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Toyota avverte Bruxelles: il “made in EU” non può escludere gli alleati storici

L’Industrial Accelerator Act finisce nel mirino di Toyota: il colosso giapponese è insoddisfatto dall’attuale impostazione dei requisiti della strategia per salvaguardare l’automotive “Made in EU” messa a punto da Bruxelles. Al congresso della testata specializzata Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, numero uno della filiale europea di Toyota, pur sostenendo gli obiettivi di fondo del nuovo regolamento, ha lanciato un monito chiaro: l’industria europea non può fare a meno dell’apporto dei suoi storici alleati globali.

Secondo l’analisi dettagliata presentata da Toyota, l’attuale formulazione dell’Industrial Accelerator Act rischia infatti di essere troppo restrittiva ed escludente. Nakata ha sottolineato come la forza, la solidità e la competitività del Vecchio Continente siano storicamente rafforzate dal contributo fondamentale di partner internazionali chiave come il Giappone, il Regno Unito e la Turchia.

L’esclusione di questi Paesi dai nuovi criteri di ammissibilità potrebbe innescare un effetto domino pericoloso, compromettendo gli investimenti futuri sul territorio, i livelli occupazionali e il trasferimento tecnologico tra regioni. In un mercato globale caratterizzato da una concorrenza spietata, i ritardi burocratici e i criteri troppo rigidi rischiano di indebolire la posizione dell’Unione Europea, proprio mentre le regioni concorrenti (Cina in primis) continuano a progredire.

“Riteniamo che alcuni partner strategici, come ad esempio Regno Unito, Giappone e Turchia, debbano essere riconosciuti allo stesso modo nel Made in EU”, ha affermato perentorio il manager giapponese: “La resilienza dell’Europa si fonda non solo sulla produzione locale, ma anche sulla collaborazione con i partner per creare economie di scala regionali e un successo condiviso. Lavorando insieme, siamo tutti più forti”.

Il discorso di Yoshihiro Nakata ha toccato anche il delicato tema del pacchetto Automotive e dei regolamenti comunitari per il taglio delle emissioni di gas serra. Toyota ha ribadito la propria visione storica, invocando un approccio alla decarbonizzazione che sia tecnologicamente neutrale. Si tratta di una strategia, secondo la Casa automobilistica, necessaria per rispecchiare la reale domanda dei clienti e, al tempo stesso, tutelare l’ambiente senza forzature ideologiche. La transizione energetica dovrebbe, secondo Toyota, godere di una flessibilità tale da potersi adattare all’incertezza del mercato e alle fluttuazioni della domanda dei consumatori.

Per la multinazionale nipponica la partita non si gioca solo sulla diffusione di veicoli elettrici a batteria o di veicoli a celle di combustibile a idrogeno ma anche sul contributo ambientale che potrebbero dare le vetture ibride plug-in. Dall’altro, è essenziale puntare con decisione sui carburanti rinnovabili. Questi ultimi, per Nakata, rappresentano un fattore chiave per la decarbonizzazione, perché sono in grado di ridurre significativamente le emissioni di carbonio, contribuendo al know-how tecnologico europeo e garantendo la resilienza energetica di fronte alle sfide geopolitiche attuali.

In chiusura del suo intervento, il dirigente di Toyota ha rivolto un appello diretto ai legislatori europei per una rigorosa e tempestiva attuazione del regolamento AFIR, ovvero la normativa sulle infrastrutture per i combustibili alternativi. L’obiettivo deve essere il rispetto stringente degli impegni presi per lo sviluppo delle reti di ricarica e, in particolare, delle infrastrutture di rifornimento di idrogeno, un tassello giudicato fondamentale per la decarbonizzazione del trasporto pesante.

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La crisi di Hormuz ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa

di Roberto Iannuzzi *

L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.

Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli Usa hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.

Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.

Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).

A prima vista, l’Europa sembra posizionata meglio di altri per sostenere lo shock energetico ed economico derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene una porzione rilevante del fabbisogno europeo di fertilizzanti provenga dal Golfo, solo il 6% del greggio e meno del 10% del gas di cui necessita il vecchio continente passavano attraverso lo Stretto.

Ma l’aumento dei prezzi energetici è globalizzato, e la crisi attuale si somma ai danni prodotti da quelle precedenti, dal Covid-19 allo scontro con la Russia. Dal 2023, inoltre, l’insicurezza nel Mar Rosso ha costretto buona parte dei traffici commerciali a circumnavigare il continente africano superando il Capo di Buona Speranza, allungando così i tempi di navigazione e accrescendo i costi di trasporto.

Se lo scontro armato con Teheran dovesse riprendere, Ansarallah, gruppo alleato dell’Iran nello Yemen, ha promesso di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso, accrescendo ulteriormente costi energetici e di navigazione.

La guerra contro l’Iran ha poi ulteriormente dilapidato gli arsenali americani, già messi a dura prova dai conflitti in Ucraina, a Gaza e nello Yemen, assottigliando così le risorse militari (in particolare gli essenziali intercettori per la difesa aerea) che possono essere fornite a Kiev.

Il presidente americano Trump ha inoltre minacciato gli europei che li avrebbe aiutati ancor meno nello scontro con la Russia, poiché essi si sono rifiutati di intervenire direttamente al fianco di Washington contro l’Iran. Ciò acuisce il dilemma europeo tra la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina e a rafforzare il fianco orientale, e l’eventualità di schierare risorse militari nel Golfo a difesa delle petromonarchie.

Per il momento, paesi come Francia e Gran Bretagna hanno inviato alcune navi, caccia e sistemi di difesa aerea, che non modificano significativamente gli equilibri nel Golfo ma espongono tali risorse a un possibile coinvolgimento bellico qualora dovesse riesplodere il conflitto.

A ciò si aggiunge il dilemma energetico. Progetti infrastrutturali che bypassino lo Stretto di Hormuz, ad esempio aumentando la capacità dell’oleodotto saudita che dalla costa orientale giunge sul Mar Rosso, e sviluppando corridoi logistici lungo la penisola araba, richiedono investimenti e anni per essere realizzati.

La cooperazione economica tra Europa e monarchie arabe è esposta alla crescente instabilità nella regione, che può scoraggiare gli investitori e rallentare la realizzazione di importanti progetti Per altro verso, l’Europa è a corto di alternative energetiche. Dopo aver rinunciato alle fonti russe a basso costo, si è affidata al gas naturale liquefatto americano, inquinante e costoso da estrarre e trasportare. Gli Usa si avviano a diventare il primo fornitore di gas dell’Unione Europea.

