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ANCE Brindisi, la transizione ecologica tra sostenibilità ambientale e sviluppo economico

La sfida della transizione ecologica: imprese locali protagoniste ed equilibrio tra lavoro, ambiente ed economia per garantire il benessere sociale

Negli ultimi anni l’Europa ha perseguito obiettivi ambientali ambiziosi e necessari. Tuttavia, a Brindisi, in Puglia e più in generale in Italia, non si è compreso che la transizione ecologica non può realizzarsi senza una solida strategia industriale, energetica e infrastrutturale in grado di accompagnare imprese e territori verso il cambiamento. Ridurre le emissioni è un obiettivo non negoziabile, ma le politiche industriali avrebbero dovuto indirizzare il mercato valorizzando la capacità di innovazione delle imprese.

In questo contesto assume un ruolo fondamentale il settore delle costruzioni che, essendo il principale assemblatore di tecnologie, materiali e soluzioni innovative, può concretizzare l’implementazione delle politiche di sostenibilità e quindi l’effettiva transizione ecologica. In altre parole, è il settore che costruisce e dà forma fisica alla transizione. Senza una filiera dell’edilizia solida, che va ben oltre il falso mito dei cappotti termici, non esistono edifici efficienti, impianti rinnovabili, infrastrutture sostenibili o città intelligenti, perché è attraverso il costruire che ogni innovazione diventa realtà.

L’Italia e il Mezzogiorno dispongono di risorse naturali straordinarie che possono renderci protagonisti della nuova economia energetica europea. La Puglia, grazie alla sua conformazione geografica, ai porti, alle infrastrutture energetiche e alle competenze industriali presenti sul territorio, può diventare uno dei principali hub euro-mediterranei dell’energia pulita e delle nuove filiere produttive. Ma la Puglia e in particolare Brindisi, non può essere soltanto il luogo dove installare impianti: la vera sfida è trasformare la transizione energetica in un motore di sviluppo economico e sociale per i territori che la ospitano.

Per troppo tempo il rapporto tra grandi investimenti energetici e comunità locali è stato impostato su un modello distorto: da una parte chi investe utilizzando la leva occupazionale, dall’altra chi subisce. Per ottenere un reale beneficio economico, è necessario cambiare il paradigma: quando un’impresa investe in fonti energetiche alternative su un territorio, le imprese locali devono entrare a far parte dell’investimento, diventando partner strategici protagonisti dello sviluppo. Allo stesso modo è difficile immaginare che le royalty energetiche, se utilizzate prevalentemente per finanziare strade e marciapiedi, possano generare sviluppo. Le compensazioni derivanti dagli impianti energetici devono trasformarsi in strumenti di crescita economica permanente.

Serve un vero “patto sociale” tra istituzioni, imprese locali e investitori che vincoli una quota significativa delle royalty alla creazione di nuova economia. Quelle risorse potrebbero finanziare startup innovative fondate da giovani, sostenere progetti manifatturieri ad alto contenuto tecnologico, favorire l’adozione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e accompagnare la nascita di nuove filiere industriali capaci di competere sui mercati nazionali e internazionali.

Per i costruttori di Ance Brindisi, la transizione ecologica deve coniugare sostenibilità ambientale e sviluppo economico. La decarbonizzazione può essere un’occasione se l’innovazione tecnologica genera valore e rafforza il sistema produttivo, l’occupazione e la capacità industriale. L’obiettivo non può essere solo ridurre le emissioni, ma creare un equilibrio tra lavoro, ambiente ed economia, condizione indispensabile per garantire il benessere sociale.

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Meloni: Italia non è Repubblica delle banane, qui si rispettano le regole

(Agenzia Vista) Roma, 10 giugno 2026
“Non si può fare e stiamo anche su questo rispondendo perché il messaggio che vogliamo lanciare a tutti è che questa non è la Repubblica delle banane, qui si rispettano le regole atteso che, come ricordava il presidente Sangalli, senza regole non c’è mercato, senza mercato non ci sono imprese sane e non c’è crescita”, così la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo intervento all’Assemblea di Confcommercio.
Courtesy: Palazzo Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Tasse, con l’F24 l’addebito è automatico. Nuovo passo verso la digitalizzazione

Presto l’addebito delle tasse potrebbe avvenire in automatico sul proprio conto corrente attraverso il modello F24. Ma di che cosa si tratta? La misura nasce da un accordo tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e l’Agenzia delle Entrate e rientra negli obiettivi fissati dal governo per gli anni 2026-2028 relativi ai nuovi obiettivi di politica fiscale. Si tratta di un provvedimento che punta a trasformare in maniera molto netta la gestione degli adempimenti fiscali, segnando il passaggio da un sistema di pagamento eseguito di volta in volta a un modello basato su autorizzazioni continuative.

Il sistema dovrebbe funzionare similmente a quanto già previsto per l’autoliquidazione e versamento dell’imposta di successione per la quale è previsto l’addebito in conto corrente della somma indicata dal contribuente. Viene poi eseguito un controllo del calcolo effettuato per l’autoliquidazione ed eventuali maggiori somme sono richieste al contribuente. Ma questa non è l’unica novità.

infatti è prevista anche la delega unica, cioè la possibilità per il contribuente di fornire al proprio intermediario (Caf, commercialista), la delega alla fruizione dei servizi generalizzata, questo implica che non sarà necessario rilasciare una delega per ogni atto che l’intermediario deve compiere in nome e per conto del contribuente. L’addebito automatico in conto corrente ancora non è attivo, manca la misura attuativa (prevista a breve).

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Lombardia, più salario e welfare con la contrattazione di secondo livello: via libera in consiglio

Più premi di risultato, maggiore welfare aziendale, formazione collegata ai fabbisogni produttivi e incentivi per le imprese che creano occupazione stabile. È il percorso indicato dalla mozione presentata dalla consigliera regionale di Fratelli d’Italia Chiara Valcepina e approvata dal Consiglio regionale della Lombardia. Il provvedimento impegna la Giunta a predisporre un piano regionale per sostenere la contrattazione di secondo livello, da costruire insieme alle parti sociali, alle organizzazioni dei lavoratori e alle associazioni datoriali.

La Lombardia deve rafforzare la contrattazione di secondo livello come strumento concreto per aumentare l’attrattività del lavoro, sostenere il potere d’acquisto dei salari e aiutare le imprese a reperire competenze qualificate. Per questo chiediamo un piano regionale capace di valorizzare premi di risultato, welfare aziendale e territoriale, formazione continua, stabilità occupazionale e partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Un percorso che si inserisce perfettamente in quanto messo in campo dal governo Meloni“, dichiara Valcepina.

Carenza di manodopera e perdita del potere d’acquisto

La mozione parte da due problemi che stanno condizionando il mercato del lavoro lombardo: la difficoltà delle aziende nel trovare personale qualificato e l’aumento del costo della vita, che ha ridotto il valore reale delle retribuzioni. “La nostra regione affronta due emergenze strettamente collegate: la carenza di manodopera e la riduzione del potere d’acquisto dei salari. Circa il 30% delle imprese lombarde segnala difficoltà nel reperire lavoratori qualificati, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. A questo si aggiunge l’aumento del costo della vita, che rende meno attrattive molte opportunità lavorative”, precisa la consigliera di Fratelli d’Italia. L’obiettivo dichiarato è rendere più conveniente il lavoro stabile e migliorare le condizioni offerte dalle imprese, intervenendo non soltanto sulla retribuzione ma anche sui servizi e sulle prestazioni collegate alla vita quotidiana dei dipendenti.

Il rapporto tra contratto nazionale e secondo livello

Nell’impostazione della mozione, la contrattazione aziendale o territoriale non dovrebbe sostituire il contratto collettivo nazionale, ma adattarne e rafforzarne le tutele sulla base delle caratteristiche dei singoli settori, delle imprese e dei territori. “Il CCNL pone le fondamenta comuni di tutele, garanzie e retribuzioni. La contrattazione di secondo livello consente di costruire su quelle fondamenta risposte più vicine alla singola impresa e al singolo territorio, intervenendo su ciò che incide davvero nella vita quotidiana di chi lavora”, sottolinea Valcepina. Il piano regionale dovrebbe favorire qualità e regolarità del lavoro, sicurezza, continuità occupazionale, premi collegati ai risultati, formazione continua e strumenti di welfare aziendale e territoriale.

Premi alle imprese che assumono e investono nel welfare

Un capitolo della mozione riguarda le premialità per le imprese che aumentano il numero dei lavoratori a tempo indeterminato e investono in benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati. Gli interventi potrebbero riguardare la mobilità, la sanità integrativa, la conciliazione tra vita privata e lavoro e il costo dell’abitazione. Il testo punta inoltre a valorizzare le aziende che partecipano a programmi formativi costruiti su base territoriale e coerenti con le competenze richieste dal sistema produttivo. Particolare attenzione viene riservata alle Zone di innovazione e sviluppo, nelle quali la Regione dovrebbe sperimentare nuovi modelli di contrattazione territoriale e welfare aziendale, anche attraverso incentivi, interventi di sostegno e forme di fiscalità di vantaggio.

Il tavolo con il Governo per maggiori competenze regionali

La mozione impegna inoltre la Giunta e gli assessorati competenti ad avviare un tavolo tecnico-politico con il Governo nazionale. L’obiettivo è ottenere maggiori competenze regionali nella promozione della contrattazione territoriale di secondo livello.Valcepina sottolinea anche il confronto sviluppato in Aula con le forze di opposizione, che ha permesso di raccogliere consensi trasversali su diversi punti del documento.

“È importante sottolineare come in Aula si sia sviluppato un confronto proficuo con la minoranza, che ha consentito di arrivare a una sintesi positiva, tanto che anche gran parte dell’opposizione ha votato favorevolmente diversi punti della mozione. Consegniamo così alla Giunta un testo forte e ampiamente condiviso, dimostrazione che quando si parla di lavoro e welfare è possibile costruire convergenze serie nell’interesse dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese”, evidenzia la consigliera regionale.

Rafforzare i salari, sostenere i consumi interni, migliorare il welfare e rendere più attrattivo il sistema produttivo lombardo: la Lombardia ha sempre saputo anticipare i cambiamenti. Oggi può farlo ancora una volta, costruendo un modello di relazioni industriali fondato su partecipazione, qualità del lavoro e responsabilità, in perfetta sinergia con il governo Meloni”, conclude Valcepina.

La Uil approva: “Ora servono strumenti operativi”

La Uil Lombardia valuta positivamente l’approvazione della mozione, considerandola un primo passo per riportare al centro del dibattito il potere d’acquisto, le retribuzioni e il costo della vita. Per il sindacato, tuttavia, il sostegno regionale dovrà essere accompagnato da condizioni precise. Le risorse pubbliche dovranno favorire le imprese che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, creano occupazione stabile e investono nella formazione e nella sicurezza. “La contrattazione di secondo livello – sottolinea il segretario confederale Salvatore Mondedurodeve rafforzare il sistema contrattuale, non indebolirlo. Deve migliorare le condizioni di lavoro, contrastare i contratti pirata e non diventare uno strumento per alimentare il dumping salariale. Il sostegno pubblico, comprese le risorse regionali, europee e gli strumenti collegati alle politiche di sviluppo, deve essere indirizzato a chi investe davvero nel buon lavoro: contratti a tempo indeterminato, applicazione dei CCNL rappresentativi, formazione, welfare, sicurezza, conciliazione vita-lavoro e partecipazione”.

