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Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.

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Da Monti a Calenda, fino a Picierno e Hallissey: nasce ‘Europeisti’ per una “Europa patria”. “Difesa comune, dell’Ucraina e dei confini”: il manifesto

Si faranno chiamare Europeisti, ma dal manifesto pubblicato online anche Patrioti Europei sarebbe stato un nome azzeccato. Niente a che vedere, però, con i Patriots for Europe che accolgono partiti come Rassemblement National, Lega, Fidesz o Vox. Per la nuova piattaforma europeista, lanciata lo scorso 9 maggio, l’obiettivo ultimo è “l’Europa patria“. La parola d’ordine, non a caso, è “difesa”: “difesa comune“, “difesa dell’Ucraina“, “difesa dei confini“. Tutto in nome della “sovranità europea“. Schemi narrativi che ricordano (non nei contenuti) quelli degli avversari nazional-populisti e che saranno presentati al pubblico il 15 giugno nel corso di un evento organizzato al Teatro Franco Parenti di Milano. Anche se sulla piattaforma online di nomi ne compaiono ben pochi, salvo quelli dei coordinatori locali, tra coloro che hanno deciso di prendere parte a questo nuovo progetto ci sono l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, la vicepresidente del Parlamento europeo appena uscita dal Pd, Pina Picierno, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, l’ex deputato di Scelta Civica Giuseppe De Mita, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, la politologa Sofia Ventura e il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto.

La nuova piattaforma nasce con un obiettivo: trasformare “un europeismo oggi maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano”. Questo perché, si legge sul portale, “in Italia sta emergendo una maggioranza che non fa rumore ma si vede nei dati: cresce la fiducia nell’Unione (52% degli italiani dice che l’adesione all’Ue è un bene), aumenta la domanda di protezione economica e sicurezza (67% vuole un’Europa che contribuisca alla sicurezza) e una quota enorme di cittadini non si riconosce più nei vecchi riflessi nazionalisti né nelle liturgie dell’europeismo di facciata”.

Le linee guida sono definite: “Difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere”. Tutte esplicitate in un manifesto a cavallo tra il pugno di ferro, ad esempio su temi come l’immigrazione, a posizioni che vanno oltre il federalismo europeo, come quando si auspica di abbandonare le “vie di mezzo. O l’Europa decide, o subisce. Tutto il resto è gestione del declino. Dobbiamo costruire una campagna permanente sulla sovranità europea in difesa, energia, tecnologia e finanza”. Si sostiene che “la pace si garantisce con la forza, non con le intenzioni”, formula cara ai vertici delle istituzioni europee come Ursula von der Leyen o Kaja Kallas. E non a caso si puntualizza che “difendere Kyiv oggi significa evitare di difendere Varsavia o Roma domani”.

Per portare avanti il progetto sono stati coinvolti vari ambienti di centro: da una folta schiera di ex Margherita all’ex leader di Scelta Civica Mario Monti, dai Radicali di ieri e di oggi a esponenti di Azione. Il tempo dirà se sarà questo lo “spazio pubblico al centro” citato da Picierno dopo l’uscita dal Partito Democratico.

X: @GianniRosini

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L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione”

Gli affari dei Trump in Albania diventano motivo di scontro a distanza tra l’amministrazione americana e la Commissione europea. Il campo di battaglia è la piccola isola di Sazan, di fronte alle coste di Valona, dove il genero del tycoon, Jared Kushner, vuole costruire un mega-resort, con la popolazione albanese che da giorni scende in piazza a Tirana per protestare contro il progetto e chiedere al governo di fermarlo. Così, anche da Palazzo Berlaymont è stata espressa “preoccupazione“. Con un avvertimento esplicito al governo albanese: “Astenersi da azioni” che potrebbero avere un impatto sul percorso di adesione all’Ue.

