Reading view

Stasi ai pm sul posacenere trovato in casa Poggi: “Io non fumavo, Chiara nemmeno, i genitori erano partiti. Qualcosa che non torna”

Il 20 maggio scorso, Alberto Stasi è stato ascoltato dai magistrati della Procura di Pavia che più di un anno fa, hanno riaperto le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Il 20 maggio scorso, Alberto Stasi è stato ascoltato dai magistrati della Procura di Pavia che, più di un anno fa, hanno riaperto le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Nel corso dell’interrogatorio, l’ex fidanzato della vittima ha affrontato alcuni dei temi centrali della nuova inchiesta: dal rapporto con Andrea Sempio, che sostiene di non aver mai conosciuto né sentito nominare prima della rilettura degli atti, ai dubbi sullo scontrino di Vigevano e sulle telefonate ricevute da Chiara pochi giorni prima del delitto. Nel verbale trovano spazio anche i riferimenti ai video intimi della coppia, la ricostruzione della mattina del 13 agosto 2007, il mistero del muretto danneggiato all’esterno della villetta, la cosiddetta impronta 33 e persino il posacenere trovato in casa Poggi, un dettaglio che continua a sollevare interrogativi, ma che ha la sua logica spiegazione nel fatto che il papà della vittima, è un accanito fumatore e che il posacenere era semplicemente sporco.

Stasi su Sempio

Dai panni di condannato ha indossato quelli di testimone del crimine che da mesi è al centro delle cronache e dei dibattiti televisivi: il delitto di Garlasco. A colpire l’attenzione sono stavolta le parole di Stasi, sull’unico indagato che è al centro della nuova inchiesta: Andrea Sempio. Stasi ha dichiarato e ribadito di non aver neanche mai sentito il suo nome, prima che la Procura di Pavia riaprisse il caso.

Ai pm ha dichiarato: “Prima di leggere le Sit messe a disposizione dalla procura di Vigevano non sapevo che esistesse una persona che si chiamava Andrea Sempio. Questo è uno dei passaggi più interessanti dell’interrogatorio all’allora fidanzato di Chiara Poggi, assassinata il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco (mentre i genitori e il fratello erano in villeggiatura in montagna). Le immagini sono state trasmesse in esclusiva Quarta Repubblica su Rete4. Per quell’efferato delitto, l’ex studente della Bocconi sta scontando una condanna definitiva a 16 anni. Al procuratore Fabio Napoleone che gli ha chiesto apertamente se avesse mai avuto sospetti su Andrea Sempio, Alberto Stasi ha risposto con un secco e deciso: “No” e ha aggiunto: “Non l’ho Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle Sit non sapevo neanche esistesse”.

Lo scontrino a Vigevano

Ma Stasi non nega che c’è un tratto del nuovo indagato Sempio che aveva richiamato la sua attenzione ed ecco quale: “Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito la questione dello scontrino, mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno”. Il riferimento è allo scontrino del parcheggio di Vigevano, custodito da quel giorno dalla famiglia Sempio e ritenuto negli anni un pezzo fondamentale del suo alibi.

Le ricerche di Sempio

Al centro delle domande poste a Stasi da Napoleone, ci sono documenti e scritti già acquisiti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano. Tra questi, ci sono tutte le ricerche effettuate da Sempio sul caso Garlasco e sullo stesso Stasi. “Dimostrano una personalità particolare”, ha fatto notare il procuratore ad Alberto, parlando di questi documenti come di “un magma su cui dobbiamo approfondire”. Quest’attenzione di Sempio, che è un amico storico del fratello della vittima Marco Poggi, è stata definita da Napoleone come morbosa. Ma Stasi non ha cavalcato le osservazioni dell’inquirente e ha preferito prendere le distanze dal nuovo indagato: “Mai visto, mai sentito“.

Le telefonate

Ci sono poi le ormai note telefonate sospette ricevute da Chiara Poggi pochi giorni prima dell’omicidio, tra il 7 e l’8 agosto 2007, proprio da Andrea Sempio. Telefonate di cui Alberto non sapeva nulla, come ha confermato durante questo interrogatorio ai magistrati di Pavia. “Non me l’ha riferito”, è stata la replica di Stasi che ha aggiunto: “Se in quel momento l’avesse reputato importante magari me l’avrebbe detto. Non saprei dire, dare un motivo del perché”. Alla domanda se Chiara gli avesse mai parlato di Andrea Sempio, l’ex bocconiano ha confermato quanto già detto: “No, no…”. Nessun accenno, nessun sospetto condiviso, nessun riferimento a presenze considerate anomale nella cerchia degli amici del fratello.

Le avances e il video intimo

Nel corso del verbale sono emersi anche i dettagli della loro sfera intima, della vita di coppia. Stasi ha ricordato agli inquirenti che Chiara gli aveva invece parlato delle avances di un collega, di cui la ragazza parlò anche alle sue cugine, e gemelle Cappa. Gli inquirenti hanno chiesto a Stasi dei video intimi tra lui e Chiara, di cui si è tornati a discutere dopo alcune intercettazioni attribuite a Sempio. Napoleone ha chiesto a Stasi se fosse al corrente se questi video fossero stati diffusi o meno, all’epoca dei fatti. “Che io sappia no, a distanza di tanto tempo direi di no”, è stata la risposta di Stasi. Alberto ricorda però di un accadimento preciso, nei giorni successivi al delitto. Ecco quanto ha ricordato davanti ai pm: “Marco (Poggi, ndr), durante una visita in casa ancora ad agosto 2007, prendendomi quasi da parte mi chiese se era vero che c’erano dei video sessuali, diciamo così, tra me e Chiara. Credo perché in quei giorni erano uscite forse delle notizie sul punto”. Secondo Stasi, però, Chiara non aveva mai mostrato preoccupazione che qualcuno potesse aver scoperto quei filmati.

Le parole di Marco Poggi

La sua testimonianza si incrocia a quella del fratello della vittima che ha negato di aver visto i video prima del delitto e ritiene che nonostante sia per lui assurda, l’unica ipotesi plausibile (per spiegare i soliloqui di Sempio) è che l’amico potesse avergli rubato la chiavetta per vederli, nonostante tutto questo gli sembri “folle”. Come ha risposto a queste ipotesi Andrea Sempio? Ha dichiarato più volte di non aver mai frequentato Chiara Poggi e di considerare incomprensibile il movente sessuale. Il suo soliloquio, intercettato in auto, sarebbe stato lo sfogo e lo scimmiottamento di alcune trasmissioni sul caso che lo vede indagato.

La ricostruzione di Stasi

I magistrati di Pavia hanno chiesto a Stasi anche del giorno stesso del delitto, ricostruendo quanto avvenne la mattina del 13 agosto 2007, quando Stasi giunse nella villetta di via Pascoli trovando la porta di casa semiaperta. Una casa tranquilla, ordinata e avvolta dal silenzio e dal caldo di Ferragosto. Ma l’ordine del piano terra, di cucina e soggiorno era stato già bruscamente ribaltato dal caos, sulla scala che conduceva verso il seminterrato, dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi, riverso sugli ultimi gradini. Ed ecco un altro frammento significativo di quel giorno: “Ricordo che non ho acceso nessun interruttore”, ha detto Stasi. “Però poi mi hanno detto che una luce era accesa perché hanno detto che gli operatori del 118 non avevano azionato interruttori, quindi evidentemente una, forse quella delle scale, era già stata accesa”.

Le motivazioni dei giudici

Questa sua ricostruzione però, fu considerata “incongrua, illogica e falsa” dai giudici dell’epoca che lo hanno condannato e dalla Cassazione. I giudici contestarono a Stasi che non era possibile che l’avesse vista già “a terra bianca in volto” quando era già coperta di sangue. Né che potesse aver attraversato il piano terra della villetta senza calpestare il sangue caduto sul pavimento dal punto in cui la vittima fu aggredita fino al trascinamento verso la tavernetta dove venne poi ritrovata. Dalle motivazioni della sentenza di condanna si legge: “Le modalità di rinvenimento del corpo di Chiara sono assimilabili a quelle dell’aggressore, non dello scopritore. Poi non sono state ritrovate tracce ematiche né sulle sue scarpe, né sui tappetini della sua auto”.

Il muretto rotto

Ma c’è un dettaglio della scena del crimine che neanche Stasi si spiega: ed è il pezzetto del muretto di cinta rotto, nel punto esatto in cui lui ha scavalcato per entrare nella villa. Stasi conferma di non averlo rotto lui e aggiunge ai pm che “i carabinieri, credo, abbiano detto di non averlo rotto loro, anche i genitori avevano detto che alla loro partenza il muro era intatto. Secondo me, lì… cioè, qualcuno può avere anche scavalcato” ha spiegato. E infine nel verbale, ultimo ma non per importanza, c’è un elemento diventato centrale nel dibattito sulle nuove indagini sul caso: la cosiddetta impronta 33. Quando il procuratore gli ha mostrato le immagini della traccia palmare impressa sulla parete destra a ridosso della scala che porta alla cantina dei Poggi, Stasi ha sospirato: “Avessimo avuto questo dato, nel 2007…”.

Napoleone ha confermato a Stasi il peso fondamentale di questa traccia legata al cosiddetto indizio biologico, sottolineando che “non è importante solo il fatto che ci sia quello di Sempio”, ma anche l’assenza di tracce riconducibili allo stesso Stasi sulla scena del crimine. Nella dinamica del delitto così come cristallizzata nelle sentenze, l’assassino difatti non fece i gradini ma lanciò il corpo di Chiara. Un’altra anomalia sottolineata da Stasi è la cenere ritrovata quel giorno nel posacenere di casa Poggi. Ha dichiarato Stasi ai Pm: “Io non fumavo, Chiara nemmeno, i genitori erano partiti da una settimana. C’è qualcosa che non torna. Ma non so darmi una risposta”. Il posacenere di metallo, come accertato durante le indagini, presentava una piccola quantità di cenere compatibile con la presenza in casa di un accanito fumatore, il papà di Chiara Poggi.