Uil: nelle Zone di sviluppo le risorse non siano un assegno in bianco

Secondo la Uil, i criteri sulla qualità del lavoro dovranno essere applicati con particolare rigore nelle Zone di innovazione e sviluppo. Gli investimenti pubblici non dovranno premiare le imprese che competono riducendo salari e diritti, ma quelle che garantiscono legalità contrattuale, stabilità e relazioni sindacali corrette. “La mozione approvata – conclude Antonio Albrizio, segretario generale UIL Lombardia – è considerata un ottimo primo passo, ma non il punto di arrivo. Ora si apre la fase cruciale: tradurre l’indirizzo politico in strumenti operativi all’interno del Patto per lo Sviluppo. A questo proposito UIL Lombardia ha proposto emendamenti al testo finalizzati a rafforzare il rispetto dei CCNL più rappresentativi, il contrasto ai contratti pirata, la necessità di condizionare l’utilizzo di risorse pubbliche alla qualità del lavoro e la promozione di un Fondo regionale per la contrattazione di qualità. La competitività della Lombardia non si difende comprimendo i costi, ma investendo sul valore e sulla dignità di chi lavora“.

La Cgil: bene il tema, ma no alle scorciatoie fiscali

Più articolato il giudizio della Cgil Lombardia. Il sindacato considera positivo che la Regione voglia favorire una maggiore diffusione della contrattazione di secondo livello, ma esprime contrarietà rispetto ad alcuni strumenti e finalità contenuti nella mozione. Secondo la Cgil, la difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori non può essere affrontata attraverso vantaggi fiscali o modificando gli equilibri tra Stato e Regione. Le cause principali sarebbero invece da ricercare nelle basse retribuzioni, nell’aumento del costo della vita e nella difficoltà di sostenere le spese per l’abitazione. Il sindacato contesta in particolare l’apertura di un tavolo con il Governo per ottenere maggiori competenze regionali in materia di contrattazione territoriale e fiscalità. Una strada che, secondo la Cgil, rischierebbe di alterare equilibri istituzionali delicati.

La stessa contrarietà riguarda la previsione di incentivi e fiscalità di vantaggio nelle Zone di innovazione e sviluppo. Per la Cgil, la competitività di queste aree dovrebbe dipendere dalla capacità delle imprese di investire nell’innovazione di processo e di prodotto, non dalla modifica delle regole fiscali.

Il nodo della partecipazione agli utili

Un altro punto contestato riguarda la possibilità di favorire forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, sulla base della legge numero 76 del 2025. Secondo la Cgil, la partecipazione agli utili rischia di trasformarsi in un’alternativa alla redistribuzione salariale negoziata attraverso la contrattazione. Il problema sarebbe particolarmente evidente nelle piccole e medie imprese, dove spesso non esiste una vera contrattazione aziendale e non sono previsti organi di sorveglianza o gestione nei quali garantire la rappresentanza dei lavoratori. Per il sindacato, le risorse pubbliche possono aiutare a diffondere la contrattazione, ma non devono sostituire la responsabilità delle imprese nella distribuzione della ricchezza prodotta.

Cgil: “Serve salario fresco, non soltanto benefit”

La distanza più evidente riguarda il peso attribuito ai benefit non monetari. Secondo la Cgil, welfare aziendale, agevolazioni e prestazioni defiscalizzate non possono rispondere da soli alle difficoltà economiche delle famiglie. “Per rispondere alla pandemia salariale ancora in corso serve salario fresco nella contrattazione. Benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati, non rispondono all’urgenza concreta di lavoratrici, lavoratori e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese.” La richiesta è quindi che qualsiasi intervento regionale abbia come priorità l’aumento delle retribuzioni e la redistribuzione della produttività e della ricchezza generata dalle imprese. “Non servono scorciatoie fiscali né strumenti che rischiano di sostituire il salario contrattato con benefit o partecipazione agli utili.”

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Chiara Ferragni in silenzio in attesa dell’autunno

Chiara Ferragni in silenzio in attesa dell’autunno

Dopo la fine della vicenda giudiziaria legata al Pandoro-gate, Chiara Ferragni sembra essere tornata sulla cresta dell’onda. La campagna di Guess, il nuovo amore, i riflettori nuovamente puntati. Circolano insistentemente voci su una possibile nuova apparizione – da protagonista – dell’influencer di Cremona sui canali televisivi, ancorché on demand.

Pare ormai confermato, infatti, che in autunno le sarà dedicata una serie Netflix, notizia anticipata da Chi e che Affaritaliani ha avuto modo di verificare. Ma c’è di più: secondo quanto ci risulta, l’influencer avrebbe deciso di annullare ogni tipo di apparizione pubblica, comprese interviste, proprio per concentrarsi sulla nuova fatica.

Dopo The Ferragnez, che aveva mostrato lustrini e debolezze del duo Ferragni-Fedez, ora l’imprenditrice digitale, 39enne e mamma di due figli, tornerà a calcare i palcoscenici delle tv on demand. C’è curiosità per capire come verrà gestita la privacy dei due bambini, oggetto di un contenzioso con l’ex marito Federico Lucia (in procinto di diventare padre per la terza volta) che aveva intimato a entrambi di oscurare i volti dei figli in modo da non renderli riconoscibili sui social.

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Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la elefantiaca intervista a mezzo podcast di Selvaggia Lucarelli a Fabio Maria Damato, ex direttore generale della galassia Ferragni, su cui era stata scaricata molta parte delle responsabilità per quanto fatto in materia di beneficenza dall’influencer.

Lui, a sua volta, ha raccontato le sue verità tra la famosa (e famigerata) letterina di Sanremo – “Cara Chiara” ecc – e la scelta del video di scuse che parlava di un “errore di comunicazione” per la vicenda Pandoro. Insomma, la Ferragni dopo un periodo di appannamento torna sotto i riflettori. D’altronde, è stata la prima influencer nel nostro Paese e, dopo la pausa Pandoro, ora torna a stare in prima fila. Come andrà a finire?

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ASPI, la Tangenziale di Napoli diventa la prima Smart Road certificata in Italia

ASPI, Tangenziale di Napoli prima Smart Road d’Italia: meteo e veicoli connessi monitorati in tempo reale

La Tangenziale di Napoli entra nella storia della mobilità italiana: è la prima Smart Road d’Italia certificata ufficialmente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il riconoscimento, ottenuto in conformità ai requisiti del Decreto Ministeriale 70/2018, attesta l’adeguamento dell’infrastruttura agli standard tecnologici necessari per la digitalizzazione del monitoraggio degli asset, la gestione intelligente del traffico e il dialogo in tempo reale con i veicoli connessi e a guida autonoma.

Una rivoluzione dei trasporti che parte dal Mezzogiorno e che trasforma una delle principali arterie urbane del Paese in un laboratorio avanzato di mobilità intelligente. Il progetto coinvolge Tangenziale di Napoli, società del Gruppo Autostrade per l’Italia, il Mit e il Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile, con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione del Gruppo ASPI. La certificazione si fonda su tre caratteristiche principali previste dalla normativa: monitoraggio del traffico, controllo meteo e idrogeologico, comunicazione con i viaggiatori e mobilità connessa.

Sul fronte del traffico, sensori distribuiti lungo la rete raccolgono dati sulla viabilità, poi elaborati e correlati da un modello dedicato. Le informazioni generate supportano gli operatori del centro di controllo nei processi decisionali, consentendo una gestione più attiva e tempestiva della mobilità. Il monitoraggio meteo e idrogeologico permette invece di rilevare in tempo reale dati sulle condizioni atmosferiche, sullo stato della pavimentazione, sui livelli delle acque e più in generale sul territorio circostante l’infrastruttura. L’obiettivo è individuare tempestivamente condizioni potenzialmente critiche, come alluvioni, frane o altri fenomeni di rischio, e allertare gli operatori al superamento di soglie prestabilite.

Il terzo pilastro riguarda la comunicazione tra infrastruttura e veicolo. Grazie a tecnologie che abilitano lo scambio bidirezionale di dati, le informazioni raccolte possono essere trasmesse ai viaggiatori direttamente a bordo veicolo: velocità consigliata, incidenti, condizioni meteo, stato della pavimentazione, pericoli, ostacoli e cantieri. Allo stesso tempo, anche i veicoli inviano dati all’infrastruttura, permettendo al gestore autostradale di conoscere le condizioni del traffico in modo più preciso e tempestivo.

In questo modello, l’operatore diventa un vero e proprio orchestratore della mobilità, capace di gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo. Attualmente la Tangenziale di Napoli dispone di 30 mezzi connessi in grado di comunicare con l’infrastruttura stradale. La dotazione tecnologica lungo la tratta conferma il livello di innovazione raggiunto. Sui 22 chilometri della Tangenziale sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, 8 centraline meteorologiche e 40 antenne con duplice tecnologia ITS-G5 e cellular V2X distribuite sull’intero percorso.

Questi dispositivi consentono di raccogliere dati sui flussi di traffico, sulla velocità, sugli eventi critici e sulle condizioni di esercizio, inviandoli alla piattaforma centrale C-ITS di Movyon. La piattaforma integra le informazioni con dati provenienti anche da fonti esterne e le elabora per garantire un controllo continuo della viabilità e una comunicazione costante tra infrastruttura e utenti. In Tangenziale di Napoli sono già operativi servizi di comunicazione che segnalano in tempo reale alle auto connesse potenziali pericoli per i guidatori, come cantieri, mezzi in avaria, eventi meteo o altre criticità. Il sistema è inoltre in grado di suggerire la velocità ottimale per evitare la formazione di code, contribuendo a migliorare sicurezza, fluidità del traffico e qualità del viaggio.

Uno dei risultati più significativi è stata la sperimentazione realizzata per la prima volta in Italia nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta. Durante i test, un veicolo a guida autonoma ha adattato in tempo reale la propria velocità sulla base delle informazioni suggerite dall’infrastruttura. Un passaggio che avvicina il Paese a un modello di mobilità in cui strada e veicolo diventano parte di un unico sistema connesso. La certificazione della Tangenziale di Napoli come prima Smart Road italiana non rappresenta soltanto un traguardo tecnologico per l’infrastruttura campana. Il riconoscimento apre la strada alla diffusione su scala nazionale delle tecnologie per la mobilità connessa e cooperativa, con benefici attesi in termini di sicurezza, gestione del traffico urbano e preparazione all’arrivo dei veicoli connessi e autonomi.

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Louis Dassilva torna libero, Bruzzone esulta: “I fatti ci hanno dato ragione. Manuela Bianchi? Ha mentito da sempre”

Omicidio Pierina Paganelli, Roberta Bruzzone: “Louis Dassilva? Da sempre convinta della sua innocenza. Ecco cosa succede adesso”

“Abbiamo fatto un lavoro enorme. In questi mesi abbiamo studiato tutte le carte, portato alla luce elementi nuovi. Siamo stati noi a individuare il testimone Emanuele Neri, dimostrando che non era Dassilva la persona ripresa mentre passava sotto casa di Pierina, e abbiamo smontato pezzo per pezzo il racconto di Manuela Bianchi. Una soddisfazione, ora, ce la concediamo”.