L’Ue ha decretato lo scorso anno che tutti i paesi membri dovranno “derussificare” le proprie importazioni energetiche entro il 2028. Per molti paesi l’unica alternativa sta nel rivolgersi alla Turchia (escludendo il TurkStream che veicola gas russo) e alla regione del Caucaso. Ma anche qui gli Stati Uniti stanno assumendo un ruolo di controllo, stringendo rapporti sia con l’Armenia che con il vicino Azerbaigian, nel cui settore energetico gli Usa sono già presenti con ExxonMobil e Chevron.

Dopo la vittoria elettorale del partito guidato dal premier filo-occidentale Nikol Pashinyan in Armenia, dovrebbe procedere anche la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp), corridoio di 43 km che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale. Tutti i lavori di sviluppo del corridoio, attraverso cui potrebbero passare anche delle pipeline, dovrebbero essere condotti da una joint venture armeno-americana controllata al 74% da Washington.

Con la Libia che resta uno stato fallito, e l’Algeria ormai al massimo delle sue capacità produttive, l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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Il Global Gateway europeo, e il legame indissolubile tra Cina e Africa

A più di quattro anni dal lancio del Global Gateway, la strategia con cui Bruxelles puntava a costruire un’alternativa europea alla proiezione economica globale di Pechino, il bilancio appare più complesso delle aspettative iniziali. L’Unione europea ha mobilitato risorse finanziarie considerevoli, ha firmato accordi sulle materie prime critiche e ha costruito un impianto normativo coerente con i propri valori. Eppure, nelle aree più strategiche per la transizione energetica e digitale, l’influenza cinese continua a rimanere predominante. La spiegazione più immediata sarebbe attribuire questo risultato a un deficit di investimenti o a una mancanza di volontà politica europea. Ma i numeri raccontano una storia diversa.

Il Global Gateway è stato concepito per mobilitare fino a 300 miliardi di euro attraverso l’approccio “Team Europe”, coinvolgendo Commissione europea, Stati membri, istituzioni finanziarie e capitale privato. Parallelamente, il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi ambiziosi per ridurre le dipendenze strategiche dell’Europa entro il 2030. Il problema, quindi, non sembra essere quantitativo. È soprattutto qualitativo. L’errore europeo potrebbe essere stato quello di considerare la competizione con la Cina come una sfida prevalentemente economica, quando in realtà si tratta anche di una competizione relazionale. Bruxelles ha costruito partenariati strutturati attorno a standard di governance, trasparenza, sostenibilità ambientale e criteri ESG. Si tratta di principi condivisibili e coerenti con il modello europeo. Tuttavia, in molti paesi africani questi strumenti vengono percepiti come condizioni da rispettare piuttosto che come elementi di una relazione strategica di lungo periodo.

La Cina ha seguito una strada diversa. Per oltre vent’anni ha investito non soltanto in infrastrutture, miniere e logistica, ma anche nella costruzione di capitale relazionale. Forum permanenti, programmi di formazione, borse di studio, scambi culturali e cooperazione mediatica hanno contribuito a consolidare una presenza che oggi non può essere misurata esclusivamente in termini finanziari. In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra gran parte della produzione mondiale di cobalto, le aziende cinesi mantengono una posizione dominante non soltanto perché hanno investito prima degli altri, ma perché sono diventate parte integrante dell’ecosistema economico locale. Lo stesso vale per numerosi progetti minerari in Zambia e in altre economie africane strategiche per la transizione energetica globale. Questo non significa che il modello cinese sia necessariamente superiore. Significa piuttosto che ha compreso prima una dinamica fondamentale: nei mercati emergenti la fiducia politica e la continuità della relazione contano quanto il capitale investito.

Per l’Europa, che fonda la propria politica estera sul diritto, sulle regole e sulla trasparenza, il rischio è quello di apparire come un attore che arriva con soluzioni già confezionate e criteri prestabiliti. In alcuni contesti africani, questa impostazione viene letta come una forma di paternalismo, o addirittura come una versione aggiornata della storica asimmetria tra Nord e Sud del mondo.

La vera novità del 2026, tuttavia, potrebbe cambiare il quadro. In diversi paesi africani sta emergendo una forma crescente di resource nationalism. Governi e classi dirigenti locali non intendono più limitarsi all’esportazione di materie prime grezze, ma chiedono una quota maggiore del valore generato dalle filiere industriali. Lo Zimbabwe ha anticipato il blocco delle esportazioni di litio non lavorato. La Namibia ha adottato restrizioni analoghe per alcuni minerali critici. Anche la Repubblica Democratica del Congo sta cercando di aumentare il proprio potere negoziale nei confronti degli investitori stranieri. Questa evoluzione non rappresenta una rottura con la Cina. Al contrario, dimostra quanto la presenza cinese sia ormai radicata. Ma segnala anche un cambiamento importante: i governi africani stanno cercando di diversificare le proprie partnership per evitare dipendenze eccessive da un singolo attore.

È qui che si apre una finestra di opportunità per l’Unione europea. Se Bruxelles continuerà a considerare l’Africa esclusivamente come una fonte di approvvigionamento per le industrie europee, rischierà di arrivare ancora una volta in ritardo. Se invece saprà interpretare il nuovo contesto come una richiesta di industrializzazione locale, trasferimento tecnologico e creazione di valore nei paesi produttori, il Global Gateway potrebbe finalmente acquisire una dimensione strategica più credibile. La sfida consiste nel passare da una logica estrattiva a una logica di co-sviluppo. Non significa rinunciare agli standard ambientali o alla trasparenza amministrativa. Significa riconoscere che questi obiettivi diventano sostenibili soltanto quando sono accompagnati da opportunità economiche percepite come vantaggiose anche dalle comunità locali.

L’Europa possiede un vantaggio che la Cina fatica ancora a replicare: qualità tecnologica, capacità regolatoria, accesso al mercato unico e una tradizione di cooperazione istituzionale fondata sullo Stato di diritto. Ma questi asset devono essere integrati da una maggiore capacità di ascolto politico e da una presenza più stabile nel tempo. Nel frattempo, Pechino non resta immobile. Il nuovo Piano Quinquennale cinese mostra una crescente attenzione alla sicurezza delle forniture strategiche e alla resilienza delle catene minerarie. In altre parole, la Cina sta trasformando la propria presenza economica in una vera architettura di sicurezza delle risorse. Per questo il tempo gioca un ruolo decisivo. L’opportunità aperta dal resource nationalism africano non resterà disponibile indefinitamente. Se l’Europa vuole costruire una reale autonomia strategica e ridurre le proprie vulnerabilità nelle materie prime critiche, dovrà dimostrare di essere non soltanto un investitore affidabile, ma anche un partner capace di condividere crescita, industrializzazione e sviluppo. La partita non riguarda soltanto il cobalto, il litio o il rame. Riguarda la capacità dell’Unione europea di trasformare la propria potenza normativa in una vera influenza geopolitica. Ed è una sfida che Bruxelles non può permettersi di perdere.