L'articolo Stasi ai pm sul posacenere trovato in casa Poggi: “Io non fumavo, Chiara nemmeno, i genitori erano partiti. Qualcosa che non torna” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Acquisti second hand, i trucchi per trovare occasioni vere ed evitare fregature: dalla moda griffata ai profumi, la guida per chi compra e chi vende l’usato

Sarà che negli ultimi anni sia i brand di lusso sia del fast fashion hanno azionato un rialzo sensibile dei prezzi, sarà che la voglia di rinnovare il proprio armadio con minori sprechi e regalando una nuova vita ai propri vestiti sta trovando sempre più vie possibili, ma piattaforme come Vinted, improntate sull’economia circolare, ottengono sempre più successo. Acquistare second-hand non significa più, come fino a qualche anno fa, vagare per negozietti dell’usato speranzosi che qualcuno non sia già passato a fare incetta di quel maglione tanto bramato, o farsi strada tra la folla di un sabato mattina al mercato più cool del momento -o più nascosto, sperando che non diventi celebre sui social- per ricercare sotto strati di vestiti impilati sulle bancarelle l’affare della vita. La piattaforma lituana ha reso molto più semplice, veloce e conveniente vendere e comprare di tutto, dagli articoli per la casa, all’elettronica, all’abbigliamento, anche se è principalmente conosciuta ed utilizzata per quest’ultima categoria. Anche in vista dell’estate, l’occasione di rinnovare l’armadio può passare da qui. Vinted offre un buon grado di tutela per l’acquirente e ha semplificato notevolmente l’esperienza tradizionale di acquisto sostenibile, ma ciò non significa che non esistano delle accortezze per abbassare ulteriormente il rischio di incappare in spiacevoli contrattempi e per concludere affari da godersi in spiaggia.

Per chi acquista

Più utenti vuol dire più offerta, e più offerta comporta confrontarsi con una vasta gamma di prodotti. Fortunatamente, la piattaforma mette a disposizione filtri che rendono più agevole la ricerca per chi ha già un’idea piuttosto delineata di quello che sta cercando. Invece per i curiosi, per chi vuole lasciarsi ispirare, l’algoritmo diventa il più prezioso alleato, data l’estrema rapidità con cui sa intercettare l’interesse dell’utente per un determinato tipo di articolo. Basta salvarne un paio e l’home page subirà una trasfigurazione nel contenuto proposto. Personalizzare il proprio feed diventa un gioco ad incastro tra ricerche e salvataggi per condizionare quello che il ricettivo algoritmo capterà, e molto spesso ne vale la candela. Articoli che inconsapevolmente si desiderano vengono così alla luce come nessuna ricerca specifica potrà mai fare.

Seguire i venditori giusti può fare la differenza

I venditori stessi diventano dei ricettacoli per scoprire nuovi tesori, nuovi marchi, accedere a inedite ispirazioni: basterà andare sui loro profili per scoprire il loro catalogo. In alcuni casi, vale la pena iniziare a seguirli come su qualsiasi social, in modo da rimanere costantemente aggiornati sulle ultime aggiunte e non lasciarsi sfuggire un potenziale affare, arrivando prima di chi può trovare l’articolo casualmente. Una notifica pop up “Nuovo articolo aggiunto a 80 euro Maglioni e pullover Dries van Noten” a volte diventa più gradita di un like alle storie Instagram. Molti piccoli artigiani, amanti del “do it yourself”, caricano le loro creazioni sulla piattaforma, tra cui spicca uno dei simboli dell’estate 2026: il crochet. Dallo stile rilassato ma ricercato, queste lavorazioni hanno invaso i social, per la versatilità con cui si può sfoggiare dalla gonna alla borsa, per arrivare al top crochet, che su una piattaforma come Wallapop ha registrato un’impennata del 66% nelle ricerche. Su Vinted, venditori amatoriali condividono lo spazio con venditori professionisti, che trattano la piattaforma come un vero e proprio shop online.

Alcuni di essi sono pertanto più incentrati su alcuni marchi, o alcuni prodotti specifici; pertanto se si ha in mente un articolo preciso, come una camicia di lino per i mesi caldi, che la si voglia neutra o colorata, oversize o più strutturata, si può partire da un articolo per poi scorrere sul profilo alla ricerca della variante auspicata. Non è infatti implausibile che dallo stesso venditore si trovino più articoli affini ai propri gusti, e in tal caso spesso vengono offerti sconti facendo un acquisto multiplo. Un motivo in più per adottare come buona pratica individuare e seguire account di venditori. È così che dallo stesso venditore si possono acquistare tre splendide cravatte in seta di Kenzo, Versace e Giorgio Armani, per un prezzo ben più conveniente che se fossero state prese singolarmente.

Come riconoscere un vero affare (ed evitare brutte sorprese)

Per essere maggiormente sicuri che quell’affare non sia troppo bello per essere vero, contattare il venditore per chiedere maggiori informazioni o fotografie per avere una maggiore cognizione delle condizioni effettive è buona prassi. Richiedere la foto dell’etichetta non costa nulla e può evitare un’amara sorpresa ad acquisto ultimato, salvo che Vinted tutela molto i propri acquirenti, dando la possibilità di porgere reclamo e ricevere il rimborso. Un prezzo particolarmente esiguo può essere spiegato da un difetto che solitamente viene segnalato nella descrizione, mentre trovare un articolo in condizioni pressoché perfette, di un marchio prestigioso, senza particolari giustificazioni per il prezzo, inevitabilmente fa sollevare qualche sopracciglio. Un tank top Rick Owens con cartellino ancora attaccato a 60 euro, data la popolarità sia del capo, sia del brand, dovrebbe lasciare pochi dubbi sull’autenticità. Un altro indicatore è il profilo stesso del venditore: molte vendite andate a buon fine con altrettante recensioni positive sono un indizio positivo che chi vende è affidabile. Oltre a quelle che lascia l’utente di sua sponte, Vinted assegna d’ufficio 1 stella al venditore qualora annullasse la vendita senza il consenso dell’acquirente, o in caso di mancato invio entro 5 giorni lavorativi. Se si volesse una maggiore tutela, da un po’ di tempo la piattaforma offre un servizio facoltativo a pagamento per cui l’articolo, una volta acquistato, passa prima tra le mani del centro di verifica: se supera il controllo, l’articolo viene spedito con un’etichetta che ne certifica la verifica; in caso contrario, l’acquirente riceve il rimborso completo di protezione acquisti, spese di spedizione e costo della verifica.

Profumi su Vinted: occasioni, vintage e rischio contraffazioni

Negli ultimi anni si è verificata una crescente popolarità legata al mondo delle fragranze, e i siti di marketplace rispecchiano questa tendenza. Parallelamente alle profumerie, siti come Vinted rappresentano un’opportunità per trovare occasioni a buoni prezzi, ma anche profumi vintage (per gli appassionati) spariti dal mercato o referenze più contemporanee ma sfortunatamente discontinuate. Non avendo ovviamente la possibilità di testare con l’olfatto se l’articolo venduto corrisponda alla fragranza ricercata, bisogna affidarsi ad altre strategie per assicurarsi dell’originalità. Il confronto è fondamentale: si può partire cercando su Internet o anche direttamente in negozio il profumo che si desidera acquistare per equiparare le scritte della confezione, le forme del tappo, dello spruzzino e del flacone. Alcune case, come la popolarissima Nasomatto di Alessandro Gualtieri, hanno sul proprio sito web una guida per identificare le contraffazioni. Inoltre, per quanto possa far storcere il naso a qualcuno, acquistare un profumo già in parte utilizzato è in realtà un buon modo per assicurarsi della genuinità del venditore, che plausibilmente si è stancato della fragranza e per questo se ne vuole liberare.

Sempre a proposito del venditore, dare un’occhiata al suo profilo non è una cattiva idea, perché a meno che sia un rivenditore ufficiale (improbabile su Vinted), difficilmente si troverà con un vasto assortimento di fragranze, se originali. C’è un motivo se una realtà come Nasomatto si è scomodata a fare un video per spiegare ai suoi clienti come evitare i falsi: sebbene appartenente al mondo della nicchia, gode di grande popolarità. Quindi, quando si cerca una fragranza nei marketplace, anche tenere conto della popolarità gioca un peso, in quanto è più probabile che si falsifichi un profumo designer o di una folta nicchia di appassionati piuttosto che referenze con scarso successo commerciale o appartenente a un passato dimenticato. Infine, ancora una volta la protezione di Vinted gioca un ruolo di tutela al consumatore che, spiegate le motivazioni al team di assistenza, potrà ricevere il rimborso nel caso più infausto.

Per chi vende

Chi vende deve aver coscienza di occupare una vetrina digitale, e in quanto tale per attirare gli utenti come si presenta l’articolo fa tutta la differenza del caso: uno sfondo il più neutro possibile e una fotografia a fuoco senza controluce o penombra donano maggiore risalto. Scattare sia visioni d’insieme sia dettagli che possono attirare l’attenzione, come un logo o un’etichetta, danno già modo all’utente di avere una percezione chiara. Molti venditori indossano l’articolo per dare subito un’impressione visiva di come veste e far immedesimare meglio chi osserva. Un utente vuole capire senza prove in camerino come calzerà, perciò venirgli incontro aggiungendo alla descrizione la vestibilità, è un punto a favore, così come aggiungere da subito le misure, dato che il numero di taglia è indicativo.

Tag, parole chiave e tendenze: come aumentare la visibilità

Vendere online significa anche sfruttare uno degli strumenti del digitale più utile per dare più visibilità possibile al proprio articolo: i tag. Oltre a quelli più semplici e descrittivi, (ad es. se si vende un jeans “#jeans #denim”), si possono trovare spunti andando a vedere cosa scrivono altri venditori con prodotti simili. Anche il titolo dev’essere chiaro, meglio indicare fin da subito la tipologia di articolo, il suo stile e, nel caso, il brand, dato che molti utenti per orientarsi nella ricerca si affidano a parole chiavi che si sintonizzano con il loro stile personale, come “Giacca Jeans Distressed Y2K” o “Cintura Dolce e Gabbana”. In ottica estiva, scrivere “Old money”, dato tutto il filone del quiet luxury che si interconnette a scenari vacanzieri, è una scelta sensata se si vogliono attirare visualizzazioni. Solo per fare un esempio, il vestito a pois, con la sua eleganza giocosa e romantica, ha già portato a un aumento delle ricerche del +36% da parte di chi già si immagina tra matrimoni estivi, brunch all’aperto e cene in vacanza. Prima ancora di mettere in vendita, bisogna chiedersi se ha senso che qualcuno possa acquistarlo. Vestiti o oggetti in condizioni scarse, specie se a controbilanciare non ci sono elementi di valore come un marchio importante, difficilmente avranno un riscontro positivo. Un bermuda, per quanto di tendenza per combattere le alte temperature, se in cattivo stato, rimarrà invenduto. Un altro strumento per aumentare le vendite è offrire sconti in caso di acquisti multipli, così come inviare un’offerta ribassata ad un utente che ha salvato nei preferiti l’articolo, magari dichiarandosi disponibili per fornire ulteriori informazioni.

Truffe e rimborsi: come proteggersi nell’era dell’IA

Infine, un’accortezza prima di avviare qualunque spedizione: sempre documentare con foto e video il momento di preparazione del pacco. Sono infatti sempre più i casi di truffe ai danni dei venditori, dove l’AI viene impiegata per modificare le foto e simulare danneggiamenti con il fine di ricevere il rimborso automatico. Per com’è strutturata la piattaforma, ad essere tutelato maggiormente è chi acquista attraverso la Protezione acquisti, perciò diventa fondamentale attuare una strategia preliminare per difendersi.