Un tema sensibilissimo per Tirana quello tirato in ballo dalle istituzioni europee. L’Albania, così come il Montenegro e altri Paesi dei Balcani occidentali, sta cercando di completare le ultime fasi del processo di integrazione europeo che le permetterà di diventare uno Stato membro entro il 2028, come nei progetti di Bruxelles. Un passo falso del genere rischia, se non di compromettere, di ritardare gli ultimi step di un processo che dura da diversi anni. “Abbiamo già espresso al ministro dell’Ambiente le nostre preoccupazioni in merito alle potenziali carenze di questo progetto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione, sottolineando l’impegno di Tirana a sospendere i lavori e a condurre “una valutazione di impatto ambientale completa per il progetto, in consultazione con la società civile”. Bruxelles ricorda anche che “il progetto è anche oggetto di indagini da parte della Spak (la procura speciale anti-corruzione, ndr) che, secondo quanto riferito, vanno oltre le preoccupazioni ambientali. Le nostre preoccupazioni non sono nuove. Come già affermato nella nostra ultima relazione sull’allargamento, la ripetuta proroga della legge sugli investimenti strategici continua a sollevare preoccupazioni circa i possibili impatti ambientali, in particolare nelle aree protette”.

L’esecutivo di Edi Rama, quindi, si trova di fronte a un bivio: garantire alla potente famiglia Trump di investire 4 miliardi di dollari nell’ennesima “riviera” fuori dai confini statunitensi o rimanere fedele ai dettami imposti dall’Ue. Il portavoce ha ribadito che Tirana è tenuta ad “allinearsi pienamente alla legislazione dell’Ue nel settore ambientale”, ad “abrogare le disposizioni incompatibili (promulgate tramite emendamenti alla legge sulle aree protette)”, a “porre fine alla legislazione del 2015 sugli investimenti strategici” e a “dimostrare la propria capacità di gestire i futuri siti Natura 2000, comprese le misure di conservazione che impediscono il deterioramento degli habitat e delle specie. L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento dei parametri di riferimento per la chiusura del capitolo e ci si aspetta che le autorità albanesi agiscano senza indugio”.

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La sovranità spaziale europea non nascerà senza una domanda industriale comune

A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa si trova a gestire una trasformazione radicale della propria postura spaziale. Il cambiamento è prima di tutto culturale: lo spazio non è più percepito come campo puramente scientifico o strumento economico, ma come snodo strategico che unisce politica estera, difesa e sovranità tecnologica. Il riposizionamento dello spazio nelle agende pubbliche risponde, quindi, alla necessità di poter disporre dei propri assetti quando e dove necessario, un obiettivo inseguito lungo tutta la storia della cooperazione spaziale europea e diventato oggi decisivo in un contesto internazionale in rapido mutamento. Ridurre una dipendenza strutturale, che per decenni ha reso il continente vulnerabile alle decisioni altrui, è ormai una priorità strategica.

La recente European Space Conference (ESC) di Bruxelles, nel solco del Consiglio ministeriale dell’European Space Agency (ESA) del novembre 2025 – dove si è registrato un record storico di sottoscrizioni – segnala una rinnovata volontà di investire nello spazio. Sul fronte dei lanciatori – i razzi che permettono di trasportare satelliti e carichi utili in orbita – Ariane 6, con la configurazione 64 già operativa per lanci commerciali di grande portata, e il recupero di Vega-C, restituiscono all’Europa un accesso indipendente allo spazio dopo anni di stallo.

Galileo è pienamente operativo, con nuovi servizi all’avanguardia, prossimo al lancio del segnale PRS per attività governative e militari e già proiettato verso la seconda generazione. Copernicus vive un’espansione essenziale per mantenere la leadership nel monitoraggio ambientale e climatico; le decisioni di portare avanti nuovi programmi di osservazione per uso governativo e di sicurezza, in ambito comunitario ed ESA, promettono di colmare alcune lacune e rafforzare gli strumenti a disposizione. Infine, l’annuncio dell’operatività di Govsatcom segna un traguardo lungamente atteso per garantire comunicazioni sicure e sovrane a tutti gli stati membri, in attesa degli sviluppi su IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) entro il 2030.

