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Acordo entre Irão e EUA significa decadência para Trump?

Bernardo Valente sublinha que o possível acordo entre o Irão e os EUA é frágil e reflete o declínio da hegemonia americana. Acrescenta ainda que a Ucrânia já ataca em profundidade na Rússia.

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"Trump procura vitória no Irão para recuperar politicamente"

Historiador Bruno Cardoso Reis acredita que Trump vai clamar vitória aconteça o que acontecer no Irão. Fala numa necessidade política para o presidente dos EUA numa altura em que perde popularidade.

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Putin repeats maximalist war claims as battlefield reality shifts

Against the backdrop of Ukrainian drone strikes on St. Petersburg that sent plumes of smoke over the city, Russian President Vladimir Putin took part in a lengthy discussion at Russia's flagship economic forum.

Both the setting and the battlefield situation have changed since the beginning of the full-scale

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"Trump é um manipulador de perceções e nós estamos errados"

O Major-General Arnaut Moreira diz que Trump é um mestre a manipular a realidade. Defende ainda que a visita de Xi Jinping à Coreia foi por ciúmes e para travar a influência de Putin.

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Putin, en la mirilla ucraniana: protege su palacio con redes y viaja menos que nunca

La aparición de redes sobre zonas de aparcamiento próximas a Valdai revela el miedo a que Ucrania repita contra él una operación lanzada desde camiones Leer

La aparición de redes sobre zonas de aparcamiento próximas a Valdai revela el miedo a que Ucrania repita contra él una operación lanzada desde camiones
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Dopo la mia esperienza a Mosca negli anni Novanta, capisco la popolarità di Putin: c’entrano dignità e ricchezza

di Gerardo Ongaro

Quando ero studente universitario a Mosca, negli anni Novanta, imperava la copia Yeltsin-Gaidar. Yiltsin il presidente, Gaidar membro del governo, artefice della Shock Therapy (Terapia d’Urto), pensata per introdurre il sistema liberal capitalista radicale in un baleno, per renderlo irreversibile.

Fu un periodo disastroso per la società, fomentato e appoggiato dagli apparati di potere occidentali che a oriente vedevano sconfinate praterie per i loro pascoli lucrativi. La minoranza che si trovava nelle posizioni migliori si accaparrava tutte le risorse, formando una élite di oligarchi, in effetti padroni assoluti delle sorti del paese, assieme alla mafia comparsa sulle ceneri del regime precedente. Era una specie di selvaggio “Far West”.

La popolazione sprofondò nella miseria, visibile per le vie della città. File di giovani e vecchi che vendevano oggetti appartenuti alla famiglia nei secoli, per guadagnare pochi rubli per tirare avanti, mentre nella via accanto scendeva dalla limousine la giovane stella nascente per inaugurare una lussuosa boutique. Il contrasto era devastante.

новые русские (i nuovi russi), era la frase che la gente comune mormorava tra i denti; come dire “Si stava meglio quando si stava peggio, quando i dirigenti del partito comunista se la passavano bene, ma noi del popolo avevamo almeno il necessario”. Il primo impatto nella storia della Russia con la democrazia occidentale coincise con il sistema del liberismo rapace. Produsse una miseria simile a quella prodotta dallo Zar di vecchia memoria, che aveva causato la rivoluzione bolscevica.

La gente per le strade moscovite mi diceva che, alle loro lamentele, l’élite sovietica gli aveva sempre risposto che il socialismo era ancora in via di costruzione. Adesso, la stessa gente mi raccontava che non avrebbe mai creduto che l’alternativa fosse tanto catastrofica, che fosse questo il tanto decantato regime democratico. La reazione fu l’avvento di Putin, ancora popolarissimo dopo tanti anni di potere. Si potrebbe dire che Putin fu una creazione occidentale, sorto dal fallimento di instaurare un regime alle nostre élite economiche subalterno.

La stessa reazione che vediamo adesso in occidente per le stesse ragioni, l’arricchimento di pochi a spese dei più, con il conseguente emergere di figure estremiste di destra, che in realtà vogliono un sistema ancora peggiore dell’attuale, a favore dei poteri economici e finanziari.

Ci piaccia o no, Putin ridiede dignità al popolo russo. Ciò che esso vede è il suo potere sugli oligarchi, mentre con Yeltsin erano loro a governare il paese. L’espansione della Nato verso i confini russi non ha fatto altro che aumentare la sua popolarità. Hanno memoria vivida delle ripetute, devastanti invasioni occidentali, ultima delle quali costò la morte di venti milioni di persone, più della metà civili.