Articolo di Alessandro Fontana

L'articolo Acquisti second hand, i trucchi per trovare occasioni vere ed evitare fregature: dalla moda griffata ai profumi, la guida per chi compra e chi vende l’usato proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Mentre registravamo 4 Hotel una donna delle pulizie e un cameriere stavano facendo sesso nello sgabuzzino, furono licenziati. Il topper? Sì, ma a una condizione”: Bruno Barbieri racconta

“In quattro giudici eravamo troppi, con l’ospite arrivavamo a cinque. In tre è il numero giusto, ognuno di noi ha un minutaggio, questo è il trio perfetto: abbiamo caratteri diversi, ci divertiamo molto anche nel backstage. Arrivi alle 8 del mattino e vai a casa alle 8 di sera, è un programma complesso ma 4 Hotel è più duro perché vai in mezzo alla gente e non sei blindato in studio”. Ospite del podcast Tintoria, Bruno Barbieri ha raccontato aneddoti e retroscena della sua lunga carriera televisiva, a partire da MasterChef.

Lo chef ha parlato anche del rapporto con gli altri giudici del cooking show Sky: “Giorgio Locatelli lo chiamiamo l’avvocato, la Regina… io e Antonino (Cannavalcciulo, ndr) lo prendiamo in mezzo. Giochiamo a ping pong tra una scena e l’altra, è tutto vero”.

Se MasterChef gli ha regalato una grande popolarità televisiva, 4 Hotel lo ha invece portato a visitare centinaia di strutture in Italia e all’estero. Un’esperienza che gli ha permesso di accumulare storie di ogni genere. “Ho dormito in circa 650 letti. All’inizio avevamo le telecamere accese nelle stanze, io non mi ricordavo e girai nudo, mi è venuto in mente il giorno dopo: chissà il montatore…”, ha raccontato.

Tra gli episodi più curiosi anche uno avvenuto durante una registrazione in un albergo sul mare: “Mentre dovevo registrare una puntata in un hotel sul mare fummo disturbati da una donna delle pulizie e un cameriere che stavano facendo sesso nello sgabuzzino dei detersivi. Li abbiamo lasciati fare, ce ne siamo andati fuori noi. Loro però furono licenziati, anche la proprietà aveva sentito tutto”.

Non manca poi una precisazione su uno degli elementi che Barbieri considera fondamentali per il comfort degli ospiti: il topper. Lo chef ribadisce infatti che “deve essere solo in piuma d’oca“.

Gli aneddoti, però, risalgono anche a molto prima della televisione. Ripensando agli anni trascorsi in cucina, Barbieri ricorda una vicenda vissuta in un albergo di Verona: “Ora lo posso dire perché l’hotel è chiuso. Lavoravo al ristorante in questo hotel bellissimo a Verona: vennero questi due clienti tedeschi, una coppia giovane, persone molto ricche, proprietarie di supermercati in Austria. Praticamente procacciavano altre coppie. La governante nella loro stanza trovò dei falli di plastica…”.

E tra un ricordo e l’altro emerge anche un dettaglio inatteso sulla sua giovinezza: “Andavo a ballare alla discoteca La Mecca travestito da Renato Zero, ero un sorcino”. E non manca una chicca sul look, sempre ricercato: A Roma mi sono fatto fare le scarpe per la finale di Masterchef dallo stesso artigiano che le fa a Papa Leone. Sono due peruviani che abitano a Roma da 25-30 anni. Ho chiesto inserti dorati, le ho già immaginate con lo smoking che metterò”.

L'articolo “Mentre registravamo 4 Hotel una donna delle pulizie e un cameriere stavano facendo sesso nello sgabuzzino, furono licenziati. Il topper? Sì, ma a una condizione”: Bruno Barbieri racconta proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Divieto di trasferta per 10 giornate per i tifosi di Juve e Torino: la decisione del Viminale dopo gli scontri nel derby

Niente trasferte per i tifosi di Torino e Juventus per dieci giornate del prossimo campionato, fino al 3 novembre. Queste le disposizione del Ministero dell’Interno, dopo le violenze degli ultras al derby del 24 maggio scorso. Scontri in cui era rimasto ferito Leonardo Basoccu, che ha lasciato ieri l’ospedale Molinette di Torino, dove era ricoverato dal 24 maggio dopo il grave trauma cranico riportato. Il provvedimento prevede la chiusura dei settori ospiti negli stadi dove granata e bianconeri disputeranno gare in trasferta e il divieto di vendita dei biglietti per le stesse partite ai residenti nelle regioni interessate.

In particolare, il divieto riguarda i residenti in Piemonte per le gare del Torino e quelli residenti in Piemonte e Lombardia per le partite della Juventus. La tifoseria granata era già stata colpita con misure restrittive nella stagione appena terminata dopo gli episodi avvenuti in occasione di TorinoVerona dell’11 aprile scorso. Infatti erano state vietate le trasferte a Cremona e Udine. Intanto Basoccu, tifoso juventino di 36 anni, la cui prognosi è stata sciolta nelle scorse ore, è stato dimesso dall’ospedale Molinette di Torino. “Colgo anche l’opportunità per ringraziare tutto il personale, gli assistenti, tutti quanti sono stati gentilissimi e molto cordiali con me”. Basoccu ha spiegato che il percorso di cura non è ancora concluso. “Adesso ci vorrà ancora un po’ per la ripresa totale, ci sarà un’altra operazione, ci pensiamo con calma”.

Quanto al momento del ferimento, il trentaseienne continua a non avere ricordi. “No”, ha risposto alla domanda se ricordasse qualcosa di quei momenti. “Ricordo qualcosina del prima. Devo ancora capire le vicende reali che sono successe, devo ancora parlare con le persone che erano con me, non le ho ancora sentite tutte, però non ho una memoria ben chiara di quello che è accaduto”. Nei giorni scorsi Basoccu è stato sentito dagli inquirenti che stanno ricostruendo la dinamica del ferimento. “, certo, sono venuti a interrogarmi in stanza, però come ho detto a loro e a voi non ricordo nulla di quello che è successo“.

Sulle polemiche relative alla gestione dell’ordine pubblico il tifoso non prende posizione. “Non so nulla di queste cose e non voglio neanche entrare nel tema, sinceramente non conoscendo i fatti, le vicissitudini“. Basoccu ha infine spiegato che durante il ricovero i medici avevano limitato i contatti con l’esterno. “Una delle prime dottoresse che mi ha assistito da quando sono entrato non voleva che io avessi contatti con l’esterno per non danneggiare la memoria“. Tra le poche notizie apprese durante la degenza anche quelle sull’esito della stagione bianconera. “Mi hanno detto che non siamo andati in Champions League: anche quella pensavo fosse una visione, invece purtroppo è vero”, ha scherzato.

L'articolo Divieto di trasferta per 10 giornate per i tifosi di Juve e Torino: la decisione del Viminale dopo gli scontri nel derby proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non è vero che non ricorda il nome di mia figlia, hanno fatto un casino”: Ignazio Moser difende il padre Francesco dopo le polemiche

Ignazio Moser è intervenuto per chiarire le polemiche nate dopo alcune dichiarazioni del padre, Francesco Moser, finite al centro del dibattito per il presunto “vuoto di memoria” sul nome della nipotina Clara Isabel: “Hanno fatto un casino, non molto carino in realtà. Mio papà viene strumentalizzato nelle sue dichiarazioni”, ha spiegato l’ex ciclista in un’intervista a My Personal Trainer.

Le parole del campione trentino avevano infatti fatto discutere. In un’intervista a Oggi aveva raccontato: “Una volta mi ricordo uno, una volta mi ricordo l’altro. Non capisco niente adesso, come la chiamo?”, riferendosi al fatto che la nipote abbia due nomi. Ignazio ha però respinto l’interpretazione circolata online: “Il titolo, diciamo, ovviamente clickbait per tirare su ascolti, è stato: ‘Francesco Moser non sa neanche come si chiama sua nipote’. Mio papà viene sempre un po’ strumentalizzato nelle sue dichiarazioni, perché è uno molto molto diretto, molto burbero nei modi. Lui lo è sempre stato con noi figli e lo è anche con i giornalisti quando poi si trova a fare dichiarazioni o a fare interviste, quindi viene sempre un po’ traviata la sua dichiarazione”.

Sul rapporto familiare, Ignazio ha voluto chiarire: “Abbiamo un bel rapporto, non è di molte parole però ci vogliamo bene”. E ancora: “Ci capiamo, magari anche non parlando tanto. Anche il rapporto con Cecilia Rodriguez non avrebbe mai creato tensioni: “Lui si è fatto questa immagine di cattivo della nostra storia, ormai il suo ruolo viene sempre cavalcato e cercato di far uscire in quel modo”.

Le precedenti dichiarazioni di Francesco Moser

In precedenza lo stesso Francesco Moser aveva commentato il rapporto con i figli: “Bisogna lasciarli liberi”, aveva detto, aggiungendo che “fanno una vita tutta loro”. E sul figlio Ignazio aveva ricordato il percorso sportivo e il cambio di vita: “Ha corso fino ai 23-24 anni… e poi dopo è andato a fare il Grande Fratello e lì è cambiata la sua vita”.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da MypersonalTrainer (@myptrainer)

L'articolo “Non è vero che non ricorda il nome di mia figlia, hanno fatto un casino”: Ignazio Moser difende il padre Francesco dopo le polemiche proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La Juventus si muove: trovato l’accordo con il ‘Dibu’ Martinez, trattativa con l’Atletico per Sorloth

Spalletti aspetta, ma la Juventus è pronta a muoversi. Ora più che mai, con una stagione che dovrà servire a ritrovare molto dell’entusiasmo perduto, soprattutto vista la delusione subita per la mancata qualificazione in Champions League. La Juve riparte e lo fa dal mercato, che dovrà essere rivoluzionario nei suoi punti cardine: portiere, centrocampista e attaccante. Il difensore? Forse. Ma dipenderà molto dai sacrifici che verranno fatti.

Aspettando Martinez

Il primo punto riguarda la porta. Perché dopo il passo indietro per Alisson del Liverpool (gli inglesi preferiscono tenerlo, visto il rendimento altalenante di Mamardashvili), i bianconeri si sono concentrati ancora sulla Premier League. Dove giocano Vicario e il ‘Dibu’ Martinez. Due campionati diversissimi per entrambi, con l’argentino che – per quanto più vecchio – è al momento in pole per diventare bianconero. L’accordo con il portiere 33enne è stato trovato (anche se piace molto all’Atletico Madrid), non quello con l’Aston Villa, per cui sarà necessario trattare ancora. Ma che possa essere lui il primo colpo di questa campagna acquisti è una prospettiva concreta. Non definita, ma concreta.

