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Salvini beffato su Mps minimizza: “Sull’offerta di Intesa non c’è una posizione della Lega”. Perché l’operazione mette d’accordo (quasi) tutti

A caldo il ministero dell’Economia si è limitato a un laconico comunicato con cui ha preso “atto delle iniziative su Mps di cui è stato informato, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”. Matteo Salvini, invece, per una volta non commenta “scelte che competono al libero mercato”, spiegando che “non c’è una posizione né del partito né del governo”. Del resto, gradita o meno, l’offerta di Intesa SanPaolo sul Monte dei Paschi di Siena mette d’accordo quasi tutti. Giorgia Meloni e con lei – obtorto collo o meno – anche Giancarlo Giorgetti, appunto: se l’operazione andrà in porto, si dice, potranno dormire sonni tranquilli sulla sorte del risparmio degli italiani custodito dalle Generali, merce sempre preziosa, tanto più in tempi di guerra, che finirebbe nelle mani di un azionariato stabile, capitanato dalla banca di sistema per definizione. Pazienza se questo comporterà l’apertura di un nuovo fronte con Salvini, il quale proprio sulle banche era tornato a puntare i piedi in questi giorni, mentre da sempre sogna un futuro di gloria per il Banco Bpm che a suo tempo aveva raccolto i cocci della Credieuronord leghista e che oggi rischia di diventare una facile preda.

Il sogno si profilava ancora più glorioso nel caso di un matrimonio con Siena, la banca della finanza rossa affossata dalla politica e salvata dalla destra con i denari dei contribuenti. Che però, beffa del destino, se l’intervento di Intesa andrà in porto ritornerà da dove era venuta, nelle mani di un altro simbolo della finanza rossa, la Unipol di Carlo Cimbri, nome che tutto sommato mette d’accordo anche il Partito Democratico. Ma vagli a spiegare agli elettori di Salvini, della destra e pure del Pd che oggi Unipol a parte il simbolo forte dell’azionariato, ha ben poco di rosso e molto di salotto buono. Meglio fare buon viso a cattivo gioco e fare leva sull’italianità, che non a caso è stata in assoluto la parola più pronunciata all’indomani delle indiscrezioni, confermate, sulla mossa del numero uno di Intesa. Carlo Messina, come trapelato domenica, prima si mangerà tutto il boccone Montepaschi più Mediobanca, mettendo sul piatto 30,6 miliardi di euro tra azioni e contanti. Poi cederà al gruppo di Cimbri per massimi 3,5 miliardi quasi tutte le attività bancarie che non può possedere per motivi antitrust e terrà per sé esclusivamente Piazzetta Cuccia, inclusa la partecipazione più importante della compagnia di Trieste (“un investimento finanziario”) e tutti i titoli di Stato che sono nel portafoglio di Mps.

“Siamo convinti che chi ha la responsabilità di governare il Paese non possa che apprezzare l’operazione”, dice Cimbri precisando che “teniamo in considerazione tutto il governo non solo il ministero dell’Economia”. Il diretto interessato, invece, glissa quando gli chiedono delle reazioni del governo, ma si sofferma a lungo su quella che ritiene sia la valenza di sistema della sua operazione. “L’elemento qualificante di tutto questo – dice il numero uno della prima banca del Paese e deus ex machina del suo prossimo concorrente diretto – è che si crea la seconda banca italiana: con questa operazione, che consente a Unipol di acquisire la componente significativa Montepaschi fondendola con Bper, la dimensione della banca risultante diventa la seconda banca del nostro paese”. L’altro elemento qualificante, aggiunge, è che “parliamo di Intesa SanPaolo che mette in sicurezza” la filiera Mediobanca- Generali e complessivamente “si realizzano delle operazioni per cui il primo operatore già era l’unico operatore realmente italiano di dimensioni nel contesto del mercato italiano ed europeo, ma anche la seconda banca italiana è diventa una banca con un fortissimo azionariato italiano”. Ogni riferimento a Unicredit è puramente casuale. Ancora meno casuale è quello a Salvini quando Messina commenta le ultime tirate del leader della Lega sugli extra profitti bancari: “Una cosa dobbiamo dircela. Il debito pubblico italiano è finanziato principalmente dalle banche e dalle assicurazioni. Se si vuol fare la contabilità credo che non sia l’approccio migliore e non credo che sia corretto torna su questi temi ogni anno. Con questa operazione di Mps porteremo in Intesa anche tutti i titoli di Stato che sono in quella banca. E continueremo a sostenere il debito pubblico con la garanzia che lo sta facendo una realtà italiana”.

Non teme contromosse? Chi ha più soldi si faccia sotto, è la replica: “Questa è una operazione di mercato e non di potere. Se c’è qualcuno disposto a pagare un premio più alto allora amen. L’operazione deve creare valore per i nostri azionisti”. Già, gli azionisti. Secondo il banchiere i soci privati di Siena, leggi Caltagirone e Del Vecchio, considereranno la sua offerta “particolarmente attrattiva”. E se l’operazione andasse in porto “le nostre fondazioni azioniste scenderebbero al 16% mentre i soci privati Delfin e Caltagirone si aggirerebbero tra il 6-7%”. Tutti italiani, insomma. E poi, Del Vecchio permettendo, tutti insieme nelle Generali. Insieme a Unicredit.