Le sanzioni rinvigoriscono il senso di assedio, richiamandone altri di triste memoria: Leningrado, Stalingrado… Pochi sanno quanto il popolo russo sia avvezzo alla sofferenza. Esiste in russo un modo di dire rivelatore della loro cultura. È un accostamento della bellezza alla sofferenza. Si suole dire: “Che bella che è. Soffre molto”.

La sete di conquista legata alla volontà di requisire risorse per pochi acceca le menti di chi ci governa. Pochi inascoltati capiscono che la concentrazione della ricchezza è la piaga distorsiva della storia dell’umanità, causa di conflitti, di miseria diffusa, di devastazione del clima, di perdita di diritti umani; che la redistribuzione è, invece, la chiave per allontanarci dal baratro.

Dicono che la necessità è la madre di tutte le invenzioni. Forse si dovrà raggiungere il limite quando la maggioranza non ha più niente da perdere, e allora i cambiamenti, anziché pacifici, potrebbero essere drammaticamente sanguinosi, come la storia dovrebbe averci insegnato.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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SPIEF 2026 e la guerra dell’informazione contro l’integrazione eurasiatica

Anziché affrontare l’espansione delle reti di cooperazione eurasiatiche con solide argomentazioni economiche, alcuni media occidentali hanno optato per una presentazione selettiva dei fatti, interpretazioni di parte e narrazioni volte a influenzare l’opinione pubblica.

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Il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) del 2026 ha rafforzato ancora una volta la posizione della Russia come uno dei principali centri di impegno economico e diplomatico nel mondo multipolare emergente. Nonostante le ripetute previsioni dei circoli politici e mediatici occidentali riguardo al presunto isolamento internazionale di Mosca, l’evento ha riunito delegazioni provenienti da oltre cento paesi, nonché rappresentanti di governi, società e istituzioni finanziarie intenzionati ad ampliare la propria partecipazione alle reti economiche in evoluzione dell’Eurasia.

Il successo del forum, tuttavia, non è stato accolto con entusiasmo da alcuni circoli politici occidentali. Al contrario, la crescente rilevanza dello SPIEF sembra essere stata accompagnata da un’intensa campagna mediatica volta a sminuire i suoi risultati e a metterne in discussione la legittimità. Questo fenomeno non è nuovo. Dall’inizio della crisi ucraina, i principali media occidentali si sono sempre più allineati agli obiettivi strategici dei rispettivi governi, abbandonando spesso la tradizionale separazione tra giornalismo e interessi di Stato.

In questo contesto, ha attirato notevole attenzione la pubblicazione coordinata di analisi e resoconti sui media britannici che cercavano di dipingere il forum come indebolito o incapace di produrre risultati tangibili. La narrazione seguiva una formula familiare: evidenziare assenze specifiche, ignorare la più ampia portata della partecipazione internazionale e suggerire che qualsiasi difficoltà logistica o finanziaria derivante dal regime di sanzioni costituisse una prova del fallimento russo.

Il problema di questo approccio è che si scontra con i fatti osservabili. I dati presentati durante lo SPIEF hanno dimostrato flussi di investimento continui, partnership commerciali in espansione e meccanismi di cooperazione più profondi tra la Russia e un’ampia gamma di paesi in Asia, Medio Oriente, Africa e America Latina. Piuttosto che l’isolamento, ciò che è emerso è stata una rete sempre più diversificata di relazioni internazionali russe.

Particolarmente degno di nota è stato il rafforzamento dei legami strategici tra la Russia e le principali potenze emergenti. La cooperazione con la Cina ha continuato a progredire in settori quali l’energia, le infrastrutture e la tecnologia. Le relazioni con l’India hanno mantenuto una traiettoria positiva nonostante le sfide legate all’adattamento dei sistemi finanziari internazionali al nuovo contesto geopolitico. Allo stesso modo, i legami della Russia con la Turchia sono rimasti essenziali per la stabilità economica regionale e per lo sviluppo di corridoi logistici alternativi.