Così, la criminologa Roberta Bruzzone, commenta ad Affaritaliani la scarcerazione di Louis Dassilva, assolto dall’accusa di aver ucciso Pierina Paganelli. La sentenza è arrivata nella notte, poco dopo le 2, al termine di oltre 16 ore di camera di consiglio della Corte d’Assise di Rimini, che ha respinto la richiesta di ergastolo formulata dal pubblico ministero Daniele Paci. L’uomo ha così lasciato il carcere dopo quasi due anni di detenzione.

L’unico imputato per il delitto della pensionata, assassinata a Rimini nell’ottobre 2023, era in carcere dal luglio 2024. Poco prima della lettura del dispositivo era stato fatto arrivare in aula, dove ad attenderlo c’erano la moglie Valeria Bartolucci, amici e conoscenti, tra cui diversi connazionali senegalesi. Alla lettura dell’assoluzione è esplosa la gioia dei presenti.

“Adesso Dassilva potrà riprendersi la sua vita. Bisognerà però aspettare le motivazioni della Corte, che si è presa 90 giorni di tempo. Sarà importante capire come è stata argomentata l’assoluzione e quale valutazione verrà fatta su Manuela Bianchi, visto che il processo si basava sostanzialmente sulle sue dichiarazioni. Da quanto emerge, sembra che la Corte non abbia ritenuto credibile la sua versione e questo potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per i prossimi sviluppi”, commenta Bruzzone.

La criminologa è da sempre convinta dell’innocenza dell’uomo: “L’ho sempre sostenuto senza mezzi termini. Non mi riferisco soltanto all’omicidio, ma soprattutto a ciò che è accaduto dopo, al vilipendio del cadavere e a quella componente di rancore che, a mio avviso, non può essere ricondotta alla gelosia. L’idea che Dassilva fosse disposto a rovinarsi la vita per Manuela Bianchi non mi ha mai convinto. È vero che aveva una relazione con lei, ma non era l’unico uomo nella sua vita. Il perno dell’accusa contro Dassilva erano le dichiarazioni della Bianchi, una persona che certamente ha mentito, prima o dopo, perché le sue versioni sono tra loro inconciliabili. Aspettiamo di leggere le motivazioni, poi saremo più precisi, ma il fulcro delle nostre argomentazioni era proprio questo e la Corte le ha accolte”.

Gli sviluppi della vicenda

Ma cosa succede adesso? “Abbiamo fornito alla Corte e alla Procura elementi che, dal punto di vista investigativo, consentono di guardare in un’altra direzione. La Procura potrà fare appello, cosa che riteniamo probabile. A quel punto ci rivedremo. In alternativa potrebbe decidere di non impugnare la sentenza e orientarsi verso altre piste”, spiega Bruzzone. E ancora: “Sentirò Dassilva nei prossimi giorni, ma ho già avuto modo di sentire i legali. È stata una notte molto movimentata. Noi ci abbiamo sempre creduto, ma non ci speravamo davvero. In fondo avevamo la sensazione di affrontare una scalata dell’Everest. Adesso siamo arrivati in cima”.

Accompagnato dagli avvocati Riario Fabbri e Andrea Guidi, Dassilva è stato trasferito in una località diversa da via del Ciclamino per evitare l’assalto dei giornalisti. “È stata fatta giustizia, ha vinto solo la giustizia. Questa è la rinascita della giustizia“, sono state le sue prime parole da uomo libero.

Il delitto di Pierina Paganelli

La vicenda ebbe inizio il 4 ottobre 2023, quando il corpo di Pierina Paganelli venne trovato nel garage del complesso residenziale di via del Ciclamino dalla nuora Manuela Bianchi. In un primo momento si ipotizzò un femminicidio, ma la pista fu presto abbandonata. La scena del crimine presentava particolari che spinsero gli investigatori a ritenere che l’anziana non fosse stata scelta casualmente.

Le indagini coordinate dal pm Daniele Paci si concentrarono presto sull’ambiente condominiale. A pochi metri dall’abitazione della vittima vivevano Louis Dassilva e la moglie Valeria Bartolucci, oltre al figlio della Paganelli, Giuliano Saponi, e alla nuora Manuela Bianchi. Un elemento importante fu la registrazione audio captata da una telecamera di un garage, che fissò l’orario dell’aggressione alle 22.13. Secondo la Procura, Dassilva non aveva un alibi per quella fascia oraria. Un’altra svolta arrivò da un’intercettazione ambientale effettuata in Questura il giorno del ritrovamento del cadavere, dalla quale emerse la relazione extraconiugale tra Dassilva e Manuela Bianchi. Da quel momento l’inchiesta si concentrò sempre più sul senegalese, arrestato il 16 luglio 2024.

Il processo e il peso delle dichiarazioni della nuora

Il processo si è aperto il 15 settembre 2026. In nove mesi la Corte ha esaminato migliaia di atti, intercettazioni e consulenze tecniche. Tra queste, la perizia genetica del professor Emiliano Giardina, che non ha individuato tracce riconducibili a Dassilva, e gli accertamenti sulle immagini della cosiddetta Cam3 della farmacia di via del Ciclamino. Mentre la Procura sosteneva che la telecamera avesse ripreso l’assassino, il consulente nominato dal Tribunale è giunto alla conclusione che la persona immortalata fosse un altro condomino.

Determinanti per l’accusa erano soprattutto le dichiarazioni di Manuela Bianchi. La donna, indagata per favoreggiamento, dopo lunghi interrogatori raccontò di avere incontrato Dassilva nel garage prima della scoperta del corpo e sostenne che fosse stato lui a suggerirle come comportarsi con gli investigatori. Gran parte del processo si è giocata proprio sulla credibilità della nuora di Pierina Paganelli. Nonostante le richieste delle parti, non si è mai arrivati a un confronto diretto tra i due.

Dal canto suo, Dassilva ha sempre respinto ogni accusa. Nel corso dell’esame in aula ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio e preso le distanze dalla relazione con Manuela Bianchi, ammettendo anche altre frequentazioni sentimentali. Al suo fianco, fino all’ultimo, è rimasta la moglie Valeria Bartolucci, che ha accolto con commozione la decisione della Corte.

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Falqui e Zigulì, stavolta non basta la parola: i due marchi finiscono all’asta. Prezzo 5 milioni di euro

Falqui e Zigulì, i due marchi finiscono all’asta

Vanno all’asta i celebri confetti lassativi “Falqui” e le altrettanto celebri caramelle “Zigulì”, ma per comprarli ci vogliono almeno 5 milioni di euro. E’ questo il prezzo di base che ha fissato il tribunale di Perugia per la vendita del 100% della Falqui Prodotti Farmaceutici srl basata a Milano, proprietaria e produttrice dei due marchi.

Le offerte dovranno pervenire entro e non oltre il prossimo 30 giugno. Perché la vendita per via giudiziaria? La “FPF” è controllata dalla VIM (acronimo di Vendita Ingrosso Medicinali) G. di Ottaviani spa che a inizio di quest’anno ha depositato al tribunale perugino un ricorso per l’accesso agli strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza, riservandosi di depositare una proposta di concordato.

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La società è controllata a sua volta dalla Monetti spa, holding operante in vari settori e principalmente nel farmaceutico, di proprietà di Vincenzo Monetti. L’imprenditore umbro, classe 1980, a “Forbes Italia” (agosto 2025) aveva annunciato il “rilancio” dei due marchi, che evidentemente non s’è concretizzato. FPF ha chiuso il bilancio del 2025 con ricavi per 1,3 milioni, in calo dai 2 milioni dell’anno prima: per l’azienda esiste già un’offerta di 5 milioni di Wilco srl ma il tribunale spera di spuntare di più.

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Eni racconta la Just Transition: energia, persone e territori al centro del report 2025

Eni, presentata a Roma “Eni for 2025”: transizione giusta tra decarbonizzazione, tecnologia e territori

Eni racconta la Just Transition: energia, persone e territori al centro del report 2025
Eni racconta la Just Transition: energia, persone e territori al centro del report 2025
Eni racconta la Just Transition: energia, persone e territori al centro del report 2025

Una transizione energetica che non sia soltanto industriale e tecnologica, ma anche sociale. È il messaggio al centro di “Eni for 2025 – A Just transition”, il report volontario di sostenibilità pubblicato da Eni e giunto alla ventesima edizione. Il documento racconta i risultati raggiunti nel corso del 2025 e le azioni messe in campo dal gruppo per integrare gli obiettivi ambientali e sociali nel proprio modello di business.

Alla pubblicazione del report Eni ha affiancato un momento di confronto con gli stakeholder, organizzato l’8 giugno al Gazometro di Roma Ostiense. L’incontro, su invito, ha riunito rappresentanti di istituzioni, associazioni, imprese, sindacati, mondo finanziario, università, organizzazioni non governative e realtà già coinvolte in iniziative promosse dall’azienda, come Open-es e Joule. L’obiettivo: allargare la consapevolezza sulle sfide della sostenibilità e sul percorso di trasformazione energetica e tecnologica intrapreso dal gruppo.

Il report si sviluppa lungo cinque direttrici: neutralità carbonica al 2050, protezione dell’ambiente, valore delle persone, alleanze per lo sviluppo e sostenibilità nella catena del valore. Una struttura che restituisce l’immagine di una transizione intesa non come processo lineare, ma come equilibrio tra sicurezza energetica, decarbonizzazione, competitività industriale e impatto sui territori.

 “Eni affronta queste sfide con un modello industriale distintivo, che combina in modo pragmatico business tradizionali e nuove fonti energetiche e coniuga innovazione tecnologica, efficienza operativa e integrazione lungo la catena del valore. Il nostro modello aziendale mette al centro le persone, tutela la sicurezza di tutti coloro che lavorano in Eni e per Eni, contribuisce al benessere delle comunità in cui operiamo e a una sempre maggiore protezione dell’ambiente. Tutto ciò ci consente di affrontare con resilienza le discontinuità del contesto e di proseguire con coerenza nel nostro percorso di trasformazione”, ha commentato l’Amministratore Delegato di Eni Claudio Descalzi.

Tra i dati più significativi del 2025 emerge la riduzione delle emissioni nette di gas a effetto serra dell’Upstream: -31% rispetto al 2024 e -68% rispetto alla baseline 2018. Il risultato si inserisce nel percorso verso l’azzeramento delle emissioni nette Scope 1 e 2 dell’Upstream entro il 2030 e dell’intera Eni entro il 2035. A contribuire alla riduzione sono stati anche il controllo delle emissioni di metano e il raggiungimento del target di zero routine flaring nelle attività operate.

La trasformazione del gruppo passa anche dai business legati alla transizione. Plenitude ha raggiunto 5,8 GW di capacità rinnovabile installata, con una crescita del 41% rispetto all’anno precedente, e ha avviato in Texas il suo più grande impianto di stoccaggio a batterie, da 200 MW. Enilive, invece, prosegue l’espansione nella bioraffinazione, con una capacità attuale di 1,65 milioni di tonnellate l’anno e l’obiettivo di arrivare a 5 milioni entro il 2030 per la produzione di biocarburanti HVO e SAF.

