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Milano 2027, La Russa accelera e insiste: “Il candidato entro l’estate, Lupi sarebbe un ottimo nome”

10 June 2026 at 08:41

Il centrodestra deve smettere di alimentare il toto-nomi e individuare il prima possibile il candidato con cui tentare la conquista di Palazzo Marino nel 2027. A chiedere un’accelerazione è Ignazio La Russa, che invita la coalizione a chiudere la partita entro l’estate. “È ora di decidere”, afferma il presidente del Senato in un’intervista al Corriere della Sera. “Non possiamo permetterci di perdere altro tempo mettendo o lasciando che si mettano nomi nel frullatore. Entro l’estate un’indicazione dobbiamo darla.” Secondo La Russa, il confronto tra i partiti dovrebbe concentrarsi ormai esclusivamente sul profilo del candidato, perché l’intesa sui contenuti sarebbe già stata raggiunta. “Tenendo conto che siamo già uniti sul programma, basato su quattro temi chiave: sicurezza, urbanistica, innovazione e viabilità. Si tratta di trovare il nome giusto.”

“Non importa se politico o civico, conta la persona”

Il presidente del Senato non ritiene necessario stabilire in anticipo se il candidato debba provenire dai partiti oppure dalla società civile. Il criterio determinante, sostiene, deve essere la capacità di conquistare consenso e amministrare una città complessa come Milano. “Non esiste una categoria, esiste la persona. Se ad esempio civici come Flavio Cattaneo, Tronchetti Provera o Ruth Shammah mi dicessero che sono disponibili, direi ‘benissimo’, noi abbiamo bisogno di una persona capace, che attiri consensi, che sappia governare, che conosca il territorio, magari che abbia anche notorietà.” “Non importa l’appartenenza partitica, importa che sia la persona giusta”, aggiunge La Russa. Il candidato dovrebbe inoltre presentarsi agli elettori insieme a un primo nucleo della futura squadra di governo. “E, secondo me, dovrebbe essere accompagnato da una squadra di quattro possibili assessori già indicati prima del voto: civici (senza dover essere candidati) se sarà un politico, politici se sarà un civico. Si va assieme, in squadra.”

“Lupi? Confermo, è persona capace e nota”

Tra i nomi indicati negli ultimi mesi, La Russa torna a valorizzare quello di Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati ed ex assessore all’Urbanistica del Comune di Milano. “In una occasione ho detto che apprezzo Lupi, e lo confermo, è persona capace, nota, ha le caratteristiche del neo sindaco di Venezia: ha fatto il consigliere, l’assessore all’Urbanistica, in più è stato anche ministro ed è leader di un partito. Certamente lo vedrei come ottimo candidato.” Lupi dispone, nella valutazione del presidente del Senato, di un curriculum che unisce esperienza amministrativa, conoscenza della città e visibilità nazionale. Una combinazione che potrebbe renderlo competitivo nella sfida per la successione a Giuseppe Sala.

Tra i nomi anche Silvia Sardone

La Russa non limita però la rosa al leader di Noi Moderati. Tra i profili politici giudicati adeguati cita anche l’europarlamentare e vicesegretaria della Lega Silvia Sardone. “È valida anche Silvia Sardone, è donna, capace. Come sono validi pure alcuni nomi della società civile”, conclude.

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Comunali, ecco quanto è finita davvero la sfida tra centrodestra e centrosinistra nei capoluoghi

9 June 2026 at 04:55

Il centrosinistra vince 10-6 sul centrodestra le comunali 2026 nei capoluoghi di provincia. Nelle precedenti consultazioni il centrosinistra si impose 8-5. Il centrosinistra strappa al primo turno al centrodestra Pistoia, al ballottaggio Agrigento. Nel primo turno il centrosinistra ha conquistato Enna (da Italia viva) e Avellino (da liste civiche). Confermati al primo turno i sindaci di Mantova, Andria, Prato e Salerno. Al ballottaggio i sindaci di Chieti e Trani.