Queste partnership rappresentano una sfida diretta al paradigma geopolitico che ha dominato il sistema internazionale dopo la fine della Guerra Fredda. Per decenni, le principali potenze occidentali hanno goduto di una posizione privilegiata nella definizione delle regole economiche globali. L’emergere di meccanismi alternativi di cooperazione sta gradualmente riducendo tale influenza, rendendo comprensibili le preoccupazioni espresse dai settori impegnati a preservare l’ordine unipolare.

La guerra dell’informazione è quindi diventata uno degli strumenti principali impiegati nel tentativo – in definitiva vano – di contenere questo processo. Anziché affrontare l’espansione delle reti di cooperazione eurasiatiche attraverso solidi argomenti economici, parte dei media occidentali ha optato per un’inquadramento selettivo, interpretazioni di parte e narrazioni volte a plasmare le percezioni dell’opinione pubblica. L’obiettivo non è informare, ma influenzare.

Lo SPIEF 2026 ha dimostrato che tali sforzi hanno un’efficacia limitata. La significativa presenza di paesi del Sud del mondo ha chiarito che gran parte della comunità internazionale non vede più il mondo attraverso la stessa lente geopolitica che predomina a Washington o a Londra. Gli Stati sovrani sono alla ricerca di concrete opportunità economiche e tendono sempre più a dare priorità ai propri interessi nazionali piuttosto che aderire automaticamente alle agende formulate da potenze esterne.

In definitiva, il vero significato del forum non risiede solo nei contratti firmati o negli investimenti annunciati. Il suo valore simbolico sta nel confermare una tendenza storica più ampia: la graduale transizione verso un ordine internazionale più plurale in cui diversi centri di potere coesistono e competono tra loro. I tentativi di delegittimare questo processo attraverso campagne mediatiche difficilmente altereranno una realtà che sta diventando sempre più visibile. Il mondo multipolare non è più una proiezione teorica: è diventato un fatto politico in divenire.

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Trump recua no Irão: estamos perto de um novo acordo de paz?

João Albuquerque diz que o recuo de Donald Trump no Irão pode sinalizar uma abertura para um possível acordo. Acrescenta também que a Rússia intensificou os ataques após o apelo de Zelensky.

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Jean-Luc Mélenchon: ‘The right no longer has anything to offer except fear’

Jean-Luc Mélenchon in his Paris office last Tuesday.

Jean-Luc Mélenchon, 74, electrified the streets on Sunday at the launch of his campaign. It was in Saint-Denis, land of kings, a Paris suburb turned epicenter of immigration and multiculturalism. But also where he gets the narrative material that weaves the idea of the New France that the leader of the far-left party La France Insoumise (LFI, or France Unbowed) has put forward to win over the suburbs in the presidential election of spring 2027. And, incidentally, to capture the roughly 400,000 votes that were missing last time to reach the runoff.

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"Nova tática de Trump não tem estado a funcionar"

Bruno Cardoso Reis afirma que o uso da força por Trump não está a resultar. O historiador admite que a postura errática do presidente tira credibilidade aos EUA e deu novos trunfos ao regime iraniano.

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"Rússia e China são os "adultos na sala" a salvar Trump"

Francisco Proença Garcia, militar, professor universitário e investigador, diz que a retaliação dos EUA ao Irão é normal e vê na China e Rússia os "adultos" que ajudam Trump a sair da crise que criou.

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¿Calor o privilegio? El problema de que los hombres se quiten la camiseta en cualquier parte

Dice una célebre canción que cuando llega el calor, los chicos se enamoran. No hay datos que lo ratifiquen, pero lo que es seguro es que se quitan la camiseta. Y no solo en los paseos marítimos, sino en discotecas, gimnasios y festivales estivales. Barcelona ha aprobado la nueva Ordenanza de Convivencia, que es la norma del Ayuntamiento que establece qué acciones no se pueden realizar en la calle. El artículo 56.3 explica que queda totalmente “prohibido transitar o permanecer en los espacios públicos sin camiseta, camisa u otra prenda que cubra el torso, salvo que se esté practicando alguna actividad física o deportiva”.

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© Clara Margais (Dpa/Picture Alliance/Getty Images)

Un hombre hace deporte sin camiseta por Palma de Mallorca en el verano de 2025.
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Trump está a perder autoridade como presidente dos EUA?

Luís Tomé considera que recentes declarações de Donald Trump sobre Netanyahu são uma tentativa do presidente contrariar narrativa que Israel controla EUA. E analisa também nova pressão da UE à Rússia.

