La República de las Letras de Europa, 13 escritores europeos reflexionan sobre el futuro: "La UE es laica y sensata y a menudo falla. No nos pide que la amemos"


A Alemanha rejeitou oficialmente a oferta do UniCredit pelas ações do Commerzbank, informou a agência financeira do país nesta terça-feira (16), citando o preço baixo e preocupações com o que chamou de abordagem agressiva do banco italiano.
O prazo inicial da oferta do UniCredit pelas ações do Commerzbank está chegando ao fim, com ambos os bancos permanecendo inflexíveis nesta batalha que já dura meses pelo controle de uma das instituições financeiras mais importantes da Alemanha.
O governo alemão detém uma participação de 12% no Commerzbank, adquirida na esteira da crise financeira global de 2008, e há muito se opõe à campanha do UniCredit para uma fusão.
“Aceitar a oferta já não era uma opção do ponto de vista financeiro, pois ela não inclui um prêmio adequado sobre o preço atual das ações do Commerzbank”, afirmou a agência.
Apesar da posição de Berlim, o UniCredit ainda pode conquistar o controle do banco alemão, mas a participação do governo lhe garante assentos no conselho fiscal do Commerzbank, que nomeia a administração e ajuda a supervisionar sua estratégia.
A agência, que administra as participações do governo, também afirmou que apoiava a independência do Commerzbank e observou que o banco desempenha um papel fundamental no financiamento de empresas de médio porte (Mittelstand) e é um participante essencial em Frankfurt, o centro financeiro do país.
“Ambos devem continuar a ser garantidos no futuro”, afirmou.
Separadamente, promotores de Frankfurt confirmaram na terça-feira que haviam iniciado uma investigação preliminar sobre uma possível manipulação de mercado relacionada à oferta, sem fornecer detalhes.
Isso se segue a uma denúncia criminal apresentada pelo conselho de trabalhadores do Commerzbank, que chegou ao Ministério Público no domingo (14).
O grupo de funcionários havia comunicado à equipe que apresentaria a denúncia contra pessoas não identificadas em meio a questionamentos sobre a aquisição de ações do Commerzbank pelo UniCredit a um preço abaixo do valor de mercado.
O UniCredit afirmou em comunicado que estava ciente do assunto e que a resposta do Ministério Público estava “em conformidade com o protocolo quando tais denúncias são apresentadas”.
Nas negociações de terça-feira, as ações do Commerzbank caíram abaixo do preço implícito na oferta de aquisição do UniCredit, após terem sido negociadas consistentemente acima desse nível desde o lançamento da oferta, tornando a proposta do UniCredit relativamente pouco atraente.
As ações do Commerzbank estavam sendo negociadas a 36,53 euros, enquanto as do UniCredit estavam a 76,97 euros.
Com uma relação de troca de 0,485 novas ações do UniCredit para cada ação do Commerzbank oferecida, a oferta do banco italiano avalia o Commerzbank em 37,33 euros por ação.
A oferta termina na terça-feira, mas será prorrogada por mais 15 dias a partir de 20 de junho.

Un ragazzo di 23 anni è stato ucciso nella notte a Molfetta, nel nord Barese. Il giovane, noto alle forze dell’ordine, sarebbe stato raggiunto da colpi di pistola e poi portato davanti all’ospedale Don Tonino Bello, dove è morto poco dopo.
Un 23enne è stato ucciso nella notte a Molfetta, nel nord Barese, in un agguato compiuto con colpi di pistola. Uno dei proiettili lo avrebbe raggiunto alla testa. Il ragazzo, già noto alle forze di polizia, è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale Don Tonino Bello.
Gli investigatori stanno lavorando su più ipotesi per ricostruire la dinamica e il movente dell’omicidio. Al centro degli accertamenti ci sono anche i filmati registrati dalle telecamere di sorveglianza nella zona della Madonna dei Martiri, alla periferia della città.
Una delle piste al vaglio è che il giovane sia stato colpito durante un agguato avvenuto in un locale periferico e poi lasciato agonizzante in auto davanti alla struttura ospedaliera. Da lì il trasferimento in ospedale, dove il 23enne è morto poco dopo.
Il corpo si trova ora nell’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari. Sarà l’autopsia a chiarire il numero dei colpi, la traiettoria dei proiettili e gli elementi utili per ricostruire gli ultimi minuti di vita del ragazzo.
L'articolo Bari, 23enne ucciso a colpi di pistola a Molfetta: indagini sull’agguato proviene da Affaritaliani.it.

A Bari il governo prova a costruire una traiettoria per l’export del Mezzogiorno. Tajani porta nel capoluogo pugliese il Sistema Italia e oltre 500 incontri con le aziende, mentre le vendite italiane all’estero hanno toccato il record di 643 miliardi nel 2025.
Bari diventa la tappa meridionale della strategia italiana sull’export. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani porta nel capoluogo pugliese diplomatici e funzionari di Cdp, Ice, Simest e Sace per incontrare le imprese e accompagnarle nella ricerca di nuovi sbocchi sui mercati internazionali.
Tajani spiega così l’iniziativa: “Il Sistema Italia incontra le aziende: a Bari i nostri diplomatici e i funzionari di Cdp, Ice, Simest e Sace avranno oltre 500 appuntamenti programmati con le imprese per accompagnarle sui mercati internazionali. Lo scopo è offrire tutti gli strumenti per individuare i mercati giusti a chi lavora per esportare”.
Il ministro lega il piano al peso delle vendite all’estero sull’economia italiana. L’export vale circa il 40% del Pil e nel 2025 ha raggiunto il record di 643 miliardi di euro, con una crescita del 3,3% nonostante l’incertezza internazionale. L’obiettivo indicato dal governo resta quota 700 miliardi.