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Salvini ammette per la prima volta la riorganizzazione della Lega: “Lavori in corso”. Ed esulta per le vittorie a Vignola e Comacchio

Matteo Salvini conferma per la prima volta la possibile riorganizzazione della Lega. “Lavori in corso” dice ai cronisti prima di entrare all’Urban Mobility Council di Milano. Eppure soltanto tre giorni fa lo stesso leader leghista bollava le indiscrezioni sul nuovo assetto del Carroccio come “articoli privi di fondamento”.

Spinto dall’exploit del generale Vannacci e dalla fuoriuscita dei suoi deputati, il leader leghista accelera e mercoledì si potrà conoscere quale potrebbe essere il nuovo ruolo di Luca Zaia. Il leader leghista però non perde il buonumore ed esulta per le vittorie di Lecco, Arezzo Macerata, ma soprattutto per le vittorie in due comuni “che faranno meno notizie, ma hanno scelto di cambiare: Vignola e Comacchio”.

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Ballottaggi elezioni comunali, Meloni esulta: “Avanti così”. Schlein: “Ha problemi con la calcolatrice, ha vinto il centrosinistra”. Ecco tutti i numeri

Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.

Tutti i risultati

L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.

Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.

Centrodestra vs centrosinistra

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.

A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.

Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.

Il caso Vigevano e il No al referendum

A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.

Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.

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In Puglia neo-sindaci di Rifondazione e M5s. Acerbo: “Dopo Mamdani a New York, ecco Minervini a Molfetta”

Uno di Rifondazione Comunista, l’altro del Movimento Cinque Stelle. Nel giorno in cui perde la sindaca di Foggia, dimessasi per tensioni interne alla maggioranza, il campo largo conquista due paesi della Puglia con due candidati “radicali”. Il ballottaggio delle amministrative consegna la guida del Comune di Molfetta a Manuel Minervini, eletto con il 67,47% dei voti, e quella di San Vito dei Normanni a Marco Ruggiero, con un successo al fotofinish. Entrambi vengono da partiti che rappresentano le ali “esterne” del centrosinistra.

Minervini, addirittura, è un esponente di Rifondazione Comunista. Alla fine, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, era stato l’unica figura a riuscire ad aggregare l’intero centrosinistra per riprendersi una città che nel 2025 aveva visto la giunta decapitata da un’inchiesta che aveva coinvolto l’allora sindaco con l’accusa di appalti in cambio di voti. Ingegnere meccanico di 36 anni, il neo-sindaco fa politica da quando aveva 15 anni: era partito dall’associazionismo di base, poi aveva fatto parte nei movimenti contro l’austerità post-governo Monti e dal sei anni è in Rifondazione.

La sua affermazione ha fatto festeggiare il segretario del partito, Maurizio Acerbo, con un paragone a stelle e strisce: “Dopo Mamdani a New York la conferma che c’è voglia di sinistra viene dalla vittoria del nostro compagno Manuel Minervini a Molfetta. Si può vincere coinvolgendo i giovani e il popolo del No con idee chiare e di sinistra – ha detto – La corsa al centro e il trasformismo hanno aperto la strada alla destra. Intorno a un giovane candidato di Rifondazione Comunista come Manuel si è creato un movimento giovanile e popolare e un fronte costituzionale e democratico pieno di entusiasmo e partecipazione”.

Un centinaio di chilometri più a sud, in provincia di Brindisi, ecco un’altra sorpresa: la vittoria di Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni. Espressione del Movimento Cinque Stelle, e sostenuto dall’intero centrosinistra, Ruggiero ha superato al ballottaggio il candidato del centrodestra Giacomo Viva con il 51,48% delle preferenze. San Vito era amministrato dal centrodestra con l’ex sindaca Silvana Errico, fuori dal ballottaggio in una guerra tutta a destra e una frattura che ha fatto sentire i suoi strascichi anche al secondo turno. Viva, infatti, era stato il candidato più suffragato al primo turno, con il 38%, ma è uscito sconfitto nella volata finale. “Da domani sono certo – ha detto il neo sindaco – metteremo da parte le posizioni avute. Il ballottaggio è un’elezione a se. Non bisogna dimenticare la bassa affluenza al primo e secondo turno. Sono tutti piccoli segnali che dobbiamo mettere insieme per poter programmare e coinvolgere la cittadinanza nelle politiche dei prossimi cinque anni”.

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La linea rossa per il Pd si chiama politica estera. Parla Petruccioli

L’addio della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno al Partito democratico non è stata una sorpresa per Claudio Petruccioli, già presidente Rai ed ex dirigente storico della sinistra italiana. Evidenzia un malcontento che in tanti manifestano, spiega in una conversazione con Formiche.net, sia fuori che dentro il Pd. E c’è una “linea rossa” insuperabile che i riformisti devono tracciare, che è quella dell’europeismo e dell’atlantismo, oltre la quale non si può andare. Tradotto: il Pd non può inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle solo per tenere compatta la coalizione, perché a rischiare sarebbe l’Italia intera.

Cosa pensa dell’addio al Pd di Pina Picierno?

