, un fotografo che accompagnava la nazionale non ha ottenuto l’autorizzazione a entrare. Raccontando l’episodio, il Council on Foreign Relations ha scritto che per evitare problemi di questo tipo molti tifosi, prevalentemente africani e mediorientali, stavano valutando di seguire le partite in Canada o in Messico. Negli scorsi giorni anche il calciatore svizzero Breel Embolo e il marocchino Zakaria El Ouahdi hanno avuto problemi con i controlli, ma alla fine gli è stato concesso di entrare nel Paese.

Gli Stati Uniti continuano ad accogliere milioni di visitatori ogni anno e il Mondiale attirerà una massa enorme di persone. Ma non si può ignorare la sensazione che si prova osservando queste scene una accanto all’altra.

Lunedì scorso l’economista Stefan Szymanski (autore di “Soccernomics”) e il giornalista Ashish Malhotra hanno pubblicato sull’Economist un articolo con un titolo volutamente provocatorio: “Potrebbero essere gli ultimi Mondiali”. Perché nel corso del Novecento i Mondiali di calcio si sono evoluti e trasformati insieme alla globalizzazione: le frontiere si aprivano, i voli diventavano più economici, il commercio internazionale si espandeva, internet accorciava le distanze e abbatteva barriere. Il torneo di calcio più importante di tutti sembrava il riflesso di quel processo. Oggi queste condizioni sembrano sgretolarsi. «È la prima edizione ospitata da un Paese impegnato in un conflitto con una nazione partecipante», notano Szymanski e Malhotra – per i meno attenti: non parlano del Messico né del Canada. E ancora: «È la prima edizione in cui cittadini di alcuni Paesi qualificati sono soggetti a restrizioni di viaggio imposte dal Paese organizzatore. La prima in cui il leader della nazione ospitante ha minacciato apertamente uno dei co-organizzatori e accarezzato l’idea di annettere l’altro».

Il dirigente sportivo francese Jules Rimet, ideatore dei Mondiali, sognava un torneo capace di avvicinare i popoli. Novantasei anni dopo, siamo qui a raccontare di arbitri e giocatori bloccati in aeroporto. E non saranno sfuggite le immagini di giocatori e staff del Senegal sottoposti a controlli invasivi e interminabili all’aeroporto di San Antonio – le trovate qui sotto – e lo stesso è accaduto alla nazionale uzbeka, trattata alla stregua di una banda di criminali.

🇸🇳🇺🇸🏆🔥 MUNDIAL 2026:

Así fue recibida la selección de Senegal en Estados Unidos.

Los jugadores y el staff de Senegal fueron registrados minuciosamente en la pista de aterrizaje en Carolina del Norte, de cara al Mundial 2026, como parte de un control rutinario de aduanas y… pic.twitter.com/iVyzFuVvgG

— Alerta Mundial (@AlertaMundoNews) June 8, 2026

La scorsa estate, durante la semifinale del Mondiale per Club, Enzo Fernández si è accasciato sul prato del MetLife Stadium, nel New Jersey. Sperava di non svenire. Il centrocampista argentino del Chelsea ha raccontato al Guardian di avere avuto le vertigini e a un certo punto si è dovuto sdraiare sull’erba: «Il caldo era incredibile, mi girava la testa».

Il Mondiale per Club è stata un’anteprima di quello che probabilmente vedremo nelle prossime settimane, un’anticipazione di un problema che la Fifa sembra aver sottovalutato per anni. Questi Mondiali si svolgeranno in zone che a giugno e luglio possono trasformarsi in un territori inospitali dal punto di vista climatico. Le temperature saranno costantemente sopra i trenta gradi, ma ciò che preoccupa gli scienziati è un parametro meno noto chiamato temperatura di bulbo umido (Wgbt), cioè la temperatura più bassa che una massa d’aria può raggiungere per effetto dell’evaporazione dell’acqua – a differenza della temperatura tradizionale, tiene conto anche dell’umidità, della radiazione solare e del vento. È una misura molto più vicina a ciò che il corpo umano percepisce davvero.

