Normal view

Meliá encerra hotéis em Cuba após pressão de Trump

By: ZAP
5 June 2026 at 19:30
A Meliá Hotels International, grupo hoteleiro espanhol, anunciou a cessação imediata dos serviços de gestão e comercialização, bem como da concessão de licenças das suas marcas hoteleiras, em 15 hotéis em Cuba. A decisão, que foi inicialmente comunicada às respetivas entidades proprietárias dos hotéis a 26 de maio e agora confirmada oficialmente, surge na sequência do processo de avaliação de riscos em curso da empresa e reflete o que esta descreveu como a necessidade de garantir um quadro operacional ordenado e sustentável. De acordo com a Euronews, esta medida foi motivada por diversos fatores externos fora do controlo da empresa

ICE to stop reporting migrant deaths after release amid historic rise in deaths in custody

Amid growing scrutiny over the rising number of deaths in immigration detention, the Trump administration has eliminated a policy that required U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) to investigate and report the deaths of detainees that occurred within 30 days of their release.

Seguir leyendo

© Jim Vondruska (REUTERS)

Federal agents at a detention center in Illinois, in September 2025.

A journey through the ages of soccer in the United States

The first time U.S. soccer legend Tab Ramos played on a team in the country he had just moved to from Uruguay, Argentina was the reigning champion of the 1978 World Cup and the boy was thrilled that the jersey he was given, the Harrison Rec kit, was orange “like the Dutch one.” Ten minutes in, the coach took him off the field: he was too good to compete with that group. He was 12 years old.

Seguir leyendo

© George Etheredge (George Etheredge)

The courts at Pier 5 in the Brooklyn Bridge Park, with the Manhattan skyline across the river.

Zelensky a Putin: “Non possiamo aspettare gli Usa per la pace”. E dall’Ue approvano. Così il fronte pro-Kiev prova a escludere il tycoon dai colloqui

5 June 2026 at 15:44

Quello lanciato da Volodymyr Zelensky il 3 giugno durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sembrava un sassolino in un enorme stagno. Ma l’onda provocata dalle sue dichiarazioni è diventata più alta del previsto e rischia di stravolgere equilibri ormai consolidati, ma anche incancreniti, della guerra in Ucraina. “Purtroppo, al momento non siamo al centro dell’attenzione – ha detto il presidente al capo dell’Alleanza – A mio avviso, l’Iran è la questione numero uno per gli Stati Uniti e poi viene la questione ucraina. Purtroppo, siamo in coda“. Sembrava una semplice lamentela, ma le stesse parole sono state ripetute nella lettera pubblicata e indirizzata direttamente a Vladimir Putin per proporre un incontro bilaterale diretto tra i due leader per arrivare a un cessate il fuoco e a gettare le basi per un accordo di pace: “Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione”, ha detto all’omologo russo. Dal Cremlino manifestano disponibilità apparente, ma prendono tempo. Mentre l’Europa cerca di sfruttare l’occasione per tornare ad avere un ruolo centrale.

Le parole di Zelensky manifestano tutta la sfiducia accumulata nei confronti dell’amministrazione Trump. Pur ribadendo che il contributo americano ed europeo rimane fondamentale per la buona riuscita di eventuali colloqui, nella testa del presidente ucraino è maturata la consapevolezza che il conflitto con la Russia non rappresenta più, se mai l’ha rappresentata, una priorità per Washington e che il contributo dato da Trump in alcuni casi è stato addirittura deleterio per la causa ucraina. Così ha messo sul tavolo una carta pesante: l’esclusione del tycoon da un ipotetico processo di pace. “Credo fermamente che gli Stati Uniti d’America siano i più forti tra quelli in grado di incoraggiare Putin a porre fine alla guerra. Ed è per questo che ho sempre sostenuto che la migliore opzione per noi sia il coinvolgimento degli Stati Uniti nei negoziati, insieme all’Europa”, ha premesso nel corso dell’incontro con Rutte. Per poi dire però che “siamo in costante contatto con la parte americana. Stiamo aspettando l’arrivo della squadra di negoziatori, ma ci sta volendo moltissimo tempo. L’Iran è attualmente la questione numero uno per gli Stati Uniti. Sfortunatamente, noi siamo in attesa in questa coda di guerre”.

Solo una boutade, una provocazione? Per niente. Il concetto Zelensky lo ripete anche il giorno dopo nella lettera inviata a Putin: è il tempo della pace, parliamoci io e te senza dover attendere i comodi degli americani, è il succo della missiva. Il Cremlino, un po’ provocatoriamente, ha invitato il capo dello Stato ucraino a Mosca, pur sapendo che si tratta di una pista complicata da battere. È sembrato più un modo di Putin per prendere tempo e non chiudere alla possibilità di un incontro. Anche perché se qualcuno ha tratto giovamento dal cambio di presidenza negli Stati Uniti, quello è proprio il presidente russo che in Trump ha spesso trovato più un alleato che un nemico. E lo suggeriscono anche le parole pronunciate il giorno dopo, nel pomeriggio di venerdì, quando è tornato ad attaccare l’Ue che non ha mai voluto al tavolo negoziale: “Le élite europee stanno provocando un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi”, ha detto dalla plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief).

Il tema è già diventato di attualità e ha attirato l’attenzione dell’Unione europea, ormai quasi rassegnata a un ruolo marginale negli sforzi di pace, di mero supporto economico e militare alla resistenza di Kiev. La lettera aperta di Zelensky è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati e la sosteniamo. L’Ucraina vuole la pace, l’Europa vuole la pace”, ha detto una portavoce della Commissione precisando di non voler entrare nella discussione “su chi debba essere il mediatore”. Se non lo fa Bruxelles, però, ci pensano i singoli Stati membri. A partire dalla Francia che con il presidente Emmanuel Macron dice di aver “sempre sostenuto i negoziati diretti tra l’Ucraina e il Cremlino. Penso che oggi l’Ucraina e la Russia possano costruire sia un cessate il fuoco sia un piano di pace. Sono gli europei che possono aiutarle in questo, dato che siamo di gran lunga i maggiori finanziatori dello sforzo bellico ucraino. Gli europei devono, a un certo punto, sedersi al tavolo delle trattative per un piano di pace”.