Non posso dire che mi abbia sorpreso. Però vorrei fare una premessa. Io non sono iscritto a nessun partito: sono un elettore e guardo alle cose con le preoccupazioni di un elettore. Nei prossimi anni saremo chiamati a scegliere chi governerà il Paese in una fase decisiva per l’Italia, per l’Europa e per il mondo. Eppure conosco molte persone che non sanno per chi votare. Da una parte c’è il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dall’altra un centrosinistra che appare diviso e nel quale la leadership politica sembra oscillare tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Molti elettori moderati e riformisti vedono limiti e inadeguatezze in entrambi gli schieramenti. In questo contesto si colloca la scelta di Pina Picierno. Non è la sola ad aver lasciato il Partito democratico negli ultimi anni e mesi, ma la sua uscita ha un significato particolare.

Perché?
Non ha detto di voler passare dall’altra parte, ha detto che così non si può andare avanti e che il problema non è soltanto vincere le elezioni, ma chiedersi con quale progetto di governo. A mio avviso ha posto una questione reale: la credibilità di un eventuale governo del campo largo su temi fondamentali come l’Ucraina e l’Europa. Sono due questioni strettamente collegate e per me rappresentano un criterio essenziale di scelta. Molti, anche tra coloro che condividono le sue preoccupazioni, le hanno posto una domanda legittima: “E dopo?”. Qual è la prospettiva politica che segue alla critica? È una domanda che vale per Picierno, ma vale anche per chi è rimasto nel Pd sostenendo che la battaglia vada combattuta dall’interno. Io penso però che il punto sia un altro.
Quale?
Qual è la linea rossa? Se il Pd riuscirà a correggere la propria posizione e ad affermare con chiarezza una linea europeista e atlantica, bene. Ma se questo non accadrà, fino a che punto i riformisti saranno disposti a seguirne la strategia? Perché la risposta che arriva dalla segreteria Schlein è sostanzialmente questa: per battere la destra bisogna tenere unita la coalizione, e quindi bisogna tenere conto delle posizioni di Conte. Ma il problema non è stare o non stare con Conte. Il problema è quale linea prevale nella coalizione. Se prevale una linea chiara sull’Ucraina, sull’Europa e sulla difesa europea, allora sarà Conte eventualmente a dover decidere se accettarla. Se invece, per tenere insieme la coalizione, il Pd continua a inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle, allora il problema diventa serio. Per questo la domanda “e dopo?” non riguarda soltanto Picierno. Riguarda anche chi è rimasto nel Pd. Se la linea politica non cambia, qual è il limite oltre il quale i riformisti non sono più disposti a seguire il partito?
Quindi la linea rossa da tracciare si chiama politica estera?

Per come la vedo io, sarebbe dannoso per l’Italia sia un altro governo della destra sia un governo del campo largo incapace di esprimere una posizione credibile e coerente sui grandi temi internazionali. I prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e non possiamo permetterci ambiguità.

Arturo Parisi parlando con Formiche.net ha detto che con le vecchie identità si fa poca strada e che servono nuove riforme e nuovi riformatori all’altezza delle sfide del presente. Cosa ne pensa?

Sono d’accordo. Però cerco di partire dalle questioni più concrete. La domanda posta a Picierno (“e dopo?”) è giusta. Ma deve valere per tutti. Chi sostiene che bisogna restare nel Pd e cambiarlo dall’interno deve spiegare come intende farlo e soprattutto su quali contenuti. Prendiamo l’esempio più evidente: Ucraina, Europa e difesa europea. Qual è oggi la posizione del campo largo su questi temi? Qual è la posizione che dovrebbe avere un governo credibile per l’Italia e per l’Europa? Prima ancora di discutere di nuove identità politiche, bisogna dare una risposta a queste domande. Senza una risposta chiara, il problema della credibilità di governo resta aperto.

Picierno ha lanciato Spazio Pubblico, un movimento che ha ricevuto apprezzamenti da Calenda, Marattin e altri esponenti dell’area riformista ed europeista. Pensa che sia possibile mettere insieme queste realtà, al di là dei personalismi?

Se tutte queste persone, che su molti temi dicono sostanzialmente le stesse cose, riuscissero a costruire un’iniziativa comune, sarebbe certamente meglio della situazione attuale. Non penso che da sola sarebbe la soluzione di tutti i problemi. Bisogna essere realistici sui limiti di ciascuno. Tuttavia potrebbe rappresentare una presenza politica più forte e visibile, capace di costringere tutti gli altri attori a confrontarsi con questioni che oggi vengono spesso eluse. In questo senso sarebbe utile, perché introdurrebbe nel dibattito una voce capace di porre con chiarezza e determinazione problemi che molti elettori avvertono, ma che troppo spesso la politica preferisce non affrontare.

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Loulé recebeu Seixas da Costa para uma reflexão sobre geopolítica internacional

A Casa do Meio Dia, em Loulé, recebeu no passado sábado uma sessão de reflexão e debate dedicada à atualidade internacional, tendo como convidado o embaixador Francisco Seixas da Costa, uma das vozes mais reconhecidas da diplomacia portuguesa. Sob o tema “O Lugar de Portugal num Mundo Dividido”, a iniciativa reuniu um público atento e participativo para uma análise dos principais desafios geopolíticos que marcam o panorama mundial contemporâneo.