“L’export del nostro Paese vale circa il 40% del Pil – aggiunge – è la colonna portante della nostra economia, il sostegno necessario allo sviluppo economico del Paese. Se in Italia il mondo del lavoro è dinamico e l’occupazione cresce, in buona parte è dovuto a quello che esportiamo nel mondo. Nel 2025, nonostante l’incertezza, il nostro export è cresciuto del 3,3%, raggiungendo la cifra record di 643 miliardi. Si avvicina sempre di più l’obiettivo di superare i 700 miliardi”.
La tappa di Bari anticipa la Conferenza Nazionale dell’export di fine anno. Tajani ha scelto tre appuntamenti territoriali dedicati a Nord, Sud e Centro Italia, con l’obiettivo di costruire una strategia più aderente alle diverse economie locali.
“Quest’anno – prosegue Tajani – ho voluto che la Conferenza Nazionale dell’export di fine anno fosse preceduta da tre appuntamenti dedicati al Nord, al Sud e al Centro Italia. Siamo a Bari con tutto il Sistema Italia per ascoltare i territori e le nostre imprese, costruendo una strategia per l’export che tenga conto delle specificità del Mezzogiorno. Le regioni del Sud hanno tutto per competere a livello internazionale: base produttiva, giovani di talento, incentivi finanziari, startup innovative, e i suoi prodotti sono una riconosciuta eccellenza del Made in Italy”.
Il ministro rivendica gli incrementi registrati dall’export del Mezzogiorno negli ultimi mesi e indica anche le condizioni necessarie per rendere le imprese più competitive. Per Tajani la crescita passa dalla modernizzazione delle infrastrutture, dall’alta velocità ferroviaria al sistema degli aeroporti e dei porti meridionali.
“Negli ultimi mesi le regioni del Mezzogiorno hanno registrato alcuni incrementi nell’export anche maggiori rispetto ad altre aree del Paese. La capacità dei vostri imprenditori fa la differenza. Il governo dovrà affrontare delle sfide decisive: penso all’alta velocità ferroviaria per tutto il Sud, ma anche alla modernizzazione del sistema aeroportuale e a quello dei porti meridionali. Il compito dello Stato – conclude Tajani – è quello di modernizzare le strutture del Sud e offrire ai suoi imprenditori la possibilità di produrre ed esportare in maniera competitiva”.
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Roma, 16 jun (Prensa Latina) El valor del capital humano que emigró de Italia en los últimos 15 años se estima en aproximadamente 160 mil millones de euros, con un impacto significativo en el Producto Interno Bruto (PIB) de esta nación, indica hoy un reporte.
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Roma, 16 jun (Prensa Latina) Italia destinará dos dragaminas para las operaciones de seguridad en el estrecho de Ormuz, con un contingente de unos 500 efectivos, misión supeditada a un mandato internacional y a la aprobación parlamentaria, indica hoy una nota.
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Roma, 16 jun (Prensa Latina) En abril de 2026 Italia registró una reducción de un 2,2 por ciento en sus exportaciones con respecto al mes anterior, en tanto las importaciones descendieron en 0,6 puntos porcentuales, indica hoy un reporte.
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Se han cumplido 15 años del estallido del 15-M. Fue una explosión de indignación y hartazgo con la situación económica y política del país que tuvo resonancia mundial. Los jóvenes acamparon en las plazas de las principales ciudades españolas. La opinión pública se puso de su lado. Una mayoría abrumadora apoyaba la demanda de una democracia más sólida y profunda, que no estuviera sujeta a los vicios de los dos grandes partidos. La gente pensó que a través de una democracia mejor se podrían corregir las injusticias producidas por las políticas de ajuste que se llevaron a cabo tras la gran crisis de 2008.

Credo sia venuto il momento, per la sinistra, per il centrosinistra, o almeno per la sua parte maggioritaria, di costruire, presentare e sostenere una visione complessiva sull’immigrazione: realista, fondata su principi, e capace di tenere insieme umanità, sicurezza, responsabilità e verità.
Serve una constituency strutturata, equilibrata, forte. Una base politica, culturale e morale capace di contrastare, o almeno contenere, la crescita di un nuovo ciclo populista, alla Vannacci: più incandescente, più aggressivo, più inquietante dei cicli precedenti. Ma per farlo non basta rispondere denunciando l’assurdità, la negatività o l’inaccettabilità di certe affermazioni. Non basta opporsi a Vannacci. Bisogna sottrargli il terreno. Bisogna indicare una strada diversa, migliore, più forte, e alla fine anche più vincente.
È necessario affrontare il problema dell’immigrazione in modo sistematico e profondo. Se guardiamo alla prospettiva europea, non possiamo negare che la politica di ogni Paese del continente, incluso il nostro, abbia oggi questo tema al centro, volenti o nolenti. Così come non possiamo negare l’esistenza di una regola non scritta, o forse perfettamente scritta nei fatti: le elezioni le vince chi diventa egemone sulla questione che più muove le emozioni popolari. E oggi, in Europa, questa questione è l’immigrazione.
Le emozioni popolari più forti, anche quando sono di segno opposto, passano da lì. Negarlo significa lasciare campo libero a ogni forma di populismo, che di mese in mese, prima in Francia, poi in Inghilterra, adesso in Germania, diventa sempre più inquietante, sempre peggiore, con l’ombra russa che accompagna molti dei suoi movimenti.