Lo squilibrio transatlantico
È un quadro che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare quello di una potenza spaziale matura. Eppure, vi è una complessità maggiore, che racchiude ambiti dove la strada verso l’autonomia è piuttosto tortuosa. Dalle dichiarazioni dei vertici europei della Conferenza di Bruxelles emerge l’esigenza di compiere un salto quantico su diversi tavoli dove le dipendenze sono più esposte. La proposta di budget nel prossimo Multiannual Financial Framework di 131 miliardi di euro è senza precedenti e unisce spazio e difesa in un pacchetto unificato, innestandosi su iniziative annunciate dal Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius all’ESC quali lo European Space Shield ed il Virtual Space Command, snodo centrale ad oggi mancante nell’architettura europea, già evocato nel gennaio 2022 dal precedente Commissario Thierry Breton.
In materia di intelligence, Early Warning, capacità di lancio reattivo e Space Domain Awareness, l’autonomia è lungi dall’essere compiuta. Permane uno squilibrio transatlantico che configura, più in generale, uno slittamento verso il vocabolario strategico statunitense: l’Europa cerca di adattarsi a quel lessico, finendo per misurarsi su parametri di origine americana che amplificano un più ampio ritardo tecnologico. Già il Rapporto Draghi sulla competitività evidenziava la necessità di ridurre dipendenze esterne e vulnerabilità strategiche, intervenendo alla base della catena del valore sulle materie prime critiche e tracciando la rotta per un vero mercato unico dello spazio e un coordinamento della spesa pubblica. Elementi che il dibattito intorno alla proposta di European Space Act sembra alle volte tralasciare, trascurando l’esigenza di superare uno status quo fermo al Trattato di Lisbona del 2007.

Tra i tanti temi aperti dalla riflessione su autonomia e dipendenza, il settore della connettività è il fronte più acceso. Starlink continua a dimostrare la sua rilevanza in Ucraina, specialmente dopo nuove misure che ne limitano l’uso non autorizzato da parte delle truppe russe, dando dimostrazione dell’urgenza di garantire un comando e controllo distribuito, sicuro, affidabile e disponibile. La sua natura privata, soggetta alla discrezionalità di un singolo attore, ha da tempo allarmato le istituzioni europee.

Dalla Conferenza di Bruxelles emergono però più ombre che luci su IRIS²: mentre si afferma che il programma sarà superiore a Starlink, rappresentanti dell’industria definiscono la sua governance un esempio di come non fare le cose. Questa percezione distorta nasconde il rischio di confondere la competitività commerciale con la necessità strategica, inseguendo un modello difficilmente riproducibile.

I nodi irrisolti concepiti a Bruxelles non sono però solo tecnologici, né interamente imputabili alle dinamiche globali. Il primo e più profondo riguarda la natura dello stimolo al cambiamento. La spinta verso la sovranità europea nello spazio è largamente eteronoma: dettata dal distacco americano, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra grandi potenze – non da una matura volontà interna. Tanto più che, se l’attuale riposizionamento strategico dello spazio è dovuto a fattori esterni, sono le sfide squisitamente interne quelle più profonde, cruciali per risolvere le questioni di autonomia.

Non poche sono le preoccupazioni affiorate all’ESC su burocrazia, governance inefficiente, competizione intra-europea e spinte nazionali. Queste ultime sono allo stesso tempo necessarie alla costruzione di capacità europee e NATO di pooling and sharing, qualora implementate in chiave di interoperabilità, ma possono anche frantumare l’azione europea rendendola vana.

Le lezioni del passato
In questa prospettiva, come evitare le trappole della dipendenza e dell’irrilevanza? Come interpretare la tensione tra spinte centrifughe e integrazione europea? Questi interrogativi richiamano lezioni dal passato e risposte trovate faticosamente in oltre sessant’anni di cooperazione europea.

Già nel maggio del 1966, una Tavola Rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali metteva in luce le fragilità strutturali del continente sulla cooperazione spaziale. Pur dando risalto agli sforzi multilaterali per mettere in comune rispettive risorse finanziarie, tecniche e industriali – unicum nel panorama mondiale – gli esperti descrivevano la cooperazione spaziale come afflitta da frammentarietà negli organismi di settore, da obiettivi talvolta in contrasto, dall’assenza di una politica spaziale comune e di un coordinamento efficace. La diagnosi era impietosa: inevitabile dispendio di risorse e duplicazioni, mancanza di stabilità programmatica e istituzionale, assenza di cooperazione effettiva con gli Stati Uniti. L’Italia, in particolare, sosteneva iniziative d’avanguardia per il geo-ritorno, il coordinamento e l’integrazione – e addirittura la fusione – degli organismi esistenti.

Quella diagnosi trovò conferma nel decennio successivo. La divisione tra ELDO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea per lo Sviluppo e la Costruzione di veicoli di lancio Spaziale), responsabile dei lanciatori, ed ESRO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea della Ricerca Spaziale), dedicato alla ricerca scientifica, era diventata emblema di una paralisi organizzativa e di una visione strutturalmente incapace di produrre risultati. Competenze separate e mancanza di coordinamento portarono a inefficienze ed errori gestionali gravi, in un contesto pre-ESA in cui già si discuteva di superamento del geo-ritorno e di preferenza europea.