Com organização de Carlos Albino e João Guerreiro e apresentação/moderação da diretora do Jornal do Algarve, Luísa Travassos, a sessão decorreu num ambiente de proximidade e diálogo, permitindo aos presentes acompanhar uma reflexão alargada sobre as transformações em curso na ordem internacional, e os desafios que se colocam a Portugal num contexto global cada vez mais complexo e marcado por tensões políticas, económicas e estratégicas.

Ao longo da sua intervenção, Francisco Seixas da Costa recorreu à vasta experiência acumulada ao longo de décadas de carreira diplomática para enquadrar algumas das principais mudanças que têm vindo a redefinir as relações internacionais. A crescente fragmentação do sistema internacional, a emergência de novos centros de poder e as consequências dos conflitos que marcam diferentes regiões do mundo foram alguns dos temas que estiveram no centro da reflexão.

Após a exposição inicial, seguiu-se um período de perguntas e respostas que permitiu aprofundar várias das questões abordadas, num debate vivo e esclarecedor. As intervenções dos participantes versaram sobre a importância que o mar tem para o nosso país, sobre a desvalorização crescente do mundo mediterrânico e contribuíram para enriquecer a discussão, refletindo o interesse que os temas internacionais e a envolvência de Portugal nos mesmos continua a suscitar junto da comunidade.

Num tempo em que as questões geopolíticas assumem uma importância crescente na vida das sociedades, a sessão constituiu uma oportunidade para promover uma reflexão informada sobre o posicionamento de Portugal perante os desafios do século XXI. O encontro confirmou igualmente a vocação da Casa do Meio Dia como espaço de cultura, pensamento e cidadania, capaz de reunir personalidades de referência e público em torno de temas de reconhecido interesse público.

A sessão foi integralmente gravada, permitindo que todos os interessados possam acompanhar ou revisitar a reflexão promovida pela Casa do Meio Dia. O vídeo completo do encontro, incluindo a intervenção de Francisco Seixas da Costa e o debate com o público, encontra-se disponível AQUI.

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Governo prepara linha de crédito para motociclistas de aplicativos

Logo Agência Brasil

O governo federal lançará uma nova linha de crédito para motociclistas de aplicativos financiar motos novas. A Move Motos seguirá a lógica do Move Aplicativos, lançada no mês passado para ajudar motoristas de aplicativos e taxistas a financiarem veículos.

A medida foi anunciada pela ministra da Casa Civil, Miriam Belchior, na semana passada, durante reunião ministerial comandada pelo presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Na ocasião, Lula lembrou que todas as entregas do governo federal devem ocorrer até 3 de julho, em razão do calendário eleitoral.

Notícias relacionadas:

“Seguimos atuando para sustentar o crescimento e estimular o investimento produtivo.”

Miriam fazer balanço do programa Move Brasil, que também foi ampliado recentemente e visa à renovação da frota de caminhões, ônibus e implementos rodoviários.

No primeiro dia de operações, R$ 3,2 bilhões em crédito foram contratados pelo Move Brasil, dos R$ 21,2 bilhões colocados à disposição pelo Banco Nacional de Desenvolvimento Econômico e Social (BNDES), responsável por operar os recursos. No caso do Movo Máquinas Agrícolas, R$ 10 bilhões estão à disposição para micro e pequenos empreendedores turísticos.

Move Aplicativos

No caso do Move Aplicativos, 740 mil profissionais já atenderam aos requisitos para acessar a linha de financiamento com as condições mais favoráveis. A análise do crédito e contratação com os bancos começa em 19 de junho.

O governo federal abriu crédito extraordinário de R$ 30 bilhões para a compra de veículos por motoristas de táxi e de aplicativo. Os recursos serão repassados pelo Ministério da Fazenda ao BNDES, que também vai operacionalizar a medida.

Para se habilitar, o motorista precisa preencher cadastro na plataforma gov.br/movebrasil. Em um prazo de até cinco dias após o cadastro, o trabalhador será informado se poderá participar do programa.

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Ballottaggio ad Agrigento, la festa del candidato di centrosinistra Sodano: “Per la città è una nuova primavera”

“Per Agrigento è una nuova primavera”. Con queste parole Michele Sodano, candidato del centrosinistra ad Agrigento, ha salutato la vittoria al ballottaggio nella città siciliana, che dunque “passa di mano”, dopo la legislatura di centrodestra.

Sodano, che ha letteralmente trionfato con oltre il 70% dei consensi, ha ringraziato i cittadini e le cittadine e “un ringraziamento e un gesto di rispetto va anche a tutti i nostri competitor con cui ci siamo sfidati in questa campagna elettorale. Adesso comincia il bello, il bello sarà ricostruire la nostra Agrigento”.

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Stavolta il mio Presidente si è sbagliato

di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.
Per questo la grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è.

Minetti non ha scontato un giorno di pena — nemmeno sotto forma di affidamento ai servizi sociali, misura già prevista e non ancora iniziata quando i suoi legali hanno presentato l’istanza. La grazia è arrivata il 18 febbraio 2026, emersa alla stampa due mesi dopo, alla vigilia del processo Ruby Ter. La Procura Generale ha verificato tutto. Nessuna irregolarità. Tutto lecito.