In un lunghissimo articolo interattivo, il Financial Times ha analizzato i dati climatici delle città ospitanti e ha scoperto che alcune delle sedi principali del torneo, tra cui Miami, Dallas, Houston e Atlanta, superano regolarmente le soglie considerate rischiose dagli specialisti. Houston, per esempio, ha registrato valori superiori ai trenta gradi di bulbo umido in quasi tre quarti delle giornate di giugno e luglio dell’ultimo decennio. Dallas ci è arrivata in circa metà dei casi.

Molte nazionali stanno modificando la preparazione atletica per affrontare condizioni climatiche più simili a quelle di una spedizione nella giugla tropicale che a un torneo di calcio. L’Inghilterra, ad esempio, ha coinvolto specialisti che lavorano con atleti olimpici di altre discipline più abituate a lavorare in situazioni di caldo estremo.

Il calcio, come molti altri sport outdoor, ha molto presto a ignorare il meteo, derubricato a variabile secondaria. Pioggia, neve, vento, caldo. Si gioca sempre. Adesso potrebbe non essere più possibile. Un gruppo di ricercatori del network World Weather Attribution ha stimato che circa un quarto delle partite dei Mondiali 2026 potrebbe disputarsi con temperature di bulbo umido superiori ai livelli di sicurezza per la salute.

È un tema che riguarda i calciatori, ma anche i tifosi, costretti in spazi ridotti, nelle fan zone, in coda ai tornelli, sui mezzi di trasporto. «Quando la temperatura di bulbo umido supera i 26 gradi, le prestazioni sportive possono peggiorare. Sopra i 28 gradi aumenta il rischio di patologie da calore», ha spiegato al Financial Times Chris Mullington, consulente dell’Imperial College Healthcare NHS Trust. E se i calciatori dispongono di monitoraggio costante e pause per l’idratazione, i tifosi no.

La Fifa aveva annunciato nuove misure per proteggere tifosi e giocatori, come pause obbligatorie per bere, tende refrigerate, stazioni per l’acqua, ventilatori e nebulizzatori. Ma pochi giorni fa ha aggiornato il regolamento per gli spettatori vietando l’ingresso delle borracce riutilizzabili negli stadi. Formalmente, ha parlato di ragioni di sicurezza, per evitare lanci di oggetti dagli spalti. In realtà l’obiettivo è vendere solo acqua e bevande degli sponsor del torneo. Come prevedibile, ci sono state molte proteste da parte di tifosi e associazioni di categoria.

AP/Lapresse

Per anni la Fifa guidata dal presidente Gianni Infantino ha inseguito i mercati più ricchi del pianeta. La Russia, il Qatar, oggi gli Stati Uniti e tra otto anni toccherà all’Arabia Saudita. La geografia del calcio si sovrappone a quella del denaro, con la promessa di investimenti, sponsor e ricavi sempre più alti. Anche a costo di andare contro i suoi stessi tifosi, visti come un mare indistinto da cui drenare liquidità. Lo stiamo vedendo soprattutto con i costi dei biglietti. Secondo Ticketdata, all’inizio di giugno il prezzo medio d’ingresso per una partita dei Mondiali sfiorava i seicento dollari. Cifre inaccessibili per i tifosi provenienti da molti dei Paesi coinvolti nel torneo.

Per la prima volta, ai Mondiali in Stati Uniti, Messico e Canada è stato adottato in modo esteso il dynamic pricing, un sistema usato principalmente dalle compagnie aeree e dalle piattaforme alberghiere: i prezzi oscillano in base alla domanda. Fra ottobre e aprile, ha calcolato The Athletic, la federazione ha aumentato i prezzi di quasi novanta delle centoquattro partite in programma. L’aumento medio è stato del trentaquattro per cento. Per la prima volta il Mondiale sembra essere stato pensato come un grande evento premium, un prodotto di lusso. Lex Pryor su The Ringer ha scritto: «Definire il lancio dell’evento uno shitshow non rende pienamente l’idea». Perché oltre ai biglietti per le partite c’è tutto il contorno. Sono stati registrati aumenti superiori al trecento per cento per alcune strutture alberghiere nelle città ospitanti degli Stati Uniti. I parcheggi ufficiali vicino agli stadi hanno raggiunto prezzi che in diversi casi superano i duecentocinquanta dollari. Al MetLife Stadium del New Jersey si è arrivati a trecento; a Los Angeles duecentocinquanta; ad Atlanta duecentoventicinque. E i trasporti hanno seguito la stessa logica.