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L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles

Sempre più influente dal punto di vista politico, la Cina è intenzionata a difendere in tutti i modi la sua più grande forza: la sua straordinaria proiezione economica e commerciale. Questo spiega l’improvvisa cancellazione unilaterale di due eventi diplomatici previsti a Pechino nei prossimi giorni che avrebbero visto la partecipazione dell’Unione europea e in cui si sarebbe parlato di questioni digitali. La mossa, come riportato per primo dal Financial Times, è legata alla volontà di mettere in guardia Bruxelles in vista del Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Ufficialmente, in quel consesso i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue parleranno di competitività globale e delle sfide economiche più impellenti. Ma sono già filtrate indiscrezioni secondo le quali uno dei temi trattati sarà la necessità di contenere la Cina dal punto di vista commerciale.

Qualche numero aiuta a capire la portata della partita che si sta giocando. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate di oltre il 16% dall’inizio dell’anno e il deficit commerciale nei confronti del Dragone – ossia la differenza tra esportazioni Ue verso la Cina e importazioni da quest’ultima – ha raggiunto circa 1 miliardo di euro al giorno. Dati ufficiali dell’Unione europea alla mano, nel 2025 il principale mercato di esportazione delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare è stato proprio quello comunitario, con quasi 500 miliardi euro, a differenza dei poco più di 370 miliardi di euro di beni che Pechino ha diretto verso il mercato statunitense. Volendo sintetizzare, per la Cina quello Ue è un mercato irrinunciabile.

La tensione sempre più evidente che corre lungo l’asse est-ovest è legata anche alle contromisure che Bruxelles sta cercando di introdurre per provare a salvaguardare il proprio sistema produttivo e milioni di posti di lavoro. Si parla di nuovi dazi, limitare la partecipazione di alcune aziende cinesi agli appalti pubblici, delineare norme in materia di cybersicurezza che potrebbe escludere i giganti tecnologici cinesi, di indagini antidumping nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante asiatico. Mosse o minacce a cui da parte cinese si risponde ufficialmente con nuove leggi per rafforzare il controllo sugli investimenti e proteggere le proprie catene di approvvigionamento da sanzioni e restrizioni straniere. Ufficiosamente, invece, numerose indagini hanno svelato tutte le modalità di elusione dei dazi e delle limitazioni di accesso che le aziende cinesi stanno mettendo in campo, tra passaggi attraverso Paesi terzi e modifiche minime ai prodotti per farli rientrare in categorie doganali differenti da quelle sotto la lente di Bruxelles.

In un periodo di grande turbolenza commerciale favorita dall’atteggiamento imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per Pechino è fondamentale tenere non aperto, ma spalancato il mercato europeo. D’altronde storicamente la Repubblica Popolare produce molti più beni di quanti l’economia interna sia in grado di assorbirne e quindi la locomotiva guidata dal leader cinese Xi Jinping non può subire battute d’arresto. Oltretutto una parte della produzione della Cina è sempre più avanzata in termini tecnologici – un esempio su tutti è quello del settore automobilistico – e compete con quella europea in modalità sconosciute fino a pochi anni fa. Ecco perché è probabile si verifichino reazioni ancora più aggressive da parte del Dragone – che potrebbero tirare in ballo anche le terre rare di cui la Cina è il primo esportatore al mondo – oltre ad attività di lobbying già in atto nei confronti di alcuni paesi dell’Ue per cercare di far leva sulle divisioni tra il gruppo dei 27.

Questa situazione fa parlare molti analisti di una possibile guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino. Le ragioni dell’Ue risiedono nella critica di un modello economico basato su sussidi statali e una spinta strutturale verso le esportazioni che non sarebbe sostenibile per le economie di arrivo. Di contro, la Repubblica Popolare accusa l’Unione europea di protezionismo e di usare la capacità produttiva e l’efficienza cinese come capri espiatori rispetto a un’incapacità d’innovazione che si riscontrerebbe nel sistema industriale europeo. Si tratta di posizioni che a prima vista appaiono molto difficilmente conciliabili.

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Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas”

Radicale revisione o, perché no, anche l’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni Ue. Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. I colloqui andrebbero avanti tra Parigi, Berlino e altri Stati membri e sul tavolo, sostengono, ci sono anche la revoca dei poteri all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la redistribuzione delle competenze del servizio, per un risparmio totale quantificato in circa 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri. Una correzione di una struttura che, si apprende, viene considerata “disfunzionale“.

Realizzare un progetto del genere, ovviamente, richiederebbe tempi lunghissimi e l’unanimità dei Paesi membri. In caso di eliminazione servirebbe una revisione dei Trattati, mentre per rivederne, anche radicalmente, le competenze si potrebbe procedere con modifiche all’accordo raggiunto in sede di Consiglio Ue che ne disciplina l’organizzazione. Una decisione, comunque, sottoposta al potere di veto di anche uno solo dei 27 membri.

Detto questo, se confermata l’indiscrezione ha un valore politico che non può essere ignorato. Innanzitutto dimostra come, nonostante si parli di maggiore autonomia strategica, almeno nel campo della diplomazia alcuni Stati membri, tra cui i due più importanti, preferiscano mantenere le discussioni a un livello nazionale e non comunitario. In più emerge anche un sentimento di sfiducia nei confronti della Lady Pesc Kaja Kallas. Scelta da Ursula von der Leyen per uno dei quattro top jobs dell’Ue proprio mentre la guerra tra Russia e Ucraina era nel vivo, l’ex primo ministro estone ha fin da subito mostrato un atteggiamento poco propenso al dialogo con Mosca che, a suo dire, “conosce solo il linguaggio della forza”. Una strategia fuori dagli schemi per chi ricopre il ruolo di vertice della diplomazia Ue. Anche se condivide la responsabilità sulla politica estera con il Consiglio europeo, ossia con i capi di Stato e di governo dell’Ue, è evidente come questi preferiscano depotenziare ulteriormente il suo incarico.

“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times spiegando appunto che tra le ipotesi contenute in una valutazione elaborata dal governo francese e condivisa con gli altri Stati membri figura anche una riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo. “Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS“. La riforma punterebbe inoltre a ridurre i costi e a eliminare le sovrapposizioni tra il servizio diplomatico europeo, i ministeri degli Esteri nazionali e la stessa Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, che da tempo ormai è andata allo scontro con l’EEAS per la guida della politica estera dell’Ue, trovandosi in disaccordo anche su dossier importanti come, ad esempio, la situazione a Gaza.

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“Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato

Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800 organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato dalla coalizione paneuropea, Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation, e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere sociale, non per armarsi.