Ripetute crisi, dovute a fuoriuscite e disimpegni da parte di Francia, Regno Unito e Italia, sancirono il fallimento di quel modello, aprendo una stagione fatta al contempo di singoli programmi nazionali – proprio nelle telecomunicazioni, come il programma Sirio italiano – e della fase costituente dell’ESA, in grado di attuare le riforme di governance e politica industriale discusse nei quindici anni precedenti, puntando a rafforzare un’industria europea pesantemente frammentata.

Una necessità strategica globale
Oggi, come negli anni Sessanta, sorgono spontanee alcune domande: la frammentazione avrà la meglio? Pesano di più le spinte centrifughe o l’integrazione europea? Le storie di successo che permettono all’Europa di vantare oggi infrastrutture d’eccellenza dimostrano che, nonostante le resistenze, l’integrazione ha prevalso quando è stata spinta da logiche di autonomia e percepita come necessità strategica globale. Ancor più di Copernicus – pur nato come strumento di sovranità informativa per clima e ambiente – il programma Galileo rappresenta la sintesi perfetta di questo percorso. Proposto negli anni Novanta per scopi civili, affonda le sue radici nella volontà di acquisire capacità indipendenti per influire sulle questioni globali.

La sua storia è segnata dalla tensione tra logiche di mercato e ambizioni politiche, e dalle fratture tra Stati europei che davano priorità alla fattibilità commerciale e al mantenimento dello status quo con gli Stati Uniti piuttosto che a visioni di autonomia – anticipando il dibattito ormai decennale sulla natura più o meno aperta dell’autonomia strategica, introdotta nel 2016 dall’EU Global Strategy. Infine, nel 2007 si imporrà il sostegno ad un Galileo modellato su un progetto di sovranità.  Da quel percorso emerge una lezione che vale ancora oggi: non si tratta più soltanto di rispondere e reagire agli shock esterni, ma di assicurare una logica implementazione e dare prova concreta delle ambizioni europee alla luce delle capacità disponibili.

È in questa luce che va letta la recente costituzione di Bromo, nuova società paritetica tra Airbus, Thales e Leonardo per l’integrazione delle attività satellitari e dei servizi spaziali, annunciata nell’autunno 2025. La sua rilevanza non è solo industriale: Bromo è, potenzialmente, il tipo di aggregazione dal basso che può coadiuvare a superare le inerzie istituzionali, portando le logiche nazionali verso un orizzonte europeo, contribuendo quantomeno a federare la domanda interna.

Il suo successo, però, dipende da due condizioni che rimandano direttamente ai nodi identificati in apertura. La prima è la rapidità decisionale europea: il progetto industriale richiederà circa due anni per diventare operativo. La seconda è, ancora, la disponibilità di una domanda interna adeguata – lo stesso tema che il Rapporto Draghi aveva indicato come prioritario e che il dibattito istituzionale continua a procrastinare. È un difficile equilibrio, retto da continui aggiustamenti di rotta e negoziazioni, più che dall’eventualità di raggiungere sintesi strutturali. L’Europa ha gli strumenti per affrontare queste sfide, ma il margine di tempo è più stretto rispetto agli anni Sessanta e il costo dell’irrilevanza più alto.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Meloni assente al vertice Ue-Balcani: era alla presentazione di un francobollo. Conte: “Siamo caduti così in basso?”

Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.

Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.

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Auto elettrica, l’UE studia una strategia che richiama il modello cinese

La sopravvivenza industriale dell’automotive europeo? È anche una questione di geopolitica. La Commissione Europea ha infatti allo studio una tattica che ricorda da vicino i metodi storicamente utilizzati dalla Cina per regolamentare l’ingresso dei costruttori europei nel sistema produttivo a basso costo della Repubblica Popolare. L’obiettivo dell’UE è imporre alle aziende cinesi rigidi vincoli di investimento, partnership incentivate o forzate e, soprattutto, trasferimenti tecnologici all’interno del Vecchio Continente. Esattamente come facevano i cinesi coi car makers europei desiderosi di accedere al sistema industriale e al mercato del gigante asiatico. Un ingresso vincolato alla creazione di joint venture con le aziende locali pensato per assorbire il know how industriale e tecnologico occidentale.