Il centrodestra strappa al primo turno al centrosinistra il sindaco di Reggio Calabria, al ballottaggio Lecco. Nel primo turno il centrodestra ha conquistato Crotone (da liste civiche). Confermato al primo turno il sindaco di Venezia. Al ballottaggio i sindaci di Arezzo e Macerata. Le liste civiche confermano al primo turno i sindaci di Fermo e Sanluri. A Tempio Pausania ci sarà il ballottaggio il 21 e 22 giugno tra due candidati espressione di liste civiche. Sud chiama Nord ha confermato al primo turno il sindaco di Messina.

“Dopo aver vinto al primo turno conquistando amministrazioni come Reggio Calabria e Venezia, città su cui Schlein e Conte avevano puntato tutto, per la sinistra un’altra giornata amara. Il conto totale su 118 comuni al voto li vede passare da 59 a 50 sindaci, una debacle: se gli piace festeggiare in questo modo, a noi va benissimo. Nella tornata amministrativa di oggi i cittadini confermano la fiducia ai candidati del centrodestra, che si afferma chiaramente come una coalizione solida con amministratori affidabili e credibili agli occhi degli elettori, contro una sinistra sfaldata e litigiosa”. Lo afferma il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli.

Al termine dei ballottaggi, il centrosinistra si conferma avanti sia nei Comuni capoluogo che nelle città con più di 15.000 abitanti. Dei 16 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne conquista 10, strappandone due al centrodestra che si ferma a 6. Altrettanto interessanti sono i risultati in città di medie dimensioni – come Molfetta, Castelfranco Veneto, Legnano, Somma Vesuviana, solo per citarne alcune – in cui sono stati eletti sindaci e sindache del campo progressista. Dove il centrosinistra si presenta unito e con proposte credibili è convincente e riesce a conquistare il consenso della maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Il lavoro fatto in questi anni dal PD e dalla sua segretaria Elly Schlein ha dato buoni risultati e rende il centrosinistra competitivo anche a livello nazionale. Lo afferma Marina Sereni della segreteria del Partito Democratico.

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In Puglia neo-sindaci di Rifondazione e M5s. Acerbo: “Dopo Mamdani a New York, ecco Minervini a Molfetta”

8 June 2026 at 17:56

Uno di Rifondazione Comunista, l’altro del Movimento Cinque Stelle. Nel giorno in cui perde la sindaca di Foggia, dimessasi per tensioni interne alla maggioranza, il campo largo conquista due paesi della Puglia con due candidati “radicali”. Il ballottaggio delle amministrative consegna la guida del Comune di Molfetta a Manuel Minervini, eletto con il 67,47% dei voti, e quella di San Vito dei Normanni a Marco Ruggiero, con un successo al fotofinish. Entrambi vengono da partiti che rappresentano le ali “esterne” del centrosinistra.

Minervini, addirittura, è un esponente di Rifondazione Comunista. Alla fine, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, era stato l’unica figura a riuscire ad aggregare l’intero centrosinistra per riprendersi una città che nel 2025 aveva visto la giunta decapitata da un’inchiesta che aveva coinvolto l’allora sindaco con l’accusa di appalti in cambio di voti. Ingegnere meccanico di 36 anni, il neo-sindaco fa politica da quando aveva 15 anni: era partito dall’associazionismo di base, poi aveva fatto parte nei movimenti contro l’austerità post-governo Monti e dal sei anni è in Rifondazione.

La sua affermazione ha fatto festeggiare il segretario del partito, Maurizio Acerbo, con un paragone a stelle e strisce: “Dopo Mamdani a New York la conferma che c’è voglia di sinistra viene dalla vittoria del nostro compagno Manuel Minervini a Molfetta. Si può vincere coinvolgendo i giovani e il popolo del No con idee chiare e di sinistra – ha detto – La corsa al centro e il trasformismo hanno aperto la strada alla destra. Intorno a un giovane candidato di Rifondazione Comunista come Manuel si è creato un movimento giovanile e popolare e un fronte costituzionale e democratico pieno di entusiasmo e partecipazione”.