La mobilitazione si terrà a pochi giorni dall’inizio dei negoziati tra i leader dell’Ue sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. Il Consiglio europeo negozierà infatti il 18 e il 19 giugno il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che è in fase di riorganizzazione e potrebbe convogliare decine di miliardi di euro all’industria degli armamenti. Contro questa ipotesi, i manifestanti si raduneranno alle 15 alla stazione di Bruxelles Nord, seguirà una marcia pacifica per poi riunirsi alle 18 in un’assemblea pubblica presso la Biblioteca Reale del Belgio dove pianificheranno le fasi della campagna su tutto il continente.

“Bruxelles ha scoperto che non c’è limite a quanto l’Europa può prendere in prestito, purché sia ​​per le armi – ha commentato Amir Kiyaei, coordinatore delle politiche di DiEM25, una delle oltre 40 organizzazioni belghe che sostengono la manifestazione -. Le regole sul deficit che smantellano i nostri ospedali e congelano i nostri salari si dissolvono nel momento in cui l’industria delle armi si siede al tavolo”. Contro questa prospettiva, gli organizzatori hanno pensato un mese intero di mobilitazioni, incontri e azioni coordinate in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania, Italia e altri paesi. Ovunque si chiede ai responsabili politici dell’Ue di investire in sanità, istruzione, lavoro e in una transizione climatica equa, dando priorità al dialogo e alla diplomazia rispetto allo scontro. Per farlo occorre investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale, perseguendo il controllo degli armamenti come unico mezzo per garantire la pace.

“Il riarmo ci viene venduto come garanzia di sicurezza, ma l’unica cosa che garantisce davvero sono i profitti dell’industria bellica – afferma Katerina Anastasiou, portavoce di Stop ReArm Europe -. Una società con ospedali fatiscenti e un clima destabilizzato non è sicura. Spendere miliardi in armi, comprimendo al contempo sanità, istruzione e coesione sociale, rende l’Europa più povera e pericolosa, non più sicura. Chiediamo priorità diverse”.

La coalizione si oppone al piano ReArm Europe dell’Ue, annunciato nel marzo 2025, che prevede lo stanziamento di 800 miliardi di euro per gli armamenti. Tutti fondi, come specificano i manifestanti, sottratti a sanità, istruzione, lotta al cambiamento climatico e protezione sociale. Ma la proposta di bilancio della Commissione per il prossimo anno va persino oltre, prevedendo di stanziare circa 131 miliardi di euro per il settore difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività. Si tratta di una cifra cinque volte superiore rispetto ai circa 26 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027. Come spiegano gli organizzatori della mobilitazione, è una somma tale da poter finanziare gli stipendi di circa 300.000 infermieri o costruire circa mezzo milione di alloggi sociali.

Inoltre, prosegue la coalizione nel comunicato, in questo modo anche i programmi civili per la ricerca, la mobilità e la coesione verrebbero aperti all’uso militare. Gli attivisti invitano quindi a riflettere su come l’Europa si stia aprendo a un’economia di guerra permanente che non risolve i conflitti ma li acuisce e li alimenta. Tra le conseguenze dirette e più evidenti, i promotori citano il rinnovo della coscrizione, l’ampliamento delle riserve alla sorveglianza e la riduzione dello spazio democratico. Viene anche sottolineata la crescente influenza della lobby delle armi che, secondo Stop ReArm Europe, viene favorita dalla Commissione europea. L’organo esecutivo dell’Unione ha incontrato i rappresentanti dell’industria delle armi 89 volte sul tema del riarmo nel 2025 (fino a ottobre), a fronte di soli 15 incontri con Ong, sindacati o scienziati sugli stessi argomenti. Una scelta anche sconveniente dal punto di vista economico, perché l’industria bellica, dipendendo da capitali e importazioni, crea meno posti di lavoro dell’alternativa civile che invece produce dal 30% al 50% di impieghi in più.

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Il problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin

Tre settimane fa, quando il nome di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa russa, è comparso nelle anticipazioni di Euronews su un nuovo pacchetto di sanzioni europee, la notizia era ancora sospesa tra indiscrezione diplomatica e test politico. Oggi quel passaggio si è trasformato, come ha rivelato sempre Euronews, in un elemento del 21° pacchetto sanzionatorio dell’Unione europea contro la Russia: un insieme ampio e strutturato di misure che colpisce banche, reti crypto, attori energetici e infrastrutture finanziarie legate all’evasione delle restrizioni.

Il fatto che Kirill sia entrato nel perimetro delle sanzioni non è un dettaglio marginale. È un caso emblematico della natura ormai consolidata del regime sanzionatorio europeo: una macchina sempre più estesa e sofisticata, ma anche sempre più visibile mentre si costruisce.

Il nuovo pacchetto, presentato dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante, prevede misure contro circa 170 individui ed entità, con un impatto particolarmente significativo sul settore bancario russo e sulle reti finanziarie alternative, incluse piattaforme crypto e soggetti in Paesi terzi coinvolti nell’aggiramento delle restrizioni. È, nelle parole della Commissione, un ulteriore passo nella strategia di «erosione progressiva della capacità russa di finanziare la guerra».

È anche qui che si inserisce il punto politico più rilevante.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto, ha ribadito che le sanzioni europee stanno producendo l’effetto atteso: colpire in modo strutturale la capacità economica e finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. L’obiettivo non è un singolo shock, ma un logoramento cumulativo, che agisce su banche, energia, tecnologie dual use e infrastrutture finanziarie globali. Il sistema sanzionatorio non è dunque un gesto politico simbolico, ma una strategia di lungo periodo. Ed è proprio questa natura sistemica a costituirne la forza.

Eppure, proprio questa stessa struttura contiene una contraddizione meno discussa: la sua crescente prevedibilità.

Il ritorno del nome di Kirill è in questo senso paradigmatico. Il Patriarca era già stato oggetto di tentativi di sanzioni nel 2022, bloccati allora dal veto ungherese, e la sua figura era rimasta per anni un punto sensibile del confronto intra-europeo. La sua inclusione odierna non arriva in un vuoto informativo, ma al termine di settimane di anticipazioni, negoziati tra capitali, posizionamenti pubblici e indiscrezioni diplomatiche. Euronews aveva già segnalato la riemersione del suo nome nella lista in discussione tre settimane fa, in una fase in cui il pacchetto era ancora oggetto di negoziazione tra gli Stati membri. Questo tipo di dinamica non è un’eccezione. È ormai parte integrante del processo sanzionatorio europeo.

Secondo fonti diplomatiche della Commissione europea a conoscenza del dossier, uno dei problemi ricorrenti del sistema sanzionatorio è che Mosca riesce spesso a ottenere un preavviso significativo sulle misure in preparazione. Questo avviene per due ragioni principali.