E Sorloth

Come concreta è la pista che permetterebbe di arrivare a Sorloth dell’Atletico Madrid. Con l’attaccante norvegese, prossimo a giocare il Mondiale, i colloqui sono stati approfonditi. E per circa 30 milioni di euro può essere bianconero, soprattutto se verrà inserito come contropartita il cartellino di Nico Gonzalez, che vuole restare a Madrid. La punta prenderebbe il posto di Vlahovic, mentre Kolo Muani – altro nome su cui si lavora con insistenza – sarebbe il giocatore destinato a riempire lo slot che lascerà libero Openda.

Al belga, grande delusione della stagione, le proposte non mancano. Ma sono tutte di prestito con diritto di riscatto. Una formula che la Juve è disposta ad accettare, consapevole del fatto che sarà molto più difficile lasciare partire uno come David, vincolato da un ingaggio molto pesante e per il quale Spalletti punta davvero a un rilancio forte in questa stagione.

Il sacrificio

Già, l’ingaggio. Una Juve fuori dalla Champions impone una serie di attenzioni maggiori per quanto riguarda il Financial Fair Play. Tradotto: oltre ai giocatori poco funzionali, servirà anche vendere in generale qualche big. Il primo indiziato è Cambiaso, che sta ricevendo molti sondaggi (anche il Como ci ha provato, ma sembra fuori portata). Poi, c’è Bremer. Il brasiliano può salutare, sì, ma solo di fronte a un’offerta giudicata fuori mercato, per un’operazione che porterebbe in dote necessariamente un altro arrivo per la difesa.

E il centrocampo? L’altro tassello fondamentale. Koopmeiners è in vetrina, mentre Douglas Luiz in valutazione. In entrata, attenzione a Kessié, che vorrebbe ritornare in Italia. La Juve è pronta, ma non ha la possibilità di pagarli un ingaggio simile a quello che percepisce all’Al-Ahli (quasi 10 milioni di euro netti). Se ne riparlerà. Spalletti aspetta. Ma è convinto che non ci vorrà ancora molto.

L'articolo La Juventus si muove: trovato l’accordo con il ‘Dibu’ Martinez, trattativa con l’Atletico per Sorloth proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La classifica dei Paesi più sicuri al mondo dove viaggiare nel 2026: l’Islanda resta sul podio, male l’Italia in calo. Nella top 10 anche Austria e Irlanda

In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche crescenti, frammentazioni territoriali e un aumento globale dei conflitti armati, la sicurezza non è più un dettaglio secondario, ma il criterio principe nella scelta della meta delle proprie vacanze. A tracciare la rotta dei luoghi in cui poter esplorare le città, usare i mezzi pubblici e muoversi liberamente a qualsiasi ora del giorno e della notte è l’edizione 2026 del Global Peace Index (GPI). Lo studio, curato dall’Institute for Economics and Peace, analizza 163 territori indipendenti valutando parametri come il tasso di criminalità, la militarizzazione e la stabilità sociale. Registrando un calo globale della pace planetaria dello 0,7%, l’indice offre ai viaggiatori internazionali una bussola fondamentale. Oltre alla tradizionale — e immaginabile — stabilità della Svizzera neutrale, le prime posizioni riservano ascese silenziose e ritorni importanti.

L’Islanda intoccabile al vertice

Per il diciannovesimo anno consecutivo, l’Islanda domina incontrastata la vetta del mondo. Questa magnifica isola vulcanica nordica spicca per la totale assenza di un esercito permanente, indici di microcriminalità quasi inesistenti e una coesione sociale straordinaria basata sulla reciproca fiducia tra i cittadini. Per i viaggiatori, questo si traduce nella totale serenità nell’esplorare sia i vicoli della capitale Reykjavik sia le aree più remote per ammirare geyser, cascate, vulcani e ghiacciai.

Il Pacifico australe e il rigore di Tokyo

Al secondo posto, scalando una posizione rispetto allo scorso anno, si piazza la Nuova Zelanda. Il Paese dell’Oceania registra il punteggio più basso per le tensioni interne ed esterne dell’intera area Asia-Pacifico, attirando turisti in cerca di grandi spazi incontaminati, fiordi e ritmi di vita rilassati. La vera rinascita asiatica è però rappresentata dal Giappone, che riconquista un posto d’onore nella top 10 planetaria: il drastico abbattimento delle dispute interne sociali, unito al leggendario senso civico e all’organizzazione urbana meticolosa, garantisce metropoli perennemente sicure.

La certezza elvetica e la sorpresa slovena

A occupare il terzo gradino del podio è la Svizzera. Oltre al celebre status di neutralità, città come Zurigo, Ginevra e Berna garantiscono un’infrastruttura logistica impeccabile e tassi di criminalità minimi. Subito dietro l’efficienza elvetica si posiziona la Slovenia, vera rivelazione della classifica: salita di due posizioni fino al quarto posto assoluto, la nazione balcanica si sta affermando silenziosamente come rifugio ideale, attirando chi fugge dal turismo di massa verso oasi naturalistiche come il lago di Bled e centri storici intatti e sicuri. A chiudere la top five c’è l’Irlanda, terra che bilancia paesaggi rurali e coste spettacolari con una solidissima stabilità sociale e una rinomata ospitalità.

Le altre conferme e il calo dell’Italia

Subito fuori dalle prime cinque posizioni, la classifica dei paradisi sicuri prosegue con l’Austria, il Portogallo (meta prediletta degli expat internazionali), la città-Stato di Singapore (famosa per l’intransigenza sull’ordine pubblico) e la Finlandia. Per quanto riguarda l’Italia, il Paese scivola di due gradini, passando dal 33° al 35° posto globale. Dal punto di vista turistico, la Penisola continua a garantire una permanenza serena ai visitatori, ma l’indagine scientifica penalizza la flessione economica strutturale e l’alto debito pubblico, fattori che espongono la nazione agli choc geopolitici derivanti dalle tensioni internazionali. Restano invece in fondo alla graduatoria, come territori meno pacifici e sconsigliati, Russia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e Israele.

La top 10

  1. Islanda
  2. Nuova Zelanda
  3. Svizzera
  4. Slovenia
  5. Irlanda
  6. Austria
  7. Portogallo
  8. Singapore
  9. Finlandia
  10. Giappone

L'articolo La classifica dei Paesi più sicuri al mondo dove viaggiare nel 2026: l’Islanda resta sul podio, male l’Italia in calo. Nella top 10 anche Austria e Irlanda proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ho vinto un reality e 100 mila euro di premio ma non ho potuto parlarne pubblicamente per vicende legali”: la rivelazione di Davide Donadei

A quasi due anni di distanza, Davide Donadei è tornato a parlare di The Social Home, reality a cui aveva partecipato e che, a suo dire, aveva vinto. Lo ha fatto con un lungo post pubblicato sui social, spiegando di aver scelto il silenzio fino a oggi per via di questioni legali ancora aperte.

“Questa è la foto di quando ho vinto The Social Home“, scrive a corredo di uno scatto che lo ritrae con una coppa. Donadei racconta che il format prevedeva circa venti concorrenti, inizialmente divisi in squadre e poi sottoposti a eliminazioni progressive fino alla finale.

Secondo il suo racconto, però, il reality non avrebbe mai completato il percorso previsto. “Ho vinto il reality e anche un premio di circa 100 mila euro, ma purtroppo non tutte le persone agiscono con correttezza. Io, insieme a molti altri concorrenti e professionisti coinvolti nel progetto, alcuni anche molto conosciuti nel mondo social e televisivo, ci siamo ritrovati con una grande delusione”.

L’ex tronista fa poi riferimento a presunte analogie con The Fifty: “Fa ancora più effetto ripensarci oggi, vedendo format come The Fifty su Amazon, perché le somiglianze sono davvero tante”.

Non manca il riferimento a vicende giudiziarie ancora in corso: “Per molto tempo, per vicende legali ancora in corso, non ho potuto parlarne pubblicamente”. Nonostante tutto, Donadei rivendica con orgoglio quell’esperienza: “Una cosa nessuno potrà mai togliermela: quel programma l’ho vinto io”.

L'articolo “Ho vinto un reality e 100 mila euro di premio ma non ho potuto parlarne pubblicamente per vicende legali”: la rivelazione di Davide Donadei proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali, da Donnarumma a due ex Napoli: la Top 11 degli assenti vale più di 700 milioni di euro

Da possibili protagonisti a grandi assenti. Che sia per un infortunio, per scelta tecnica o per la mancata qualificazione della propria nazionale, la Top 11 degli esclusi dai Mondiali 2026 – secondo i dati di Transfermarkt – vale esattamente 722 milioni di euro.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Mondiali 2026, tutti i convocati e le formazioni tipo
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
La mappa dei Mondiali: 16 città, 4 fusi orari

I grandi assenti

Per comporre la formazione dei grandi assenti abbiamo pensato a un 4-2-3-1. La porta è occupata da Donnarumma (45 milioni di euro), tra i portieri più forti del mondo. Ma ancora a secco di Mondiali giocati con gli Azzurri. Sugli esterni ci sono due eccellenti esclusioni: aveva scelto il Real Madrid per sviluppare la sua versione migliore. E invece, la stagione di AlexanderArnold (60 milioni di euro) è stata sotto le aspettative. Non convocato dall’Inghilterra, la stessa decisione è stata presa dalla Francia nei confronti di Kalulu (nonostante l’ottimo campionato con la Juventus, e infatti il valore di 32 milioni di euro non è un caso). La coppia di centrali di questa ipotetica Top 11 resterà a casa per colpa di un infortunio: De Ligt (30 milioni di euro) sarà l’uomo in meno per l’Olanda del ct Koeman, Militao (20 milioni di euro) per il Brasile. Il centrocampo vale esattamente 150 milioni di euro. Szoboszlai non si è qualificato con la sua Ungheria, mentre Camavinga non è stato scelto dalla Francia.

Un attacco da quasi 400 milioni

I quattro davanti potrebbero tranquillamente portare qualsiasi squadra a vincere qualsiasi tipo di trofeo. Ci sono i due grandi esclusi dell’Inghilterra del ct Tuchel, Palmer e Foden (100 e 70 milioni di euro). E poi i due ex Napoli: il primo è stato nominato MVP dell’ultima Champions League, l’altro ha segnato più di 20 gol in questa stagione. Georgia e Nigeria non si qualificano, e con loro anche Kvaratskhelia (140 milioni di euro) e Victor Osimhen (75 milioni di euro).