Nel 2025 Eni ha inoltre costituito, in joint venture con il fondo di private equity GIP, una società satellite dedicata alla Carbon Capture & Storage, pensata per valorizzare i progetti di cattura e stoccaggio della CO₂. È un tassello del cosiddetto modello satellitare, attraverso cui Eni punta a far crescere singoli business con risorse dedicate, partner strategici e maggiore capacità di attrarre capitali.

La tecnologia resta una delle leve principali della strategia. Nel 2025 il gruppo ha destinato oltre 460 milioni di euro a ricerca e sviluppo, open innovation, soluzioni digitali avanzate e tecnologie di frontiera. Tra gli ambiti di maggiore attenzione figurano la fusione a confinamento magnetico, il supercalcolo, le tecnologie per la bioraffinazione, il riciclo chimico delle plastiche e le soluzioni per la cattura e lo stoccaggio della CO₂.

Ma la “Just Transition” descritta nel report non riguarda soltanto energia e industria. Ampio spazio è dedicato alle persone, alla sicurezza, ai diritti umani e alle comunità. Eni segnala il primo posto nel Corporate Human Rights Benchmark e il conseguimento della certificazione UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere. Sul fronte della formazione, il report indica oltre 1 milione di ore erogate, con una media di 33,5 ore per persona.

Nel corso dell’anno l’azienda ha investito 81 milioni di euro in progetti di sviluppo locale, raggiungendo circa 3 milioni di persone nei Paesi in cui opera. Gli interventi riguardano accesso all’energia, acqua, salute, educazione, diversificazione economica e tutela del territorio, spesso attraverso partnership con istituzioni, ONG, organizzazioni internazionali e comunità locali.

Proprio il tema delle alleanze è stato al centro dell’evento romano. Il programma ha previsto interventi dei vertici Eni sui risultati 2025 e sulla sostenibilità, un contributo istituzionale del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, e tavole rotonde dedicate alla Just Transition in Italia, alle soluzioni per l’acqua e alle partnership per lo sviluppo locale. Tra i relatori anche rappresentanti di Legambiente, MIMIT, Banca d’Italia, Politecnico di Milano, MAECI, AICS e Medici con l’Africa CUAMM.

Il quadro che emerge da “Eni for 2025” è quello di una sostenibilità sempre più integrata nella strategia industriale: riduzione delle emissioni, crescita delle rinnovabili, sviluppo dei biocarburanti, investimenti in innovazione, attenzione alle risorse naturali e coinvolgimento della filiera. Una transizione che Eni presenta come pragmatica e multilivello, costruita su tecnologie, partnership e investimenti, ma anche sulla capacità di generare valore condiviso nei territori in cui opera.

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Sinner, il retroscena del malore al Roland Garros. D’Errico: “Il corpo non è una macchina”

Il malore di Jannik Sinner al Roland Garros ha riacceso il dibattito sui limiti fisici degli atleti di alto livello

Il malore di Jannik Sinner al Roland Garros ha riaperto il dibattito sui limiti fisici degli atleti di alto livello. Caldo, disidratazione, recupero, stress, calendario e pressione mentale sono fattori che possono incidere sulle prestazioni e sulla tenuta di un campione. Affaritaliani ne ha parlato con la Dott.ssa Valeria D’Errico, medico dello sport e dell’esercizio fisico e medico subacqueo.

D’Errico ha seguito per diversi anni squadre olimpiche e giovanili di scherma ed è appassionata di sport e movimento in tutte le sue declinazioni. Senza entrare in diagnosi a distanza, la dottoressa analizza i possibili fattori che possono portare un atleta a un calo fisico, il ruolo del caldo e l’importanza degli accertamenti prima del rientro.

L’intervista di Affaritaliani a Valeria D’Errico, medico dello sport e dell’esercizio fisico e medico subacqueo

Dottoressa, partiamo dalla domanda che si fanno tutti: cosa può succedere a un atleta quando ha un malore improvviso come quello di Sinner al Roland Garros?

“Bisogna contestualizzare. Parliamo di un atleta al quale viene richiesta una performance continua, spesso non solo al suo standard, ma anche oltre. Le condizioni che possono portarlo a un esaurimento fisico, ma anche psicologico, possono essere diverse.

Dal punto di vista fisico, per quello che è trapelato e anche per quello che lui stesso ha raccontato, può esserci una scarsa riserva energetica di partenza, magari legata ai numerosi impegni sostenuti negli ultimi mesi, alla stagione primaverile e agli appuntamenti che ha dovuto affrontare. Anche perché ha quasi sempre chiuso le sue competizioni arrivando in fondo, spesso da vincitore o comunque molto avanti. Può esserci, quindi, una condizione di overtraining o di inizio overtraining. Parliamo di quelle situazioni in cui si accumula uno stress cronico, non necessariamente già manifesto, ma in cui possono iniziare a sommarsi affaticamento e poco recupero, nonostante tutti gli accorgimenti che l’equipe può mettere in atto.

Secondo me è significativo anche il fatto che lui stesso abbia detto: “Quella mattina ho dormito male”. Questo è un segnale che l’atleta e l’equipe che lo segue devono sempre tenere presente. E sono certa che lo tengano davvero sotto controllo da questo punto di vista. Probabilmente gli è stato chiesto di fare quel qualcosa in più, pur non avendo magari la fisicità al massimo in quel momento. E poi ci sono i sintomi da disidratazione, in un contesto in cui si era arrivati a temperature molto importanti”.

Il caldo può aver inciso? Quanto pesa in una situazione del genere?

“Il caldo influisce moltissimo. Già una persona normale, sotto il sole a mezzogiorno, può percepire i classici sintomi di un colpo di calore o di surriscaldamento. Immaginiamoci cosa può succedere durante un’attività sportiva ad alta intensità. Il tennis richiede un impegno misto: alta intensità, a fasi alterne e continue, ma soprattutto prolungate nel tempo. Un incontro può durare da un’ora fino anche a cinque ore.

Oltre al contesto climatico, ci sono anche i sintomi della disidratazione. Il nostro corpo deve perdere liquidi per tenere bassa la temperatura e, durante la gara, non è sempre facile reidratare qualcosa che magari è già difficilmente recuperabile. Secondo me sono tanti i fattori che possono essere intervenuti. E questo, a mio avviso, può spiegare anche il fatto che, grazie al cielo, ad oggi non siano emerse problematiche importanti su Sinner. Ho letto che si parlava di risonanze magnetiche cardiache e che queste non avrebbero dato esito negativo. Escludendo patologie importanti sottostanti, questo mi fa pensare che il quadro clinico di Sinner in questo periodo possa essere stato legato soprattutto a un possibile inizio di sindrome da overtraining, associato a condizioni climatiche e ambientali non favorevoli”.

Quali controlli si fanno su un atleta prima del rientro? Gli accertamenti di Sinner devono preoccupare in vista di Wimbledon?

“In atleti di questo livello c’è sempre un po’ il rischio di correre troppo sui tempi, chiaramente. Il calendario è un calendario e la pianificazione diventa fondamentale. Gli accertamenti vengono fatti in tempi molto brevi proprio per questo: poiché l’esigenza c’è e il tempo è stretto, bisogna escludere patologie sottostanti. Bisogna capire se emerge qualcosa di francamente organico o patologico, oppure se si tratta di una condizione che non rientra in una patologia organica, ma in una sindrome generale di stanchezza cronica.

La tempestività degli accertamenti serve proprio a questo: capire se si può correre, se c’è il tempo per rimetterlo in campo rapidamente, oppure no. Chiaramente gli atleti non sono macchine e la risposta non è sempre lineare. Sinner può rispondere molto bene con una breve pausa, come ha fatto, in vacanza in famiglia, in un contesto confortevole, con più riposo e senza allenamenti. Oppure potrebbe volerci qualcosa in più. Dipende dalla risposta dell’organismo, da quanta fatica ha accumulato e da quanto il corpo è realmente in riserva.

Quanto ai controlli, le prime cose che si cercano di escludere sono problematiche di tipo organico, soprattutto cardiologiche, anche per i sintomi che aveva avuto Sinner: capogiri, svenimenti o quasi svenimenti. Quindi tutta la batteria elettrocardiografica, test sotto sforzo, risonanze e valutazioni cardiologiche sono fondamentali. Poi ci sono anche gli esami del sangue. Servono a capire, banalmente, se il ragazzo stava covando un’influenza o un’infezione. Sono fattori che, in un equilibrio che deve essere al 200% per un campione di questo livello, possono alterare lo stato fisico e incidere in modo importante”.

In vista di Wimbledon, quindi, conta molto come risponderà il corpo. Anche il fattore psicologico può incidere?

“Sì, anche se Sinner da questo punto di vista ha una grande tenuta. Ho letto un po’ le interviste che ha fatto dopo il Roland Garros. Ha detto che c’è stato un momento in cui ha provato a reagire, ma si è proprio accorto che non ce la faceva. E, nonostante questo, ha spiegato che è stato un brutto momento, ma che ora si ferma e ci lavora. Se risponde bene fisicamente, se vengono calcolati bene i tempi di recupero e se viene reintegrato nel modo giusto, con la giusta pianificazione, è possibile che torni in campo al meglio delle sue possibilità. Quali saranno queste possibilità, però, verrà definito da come reagirà nelle prossime settimane. La testa, invece, credo sia un punto di forza di Sinner. È un atleta che, mi viene da dire, va tenuto un po’ a briglie strette. Perché tende ad andare sempre oltre il suo potenziale fisico del momento. Lo aiuta molto l’aspetto psicologico, perché è molto forte di testa.”

Allargando il discorso oltre Sinner: tra calendari sempre più fitti, caldo, casi come quelli di Bove ed Eriksen e infortuni sempre più frequenti nel calcio, si sta chiedendo troppo agli atleti?

“I nomi che hai fatto sono legati a casi organici e patologici importanti. Però sì, secondo me il nostro mondo attuale porta sempre a spingere sugli obiettivi e sulla performance. Non siamo macchine. L’organismo, il corpo umano, per quanto calcolato, gestito e seguito nella minuzia delle sue reazioni, resta un corpo, non una macchina.

Se gli si chiedono continuamente appuntamenti estremamente performanti, uno dopo l’altro, può non rispettare le aspettative. Forse stiamo chiedendo un po’ troppo. Forse bisognerebbe calendarizzare diversamente, ma gli appuntamenti sono tanti. Forse servirebbero rose diverse. Le risposte possono essere molte. All’atto pratico, però, gli atleti tendono a considerarsi sempre pronti per andare in campo. Per questo bisogna seguirli molto da vicino e cercare di calcolare, con tutta la strumentazione che oggi la medicina dello sport ci dà, il maggior numero possibile di parametri.

