Normal view

El Papa frente al capitalismo feroz y la derecha desalmada

13 June 2026 at 04:40

El capitalismo tal y como se conoce en Europa, el que combina economía de mercado y protección social, tenía la impronta de las dos corrientes políticas que dominaron la política de la posguerra: la democracia cristiana y la socialdemocracia. La primera estaba impregnada de la doctrina social de la Iglesia, formulada por primera vez por otro papa León, el XIII, en 1891, y actualizada por Juan XXIII en 1961. Incluso la derecha más autoritaria (y genocida) del siglo pasado, la de los fascismos de los años treinta, se adornaba con un cierto barniz social. Tras la guerra, quedó la democracia cristiana como la fuerza conservadora dominante en Europa occidental, y se definió la economía social de mercado, algo cercano a lo que luego se llamó capitalismo renano, contrapuesto al anglosajón. Eso empezó a quebrarse en las últimas décadas del siglo XX con la ola neoliberal, que surgió de EE UU (Reagan) y el Reino Unido (Thatcher) y que permeó a toda la derecha y hasta a parte de la izquierda. Se volvió a predicar el Estado mínimo, el individualismo antes que la solidaridad, los impuestos bajos antes que los servicios públicos. Pero incluso un neocon como George W. Bush defendía en el cambio de milenio un “conservadurismo compasivo”, al menos como eslogan (los hechos fueron otra cosa). Los tiempos han cambiado tanto que el papa León XIV, que ha visitado España esta semana, es visto por algunos como un temible revolucionario, cuando no un traidor, por defender valores tan propios del cristianismo como la solidaridad con el prójimo. Y también es prójimo el extranjero, venga de donde venga y como venga.

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© Borja Suarez (REUTERS)

Migrantes esperaban en el puerto de Arguineguín (Gran Canaria) la llegada del papa León XIV el pasado jueves.

Dopo la mia esperienza a Mosca negli anni Novanta, capisco la popolarità di Putin: c’entrano dignità e ricchezza

12 June 2026 at 05:24

di Gerardo Ongaro

Quando ero studente universitario a Mosca, negli anni Novanta, imperava la copia Yeltsin-Gaidar. Yiltsin il presidente, Gaidar membro del governo, artefice della Shock Therapy (Terapia d’Urto), pensata per introdurre il sistema liberal capitalista radicale in un baleno, per renderlo irreversibile.

Fu un periodo disastroso per la società, fomentato e appoggiato dagli apparati di potere occidentali che a oriente vedevano sconfinate praterie per i loro pascoli lucrativi. La minoranza che si trovava nelle posizioni migliori si accaparrava tutte le risorse, formando una élite di oligarchi, in effetti padroni assoluti delle sorti del paese, assieme alla mafia comparsa sulle ceneri del regime precedente. Era una specie di selvaggio “Far West”.

La popolazione sprofondò nella miseria, visibile per le vie della città. File di giovani e vecchi che vendevano oggetti appartenuti alla famiglia nei secoli, per guadagnare pochi rubli per tirare avanti, mentre nella via accanto scendeva dalla limousine la giovane stella nascente per inaugurare una lussuosa boutique. Il contrasto era devastante.

новые русские (i nuovi russi), era la frase che la gente comune mormorava tra i denti; come dire “Si stava meglio quando si stava peggio, quando i dirigenti del partito comunista se la passavano bene, ma noi del popolo avevamo almeno il necessario”. Il primo impatto nella storia della Russia con la democrazia occidentale coincise con il sistema del liberismo rapace. Produsse una miseria simile a quella prodotta dallo Zar di vecchia memoria, che aveva causato la rivoluzione bolscevica.

La gente per le strade moscovite mi diceva che, alle loro lamentele, l’élite sovietica gli aveva sempre risposto che il socialismo era ancora in via di costruzione. Adesso, la stessa gente mi raccontava che non avrebbe mai creduto che l’alternativa fosse tanto catastrofica, che fosse questo il tanto decantato regime democratico. La reazione fu l’avvento di Putin, ancora popolarissimo dopo tanti anni di potere. Si potrebbe dire che Putin fu una creazione occidentale, sorto dal fallimento di instaurare un regime alle nostre élite economiche subalterno.

La stessa reazione che vediamo adesso in occidente per le stesse ragioni, l’arricchimento di pochi a spese dei più, con il conseguente emergere di figure estremiste di destra, che in realtà vogliono un sistema ancora peggiore dell’attuale, a favore dei poteri economici e finanziari.