La panchina di lusso

Non solo la Top 11. Anche la panchina regala esclusioni notevoli e giocatori che hanno perso l’ultima occasione per poter disputare un Mondiale. Tra questi impossibile non citare Robert Lewandowski, assente a causa della mancata qualificazione della sua Polonia. Ci sono poi Ter Stegen, Griezmann, Dybala e Luis Suarez che, invece, non sono partiti per gli Stati Uniti – rispettivamente con Germania, Francia, Argentina e Uruguay – per scelta tecnica. Menzione speciale per Ederson dell’Atalanta, rimasto fuori dalla lista del Brasile del ct Ancelotti, e per Nicolò Barella, fermato dalla Bosnia nello spareggio playoff. Georgia, Danimarca e Nigeria non vanno ai Mondiali e così anche Mamardashvili, Højlund e Lookman saranno costretti a seguire le partite dal divano di casa. Poi c’è l’imprevisto infortunio: l’Olanda dovrà fare a meno di Xavi Simons (per una lesione al legamento crociato del ginocchio destro), la Seleção di Rodrygo (per la rottura del crociato) e la Francia di Ekitike (per la rottura del tendine d’Achille).

L'articolo Mondiali, da Donnarumma a due ex Napoli: la Top 11 degli assenti vale più di 700 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Non mi fidanzerò mai più con un atleta, ho fatto una lista di 33 punti non negoziabili con i requisiti necessari”: l’annuncio di Morgan Riddler dopo la rottura con il tennista Taylor Fritz

Dopo quasi sei anni di relazione e una vita trascorsa a bordo campo per sostenere il tennista Taylor Fritz, l’influencer Morgan Riddle chiude definitivamente il capitolo sentimentale legato agli sportivi professionisti. La rottura tra i due ventottenni, avvenuta ad aprile e confermata in esclusiva dalla rivista People, segna l’inizio di una nuova fase per la creatrice di contenuti, che ha voluto mettere in chiaro una regola imprescindibile per il suo futuro: il prossimo partner non dovrà in alcun modo essere uno sportivo.

Il veto sugli atleti e i requisiti per il futuro

In una recente intervista rilasciata a Elle, Riddle ha tracciato il profilo per le sue prossime relazioni, elencando una serie di caratteristiche specifiche e lontane dalle dinamiche del circuito agonistico. L’influencer ha precisato di essere alla ricerca di un compagno in grado di garantire “allineamento politico, obiettivi di vita condivisi, intimità intellettuale”: “Ho fatto una lista di 33 punti non negoziabili – ha chiarito -. Ci sono cose basilari come la condivisione di idee politiche, obiettivi di vita comuni, intimità intellettuale, niente scommesse sportive o giochi d’azzardo, solo persone che mi rendono felice”. A queste prerogative ha affiancato un’esclusione categorica, dichiarata in modo esplicito alla testata: “Non uscirò mai più con un atleta”.

L’annuncio atipico e i rapporti con l’ex

La fine della storia era emersa pubblicamente in modo inusuale: Riddle aveva pubblicato sui propri canali social un’immagine che la ritraeva con indosso una maglietta con la scritta “World’s Best Ex-Girlfriend” (La migliore ex fidanzata del mondo). Nelle settimane seguenti, ha condiviso vari contenuti legati alla fine dell’amore e alla sua nuova quotidianità, rifiutando però di conformarsi ai comunicati standard utilizzati dai personaggi pubblici in occasione delle rotture.

“Quando finiscono le relazioni pubbliche, è prassi fare una sorta di dichiarazione su Instagram o un video”, ha spiegato l’influencer. “Ho provato a scriverla un paio di volte e mi sono detta: ‘Questa non sono io'”. Nonostante l’assenza di un comunicato congiunto formale, Riddle ha chiarito che lei e l’ex compagno sono rimasti “in buoni rapporti”. Sulle dinamiche dell’allontanamento, però, le informazioni fornite a People presentano versioni divergenti: una fonte sostiene che sia stata la stessa Riddle a chiudere la storia, mentre un’altra definisce la separazione come una decisione reciproca.

La popolarità nel tennis e la difesa di Fritz

Fritz e Riddle avevano iniziato a frequentarsi nel giugno del 2020. L’influencer si era integrata rapidamente nelle logiche del circuito professionistico, guadagnando una forte esposizione mediatica grazie a un video virale su TikTok in cui dichiarava che la sua missione era “rendere il tennis di nuovo cool”. L’iniziativa aveva sollevato le critiche dei tifosi più tradizionalisti, ma Fritz si era esposto pubblicamente per difenderla durante una conferenza stampa al torneo Indian Wells Masters del 2022: “Penso che quello che ha fatto sia stato fantastico per il nostro sport. Ha attirato l’attenzione di un sacco di persone”, dichiarò all’epoca il tennista. “Non capisco come qualcuno possa arrabbiarsi per questo. Sono io il giocatore professionista, sono io che faccio questo per vivere, e sono d’accordo al 100 percento con tutto ciò che c’è in quel video”.

L'articolo “Non mi fidanzerò mai più con un atleta, ho fatto una lista di 33 punti non negoziabili con i requisiti necessari”: l’annuncio di Morgan Riddler dopo la rottura con il tennista Taylor Fritz proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Sollievo o scisma? Le reazioni all’uscita di Pina Picierno dal Pd mostrano quant’è debole la sinistra

L’addio al Pd di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e vessillifera dei “riformisti” (la versione politica del Sarchiapone, tutti ne parlano, nessuno l’ha mai visto), ha innescato un doppio standard di commenti e una polemica che definisce una volta di più l’accorante vacuità del personaggio e, purtroppo anche la debolezza della sinistra italiana, altra e differente versione di un Sarchiapone che annaspa alla ricerca di sé stesso.

Giubilo e sollievo da parte dei tanti che non sopportavano gli attacchi reiterati della Picierno alla segretaria Schlein, il suo aperto parteggiare per la guerra in Ucraina, l’appoggio entusiasta ad Israele, concentrato nella sedicente “sinistra per Israele” con Fassino e Fiano, Delrio e Gori e l’intera compagnia di giro che infesta da destra gli equilibri interni del partito democratico. Sorvolo sulle ragioni addotte che hanno “costretto” all’abbandono della casa madre la pasionaria di Santa Matria Capua Vetere, inducendola ad abbracciare a Bruxelles il gruppo di Renew Europe che annovera come presidente il francese Bayrou, già primo ministro di Macron, come segretario Sandro Gozi, preclara figura di banderuola politica passati attraverso il partito radicale di Pannella, il Msi, il Pd, Italia Viva, i repubblicani, di nuovo i radicali ma transanzionali fino all’elezione in Francia al Parlamento europeo. La Trimurti che accoglie Picierno è completata alla vicepresidenza da un’altra vecchia conoscenza del “riformismo” camaleontico de’noantri: Teresa Bellanova, una signora con la licenza media passata dal Ds al Pd a Italia Viva, ex sindacalista dei braccianti agricoli del Sud, dunque presunta, assai presunta difensora dei diritti dei più deboli. Un bel pot pourri attende Picierno. Che innalza lo stendardo del liberalismo europeo, fratello gemello del “riformismo”, si porta su tutto e in tutte le stagioni…

Sul versante opposto i fans della Pina esecrano la svolta politica troppo radicale, impressa – accusano – da Schlein al Partito democratico. Il quadro dipinto dai sodali di Picierno inneggia allo scisma e preconizza la sconfitta del Pd e dunque del campo largo alle prossime politiche. Senonché Schlein, poveretta, è tutt’altro che una bomba incendiaria. Anzi, Procede con i piedi di piombo, reitera il ritornello del “sono ostinatamente unitaria” e non replica agli attacchi domestici portati da chi la vorrebbe più decisa nello sbarazzarsi degli oppositori, e chi, sull’altro versante, le rimprovera di non prestare ascolto alle voci dissenzienti. Povera Elly, strattonata di qua e di là, volenterosa domatrice di un partito non plurale come vorrebbe la consolatoria retorica dei suoi celebranti, bensì una congrega di battitori liberi in competizione perenne con la segreteria. A Bruxelles il Pd è allineato alle posizioni belliciste dalla commissione von der Leyen sull’Ucraina. Una divaricazione non trascurabile col M5S che vota sempre con Avs e Lega contro gli aiuti a Zelenski.

Quanti elettori andati alle urne per difendere la Costituzione ci torneranno per sbarrare sulla scheda uno dei simboli dei partiti del campo progressista? Il punto politico sta tutto qui. I vincitori del referendum si sono addormentati sulla certezza di aver aperto la strada alla riscossa del centrosinistra. Errore fatale, già comprovato dai risultati delle recenti amministrative. L’elettorato giovane non abbocca alle chiacchiere, alle fumisterie. E’ sensibile ai temi epocali: pace, clima, risorse energetiche, diritti. Quei ragazzi attendono proposte chiare, ultimative, vincolanti dai partiti che le formulano. Non è più tempo di sofismi, di sotterfugi dialettici, di politichese e di parole soppesate col bilancino. Vanno assunti impegni radicali, ci si deve schierare: o di qua o di là. Sul nucleare come si pongono il Pd e i suoi alleati, compreso od escluso Renzi che al referendum sulla Giustizia aveva votato Sì e approva il nucleare proposti dal governo Meloni? Le sanzioni ad Israele sono o no un’opzione praticabile per l’Italia? Le piazze in subbuglio attendono un padrinato politico che ne rappresenti e ne rafforzi le istanze nelle sedi istituzionali, in cui il Potere decide le sorti di tutti. Che ci aspetta a rispondere a questa chiamata? L’Albania insegna.

Se il popolo fa massa critica, il Potere si arrende e viene a patti. Chi avrebbe immaginato che Rama, l’amico della Meloni, cedesse alle oceaniche proteste di piazza e revocasse l’accordo capestro che avrebbe trasformato un pezzo pregiato del territorio albanese nel resort di lusso del genero di Donald Trump? Ebbene, è accaduto.

L'articolo Sollievo o scisma? Le reazioni all’uscita di Pina Picierno dal Pd mostrano quant’è debole la sinistra proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dl accise, non passano lo stop al pignoramento dei conti correnti e l’emendamento Lotito per riaprire la sanatoria fiscale per le partite Iva

Débâcle per la maggioranza in commissione Finanze del Senato: per problemi di copertura mercoledì sono stati ritirati sia l’emendamento Lotito che puntava a riaprire la sanatoria riservata alle partite Iva che aderiscono al nuovo biennio del concordato preventivo biennale con le Entrate sia quello della Lega che bloccava il pignoramento dei conti correnti per i contribuenti in regola con rottamazioni o rateizzazioni fiscali. Il giorno prima il partito di Matteo Salvini aveva dovuto dire addio anche alla riapertura della rottamazione quater per chi era decaduto e all’allargamento della quinquies anche ai debiti nati da accertamento, esclusi dalle norme inserite nell’ultima legge di Bilancio.