Prima di entrare nel merito di questa possibile constituency, bisogna guardare alla base da cui nascono le narrazioni dell’estrema destra. Nei giorni scorsi Belfast è stata attraversata da una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. L’episodio scatenante è stato l’accoltellamento di un uomo, ripreso in un video molto crudo, circolato rapidamente sui social. L’impressione, guardando quelle immagini, è che l’aggressore volesse addirittura decapitarlo. L’autore dell’aggressione è un rifugiato sudanese arrivato nel Regno Unito e riconosciuto come richiedente asilo.
I cosiddetti “knife or sharp instruments crimes”, cioè i crimini commessi con coltelli o strumenti affilati, nella sola Londra sono stati oltre quindicimila. Un report recente citato dall’Evening Standard mostra che più di un terzo degli omicidi a Londra è legato a gang o gruppi: su centoquarantasette condanne per omicidio o omicidio colposo, relative a centocinquantasette morti, cinquantuno casi, pari al 34,6 per cento, sono stati classificati come gang or group-related. La rivolta di Belfast non nasce dal nulla, anche se le strumentalizzazioni sono numerose.
L’aspetto criminale è quello più evidente, più immediato, più emotivamente potente. Ma ci sono fenomeni demografici più strutturali che spaventano una parte consistente della popolazione europea. Secondo l’Ufficio statistico belga, se si considera l’origine dei genitori, il 74,3 per cento della popolazione della regione di Bruxelles è di origine straniera, cioè con almeno un genitore nato all’estero; il 41,8 per cento è di origine non europea. Se guardiamo alla fascia giovanile sotto i diciotto anni, si stima che l’ottantotto per cento dei residenti nella capitale belga sia di origine straniera, sempre considerando almeno un genitore nato all’estero, e il cinquantasette per cento di origine non europea.
Secondo statistiche etniche e studi sulla città, ad Amsterdam i giovani nati da famiglie native olandesi sono da anni una minoranza. A Londra, secondo i dati del censimento, circa il 37-40 per cento dei residenti è nato all’estero. È ovvio che avere una popolazione in maggioranza non nativa non sia, di per sé, un problema, ma ignorare la dimensione epocale del fenomeno, e le sue conseguenze, mentre la natalità “indigena” cade verticalmente, significa non vedere l’evidente.
La narrazione semplificata dell’estrema destra ha gioco facile quando mette insieme questi elementi in una formula rozza ma efficace: più immigrazione uguale più criminalità; più immigrazione musulmana uguale più minaccia alla cultura occidentale. La quantità conta. Tenere la stessa posizione politica di quando il fenomeno aveva dimensioni minime non è una prova di coerenza: può diventare una forma di rimozione.
Ricordiamo i primi sbarchi degli albanesi in Puglia, accolti in modo festoso. A Brindisi li salutò l’intera città: sindaci, prefetti, parlamentari, autorità religiose, gente comune. C’erano bande musicali, fiori, discorsi di benvenuto, un clima da celebrazione. I profughi piangevano ai bordi delle navi, mentre sulla banchina gli italiani sventolavano mazzi di fiori e li salutavano con entusiasmo. Quel sentimento popolare evidentemente non è più lo stesso.
Prendiamone atto. E chiediamoci se possiamo costruire un’immigrazione che arricchisca il Paese, invece di un’immigrazione che lo spaventi. Per scongiurare la seconda opzione serve un lavoro enorme, insieme intellettuale e operativo.
Cominciamo dalla questione più spinosa, più difficile, più reale: desiderare che una città o un Paese conservi i suoi tratti distintivi europei non è un crimine. Volere, preferire o simpatizzare per la continuità culturale di un luogo non è, in sé, un atto di ostilità verso qualcuno. Naturalmente questo è accettabile solo se viene espresso senza fare del male: dunque no a remigrazione, no a persecuzioni coattive, no a politiche punitive verso persone innocenti. Ma è legittimo tanto immaginare una città cosmopolita quanto desiderare che una città mantenga e sviluppi i tratti prevalenti della propria storia culturale e religiosa.
C’è una costante comune del pensiero illuminista e di quello marxiano, opposti quasi su tutto, che oggi ci impedisce di vedere un punto fondamentale. I due filoni che hanno plasmato gli ultimi due secoli dell’Europa sono entrambi fondati sulla preminenza della razionalità e dell’economia. Nel primo caso, la razionalità, di cui l’economia rappresenta forse l’applicazione più efficace, sostiene che ogni conflitto, se ricondotto nel proprio alveo razionale, possa trovare una soluzione. Locke, Adam Smith e molti altri vengono da lì. Nel secondo caso, quello marxiano, l’economia è centrale: i rapporti di forza economici sono la struttura della società; tutto il resto è ideologia, pensiero derivato, inutile o ininfluente.
Entrambi, in modo diverso, non colgono fino in fondo che la dimensione umana non può essere ricondotta interamente alla dimensione economica. Il detto popolare, ripreso da una brillante pubblicità, secondo cui il denaro non può comprare tutto, è forse la sintesi migliore di questo discorso. Oggi l’identità sociale — quel grumo invisibile e potentissimo di aspirazioni, paure, appartenenze, ambizioni anche violente, o potenzialmente violente — è spesso più forte della dimensione economica. Bisogna lavorare su questo. E su questo la cultura cattolica può dire e fare molto.
La constituency sull’immigrazione deve essere insieme un programma, una guida, una politica. Quali possono essere i suoi pilastri?
Il primo, anche se non dovrebbe esserci bisogno di dirlo, è che le vite umane vadano salvate in qualunque circostanza e qualunque sia lo stato giuridico delle persone in difficoltà. Questo è il primo statement, e deriva proprio dalle nostre radici identitarie come Paese e come mondo occidentale. Non si discute.
