Normal view

Lombardia, più salario e welfare con la contrattazione di secondo livello: via libera in consiglio

10 June 2026 at 13:09

Più premi di risultato, maggiore welfare aziendale, formazione collegata ai fabbisogni produttivi e incentivi per le imprese che creano occupazione stabile. È il percorso indicato dalla mozione presentata dalla consigliera regionale di Fratelli d’Italia Chiara Valcepina e approvata dal Consiglio regionale della Lombardia. Il provvedimento impegna la Giunta a predisporre un piano regionale per sostenere la contrattazione di secondo livello, da costruire insieme alle parti sociali, alle organizzazioni dei lavoratori e alle associazioni datoriali.

La Lombardia deve rafforzare la contrattazione di secondo livello come strumento concreto per aumentare l’attrattività del lavoro, sostenere il potere d’acquisto dei salari e aiutare le imprese a reperire competenze qualificate. Per questo chiediamo un piano regionale capace di valorizzare premi di risultato, welfare aziendale e territoriale, formazione continua, stabilità occupazionale e partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. Un percorso che si inserisce perfettamente in quanto messo in campo dal governo Meloni“, dichiara Valcepina.

Carenza di manodopera e perdita del potere d’acquisto

La mozione parte da due problemi che stanno condizionando il mercato del lavoro lombardo: la difficoltà delle aziende nel trovare personale qualificato e l’aumento del costo della vita, che ha ridotto il valore reale delle retribuzioni. “La nostra regione affronta due emergenze strettamente collegate: la carenza di manodopera e la riduzione del potere d’acquisto dei salari. Circa il 30% delle imprese lombarde segnala difficoltà nel reperire lavoratori qualificati, con un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. A questo si aggiunge l’aumento del costo della vita, che rende meno attrattive molte opportunità lavorative”, precisa la consigliera di Fratelli d’Italia. L’obiettivo dichiarato è rendere più conveniente il lavoro stabile e migliorare le condizioni offerte dalle imprese, intervenendo non soltanto sulla retribuzione ma anche sui servizi e sulle prestazioni collegate alla vita quotidiana dei dipendenti.

Il rapporto tra contratto nazionale e secondo livello

Nell’impostazione della mozione, la contrattazione aziendale o territoriale non dovrebbe sostituire il contratto collettivo nazionale, ma adattarne e rafforzarne le tutele sulla base delle caratteristiche dei singoli settori, delle imprese e dei territori. “Il CCNL pone le fondamenta comuni di tutele, garanzie e retribuzioni. La contrattazione di secondo livello consente di costruire su quelle fondamenta risposte più vicine alla singola impresa e al singolo territorio, intervenendo su ciò che incide davvero nella vita quotidiana di chi lavora”, sottolinea Valcepina. Il piano regionale dovrebbe favorire qualità e regolarità del lavoro, sicurezza, continuità occupazionale, premi collegati ai risultati, formazione continua e strumenti di welfare aziendale e territoriale.

Premi alle imprese che assumono e investono nel welfare

Un capitolo della mozione riguarda le premialità per le imprese che aumentano il numero dei lavoratori a tempo indeterminato e investono in benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati. Gli interventi potrebbero riguardare la mobilità, la sanità integrativa, la conciliazione tra vita privata e lavoro e il costo dell’abitazione. Il testo punta inoltre a valorizzare le aziende che partecipano a programmi formativi costruiti su base territoriale e coerenti con le competenze richieste dal sistema produttivo. Particolare attenzione viene riservata alle Zone di innovazione e sviluppo, nelle quali la Regione dovrebbe sperimentare nuovi modelli di contrattazione territoriale e welfare aziendale, anche attraverso incentivi, interventi di sostegno e forme di fiscalità di vantaggio.

Il tavolo con il Governo per maggiori competenze regionali

La mozione impegna inoltre la Giunta e gli assessorati competenti ad avviare un tavolo tecnico-politico con il Governo nazionale. L’obiettivo è ottenere maggiori competenze regionali nella promozione della contrattazione territoriale di secondo livello.Valcepina sottolinea anche il confronto sviluppato in Aula con le forze di opposizione, che ha permesso di raccogliere consensi trasversali su diversi punti del documento.

“È importante sottolineare come in Aula si sia sviluppato un confronto proficuo con la minoranza, che ha consentito di arrivare a una sintesi positiva, tanto che anche gran parte dell’opposizione ha votato favorevolmente diversi punti della mozione. Consegniamo così alla Giunta un testo forte e ampiamente condiviso, dimostrazione che quando si parla di lavoro e welfare è possibile costruire convergenze serie nell’interesse dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese”, evidenzia la consigliera regionale.