Oggi i parametri fisiologici ci permettono di valutare i carichi di lavoro quasi istantaneamente, dopo ogni sessione o quasi ogni sessione di allenamento. Questo consente di pianificare nel modo migliore e di creare un programma estremamente individualizzato, sia in base alle condizioni climatiche sia in base alle condizioni fisiche con cui l’atleta si presenta. L’organismo ha bisogno di spingersi, ma allo stesso tempo deve avere il tempo di ripristinarsi e recuperare fisiologicamente. Si può aiutarlo il più possibile, ma ci sono segnali che non vanno sottovalutati. La bravura sta nel riconoscerli il prima possibile e nel gestirli in modo da non arrivare a certi momenti: né all’infortunio, che è comunque un segnale di sovrallenamento o di qualcosa che è andato oltre, né a condizioni di stanchezza cronica, come può essere magari accaduto in situazioni tipo quelle di Sinner”.

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Ottant’anni e non sentirli: la Vespa che ha asfaltato le mode

Da simbolo della rinascita italiana a icona globale del design: la Vespa compie 80 anni e continua a conquistare le strade del mondo.

Dalla ricostruzione del dopoguerra a regina delle città

C’è chi a ottant’anni colleziona ricordi e chi, invece, continua a macinare chilometri. La Vespa appartiene decisamente alla seconda categoria. Nata nel 1946, in un’Europa che cercava di rialzarsi dalle macerie della guerra, la due ruote italiana è diventata molto più di un semplice mezzo di trasporto: un simbolo di libertà, stile e innovazione riconosciuto in ogni angolo del pianeta.

In un’epoca in cui l’automobile era ancora un lusso per pochi, la Vespa rappresentò una rivoluzione silenziosa. Agile, economica e dal design immediatamente riconoscibile, contribuì a cambiare il modo di muoversi degli italiani e accompagnò la trasformazione sociale ed economica del Paese. Da Roma a Milano, passando per le piazze delle città di provincia, divenne presto protagonista della quotidianità e dell’immaginario collettivo.

Icona che continua a correre

Ottant’anni dopo il suo debutto, la Vespa non mostra alcuna intenzione di rallentare. Oltre 19 milioni di esemplari prodotti e diffusi nei cinque continenti raccontano una storia industriale senza paragoni. Ancora più significativo è il dato degli ultimi dieci anni: più di due milioni di mezzi realizzati, a conferma di una vitalità commerciale che molti marchi possono soltanto invidiare.

Il segreto del successo? La capacità di restare fedele a se stessa pur evolvendosi. Design elegante, tecnologia sempre aggiornata e un’identità inconfondibile hanno trasformato la Vespa in un brand globale, amato da generazioni diverse e da culture lontanissime tra loro.

La vespa, l’unica influencer nata prima dei social

Mentre marchi e prodotti combattono ogni giorno per conquistare visibilità sui social network, la Vespa può vantare un primato curioso: essere diventata un fenomeno mondiale quando internet non esisteva nemmeno. Ha attraversato decenni, mode e rivoluzioni tecnologiche senza perdere fascino, confermandosi uno dei simboli più forti del Made in Italy.

A ottant’anni dalla sua nascita, continua a rappresentare un pezzo di storia italiana che non vive nei musei, ma sulle strade. E se il tempo passa per tutti, per la Vespa sembra valere un’eccezione: più che invecchiare, si limita ad aggiungere stile al proprio curriculum.

Una grande festa in suo onore

Sarà la voce di Ditonellapiaga ad aprire ufficialmente le celebrazioni per gli 80 anni di Vespa, in programma a Roma dal 25 al 28 giugno nell’ambito di “Vespa Roma 2026 – 80 Years of an Icon”, il grande evento internazionale dedicato allo scooter più celebre del mondo. La cantautrice romana salirà sul palco del Vespa Village, allestito all’interno del Foro Italico, nella serata inaugurale di giovedì 25 giugno. A partire dalle 21, l’artista proporrà uno showcase speciale di quattro brani, dando il via al programma musicale organizzato in collaborazione con Radio Deejay.

Reduce dal successo ottenuto al Festival di Sanremo 2026, Ditonellapiaga rappresenta una delle personalità più originali e riconoscibili della nuova musica italiana. Il suo stile, che fonde pop, elettronica e cantautorato, ha conquistato pubblico e critica, consolidando il suo ruolo di protagonista della scena musicale contemporanea.

La scelta dell’artista assume un significato particolare anche per il forte legame con la Capitale. Nata e cresciuta a Roma, Margherita Carducci – questo il suo vero nome – ha spesso raccontato attraverso la propria musica atmosfere, suggestioni e contraddizioni della città che l’ha vista crescere artisticamente. Dopo la sua esibizione, la serata proseguirà con il dj set di Molella, che accompagnerà il pubblico fino alla chiusura della prima giornata di festeggiamenti.

L’appuntamento romano si annuncia come il più grande raduno internazionale mai organizzato nella storia di Vespa, una celebrazione che unirà generazioni diverse sotto il segno di un’icona capace, dopo otto decenni, di continuare a parlare al presente

Ottant’anni e non sentirli: la Vespa che ha asfaltato le mode
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Temptation Island 2026, svelata la terza coppia: Sabrina e Giovanni già dividono il web

Sabrina e Giovanni sono la terza coppia ufficiale di Temptation Island 2026. Dopo Gabriele e Sara e Francesca e Danilo, il programma aggiunge un’altra storia segnata da dubbi, convivenza e fiducia in bilico

Sabrina e Giovanni, la terza coppia accende Temptation Island

Sabrina e Giovanni sono la terza coppia svelata per la nuova edizione di Temptation Island. Il loro video di presentazione ha subito acceso i commenti social, perché la crisi arriva da una frase di lei che non è passata inosservata. Sabrina ha parlato di una “distrazione” e ha ammesso di non sapere più se ama ancora Giovanni.

I due stanno insieme da sei anni e convivono. La loro storia entra nel programma già carica di tensione, senza bisogno di grandi premesse. Il pubblico ha ascoltato il racconto di Sabrina e ha iniziato a dividersi: da una parte chi vede nei suoi dubbi un gesto di sincerità, dall’altra chi considera Giovanni il più esposto in questa prova davanti alle telecamere.

Il reality condotto da Filippo Bisciglia torna così a costruire l’attesa sulle coppie prima ancora della messa in onda. Dopo i primi annunci, il cast sembra muoversi su relazioni già segnate da sospetti, incomprensioni e parole difficili da rimettere a posto.

Dopo Gabriele e Sara, Francesca e Danilo: cresce l’attesa

Sabrina e Giovanni arrivano dopo Gabriele e Sara, la prima coppia presentata. Nel loro caso, il racconto ruota intorno ai sospetti di lui, convinto di essere stato tradito dopo alcune chat trovate sul telefono della fidanzata. Sara nega, Gabriele si dice ancora innamorato, ma il rapporto arriva nel villaggio con una fiducia già compromessa.

La seconda coppia, Francesca e Danilo, ha portato un’altra dinamica molto discussa. Anche qui tornano accuse, gelosia e sospetti legati alla presenza di Danilo su un’app di incontri. La presentazione ha subito alimentato i commenti online, soprattutto tra chi si chiede quanto una coppia possa reggere quando il dubbio diventa parte della quotidianità.

Con Sabrina e Giovanni il programma cambia prospettiva. Non è lui ad accusare lei con prove o chat, ma è lei a mettere sul tavolo l’incertezza sui propri sentimenti. Questo dettaglio ha reso la coppia una delle più commentate nelle ultime ore, perché sposta l’attenzione dalla gelosia alla paura di restare in una relazione che potrebbe non avere più la stessa forza.

Temptation Island 2026, le novità sul programma

La nuova edizione di Temptation Island è attesa su Canale 5 con Filippo Bisciglia alla conduzione. Il programma dovrebbe tornare a fine giugno, con le coppie pronte a separarsi nei due villaggi tra single tentatori, video e falò di confronto.

Il format resta quello che il pubblico conosce: fidanzati e fidanzate separati per giorni, convivenza con i single, reazioni davanti ai filmati e decisione finale al falò. La differenza, quest’anno, sembra stare nella partenza già molto carica delle prime coppie. Gabriele e Sara arrivano con sospetti di tradimento, Francesca e Danilo con chat e app di incontri, Sabrina e Giovanni con una crisi dichiarata da lei.

Sui social, la terza coppia ha già prodotto commenti duri, battute e prime tifoserie. Sabrina viene letta da alcuni come una donna che ha scelto di non fingere più. Giovanni, invece, raccoglie la solidarietà di chi vede nella sua posizione una prova difficile da affrontare davanti a milioni di spettatori.

La prima puntata dovrà trasformare questi video di presentazione in racconto televisivo. Le premesse ci sono tutte: tre coppie, tre crisi diverse e un pubblico già pronto a scegliere da che parte stare.

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Chi l’ha visto torna sui casi di Pamela Genini e Lilly Resinovich: tutti i temi della puntata

Chi l’ha visto? anticipazioni: si parlerà anche del caso di Paula Andrea, scomparsa nel 2012

Torna una nuova puntata di Chi l’ha visto?, il programma condotto da Federica Sciarelli e in onda mercoledì 10 giugno in prima serata su Rai3. Testimonianze inedite sul caso di Paula Andrea Bran Yépez, scomparsa nel 2012. La donna non se n’è andata abbandonando il suo bambino: secondo la Procura non si è mai allontanata da Farneta. Paula aveva tanti progetti e la mamma che non ha mai smesso di cercarla dice: “Quando è venuta l’ultima volta a trovarmi mi disse che aveva paura di essere uccisa”.

Documenti inediti anche sul caso di Pamela Genini, l’ex modella uccisa a Milano da Gianluca Soncin: secondo gli inquirenti la tomba è stata profanata tra il 27 ottobre e il 2 novembre. L’unico indagato è Francesco Dolci che continua a proclamarsi innocente. Ma Pamela poteva esser salvata? 

E poi Liliana Resinovich: ancora una proroga per analizzare i reperti, in particolare si confronteranno le fibre ritrovate su Lilly con i vestiti che il marito indossava il giorno della scomparsa. E il fratello Sergio sempre più amareggiato dice: “Arriveremo mai ad una verità? “

Come sempre spazio agli appelli, alle richieste di aiuto, alle segnalazioni dei telespettatori di persone in difficoltà.

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Milo Infante a Mediaset, è fatta: il retroscena delle 24 ore che hanno cambiato tutto

Milo Infante a Mediaset

Giornate campali ieri e oggi in Rai, precisamente dalle parti della direzione approfondimento. Si è svolto ieri l’annunciato da noi incontro fra la direzione della struttura in oggetto nella persona del suo direttore responsabile Paolo Corsini ed il giornalista e suo vice direttore ad personam Milo Infante.

Il conduttore di Ore 14 aveva informato l’azienda solo 24 ore prima dell’offerta ricevuta da Mediaset di entrare nella squadra news del biscione diretta da Mauro Crippa. Appena informata la tv pubblica da Infante, mentre nel frattempo la cosa era diventata di pubblico dominio, si era subito attivata per cercare di convincere l’ex giornalista di Telelombardia a restare in Rai.

LEGGI ANCHE: Milo Infante, la Rai, le dimissioni (non ancora date) la firma che ancora non c’è con Mediaset e i margini per restare in Rai. Retroscena

Del resto la tv pubblica aveva già ampiamente dimostrato la stima verso Infante, collocando una costola del suo quotidiano appuntamento di Ore 14 anche nel prime time di Rai2. Una stima che nasce da lontano, ricordiamo quando Infante da vice direttore di Rai1, rimasto ai box per la decisione della direzione di rete di allora, fu cooptato da Ludovico Di Meo quale suo vice direttore e al contempo gli fu affidata proprio la trasmissione di Ore 14, che restò in onda anche se nei primi anni gli ascolti non erano di certo quelli di queste ultime due stagioni.