Il secondo pilastro riguarda le politiche attive dell’immigrazione. Bisogna organizzare in modo strutturato gli ingressi, considerando anche le necessità del Paese: sanità, edilizia, assistenza, agricoltura, servizi. Occorre favorire l’arrivo di persone che abbiano caratteristiche tali da arricchire l’Italia, magari privilegiando Paesi con cui condividiamo quell’“invisibile” di cui si parlava prima: prossimità culturali, relazioni storiche, compatibilità civiche, possibilità reali di integrazione (es. Argentina, Cuba, Brasile, America latina, eccetera).
L’Australia lo fa con ferrea precisione. In quel Paese c’è un sistema a punti (Skilled OccupationList) per i lavoratori qualificati (età, titolo di studio, esperienza lavorativa precedente, sponsor, eccettera) per ottenere un visto di quattro anni e poi proseguire con il processo di integrazione. Per avere un’idea, vogliono principalmente infermieri e medici; assistenza anziani; ingegneri, meccanici. Nessuno che arriva illegalmente viene accettato sul suolo australiano e, nonostante questo, o forse grazie a questo, hanno complessivamente più immigrati dell’Italia. Noi non siamo un’isola e siamo più permeabili; dunque, potenzialmente meno efficaci nel mantenere una politica di questo tipo. Ma proprio per questo dobbiamo farla.
Il terzo pilastro, senza girarci troppo intorno, è la sicurezza. È buon senso, immediato e profondo buon senso, che se una persona arriva in Italia, magari in modo clandestino, e poi commette reati gravi, non abbia alcun diritto di restare nel Paese. Naturalmente sappiamo bene che molti non arrivano con questa intenzione; spesso vengono trascinati dall’abbandono in cui si trovano e diventano facile preda delle nostre criminalità. Ma questo non toglie il punto essenziale: un Paese non può essere costretto a trattenere persone che violano gravemente le sue leggi.
A metà strada tra le questioni invisibili e la sicurezza si trova il problema delle enclave, delle comunità autoreferenti. Qui nasce il quarto pilastro: la coesistenza. Si tratta di tenere insieme due principi. Il primo è quello che, alla maniera americana, chiameremmo religious freedom, libertà religiosa, naturalmente valida per ogni fede. Il secondo è il principio su cui si fonda l’Occidente moderno: la separazione tra Stato e Chiesa, o meglio tra la dimensione civica e religiosa da una parte, e quella del diritto statuale dall’altra. Sappiamo che questa separazione è negata in parte dei Paesi islamici, dove regna invece la teocrazia, cioè l’asservimento delle regole del diritto a quelle religiose.
La coesistenza non significa, ad esempio, l’idea infantile di negare i simboli del Natale per “rispetto” verso altre fedi. Non significa, peggio ancora, accettare pratiche tradizionali di alcuni Paesi contrarie alle leggi italiane solo perché collocate dentro altre appartenenze religiose. Non significa permettere che venga predicato e affermato odio verso l’Occidente, verso la sua tradizione culturale e ideale, in nome dell’affermazione di un ordine opposto.
La constituency sull’immigrazione deve nascere da un dibattito ampio, fatto anche con le comunità immigrate, e soprattutto con i singoli. Perché l’idea liberale e cristiana che sta alla base dell’Occidente è la primazia della persona, anche rispetto alla comunità di appartenenza. Servono coraggio, mente aperta, capacità di ascolto. Non solo ascolto delle minoranze piene di voce, ma anche delle maggioranze dalle voci frammentate e “introverse”. Bisogna togliere il terreno su cui cresce il vannaccismo e tutta l’ideologia populista che gli gira attorno. Bisogna salvare il bambino non l’acqua sporca.
Non bisogna rompere i legami profondi del nostro affetto verso il sentire popolare. Bisogna dare risposte migliori, più civili, più alte, mobilitando i migliori angeli della nostra natura. Solo così si potrà contenere un fenomeno che rischia di polarizzare ancora di più il Paese e di consegnarlo ai peggiori che possiamo immaginare.
L'articolo La sinistra affronti il tema immigrazione, non basta dire no a Vannacci proviene da Linkiesta.it.
Taranto prova a lasciarsi alle spalle l’immagine di città legata esclusivamente alla grande industria pesante, per candidarsi a laboratorio nazionale della transizione ecologica ed energetica. Risorse europee, innovazione, nuove filiere produttive e sostenibilità diventano le parole chiave di un percorso complesso, che punta a coniugare riconversione industriale, competitività e tutela dell’occupazione. Ne ha parlato con Affaritaliani il Presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma.
Presidente Toma, lei definisce Taranto un possibile “laboratorio nazionale della transizione ecologica ed energetica”. Quali sono oggi le priorità concrete per trasformare questa visione in un vero modello di sviluppo?
La priorità è governare la transizione, non subirla. Taranto dispone oggi di strumenti straordinari, a partire dalle risorse del JTF e dalle altre misure dedicate al territorio, che devono essere messe a sistema attraverso una visione condivisa. Occorre favorire investimenti in innovazione, sostenibilità e nuove tecnologie, rafforzare il dialogo tra imprese, istituzioni, ricerca e sistema finanziario e accompagnare le
aziende nell’accesso agli strumenti di finanza agevolata. Esperienze come quella di Vestas, che di recente ha inaugurato nuove linee e aree produttive per l’eolico offshore, dimostrano che, quando convergono investimenti industriali, semplificazione amministrativa e collaborazione istituzionale, Taranto può diventare un modello nazionale di riconversione e sviluppo sostenibile.
Per decenni Taranto è stata identificata quasi esclusivamente con la grande industria pesante. Quali nuove filiere possono oggi accompagnare la diversificazione produttiva del territorio?