Gianni Infantino sembra applicare al calcio il vecchio mantra della Silicon Valley di inizio secolo «move fast, break things», immaginando il calcio come un’industria destinata a una crescita infinita, con risorse inesauribili, in cui alzare sempre la posta porterà più audience, più contenuti, più ricchezza. È quello che il giornalista britannico Rory Smith aveva definito, ormai un anno fa, la visione del calcio «non come sport ma come prodotto».

Questa logica la vediamo applicata all’intero progetto Fifa, dall’allargamento dei Mondiali a quarantotto squadre a una Coppa del Mondo per club di cui non si sentiva il bisogno. Ogni anno spuntano nuove competizioni, partite aggiuntive, quindi nuovi pacchetti commerciali e diritti di trasmissione da vendere al miglior offerente. Allargare il calcio per spremere più ricchezza. Anche ingolfando i calendari, mettendo a repentaglio la salute dei giocatori, violando diritti, tutto pur di ingigantire il content.

I risultati finora sono modesti. Perché proprio mentre la Fifa cercava di trasformare i Mondiali nel più grande spettacolo commerciale della storia dello sport qualcosa ha iniziato a incrinarsi. A metà maggio i prezzi di rivendita di alcuni biglietti sono scesi sotto quelli ufficiali, proprio in virtù dei prezzi dinamici. E l’associazione americana degli albergatori ha segnalato una domanda inferiore alle aspettative in molte città ospitanti. Perché deve esserci una soglia – di prezzo, o di decenza – oltre la quale il consumatore non è più disposto a comprare il prodotto calcistico.

Forse non è neanche il problema più grande della Fifa, in questo momento. O meglio, potrebbe essere solo una parte del problema. Perché possiamo essere sicuri che Donald Trump prima o poi lascerà la Casa Bianca e Gianni Infantino un giorno non sarà più presidente della Fifa. Ma le criticità emerse alla vigilia di questi Mondiali sembrano più profonde dei protagonisti che le hanno causate. Riguardano la libertà di movimento delle persone, il rapporto tra capitalismo e sorveglianza, la sostenibilità economica degli eventi globali e perfino la possibilità di continuare a giocare a calcio in alcune parti del mondo durante l’estate. Il sogno di Jules Rimet di avvicinare Paesi e culture diverse non è scomparso, ma forse non è mai stato così sbiadito.

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Il gorilla “filosofo” diventa il nuovo caso virale sui social: la storia di Kiyomasa e il “segreto” del suo Dna

10 June 2026 at 15:15

Seduto in silenzio, con lo sguardo fisso davanti a sé e una posa che ricorda quella di chi è immerso nei propri pensieri. È così che un gorilla è riuscito a conquistare migliaia di utenti sui social, diventando in poche ore protagonista di meme, commenti e condivisioni. Il protagonista della vicenda si chiama Kiyomasa, un gorilla di pianura occidentale ospitato nello zoo e giardino botanico di Higashiyama, nella città giapponese di Nagoya. In un video diventato virale, l’animale appare seduto da solo mentre tiene un braccio incrociato sul petto e una mano vicino alla bocca, assumendo una postura che molti hanno interpretato come quella di qualcuno intento a riflettere profondamente.

Secondo le ricostruzioni circolate online, il filmato sarebbe stato registrato poco dopo un momento di tensione con la sua compagna. Un dettaglio che ha contribuito a rendere il video ancora più virale. In poche ore Kiyomasa è stato “memato” dagli utenti di tutto il mondo: la sua espressione assorta e lo sguardo fisso nel vuoto sono diventati il punto di partenza per battute, fotomontaggi e commenti ironici. C’è chi lo ha associato a chi ripensa a una discussione appena avuta, chi alle preoccupazioni della vita quotidiana e chi, più semplicemente, ha scherzato dicendo di sentirsi esattamente come lui dopo una lunga giornata. Da qui il soprannome di “gorilla filosofo”, che ha rapidamente accompagnato la diffusione del video sui social.

Il successo è nel DNA

Kiyomasa, 13 anni, non è inoltre un gorilla qualsiasi. È infatti figlio di Shabani, uno dei gorilla più celebri del Giappone, diventato negli anni una vera e propria attrazione per i visitatori dello zoo grazie alla sua notorietà sui social e all’affetto conquistato tra gli appassionati di fauna selvatica. Che stesse davvero riflettendo o semplicemente riposando, poco importa agli utenti della rete. Per molti, quel breve filmato è bastato per trasformare Kiyomasa nel nuovo fenomeno virale del momento.