Solo la proposta a prima firma del senatore di Forza Italia e presidente della Lazio è stata ripescata trasformandola in un ordine del giorno: per le coperture “il governo si è impegnato a trovare una soluzione”, ha fatto sapere il presidente della Commissione, Massimo Garavaglia. Il fatto è che il nuovo regalo alle partite Iva a cui si applicano gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa), il 53% delle quali stando a quelle “pagelle” è inaffidabile, costerebbe caro. L’emendamento ritirato prevedeva infatti per i soggetti Isa che aderiscono al concordato per il biennio 2026-2027 potessero adottare il regime di ravvedimento speciale versando l’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e delle relative addizionali, nonché dell’imposta regionale sulle attività produttive.

Il ravvedimento, val la pena di ricordare, è di fatto un condono forfettario: ha permesso a chi ha accettato la proposta di reddito dell’Agenzia delle Entrate per il biennio 2024-2025 di mettersi in regola per eventuali redditi evasi tra 2018 e 2023 pagando un’imposta sostitutiva dell’Irpef del 10, 12 o 15% – crescente al diminuire dell’indice di affidabilità fiscale – sul reddito già dichiarato incrementato di una quota fissa legata sempre al punteggio Isa: dal 5 (per chi ha Isa pari a 10) al 50% (in caso di Isa sotto il 3). Quei contribuenti dunque hanno sanato il nero pregresso sborsando una minuscola percentuale delle imposte evase, peraltro con la comoda opzione delle 24 rate mensili. Predita prevista per le casse pubbliche: quasi 1 miliardo. Riproponendo il regalo, il conto salirebbe.

In attesa di capire come si muoverà il governo, le uniche modifiche sostanziali incassate dalla maggioranza sono l’allungamento dei tempi per versare il dovuto in caso di adesione alla rottamazione quinquies e di quello per le definizioni agevolate decise dagli enti locali: i debitori avranno tempo per aderire fino al 15 dicembre (prima la scadenza era il 31 ottobre).

L'articolo Dl accise, non passano lo stop al pignoramento dei conti correnti e l’emendamento Lotito per riaprire la sanatoria fiscale per le partite Iva proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Omer Bartov a La7: “A Gaza è genocidio, chi vede e non agisce ne è complice. Definire antisemitismo il rifiuto del sionismo è una sciocchezza”

“La mancata pubblicazione del mio libro in Israele? La dice lunga sulla mentalità del paese nel quale sono nato e cresciuto, un paese che non è disposto a sentirsi dire la verità su quello che sta accadendo al suo interno, il che ci porta al tema del genocidio a Gaza“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo, su La7, da Omer Bartov, uno dei massimi storici contemporanei e accademico israelo-americano di fama mondiale per i suoi studi sull’Olocausto. Il suo ultimo libro, “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele”, appena uscito per Laterza e già tradotto in decine di lingue, resta invisibile nelle librerie di Tel Aviv e Gerusalemme: nessuna casa editrice israeliana ha voluto pubblicarlo.
Bartov non nasconde il rammarico per questo silenzio editoriale, evidenziando come l’impossibilità di veder uscire il volume in ebraico sia sintomatica di una chiusura mentale preoccupante.

Alla conduttrice Lilli Gruber, che gli chiede perché a Gaza c’è un genocidio, Bartov ricorda che non è un’opinione, ma un crimine definito con precisione dalla Convenzione dell’Onu del 1948, firmata da Israele come dall’Italia, dalla Francia, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Chi riconosce che sta avvenendo ha l’obbligo giuridico di agire; chi tace o nega diventa complice.
Tutti gli Stati firmatari che vedono un genocidio accadere – spiega lo storico – sono obbligati ad agire; se non lo fanno, diventano complici del suo svolgimento. Quando si identifica il genocidio, non si individua soltanto un particolare crimine, cioè il tentativo di distruggere un gruppo in parte o totalmente in quanto tale. Si sta anche dicendo che c’è un impegno da parte della Comunità internazionale, che si è raggiunto dopo i crimini dei nazisti e dopo l’Olocausto per impedire questi tentativi di distruggere gruppi e nazioni, interamente o parzialmente”.

L’analisi di Bartov si spinge oltre la cronaca militare, toccando la carne viva della struttura sociale israeliana. A differenza dei crimini di guerra, che possono essere circoscritti all’operato di un singolo generale o di un’unità, il genocidio è descritto come un vero e proprio “evento sociale” che chiama in causa l’intera popolazione. In un Paese caratterizzato dalla leva obbligatoria, dove i soldati sono i figli e le figlie di quasi ogni famiglia, l’attività bellica diventa un’esperienza collettiva inscindibile dall’identità nazionale.
Tutti fanno parte di questo evento – osserva lo storico – Quelli che lo compiono, quelli che lo negano e quelli che non fanno nulla a riguardo. Israele si trova oggi in una fase forte di profonda negazione“.
Con estrema lucidità, lo storico respinge infine l’accusa che equipara ogni critica al sionismo e a Israele a una forma di antisemitismo: “Francamente questa è una sciocchezza, non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento verso gli ebrei, ma con il rifiuto di una specifica ideologia che non è più sostenibile”.

L'articolo Omer Bartov a La7: “A Gaza è genocidio, chi vede e non agisce ne è complice. Definire antisemitismo il rifiuto del sionismo è una sciocchezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Povertà e assenza di reti alimentano i maltrattamenti infantili: Emilia-Romagna la Regione più attenta, criticità al Sud

Una delle principali cause che alimenta il maltrattamento infantile oggi è la povertà relazionale, cioè la più generale mancanza di adulti di riferimento, legami significativi, comunità e spazi sicuri, che espone bambini e bambine a isolamento, disagio e, appunto, possibili abusi. Ad aumentare i rischi, ci sono l’instabilità economica, la disoccupazione e persino l’inflazione, che mettendo a rischio la salute mentale degli adulti incidono sulla sicurezza dei minorenni. È quanto emerge dalla settima edizione dell’“Indice regionale sul maltrattamento e la cura dell’infanzia in Italia” della Fondazione Cesvi (organizzazione umanitaria laica e indipendente) e presentata oggi a Roma alla presenza, tra gli altri, della presidente e del direttore generale di Cesvi, Ilaria Dallatana e Stefano Piziali e della ministra Eugenia Roccella. L’Indice, che si basa su 65 indicatori, non misura il numero dei casi di maltrattamento, ma la capacità delle regioni di contrastarlo con politiche pubbliche e servizi territoriali. Cura, salute, sicurezza, conoscenza, lavoro e accesso ai servizi sono le sei capacità analizzate.

La crescita degli abusi emotivi

Il messaggio è netto: la povertà non è solo la mancanza di risorse materiali, ma anche la carenza o il deterioramento di relazioni significative e di adulti e comunità capaci di proteggere. Solitudine, assenza di ascolto, fragilità dei legami familiari, mancanza di amici e scarsa presenza di adulti che intercettino il disagio. “Il maltrattamento dell’infanzia non è un fenomeno confinato alle mura domestiche, ma una sfida collettiva che affonda le radici nelle condizioni relazionali e sociali in cui bambini e famiglie vivono”, afferma Stefano Piziali. Se la famiglia è il primo spazio di protezione emotiva, può essere però intaccata da criticità, come conflitti di coppia, tensioni economiche e carichi di lavoro. Fondamentali le relazioni tra pari, anch’esse però potenzialmente segnate da esperienze dolorose come bullismo, razzismo e omofobia.

Secondo l’OMS, gli abusi si distinguono in fisico, sessuale, emotivo e trascuratezza. L’abuso emotivo è la forma più frequente (36,3%), seguito da quello fisico (22,6%) e sessuale (12,7%). Quest’ultimo colpisce più le bambine (18% contro il, 7,6% dei maschi). I reati contro minorenni in Italia hanno raggiunto 7.204 casi nel 2024 (+35% nell’ultimo decennio). Nel 2023 i servizi sociali in Italia seguivano oltre 113.000 minorenni vittime di maltrattamento (+58% rispetto al 2018). “Ma la violenza sui minorenni”, spiegano dal Cesvi, “è ancora fortemente sottostimata, a causa della paura, della vergogna e anche della normalizzazione culturale delle pratiche violente”. Le conseguenze sono gravissime, sia nel breve che nel lungo periodo: oltre a lesioni e infezioni, anche ansia, depressione, aggressività, disturbi del sonno, disturbo post traumatico da stress, compromissioni di sviluppo cognitivo e relazioni sociali, autolesionismo, abbandono scolastico, tentativi di suicidio.

Nord-sud, le differenze che pesano

L’Indice regionale analizza fattori di rischi e servizi delle singole regioni, mettendo in evidenza grandi disparità territoriali. La regione con la migliore capacità complessiva di fronteggiare il tema del maltrattamento all’infanzia è l’Emilia-Romagna, seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. Le regioni che presentano maggiori criticità sono, invece, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Le regioni che presentano una situazione negativa sono quelle in cui i fattori di rischio si combinano a servizi sotto la media. E non a caso i servizi a sostegno della genitorialità (pratici e psicologici), in ripresa dopo la pandemia, raggiungono in Italia 144.627 utenti, 495 ogni 100.000 abitanti: ma sono molto più diffusi al nord (741) rispetto al centro e al sud (322,1 e 271 sempre ogni 100.000 abitanti).

In generale, gli utenti dei servizi sociali professionali (bambini e adulti) registrano un aumento dopo la pandemia (da 725.440 del 2018 a 775.220 nel 2022 (+6,9%). L’assistenza domiciliare per famiglie e minorenni cresce ma resta inferiore al 2018: 32.281 utenti (-8,3%). Aumenta anche il numero di utenti dei servizi sociali per dipendenze (da 21.408 a 27.261) e il tasso di dimissioni ospedaliere per disturbi psichici tra minorenni (da 5,5 a 8,1 dimissioni nel 2023 ogni 10.000 abitanti). Scende il numero assoluto dei pediatri, da 7.499 a 6.962.

Rafforzare le ‘antenne sociali’

Sulla base dei dati, Cesvi invita, per contrastare povertà relazionale e maltrattamenti, a rafforzare gli spazi educativi e di aggregazione, sostenere le famiglie, valorizzare il ruolo della scuola e promuovere reti territoriali integrate tra servizi, terzo settore e comunità locali, mettendo il minorenne al centro di una vera ‘comunità di cura’. Anche il quartiere può essere decisivo: centri diurni, biblioteche, campetti sportivi possono diventare fattori protettivi. “Occorre rafforzare quelle che definiamo ‘antenne sociali’, cioè pediatri, insegnanti e operatori sociali che intercettino la vulnerabilità prima che si trasformi in maltrattamento e per questo serve anche più formazione degli operatori”, afferma sempre Piziali. Proprio in quest’ottica, Cesvi ha sviluppato un programma di “Case del Sorriso” in contesti territoriali fragili come i quartieri periferici di Napoli, Bari, Siracusa ma anche Milano, offrendo sostegno psicologico, supporto alla genitorialità, sport, proposte educative. Per rafforzare socialità, protezione e senso di appartenenza.