La diversificazione produttiva è una strada che Confindustria Taranto percorre da anni. Accanto alla siderurgia, che resta un asset strategico, vediamo grandi opportunità nelle energie rinnovabili, nella blue economy, nella logistica avanzata, nell’aerospazio, nella manifattura ad alto contenuto tecnologico e nelle tecnologie ambientali. A queste si affiancano settori come turismo, cultura, enogastronomia, moda e design, che possono beneficiare della visibilità internazionale offerta dai Giochi del Mediterraneo. L’obiettivo è costruire un sistema economico più resiliente, capace di generare occupazione qualificata e attrarre nuovi investimenti.
La sostenibilità non è più soltanto un tema ambientale, ma un vero fattore di competitività. Le imprese tarantine sono pronte ad affrontare la transizione green senza perdere produttività e occupazione?
Le imprese stanno dimostrando una crescente consapevolezza rispetto a questa sfida. La sostenibilità oggi significa non solo riduzione dell’impatto ambientale, ma anche efficienza, tracciabilità, trasparenza, circolarità e capacità di generare valore. Per questo Confindustria Taranto investe da tempo in attività di informazione, formazione e confronto con le aziende. La transizione green deve essere accompagnata da strumenti adeguati e da politiche che sostengano gli investimenti, affinché possa tradursi in maggiore competitività, nuova occupazione e crescita del territorio, senza penalizzare il tessuto produttivo esistente.
Su quali asset strategici Taranto può costruire una nuova leadership industriale nel Mezzogiorno?
Taranto possiede asset unici. Penso innanzitutto al Porto, alla sua posizione strategica nel Mediterraneo e alle competenze industriali maturate in decenni di attività manifatturiera. A questi si aggiungono il comparto delle energie rinnovabili, in particolare l’eolico offshore, la presenza di centri di ricerca, università, ITS e del Tecnopolo del Mediterraneo, oltre alle opportunità offerte dalla ZES e dalle risorse del JTF. La vera sfida è integrare questi elementi in una strategia di sviluppo che valorizzi innovazione, sostenibilità e capacità industriale.
Confindustria Taranto sta investendo molto sui temi della circolarità e degli ESG. Quanto conta oggi, anche per attrarre investimenti e giovani talenti, costruire un modello industriale innovativo e sostenibile?
Conta moltissimo. Oggi investitori, mercati e nuove generazioni guardano con crescente attenzione alla capacità delle imprese di integrare i criteri ESG nelle proprie strategie. Un modello industriale innovativo e sostenibile è fondamentale non solo per attrarre capitali, ma anche per trattenere e valorizzare competenze qualificate. Taranto ha bisogno di offrire alle nuove generazioni opportunità
professionali legate all’innovazione, alla ricerca e alle tecnologie del futuro. Per questo lavoriamo per rafforzare il collegamento tra imprese, università, ITS e mondo della ricerca, favorendo la nascita di un ecosistema capace di generare sviluppo e
occupazione qualificata.
Guardando ai prossimi anni, qual è la sfida più complessa che Confindustria Taranto e il sistema imprenditoriale locale dovranno affrontare?
La sfida più complessa sarà conciliare trasformazione industriale, sostenibilità e tutela dell’occupazione. Questo vale in particolare per il futuro della siderurgia, che richiede una riconversione verso tecnologie moderne e sostenibili, ma anche per l’intero sistema produttivo locale. Dovremo essere capaci di accompagnare il cambiamento senza disperdere competenze, posti di lavoro e capacità industriale. Allo stesso tempo sarà fondamentale accelerare la diversificazione economica, valorizzare le eccellenze già presenti sul territorio e contrastare la fuga di talenti. Taranto ha tutte le potenzialità per riuscirci, ma serviranno visione, collaborazione tra tutti gli attori coinvolti e una forte capacità di trasformare le opportunità in risultati concreti.
L'articolo Taranto oltre l’industria pesante: l’intervista a Salvatore Toma proviene da Affaritaliani.it.

Roma, 15 jun (Prensa Latina) En el primer trimestre de 2026 Italia registró 24 millones 207 mil empleados, con 67 mil unidades adicionales y un incremento del 0,3 por ciento con respecto a los tres meses anteriores, señala hoy un reporte.
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Roma, 15 jun (Prensa Latina) El ministro de Asuntos Exteriores de Italia, Antonio Tajani, asiste hoy al Consejo de Asuntos Exteriores de la Unión Europea (UE), en Luxemburgo, donde entre otros temas, apoyará acciones a favor de la desescalada del conflicto en Medio Oriente.
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Le tensioni in Iran stanno colpendo duramente le aziende del nostro Paese. A lanciare l’allarme è Confartigianato, che mette in guardia contro i danni di “una doppia forte pressione”. L’Italia ha visto andare in fumo più di un miliardo e mezzo di vendite all’estero, registrando un dato peggiore rispetto alla media degli altri Stati dell’Unione Europea. A questo quadro si somma il rincaro delle bollette energetiche e dei materiali. “È un effetto tenaglia”, è l’avviso di Marco Granelli, presidente della confederazione di artigiani e piccole e medie imprese.
Tra marzo e aprile, in base alle stime di Confartigianato, l’Italia ha registrato una flessione di 1,6 miliardi di euro di esportazioni verso il Medio Oriente. Si tratta di una contrazione del 33% nel confronto con gli stessi mesi del 2025. Il risultato è “ampiamente” più negativo rispetto alla frenata della Germania, che si ferma a un -23,2%, e della Francia, in discesa del 14%. Soltanto a marzo la contrazione è stata del 52,5%, “la flessione più pesante tra le principali economie dell’Unione europea”, fa sapere la confederazione.