Famous Gorilla Kiyomasa Goes Full Philosopher Mode

After a spat with his mate, he sat down for some deep contemplation — caught on camera in Japan.

Even gorillas need a moment to process…#Gorilla #Japan #Zoo #PNC pic.twitter.com/Ovdysz3q1Z

— People’s news Channel (@peoplesnews2024) June 9, 2026

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Spunta un cinghiale tra gli ombrelloni, poi entra in mare davanti a decine di bagnanti: la scena fa il giro dei social

10 June 2026 at 14:59

Una presenza insolita ha attirato l’attenzione di residenti e turisti sul litorale di Agropoli, nel Cilento. Un cinghiale è stato infatti avvistato sulla spiaggia di San Marco, dove dopo aver raggiunto la battigia ha deciso di entrare in acqua, probabilmente alla ricerca di un po’ di refrigerio nelle ore più calde della giornata.

La scena, com’è ovvio, non è passata inosservata. Numerosi bagnanti hanno assistito all’episodio, e hanno ripreso l’animale con smartphone e videocamere. In pochi minuti immagini e filmati hanno iniziato a circolare sui social, suscitando curiosità e commenti tra gli utenti. Il cinghiale è rimasto in acqua per alcuni minuti, nuotando a breve distanza dalla riva sotto lo sguardo sorpreso dei presenti. Successivamente è tornato sulla spiaggia e si è allontanato senza causare problemi o situazioni di pericolo.

Non è la prima volta che un cinghiale viene avvistato in contesti insoliti nel Cilento. Negli ultimi anni la presenza di questi animali è stata segnalata sempre più spesso nei pressi di abitazioni, strade e località turistiche, soprattutto durante i mesi estivi. La ricerca di acqua e cibo, unita alle alte temperature, può infatti spingere gli esemplari a spostarsi verso aree frequentate dall’uomo.

@giornalista.cilen ???? Ospite inatteso tra i bagnanti: un cinghiale si rinfresca nel mare di Agropoli Tra i tanti turisti che stanno affollando le spiagge del lungomare San Marco ad Agropoli, oggi a catturare l’attenzione è stato un visitatore davvero insolito. Un cinghiale è stato avvistato mentre si rinfrescava nelle acque a pochi metri dalla riva, sotto gli occhi increduli di bagnanti e passanti. La scena ha subito attirato curiosità e smartphone, con numerosi video e fotografie condivisi sui social. Non è la prima volta che gli animali selvatici si spingono fino alle aree urbane e costiere del Cilento, ma vedere un cinghiale fare il bagno in mare resta uno spettacolo decisamente raro e sorprendente. ???? E voi lo avete visto? Condividete foto e video nei commenti. #Agropoli #Cinghiale #SanMarco #Cilento #Estate2026 ♬ sonido original – Juanma Juanma

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Molestie sul lavoro, la lezione della Cassazione: se un fatto non si può provare, non è detto che sia falso

10 June 2026 at 06:20

di Renato Albanese *

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione, sentenza n. 4339/2026, richiama un principio di grande rilievo per la gestione delle segnalazioni di molestie nei luoghi di lavoro: la mancata prova di un fatto non equivale alla dimostrazione della sua falsità.

Il caso riguardava una lavoratrice che aveva denunciato molestie sessuali sul lavoro. Il procedimento nei confronti della persona accusata era stato archiviato e, nei successivi giudizi di merito, l’assenza di riscontri e alcune incongruenze nel racconto erano state considerate sufficienti per condannare la denunciante per calunnia. La Cassazione ha però annullato tale decisione, chiarendo che l’archiviazione di un procedimento o l’insufficienza delle prove non consentono automaticamente di affermare che l’accusa fosse falsa o che chi ha denunciato fosse consapevole della sua falsità.

La distinzione è fondamentale non solo sul piano penale, ma anche per le organizzazioni chiamate a gestire segnalazioni interne. Esistono infatti tre piani diversi: un fatto può non essere provato; può non essere accertato; oppure può essere dimostrato che sia stato inventato. Confondere questi livelli porta a errori di valutazione e a decisioni organizzative inappropriate.