L'articolo Povertà e assenza di reti alimentano i maltrattamenti infantili: Emilia-Romagna la Regione più attenta, criticità al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il ritorno da eroe di Artan, l’arbitro somalo escluso dai Mondiali: “Non mi scoraggio, nel 2030 sarò presente”. Gli Usa: “Legato a organizzazioni terroristiche”

Un centinaio di persone hanno accolto questa mattina all’aeroporto di Mogadiscio, in un clima di festa con molte bandiere del Paese, il rientro in Somalia dell’arbitro Omar Artan, respinto nei giorni scorsi alla frontiera statunitense dopo esser stato designato dalla Federcalcio africana per partecipare ai Mondiali del 2026. “Sarò presente ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia – ha dichiarato ai giornalisti presenti -. Nonostante quello che mi è successo, non mi lascio scoraggiare“. Artan è stato infatti eletto nel 2025 come miglior arbitro di tutta l’Africa e ha anche diretto la finale della Champions League africana.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Mondiali 2026, tutti i convocati e le formazioni tipo
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
La mappa dei Mondiali: 16 città, 4 fusi orari

Proprio quando stava per partire per gli Usa, dove avrebbe dovuto arbitrare le partite dei Mondiali, è stato bloccato e rispedito in patria. Prima è stato sottoposto a una serie di controlli lunghissimi e a un interrogatorio per circa 11 ore. L’arbitro ha riferito al New York Times di aver ricevuto domande sulla situazione politica della Somalia e in particolare sulle attività terroristiche dell’organizzazione Al-Shabab. Il direttore di gara ha difeso la propria causa mostrando documentazioni e immagini di lui in campo ad arbitrare per fugare ogni dubbio: missione fallita. Dopo l’interrogatorio, Artan ha detto di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno.

Dopo i controlli approfonditi dell’U.S. Customs and Border Protection, le autorità americane hanno negato il visto. L’arbitro è stato costretto a salire di nuovo su un aereo per far ritorno in patria e a Mogadiscio è stato accolto come un eroe, come mostrano i video pubblicati sui social. La Fifa immediatamente si è svincolata dalla questione, spiegando che la decisione su chi deve entrare spetta al Paese ospitante. Nel frattempo, un funzionario del Dipartimento di Stato americano parlando con i media francesi ha dichiarato che l’arbitro era “legato a presunti membri di organizzazioni terroristiche” e che dunque “il viaggiatore non era idoneo all’ingresso negli Stati Uniti”. Come spiega però il New York Times, potrebbe trattarsi di un clamoroso caso di omonimia, visto che Artan ha più volte ribadito di non sapere nulla di organizzazioni terroristiche e di essere solo un arbitro di calcio.

La decisione è stata presa “per ottime ragioni”, si è limitato a dire Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force Fifa della Casa Bianca. “Ci sono cose di cui non possiamo parlare. Posso dire che chiunque parli con ‘soggetti negativi‘ che mirano a danneggiare gli Stati Uniti non saranno ammessi nel nostro paese. Non permetteremo che un torneo di calcio, anche se enorme, diventi una minaccia per gli americani. Siamo orgogliosi del lavoro che è stato fatto sinora a livello di visti: vogliamo che ci sia massima sicurezza per tutti”, ha aggiunto a Sky News.

L'articolo Il ritorno da eroe di Artan, l’arbitro somalo escluso dai Mondiali: “Non mi scoraggio, nel 2030 sarò presente”. Gli Usa: “Legato a organizzazioni terroristiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Patrimoniale, Meloni attacca Schlein: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo per farlo avere agli italiani”

“Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici”. Intervenendo all’assemblea di Confcommercio a Roma, Giorgia Meloni chiama l’applauso facile ribadendo la sua contrarietà a una nuova imposta patrimoniale, in questi giorni oggetto di dibattito nel centrosinistra dopo l’apparente apertura della segretaria Pd Elly Schlein (di fatto rinnegata pochi giorni dopo). La premier rivendica di aver “lavorato molto per rafforzare il potere d’acquisto degli italiani”: “Abbiamo agito su più fronti, il primo dei quali è stato il taglio delle tasse sul costo del lavoro. Siamo partiti ovviamente dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione, non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più, particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo”, afferma. Tra i risultati vantati da Meloni di fronte alla platea dei commercianti c’è la chiusura d’ufficio di 24mila attivitàapri e chiudi“, “ovvero quelle attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco. Un risultato importante per lo Stato e gli imprenditori onesti che non meritano di subire la concorrenza sleale di chi magari, dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale. Non si può fare. Il messaggio che vogliamo lanciare a tutti è che questa non è la Repubblica delle banane. Qui si rispettano le regole”, arringa la leader di FdI.

Prima di salire sul palco dell’Auditorium della Conciliazione, la premier applaude e fa segno di convididere con ampi cenni un passaggio del discorso del presidente Carlo Sangalli, quando dice, in riferimento all’Italia, che “raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti”. “Davvero, presidente, devo ringraziarti per averlo detto”, afferma la premier. “Sarebbe chiaramente intellettualmente disonesto dipingere l’Italia come una nazione nella quale i problemi sono stati risolti. Però io considero ugualmente disonesto dover per forza sminuire il quadro incoraggiante che i dati macroeconomici ci restituiscono. A me dispiace quando questa nazione si dipinge come spacciata, perché il quadro macroeconomico e anche molti osservatori fuori dai nostri confini nazionali raccontano invece una nazione che, pur nella peggiore congiuntura degli ultimi decenni, non solo ha resistito ma ha rilanciato. Nonostante il pessimismo cosmico che domina il racconto, questa nazione non si è fatta spaventare. Ha invece tirato fuori il suo carattere, come sempre accade all’Italia. L’Italia è così. L’Italia è una nazione che tira fuori il carattere quando le cose vanno male”.

L'articolo Patrimoniale, Meloni attacca Schlein: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo per farlo avere agli italiani” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

È morta a 66 anni Patrizia Caselli, la conduttrice che portò la cronaca nera in tv: il grande amore con Bettino Craxi, poi la rivelazione choc sulla malattia

Se n’è andata in punta di piedi, senza mai tradire il suo stile, Patrizia Caselli. La conduttrice tv è morta la notte scorsa, a 66 anni, dopo due anni di malattia lenta e dolorosa: un tumore ai polmoni al terzo stadio, che rivelò lei stessa in una lunga intervista al Corriere della Sera. “Sono terrorizzata, non sono pronta a lasciare niente”, ammise senza giri di parole due anni fa esatti. Lascia un figlio, François, che aveva adottato con l’ex marito, il medico Alberto Bossi, e il ricordo di una carriera di successo interrotta per seguire ad Hammamet il suo grande amore: Bettino Craxi.

ADDIO A PATRIZIA CASELLI, LA CONDUTTRICE CHE PORTÒ LA CRONACA NERA IN TV

Da giovane campionessa di atletica leggera, Patrizia Caselli – nata a Udine il 13 maggio del 1960 -, si ritrovò a fare la modella. Dopo un brutto incidente fu costretta a lasciare lo sport e cominciò a sfilare per Nina Ricci. Nel frattempo, muoveva i primi passi sulle tv locali, nelle pubblicità ma anche nella musica (incise alcuni 45 giri) e soprattutto nel teatro. Fu lì che Walter Chiari la vide e la chiamò per un provino: senza saperlo, sarebbe cominciata una delle grandi storie d’amore della sua vita. Lei aveva 19 anni, lui 36: “Abbiamo fatto insieme tournée di straordinario successo. Hai mai provato nell’acqua calda? è durato tre anni non tre giorni. E, poi, ridevamo tanto”. Nel 1987 debutta in tv, prima in coppia con Chiari, su Rai2, poi al fianco di Luciano Rispoli nel programma La rete. Ma il grande successo arrivò nel 1991, da conduttrice con Piero Vigorelli del contenitore pomeridiano di cronaca Detto tra noi: tre edizioni fino al 1994, anno in cui il programma si trasformò in La vita in diretta.

LA STORIA CON WALTER CHIARI E L’AMORE PER IL FIGLIO FRANÇOIS

Risate, tradimenti, successi e persino un’indagine per traffico di droga. La storia tra la Caselli e Chiari fu una montagna russa che appassionava le cronache rosa dell’epoca. “Negli ultimi anni, spariva anche due, tre giorni, era depresso: l’uso della cocaina era aumentato. Io ero giovane, non sapevo come aiutarlo, provavo a sottrarmi, ma mi mancava”, ammise al Corriere della Sera. Nell’estate del 1985, il colpo di scena: la coppia viene indagata per traffico di droga. Il cosiddetto pentito era lo stesso di Enzo Tortora: Gianni Melluso, che vendeva memoriali dal carcere a cinque, dieci milioni. Ma andai dal Pm e, agenda alla mano, gli dimostrai che io e Walter non eravamo affatto nei posti indicati da Melluso nelle date indicate da Melluso. Ne dimostrai l’inattendibilità, cosa poi decisiva per scagionare anche Tortora. Per Walter fu comunque un brutto colpo: tv e cinema iniziarono a chiamarlo meno”. Un po’ alla volta anche il loro amore sfiorisce. A proposito di amore, quello vero e puro si chiama François e oggi ha 19 anni: è il figlio che lei e l’ex marito Alberto Bossi hanno adottato in Congo e che la conduttrice ha definito “il mio passaggio nel mondo”. “Per me, essere un genitore adottivo unisce più del legame di sangue, per l’esercizio continuo di non cadere nel vuoto che abbiamo entrambi: mi mancano i tre anni in cui nessuno lo ha cullato, accudito. Con questo vuoto fai i conti, non lo ripari”.

LA RIVELAZIONE CHOC SULLA MALATTIA: UN TUMORE ATERZO STADIO

Nel giugno del 2024 parlò per la prima volta della malattia: un carcinoma al polmone, al terzo stadio, scoperto nel febbraio dello stesso anno. “Sono terrorizzata, non sono pronta a lasciare niente, non solo un figlio”, ammise al Corriere. Al Policlinico di Milano le asportarono mezzo polmone destro e dei linfonodi trovati in metastasi, cosa che non si aspettava neppure il medico. “Quello è stato il momento più brutto. Avevo sperato che non fosse necessaria la chemio, ma ora l’ho cominciata. L’altro momento brutto è stato dirlo a François. Mi ha risposto ‘supereremo anche questa’. È la frase che ci siamo ripetuti anche durante la difficile separazione da suo padre”. Da quel momento non rilasciò più interviste né ci furono aggiornamenti sulle sue condizioni di salute.