Ci piaccia o no, Putin ridiede dignità al popolo russo. Ciò che esso vede è il suo potere sugli oligarchi, mentre con Yeltsin erano loro a governare il paese. L’espansione della Nato verso i confini russi non ha fatto altro che aumentare la sua popolarità. Hanno memoria vivida delle ripetute, devastanti invasioni occidentali, ultima delle quali costò la morte di venti milioni di persone, più della metà civili.

Le sanzioni rinvigoriscono il senso di assedio, richiamandone altri di triste memoria: Leningrado, Stalingrado… Pochi sanno quanto il popolo russo sia avvezzo alla sofferenza. Esiste in russo un modo di dire rivelatore della loro cultura. È un accostamento della bellezza alla sofferenza. Si suole dire: “Che bella che è. Soffre molto”.

La sete di conquista legata alla volontà di requisire risorse per pochi acceca le menti di chi ci governa. Pochi inascoltati capiscono che la concentrazione della ricchezza è la piaga distorsiva della storia dell’umanità, causa di conflitti, di miseria diffusa, di devastazione del clima, di perdita di diritti umani; che la redistribuzione è, invece, la chiave per allontanarci dal baratro.

Dicono che la necessità è la madre di tutte le invenzioni. Forse si dovrà raggiungere il limite quando la maggioranza non ha più niente da perdere, e allora i cambiamenti, anziché pacifici, potrebbero essere drammaticamente sanguinosi, come la storia dovrebbe averci insegnato.

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Hoyt Richards, cómo el supermodelo mejor pagado del mundo fue abducido por una secta que lavaba el cerebro a los guapos

12 June 2026 at 04:30

Glamourama, la cuarta novela de Bret Easton Ellis, llegó a las librerías estadounidenses a tiempo para las Navidades de 1998. El libro cuenta la historia de Victor Ward, un modelo joven y atractivo que se ve envuelto en una banda de terroristas internacionales. Para la crítica, Glamourama era un delirio. Para Ellis, era una sátira de la sociedad de los noventa, obsesionada con el consumo, las marcas y el éxito. En esa misma época, Hoyt Richards, considerado como el primer supermodelo masculino, estaba sumido en su propio thriller conspiranoico. A sus 36 años, era una leyenda de la moda. Había trabajado para los mejores diseñadores, había desfilado por todo el mundo y había ganado millones. Lo que nadie sabía es que estaba intentando escapar de una secta solo para ricos y guapos.

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© Fairchild Archive (Penske Media via Getty Images)

Hoyt Richards posa para la colección de otoño de Polo Ralph Lauren de 1990.

La respuesta correcta de Benito Antonio

6 June 2026 at 04:30

La gente a la que le gusta Bad Bunny, que aprecia su música, que se ha pasado más horas en Ticketmaster para conseguir su entrada de las que disfrutará en el concierto, la que soltó una lágrima cuando Benito Antonio Martínez Ocasio convirtió la Super Bowl en una fiesta del orgullo latino, todas las mujeres feministas que disfrutamos del reguetón, las que cantamos orgullosas “yo perreo sola”, toda esa gente ha salido a defender la Casita de Bad Bunny con toda la gracia de su retórica. No porque la Casita estuviera o les pareciera bien, porque de hecho ha sido un error lamentable, sino porque pensaban que Benito Antonio es un buen tipo. Y que si Bad Bunny es bueno entonces la Casita tiene que serlo también.

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La Casita en uno de los conciertos de Bad Bunny en el Estadio Metropolitano de Madrid.

“Così il capitalismo definisce la disabilità, perpetua disuguaglianze e barriere”: le tesi radicali di Marta Russell

7 June 2026 at 08:09

Il capitalismo influisce profondamente sulle persone con disabilità, creando strutture sociali ed economiche che marginalizzano e definiscono la loro esistenza in termini di produttività e utilità. È questa la tesi elaborata da Marta Russell (1951-2013), scrittrice e attivista statunitense con disabilità. I suoi studi sono stati raccolti nell’opera intitolata “Capitalismo e disabilità. Le tesi radicali di Marta Russell”, curata da Keith Rosenthal, uscita postuma per Haymarket Books nel 2019. Per la prima volta il libro è stato tradotto in italiano e pubblicato ad aprile per Ombre Corte. Secondo Russell “il capitalismo ha un impatto significativo su definizione e gestione della disabilità” e la relazione tra capitalismo e disabilità è “complessa e multidimensionale”. Le strutture capitaliste non solo definiscono la disabilità, ma contribuiscono anche a “perpetuare disuguaglianze e barriere”. È fondamentale, a suo dire, riconoscere e affrontare queste dinamiche per promuovere una società più inclusiva e giusta.