La proposta della Rai sarebbe stata quella di portare al massimo consentito dalla legge il suo compenso fisso a 240.000 euro. Lo stipendio di Infante si divide in due, la prima parte, quella fissa per la mansione che ha in azienda di vice direttore ad personam dell’approfondimento, più una “indennità” di conduzione per quando va in video.

E’ stata accolta da parte di Rai quella che sarebbe stata la richiesta di Infante, di portare cioè la quota fissa del suo stipendio a 240.000 euro, indipendentemente dal numero di conduzioni. Se invece avesse voluto un trattamento come quello riservato a Vespa, Sciarelli, Maggioni e Floris, avrebbe dovuto dimettersi da dipendente Rai, al fine poi di confezionargli un contratto da esterno, che può sfuggire al tetto di 240.000 euro, cosa che però non è avvenuta. La Rai secondo quanto apprendiamo sarebbe stata anche favorevole a questa opportunità.

Infante si era preso 24 ore di tempo per decidere e nelle scorse ore è arrivata la sua decisione. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani Infante avrebbe comunicato alla Rai stamattina che a breve avrebbe consegnato le sue dimissioni. Secondo quanto si apprende Infante andrebbe a condurre una striscia quotidiana sulle reti del biscione. In Rai a questo punto si discuterà sulla sua successione e sull’opportunità di mantenere Ore 14 nel pomeriggio di Rai2 o cambiare magari tornando ai tempi di Detto fatto.

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Milano 2027, La Russa accelera e insiste: “Il candidato entro l’estate, Lupi sarebbe un ottimo nome”

Il centrodestra deve smettere di alimentare il toto-nomi e individuare il prima possibile il candidato con cui tentare la conquista di Palazzo Marino nel 2027. A chiedere un’accelerazione è Ignazio La Russa, che invita la coalizione a chiudere la partita entro l’estate. “È ora di decidere”, afferma il presidente del Senato in un’intervista al Corriere della Sera. “Non possiamo permetterci di perdere altro tempo mettendo o lasciando che si mettano nomi nel frullatore. Entro l’estate un’indicazione dobbiamo darla.” Secondo La Russa, il confronto tra i partiti dovrebbe concentrarsi ormai esclusivamente sul profilo del candidato, perché l’intesa sui contenuti sarebbe già stata raggiunta. “Tenendo conto che siamo già uniti sul programma, basato su quattro temi chiave: sicurezza, urbanistica, innovazione e viabilità. Si tratta di trovare il nome giusto.”

“Non importa se politico o civico, conta la persona”

Il presidente del Senato non ritiene necessario stabilire in anticipo se il candidato debba provenire dai partiti oppure dalla società civile. Il criterio determinante, sostiene, deve essere la capacità di conquistare consenso e amministrare una città complessa come Milano. “Non esiste una categoria, esiste la persona. Se ad esempio civici come Flavio Cattaneo, Tronchetti Provera o Ruth Shammah mi dicessero che sono disponibili, direi ‘benissimo’, noi abbiamo bisogno di una persona capace, che attiri consensi, che sappia governare, che conosca il territorio, magari che abbia anche notorietà.” “Non importa l’appartenenza partitica, importa che sia la persona giusta”, aggiunge La Russa. Il candidato dovrebbe inoltre presentarsi agli elettori insieme a un primo nucleo della futura squadra di governo. “E, secondo me, dovrebbe essere accompagnato da una squadra di quattro possibili assessori già indicati prima del voto: civici (senza dover essere candidati) se sarà un politico, politici se sarà un civico. Si va assieme, in squadra.”

“Lupi? Confermo, è persona capace e nota”

Tra i nomi indicati negli ultimi mesi, La Russa torna a valorizzare quello di Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati ed ex assessore all’Urbanistica del Comune di Milano. “In una occasione ho detto che apprezzo Lupi, e lo confermo, è persona capace, nota, ha le caratteristiche del neo sindaco di Venezia: ha fatto il consigliere, l’assessore all’Urbanistica, in più è stato anche ministro ed è leader di un partito. Certamente lo vedrei come ottimo candidato.” Lupi dispone, nella valutazione del presidente del Senato, di un curriculum che unisce esperienza amministrativa, conoscenza della città e visibilità nazionale. Una combinazione che potrebbe renderlo competitivo nella sfida per la successione a Giuseppe Sala.

Tra i nomi anche Silvia Sardone

La Russa non limita però la rosa al leader di Noi Moderati. Tra i profili politici giudicati adeguati cita anche l’europarlamentare e vicesegretaria della Lega Silvia Sardone. “È valida anche Silvia Sardone, è donna, capace. Come sono validi pure alcuni nomi della società civile”, conclude.

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Milano, la stretta sulla movida divide la maggioranza. Albiani (Pd) attacca la Giunta: “Sindaco e Giunta incapaci di affrontare il tema”

La nuova stretta sulla vita notturna milanese rischia di trasformarsi in un caso politico per Palazzo Marino. Le ordinanze firmate dal Comune per regolamentare asporto, vendita di alcolici e utilizzo dei dehors nelle principali zone della movida entreranno in vigore giovedì 11 giugno, ma le critiche non arrivano soltanto dai partiti di opposizione e dagli esercenti. A contestare duramente il provvedimento è anche Michele Albiani, consigliere comunale del Pd e presidente della commissione Sicurezza, Coesione sociale e Vita notturna.

Una presa di posizione particolarmente significativa perché proveniente da un esponente della stessa maggioranza che sostiene la Giunta Sala. Albiani non si limita a chiedere alcune modifiche, ma mette in discussione l’impostazione complessiva delle ordinanze, il metodo seguito dal Comune e la capacità dell’amministrazione di governare la vita notturna. “Ero già contrario a questo provvedimento nella sua impostazione complessiva, e lo sono ancora di più oggi, dopo averne letto il testo definitivo“, dichiara il consigliere dem.

Albiani: “Divieti indiscriminati, i dehors non sono il problema”

Il punto maggiormente contestato riguarda l’ordinanza specifica per l’area Lazzaretto-Melzo, dove le restrizioni saranno più severe rispetto alle altre zone interessate. Dalle 22 alle 6 sarà vietata la vendita e la somministrazione per asporto di qualsiasi alimento o bevanda, comprese quelle analcoliche. Dalla mezzanotte, inoltre, non potranno più essere utilizzati i plateatici. “Le restrizioni nell’area Lazzaretto-Melzo vanno ben oltre quanto necessario per rispondere alla sentenza del Tribunale: il divieto di asporto di qualsiasi alimento e bevanda, anche analcolica, dalle 22 alle 6, insieme alla chiusura obbligatoria dei plateatici a mezzanotte, colpisce in modo indiscriminato attività che non hanno nulla a che fare con i fenomeni che si intende contrastare”, osserva Albiani.

Il presidente della commissione Sicurezza difende anche la funzione dei dehors, considerati non una causa dei problemi della movida ma una forma di controllo informale degli spazi urbani. “I dehors non sono il problema: al contrario, sono strumenti di presidio dello spazio pubblico, capaci di mantenere i contesti frequentati ordinati e abitati. Eliminarli non risolve nulla, sposta il problema.”

Il consigliere Pd contro sindaco e Giunta: “Questo è pressapochismo”

La contestazione di Albiani riguarda anche il percorso amministrativo seguito da Palazzo Marino. Le ordinanze sono state pubblicate il 9 giugno e diventano operative appena due giorni dopo. Alcune delle aree comprese nel testo definitivo, tra cui parti di Nolo e Bicocca, non erano inoltre indicate nell’avvio del procedimento del 16 maggio e non sarebbero quindi state oggetto di osservazioni da parte delle categorie interessate.

“Ma il vizio più grave è di metodo”, prosegue il consigliere Pd. “L’ordinanza pubblicata oggi entra in vigore dopodomani, con zone — tra cui vie di Nolo e Bicocca — che non comparivano nell’avvio di procedimento del 16 maggio e che quindi non hanno potuto essere oggetto di osservazioni da parte delle categorie interessate.”

Secondo Albiani, esercenti e imprenditori che avevano già programmato l’attività estiva vengono messi nella condizione di rivedere in poche ore turni, forniture e accordi commerciali. “Chi ha firmato contratti stagionali, programmato il personale, stipulato accordi con fornitori sulla base delle regole precedentemente comunicate, si trova oggi a dover ricominciare da capo in quarantotto ore. Questo non è governo del territorio, è pressapochismo.” L’attacco diventa poi direttamente politico: “Si conferma purtroppo l’incapacità di sindaco e giunta di affrontare con serietà e metodo la gestione della vita notturna della città: anni di rincorse emergenziali, nessuna visione organica, e il conto pagato ogni volta dalle stesse persone: chi lavora di notte e chi ci investe.”

Il timore per la sicurezza: “Meno locali aperti significa meno presidio”

Nella lettura di Albiani, la chiusura anticipata dei dehors e le restrizioni imposte agli esercizi commerciali potrebbero produrre un effetto opposto rispetto a quello cercato dal Comune. Con le attività costrette a chiudere prima, le strade potrebbero svuotarsi e diventare meno controllate. “Ho infine una preoccupazione concreta sulla sicurezza: se i locali chiudono prima del solito, le strade si svuotano prima. Meno occhi, meno presenza, meno presidio informale del territorio.” Il rischio riguarderebbe in particolare quartieri che negli ultimi anni hanno costruito parte della propria identità sulla presenza di locali, dehors e attività serali. “In quartieri come Nolo e Lazzaretto, che hanno costruito la propria identità anche sulla vivacità notturna, questo rischia di tradursi in un aumento dell’insicurezza percepita e reale. È un effetto che la giunta non sembra aver considerato”, conclude Albiani.

Palmeri: “La sinistra va in tilt sulla movida”

Le parole del consigliere dem vengono immediatamente rilanciate dall’opposizione. Manfredi Palmeri, capogruppo della Lista Civica in Consiglio comunale, federata con Noi Moderati, parla apertamente di una maggioranza ormai divisa sui provvedimenti fondamentali per la città. “Anche sul principale provvedimento per la gestione della movida, ossia le tanto attese Ordinanze annunciate come la soluzione agli enormi e numerosi problemi che colpiscono la Città sul tema, la Sinistra va in tilt. Ormai sui fondamentali questa maggioranza non c’è più…”, afferma Palmeri.

Il consigliere sottolinea la durezza delle accuse formulate da Albiani contro la stessa amministrazione sostenuta dal Pd: “Le parole del Presidente della Commissione Sicurezza, espressione del PD, sono durissime contro la Giunta, ben al di là di una possibile critica. Parla infatti di ‘incapacità di Sindaco e Giunta di affrontare con serietà e metodo la vita notturna della Città; anni di rincorsa emergenziali, nessuna visione organica’. Questa però è… concorrenza sleale all’opposizione! Nella gara sulla discontinuità a questa Giunta gli iscritti sono sempre di più, segno che Milano può, vuole e deve girare pagina”.