Chi debba rappresentare l’Unione al tavolo è ancora da chiarire, ma dalle ultime dichiarazioni e proposte d’iniziativa, oltre al ruolo ricoperto tra i 27, tra i nomi circolati c’è quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz che proprio nei giorni scorsi ha proposto di accogliere l’Ucraina in Ue come “membro associato, ossia con un accordo di associazione più solido dell’attuale, non soddisfando le richieste di Kiev ma mostrandosi, proprio per questo, equilibrato nelle valutazioni. Da Berlino, per bocca del ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ci si è limitati, per ora, a dire che “è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative. Credo che tutti si rendano conto che il conflitto ha raggiunto una fase che necessita urgentemente di una soluzione”. Nessuna candidatura, ma a rendere più chiaro il pensiero di una parte degli Stati membri ci ha pensato il primo ministro ceco, Andrej Babis: “È tempo che l’Europa abbia un ruolo per la pace. Il cancelliere dovrebbe ora prendere la leadership” dei negoziati. Lasciando fuori Trump, s’intende. Sempre che Mosca accetti la sua esclusione.

X: @GianniRosini

L'articolo Zelensky a Putin: “Non possiamo aspettare gli Usa per la pace”. E dall’Ue approvano. Così il fronte pro-Kiev prova a escludere il tycoon dai colloqui proviene da Il Fatto Quotidiano.

Padellaro, Jebreal, Orsini e Appendino ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 6 giugno. Con Travaglio e Scanzi

By: F. Q.
5 June 2026 at 11:16

Ultimo appuntamento di stagione di “Accordi & Disaccordi”, il talk di attualità di NOVE condotto da Luca Sommi: in prima serata sabato 6 giugno alle 21:30.

Ospiti la deputata del Movimento 5 stelle Chiara Appendino, i giornalisti Antonio Padellaro, Rula Jebreal e il professore Alessandro Orsini.

Al centro della discussione i continui tira e molla tra il presidente americano Donald Trump e l’Iran, fra bombardamenti e bozze di accordo minacciate anche dall’atteggiamento del premier israeliano Netanyahu.

Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.

L'articolo Padellaro, Jebreal, Orsini e Appendino ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 6 giugno. Con Travaglio e Scanzi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ações contra o crime na Amazônia podem ser impactadas por medida dos EUA, diz secretária

Doutora pela Faculdade de Direito da Universidade de São Paulo (USP) e pesquisadora sênior no Centro Brasileiro de Análise e Planejamento (CEBRAP), Marta Machado assumiu a Secretaria Nacional de Políticas sobre Drogas do Ministério da Justiça (Senad), em 2023, no primeiro ano do governo Lula.

De acordo com ela, a presença da facção PCC e, sobretudo, da facção CV, que hoje ocupam 344 municípios da Amazônia, se expandiu na região com “retirada deliberada da fiscalização ambiental pelo governo anterior” e abriu espaço para a entrada do tráfico de drogas que atua em conexão com os crimes ambientais e afetam muitas comunidades indígenas, quilombolas e tradicionais tanto pelo aumento do uso de drogas como pelo aliciamento dos jovens pelo crime organizado. 

Para reforçar o combate do crime na região, o governo lançou em meados de maio um programa com orçamento de 209 milhões de reais que une programas de prevenção, com metodologia específica para comunidades indígenas, ao combate por forças policiais, baseadas em inteligência, para desmantelar grupos e retomar os territórios dominados pela facção. 

“A nossa preocupação é não deixar a polícia sozinha, porque a Amazônia, que é um território onde as políticas públicas demoram para chegar. Quando a polícia faz a operação e depois ela se retira, o Estado precisa entrar de uma maneira qualificada, até para que os esforços repressivos da polícia possam ser sustentados no tempo”, diz.

Machado também comenta os problemas trazidos pela decisão dos Estados Unidos de qualificar facções brasileiras como terroristas para, também na Amazônia, onde há intensa cooperação internacional. “A gente fica pensando de quem é o interesse em barrar as nossas medidas de enfrentamento e de cooperação policial, porque inclusive o governo aprovou um pacote de medidas até mais duras sobre as penas para o crime organizado, por exemplo, então não faz realmente sentido”.

Leia aqui a entrevista ou ouça no episódio 63 do Bom Dia, Fim do Mundo, já em todos os tocadores de áudio. 

EP 63 Especial: entrevista com Marta Machado – crime organizado na Amazônia

4 de junho de 2026 · Podcast entrevista Secretária Nacional de Políticas sobre Drogas e Gestão de Ativos do Ministério da Justiça

0:00 -:–

Antes de entrar no nosso assunto, secretária, que é o pacote de medidas do governo para combater o crime organizado na Amazônia, gostaria que a senhora comentasse a decisão dos Estados Unidos de classificar facções brasileiras como terroristas. Como isso pode impactar o combate ao crime no Brasil e na Amazônia especificamente? 