“Il testo è innovativo perché scardina i luoghi comuni del pietismo e assistenzialismo con cui la narrazione mainstream racconta la disabilità: Russell rifiuta tanto il modello medico-individuale quanto un approccio fondato solo sui diritti civili, e mostra come la disabilità non sia un destino biologico né una mera condizione medica, ma una categoria politica sviluppata dal capitale. È una svolta che sposta il problema dal corpo “deficitario” del singolo alle strutture materiali che producono esclusione”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Ester Micalizzi, la traduttrice del testo, sociologa e una sibling (sorella di una persona con disabilità). “Arrivo a questo libro da entrambe queste prospettive: quella dello sguardo critico sulle strutture sociali e quella, molto più intima, di chi la disabilità la attraversa ogni giorno in famiglia. Russell parla a entrambe queste parti di me e per questo tradurla è stato insieme un atto di studio e politico”.

L’autrice descrive il concetto di disabilità come “costrutto sociale che emerge dalle dinamiche di potere e dalle crescenti disuguaglianze economiche”. Il capitale ha bisogno di tracciare una linea tra “corpi produttivi” e “improduttivi”, tra chi genera profitto e chi viene considerato un “peso” o uno “scarto”. Per analizzare la posizione mutevole delle persone disabili nella produzione capitalistica, Russell utilizza in primis il concetto marxista dell’esercito industriale di riserva. “Da qui il passaggio cruciale dal parlare di persone disabili a persone disabilitate, rese tali dai rapporti sociali ed economici. Il celebre money model di Russell”, sottolinea la sociologa, “mostra inoltre come i corpi non sfruttabili come forza-lavoro vengano comunque resi profittevoli, trasformati in merce attraverso l’industria assistenziale, sanitaria e istituzionale”. Russell costruisce gran parte della sua critica attorno all’Americans with Disabilities Act del 1990, come legge storica eppure incapace di mantenere le promesse. “Una strategia di diritti civili di stampo liberale, che evita lo scontro con i rapporti strutturali del capitalismo, non può funzionare. Le leggi antidiscriminazione”, spiega la traduttrice, “operano in un’epoca di downsizing aziendale, salari in contrazione e ci si chiede se i soli diritti civili possano creare l’eguaglianza economica di cui le persone disabili hanno bisogno”. La risposta di Russell è no”, aggiunge, “senza intaccare la logica produttiva che misura il valore umano sulla capacità di lavorare, le leggi restano gusci formali, mentre il neoliberismo erode allo stesso tempo welfare e protezione sociale”.

Tra i vari temi affrontati c’è la questione disabilità e prigioni, dove la scrittrice evidenzia “una suprema ingiustizia”. Per Micalizzi “Russell dedica pagine fondamentali al nesso tra disabilità e sistema carcerario. La sua critica risulta familiare a chi si occupa di posizioni abolizioniste sul complesso carcerario-industriale: prigioni e istituzioni totali (manicomi, strutture segreganti, Rsa) sono storicamente luoghi in cui vengono ammassati corpi considerati improduttivi, e oggi le persone con disabilità, soprattutto psichiche-cognitive, sono drammaticamente sovra rappresentate nella popolazione detenuta. La suprema ingiustizia”, continua, “sta nel fatto che lo stesso sistema che disabilita le persone attraverso povertà, mancanza di cure e segregazione, poi le criminalizza e le rinchiude, trasformando l’incarcerazione in un’ulteriore forma di profitto sui corpi resi ‘scarto’”.

Altro tema analizzato è il rapporto disabilità ed economia di guerra. “Russell”, spiega Micalizzi, protestò contro entrambe le guerre in Iraq e legge l’imperialismo e la guerra come fattori di ulteriore oppressione e immiserimento delle persone disabili a livello globale. Il nesso è duplice: da un lato la guerra produce disabilità, mutilando civili e combattenti nei paesi aggrediti e in quelli che aggrediscono; dall’altro l’economia di guerra sottrae risorse pubbliche al welfare e ai servizi, scaricando i costi sulle persone più vulnerabili”.

“Tradurre Russell”, raccont ancora la sociologa, “è stato impegnativo, soprattutto per la paura costante di non riuscire a restituire in italiano la radicalità e la precisione analitica del suo pensiero: ogni scelta lessicale pesa, perché Russell non scrive di disabilità con il linguaggio addolcito che siamo abituati a sentire, ma con il rigore tagliente dell’analisi materialista, mescolando teoria marxista, dati economici, giornalismo d’inchiesta e una rabbia lucida che attraversa ogni pagina. Ho provato un misto di responsabilità e urgenza, consapevole che portare Russell in italiano significa offrire al nostro dibattito uno strumento critico che finora mancava. È stato un lavoro”, conclude, “che mi ha insegnato quanto la traduzione, di fronte a un testo politico, sia essa stessa un atto politico”.

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