Rafforzare i salari, sostenere i consumi interni, migliorare il welfare e rendere più attrattivo il sistema produttivo lombardo: la Lombardia ha sempre saputo anticipare i cambiamenti. Oggi può farlo ancora una volta, costruendo un modello di relazioni industriali fondato su partecipazione, qualità del lavoro e responsabilità, in perfetta sinergia con il governo Meloni”, conclude Valcepina.

La Uil approva: “Ora servono strumenti operativi”

La Uil Lombardia valuta positivamente l’approvazione della mozione, considerandola un primo passo per riportare al centro del dibattito il potere d’acquisto, le retribuzioni e il costo della vita. Per il sindacato, tuttavia, il sostegno regionale dovrà essere accompagnato da condizioni precise. Le risorse pubbliche dovranno favorire le imprese che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, creano occupazione stabile e investono nella formazione e nella sicurezza. “La contrattazione di secondo livello – sottolinea il segretario confederale Salvatore Mondedurodeve rafforzare il sistema contrattuale, non indebolirlo. Deve migliorare le condizioni di lavoro, contrastare i contratti pirata e non diventare uno strumento per alimentare il dumping salariale. Il sostegno pubblico, comprese le risorse regionali, europee e gli strumenti collegati alle politiche di sviluppo, deve essere indirizzato a chi investe davvero nel buon lavoro: contratti a tempo indeterminato, applicazione dei CCNL rappresentativi, formazione, welfare, sicurezza, conciliazione vita-lavoro e partecipazione”.

Uil: nelle Zone di sviluppo le risorse non siano un assegno in bianco

Secondo la Uil, i criteri sulla qualità del lavoro dovranno essere applicati con particolare rigore nelle Zone di innovazione e sviluppo. Gli investimenti pubblici non dovranno premiare le imprese che competono riducendo salari e diritti, ma quelle che garantiscono legalità contrattuale, stabilità e relazioni sindacali corrette. “La mozione approvata – conclude Antonio Albrizio, segretario generale UIL Lombardia – è considerata un ottimo primo passo, ma non il punto di arrivo. Ora si apre la fase cruciale: tradurre l’indirizzo politico in strumenti operativi all’interno del Patto per lo Sviluppo. A questo proposito UIL Lombardia ha proposto emendamenti al testo finalizzati a rafforzare il rispetto dei CCNL più rappresentativi, il contrasto ai contratti pirata, la necessità di condizionare l’utilizzo di risorse pubbliche alla qualità del lavoro e la promozione di un Fondo regionale per la contrattazione di qualità. La competitività della Lombardia non si difende comprimendo i costi, ma investendo sul valore e sulla dignità di chi lavora“.

La Cgil: bene il tema, ma no alle scorciatoie fiscali

Più articolato il giudizio della Cgil Lombardia. Il sindacato considera positivo che la Regione voglia favorire una maggiore diffusione della contrattazione di secondo livello, ma esprime contrarietà rispetto ad alcuni strumenti e finalità contenuti nella mozione. Secondo la Cgil, la difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori non può essere affrontata attraverso vantaggi fiscali o modificando gli equilibri tra Stato e Regione. Le cause principali sarebbero invece da ricercare nelle basse retribuzioni, nell’aumento del costo della vita e nella difficoltà di sostenere le spese per l’abitazione. Il sindacato contesta in particolare l’apertura di un tavolo con il Governo per ottenere maggiori competenze regionali in materia di contrattazione territoriale e fiscalità. Una strada che, secondo la Cgil, rischierebbe di alterare equilibri istituzionali delicati.

La stessa contrarietà riguarda la previsione di incentivi e fiscalità di vantaggio nelle Zone di innovazione e sviluppo. Per la Cgil, la competitività di queste aree dovrebbe dipendere dalla capacità delle imprese di investire nell’innovazione di processo e di prodotto, non dalla modifica delle regole fiscali.

Il nodo della partecipazione agli utili

Un altro punto contestato riguarda la possibilità di favorire forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, sulla base della legge numero 76 del 2025. Secondo la Cgil, la partecipazione agli utili rischia di trasformarsi in un’alternativa alla redistribuzione salariale negoziata attraverso la contrattazione. Il problema sarebbe particolarmente evidente nelle piccole e medie imprese, dove spesso non esiste una vera contrattazione aziendale e non sono previsti organi di sorveglianza o gestione nei quali garantire la rappresentanza dei lavoratori. Per il sindacato, le risorse pubbliche possono aiutare a diffondere la contrattazione, ma non devono sostituire la responsabilità delle imprese nella distribuzione della ricchezza prodotta.