Olha, Marina, obrigada por ter tocado no assunto. Essa foi uma medida unilateral dos Estados Unidos que preocupa bastante as autoridades, especialmente quem está empenhado no enfrentamento ao crime organizado. Primeiro porque sabemos que é algo que tecnicamente não faz sentido, de que o terrorismo é um tipo de crime com intenção, com fundamento ideológico ou religioso, e isso é muito diferente do que fazem as facções, que têm um comportamento gravíssimo, é uma grande preocupação do governo, mas tem uma lógica muito diferente do terrorismo, tem uma lógica que é a do lucro. E, do ponto de vista do combate ao crime, é muito preocupante porque tem esse apelo um pouco populista mas, no fundo, o efeito prático disso vai fragilizar justamente o enfrentamento às organizações criminosas, além de ter outros impactos muito graves para o país desde o próprio risco à nossa soberania ao impacto no sistema financeiro. Então, isso é muito grave, e pode ter um impacto real, não só no sistema financeiro, mas em empresas, e que podem realmente afetar a economia nacional. E, por fim, na questão dos vistos para cidadãos, famílias que querem passar férias, questões mais cotidianas podem também ser afetadas. 

E do ponto de vista do combate ao crime organizado é algo muito preocupante diante de todos os esforços que o Brasil vem fazendo para ampliar a cooperação internacional. O Brasil tem um histórico de cooperação internacional policial e os Estados Unidos têm um lugar importante, principalmente pelo fluxo de tráfico ilícito de armas, que vêm para o Brasil, e a Polícia Federal e os órgãos de segurança pública já desenvolvem essa atividade de cooperação policial internacional que agora fica interrompida.

A gente fica pensando de quem é o interesse em barrar as nossas medidas de enfrentamento e de cooperação policial, porque inclusive o governo aprovou um pacote de medidas até mais duras sobre as penas para o crime organizado, por exemplo, então não faz realmente sentido. Dá a impressão de que é para criar uma cortina de fumaça e atrapalhar medidas que estavam sendo muito bem sucedidas, inclusive com a operação Carbono Oculto, que começa justamente a mirar os altos escalões do crime organizado. Todo esse caminho bem-sucedido de finalmente o país enfrentar as organizações criminosas de um jeito mais eficiente, com base em inteligência, mirando os escalões mais elevados do crime, essa mudança unilateral pode afetar inclusive isso.

E isso pode também afetar o combate ao crime organizado na Amazônia com a expansão da presença do PCC e principalmente o CV cada vez maior na região? Quais as medidas que o governo está tomando e o quanto a cooperação internacional é importante?

Bom, a gente acaba de lançar um grande programa, o Território Seguro Amazônia Soberana, mas as ações na Amazônia já são preocupação do governo desde 2023. Quando a gente entrou no governo, havia um grande vazio de fiscalização ambiental na Amazônia, retirada de maneira deliberada pelo governo anterior. Isso já foi muito documentado inclusive a perseguição de gestores e funcionários do IBAMA. Esse vazio obviamente foi ocupado e foi ocupado pelo crime organizado de maneira muito intensa. A rota dos rios amazônicos começou a ser uma das principais para o escoamento da produção de cocaína em países vizinhos que abastece o mercado mundial. Uma parte entra no mercado nacional, outra parte vai ser exportada especialmente para a Europa. 

Quando há a retomada do policiamento na região, com um trabalho importante da Polícia Federal no enfrentamento também ao garimpo, há um número de aumento de apreensões e o diagnóstico de que essa rota está ganhando importância. E hoje o cenário que a gente tem é o que se chama de convergência criminal, porque não dá mais para separar o tráfico de drogas do crime ambiental, do desmatamento e do garimpo, eles estão entrelaçados. Tanto pela logística compartilhada para diferentes atividades ilícitas, e também, especialmente no garimpo, uma conexão também para a lavagem de dinheiro. A gente já atingiu recordes históricos de apreensão de ouro ilegal, de desativação de garimpos, com aquela cena da polícia explodindo as dragas e tal de um combate ao crime que começa muito forte desde 2023.

E a nossa preocupação é não deixar a polícia sozinha, porque a Amazônia, que é um território onde as políticas públicas demoram para chegar. Quando a polícia faz a operação e depois ela se retira, o Estado precisa entrar de uma maneira qualificada, até para que os esforços repressivos da polícia possam ser sustentados no tempo. 

Então, o que a gente conseguiu estabelecer como estratégia nesse programa é justamente uma estratégia integrada em que como primeiro eixo temos um padrão de excelência da atuação da polícia diante do crime organizado, baseada em inteligência e em cooperação interinstitucional e internacional e outros eixos com políticas de proteção e apoio para fortalecer as comunidades e prevenir e atender os que são afetados pelo tráfico de drogas.

Antes de a senhora detalhar os eixos do programa, a senhora poderia explicar um pouco mais como se dá essa cooperação internacional no combate ao tráfico?

A gente tem uma organização na Amazônia, no CCPI, que é o Centro de de comando, de policiamento internacional, com a cooperação de forças da Polícia Federal e da Polícia Rodoviária Federal, com as forças policiais estaduais e dos outros países trabalhando juntos, integrados no mesmo lugar, que é no CCPI, e a gente busca a colaboração com a Interpol para fortalecer o policiamento e as ações na fronteira. 

A fronteira é um lugar muito estratégico, porque a gente justamente impede que drogas, armas, produtos contrabandeados entrem no país. Então, quando eles entram no país, as apreensões são mais custosas, quando a gente evita que ele entre ali, a gente tem um aumento importante da eficiência. Por isso também temos um programa do Exército, o Fronteira Segura, em que também se compartilham informações no combate ao crime organizado.

Secretária, a senhora comentou que a droga que passa pela Amazônia vai prioritariamente para a Europa, e isso é um ponto interessante porque uma das justificativas dos Estados Unidos é que a droga do PCC e do Comando Vermelho, vai parar no território norte-americano, mas pelo jeito não é bem isso, né?

O problema maior que os Estados Unidos têm hoje são as drogas sintéticas, especialmente o fentanil. Então, a gente está falando inclusive de uma epidemia de mortes, que chegou a 100 mil mortes por ano, que é um perfil de problema muito diferente do nosso: quando a gente está falando dessas rotas, a gente está falando basicamente de maconha e cocaína.