Nei contesti lavorativi, le segnalazioni di molestie arrivano spesso in modo frammentario, tardivo o prive di testimoni diretti. Possono emergere in ambienti già caratterizzati da tensioni relazionali, conflitti o squilibri di potere. Tuttavia, nessuno di questi elementi costituisce, di per sé, la prova della falsità della denuncia.

Sono frequenti alcune scorciatoie interpretative: “non ci sono testimoni, quindi il fatto non è avvenuto”; “il racconto è cambiato, quindi è inventato”; “esisteva un conflitto, quindi si tratta di una vendetta”; “il procedimento è stato archiviato, quindi l’accusa era falsa”. Si tratta di conclusioni apparentemente rassicuranti perché semplificano la complessità, ma che non consentono di comprendere realmente quanto accaduto.

Una corretta gestione richiede invece un’attività di ricostruzione accurata. Occorre analizzare la sequenza degli eventi, verificare quando e come la segnalazione è stata formulata, distinguere tra contraddizioni sostanziali e semplici precisazioni successive, valutare la stabilità del nucleo centrale del racconto e considerare il contesto in cui i fatti si sono sviluppati.
Particolare attenzione va dedicata al contesto organizzativo. Un rapporto lavorativo conflittuale può certamente suggerire cautela, ma non rappresenta automaticamente la prova di una strumentalizzazione. Talvolta il conflitto è la conseguenza della condotta denunciata; altre volte costituisce semplicemente l’ambiente nel quale essa si è verificata. Per questo il contesto non deve essere utilizzato come etichetta interpretativa, ma come elemento da esaminare criticamente.

Analoga prudenza deve essere adottata nella valutazione dei riscontri. È necessario distinguere tra prove inesistenti, prove non ricercate, prove non più disponibili e prove che confermano solo aspetti periferici della vicenda. Anche l’assenza di testimoni va letta alla luce della natura della condotta denunciata, che spesso si realizza in situazioni appartate o caratterizzate da asimmetrie di potere.

La sentenza affronta inoltre un tema particolarmente delicato: il giudizio sul comportamento della persona che denuncia. Domande come “perché non ha parlato subito?”, “perché non ha reagito?”, “perché non si è dimessa?” o “perché nessuno se n’è accorto?” vengono spesso utilizzate per mettere in dubbio la credibilità della vittima. Tuttavia, tali interrogativi rischiano di fondarsi su un modello astratto di “vittima ideale” che non trova riscontro nella realtà.

Chi subisce molestie sul lavoro può essere frenato dalla paura di ritorsioni, dalla dipendenza economica, dal timore di non essere creduto, dalla vergogna o dalla necessità di preservare la propria posizione professionale. Per questo una reazione tardiva, incompleta o non conforme alle aspettative sociali non costituisce, di per sé, un indice di falsità. Per le organizzazioni, il messaggio è chiaro: non è richiesto scegliere immediatamente chi abbia ragione, né sostituirsi all’autorità giudiziaria. È invece necessario gestire il rischio organizzativo, raccogliere gli elementi disponibili, adottare misure proporzionate di tutela, monitorare l’evoluzione del contesto e garantire che la segnalazione venga presa in carico con serietà e imparzialità.

La vera sfida consiste nel distinguere tra fatto non provato e fatto falso, tra conflitto e strumentalità, tra contraddizione sostanziale e semplice precisazione. Una gestione efficace delle molestie sul lavoro non parte dalla conclusione, ma dalla ricostruzione dei fatti.

La lezione della Cassazione è quindi netta: “archiviato” non significa necessariamente “falso”; “non provato” non significa “inventato”. Nei casi di molestie sul lavoro, il rischio non è solo arrivare tardi. È anche arrivare troppo presto a una conclusione. Il rigore nella valutazione serve proprio a evitare che l’incertezza venga trasformata, troppo rapidamente, in una conclusione errata.