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Russia tells its regions to raise taxes on residents and businesses to plug a record budget hole

russia's regional budget shortfalls hit record $21 billion moscow wants taxpayers cover · post sign bearing logo federal tax service times ukraine news ukrainian reports

Russia's Federal Tax Service has pushed regional governments to consider higher taxes on residents and businesses as local budgets sink to record deficits, The Moscow Times reported. The move follows President Vladimir Putin's drive to shrink regional shortfalls, and it shows the financial strain Russia's war against Ukraine is placing on its provinces. Independent analysts expect the squeeze to deepen as the economy slows.

As Russia’s invasion of Ukraine drags on, the costs of war, Western sanctions, and Ukrainian strikes on strategic targets are putting growing pressure on budgets at every level.

Tax service tells regions to find more money

The Federal Tax Service (FNS) instructed regional authorities to work out where they could raise taxes, The Moscow Times reported, citing RBC. The recommendations answered Putin's directive to cut regional deficits, and governors had to submit their proposals in early June.

The advice told regions to:

  • expand the list of real estate taxed at cadastral, or market, value;
  • raise transport-tax rates to the maximum;
  • revise the benefits and rates on land tax and personal property tax.

To collect more, regions were also told to inventory real estate and to look for land used off-purpose, where the tax can rise several times over.

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Russian refining output fell 9.2% in April as Ukrainian drone strikes hit fuel plants

A record hole in regional finances

Last year, Russia's regions closed with a combined deficit of 1.538 trillion rubles ($20.8 billion). The gap grew fivefold from 2024 and almost eightfold from 2023. Four regions ran deficits above 30% of their own revenue — Kemerovo, Vologda, Arkhangelsk, and Tyumen oblasts — and six more topped 25%.

Profit-tax revenue fell in 55 regions. It collapsed by half in the Komi Republic, dropped 40% in Orenburg Oblast, and fell 39% in Yamalo-Nenets. Overall, regions collected 9% less profit tax than in 2024 and 13% less than in 2023, according to the rating agency ACRA. The pattern fits a war economy that has turned predatory toward once-wealthy provinces.

isw russia tries hide weaknesses behind victory day parade russia's 9 moscow 2025 youtube/kremlin grate patriotic warr shitshow projecting power strength conceal significant limitations its capabilities while distracting battlefield failures
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Russia’s four-month budget deficit hit $75.4 billion — 50% above what Moscow planned for entire year

Reserves drained, debt climbing

To cover the shortfalls, regional governments spent every third ruble of their bank reserves — 1 trillion of 2.9 trillion rubles ($13.9 billion of $40 billion). They financed the rest with borrowing that pushed combined regional debt to 3.5 trillion rubles ($48.6 billion), ACRA reported — the highest in 15 years by Expert RA's earlier count. Expert RA projected the slowdown will continue this year, dragging revenues lower and lifting both the deficit and the debt burden.

finishing off russia's seaborne oil exports tuapse refinery ablaze again · post panorama stitched video frames multiple fires across after ukraine's drone strike krasnodar krai russia 28 2026 tuapse-nice-again drones
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$7 billion lost from Russia’s war economy this year through Ukraine’s “long-range sanctions” on oil sector – Zelenskyy

Russian Finance Minister Anton Siluanov earlier projected the regional gap could widen to 1.9 trillion rubles ($26.4 billion) in 2026. The crunch mirrors a federal budget that has run far ahead of plan as Ukrainian strikes cut into Russian refineries and oil income.

Moscow raised VAT in January and prepared a windfall levy on big business, both breaking Putin's 2024 pledge of no tax changes before 2030. Smaller firms have been squeezed first even as the Kremlin's own spending keeps climbing

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‘They are isolated … they are alone’: Zelenskyy on Russia, Putin’s lies – and fighting back

In a wide-ranging interview, an upbeat Ukrainian president also discusses Donald Trump, King Charles, and how Kyiv is prepared to share its experience of drone warfare with the west

Sitting down with the Guardian in London, Volodymyr Zelenskyy seems cheerful. More than four years after Vladimir Putin’s full-scale invasion, he believes Europe’s biggest war since 1945 appears to be slowly turning in Ukraine’s favour. The military situation is the most promising it has been for Kyiv for two and a half years, Zelenskyy says. “We can’t say Russia is losing this war. But we can say they are losing the initiative each day, day by day,” he insists.