Un centinaio di chilometri più a sud, in provincia di Brindisi, ecco un’altra sorpresa: la vittoria di Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni. Espressione del Movimento Cinque Stelle, e sostenuto dall’intero centrosinistra, Ruggiero ha superato al ballottaggio il candidato del centrodestra Giacomo Viva con il 51,48% delle preferenze. San Vito era amministrato dal centrodestra con l’ex sindaca Silvana Errico, fuori dal ballottaggio in una guerra tutta a destra e una frattura che ha fatto sentire i suoi strascichi anche al secondo turno. Viva, infatti, era stato il candidato più suffragato al primo turno, con il 38%, ma è uscito sconfitto nella volata finale. “Da domani sono certo – ha detto il neo sindaco – metteremo da parte le posizioni avute. Il ballottaggio è un’elezione a se. Non bisogna dimenticare la bassa affluenza al primo e secondo turno. Sono tutti piccoli segnali che dobbiamo mettere insieme per poter programmare e coinvolgere la cittadinanza nelle politiche dei prossimi cinque anni”.

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Armenia, Pashinyan vince le elezioni. Cambiano i rapporti con la Russia

8 June 2026 at 11:20

Le elezioni in Armenia hanno emesso un verdetto chiaro, il Paese molla la Russia e si avvicina all’Ue. A trionfare è stato il partito centrista Contratto Civile e formerà il nuovo governo in autonomia, senza l’appoggio di altre forze politiche. Lo ha dichiarato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, nel corso di una conferenza stampa tenutasi dopo l’annuncio dei primi risultati elettorali: “Il 7 giugno 2026 si sono tenute le elezioni ordinarie per l’Assemblea nazionale e, a seguito di queste, il partito Contratto civile ha vinto e formerà il governo da solo”.

Secondo i dati più recenti, il partito Contratto Civile ha ottenuto 727.160 voti (49,81%), il blocco di opposizione Strong Armenia si è classificato secondo con 340.062 voti (23,29%), terza Alleanza Armenia (9,94%). Sul piano della politica estera, Pashinyan ha confermato che l’Armenia proseguirà il riavvicinamento all’Unione europea, mantenendo al tempo stesso la partecipazione e l’adesione all’Unione economica eurasiatica (Uee) e continuando a sviluppare i rapporti con la Russia e con gli altri Stati membri dell’organizzazione.

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Sapevate del recente voto elettorale in Etiopia? Forse perché non vi siete mai chiesti chi governa in Africa

4 June 2026 at 16:37

di Francesco Vietti, antropologo

Il primo giugno si sono tenute le elezioni politiche in Etiopia. Se non lo sapevate e non avete idea di chi fossero i candidati alla presidenza, non vi preoccupate: siete in buona compagnia. Non solo tra i cittadini che seguono normalmente la politica internazionale, ma sospetto anche tra i giornalisti e i politici di professione, e persino tra noi lettori del Fatto, ben pochi saprebbero rispondere a questa semplice domanda: conosci il nome di almeno un attuale leader politico dell’Africa sub-sahariana?

Quanto al Nordafrica, l’orribile omicidio di Giulio Regeni dovrebbe averci almeno reso tutti consapevoli che in Egitto sia al potere da qualche anno il generale Abdel Fattah al-Sisi. Ma appena ci si allontana dalle coste mediterranee del Mare Nostrum, ecco che le nostre scarse conoscenze svaniscono del tutto.

Chi governa la Nigeria, un paese grande quasi un milione di chilometri quadri e con oltre 230 milioni di abitanti (circa la metà dell’intera Unione Europea)? Chi sono i politici che hanno portato il Ruanda, un paese che forse ricordavamo per il genocidio degli anni Novanta, a riaffacciarsi alle televisioni italiane lo scorso settembre come sede dei Mondiali di ciclismo su strada svolti nella capitale Kigali? Com’è che il presidente dell’Uganda è anche il presidente di turno per il triennio 2024-2027 del Movimento dei Paesi non Allineati, un’organizzazione che pensavamo relegata all’era della Guerra Fredda, e che invece esiste tuttora e riunisce un gruppo di 120 paesi (i due terzi del mondo intero)?

Ammettiamolo: nonostante ci piaccia dire la nostra sui fatti che avvengono in ogni parte del globo, ben poco sappiamo di come vadano le cose fuori dall’Italia o, al massimo, fuori dall’Europa. Ma se ancora possiamo dire di sapere almeno il nome di un paio di leader dell’Asia (Xi Jinping in Cina e Modri in India?), o dell’America meridionale (Milei in Argentina e Lula in Brasile? Maduro in Venezuela da qualche mese non vale più e nessuno si dà pena di ricordare il nome della Presidente ad interim che ne ha preso il posto…), quando arriviamo all’Africa navighiamo nelle tenebre.