*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul lavoro, gestione dei casi e prevenzione organizzativa, con un approccio di ingegneria preventiva

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Ennesimo allevamento crudele: Essere Animali con Selvaggia Lucarelli per una proposta di legge contro le gabbie

10 June 2026 at 05:18
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a firma di Chiara Caprio

Per molti consumatori la denominazione DOP sull’etichetta dei prodotti che acquistano al supermercato è sinonimo di garanzia di qualità e, nel caso di prodotti animali come salumi e affettati, di pratiche di allevamento rispettose del benessere animale. Eppure, se il disciplinare non lo vieta espressamente, anche un prodotto etichettato come DOP può provenire da allevamenti in cui gli animali trascorrono parte o l’intera vita in gabbia. È il caso di mille scrofe allevate in una grande struttura in provincia di Treviso, di cui nelle scorse settimane Essere Animali ha mostrato immagini a dir poco scioccanti.

Il 28 maggio l’associazione ha diffuso, in collaborazione con Selvaggia Lucarelli, video inediti consegnati all’associazione da un ex dipendente dell’azienda. Nei filmati venivano documentate gravi violenze nei confronti degli animali da parte dell’allevatore e di altri operai, dolorose mutilazioni per i suinetti maschi, centinaia di cuccioli senza vita nelle gabbie parto, l’utilizzo massiccio di farmaci, decine di carcasse abbandonate all’esterno dell’allevamento e gabbie parto fatiscenti e pericolose per gli animali. Le immagini hanno raggiunto milioni di persone indignate per le condizioni dell’allevamento.

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La settimana seguente, il 5 giugno, Essere Animali è tornata a mostrare nuovi filmati inediti raccolti a maggio di quest’anno, che confermano come alcune delle problematiche già documentate siano la normalità. Ancora una volta le immagini hanno mostrato la presenza di centinaia di cuccioli morti nelle gabbie, carcasse abbandonate all’esterno della struttura, scaffali e frigoriferi ricolmi di farmaci utilizzati per il trattamento di infezioni batteriche, problemi respiratori e infestazioni parassitarie. A preoccupare è anche la presenza diffusa di topi in tutte le aree dell’allevamento e persino nelle mangiatoie.

Con questa attività di documentazione, l’associazione è tornata a denunciare non solo le irregolarità e i maltrattamenti sugli animali, ma anche una crudeltà che in Italia è ancora legale: l’allevamento in gabbia. Sono circa 600mila le scrofe allevate in queste condizioni nel nostro Paese, insieme a 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie.

Per questo motivo il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre anche in Italia il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate. Una pratica su cui anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) si è pronunciata, mettendo nero su bianco cosa significa per un animale vivere in gabbia: questi sistemi impediscono agli animali di esprimere comportamenti fondamentali come camminare, girarsi, esplorare l’ambiente e socializzare, aumentando quindi le loro sofferenze.

La proposta di legge è parte della campagna Gabbie Vuote e ha già ricevuto il supporto di oltre 42mila persone che hanno firmato sulla pagina dedicata del Ministero della Giustizia, insieme a personalità provenienti da mondi e sensibilità diverse, come appunto l’autrice e scrittrice Selvaggia Lucarelli, la cheffe Chiara Pavan, la fumettista Zuzu, il maratoneta ex atleta olimpionico Riccardo Bugari.

Nel 2021, la Commissione Europea aveva ufficialmente accolto l’Iniziativa dei Cittadini Europei “End the Cage Age”, firmata da oltre 1,4 milioni di cittadini e sostenuta da più di 170 organizzazioni, tra cui Essere Animali, impegnandosi a presentare entro il 2023 una proposta per eliminare gradualmente l’allevamento in gabbia. Ma questa promessa, ad oggi, non è stata mantenuta, tradendo le aspettative di milioni di persone.

Intanto in Europa, diversi Paesi hanno già introdotto divieti o forti limitazioni all’uso delle gabbie negli allevamenti intensivi. Non c’è motivo per cui anche l’Italia non possa fare lo stesso. Secondo i dati dell’ultimo Eurobarometro oltre 9 italiani su 10 sono favorevoli a questo divieto, la politica ascolterà le loro richieste?

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Dai contratti precari al no al padiglione Israele: perché lo sciopero della cultura del 12 giugno

 

“La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.

Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.

Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.

Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.

Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.

Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.

Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).

Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.

Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.

Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.

Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.

Stati Generali della Space Economy 2026: al via il nuovo format itinerante per valorizzare i distretti italiani dell’aerospazio

9 June 2026 at 18:47

Il settore genera un fatturato di 3,1 mld e attiva 8,9 mila posti di lavoro

Un’edizione profondamente rinnovata, con un nuovo format itinerante per valorizzare i distretti italiani dell’aerospazio: è stata presentata questa mattina a Roma, presso la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy durante la conferenza stampa “Spazio, eccellenza del Made in Italy”, la nuova edizione degli Stati Generali della Space Economy 2026, iniziativa promossa dall’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy (IPSE) e organizzata da Inrete – Relazioni Istituzionali e Comunicazione.