O fentanil tem muita produção nos próprios Estados Unidos, no México. Então, a gente não está compartilhando o mesmo problema. Inclusive, a entrada de fentanil é algo que a gente monitora duramente. A gente criou um sistema que é o Sistema de Alerta Rápido para Novas Drogas, o SAR, que a gente institucionalizou no ano passado, que é um sistema de monitoramento nacional para que a gente consiga reagir rápido à eventual entrada dessas novas substâncias no país, que tem casos pontuais, mas a gente vive uma situação muito diferente em relação ao tipo de droga que circula no nosso território. Então, essa é uma afirmação um pouco leviana e que leva pouco em conta as dinâmicas realmente das rotas.

Mas a senhora estava falando do pacote do governo para combater o crime organizado, acho que podemos retomar. 

Então, a gente tem um primeiro eixo deste programa, que é o reforço da cooperação policial de inteligência e das ações e operações policiais. O segundo eixo é o da prevenção, então, a concepção do programa é de que a polícia age de maneira focada nos territórios prioritários, e depois o Estado entra com nossos programas de prevenção primária, para olhar essa questão de uso da substância, o que já fazemos em outras regiões do país com o programa,que é voltado para pais de adolescentes, professores, alunos. A questão do uso de drogas se torna muito importante, porque a passagem das rotas de tráfico faz com que a circulação da droga chegue a comunidades indígenas. Em algumas delas, a gente já tem problema do álcool, que é um problema antigo, um fator de vulnerabilização das comunidades, mas agora a gente vê o crack e a cocaína também entrando. Quando você faz escutas na nas comunidades isso aparece com muita força, a questão da droga entrando nos territórios junto com a violência doméstica e sexual.

Então, a gente reforça essas políticas de prevenção universal adaptando as metodologias conhecidas para trabalhar com comunidades indígenas, com comunidades tradicionais. E também entramos com outra política pública, o Pronasci Juventude, um programa que foca na prevenção ao aliciamento da juventude pelo tráfico. Esse é um programa que a gente tem tradição, o próprio Pronasci tinha um programa de prevenção focado em jovens de periferias, mas essa é a primeira vez que a gente está adaptando esse programa para olhar para as juventudes indígenas, para as juventudes quilombolas e ribeirinhas.

E temos também o terceiro programa, o CAIS, Centros de Acesso ao Direito e Inclusão Social, que olha para a questão do uso de substâncias, do estigma dos usuários das vulnerabilidades ligadas aos mercados de drogas que dificultam o acesso aos serviços de saúde. O CAIS é uma rede nacional robusta que a gente está implantando neste governo, a gente vai terminar o governo com 420 CAIS no país, e também é a primeira vez que a gente tem o CAIS Povos Indígenas, em que esse serviço, que normalmente é muito urbano, vai atender comunidades indígenas, e a gente tem aí também um esforço de adaptação, a gente tem trabalhado junto com a Fiocruz, que tem uma grande área de saúde indígena para adaptar as metodologias para comunidades indígenas.

E esse programa tem um diferencial que é levar também a inserção produtiva, levar também o apoio a uma cadeia da sociobio economia que seja da vocação dos territórios indígenas, para que as pessoas tenham alternativa de renda. O nosso diagnóstico é que, muitas vezes, as comunidades são empurradas para essa colaboração com o mercado ilícito, por falta de oportunidade. Então, o programa também envolve uma parceria com o Ministério da Indústria e Comércio, a Secretaria de Economia Verde, para que, nos territórios em que a gente atue, a gente também fortaleça as alternativas de renda. 

Esse foco na juventude é muito importante porque a gente tem um cenário demográfico invertido nas comunidades indígenas, com uma população jovem muito maior e que está atingida pela falta de perspectiva. Tem uma questão importante de aumento de suicídio entre jovens indígenas, um problema do álcool e das drogas chegando com muita força, e um problema de aliciamento desses jovens que são recrutados pelo tráfico para carregar barcos, são recrutados muitas vezes para caminhar na floresta. Quando o rio fica baixo, muitos jovens indígenas que sabem se movimentar na floresta são aliciados para caminhar carregando droga, por exemplo. Muitas vezes eles são pagos em pasta base e o que acontece? Eles voltam para a comunidade e acabam distribuindo a droga na comunidade, uma situação dramática que vem causando muita desestruturação nos territórios indígenas.

Esses programas já estão sendo implementados ou ainda estão no papel?

O Pronasci já está acontecendo no Amazonas, em quatro municípios: Barcelos, São Gabriel da Cachoeira, Santa Isabel do Rio Negra e ali, na tríplice fronteira, em Tabatinga, que é um ponto muito forte de atenção. A gente está focando, nesse primeiro momento, a nossa intervenção no crime organizado ao redor de territórios indígenas mais vulneráveis. 

Todas as nossas escolhas de territórios prioritários seguem uma metodologia que a gente desenvolveu junto com o escritório da ONU, que é um índice de vulnerabilidade territorial diante do crime organizado. Esse índice é composto por indicadores de segurança pública – históricos de apreensão, mapas de satélite para ver pistas de pouso, rotas – e por indicadores sociais que medem, digamos assim, a força do território para resistir às investidas do crime organizado. Então, a gente vai olhar também a degradação ambiental, a regularização fundiária.

O programa abrange sete macro-territórios com 42 municípios com índice de alta vulnerabilidade diante do crime organizado, quase 30 etnias e comunidades indígenas, para os quais destinamos um investimento, nessa primeira fase, de 209 milhões de reais. 

E, claro, a gente espera expandir. Acho que o índice é muito bom para a gente ter uma ferramenta para guiar as políticas públicas. E a ideia é que esse índice seja usado por nós, mas por outros gestores, pela filantropia, para olhar quais territórios estão mais ameaçados pelo avanço do crime organizado. Então essa é só a primeira fase do programa, que vai continuar e chegar às comunidades que precisam dessa proteção.