Ma la grazia non è un automatismo. È un atto discrezionale: il Presidente può rifiutarla anche con tutti i pareri favorevoli, come stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2006. Non è un notaio. È il garante della Costituzione — quella che all’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici che limitano di fatto l’uguaglianza.

Nicole Minetti vive con Giuseppe Cipriani, famiglia simbolo del lusso internazionale. Non è una persona abituata a perdere. Per chi vive in quel mondo, la grazia non è sopravvivenza — è la conferma di aver vinto ancora una volta. Contro lo Stato. Contro i giudici. Contro i milioni di persone che le regole le rispettano perché credono valga la pena farlo. Non cancella la pena. Cancella la sconfitta.

Il paese non legge il dossier. Legge il gesto. E il gesto dice che in Italia, se hai le risorse e gli avvocati giusti, ottieni lo sconto. Dice che chi non ha niente di tutto questo resta dove sta — in cella sovraffollata al 139%, dove nel 2025 hanno perso la vita ottantadue detenuti suicidi. Dice quello che il Marchese del Grillo ripete da secoli: esistono due categorie, e non si mescolano mai quando conta davvero.

Mattarella si è sbagliato. Non per dolo, non per connivenza. Si è sbagliato perché ha scelto la procedura sopra il senso del gesto, perché non ha preso posizione. In un paese che ha perso fiducia nelle istituzioni, il senso del gesto conta più della procedura.

Il garante della Costituzione ha garantito la Costituzione di carta. Quella concreta, quella che vive nell’esperienza di milioni di italiani che vanno avanti senza santi in paradiso, è rimasta dov’era.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Cittadini interrogati in commissariato: scontro in Commissione Covid. Le opposizioni abbandonano i lavori

Caos in Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria Covid. Nella seduta di oggi Pd, M5s, Avs e ItaliaViva hanno abbandonato i lavori. La scintilla è stata innescata dalle audizioni odierne di due persone, già formalmente interrogate come persone informate sui fatti, ma al di fuori delle procedure previste per una commissione parlamentare. I due testimoni infatti sarebbero stati sentiti “all’insaputa dei commissari che compongono la Commissione parlamentare” e in una sede diversa da quella istituzionale: gli interrogatori si sarebbero svolti negli uffici del commissariato di Polizia di Trevi Campo Marzio, condotti da consulenti della Commissione nominati da Fratelli d’Italia.

“Questo è gravissimo e questa vicenda pone questa commissione fuori dal perimetro costituzionale e istituzionale” denuncia il capogruppo del Movimento 5 stelle in Commissione, Alfredo Colucci. Filiberto Zarattidi di Alleanza Verdi-Sinistra chiede le dimissioni del presidente della Commissione, Marco Lisei di Fratelli d’Italia. E Francesco Boccia, capogruppo dem in Senato rincara la dose: “Fanno paura. È grave il modo di utilizzare questa Commissione che è un plotone d’esecuzione su un governo (il Conte 2, ndr) ovviamente fatto da chi non ha mai creduto né che ci fosse stato il virus e da colleghi no-vax”.

Anche Galeazzo Bignami ha raggiunto i cronisti per affermare “che i colleghi dell’opposizione di sono dimenticare di dire che anchiloso hanno deciso questa attività” (l’interrogatorio in caserma di due persone, ndr). “Attività” secondo il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia e membro della Commissione Covid “normalmente usata da decenni”.

Mentre le opposizioni contestano questa ricostruzione. “È evidente che Fratelli d’Italia sta piegando questa commissione per finalità politiche”.

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Cosa penso dell’appello di Picierno ai riformisti

Il bipolarismo italiano sta vivendo probabilmente il momento più difficile dell’intera stagione della Seconda Repubblica. Proprio mentre il Paese è chiamato a confrontarsi con profondi cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici, emergono con evidenza tutti i limiti di un sistema politico sempre meno capace di interpretare il cambiamento e di governarlo.

L’uscita di Pina Picierno dal PD ed il suo appello ai riformisti e liberali tutti a unirsi per superare il bipolarismo è assai significativo dei possibili cambiamenti futuri. La promessa dell’alternanza, che avrebbe dovuto garantire stabilità e chiarezza programmatica, si è progressivamente logorata. I due poli, pur contrapponendosi sul piano elettorale, finiscono spesso per convergere su impostazioni che ostacolano lo sviluppo del Paese.

Le componenti populiste che ne costituiscono la parte prevalente condividono infatti una visione fondata sull’espansione della spesa pubblica, sull’uso sistematico di bonus e sussidi e su politiche orientate più al consenso immediato che alla crescita duratura. Non meno significativa è l’ambiguità che attraversa entrambi gli schieramenti nei confronti dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica.

Si denunciano le insufficienze dell’Unione Europea, ma allo stesso tempo si respingono quelle cessioni di sovranità indispensabili per costruire una politica economica, fiscale e di difesa comune. Eppure solo un’Europa più integrata può consentire ai suoi Stati membri di affrontare con efficacia le sfide poste dalle grandi potenze globali e dalle tensioni internazionali. Ne deriva una politica spesso oscillante e contraddittoria, incapace di offrire una visione strategica all’altezza dei tempi. I mutamenti in corso rendono dunque sempre più evidente la necessità di una ristrutturazione del sistema politico italiano.