Anche Palmeri condivide alcune delle obiezioni nel merito, sostenendo che i divieti rischiano di colpire attività che rappresentano invece un presidio del territorio. “Ci sono comunque alcune critiche condivisibili, anche perché queste ordinanze colpiscono a caso, con l’effetto di da un lato di penalizzare dei presìdi di sicurezza, vivacità e attività economiche diminuendo la sicurezza e, come è facilmente prevedibile, al contempo non essere in grado di frenare le degenerazioni che rendono invivibili per i milanesi diverse aree della Città.”

“A Milano serve poter coniugare libertà e ordine e invece questi provvedimenti producono l’effetto contrario: restrizioni inutili e disordini consolidati. E in ogni caso, l’efficacia diventa nulla senza un piano completo e concreto di controlli sul loro rispetto”, conclude il capogruppo della Lista Civica.

Fratelli d’Italia: “Il Comune scarica il conto sugli esercenti”

Critiche altrettanto nette arrivano da Fratelli d’Italia. Deborah Dell’Acqua, vice coordinatore cittadino del partito a Milano, definisce l’ordinanza per Lazzaretto-Melzo “l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche dell’amministrazione Sala nella gestione della movida cittadina”. “Dopo anni in cui residenti ed esercenti hanno segnalato problemi legati a degrado, schiamazzi, abusivismo e carenza di controlli, il Comune sceglie ancora una volta la strada più semplice: introdurre nuovi divieti e limitazioni. Una soluzione che rischia di penalizzare chi lavora e chi vive il quartiere senza affrontare realmente le cause delle criticità.”

Secondo Dell’Acqua, la sicurezza non può essere affidata soltanto alla riduzione degli orari e alla chiusura dei plateatici, ma richiede controlli e una presenza stabile sul territorio.

“La sicurezza e la vivibilità dei quartieri non si garantiscono abbassando le serrande o limitando i plateatici, ma attraverso una presenza costante sul territorio, controlli efficaci e una strategia chiara di prevenzione e presidio urbano. Dopo quasi dieci anni di amministrazione Sala, continuare a intervenire con ordinanze emergenziali significa ammettere che il problema non è mai stato realmente affrontato.”

Nel mirino il divieto di vendere gelati, acqua e bibite dopo le 22

Il passaggio più discusso resta il divieto, previsto nell’area Lazzaretto-Melzo, di vendere per asporto non soltanto alcolici, ma qualsiasi alimento o bevanda dopo le 22. Una misura che coinvolge gelaterie, pasticcerie, bar, attività artigianali, negozi di vicinato e distributori automatici. “Colpisce inoltre la scelta di vietare non soltanto la vendita per asporto di bevande alcoliche, ma anche di alimenti e bevande analcoliche“, afferma Dell’Acqua. “Una misura che finisce per colpire indistintamente attività che nulla hanno a che vedere con gli eccessi della movida, come gelaterie, pasticcerie e pubblici esercizi frequentati da famiglie e cittadini rispettosi delle regole.”

“È difficile comprendere quale beneficio per la sicurezza possa derivare dal vietare la vendita di un gelato, di una bottiglia d’acqua o di una bibita analcolica. Si rischia invece di danneggiare ulteriormente attività economiche che rappresentano un presidio positivo per il quartiere e che contribuiscono alla vitalità della città.” Per l’esponente di Fratelli d’Italia, il provvedimento non sarebbe in grado di distinguere tra le attività responsabili dei disagi e quelle che lavorano rispettando le regole.

“Quando un provvedimento colpisce allo stesso modo chi crea problemi e chi lavora correttamente, significa che manca la capacità di distinguere tra le cause del degrado e chi invece contribuisce ogni giorno alla qualità della vita urbana. Milano merita una movida sana, compatibile con il diritto al riposo dei residenti e con il diritto di lavorare degli esercenti, non l’ennesimo provvedimento che scarica sulle attività economiche le responsabilità dell’amministrazione.” “Prima il Comune ha lasciato crescere il problema. Oggi chiede a residenti ed esercenti di pagarne il conto”, conclude Dell’Acqua.

La protesta della gelateria Viel: “Un gelato dopo le 22 non può essere un reato”

Tra le attività coinvolte c’è anche la gelateria Viel di via Panfilo Castaldi. La titolare Silvia Viel contesta l’equiparazione tra esercizi come gelaterie e pasticcerie e i locali associati alla movida più rumorosa. “Abbiamo aperto la nostra gelateria in via Panfilo Castaldi con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per il quartiere. Sicuramente non ci aspettavamo di essere equiparati ai locali della “movida” molesta. Comprare un gelato durante una passeggiata dopo le dieci di sera non può essere considerato un reato, così come non si può impedire ai cittadini di camminare tranquillamente senza disturbare nessuno.”

Viel sostiene inoltre che molte delle persone responsabili di schiamazzi e comportamenti molesti non acquistino alcolici nei locali della zona. “Il fatto che ci siano persone moleste – che peraltro di solito non consumano nei bar o nelle gelaterie, ma spesso girano con alcolici propri nello zaino disturbando il sonno dei residenti – non è certo colpa degli esercenti che operano onestamente in queste zone.”

Le nuove regole nelle dodici aree della movida

La prima ordinanza interessa dodici zone: Nolo, Isola, Sarpi, Cesariano, Arco della Pace, Como-Gae Aulenti, Garibaldi, Brera, Ticinese, Darsena e Navigli, Cinque Vie e Bicocca. Il provvedimento resterà in vigore fino al 2 novembre.

Nelle aree coinvolte, la vendita di alcolici nei negozi al dettaglio e attraverso i distributori automatici sarà vietata dalle 22. Per pubblici esercizi e attività artigianali, lo stop alla vendita e alla somministrazione per asporto di bevande alcoliche scatterà invece a mezzanotte. L’utilizzo dei plateatici sarà consentito fino all’una nei giorni feriali e fino alle 2 nelle notti tra venerdì e sabato, tra sabato e domenica e nei giorni festivi. Il commercio itinerante su area pubblica dovrà fermarsi alle 20. Nel testo definitivo sono state inserite la zona Bicocca, le vie Crespi e Termopili nell’area Nolo e il tratto di via Tortona compreso tra via Cerano e via Voghera nella zona Darsena-Navigli.

Lazzaretto-Melzo, la stretta imposta dopo la sentenza del Tribunale

Un secondo provvedimento riguarda esclusivamente Lazzaretto-Melzo ed è stato adottato dopo la sentenza del Tribunale di Milano numero 9566 del 2025, pubblicata l’11 dicembre, che ha condannato il Comune a far cessare le immissioni rumorose superiori alla normale tollerabilità. In quest’area, dalle 22 alle 6 sarà vietata la vendita e la somministrazione per asporto di alimenti e bevande di qualsiasi tipo, alcoliche e analcoliche. Resterà consentita la consegna a domicilio. I plateatici non potranno invece essere utilizzati dalla mezzanotte alle 6, mentre il commercio itinerante e qualsiasi forma itinerante di somministrazione di alimenti e bevande saranno vietati dalle 20 alle 6.

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Credito più difficile, Pmi a caccia di nuove fonti di finanziamento

La stretta creditizia non è più una sensazione: per le piccole e medie imprese romane è diventata una condizione strutturale. Le banche, spinte da requisiti patrimoniali più severi e da un approccio al rischio molto più prudente, stanno applicando criteri di selezione sempre più rigidi. Il risultato è un rallentamento nell’erogazione dei prestiti e un aumento dei tassi che pesa soprattutto sulle aziende con margini ridotti o cicli di cassa irregolari.

In questo scenario, le Pmi della Capitale stanno accelerando la ricerca di fonti alternative di finanziamento, aprendo un mercato che fino a pochi anni fa era considerato di nicchia. I minibond, ad esempio, stanno vivendo una seconda giovinezza: strumenti snelli, pensati per imprese solide ma non abbastanza grandi da accedere ai canali obbligazionari tradizionali. A Roma, diversi operatori specializzati segnalano un aumento delle emissioni, soprattutto nei settori servizi, costruzioni e tecnologie applicate al turismo.

Private debt, una soluzione che piace alle aziende ambiziose

Accanto ai minibond cresce il ricorso al private debt, con fondi che offrono capitali a medio termine in cambio di rendimenti più elevati e covenants più flessibili rispetto al sistema bancario. Una soluzione che piace alle aziende con piani di crescita ambiziosi, ma che richiede governance trasparente e capacità di dialogo con investitori professionali.

Poi c’è il capitolo crowdfunding, ormai maturo anche in Italia. Le piattaforme di equity e lending stanno diventando una valvola di sfogo per startup e microimprese che cercano capitali senza passare per gli istituti di credito. Nel Lazio, il numero di campagne è cresciuto a doppia cifra nell’ultimo anno, con particolare dinamismo nei settori food, cultura, green tech e servizi digitali.

Il ruolo sempre più centrale della finanza agevolata

Un ruolo sempre più rilevante lo gioca anche la finanza agevolata, tra bandi regionali, fondi europei e strumenti di garanzia pubblica. Le imprese romane stanno imparando a muoversi in un ecosistema complesso ma ricco di opportunità, spesso con il supporto di consulenti specializzati. La Regione Lazio, dal canto suo, sta spingendo su innovazione, transizione energetica e digitalizzazione, tre assi che attraggono sia contributi a fondo perduto sia finanziamenti a tasso agevolato.

Le startup e le imprese innovative rappresentano un capitolo a parte. Per loro, la difficoltà di ottenere credito bancario non è una novità. Ma oggi, rispetto al passato, possono contare su un ecosistema più maturo: fondi di venture capital, business angel, acceleratori e investitori privati che guardano con crescente attenzione alla scena romana, soprattutto nei settori AI, biotech, cybersecurity e mobilità sostenibile.

Le imprese non possono considerare il credito bancario l’unica soluzione

Il quadro generale è chiaro: la Capitale sta vivendo una trasformazione silenziosa ma profonda. Le Pmi non rinunciano al credito bancario, ma non possono più considerarlo l’unica strada. La diversificazione delle fonti finanziarie non è più una scelta strategica: è una necessità per sopravvivere in un mercato competitivo, volatile e sempre più selettivo. E la caccia ai capitali alternativi è appena iniziata.

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Garlasco, Stasi-Sempio-mister X: il rebus del (giusto) lavandino. Garofano e le foto col Luminol

Il delitto di Garlasco resta un mistero di difficile lettura. Togliere Alberto Stasi dalla scena del crimine e collocarci al suo posto Andrea Sempio, porta a uno stravolgimento della dinamica del delitto. Ma la Procura di Pavia lavora su questi elementi, per i pm non è stato il fidanzato di Chiara a uccidere la sua ragazza ma l’amico del fratello, in seguito a un approccio sessuale rifiutato. Ma le prove in mano agli inquirenti a carico di Sempio non sono schiaccianti, accertato il presunto movente mancano però riscontri concreti. Anche ricostruendo la possibile dinamica del delitto restano molti dubbi e soprattutto ci sono fatti apparentemente inspiegabili. I legali dell’indagato sono certi di aver fornito tutte le perizie necessarie per smontare ogni accusa a carico di Sempio: dai soliloqui, al Dna sotto le unghie, fino all’impronta 33. Ma Cataliotti, uno degli avvocati dell’indagato, si è concentrato in particolare sulla “prova regina”. “Dimostreremo che le tracce di scarpe lasciate dal killer non sono compatibili con Sempio, questo sarà l’elemento che metterà la parola fine all’eventuale processo”.