“A pesare è soprattutto il crollo delle vendite Made in Italy verso i Paesi del Golfo dove a marzo l’export italiano è sceso del 63% rispetto a marzo 2025”, fa sapere Confartigianato. L’associazione sottolinea che “le battute d’arresto più significative riguardano il Kuwait (-89,6%), il Qatar (-66,1%), gli Emirati Arabi Uniti (-65,9%), e l’Arabia Saudita (-35,5%)”. Nel mese di aprile “le esportazioni italiane verso il Medio Oriente sono diminuite di un ulteriore 6,9% su base annua”.
Il secondo problema evidenziato da Confartigianato riguarda il rincaro delle forniture di energia e delle materie prime. Nei tre mesi caratterizzati dalla crisi, il prezzo del gas è cresciuto del 38,3%, quello della luce dell’11,6% e il prezzo del gasolio per le industrie è aumentato del 49,8%.
Marco Granelli, presidente di Confartigianato, evidenzia che “da un lato la perdita di sbocchi commerciali in un’area strategica per il Made in Italy, dall’altro l’aumento dei costi di produzione legato ai rincari dell’energia e delle materie prime” creano “un mix che rischia di rallentare la crescita e comprimere la competitività delle filiere manifatturiere nei prossimi mesi”.
Granelli avverte che “le tensioni risultano particolarmente pesanti per le piccole imprese. Per i finanziamenti fino a 125mila euro il costo del credito è infatti superiore di 160 punti base rispetto alla media, accentuando le difficoltà di accesso alle risorse finanziarie necessarie per sostenere investimenti e sviluppo”. “Le piccole imprese italiane – conclude il numero uno di Confartigianato – stanno affrontando una fase particolarmente complessa. Da un lato sono chiamate a investire per innovare processi e prodotti, migliorare l’efficienza energetica e rafforzare la competitività; dall’altro devono fare i conti con condizioni di accesso al credito sempre più onerose”.
L'articolo Crisi in Iran, l’allarme di Confartigianato: “Freno all’export ed effetto tenaglia sulle Pmi” proviene da Affaritaliani.it.

Secondo le stime di Bankitalia la crescita del prodotto “rimarrà contenuta sia quest’anno sia il prossimo, per tornare a rafforzarsi nel 2028”. Sull’attività incide l’indebolimento della domanda interna, frenata dal rincaro dell’energia e dall’ulteriore aumento dell’incertezza geopolitica. In media d’anno il prodotto interno lordo crescerà dello 0,5 per cento nel 2026, dello 0,4 per cento nel 2027 e dello 0,9 nel 2028. Rispetto alle proiezioni dello scorso aprile, le stime sono state riviste marginalmente al ribasso nel 2027 – principalmente per gli effetti sui consumi di prezzi delle materie prime più elevati – e al rialzo nel 2028.
Queste proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema, viene precisato, sono basate sulle informazioni disponibili al 21 maggio per la formulazione delle ipotesi tecniche e al 27 maggio per i dati congiunturali. Esse non includono quindi i dati dei conti nazionali diffusi dall’Istat lo scorso 29 maggio, nei quali la crescita del Pil nel primo trimestre è stata rivista al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima preliminare pubblicata il 30 aprile. Tenendo conto di questa revisione e a parità di altre condizioni, la crescita del Pil nel 2026 si collocherebbe allo 0,6 per cento.
In caso di un forte balzo del prezzo dell’energia, petrolio e gas, il Pil dell’Italia potrebbe chiudere in rosso nel 2026. E’ quanto sima la Banca d’Italia nelle ultime previsioni macro. L’ipotesi è quella di uno scenario severo dove il prezzo del petrolio sarebbe più elevato che nello scenario di base per oltre il 60 per cento. In questo scenario il prezzo del gas si porterebbe su livelli più che doppi. “A questi incrementi si accompagnerebbero un ulteriore aumento dell’incertezza e un forte indebolimento degli scambi internazionali”. La crescita del prodotto risulterebbe, rispetto alla proiezione centrale sopra descritta, inferiore di circa 0,4 punti percentuali nell’anno in corso, di quasi 1,5 punti nel prossimo e di oltre mezzo punto nel 2028. L’inflazione al consumo risulterebbe più elevata rispetto alla proiezione centrale per oltre un punto percentuale nell’anno in corso, quasi due punti nel 2027 e circa mezzo punto percentuale nel 2028.
“L’incertezza su queste proiezioni è elevata”, spiega Bankitalia, poiché ulteriori e più persistenti rincari delle materie prime eserciterebbero maggiori pressioni inflazionistiche e peserebbero in misura significativa sulla crescita, specie se accompagnate da tensioni finanziarie e da un deterioramento dell’economia mondiale. Sviluppi più favorevoli potrebbero invece derivare da una discesa più rapida dei prezzi delle materie prime a seguito di una risoluzione del conflitto, da ricadute positive delle politiche adottate a livello europeo per incrementare le spese per la difesa, nonché da un’intensificazione del processo di adeguamento del capitale produttivo alla transizione digitale e ambientale.
I prezzi al consumo sono previsti in aumento del 3,1 per cento nella media del 2026, del 2,0 nel 2027 e dell’1,9 per cento nel 2028. Al netto delle componenti energetica e alimentare, l’inflazione rimarrebbe in prossimità del 2 per cento in tutto il triennio. È quanto emerge dalle proiezioni macroeconomiche per l’Italia nel triennio 2026-28 elaborate dagli esperti della Banca d’Italia nell’ambito dell’esercizio coordinato dell’Eurosistema. Rispetto alle previsioni pubblicate in aprile, le stime di inflazione sono superiori di 0,5 punti percentuali nel 2026 e 0,2 nel 2027, prevalentemente per via di ipotesi di prezzi delle materie prime più elevati.