Occorre ricostruire alleanze fondate su autentiche affinità programmatiche e non su convenienze elettorali: politiche fiscali eque, sostegno alla crescita, qualità della spesa pubblica, convinto europeismo e lealtà atlantica dovrebbero rappresentare i pilastri di una nuova proposta di governo. La crisi del bipolarismo si manifesta anche nella crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Quasi metà dell’elettorato sceglie ormai l’astensione, segnalando una sfiducia che indebolisce la stessa qualità della democrazia. Ma le defezioni non riguardano soltanto gli elettori.

Sempre più spesso figure autorevoli abbandonano partiti divenuti strutture chiuse, dominate dalla fedeltà ai leader più che dal confronto delle idee. Emblematico è il caso di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Da tempo denuncia il progressivo allontanamento del Partito Democratico dalla vocazione originaria immaginata da Walter Veltroni: un progetto capace di riunire le grandi culture riformiste e democratiche dell’umanesimo italiano.

L’appello rivolto da Picierno va oltre la vicenda personale. Esprime la domanda crescente di una aggregazione politica capace di coniugare Europa federale, economia sociale di mercato, innovazione, sostenibilità del welfare, diritti e doveri. In altre parole, la ricerca di una via d’uscita da un bipolarismo sempre più sterile. Forse è proprio qui che si intravede il primo segnale della politica che verrà: non la riproposizione di schieramenti esausti, ma la costruzione di un’alternativa capace di riconnettere cittadini e istituzioni, restituire credibilità alla democrazia e preparare l’Italia alle decisive sfide del XXI secolo.

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Attivisti della Flotilla in carcere in Libia, Tajani: “Situazione complicata, non c’è ancora un’accusa formalizzata”

Quella degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ancora detenuti nelle carceri libiche dal 24 maggio scorso, è “una situazione complicata“. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrando i giornalisti alla Farnesina al margine del Forum Italia-Norvegia, sottolineando che “stiamo seguendo minuto per minuto l’evolversi della situazione con il nostro console a Bengasi e anche da Roma, lavoriamo perché possano essere liberati il prima possibile”.

Tajani ha aggiunto che “è una situazione delicata perché non ci sono soltanto italiani, ma anche altre persone di altre nazionalità arrestate e questo rende un po’ più complicata la situazione”. Il titolare della Farnesina ha rassicurato che la situazione viene seguita minuto per minuto, sottolineando però che “ancora non c’è un’accusa formalizzata” nei confronti degli attivisti italiani.

Tra gli attivisti ancora bloccati ci sono gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone,

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Telese paragona Picierno a una “Vannacci di sinistra” e lei telefona in diretta: “Sopporto i suoi dileggi, ma questo no”

Tensione alle stelle nell’ultima puntata di In Onda (La7) tra Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, e Luca Telese, conduttore del talk show politico insieme a Marianna Aprile. L’argomento del dibattito è la vicenda dell’europarlamentare, ora nel gruppo Renew Europe, dopo l’abbandono del Pd e la fondazione del movimento Spazio Pubblico. Telese ripercorre il suo editoriale pubblicato sul Centro, di cui è direttore. Ricorda, in primis, che Picierno se n’è andata da sola e non ha subito alcuna epurazione. Dopo aver votato più volte contro le indicazioni del partito, senza ricevere alcun richiamo, nemmeno sui fondi strutturali destinati alle armi, e dopo aver ricevuto una delegazione dell’Israel Defense and Security Forum nel pieno dell’offensiva in Palestina, è arrivato il nodo decisivo. Pur di non cedere la vicepresidenza del Parlamento europeo secondo le regole di rotazione del gruppo S&D, ha scelto di lasciare prima il Pd e poi il gruppo europeo.
Telese, quindi, si chiede se non sia un’operazione politica per affermare una leadership moderata: “Picierno potrebbe essere una Vannacci che ruba dei consensi al Pd, diventando la federatrice del centro“.

Pochi minuti dopo arriva in diretta la telefonata di Pina Picierno, visibilmente irritata. “Mi hanno riferito che Telese mi avrebbe definita in diretta una Vannacci”, attacca.
Telese precisa subito: “No, no, guardi, è incompleto. Dico che lei potrebbe essere elettoralmente una Vannacci di sinistra, cioè una persona che porta via un pezzo di consenso alla coalizione del campo largo”.
Picierno non ci sta: “Io da lei sopporto diverse cose, molto spesso il dileggio, senza mai perdere la calma. Da ultimo, il suo articolo sul suo giornale. Non posso però transigere quando lei mi paragona a Vannacci, perché questa è una questione che riguarda i valori, le cose in cui credo e tutto quello che io ho sempre combattuto. Mi oppongo in maniera totale, convintissima a tutto quello che Vannacci è, a tutto quello che Vannacci rappresenta, a tutto quello con cui Vannacci è in contatto”.
Telese replica serafico: “Siamo contenti che lei ce lo dica, ma non era in discussione. Se Prodi dice che serve una Meloni di sinistra, cosa che peraltro ha smentito, non vuol dire che la Meloni diventi leader del centrosinistra. Però bene che lei ce l’abbia spiegato”.