La prima è strutturale. Il processo decisionale europeo – basato su consultazioni tra 27 Stati membri, necessità di unanimità e costante interazione con il dibattito pubblico – produce inevitabilmente un elevato grado di esposizione informativa. Indiscrezioni, posizionamenti nazionali e copertura mediatica finiscono per rendere progressivamente leggibile l’orientamento delle misure già durante la fase negoziale. È un fenomeno che, in filigrana, era già stato colto nell’Ottocento da Astolphe de Custine, quando descriveva, nelle sue “Lettera della Russia” (Adelphi) l’asimmetria tra un’Europa «che cammina in piena luce» e una Russia che «avanza al sicuro», protetta dalla segretezza delle proprie decisioni.

La seconda ragione riguarda invece la dimensione politica interna dell’Unione. In passato, contatti diretti o indiretti tra rappresentanti di Stati membri e la diplomazia russa hanno alimentato il sospetto che la riservatezza del processo non sia uniforme. Episodi e interlocuzioni note tra esponenti politici europei e Mosca – come nel caso dell’allora ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e l’omologo russo Sergey Lavrov – hanno contribuito a rafforzare questa percezione.

Il risultato, secondo le stesse fonti, è che la Russia non si limita a subire le sanzioni: spesso è in grado di anticiparne la logica e adattarsi in anticipo.

Questo vantaggio temporale non annulla l’impatto delle sanzioni, ma ne modifica la natura. Mosca ha progressivamente sviluppato un ecosistema di adattamento che include la riallocazione preventiva degli asset finanziari, l’uso di circuiti bancari secondari, l’intermediazione attraverso Paesi terzi e l’espansione di reti commerciali alternative per aggirare le restrizioni su energia, tecnologia e componentistica. È una forma di resilienza che non elimina il costo delle sanzioni, ma ne attenua lo shock iniziale, trasformandolo in una pressione più graduale e distribuita nel tempo.

Il punto, allora, non è stabilire se le sanzioni funzionino o meno. La risposta politica della Commissione è chiara: funzionano, e lo fanno proprio perché sono cumulative, multilivello e sempre più invasive. Il paradosso è un altro: il sistema sanzionatorio europeo è efficace anche perché è pubblico, negoziato e trasparente. Ma questa stessa trasparenza lo rende, in una certa misura, prevedibile.

Kirill, in questo senso, non è un caso isolato. È un sintomo. Il sintomo di un’architettura politica in cui la forza delle democrazie europee – la discussione pubblica, il pluralismo, la necessità del consenso – diventa anche il punto attraverso cui l’avversario può intravedere la direzione del colpo prima che venga sferrato.

Non è una debolezza nuova. È una tensione antica. E, come ricordava Custine quasi due secoli fa, è proprio in questa asimmetria tra luce e ombra che si gioca una parte essenziale della competizione politica tra Europa e Russia.

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L’Ue ha capito che l’indipendenza digitale costa molto più dei regolamenti

Puntare un coltello alla gola dell’Europa è oggi tanto facile quanto premere un interruttore. L’Unione, da organo complesso e a tratti compassato quale è, sta cercando di reagire a suon di regolamenti. Ma la coperta è corta, e per difendersi è costretta a spostare i suoi fondi da una priorità all’altra. Quanto potrà durare ancora la partita a Monopoly di Ursula von der Leyen?

È del 3 giugno la notizia dell’annuncio di un nuovo pacchetto di misure dal nome roboante, il Tech Sovereignty Package (Tsp). L’idea, secondo la Vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, è quella di impedire che nessun barone digitale (americano o cinese che sia) possa minacciarci o addirittura premere quel famoso interruttore. In primo luogo per quanto riguarda i sistemi di cloud e intelligenza artificiale, le aziende e le amministrazioni pubbliche fanno ricorso per la maggior parte a sistemi con casa madre statunitense. Amazon, Microsoft e Google detengono il settanta per cento della quota di mercato europea e investono circa dieci miliardi di euro a trimestre nell’Unione, mentre la quota combinata dei produttori europei è scesa al tredici per cento. Le soluzioni del Berlaymont implicano introdurre un sistema di misurazione della sovranità per cloud e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di imporre agli operatori che forniscono servizi cloud in settori sensibili – energia, sanità, amministrazioni e servizi pubblici – requisiti più stringenti sulla localizzazione dei dati, sul controllo della catena di fornitura, sulla proprietà delle infrastrutture e sull’indipendenza dalla giurisdizione di Paesi terzi.

Infine, mira a triplicare entro sette anni la capacità di data center in Europa con una serie di facilitazioni su accesso a terreni e finanziamenti, energia, acqua. I data center sono strutture altamente idrovore ed energivore (In Irlanda nel 2024 alimentarli ha richiesto il ventidue per cento del consumo elettrico nazionale, superando il consumo domestico urbano) ma soprattutto necessitano suolo. In Europa stanno già sorgendo i primi comitati contrari al “riarmo digitale” e l’accettazione sociale rischia di essere uno scoglio per le ambizioni di sovranità brussellesi.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Al di là delle tempistiche (il Tsp dovrà passare attraverso il processo di varo del trilogo) dove sono i soldi per pagare questo ambizioso pacchetto? Il finanziamento di tutto è rinviato al bilancio europeo 2028-2034, tramite un Fondo competitività da due miliardi. Ma siamo nel regno dei sogni dei policy officer, anche perché il divario di dipendenza è stimato in 264 miliardi. La seconda misura del pacchetto è un Chips Act parte due, per rafforzare le filiere di produzione di semiconduttori e chip. Senza la pretesa di fare i conti in tasca a Bruxelles, si tratterebbe di un Chips Fund per finanziare le start-up e le imprese del tech. Anche questo stanziamento è rinviato al 2028. Per dare un ordine di grandezza, il primo Chips Act mobilitava oltre cinquantadue miliardi di euro, tra pubblici – in prevalenza degli Stati – e privati.