Eppure, se invece che riempirci la testa di inutili informazioni sulla sala da ballo che Trump sta costruendo alla Casa Bianca, o sui cazzotti che Brigitte Macron ogni tanto rifila al suo bel Emmanuel, dedicassimo un po’ di tempo ed energie ad occuparci di politica africana, forse la realtà che ci circonda ci parrebbe meno incomprensibile. E ciò vale ovviamente anche per chi fa informazione: se il tempo dedicato a raccontaci che in un anno di Presidenza Donald Trump ha messo su sei chili di grasso fosse invece dedicato a spiegarci cosa ci fa Samia Suluhu Hassan, la Presidente della Tanzania, al Forum Economico Internazionale che si tiene in questi giorni a San Pietroburgo in Russia, forse ci sarebbe di maggiore aiuto nella nostra impresa impossibile di capire dove stia andando il mondo.

Ovviamente, non si tratta solo di memorizzare dei nomi difficili da pronunciare. Rendersi conto di non conoscere neppure un leader politico africano significa in realtà ammettere di considerare che l’Africa intera non sia un soggetto politico del nostro mondo contemporaneo.

Ai miei studenti in università lo dico spesso: quando nel 1940 i due antropologi britannici Fortes ed Evans-Pritchard pubblicarono il volume African Political Systems intendevano mostrare che tutte le società del continente erano dotate di istituzioni politiche, anche se i colonizzatori europei preferivano pensarle come primitive e selvagge, in modo da non stabilire relazioni tra pari, ma rapporti di dominio. Da quel tempo è passato quasi un secolo, ma non molto è cambiato: ci conviene continuare a pensare all’Africa come un continente a-politico, o pre-politico, dove le alleanze, i conflitti, le appartenenze si spiegano con vaghi riferimenti alle tribù, ai clan, alle etnie… tutti concetti presi in prestito proprio dall’antropologia e usati a casaccio, più o meno come sinonimi di “razza”.

Questo atteggiamento, diffuso nelle opinioni pubbliche e tra le élite politiche ed economiche europee, ha un’ulteriore grave conseguenza: de-politicizzare gli africani, e nello specifico le persone migranti provenienti dall’Africa che arrivano in Italia e negli altri paesi europei. Vi siete mai chiesti che idee politiche hanno i migranti africani? Quali partiti votassero nei loro paesi d’origine? Chi voterebbero in Italia, se potessero?

Schiacciato sulla sua presunta “identità etnica”, non c’è da stupirsi che chi arriva dall’Africa sub-sahariana venga immediatamente sospettato di essere un “falso rifugiato”, vedendosi negata ogni soggettività politica se non lo scomodo ruolo di vittima chiamata a mostrare gratitudine per lo spirito umanitario con cui viene, nel migliore dei casi, salvata e accolta.

Per concludere, torniamo in Etiopia, da dove avevamo cominciato. Si è votato il 1° giugno, è vero, ma i risultati delle elezioni saranno resi noti l’11 giugno. Abbiamo, dunque, ancora qualche giorno di tempo: prendiamoci qualche ora, o anche solo qualche minuto sottratto alle ultime novità su Garlasco, e andiamo a leggerci chi è Abiy Ahmed Ali, diamogli un volto, scopriamo quale sia la sua storia, la sua visione politica e perché sia tanto controverso il Premio Nobel per la Pace che gli è stato assegnato nel 2019. E già che ci siamo, cerchiamo qualche informazione anche su Bassirou Diomaye Faye, il Presidente del Senegal, o su Félix Tshisekedi, che dal 2019 governa la Repubblica Democratica del Congo e le sue strategiche risorse di cobalto, al centro di complessi accordi con la Cina e gli Stati Uniti.

Mandiamo a memoria i loro nomi. Sarà un esercizio senz’altro più utile che ricordare i dettagli della prossima “arma di distrazione di massa” con cui la cronaca nera cercherà di riempire l’imminente vuoto dell’estate.

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