La manifestazione si presenta quest’anno con un format completamente nuovo e rivisitato. Questa evoluzione strutturale nasce come risposta diretta alla straordinaria crescita del comparto aerospaziale nazionale e al crescente interesse strategico ed economico verso questo segmento, che gli Stati Generali stanno promuovendo con successo ormai da due anni. Dal 2021 al 2024 il fatturato della filiera è cresciuto passando da 1,9 a 3,1 Miliardi con incremento anche degli addetti al settore che sono cresciuti da 5,9 mila a 8,9mila. Per la prima volta, la rassegna adotterà una formula totalmente itinerante: una scelta strategica volta a valorizzare capillarmente tutti i distretti tecnologici, le filiere industriali e i singoli territori d’eccellenza che compongono il comparto spaziale sul territorio nazionale.

«Con Spazio Italia 2.0 vogliamo costruire il più ampio momento di confronto mai realizzato nel nostro Paese sull’economia dello spazio. Il percorso si articolerà in venti sessioni: diciotto sessioni tematiche realizzate in collaborazione con i distretti aerospaziali nelle sedici regioni italiane che li ospitano, una dedicata ai giovani e una Sessione Plenaria conclusiva a Milano. Un confronto che coinvolgerà istituzioni, industria, associazioni di categoria, università, mondo della ricerca e della finanza, con l’obiettivo di mettere a sistema competenze, investimenti e visione strategica.

Gli Stati Generali prenderanno il via il 15 giugno a Potenza, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Rocco Petrone, figlio della Basilicata e protagonista di una delle pagine più straordinarie della storia dell’umanità. Petrone fu infatti tra i principali artefici della missione Apollo 11 che portò l’uomo sulla Luna. Un simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo e del contributo che il nostro Paese ha saputo offrire alla conquista dello spazio.

Gli Stati Generali della Space Economy sono promossi dall’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy, che riunisce cinquanta parlamentari tra deputati e senatori appartenenti ai principali gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. Un segnale importante di come la Space Economy sia oggi considerata una delle più grandi opportunità di crescita economica, industriale e tecnologica per l’Italia.

Accanto ai tavoli di lavoro dedicati agli operatori del settore abbiamo voluto riservare un’attenzione particolare alle nuove generazioni attraverso il programma “Spazio ai Giovani” e lo Space Economy Hackathon Italia, perché il futuro dello spazio dipenderà dalla nostra capacità di formare oggi le competenze che guideranno il Paese domani.

I risultati delle sessioni confluiranno nella Sessione Plenaria finale di Milano e nello Smart Space Pact, uno strumento innovativo che consentirà di trasformare proposte e impegni condivisi in obiettivi concreti, misurabili e verificabili nel tempo. In un tempo in cui molti si interrogano su quali professioni sopravviveranno alla rivoluzione tecnologica in atto, noi stiamo contribuendo a costruire oggi le professioni del futuro”

“Lo spazio è un settore che oggi unisce l’Italia e proietta la sua industria e la sua economia nel futuro. Venti eventi in sedici regioni, dal Nord al Sud, promossi da un Intergruppo parlamentare che riunisce maggioranza e opposizione e accompagnati dal Governo con la presenza di quindici ministri e otto tra viceministri e sottosegretari, dimostrano che il Paese ha scelto di fare sistema su una delle frontiere decisive della crescita, della sicurezza e della sovranità tecnologica”, ha dichiarato il Ministro Urso. “Lo spazio non è più soltanto ricerca o esplorazione: è industria, sicurezza, comunicazioni, dati, servizi, difesa, competitività. Chi presidia oggi lo spazio presidia una parte decisiva dell’economia e della sovranità di domani. L’Italia ha scelto di essere tra i Paesi che guidano questa nuova fase”, ha spiegato il Presidente dell’Intergruppo parlamentare sulla space economy, On. Andrea Mascaretti.