Il 5 giugno il Commissario al commercio Maroš Šefčovič ha provato a fissare un altro paletto per rafforzare il grande progetto dell’autonomia strategica. La Commissione vorrebbe obbligare le imprese dei settori critici a rifornirsi da almeno tre fornitori distinti, in maniera tale da aumentare la diversificazione e quindi la sicurezza delle supply chains. Per sostenere l’industria del tech, quella dell’energia pulita, il comparto farmaceutico (l’Europa dipende dalla Cina per i principi attivi necessari a produrre farmaci salvavita) serve renderla invulnerabile alle coercizioni. Quale sia il costo per farlo è tutto da discutere. Bruxelles può pure obbligare le sue imprese a diversificare, ma non può obbligare nessuno a investire in alternative che, finché il prezzo è deciso da un Paese terzo, restano difficilmente bancabili. Lo ha spiegato Bernd Schäfer, direttore di EIT RawMaterials, organizzazione che lavora sul rafforzamento delle filiere europee delle materie prime. L’Europa deve darsi un proprio indice di prezzi, un parametro di riferimento trasparente e alternativo all’orbita cinese. Pechino non è solo il principale estrattore e raffinatore. I prezzi di gran parte delle materie prime critiche, in particolare delle terre rare, vengono fissati da due agenzie cinesi (Asian Metal e Shanghai Metal Market) che recepiscono direttamente le indicazioni del governo. Un privato che volesse aprire una miniera, una raffineria o una fabbrica di chip in Europa, non avrebbe un parametro affidabile per calcolare i ritorni, perché basterebbe una mossa di Pechino a spostare l’ago e modificare ogni previsione su vendite e ricavi. Schäfer afferma che tale indice potrebbe coinvolgere non solo l’Europa, ma anche paesi “amici” come gli Usa (ed è tutto un dire), l’Australia, il Canada e la Gran Bretagna. Gli americani stanno pensando anche ad un price floor, un prezzo minimo garantito da estendere a tutta l’area occidentale tramite la Mineral Security Partnership a cui l’Unione partecipa, così da isolare il proprio mercato dai ricatti e dal dumping e quindi rendere più conveniente investire.

Lo stesso 3 giugno la Commissione ha concesso agli Stati di usare una parte della flessibilità fiscale che avevano ottenuto per la difesa per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’escape clause dai vincoli di bilancio era nata per permettere ai governi di spendere fino all’1,5 percento del Pil in armi, ma ora si potrà dirottare fino allo 0,3 percento di quella quota sulla transizione energetica. La spinta per questo scostamento è giunta proprio da Roma, che però voleva più fondi per finanziare il taglio delle accise in risposta alla crisi di Hormuz, che non ha ottenuto. Al contrario, Giorgia Meloni potrà spendere quei soldi per finanziare misure come reti elettriche, infrastrutture per le energie rinnovabili, sistemi di accumulo, interconnessioni, elettrificazione industriale. Sicurezza energetica e sicurezza militare non sono compartimenti separati, ma convivono e si condizionano vicendevolmente. Riconoscerlo è già un passo avanti. Ma la Commissione non ha trovato risorse nuove, ha semplicemente spostato una piccola parte di un budget che non possiede, in quanto è degli Stati. L’Europa allarga il perimetro dell’autonomia strategica più in fretta dei mezzi che dovrebbero sostenerla.

La sovranità non si costruisce per decreto, l’industria non nasce solo regolando il mercato perché l’allocazione dei fondi dovrebbe riflettere la domanda reale e non le preferenze di un ufficio. In meno di dieci giorni l’Unione europea ha annunciato di voler essere sovrana sul cloud, sui chip, sulle materie prime, sull’energia e sulla difesa. Ma l’autonomia si paga, e al momento il portafoglio più capiente ce l’hanno gli Stati, non la Commissione, e possono opporsi in qualsiasi momento al varo dei pacchetti proposti dalle direzioni generali. È purtroppo una questione di vile denaro, e nient’altro. Scrivere regole chiare è necessario, ma per poter competere allo stesso livello di Washington e Pechino serve essere più veloci, decisi e serve spendere. Sappiamo elencare con precisione tutte le vulnerabilità, gli angoli ciechi e le dipendenze, ma possiamo veramente permetterci di superarle?

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Ventunesimo pacchetto di sanzioni UE: l’Europa che chiude le porte ai russi e perde il controllo di Belfast

Ventunesimo pacchetto sanzioni UE contro la Russia: divieto d'ingresso ai veterani, costi economici asimmetrici e il paradosso di Belfast. Analisi geopolitica.
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Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.

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Da Monti a Calenda, fino a Picierno e Hallissey: nasce ‘Europeisti’ per una “Europa patria”. “Difesa comune, dell’Ucraina e dei confini”: il manifesto

Si faranno chiamare Europeisti, ma dal manifesto pubblicato online anche Patrioti Europei sarebbe stato un nome azzeccato. Niente a che vedere, però, con i Patriots for Europe che accolgono partiti come Rassemblement National, Lega, Fidesz o Vox. Per la nuova piattaforma europeista, lanciata lo scorso 9 maggio, l’obiettivo ultimo è “l’Europa patria“. La parola d’ordine, non a caso, è “difesa”: “difesa comune“, “difesa dell’Ucraina“, “difesa dei confini“. Tutto in nome della “sovranità europea“. Schemi narrativi che ricordano (non nei contenuti) quelli degli avversari nazional-populisti e che saranno presentati al pubblico il 15 giugno nel corso di un evento organizzato al Teatro Franco Parenti di Milano. Anche se sulla piattaforma online di nomi ne compaiono ben pochi, salvo quelli dei coordinatori locali, tra coloro che hanno deciso di prendere parte a questo nuovo progetto ci sono l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, la vicepresidente del Parlamento europeo appena uscita dal Pd, Pina Picierno, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, l’ex deputato di Scelta Civica Giuseppe De Mita, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, la politologa Sofia Ventura e il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto.

La nuova piattaforma nasce con un obiettivo: trasformare “un europeismo oggi maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano”. Questo perché, si legge sul portale, “in Italia sta emergendo una maggioranza che non fa rumore ma si vede nei dati: cresce la fiducia nell’Unione (52% degli italiani dice che l’adesione all’Ue è un bene), aumenta la domanda di protezione economica e sicurezza (67% vuole un’Europa che contribuisca alla sicurezza) e una quota enorme di cittadini non si riconosce più nei vecchi riflessi nazionalisti né nelle liturgie dell’europeismo di facciata”.

Le linee guida sono definite: “Difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere”. Tutte esplicitate in un manifesto a cavallo tra il pugno di ferro, ad esempio su temi come l’immigrazione, a posizioni che vanno oltre il federalismo europeo, come quando si auspica di abbandonare le “vie di mezzo. O l’Europa decide, o subisce. Tutto il resto è gestione del declino. Dobbiamo costruire una campagna permanente sulla sovranità europea in difesa, energia, tecnologia e finanza”. Si sostiene che “la pace si garantisce con la forza, non con le intenzioni”, formula cara ai vertici delle istituzioni europee come Ursula von der Leyen o Kaja Kallas. E non a caso si puntualizza che “difendere Kyiv oggi significa evitare di difendere Varsavia o Roma domani”.

Per portare avanti il progetto sono stati coinvolti vari ambienti di centro: da una folta schiera di ex Margherita all’ex leader di Scelta Civica Mario Monti, dai Radicali di ieri e di oggi a esponenti di Azione. Il tempo dirà se sarà questo lo “spazio pubblico al centro” citato da Picierno dopo l’uscita dal Partito Democratico.