“Previsioni allarmanti. I consumi crollano, passando dal +1,1% del 2025 a un misero +0,4% del 2026, per poi scendere ulteriormente a +0,3% nel 2027“. Lo afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando le proiezioni macroeconomiche di Bankitalia. “E’ evidente che o si ridà capacità di spesa a chi fatica ad arrivare a fine mese e ha un elevata propensione marginale al consumo o il Paese continuerà a crescere dello zero virgola, visto che i consumi rappresentano circa il 60% del Pil. Per questo si deve combattere l’inflazione che riduce il potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto dei ceti meno abbienti, e che nelle stime di Bankitalia decollerà al 3,1% nel 2026. Per farlo bisogna ridurre le imposte sulle bollette di luce e gas di famiglie e imprese, dato che, come dice giustamente Bankitalia, l’inflazione riflette principalmente l’aumento dei prezzi dell’energia. Il Governo non può continuare a lavarsene le mani”, conclude Dona.
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Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.
Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.
La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.
Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.
Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.
In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.
Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.
412 aree rurali escluse dal Piano Italia 5g, con sindaci infuriati e centinaia di contenziosi legali: rispetto agli obiettivi del bando di gara, missione fallita per Inwit, la multinazionale con il compito di portare la connessione internet, veloce e senza fili, nei territori rurali d’Italia. In tutto erano 1.385 zone, tra paesini montani o di campagna, dove le aziende private arrancano perché i clienti sono pochi e i profitti troppo magri. Ma il target del bando di gara è stato rimodulato ufficialmente al ribasso, includendo nel perimetro della banda larga solo 973 aree: quelle già coperte dal segnale sono 964, scadenza dei lavori fissata al 26 giugno. Dunque viene sforbiciato il contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) destinato al raggruppamento temporaneo di imprese capeggiato da Inwit: da 345 milioni a 242.860.418. In cassa dell’erario restano oltre 100 milioni di euro. Ma almeno il rischio di costose penali, previste dal bando, pare escluso.
La decisione è stata assunta a fine maggio, ad un mese dal traguardo, spiega il Dipartimento per la trasformazione digitale rispondendo a ilfattoquotidiano.it. Alla struttura di palazzo Chigi, guidata dal Fratello d’Italia Alessio Butti, era giunta la domanda sul numero esatto delle aree ancora da coprire, visto che il dato era sparito dal sito ufficiale del Piano Italia 5G. Senza quel numero è impossibile misurare al millimetro l’avanzamento dei lavori. Tuttavia il ritardo era già lampante, da tempo. A fine marzo scorso le zone con la connessione 5G ristagnavano al 66% del target sancito dal bando gara: ma il 60% era la milestone prevista per giugno 2025, con avanzamento all’80 entro fine 2025. Malgrado i dati, Inwit e il Dipartimento per l’innovazione hanno mostrato ottimismo, provando ad eludere gli obiettivi del bando con il traguardo dei 500 chilometri quadrati percorsi dal segnale 5g.
Quel target è ufficialmente raggiunto, ma si tratta dell’asticella concordata dal governo italiano con la Commissione europea. Per Inwit, invece, è vincolante il bando aggiudicato nel giugno 2022, guidando il Raggruppamento temporaneo di imprese con Tim e Vodafone-Fastweb. Dunque Infratel (la società pubblica che ha curato il bando, con il compito di attuarlo) ha provveduto a ‘rimpicciolire’ il Piano Italia, nel nome della “necessità di adeguare gli obiettivi contrattuali previsti con quelli stabiliti a livello europeo con conseguente riduzione del contributo”, scrive il Dipartimento. In che modo è avvenuta la rimodulazione? “Mediante la sottoscrizione di appositi atti aggiuntivi alle convenzioni in essere con i beneficiari”. Risultato: da 1385 aree si è scesi a 973. Ritoccando al ribasso l’asticella, “il soggetto attuatore ha provveduto ad attuare quanto prescritto dall’articolo 1, comma 483, della legge 30 dicembre 2024, n. 207”. Tuttavia, non è chiaro quanto il taglio delle aree coperte dal segnale (del 29,75%) incida sul numero delle utenze servite. Le torri attive sono 452 (leggiamo sul sito ufficiale) ma il target precedente ne indicava circa 900. In Molise e Valle D’Aosta non ci sono tralicci per le antenne del 5g. In Calabria 27, la metà di quelli previsti. La quota dei siti completati è al 38 per cento in Liguria, al 31 in Toscana, al 29 nel Lazio, al 28 in Abruzzo. Invitata da ilfattoquotidiano.it ad esprimere un commento, Inwit non cita gli obiettivi del bando di gara ma solo quelli concordati con Bruxelles: “Il numero di aree da coprire è stato aggiornato coerentemente con il target europeo definito dalla Commissione UE, e il RTI lo ha raggiunto con un numero di infrastrutture inferiore rispetto a quanto previsto inizialmente, coprendo la superficie target in termini di km quadrati, con maggior efficienza finale”. Bruxelles, tuttavia, non sarebbe stata interpellata sul taglio delle aree.
Eppure, per accelerare la diffusione della banda larga l’Italia aveva steso il tappeto rosso al gigante straniero, tagliando circa 400 milioni di euro l’anno dal bilancio dei Comuni italiani. Da una media di 8mila euro, il canone annuo di locazione per le aree dove installare le torri è sceso a 800 euro: quanto un dehors con sedie e tavolini all’aperto. Giù del 90 per cento, grazie ad un emendamento Pd-FdI al decreto n. 77 del 2021, firmato dal governo Draghi. Alla Tower company è stata concessa licenza di installare i tralicci su aree in deroga ai piani locali, e perfino la possibilità dell’esproprio di suolo pubblico. Ma non è bastato a centrare l’obiettivo di partenza, perché nessuno aveva pronosticato il prevedibile: invece di obbedire, i sindaci infuriati hanno fatto ricorso al Tar aprendo centinaia di contenziosi legali. Così è naufragato il Piano Italia 5G.