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Silvia Salis e le polemiche sulle “regole” per la conferenza stampa: “Domande prima e solo sulla città”

Il primo anno di governo di Silvia Salis sarà celebrato con una conferenza stampa. Una scelta che, fanno notare i più maliziosi, ricorda più la postura di una (aspirante) presidente del consiglio che di una sindaca, nonostante le ripetute smentite. Di più: “un anno di giunta”, questo il nome dato al format, sembrerebbe pensato apposta per convincere gli scettici sul tallone d’achille di Salis come potenziale candidata anti-Meloni, e cioè che finora ha dimostrato poco. Ma ciò che sta davvero facendo discutere sono le modalità con cui è stato organizzato questo punto stampa. E in particolare due aspetti: la restrizione delle domande “all’amministrazione della città” e la richiesta ai giornalisti di segnalare i “temi” su cui intendono fare domande con giorni d’anticipo.

Questo almeno è ciò che si evince dal comunicato stampa del Comune di Genova, che specifica di aver “concordato” le regole con l’Ordine dei giornalisti della Liguria: “Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria, ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città. Per agevolare il lavoro di tutti e rendere sostenibile la durata della conferenza stampa, si pregano i colleghi interessati a partecipare di accreditarsi, indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18”.

Vale la pena di ricordare le polemiche che accompagnano da anni Giorgia Meloni, accusata di scappare dal confronto con i cronisti e di aver limitato questa possibilità all’incontro di inizio anno. Adesso è il centrodestra a muovere la stessa contestazione alla sindaca di Genova, figura che da tempo è vista come possibile candidata anti Meloni: “Una conferenza stampa dovrebbe essere il luogo del confronto libero tra politici e cronisti ma se le domande devono essere comunicate in anticipo il rischio è che si trasformi in una rappresentazione che segue un copione già scritto, dove tutto è previsto e nulla deve disturbare la narrazione ufficiale”, commenta Susanna Donatella Campione, senatrice di Fratelli d’Italia.

Dopo le prime polemiche, rilanciate in gruppo dai giornali di centrodestra, l’Ordine dei giornalisti della Liguria sembra essersi in parte smarcato da alcuni passaggi di quel comunicato: “In merito alle richieste di chiarimento pervenute da alcuni colleghi sulle modalità cui cui si svolgerà la conferenza stampa sul bilancio annuale della sindaca Silvia Salis e convocata dal Comune di Genova, l’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti”. Contrordine insomma, niente domande ristrette a piacimento su argomenti cittadini, né telefonate tre giorni prima. Almeno non con l’avallo dell’Ordine dei giornalisti.

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Davi Alcolumbre fará reunião para debater tramitação da PEC da Escala 6×1 no Senado

Na volta do feriado, o Congresso segue discutindo o fim da escala 6×1, aprovada na Câmara dos Deputados. Nesta terça-feira, 9 de junho, Davi Alcolumbre (União-AP), presidente do Senado, reune-se com Otto Alencar (PSD-BA), presidente da Comissão de Constituição e Justiça (CCJ), e os líderes partidários para discutir a tramitação da Proposta de Emenda Constitucional (PEC) no Senado Federal. Após a aprovação na Câmara, Alcolumbre tem sinalizado que o texto atual da proposta vai passar pelas comissões da Casa para que haja um “aperfeiçoamento do texto”. 

Em contrapartida a cautela da votação da PEC, Alcolumbre junta esforços para garantir a votação do corregedor do Conselho Nacional de Justiça (CNJ) nesta semana. Com indicação de Benedito Gonçalves, ministro do Superior Tribunal de Justiça (STJ), o presidente do Senado convocou a presença dos senadores para o pleito, tendo em vista que ele deveria ter ocorrido no dia 20 de maio, mas foi adiado por causa do número insuficiente de votantes.

No Supremo Tribunal Federal (STF), o plenário julga, nesta quinta-feira,11 de junho, a anulação da audiência que absolveu o empresário André de Camargo Aranha da acusação de ter estuprado Mariana Ferrer em 2018. O recurso (ARE) 1541125 tem como relator o ministro Alexandre de Moraes. Durante uma audiência virtual realizada durante o processo, o advogado da defesa de Aranha proferiu comentários ofensivos sobre a vítima. O argumento que será analisado pela Corte é de que o princípio constitucional da dignidade humana foi violado pelo advogado e, portanto, a audiência deve ser anulada. Na época, a promotoria argumentou que o empresário não teve “intenção” de estuprar e que, portanto, seria um  “estupro culposo”, o que não está previsto na lei como crime e gerou a sentença favorável a Aranha. 

Na Câmara dos Deputados, nesta terça-feira, 9, a Comissão de Educação vai debater sobre a regularização da educação domiciliar. Em uma audiência pública, a pauta foi sugerida após o STF considerar a prática constitucional se for feita uma lei federal. Na Câmara, o projeto de lei 1338/22 que permite a educação domiciliar já foi aprovada e, hoje, tramita no Senado.

Agenda Brasília da semana de 08 a 12 de junho:

DIREITOS HUMANOS

  • Câmara
    • Territórios Indígenas (CPOVOS, 09/6, 14h): Audiência pública deve debater sobre segurança territorial, acesso a direitos sociais, oportunidades econômicas aos indígenas  e a proteção contra violência.
    • Ambulantes e Artesãos (CLP e CDHMIR, 11/6, 10h): Audiência pública para debater as condições de trabalho em São Paulo dos ambulantes e artesãos.  
  • Senado
    • Seguro desemprego (CRA, 10/6, 14h10): A Comissão vota em projeto de lei que concede benefício do seguro-desemprego ao trabalhador extrativista vegetal, e ao seringueiro proprietário de seringueiras cultivadas. 