IL GRANDE AMORE CON CRAXI

“Fra noi iniziò a dicembre 1990. Tredici mesi dopo, iniziò Tangentopoli. Ho vissuto di quest’uomo il momento più crepuscolare”. Comincia così una delle rare confessioni di Patrizia Caselli sull’amore con Bettino Craxi, in una delle ultime interviste, rilasciata al Corriere. Tutto era cominciato proprio “per colpa” di Walter Chiari, convinto di essere stato lasciato da lei per mettersi con l’allora premier (l’attore scrisse una lettera alla moglie di lui, la signora Anna). Un giorno Craxi la convoca nel suo ufficio di Milano e le dice: “Bisogna che spieghi al tuo fidanzato che ho già problemi, ci manca solo che mi mettano in conto amanti inesistenti. Lo informai che ci eravamo lasciati da due anni. Scoprii poi che Walter andava dicendo: se stesse con chiunque altro potrei riconquistarla, ma sta con Bettino”. Poi ricordò della scintilla che scattò la prima volta da Craxi, al Raphaël (c’era anche la sera del lancio delle monetine, solo che lei uscì dal retro dell’hotel): “Ho ritrovato i miei stessi libri, lo stesso odore che riconoscevo come mio. Ricordo di aver pensato: qua mi frego”. A distanza di tempo, Craxi le confessò “che per un anno mi aveva ricevuta solo in ufficio per evitare ‘di fare un macello’”.

L’ADDIO ALLA TV E GLI ANNI IN TUNISIA (FINO ALLA MORTE DI BETTINO)

All’epoca dell’incontro con Craxi, la Caselli era un volto in grande ascesa – “avevo portato la cronaca nera nel pomeriggio di Raidue con grandi ascolti” – ma non voleva “passare come l’amante di Craxi”. Ma proprio quando la sua carriera stava per fare il grande salto, lei decise di lasciare la tv per seguire l’amore: “Pensai solo a come liberarmi del contratto Rai, dalla seconda edizione di Se fosse, la domenica. Craxi mi diceva: non ho nulla da offrirti. Ma sono felice di averlo seguito perché oggi posso dire: alla fine, sono una donna di sentimenti; per amore, faccio saltare il banco”. A quel punto va a vivere ad Hammamet, stando attenta a non andare nei posti frequentati dalla moglie di Craxi. Lui però “cercava ogni giorno di pranzare o cenare con me. Ho cambiato casa otto volte: una volta, avevo trovato tutto sottosopra e un machete sul letto; un’altra, alla mia donna di servizio qualcuno aveva chiesto di consegnare le carte che buttavo nei cestini…”, raccontò al Corriere.

A Monica Setta, nell’ultima intervista in tv a Storie di donne al bivio (sempre nel giugno del 2024), raccontò dettagli inediti, come le giornate passate in una capanna sulla spiaggia di Saloom “dove arrostivamo cotolette e passavamo ore a baciarci con la scorta che restava distante a mezzo chilometro”. E ancora di come Craxi esprimeva i suoi sentimenti per lei (che pure negli anni aveva saputo della presenza di altre donne, tra cui Moana Pozzi). “Se mi diceva ti amo? Non era il suo lessico abituale ma dopo anni ad Hammamet mi confessò di non poter fare a meno di amarmi”. Ecco perché la Caselli ci rimase male quando uscì Hammamet, il film di Gianni Amelio: “È stato deciso che io non dovessi esserci. C’è una donna interpretata da Claudia Gerini che sta un giorno, ma io c’ero sempre. C’ero quando cantavamo le canzoni napoletane: la preferita era quella delle spingule francesi. C’ero nei suoi ultimi giorni, quando andò a salutare amici pescatori come se si congedasse per sempre e gli dissi: se non ci credi tu, è finita, io non ti accompagno nel pellegrinaggio di addio”. Non c’era quando morì – accadde tra le braccia della figlia Stefania –, ma il legame con Craxi e con Hammamet è un filo che non si è mai spezzato, tanto che al Corriere confessò la sua speranza più grande: “Tornare a vedere le stelle ad Hammamet”. Non c’è riuscita. Purtroppo.

L'articolo È morta a 66 anni Patrizia Caselli, la conduttrice che portò la cronaca nera in tv: il grande amore con Bettino Craxi, poi la rivelazione choc sulla malattia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette)

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni.

Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.

Nel trattamento economico anche il welfare

Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.

Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.

L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori

Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.

Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi

La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.

Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

L'articolo Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette) proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma alla fine siamo stati gli unici. È strano”: Cannavaro dopo la perquisizione

Manca un giorno alla prima partita dei Mondiali e si continua a parlare più dei controlli rigidissimi anche per calciatori e allenatori, che di calcio giocato. Tra i casi più discussi c’è quello dell’Uzbekistan e di Fabio Cannavaro, perquisiti con metal detector e soprattutto con cani antidroga. Sul tema è tornato lo stesso commissario tecnico parlando a CGTN Sports Scene. “Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma ha riguardato soltanto noi“, ha spiegato l’ex difensore che con l’Italia ha vinto da capitano i Mondiali del 2026. “Quindi l’ho trovato strano. Dovrete chiedere a loro il motivo“, ha concluso sorridendo.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Mondiali 2026, tutti i convocati e le formazioni tipo delle 48 Nazionali
Calendario Mondiali: date e orari delle partite, dove vedere in tv e streaming

Cannavaro, il suo staff e i calciatori infatti sono stati perquisiti dal personale di sicurezza della sede dell’evento. Tutti in fila indiana, sottoposti per circa un minuto a testa a dei controlli con metal detector, come si vede nelle immagini mostrate da Espn. Poi valigie e zaini ammassati a terra, con un cane antidroga vicino ad annusare tutto. Tra i primi a essere sottoposti all’operazione c’era appunto anche il commissario tecnico Fabio Cannavaro, poi a ruota lo staff e i calciatori. La scena ha lasciato di stucco diversi membri della delegazione uzbeka – stupiti come si vede dalle immagini – che non si aspettavano un protocollo di sicurezza così rigido, a pochi minuti dall’ingresso nello stadio in cui l’Uzbekistan ha sfidato l’Olanda, nel match perso poi per 2-1.

L'articolo “Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma alla fine siamo stati gli unici. È strano”: Cannavaro dopo la perquisizione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali, quando Infantino chiedeva di avere fiducia in Trump: “Tutti saranno i benvenuti negli Usa”. Ecco le sue promesse tradite

Adesso che i problemi sono esplosi, la FIFA alza le mani. Dopo il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto all’ingresso negli Stati Uniti nonostante fosse stato designato per il Mondiale, e dopo le difficoltà denunciate da giornalisti e tifosi provenienti da diversi Paesi, la linea ufficiale è diventata improvvisamente prudente: “La FIFA non è coinvolta nelle procedure di immigrazione del Paese ospitante”, ha dichiarato un portavoce della federazione internazionale. Una posizione che però smentisce seccamente anni di promesse e rassicurazioni firmate Gianni Infantino.

I peggiori Mondiali di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi | Il commento

La figuraccia di Infantino è stata smascherata da un durissimo articolo firmato da Adam Crafton su The Athletic. Il presidente della FIFA ha trascorso gli ultimi anni garantendo pubblicamente che i Mondiali del 2026 sarebbero stati aperti a tutti, minimizzando le preoccupazioni sui visti e sui possibili effetti delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Già il 10 marzo 2025, in un’intervista al quotidiano spagnolo As, Infantino definiva il torneo una “festa” e lasciava intendere che le questioni legate ai visti sarebbero state risolte. Pochi mesi dopo, il 24 giugno 2025, di fronte alle crescenti preoccupazioni per il caso Iran, inserito tra i Paesi colpiti dalle restrizioni statunitensi, Infantino minimizzava il tutto, silenziando anche i timori emersi all’interno della FIFA.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Mondiali 2026, tutti i convocati e le formazioni tipo
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
La mappa dei Mondiali: 16 città, 4 fusi orari

Il messaggio pubblico di Infantino non è mai cambiato. Il 31 agosto 2025, durante un incontro con i media africani a Nairobi, dichiarava: “Tutti saranno i benvenuti in Canada, Messico e Stati Uniti per la Coppa del Mondo FIFA del prossimo anno”. Nello stesso intervento assicurava che “questo processo sarà agevole e garantirà che coloro che si qualificheranno potranno venire con i loro tifosi”. Parole ribadite più volte. Sempre il 31 agosto, il numero uno della FIFA sosteneva che esistesse “l’impegno del governo degli Stati Uniti a garantire che il processo sia agevole, in modo che i tifosi di tutto il mondo siano i benvenuti”.

Anche il 17 novembre 2025, alla Casa Bianca, durante la presentazione del sistema FIFA PASS insieme a Donald Trump e al segretario di Stato Marco Rubio, Infantino parlava degli Stati Uniti come di un Paese pronto ad accogliere il mondo: “L’America dà il benvenuto al mondo. Abbiamo sempre detto che questa sarà la Coppa del Mondo più grande e inclusiva della storia”.

Eppure oggi la FIFA sostiene di non avere alcun ruolo nelle decisioni prese dalle autorità americane. La contraddizione appare ancora più evidente se si osserva il rapporto costruito da Infantino con Trump negli ultimi anni. The Athletic ricorda come il presidente della FIFA sia stato uno degli ospiti più assidui della Casa Bianca, abbia partecipato a eventi politici vicini al movimento MAGA, abbia aperto un ufficio FIFA nella Trump Tower di New York e abbia spesso esibito pubblicamente la propria vicinanza al presidente americano.

Una strategia che sembrava garantire alla FIFA un canale privilegiato con Washington. Oggi, però, quel rapporto speciale non sembra aver prodotto i risultati promessi. I problemi sui visti restano, le restrizioni colpiscono cittadini di Paesi qualificati ai Mondiali e perfino un arbitro FIFA è stato respinto alla frontiera.

Per anni Infantino ha chiesto al mondo di fidarsi delle sue rassicurazioni. Ora che emergono le conseguenze delle politiche migratorie statunitensi, la FIFA sostiene di non poter fare nulla. Ma sono proprio le dichiarazioni del suo presidente, pronunciate negli ultimi due anni, a dimostrare il suo fallimento.

L'articolo Mondiali, quando Infantino chiedeva di avere fiducia in Trump: “Tutti saranno i benvenuti negli Usa”. Ecco le sue promesse tradite proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