Secretária, um ponto do programa especialmente complexo é a retomada dos territórios ocupados pelo crime. Lembro aqui o caso do território dos Yanomami ocupado pelo garimpo, um processo em que o governo investiu muito e foi muito difícil, ainda tem crime organizado por ali. E a participação do Exército foi menor do que se esperava, como a gente mostrou em reportagens. A senhora pode comentar como são pensadas essas retomadas e qual o papel do Exército nesse plano?

Olha, a gente tem um diálogo do Exército, inclusive, tem um programa integrado de proteção às fronteiras que é conduzido pelo GSI, então eles estão nessa discussão, mas o Exército tem um papel de policiamento local na Amazônia, onde as coisas são muito longínquas e a logística é difícil. Então ele faz parte dessa articulação, mas a gente entende que precisa de investigações com mais inteligência policial com mais integração das forças estaduais, que é um modelo que é muito bem sucedido da Polícia Federal, que lidera as operações integradas também em diálogo com o Exército e o Programa de Proteção da Fronteira.

Agora, falando da ideia da retomada que se dá em territórios ocupados pelo crime que muitas vezes têm um vazio de políticas públicas e são utilizados para esconder a mercadoria ilícita se aproveitando das dificuldades da fiscalização. Então, é necessário esse esforço inicial de enfrentamento e desarticulação do crime organizado, garimpo, rotas de tráfico, e em seguida, a entrada qualificada do Estado, com as políticas públicas, com o apoio à socioeconomia, é nesse sentido que a gente está falando de retomada de território. E isso também em regiões em que está acontecendo um processo formal de desintrusão.

A senhora falou dessa relação entre o crime ambiental e o crime comum. Um potencializa o outro? É um crime de oportunidade em que eles aproveitam a rota ou tem mesmo algo planejado na junção desses dois crimes? 

Acho que a gente tem que entender que o crime organizado tem essa a lógica do lucro que a gente estava falando no começo da nossa conversa. Então, quando o crime vê oportunidade de expandir os seus negócios, isso vai acontecer num determinado momento, é a mesma lógica que a gente vê na atuação do crime organizado nos combustíveis adulterados, uma lógica quase empresarial de diversificar aí a sua atuação.

Especificamente em relação à Amazônia, existe um elemento que influencia nessa diversificação, que é a questão da logística muito difícil. Quando a gente olha as políticas públicas, elas demandam muito mais para chegar ali,tem até algo que se chama de custo Amazônia porque para você chegar em uma comunidade indígena, às vezes você tem que ter sete horas de barco, que também impactou nesse processo de otimização do crime organizado nesse compartilhamento de logística. Se eles vão montar um barracão que tem internet, iluminação e já precisam fazer chegar combustível, compensa mais unir atividades ilícitas.

Outro elemento é o papel do ouro e do gado na lavagem de dinheiro. A gente tem aqui uma diretoria na Senad que é a diretoria de gestão de ativos que leiloa bens apreendidos do crime organizado destinando os recursos ao Fundo Nacional Antidrogas tanto para qualificar mais as polícias, como para fazer projetos de prevenção. E a gente começou a notar, que os nossos leilões, normalmente de imóveis, agora tem cada vez mais gado. E sabemos que o gado também é usado no desmatamento, então, essa conexão se torna intrincada, é isso que internacionalmente se chama de convergência criminal. 

No ano passado, o Brasil, França e Marrocos apresentaram na Conferência da ONU sobre entorpecentes a primeira resolução que pauta os impactos do tráfico de drogas no meio ambiente: as rotas de tráfico e as pistas de pouso ligadas ao desmatamento, a conexão do crime de tráfico com garimpo, extração de madeira, pesca, sempre com impactos ambientais. São crimes conectados para os quais se costuma oferecer respostas compartimentadas. E o enfrentamento a essa convergência criminal também exige que os órgãos do governo estejam alinhados, que as políticas estejam alinhadas, não posso mais olhar para a Amazônia e achar que a política de combate ao desmatamento vai estar longe da política de enfrentamento ao tráfico de drogas. 

Uma última pergunta, secretária. Na Amazônia, a gente vê que no caso de violência contra os indígenas, de conflitos de terra, de violência policial, e do garimpo, por exemplo, quase sempre há a presença de prefeitos e de deputados que atuam na região. Eu queria saber se as conexões políticas também entram nessas investigações sobre o crime organizado. 

Concordo com você, eu participei recentemente da formulação do índice transnacional do crime organizado e um indicador de maior peso nesse índice de avanço do crime organizado é justamente a corrupção dos agentes públicos. Porque aí é onde realmente o crime organizado consegue chegar mais longe nos seus mecanismos de lavagem de dinheiro, de burlar o sistema oficial. Essa dimensão é fundamental, vira e mexe a gente fica sabendo de operação que ia acontecer no garimpo e, no dia anterior, as dragas foram retiradas, então esse ainda é um desafio, lidar com o vazamento de informação e a corrupção de agentes.Mas como o programa é baseado em inteligência, a ideia de toda a operação conduzida pela Polícia Federal nesses territórios é fazer investigações de fôlego que cheguem nos escalões mais altos e nos tentáculos que estão dentro do Estado.

Trump mostra in verticale la piscina del Lincoln Memorial: “È più grande dei grattacieli”

5 June 2026 at 09:29

Donald Trump, ha presentato la rinnovata “Reflecting Pool” del Lincoln Memorial a Washington, il celebre specchio d’acqua che si estende davanti al monumento dedicato all’ex presidente americano. Il presidente degli Stati Uniti ha mostrato un cartellone che mette a confronto le dimensioni della piscina con quelle di alcuni iconici grattacieli statunitensi, tra cui il One World Trade Center e l’Empire State Building di New York, e la Willis Tower di Chicago.