Su quelle tracce di scarpe si era concentrato ai tempi anche l’ex comandate del Ris, il generale Luciano Garofano. In particolare, stando alle foto scattate dopo il trattamento col Luminol, sarebbe emerso che il killer si sarebbe lavato in bagno e non in cucina, come invece sostiene l’accusa. Un dato importante, visto che in quella stanza non ci sono tracce di Sempio. Per dimostrarlo, l’ex consulente della difesa di Andrea Sempio ha pubblicato le foto inedite scattate dai Ris nell’abitazione dei Poggi durante il sopralluogo della sua squadra nell’agosto 2007.

Provando a ricostruire i movimenti del killer e collocando solo Andrea Sempio sulla scena, il quadro che emerge è pieno di incongruenze oggettive. Il killer sarebbe entrato di nascosto in casa, probabilmente dopo un appostamento in giardino e forse anche “rompendo il muretto” di recinzione della villetta dei Poggi, come sostiene Stasi. A quel punto avrebbe aggredito Chiara in almeno tre punti della casa: divano, zona telefono e scale che portano alla cantina. La vittima si sarebbe difesa “15-20 minuti di scontro”, in base alla perizia della dottoressa Cattaneo. La presunta arma del delitto sarebbe stata un martello, presumibile che il killer si sia sporcato parecchio del sangue della vittima, se non anche ferito. Dopo l’omicidio quindi avrebbe avuto la necessità di lavarsi. Qui però qualcosa non torna.

La logica porterebbe a pensare al bagno, ma gli inquirenti credono invece che il killer si sia lavato nel lavabo della cucina (che non sarebbe mai stato analizzato). Ma proprio attraverso le foto scattate in cucina, Garofano fa notare che “nell’area sotto il lavandino della cucina non vi è alcuna traccia di scarpe insanguinate“. Le impronte, piuttosto, “si interrompono in corrispondenza del tavolo”. Alla luce di questi elementi Garofano, ex consulente di Sempio, sostiene che sia “logicamente improbabile” che, data la quantità di sangue riscontrata sulla scena del delitto, “l’assassino sia riuscito a raggiungere il lavandino senza lasciare nessuna traccia sul pavimento”.

Altro mistero poi, la fuga del killer. La nuova ipotesi porta a pensare che Sempio, secondo l’accusa, potrebbe essersi mosso a piedi attraverso i campi. La casa di sua nonna, dove effettivamente è stato quella mattina del 13 agosto 2007, dista infatti solo 500 metri. Sempio però, stando alle dichiarazioni della madre, sarebbe tornato a casa “con gli stessi vestiti che indossava al mattino e puliti“. Questo omicidio resta un mistero, troppe le cose che non tornano.

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Dal mondo dello spettacolo alla difesa della natura: Andrea Candeo riceve il Diploma Segni di Pace

Andrea Candeo entra tra i protagonisti dell’edizione 2026 del Premio Segni di Pace, il riconoscimento europeo promosso dalla Cattedra della Pace di Assisi e destinato a personalità che si distinguono per il loro contributo alla diffusione di valori quali la solidarietà, la responsabilità sociale e la tutela del bene comune.

La cerimonia si è svolta a Palazzo Valentini, a Roma, dove l’attore, modello e agronomo ha ricevuto il Diploma Onorifico Segni di Pace per il suo impegno nella sensibilizzazione ambientale e nella difesa degli animali, temi che da anni caratterizzano il suo percorso professionale e sociale.

Il riconoscimento arriva dopo un periodo di intensa attività pubblica per Candeo, già vincitore del concorso “Il più bello d’Italia 2024” e testimonial di diverse campagne promosse dall’associazione nazionale no-profit “Rispetto per tutti gli animali”, attraverso le quali ha sostenuto iniziative dedicate alla tutela della biodiversità e al rispetto di ogni forma di vita.

Dal mondo dello spettacolo alla difesa della natura: Andrea Candeo riceve il Diploma Segni di Pace
Andrea Candeo con il Diploma Onorifico Segni di Pace promosso dalla Cattedra della Pace di Assisi

Le motivazioni del premio europeo Segni di Pace

Secondo le motivazioni del premio, Andrea Candeo si è distinto per la capacità di utilizzare la comunicazione come strumento di educazione e sensibilizzazione, coinvolgendo soprattutto le nuove generazioni nella costruzione di una cultura fondata sul rispetto della natura e della convivenza civile.

Nel suo intervento durante la cerimonia, il premiato ha voluto sottolineare il legame profondo tra pace, ambiente e responsabilità individuale.

«Siamo abituati a pensare alla pace come a qualcosa di lontano, quasi astratto. Io credo invece che si costruisca ogni giorno attraverso i nostri comportamenti. La tutela degli animali, il rispetto dell’ambiente e la cura della Terra sono gesti concreti che ci aiutano a creare una società più giusta e più umana», ha dichiarato.

Per Candeo, infatti, la pace non coincide soltanto con l’assenza di conflitti, ma rappresenta una forma di partecipazione attiva e di attenzione verso il mondo che ci circonda.

«La pace non è soltanto assenza di conflitto, ma anche partecipazione, rispetto e consapevolezza. Ogni gesto rivolto alla tutela dell’ambiente e delle creature che lo abitano rappresenta un passo verso una società più umana».

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Peugeot E-208 GTi, la sportiva elettrica debutta a Le Mans

Peugeot presenta a Le Mans la nuova E-208 GTi, prima GTi elettrica del marchio e nuova sfida per la sportività compatta.

Peugeot riporta la sigla GTi al centro della propria strategia, ma lo fa nel modo più delicato per un marchio che ha costruito parte della sua reputazione sulle compatte sportive a benzina: trasformandola in una proposta 100% elettrica. Alla 24 Ore di Le Mans 2026, la Casa francese presenta la versione di serie della nuova Peugeot E-208 GTi, un modello che segna il passaggio della tradizione GTi dentro una fase industriale dominata da elettrificazione, normative sulle emissioni e necessità di rendere più desiderabile l’auto elettrica anche per il pubblico più legato al piacere di guida.

La scelta del palcoscenico non è secondaria. Le Mans resta una delle vetrine più forti per raccontare tecnologia, resistenza meccanica e identità sportiva. Peugeot ci arriva un anno dopo aver svelato, il 13 giugno 2025, il concept E-208 GTi, alla vigilia della 24 Ore. Ora il passaggio dal prototipo alla produzione indica che il progetto non è rimasto un esercizio di stile, ma è diventato un tassello concreto nella gamma elettrica del marchio. La conferenza stampa è prevista alle 13:00 CET di venerdì 12 giugno, con la presentazione di tre esemplari di serie nei colori blu, bianco e rosso, un richiamo diretto alla matrice francese del brand.

La nuova E-208 GTi nasce su una base già importante per Peugeot: la famiglia 208, uno dei pilastri commerciali del marchio in Europa. Portare la sigla GTi su una vettura elettrica compatta significa provare ad allargare il perimetro dell’elettrico oltre la razionalità dei consumi e dell’accesso urbano. Il messaggio industriale è chiaro: la transizione non può reggersi solo su autonomia, ricarica e incentivi, ma deve recuperare anche una componente emotiva. Per un costruttore generalista, riuscire a vendere un’elettrica come oggetto di desiderio e non solo come scelta obbligata può diventare un vantaggio competitivo.

Il punto più sensibile riguarda proprio l’eredità. La sigla GTi porta con sé quarant’anni di memoria automobilistica, a partire dalla Peugeot 205 GTi, uno dei modelli che hanno definito l’idea europea di piccola sportiva. Trasferire quella storia su una vettura a batteria comporta un rischio evidente: parlare a una comunità di appassionati che spesso associa il piacere di guida a leggerezza, sound, cambio manuale e risposta meccanica immediata. Peugeot prova a risolvere il nodo mantenendo la vettura di serie molto vicina al concept del 2025, scelta che lascia intendere una volontà di non diluire troppo il carattere del progetto.

La progettazione è stata affidata a Peugeot Sport e Peugeot Design, due aree che sintetizzano la doppia natura della vettura: prestazioni e posizionamento. Per la filiera industriale, un’elettrica sportiva compatta apre scenari interessanti. Componenti come assetto, freni, pneumatici, elettronica di controllo, software di gestione della coppia e calibrazione della risposta dell’acceleratore diventano elementi decisivi per differenziare il prodotto. In assenza del motore termico come elemento identitario principale, il lavoro si sposta su messa a punto, dinamica, efficienza del powertrain e percezione di guida.

Dal punto di vista del mercato, la Peugeot E-208 GTi arriva in un momento in cui molti costruttori europei cercano di rendere meno fredda la narrazione dell’auto elettrica. Le citycar e le compatte a batteria sono centrali per rispettare gli obiettivi di emissione, ma spesso faticano a costruire un’immagine aspirazionale paragonabile a quella delle versioni sportive tradizionali. Una GTi elettrica può quindi servire a due obiettivi: rafforzare il valore percepito della gamma E-208 e dimostrare che la sportività accessibile può sopravvivere anche senza motore a combustione.

Per i consumatori, il nodo sarà capire se il marchio GTi riuscirà a tradursi in un’esperienza credibile. Non basterà una potenza elevata o un’estetica più aggressiva. Il successo dipenderà da equilibrio dinamico, autonomia reale, tempi di ricarica, prezzo e capacità di offrire un piacere di guida riconoscibile. In questo senso, la nuova E-208 GTi non è solo una versione sportiva: è un test di mercato sulla disponibilità degli automobilisti europei ad accettare una nuova definizione di compatta ad alte prestazioni.

La presenza a Le Mans assume anche un valore simbolico più ampio. Peugeot celebra il centenario dalla sua prima gara alla 24 Ore di Le Mans, collegando la memoria sportiva alla trasformazione elettrica. È un’operazione di posizionamento: usare una piattaforma storica per legittimare una tecnologia nuova. La sfida, però, sarà industriale prima ancora che narrativa. Se la E-208 GTi saprà convincere oltre la cerchia degli appassionati, potrà indicare una strada anche ad altri costruttori: fare dell’elettrico non soltanto una risposta normativa, ma un prodotto capace di recuperare emozione, identità e margini.

Scheda

Modello: Peugeot E-208 GTi
Evento: presentazione alla 24 Ore di Le Mans 2026
Data conferenza: venerdì 12 giugno, ore 13:00 CET
Origine progetto: concept Peugeot E-208 GTi presentato il 13 giugno 2025
Caratteristica chiave: prima GTi 100% elettrica di Peugeot
Sviluppo: Peugeot Sport e Peugeot Design
Esemplari esposti: tre unità di serie in blu, bianco e rosso
Riferimento storico: eredità della Peugeot 205 GTi
Tema industriale: elettrificazione della sportività compatta

Peugeot E-208 GTi, la sportiva elettrica debutta a Le Mans
Peugeot E-208 GTi, la sportiva elettrica debutta a Le Mans
Peugeot E-208 GTi, la sportiva elettrica debutta a Le Mans
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