Con una coda paradossale: dopo aver preteso dai Comuni lo ‘scontone’ del 90 per cento sul canone d’affitto, Inwit ha imposto il prezzo ai suoi alleati. Per piazzare le loro antenne sui torri, Tim e Fastweb+Vodafone pagano insieme un canone da circa 20mila euro l’anno. Le due compagnie non hanno gradito, al punto da firmare, il 29 marzo, “un accordo per la costruzione e gestione di 6 mila nuove torri”. Lo scopo? “Allineare i costi alla media europea”. Insomma, meglio investire su tralicci di proprietà che pagare l’obolo della locazione: dunque i due ex alleati hanno avviato la disdetta dei contratti con Inwit. E il titolo del colosso è andato giù in borsa. Così è nata la guerre delle torri, dopo quella coi Comuni, sulle ceneri dell’originario Piano Italia 5G. Pensare che Telecom e Vodafone già possedevano torri per le antenne. Le hanno vendute ad Inwit tra il 2015 e il 2020, per tornare ora alla casella di partenza. Qualcosa deve essere andato storto.
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Ieri si è definitivamente capito che ormai questi non sono più dibattiti parlamentari. Sono talk show senza interruzioni pubblicitarie. Tutti contro tutti. Occasioni per riversare antipatia, astio, odio. La volgarità tracima. Non si ragiona più.
Per cui sarebbe meglio chiuderla il prima possibile, questa legislatura sostanzialmente improduttiva dominata da una destra maldestramente contrastata dai suoi oppositori.
Che vuol dire il prima possibile? Un’ipotesi che circola negli ambienti del governo, anche se non la sola, prevede che una volta approvata una burocratica legge di bilancio – che altro non potrà essere – si sciolgano le Camere per andare a votare a marzo-aprile 2027. Tutti vedono che il governo Meloni ha da tempo esaurito la spinta propulsiva. Addirittura ormai siamo entrati, come altre volte nella storia recente, nella fase degli avvisi di garanzia, degli scandali, dei veleni. L’epicentro è il ministero di Matteo Salvini. Dopo gli avvisi di garanzia per il Ponte sullo Stretto, ieri Elisabetta Pellegrini, sua stretta collaboratrice, è stata raggiunta da un avviso per turbativa d’asta e quant’altro. Naturalmente non è una sentenza. Ma quando volano gli uccellacci e uccellini delle Procure è brutto segno: volteggiano quando il quadro politico si è infragilito. Ed è questo il caso: la politica, tutta la politica, è debolissima.
Sempre ieri a Montecitorio è andata in scena una pochade penosa, di quelle dove non ride nessuno. Di questa seduta più che le discussioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente si ricorderà la volgare uscita di tal Francesco Silvestri, che è un pezzo abbastanza grosso del Movimento 5 Stelle, sulle «ginocchiere» che la presidente del Consiglio starebbe usando in Europa. Frasi da angiporto. Giustamente, Giorgia Meloni ha replicato con durezza. Sapendo che tutto questo le fa gioco: «Lavorano per me». La presidente di turno Anna Ascani, Partito democratico (ma Elly Schlein non poteva dire una parola?), si è scusata per non essere intervenuta per stigmatizzare il deputato contiano perché non aveva colto il senso delle sue parole. Eppure, non era difficile decodificare il riferimento alle ginocchiere. Questo è il livello.
Poi – e questa è la vera notizia politica – la presidente del Consiglio si è scatenata contro i parafascisti di Roberto Vannacci prendendosela con l’ex Fratello d’Italia e ora “futurista” Emanuele Pozzolo, il pistolero di Capodanno recentemente finito con la macchina in un fossato con un tasso alcolemico sopra il limite. Lite tra post e para fascisti. Si è visto in chiaro quale sarà il problema vero di Giorgia: arginare Vannacci, magari scavalcandolo a destra. Tattiche da anni Venti del secolo scorso, quando Benito Mussolini voleva umiliare i suoi oppositori mostrandosi più fascista di loro. «Avete votato sei volte con la sinistra!», ha tuonato la premier, come a dire la destra vera c’est moi. È il sintomo della grande paura meloniana. Vannacci può farle perdere le elezioni, specie se andrà da solo, cioè in alternativa a Fratelli d’Italia.
Sulle opposizioni c’è poco da dire, anzi niente che non si sia già scritto mille volte. Hanno presentato sei mozioni diverse. Sulla politica estera non solo non hanno un linea comune, ma hanno proprio due linee opposte, cioè inconciliabili. Non si tratta di sfumature ma di valori non mediabili. Sull’Ucraina, su Vladimir Putin. La frattura, col tempo, invece di ricomporsi, si è approfondita, ed è questo che il Pd non capisce o fa finta di non capire. La realtà è che Giuseppe Conte, totalmente ignorato dai dem mentre parlava, si mostra testardamente refrattario a cercare un punto d’incontro: basta e avanza questo dato per dichiarare che il campo largo non esiste.
Questa è la condizione politica del Paese. Il fattore Vannacci, la crisi della Lega, la povertà d’idee di Meloni, la pigrizia del Pd, l’avventurismo di Conte, il girare a vuoto (finora) dell’area riformista, l’amletismo di Forza Italia: il Paese non merita uno sfilacciamento del genere. Prendetevi tutti un po’ di mesi per riordinare le idee e andiamo a chiudere una delle peggiori legislature della storia repubblicana.
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