(Video tratto dal profilo della Casa Bianca su X)

L'articolo Trump mostra in verticale la piscina del Lincoln Memorial: “È più grande dei grattacieli” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Trump annulla tutti i concerti per i 250 anni degli Stati Uniti dopo la defezione di vari artisti: “L’attrazione numero uno al mondo sono io”

5 June 2026 at 09:15

Un evento che non è più la celebrazione dei 250 anni di fondazione degli Stati Uniti, perché aleggia l’idea di un maxi comizio Maga, dopo che molti artisti si sono tirati indietro dai concerti organizzati per la festività. Quello in arrivo il 24 giugno è un anniversario già carico di polemiche: America250, uno degli enti incaricati di organizzare i festeggiamenti, è stato istituito dal Congresso dieci anni fa con l’obiettivo di pianificare eventi apartitici, mentre Freedom 250, l’altra organizzazione coinvolta, è stata creata dal presidente e si configura come una partnership pubblico-privata. Proprio a causa della partecipazione di quest’ultima alcuni artisti che dovevano esibirsi ad un concerto durante la fiera – tra cui Martina McBride, i Commodores, Young MC e Bret Michaels – hanno rinunciato citando come motivazione l’affiliazione dell’evento con la Casa Bianca. Ma Trump non arretra e si scaglia contro le cancellazioni degli artisti, celebrando la grandeur dell’evento: “Sono di terza categoria che nessuno vuole sentire e che non fanno altro che lamentarsi”. “L’attrazione numero uno al mondo sono io”, ha aggiunto Trump. Ha annunciato un grande raduno a Washington, precisando di aver annullato i concerti in programma dopo la defezione di diversi artisti. “Per celebrare i 250 anni di storia del nostro Paese, vi offriremo, IN DIRETTA, il più grande raduno di SEMPRE! Sarà speciale a ogni livello: il raduno definitivo, che supererà ogni altro raduno!”, ha assicurato Trump in un post sul suo social network Truth. Trump ha fissato “il grande appuntamento” per mercoledì 24 giugno, alle ore 19 locali (l’1 del 25 giugno in Italia), “nella magnifica Washington, DC, ormai completamente abbellita e annoverata tra le città più sicure al mondo”.

“Non vogliamo cantanti privi di talento che, a fronte di cachet esorbitanti, finiscano per farvi addormentare; abbiamo detto a tutti loro di restarsene a casa. Tutto ciò che vogliamo siete voi, io, alcuni oratori e la musica più grandiosa mai eseguita: la stessa musica che ascoltate da anni! Avremo il favoloso Lee Greenwood, che mi introdurrà con quello che si è rivelato essere uno dei più grandi successi di tutti i tempi: ‘God Bless the U.S.A'”, ha aggiunto Trump. E poi, “lo straordinario Christopher Macchio, che canterà ‘Nessun Dorma’, ‘Hallelujah’, ‘Ave Maria’, ‘God Bless America’ e altri brani ancora”, ha continuato il tycoon. “Dai tempi del leggendario Luciano Pavarotti, non si sentiva una voce simile! Il comizio vedrà inoltre la partecipazione della meravigliosa U.S. Army Band ‘Pershing’s Own’ con il Coro delle Forze Armate, e della ‘The President’s Own’ United States Marine Band con il Coro Congiunto delle Forze Armate. Verranno eseguiti tutti i vostri successi preferiti, il tutto in compagnia di un distinto e integerrimo gentiluomo noto come… il Presidente DONALD J. TRUMP!”, ha concluso nel post.

Trump ha quindi rivendicato i risultati della sua amministrazione, ricordando come “due anni fa gli Stati Uniti erano morti, mentre oggi sono il Paese più ‘hot’ del mondo” e ha ribadito di non volere “cosiddetti artisti che vengono pagati troppo e non sono felici”, ma soltanto “persone felici, intelligenti, di successo e che sanno come vincere”. Secondo Trump, la manifestazione al National Mall sarà riservata “solo ai grandi patrioti” e sarà “una celebrazione selvaggia e meravigliosa dell’America“. Dall’incontro di Ultimate Fighting Championship alla Casa Bianca, per il quale è stato allestito un mega palco sul prato della residenza, a uno spettacolo di fuochi d’artificio senza precedenti gli eventi in programma sono tanti ed inizieranno nei prossimi giorni. Tra questi una mega fiera che si svolgerà dal 25 giugno al 10 luglio lungo il National Mall alla quale parteciperanno tutti i 56 Stati e territori degli Stati Uniti.

L'articolo Trump annulla tutti i concerti per i 250 anni degli Stati Uniti dopo la defezione di vari artisti: “L’attrazione numero uno al mondo sono io” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Israel’s offensive in southern Lebanon: 2,900 dead, 36,000 homes destroyed and 1.4 million displaced

5 June 2026 at 08:45

Southern Lebanon — which was turned into a battleground between Israel and the pro‑Iranian militia Hezbollah in 2023 — has suffered a new wave of devastation since February 28, when the Israeli and U.S. governments declared war on Iran and Hezbollah once again took up arms in solidarity with its ally. Israel then shifted its focus from Iran to striking Lebanon, intensifying both its military offensive and its occupation of the neighboring country.

Seguir leyendo

💾

©

Israeli military demolition operations in the village of Taybeh, in southern Lebanon, on April 27.

Steven Seagal and a ‘phantom’ Trump delegation: Putin showcases his soft power in St. Petersburg

Many years ago, the St. Petersburg International Economic Forum hosted world leaders such as Angela Merkel, Xi Jinping, Emmanuel Macron, and José Luis Rodríguez Zapatero. Russia’s invasion of Ukraine in 2022 changed everything. The Kremlin’s flagship business event is now a pale imitation of what it once was. This year, its main attractions have been a philosopher of Russian ultranationalism, Donald Trump’s chair of the Commission of Fine Arts, and Russian President Vladimir Putin.