X: @GianniRosini

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L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione”

Gli affari dei Trump in Albania diventano motivo di scontro a distanza tra l’amministrazione americana e la Commissione europea. Il campo di battaglia è la piccola isola di Sazan, di fronte alle coste di Valona, dove il genero del tycoon, Jared Kushner, vuole costruire un mega-resort, con la popolazione albanese che da giorni scende in piazza a Tirana per protestare contro il progetto e chiedere al governo di fermarlo. Così, anche da Palazzo Berlaymont è stata espressa “preoccupazione“. Con un avvertimento esplicito al governo albanese: “Astenersi da azioni” che potrebbero avere un impatto sul percorso di adesione all’Ue.

Un tema sensibilissimo per Tirana quello tirato in ballo dalle istituzioni europee. L’Albania, così come il Montenegro e altri Paesi dei Balcani occidentali, sta cercando di completare le ultime fasi del processo di integrazione europeo che le permetterà di diventare uno Stato membro entro il 2028, come nei progetti di Bruxelles. Un passo falso del genere rischia, se non di compromettere, di ritardare gli ultimi step di un processo che dura da diversi anni. “Abbiamo già espresso al ministro dell’Ambiente le nostre preoccupazioni in merito alle potenziali carenze di questo progetto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione, sottolineando l’impegno di Tirana a sospendere i lavori e a condurre “una valutazione di impatto ambientale completa per il progetto, in consultazione con la società civile”. Bruxelles ricorda anche che “il progetto è anche oggetto di indagini da parte della Spak (la procura speciale anti-corruzione, ndr) che, secondo quanto riferito, vanno oltre le preoccupazioni ambientali. Le nostre preoccupazioni non sono nuove. Come già affermato nella nostra ultima relazione sull’allargamento, la ripetuta proroga della legge sugli investimenti strategici continua a sollevare preoccupazioni circa i possibili impatti ambientali, in particolare nelle aree protette”.

L’esecutivo di Edi Rama, quindi, si trova di fronte a un bivio: garantire alla potente famiglia Trump di investire 4 miliardi di dollari nell’ennesima “riviera” fuori dai confini statunitensi o rimanere fedele ai dettami imposti dall’Ue. Il portavoce ha ribadito che Tirana è tenuta ad “allinearsi pienamente alla legislazione dell’Ue nel settore ambientale”, ad “abrogare le disposizioni incompatibili (promulgate tramite emendamenti alla legge sulle aree protette)”, a “porre fine alla legislazione del 2015 sugli investimenti strategici” e a “dimostrare la propria capacità di gestire i futuri siti Natura 2000, comprese le misure di conservazione che impediscono il deterioramento degli habitat e delle specie. L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento dei parametri di riferimento per la chiusura del capitolo e ci si aspetta che le autorità albanesi agiscano senza indugio”.

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La sovranità spaziale europea non nascerà senza una domanda industriale comune

A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa si trova a gestire una trasformazione radicale della propria postura spaziale. Il cambiamento è prima di tutto culturale: lo spazio non è più percepito come campo puramente scientifico o strumento economico, ma come snodo strategico che unisce politica estera, difesa e sovranità tecnologica. Il riposizionamento dello spazio nelle agende pubbliche risponde, quindi, alla necessità di poter disporre dei propri assetti quando e dove necessario, un obiettivo inseguito lungo tutta la storia della cooperazione spaziale europea e diventato oggi decisivo in un contesto internazionale in rapido mutamento. Ridurre una dipendenza strutturale, che per decenni ha reso il continente vulnerabile alle decisioni altrui, è ormai una priorità strategica.

La recente European Space Conference (ESC) di Bruxelles, nel solco del Consiglio ministeriale dell’European Space Agency (ESA) del novembre 2025 – dove si è registrato un record storico di sottoscrizioni – segnala una rinnovata volontà di investire nello spazio. Sul fronte dei lanciatori – i razzi che permettono di trasportare satelliti e carichi utili in orbita – Ariane 6, con la configurazione 64 già operativa per lanci commerciali di grande portata, e il recupero di Vega-C, restituiscono all’Europa un accesso indipendente allo spazio dopo anni di stallo.

Galileo è pienamente operativo, con nuovi servizi all’avanguardia, prossimo al lancio del segnale PRS per attività governative e militari e già proiettato verso la seconda generazione. Copernicus vive un’espansione essenziale per mantenere la leadership nel monitoraggio ambientale e climatico; le decisioni di portare avanti nuovi programmi di osservazione per uso governativo e di sicurezza, in ambito comunitario ed ESA, promettono di colmare alcune lacune e rafforzare gli strumenti a disposizione. Infine, l’annuncio dell’operatività di Govsatcom segna un traguardo lungamente atteso per garantire comunicazioni sicure e sovrane a tutti gli stati membri, in attesa degli sviluppi su IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) entro il 2030.

Lo squilibrio transatlantico
È un quadro che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare quello di una potenza spaziale matura. Eppure, vi è una complessità maggiore, che racchiude ambiti dove la strada verso l’autonomia è piuttosto tortuosa. Dalle dichiarazioni dei vertici europei della Conferenza di Bruxelles emerge l’esigenza di compiere un salto quantico su diversi tavoli dove le dipendenze sono più esposte. La proposta di budget nel prossimo Multiannual Financial Framework di 131 miliardi di euro è senza precedenti e unisce spazio e difesa in un pacchetto unificato, innestandosi su iniziative annunciate dal Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius all’ESC quali lo European Space Shield ed il Virtual Space Command, snodo centrale ad oggi mancante nell’architettura europea, già evocato nel gennaio 2022 dal precedente Commissario Thierry Breton.
In materia di intelligence, Early Warning, capacità di lancio reattivo e Space Domain Awareness, l’autonomia è lungi dall’essere compiuta. Permane uno squilibrio transatlantico che configura, più in generale, uno slittamento verso il vocabolario strategico statunitense: l’Europa cerca di adattarsi a quel lessico, finendo per misurarsi su parametri di origine americana che amplificano un più ampio ritardo tecnologico. Già il Rapporto Draghi sulla competitività evidenziava la necessità di ridurre dipendenze esterne e vulnerabilità strategiche, intervenendo alla base della catena del valore sulle materie prime critiche e tracciando la rotta per un vero mercato unico dello spazio e un coordinamento della spesa pubblica. Elementi che il dibattito intorno alla proposta di European Space Act sembra alle volte tralasciare, trascurando l’esigenza di superare uno status quo fermo al Trattato di Lisbona del 2007.