Cgil: “Serve salario fresco, non soltanto benefit”

La distanza più evidente riguarda il peso attribuito ai benefit non monetari. Secondo la Cgil, welfare aziendale, agevolazioni e prestazioni defiscalizzate non possono rispondere da soli alle difficoltà economiche delle famiglie. “Per rispondere alla pandemia salariale ancora in corso serve salario fresco nella contrattazione. Benefit non monetari, deducibili o defiscalizzati, non rispondono all’urgenza concreta di lavoratrici, lavoratori e famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese.” La richiesta è quindi che qualsiasi intervento regionale abbia come priorità l’aumento delle retribuzioni e la redistribuzione della produttività e della ricchezza generata dalle imprese. “Non servono scorciatoie fiscali né strumenti che rischiano di sostituire il salario contrattato con benefit o partecipazione agli utili.”

L'articolo Lombardia, più salario e welfare con la contrattazione di secondo livello: via libera in consiglio proviene da Affaritaliani.it.

Quando il lavoro pesa sulla salute mentale

9 June 2026 at 07:28

Tra i lavoratori europei aumenta l’ansia, mentre è stabile il rischio di depressione. La salute mentale di chi lavora non riguarda solto il benessere individuale, ma ha ricadute economiche concrete. Tanto più con l’invecchiamento della popolazione.

L'articolo Quando il lavoro pesa sulla salute mentale proviene da Lavoce.info.

Call to phase out ‘inhumane’ guga hunt by working with Hebridean islanders

Annual killing of infant gannets has been carried out on a remote Scottish island for at least 400 years

Animal welfare campaigners have called for talks on phasing out the “inhumane” hunt for infant gannets known as guga, which are killed by hunters on a remote Scottish island once a year.

OneKind and the League Against Cruel Sports said it should be slowly phased out in dialogue with the Hebridean islanders who see the hunt, which has been carried out for at least 400 years, as a cultural pursuit and as sustainable food harvesting.

Continue reading...

© Photograph: Murdo MacLeod/The Guardian

© Photograph: Murdo MacLeod/The Guardian

© Photograph: Murdo MacLeod/The Guardian

“Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier

5 June 2026 at 11:30

“Per inseguire una sicurezza strategica basata sul riarmo, all’interno dell’Italia e della UE si rischia di sacrificare la sicurezza sociale”. Questo l’allarme lanciato dal prof. Fabrizio Battistelli, sociologo, nonché presidente e cofondatore di Iriad, l’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, think tank romano sulla pace, oggi alla presentazione alla Camera dei deputati del rapporto da lui coordinato “Europa: quale difesa?”. Nel report, promosso da Marco Tarquinio, deputato europeo del gruppo dei Socialisti e Democratici eletto da indipendente nelle liste del PD, il professore evidenzia come “l’impegno del 3,5% del Pil solo per la difesa strettamente militare, accettato anche dal governo italiano, è esorbitante. O la presidente del Consiglio se ne rende conto e al vertice Nato che si terrà ad Ankara a luglio recede dall’accordo – spiega Battistelli – o lascia in eredità ai prossimi governi una spesa militare fuori controllo che, se veramente fosse pari al 3,5% del Pil, nel 2035 raggiungerebbe l’astronomica cifra di 83 miliardi e 950 milioni di euro. Insistendo sulla decisione Nato dell’Aja, all’Italia rimarranno soltanto tre possibilità: aumentare ulteriormente il debito pubblico, aumentare le tasse, spostare sul riarmo le risorse per pensioni, istruzione e salute”. L’obiettivo pacifista, indagato nello studio di oltre 100 pagine, è invece l’individuazione di un modello di “difesa europea a due braccia: militare e civile”. “Ho commissionato questo Rapporto ai ricercatori di Archivio Disarmo – ha detto Tarquinio – per l’assoluta qualità del lavoro che portano avanti da tempo e per la necessità, fuori e lontano da semplificazioni e propagande, di fare un serio punto sul processo di riarmo in atto nei singoli Paesi dell’Unione Europea. Un evento niente affatto “comune” e comunitario, più o meno contemporaneo – questo sì, ha aggiunto l’eurodeputato – ma contraddittorio e diseguale, segnato più da competizioni che da collaborazioni tra Stati membri e spesso ammantato da una pesante retorica di riabilitazione della pratica bellica. Un piano che, purtroppo, minaccia di riportarci verso il nostro peggior passato e che si sta sviluppando con affanno, risucchiando fondi ingenti dalle politiche del futuro, quelle sociali e di transizione verde, secondo il disastroso copione imposto alla Ue dalle potenze che hanno riportato la guerra al centro della politica e della vita dei popoli”.