Seguir leyendo

© ANATOLY MALTSEV (EFE)

An image of Vladimir Putin during the St. Petersburg International Economic Forum.

Trump corners Cuba’s political leadership in a bid to force regime change

5 June 2026 at 07:40

The grill‑strategy is starting to work. With every degree the heat rises, the situation in Cuba — both on the streets and in the regime’s top offices — becomes more and more unbearable. The fall earlier this year of Venezuela’s Nicolás Maduro, Havana’s key ally, and the subsequent energy embargo on the island marked the beginning of a decline that now seems unstoppable.

Seguir leyendo

💾

© EPV

Billboard with images of Fidel and Raúl Castro and Miguel Díaz‑Canel, in Havana (Cuba), July 2.

Numa carta aberta a Putin, Zelenskyy pede reunião e cessar-fogo

By: AFP
5 June 2026 at 06:00
“A Ucrânia propõe acabar com esta guerra através de um envolvimento directo entre nós. Proponho um encontro”, afirmou Zelensky na carta. O Kremlin diz que o presidente ucraniano pode encontrar-se com Putin em qualquer altura — em Moscovo. Putin admite um acordo, se a Ucrânia fizer cedências. O presidente da Ucrânia, Volodymyr Zelensky, propôs esta quinta-feira um encontro presencial com Vladimir Putin, numa rara carta aberta dirigida ao líder russo, pouco depois de o chefe do Kremlin ter admitido que Moscovo precisa de reforçar as suas defesas aéreas na sequência de uma vaga de ataques ucranianos. O presidente dos Estados

The Iran war and the billion‑dollar fund for Trump’s allies are eroding the president’s grip on Republicans in Congress

The vote in the House of Representatives on Wednesday to limit Donald Trump’s authority to continue his war in Iran will not bring that conflict to an end. But it does represent a symbolic setback for the U.S. president on an issue — the Middle East — that has become, both domestically and in foreign policy, the most painful stone in the shoe of his return to the White House. Meanwhile, the weeks go by and, with the peace deal with Tehran stalled, it seems clear that Washington has no idea how to extract itself from a quagmire of its own making.

Seguir leyendo

© Alex Brandon (AP Photo/Alex Brandon)

Trump on Wednesday in the Oval Office displays a chart comparing the length of the Lincoln Memorial pool with the height of iconic skyscrapers.

Tom Fletcher, UN humanitarian chief: 'Cuts force us to choose which lives to save and which lives not to'

A few months ago, at a center for malnourished children in the remote Darfur region of Sudan, an orphaned baby who had arrived days earlier on the brink of death gripped Tom Fletcher’s finger with surprising strength. The United Nations’ humanitarian chief says those seconds eased his frustration at international inaction and the “anger” he feels over cuts to aid at a time when needs and conflicts are rising around the world.

Seguir leyendo

Tom Fletcher, head of OCHA, on a Madrid street this Wednesday.

© Álvaro García

Tom Fletcher, U.N. humanitarian chief, in Madrid on Wednesday.

Secretary of State Rubio Says US Law Blocks Turkey’s Return to F-35 Program

4 June 2026 at 17:43
Marco Rubio, US Secretary of State
Secretary of State Marco Rubio says Turkey’s return to the F-35 program is blocked by US law over Ankara’s S-400 purchase. Credit: Shawn Thew / EPA via AMNA

US Secretary of State Marco Rubio said the Trump administration currently lacks the legal authority to restore Turkey to the F-35 fighter jet program, citing statutory restrictions linked to Ankara’s acquisition of Russia’s S-400 air defense system.

Rubio made the remarks during a House Foreign Affairs Committee hearing after Representative Dina Titus questioned him about recent comments by US Ambassador to Turkey Tom Barrack. Barrack had suggested that Washington should allow Turkey back into the F-35 program. Titus said that position appeared to conflict with existing US law and long-standing American policy.

Titus asked whether Turkey could receive advanced US fighter jets, including F-35s, under the current legal framework.

Rubio says Turkey’s F-35 return is blocked by law

Rubio said Turkey had originally participated in the F-35 program before Washington removed Ankara over its purchase of the Russian-made S-400 missile defense system.

“The reason why they can’t get them is because they purchased the S-400 system from the Russians,” Rubio said.

Turkey’s acquisition of the S-400 has remained a major source of tension in US-Turkey defense relations. Washington argues that the Russian system conflicts with NATO defense architecture and could create security risks for the F-35 platform.

Rubio points to NDAA restrictions

Titus noted that Turkey still possesses the S-400 system and remains subject to mandatory sanctions. Rubio acknowledged the point, saying existing US law controls the issue and limits the administration’s discretion.

Rubio said the administration currently lacks the authority to make such a decision because US law restricts the matter, including provisions of the National Defense Authorization Act.

His remarks underscored that any potential change in Turkey’s access to the F-35 program would require action on legal restrictions imposed by Congress. Those restrictions stem from Ankara’s S-400 acquisition and broader US sanctions policy toward major defense transactions with Russia.

‘It feels like a mockery’: Justo Betancourt, a former detainee at Alligator Alcatraz who received a congratulations note from Trump

4 June 2026 at 13:48
Justo Betancourt, a Cuban migrant who was held at Alligator Alcatraz.

When Justo Betancourt, 55, was released from Alligator Alcatraz on May 14, after nearly six months in detention, he had lost 22 kilograms (48.5 lb) and could barely walk. Two days later he was admitted to hospital, on the verge of a diabetic coma. While in detention, he did not receive the insulin doses he needed, suffered strokes, and during one episode, he fell and lost a tooth. He has been left with neurological after-effects: his right hand trembles, and to climb a step, he lifts his leg from behind the thigh. “Sometimes I have to grab it and push, because it doesn’t respond,” he says on the ground floor of the apartment building where he lives, in Miami’s Little Havana. This week, President Donald Trump dedicated a message to him on Truth Social: “Welcome home to Justo Betancourt, whose Daughter, Arianne, fought very hard to free her father from Alligator Alcatraz. Enjoy your Freedom together!!!”