POLÍTICA

  • Câmara 
    • Erika Hilton (COETICA, 09/6, 14h): Comissão de ética vai a votação na ação do Partido Novo contra a deputada federal Erika Hilton. O partido alega de quebra de decoro parlamentar pela deputada tentar reprimir “toda e qualquer pessoa que expresse o fato dela não ser mulher cis”
    • Bolsa Família (CFT, 09/6, 14h): Comissão debate sobre os impactos financeiros dos desvios de dinheiro do auxílio Bolsa Família e como prevenir. 

  • Senado
    • Presidente do BRB (CAE, 09/6, 10h): Presidente do Banco de Brasília comparece à comissão para  debater casos e fraudes do Banco Master

  • STF
    • Registro de conexão (ADC 91, 10/6, 14h): Ministros votam na legitimação de parte do Marco Civil da Internet que garante que dados de registro de conexão só serão acessados por decisão judicial.
    • Dados fiscais (RE 1296829, 10/6, 14h): Ministros discutem se há violação do sigilo fiscal em casos de compartilhamento ao Ministério Público Eleitoral dados fiscais de pessoas físicas e jurídicas obtidos sem autorização prévia 
    • Requisitar documentos (ADI 5059, 10/6, 14h): Ministros decidem  se delegados de polícia podem requisitar diretamente dados ou documentos durante as investigações criminais sem a necessidade de prévia autorização judicial.

EDUCAÇÃO

  • Câmara
    • “Lista de estudantes estupráveis” (CE, 10/6,10h): Em função de diversos casos de alunos fazendo listas de meninas “mais estupráveis”, a comissão realiza uma audiência pública sobre o avanço da misoginia nos ambientes escolares. 

  • Senado
    • Estágio em atletas (CEsp, 10/6,10h): Comissão vota no projeto de lei que dispensa o estágio obrigatório a atletas profissionais no curso de educação física. 

SAÚDE

  • Câmara
    • Doenças Raras (CPD, 09/6, 13h): Em audiência pública, a comissão debate sobre o diagnóstico precoce, o acesso equitativo  às terapias avançadas e medicamentos e ao fortalecimento da rede de referência em doenças raras.

Agenda da semana da Pública é um serviço apresentado aos leitores aos domingos e segundas, concebido com base nas informações dos portais da Câmara, Senado e STF. 

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Tavirense João Silva integra Direção Política Nacional do Partido REAGIR

Presença política no Algarve fica reforçada

Em comunicado enviado à nossa redação, o agora intitulado Partido REAGIR, informa que, o tavirense João Silva tomou posse como Vogal da Direção Política Nacional do REAGIR para o mandato 2026-2030, na sequência da Assembleia Geral de Militantes realizada no dia 16 de maio de 2026, em Vila Nova de Cacela.

A reunião ficou igualmente marcada pela consolidação da nova identidade política do partido, que abandonou a designação Partido Reagir Incluir Reciclar (RIR) e passou oficialmente a designar-se REAGIR, assumindo uma linha de intervenção política mais direta, centrada na proximidade às populações e na resposta aos problemas concretos do país.

Natural de Tavira, João Silva regressa à intervenção política ativa após um percurso ligado à participação cívica e à militância em estruturas juvenis, com destaque para o trabalho desenvolvido na área da juventude e a participação no Conselho Municipal da Juventude de Tavira.

Com esta eleição, o dirigente passa a integrar a estrutura política nacional do partido e assume também a representação política do REAGIR no concelho de Tavira, reforçando a ligação entre a direção nacional e a realidade local algarvia.

Apesar de o partido não ter representação autárquica no concelho, João Silva defende uma intervenção política ativa no espaço público, assumindo que a ausência de eleitos não impede a apresentação de propostas e o acompanhamento das políticas locais.

O dirigente afirma que o foco da sua intervenção passa pelo desenvolvimento do concelho de Tavira, com especial atenção ao combate à desertificação do interior, ao envelhecimento populacional, à falta de habitação acessível, às dificuldades de mobilidade e à necessidade de reforço dos serviços públicos nas freguesias.

Defende ainda uma visão crítica sobre o desequilíbrio territorial do concelho, sublinhando que o desenvolvimento não pode continuar centrado apenas na cidade, ignorando as freguesias do interior e as suas dificuldades estruturais.

Nesse sentido, o REAGIR pretende fazer chegar aos órgãos competentes propostas e contributos políticos sempre que considerar necessário, assumindo uma postura de intervenção pública ativa e de escrutínio das opções políticas locais, num registo de oposição construtiva.

A ausência de representação autárquica não pode significar ausência de intervenção política. O nosso compromisso é com os cidadãos e com os problemas reais do concelho, e sempre que existirem soluções ou propostas relevantes, estas serão apresentadas e defendidas publicamente“, afirma João Silva.

A entrada do dirigente tavirense na direção nacional do REAGIR é interpretada pelo partido como um sinal de reforço da sua presença no Algarve e de aposta numa nova geração de quadros políticos com ligação direta ao território.

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