Tra i tanti temi aperti dalla riflessione su autonomia e dipendenza, il settore della connettività è il fronte più acceso. Starlink continua a dimostrare la sua rilevanza in Ucraina, specialmente dopo nuove misure che ne limitano l’uso non autorizzato da parte delle truppe russe, dando dimostrazione dell’urgenza di garantire un comando e controllo distribuito, sicuro, affidabile e disponibile. La sua natura privata, soggetta alla discrezionalità di un singolo attore, ha da tempo allarmato le istituzioni europee.

Dalla Conferenza di Bruxelles emergono però più ombre che luci su IRIS²: mentre si afferma che il programma sarà superiore a Starlink, rappresentanti dell’industria definiscono la sua governance un esempio di come non fare le cose. Questa percezione distorta nasconde il rischio di confondere la competitività commerciale con la necessità strategica, inseguendo un modello difficilmente riproducibile.

I nodi irrisolti concepiti a Bruxelles non sono però solo tecnologici, né interamente imputabili alle dinamiche globali. Il primo e più profondo riguarda la natura dello stimolo al cambiamento. La spinta verso la sovranità europea nello spazio è largamente eteronoma: dettata dal distacco americano, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra grandi potenze – non da una matura volontà interna. Tanto più che, se l’attuale riposizionamento strategico dello spazio è dovuto a fattori esterni, sono le sfide squisitamente interne quelle più profonde, cruciali per risolvere le questioni di autonomia.

Non poche sono le preoccupazioni affiorate all’ESC su burocrazia, governance inefficiente, competizione intra-europea e spinte nazionali. Queste ultime sono allo stesso tempo necessarie alla costruzione di capacità europee e NATO di pooling and sharing, qualora implementate in chiave di interoperabilità, ma possono anche frantumare l’azione europea rendendola vana.

Le lezioni del passato
In questa prospettiva, come evitare le trappole della dipendenza e dell’irrilevanza? Come interpretare la tensione tra spinte centrifughe e integrazione europea? Questi interrogativi richiamano lezioni dal passato e risposte trovate faticosamente in oltre sessant’anni di cooperazione europea.

Già nel maggio del 1966, una Tavola Rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali metteva in luce le fragilità strutturali del continente sulla cooperazione spaziale. Pur dando risalto agli sforzi multilaterali per mettere in comune rispettive risorse finanziarie, tecniche e industriali – unicum nel panorama mondiale – gli esperti descrivevano la cooperazione spaziale come afflitta da frammentarietà negli organismi di settore, da obiettivi talvolta in contrasto, dall’assenza di una politica spaziale comune e di un coordinamento efficace. La diagnosi era impietosa: inevitabile dispendio di risorse e duplicazioni, mancanza di stabilità programmatica e istituzionale, assenza di cooperazione effettiva con gli Stati Uniti. L’Italia, in particolare, sosteneva iniziative d’avanguardia per il geo-ritorno, il coordinamento e l’integrazione – e addirittura la fusione – degli organismi esistenti.

Quella diagnosi trovò conferma nel decennio successivo. La divisione tra ELDO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea per lo Sviluppo e la Costruzione di veicoli di lancio Spaziale), responsabile dei lanciatori, ed ESRO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea della Ricerca Spaziale), dedicato alla ricerca scientifica, era diventata emblema di una paralisi organizzativa e di una visione strutturalmente incapace di produrre risultati. Competenze separate e mancanza di coordinamento portarono a inefficienze ed errori gestionali gravi, in un contesto pre-ESA in cui già si discuteva di superamento del geo-ritorno e di preferenza europea.

Ripetute crisi, dovute a fuoriuscite e disimpegni da parte di Francia, Regno Unito e Italia, sancirono il fallimento di quel modello, aprendo una stagione fatta al contempo di singoli programmi nazionali – proprio nelle telecomunicazioni, come il programma Sirio italiano – e della fase costituente dell’ESA, in grado di attuare le riforme di governance e politica industriale discusse nei quindici anni precedenti, puntando a rafforzare un’industria europea pesantemente frammentata.

Una necessità strategica globale
Oggi, come negli anni Sessanta, sorgono spontanee alcune domande: la frammentazione avrà la meglio? Pesano di più le spinte centrifughe o l’integrazione europea? Le storie di successo che permettono all’Europa di vantare oggi infrastrutture d’eccellenza dimostrano che, nonostante le resistenze, l’integrazione ha prevalso quando è stata spinta da logiche di autonomia e percepita come necessità strategica globale. Ancor più di Copernicus – pur nato come strumento di sovranità informativa per clima e ambiente – il programma Galileo rappresenta la sintesi perfetta di questo percorso. Proposto negli anni Novanta per scopi civili, affonda le sue radici nella volontà di acquisire capacità indipendenti per influire sulle questioni globali.

La sua storia è segnata dalla tensione tra logiche di mercato e ambizioni politiche, e dalle fratture tra Stati europei che davano priorità alla fattibilità commerciale e al mantenimento dello status quo con gli Stati Uniti piuttosto che a visioni di autonomia – anticipando il dibattito ormai decennale sulla natura più o meno aperta dell’autonomia strategica, introdotta nel 2016 dall’EU Global Strategy. Infine, nel 2007 si imporrà il sostegno ad un Galileo modellato su un progetto di sovranità.  Da quel percorso emerge una lezione che vale ancora oggi: non si tratta più soltanto di rispondere e reagire agli shock esterni, ma di assicurare una logica implementazione e dare prova concreta delle ambizioni europee alla luce delle capacità disponibili.

È in questa luce che va letta la recente costituzione di Bromo, nuova società paritetica tra Airbus, Thales e Leonardo per l’integrazione delle attività satellitari e dei servizi spaziali, annunciata nell’autunno 2025. La sua rilevanza non è solo industriale: Bromo è, potenzialmente, il tipo di aggregazione dal basso che può coadiuvare a superare le inerzie istituzionali, portando le logiche nazionali verso un orizzonte europeo, contribuendo quantomeno a federare la domanda interna.

Il suo successo, però, dipende da due condizioni che rimandano direttamente ai nodi identificati in apertura. La prima è la rapidità decisionale europea: il progetto industriale richiederà circa due anni per diventare operativo. La seconda è, ancora, la disponibilità di una domanda interna adeguata – lo stesso tema che il Rapporto Draghi aveva indicato come prioritario e che il dibattito istituzionale continua a procrastinare. È un difficile equilibrio, retto da continui aggiustamenti di rotta e negoziazioni, più che dall’eventualità di raggiungere sintesi strutturali. L’Europa ha gli strumenti per affrontare queste sfide, ma il margine di tempo è più stretto rispetto agli anni Sessanta e il costo dell’irrilevanza più alto.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Meloni assente al vertice Ue-Balcani: era alla presentazione di un francobollo. Conte: “Siamo caduti così in basso?”

Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.

Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.

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