Seguir leyendo

Justo Betancourt with his daughter Arianne.Justo Betancourt in Miami on June 2.Justo Betancourt with his daughter Arianne and his son Eddy Oney.

“Allarme rosso per la scienza americana”, Trump mette la ricerca sotto controllo politico, scienziati in rivolta

4 June 2026 at 15:55

Dopo i tagli ai finanziamenti per la ricerca biomedica, climatica e sanitaria, l’amministrazione Trump apre un nuovo fronte nel rapporto con la comunità scientifica americana. Questa volta al centro dello scontro non ci sono soltanto le risorse economiche, ma l’autonomia stessa della ricerca. A far scattare l’allarme è una proposta pubblicata alla fine di maggio dall’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca (Office of Management and Budget, OMB), che punta a modificare le regole per l’assegnazione delle sovvenzioni federali destinate alla ricerca scientifica. L’obiettivo dichiarato è quello di “migliorare la trasparenza, la responsabilità e la supervisione” dei fondi pubblici, ma per migliaia di ricercatori il rischio è quello di introdurre un controllo politico diretto sulle scelte scientifiche.

Secondo la nuova disciplina, che dovrebbe entrare in vigore dal primo ottobre, i funzionari nominati dall’amministrazione avrebbero il compito di effettuare una “revisione preliminare” obbligatoria di tutte le richieste di finanziamento. Ogni progetto potrebbe essere valutato non soltanto sul piano scientifico, ma anche sulla sua coerenza con le priorità politiche dell’agenzia di riferimento e con il cosiddetto “interesse nazionale”. Una modifica che, secondo i critici, rischia di scavalcare il tradizionale sistema di valutazione tra pari, affidato a esperti indipendenti, che rappresenta da decenni uno dei pilastri della ricerca statunitense.

La rivolta degli scienziati

La reazione della comunità scientifica è stata immediata. Come riportato dalla rivista Nature, in pochi giorni sono arrivate oltre 3.500 osservazioni alla proposta, in larga parte contrarie. Tra le prese di posizione più dure c’è quella della Società americana di Biologia cellulare, che ha definito la riforma una “enorme minaccia per la scienza americana”. A intervenire è stato anche Holden Thorp, direttore ed editor-in-chief della rivista Science, una delle pubblicazioni scientifiche più autorevoli al mondo. In un editoriale dai toni insoliti, Thorp ha parlato di un vero e proprio campanello d’allarme per il futuro della ricerca negli Stati Uniti, invitando università, centri di ricerca e associazioni scientifiche a fare fronte comune contro quella che considera un’ingerenza politica senza precedenti. “È il momento di agire”, scrive il direttore di Science, che conclude con un appello destinato a far discutere: “Il semaforo rosso lampeggia, tutti ai posti di combattimento”.

La proposta arriva in un momento già particolarmente delicato per il sistema scientifico statunitense. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha avviato una profonda revisione delle politiche federali sulla ricerca, con riduzioni di fondi e cancellazioni di programmi che hanno coinvolto diversi settori strategici, dalla lotta contro il cancro e l’Alzheimer fino alla prevenzione delle malattie infettive. Misure che avevano già suscitato forti critiche da parte del mondo accademico e sanitario, soprattutto in una fase caratterizzata dalla diffusione del morbillo in diversi Stati americani e dal monitoraggio dell’influenza aviaria.

Ora il confronto si sposta sul terreno dell’indipendenza scientifica. Per i sostenitori della riforma, il controllo politico garantirebbe una migliore allocazione delle risorse pubbliche e una maggiore coerenza con gli obiettivi nazionali. Per gran parte della comunità scientifica, invece, il rischio è che i finanziamenti vengano subordinati a criteri ideologici o politici, compromettendo la libertà della ricerca e la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership scientifica mondiale. Uno scontro destinato a proseguire nei prossimi mesi e che, secondo molti osservatori, potrebbe ridefinire il rapporto tra politica e scienza negli Stati Uniti.

L'articolo “Allarme rosso per la scienza americana”, Trump mette la ricerca sotto controllo politico, scienziati in rivolta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Israel continues bombing Lebanon despite ceasefire extension: ‘We have freedom of action’

4 June 2026 at 14:52

The ceasefire that has never truly stopped the fighting between Israel and Hezbollah followed the same dynamic on Thursday after being extended in a new round of talks in Washington.

Seguir leyendo

© Stringer (REUTERS)

Smoke after an Israeli strike in Nabatiyeh, in southern Lebanon, on Thursday.

Oke Göttlich, the man shaking up German soccer over Trump: ‘We discussed at length our red lines for boycotting the World Cup’

He takes this newspaper’s call on a train bound for Hamburg, home of St. Pauli, continues by car and says goodbye almost an hour later in his office at the headquarters of the modest club, which he has chaired since 2014. Oke Göttlich (Hamburg, Germany; 50) is also one of the 13 vice presidents of the DFB, the German Football Association. And earlier this year, amid threats from Donald Trump’s administration to invade Greenland, Göttlich, a trained journalist, said enough was enough. “What reasons justified the boycotts by certain countries of Olympic Games in the 1980s?” he asked, referring to Moscow 1980 and Los Angeles 1984, in the Hamburger Morgenpost. “In my view, the current threat is greater than back then, so we must have this discussion; a footballer’s life is not worth more than the life of any of the people being directly or indirectly attacked by the host country of the next World Cup.”

Seguir leyendo

© Stuart Franklin (Getty Images)

Oke Göttlich during a Bundesliga match.
❌