Over the past week the Kremlin has suffered a series of setbacks. Long-range Ukrainian drones have hit Putin’s home city of St Petersburg, setting fire to oil terminals and sending smoke billowing above the skyline. Similar attacks have crippled occupied Crimea. A key supply road is littered with burning lorries and tankers and the peninsula seized by Russia in 2014 is experiencing severe fuel shortages.

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© Photograph: David Levene/The Guardian

© Photograph: David Levene/The Guardian

© Photograph: David Levene/The Guardian

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Anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana

Quando la guerra in Ucraina sarà finita, è probabile che nei libri di storia l’invasione su larga scala lanciata da Vladimir Putin nel 2022 sarà presentata come una delle dimostrazioni di imperizia strategica e autolesionismo politico più clamorose che si siano mai viste nella storia umana dai tempi del rapimento di Elena da parte di Paride, in tempi più recenti paragonabile forse solo all’attacco giapponese di Pearl Harbor che trascinò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, conclusa con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Ma quello che renderà il caso un oggetto di studio ancora più interessante e misterioso sarà l’incredibile divario tra l’evidenza di questo catastrofico errore e la fanciullesca inconsapevolezza con cui una parte della politica, della stampa e dell’opinione pubblica occidentale ha continuato a prendere per buona la narrazione dell’invincibile impero russo e dell’insuperabile stratega del Cremlino. A cominciare da giornali e talk show italiani, ormai prigionieri in una specie di realtà alternativa.

Eppure l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo che è difficile darne conto senza dimenticare qualcosa.

Per quanto riguarda la situazione sul fronte ucraino, dall’inizio dell’anno la Russia perde circa 35 mila soldati al mese tra morti e feriti, più di quanti riesca ad arruolarne, mentre l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso, oltre ad avere acquisito la capacità di colpire pesantemente in territorio nemico attraverso missili e droni, infliggendo danni pesanti all’industria bellica, alle infrastrutture energetiche e all’economia russa. La guerra scatenata per impedire l’accerchiamento della Nato, almeno secondo la versione ufficiale del Cremlino, ha spinto a entrare nella Nato anche Svezia e Finlandia, e suscitato in tutta Europa la corsa al riarmo.

Nemmeno l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, con tutto quello che ha fatto per Putin, a cominciare dal taglio degli aiuti militari ed economici a Kyiv, è stato sufficiente a cambiare la situazione. Impantanato in Ucraina, il presidente russo ha assistito senza muovere un dito al rovesciamento di Bashar al Assad in Siria, al rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela e al bombardamento dell’Iran.

E ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pashinyan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma. Come spiega sul Foglio Nona Mikhelidze, si tratta infatti del leader che ha guidato il paese durante la sconfitta nella guerra contro l’Azerbaigian (altra prova dell’impotenza della Russia, storica protettrice del paese aggredito), culminata con la perdita del Nagorno-Karabakh, una disfatta che avrebbe travolto qualsiasi governo. «In Armenia è accaduto il contrario: una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale».

Come già accaduto in Moldova, in condizioni non meno difficili, anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè «la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore».

Quell’Europa che domenica a Londra, rappresentata dai tre leader dei cosiddetti paesi volenterosi (Germania, Francia e Gran Bretagna), si è riunita con Volodymyr Zelensky per confermargli pieno sostegno, come spiega su Linkiesta Victoria Vdovychenko, mentre in Italia stampa e tv favoleggiavano per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Russian pollster stops publishing Putin's 'open trust' figures as ratings slide, report says

The Russian Public Opinion Research Center (VCIOM), a state-controlled pollster, has reportedly stopped publishing President Vladimir Putin's "open" trust rating after it fell to its lowest level since the start of the full-scale war, the Moscow Times reported on June 8.

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Here's what Candace Owens gets wrong on Russia

Candace Owens billed her trip to Russia last week as a family vacation. It turned into something far more useful for the Kremlin.

The U.S. far-right conspiracy theorist — boasting 35 million followers across all social media platforms — ended up appearing at Russia's flagship economic forum

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Why Armenians stuck with Pashinyan

YEREVAN, Armenia — The best of a bad lot was how many Armenians described victorious Prime Minister Nikol Pashinyan ahead of Sunday's pivotal election — the first since the bitter defeat in the Nagorno-Karabakh conflict with neighboring Azerbaijan.

While the election has frequently been framed outside Armenia as

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