“L’aerospazio può e deve diventare uno dei principali motori di crescita per l’economia del nostro Paese e dell’intero Continente europeo. Investire in questo settore significa rafforzare innovazione, sicurezza, competitività industriale e nuove opportunità per le nostre imprese e per i nostri giovani”, ha dichiarato l’On. Simone Billi, membro dell’ IPSE.

Il programma è stato presentato alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospaziali, sen. Adolfo Urso, del presidente dell’Intergruppo, on. Andrea Mascaretti e degli Onorevoli Alessia Ambrosi, Simone Billi, Beatriz Colombo Gianmauro Dell’Olio e Daniela Dondi.

Sono stati illustrati i pilastri della nuova rassegna le sessioni tematiche si terranno in tutte le Regioni dove è presente un Distretto aerospaziale per valorizzarne le specificità e favorire un confronto tra istituzioni nazionali e locali, aziende, associazioni, università, enti di ricerca, e sistema finanziario. La Sessione Plenaria, prevista a Milano, rappresenterà il momento di sintesi del percorso e porterà alla definizione dello Smart Space Pact, un documento programmatico digitale che tradurrà gli impegni condivisi in una vera e propria agenda operativa nazionale, dinamica e misurabile.

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Ranked: The world’s highest military burdens by GDP

By: A A
9 June 2026 at 16:49

Military expenditure as a share of GDP is a key stress test of national priorities. While the US and China lead in raw dollars, the ranking changes dramatically when adjusted for economic size. Here are the top 20 countries where defense takes the biggest bite out of the economy

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Orsi tra le case e vicino alle scuole: in una città giapponese scattano chiusure e misure straordinarie

9 June 2026 at 15:13

È emergenza nella città giapponese di Utsunomiya, a circa 100 chilometri a nord di Tokyo, dove la presenza di orsi nei pressi e all’interno del centro abitato ha portato alla chiusura di 94 scuole elementari e medie. Le autorità locali hanno adottato misure straordinarie dopo una serie di avvistamenti che hanno generato forte preoccupazione tra i residenti. La decisione di sospendere le lezioni è arrivata dopo che diversi esemplari, presumibilmente orsi neri asiatici, sono stati segnalati nelle aree urbane. In un episodio recente, un animale è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre attraversava una strada del centro nelle prime ore del mattino, passando vicino a due giovani visibilmente spaventati.

Misure di sicurezza

Le autorità cittadine hanno invitato la popolazione a mantenere la massima prudenza, raccomandando di tenere porte e finestre chiuse, evitare spostamenti non necessari e rifugiarsi nell’edificio più vicino in caso di avvistamento. Sono stati inoltre attivati veicoli dotati di altoparlanti per diffondere avvisi nelle zone interessate.

Parallelamente, decine di cacciatori, insieme a polizia e funzionari locali, sono stati mobilitati per le operazioni di ricerca e contenimento. Non è ancora chiaro se gli avvistamenti riguardino uno o più esemplari, ma la loro presenza ravvicinata ai quartieri abitati ha spinto le autorità ad agire con urgenza. Le amministrazioni locali stanno valutando anche soluzioni tecnologiche, come sistemi di sorveglianza avanzati e analisi basate sull’intelligenza artificiale, per monitorare gli spostamenti degli animali e prevenire nuovi episodi.

Un fenomeno in crescita

Secondo quanto riportato da Il Messaggero, il fenomeno non è isolato. Negli ultimi mesi il Giappone ha registrato un aumento significativo degli avvistamenti di orsi, con circa 50.000 segnalazioni in tutto il Paese nell’ultimo anno, un dato considerato record e concentrato soprattutto nelle regioni nord-orientali. In alcuni casi recenti, gli animali si sono spinti fino a zone altamente frequentate: nei dintorni dell’area metropolitana di Tokyo un escursionista è rimasto ferito, mentre in altre occasioni gli orsi sono stati avvistati in città satelliti e persino all’interno di edifici industriali.

Secondo le stime, sull’isola principale di Honshu vivrebbero tra i 12.000 e i 42.000 orsi neri asiatici, mentre sull’isola di Hokkaido è presente una popolazione di orsi bruni più grandi, che può raggiungere esemplari di notevole stazza. Gli esperti hanno sottolineato come l’aumento degli avvistamenti possa essere legato a cambiamenti ambientali e alla crescente interazione tra fauna selvatica e aree urbane.

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