La domanda però resta: come può l’Europa garantire la propria sicurezza senza mettere a rischio il modello sociale che ne rappresenta uno dei pilastri? Lo studio di Iriad affronta uno dei temi centrali del dibattito europeo: la costruzione di una Difesa comune in un contesto internazionale caratterizzato da conflitti armati, tensioni geopolitiche e crescente instabilità. La tesi di fondo è che una politica basata esclusivamente sull’aumento delle spese militari non è sufficiente a rispondere alle sfide della sicurezza contemporanea.

La spesa vale l’impresa?

L’Unione europea dispone già oggi di una spesa militare complessiva tra le più elevate al mondo, seconda soltanto a quella degli Stati Uniti. Eppure, continua a confrontarsi con inefficienze e costi elevati derivanti dalla frammentazione tra gli Stati membri, dalla duplicazione di capacità industriali e dalla scarsa integrazione delle industrie della difesa, evidenzia il rapporto. Da qui la proposta di un modello alternativo basato sulla sicurezza cooperativa e su una difesa comune di tipo federale, capace di superare l’attuale approccio prevalentemente nazionale e intergovernativo. “Si tratta – osserva Marco Tarquinio – di un modello a due braccia, che affianca a una componente militare, orientata alla deterrenza e caratterizzata da una postura esclusivamente difensiva, una componente civile e nonviolenta fondata sulla cooperazione internazionale, sul controllo degli armamenti, sulla prevenzione dei conflitti e sul rafforzamento della resilienza sociale”.

Non solo Rearm Eu

“L’approccio del piano ReArm Europe/Readiness 2030 rimane tradizionale, in quanto solo una parte limitata di esso sostiene progetti industriali comuni, mentre la maggior parte delle azioni intraprese dagli Stati Membri segue un approccio intergovernativo nelle strategie, la spesa viene decisa Stato per Stato e la politica industriale si concentra sui “campioni” nazionali della produzione”, si legge nel report di Iriad. Tra l’altro, stando al rapporto, mentre “le dinamiche economiche, finanziarie e industriali della Difesa europea appaiono inserite in una transizione verso un’economia ormai ‘prebellica’, caratterizzata però da uno uno spazio di manovra fiscale ristretto, nasce il dilemma “burro o armamenti” assume la forma di un vincolo strutturale. L’aumento sincronizzato dei bilanci militari dopo il 2022 è accompagnato da un effetto di spiazzamento nei confronti delle poste di bilancio del welfare (sanità, protezione sociale e istruzione) e da un livello di debito pubblico che limita la capacità degli Stati membri. Allo stesso tempo, la Base Industriale della Difesa della Ue appare come un sistema frammentato in fase di rinazionalizzazione, in cui le esperienze dei gruppi industriali transeuropei (Airbus, KNDS, MBDA) stanno perdendo centralità a favore dei campioni industriali nazionali (una o più aziende leader nel settore armamenti). “In assenza di una drastica revisione del processo di riarmo, inevitabilmente la spesa militare svuoterà lo stato sociale, assorbendo le risorse destinate al welfare, in particolare a sanità e istruzione. Se avverrà ciò verrà compromessa la coesione sociale, intesa come parte integrante della sicurezza complessiva e verrebbe vanificata la stretta interdipendenza che esiste tra sicurezza esterna e sicurezza interna”, sottolinea Battistelli. Per questo il report spiega come “la realizzazione di una vera Difesa europea richiede un avanzamento dell’integrazione politica dell’Unione, il superamento delle attuali frammentazioni decisionali grazie al superamento dell’unanimità e la costruzione di un consenso democratico attorno a un progetto comune. Una sfida che riguarda non solo la capacità dell’Europa di difendersi, ma anche il suo futuro, confermandosi lo spazio di “libertà, sicurezza e giustizia” promesso nel suo patto costitutivo. “In questa prospettiva, la sicurezza non viene considerata soltanto come capacità militare, ma come il risultato dell’interazione tra fattori politici, economici, sociali e tecnologici, conclude Battistelli.

L'articolo “Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