Si tratterebbe di una vera e propria “strategia a specchio”, concepita per riequilibrare i rapporti di forza in vari comparti industriali strategici, a partire dalla cruciale catena del valore dell’auto elettrica, attualmente in tutto e per tutto in mani cinesi. Sostanzialmente, con questa mossa l’Unione Europea tenta di recuperare (per quanto possibile) il terreno perduto in questi anni, sia in termini di tecnologia sia in termini di competitività industriale. Come accennato, per anni le aziende occidentali sono state costrette ad accettare le severe condizioni imposte dal Dragone pur di accedere alla piazza cinese. L’obbligo di siglare alleanze con partner locali ha rappresentato per lungo tempo il fulcro della strategia di crescita della superpotenza asiatica. Attraverso questo meccanismo, Pechino ha potuto assimilare competenze, segreti industriali e modelli produttivi d’avanguardia, per poi capitalizzarli a proprio vantaggio. Oggi Bruxelles punta a ricalcare quella stessa logica per difendere i propri confini produttivi.

La svolta dimostra che la Commissione non intende limitarsi alla sola arma, per certi versi spuntata, dei dazi doganali sulle auto elettriche. Le barriere tariffarie, infatti, rischiano di essere facilmente aggirate dai colossi asiatici localizzando l’assemblaggio finale dei veicoli in Europa. Il target dei legislatori europei diventa quindi molto più profondo: spingere i giganti cinesi a investire in veri e propri stabilimenti produttivi europei, obbligandoli a condividere parte del proprio prezioso know-how sulle batterie e a creare partnership più equilibrate con la filiera locale. In ballo ci sono la sovranità industriale continentale, la tutela dell’occupazione e la salvaguardia della competitività del settore automobilistico continentale.

L’Europa è divenuta infatti sempre più dipendente dal Paese asiatico in ambiti cruciali che vanno dalle batterie per auto alle terre rare, fino a componenti e beni industriali di ogni tipo. Allo stesso tempo, l’avanzata globale di Pechino in diversi settori, a partire dall’automotive, appare ormai difficilmente contenibile. Quindi, se non puoi batterli, alleati con loro.

Fra le economie europee più esposte a questa transizione c’è senza dubbio quella tedesca, fortemente e storicamente dipendente dall’automotive. Berlino ha finora mantenuto un approccio economico e politico prudente con la Cina, col governo tedesco attento a non compromettere i cruciali rapporti commerciali con il Dragone e a evitare possibili ritorsioni, soprattutto sul delicato fronte delle materie prime critiche.

Tuttavia, nel dibattito politico ed economico interno alla Germania stanno emergendo i primi segnali di ripensamento. Infatti, l’industria tedesca attraversa una fase complessa, segnata da un preoccupante calo dell’occupazione e da pressioni competitive crescenti a livello globale, le stesso che impongono un ripensamento delle relazioni commerciali con Pechino.

Le diplomazie del vecchio continente sono già al lavoro e spingono con forza per ridurre la dipendenza da Pechino. Il governo francese ha parlato apertamente di un “rullo compressore cinese” capace di comprimere l’economia europea e azzerare la concorrenza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i principali commissari discuteranno i possibili interventi normativi a fine maggio, con l’obiettivo di definire i dettagli tecnici per poi sottoporli ufficialmente ai leader dell’Unione Europea in occasione del cruciale vertice di Bruxelles in programma a giugno.

L’intento dei vertici comunitari è anche quello di favorire una posizione più coesa all’interno dell’Unione, poiché un eventuale e definitivo cambio di passo della Germania potrebbe avere un effetto trainante decisivo sugli altri Stati membri, anche in virtù dei legami esistenti fra le catene di fornitura dei vari Paesi membri.

Resta da capire quale sarà la reazione della controparte: Pechino osserva con crescente irritazione la possibile svolta protezionistica europea. Secondo quanto riferito da agenzie di stampa internazionali, le ipotesi di vincoli strutturali agli investimenti e di trasferimenti tecnologici forzati vengono lette dalla leadership asiatica come una deriva pericolosa, in aperto contrasto con i principi di apertura commerciale e libero scambio che Bruxelles ha sostenuto e promosso nel mondo.

Il governo cinese continua a rivendicare che la propria straordinaria competitività sui mercati globali sia esclusivamente il risultato di investimenti nell’innovazione, efficienza produttiva e grande scala industriale, respingendo categoricamente le accuse occidentali di pratiche scorrette o sussidi illeciti (pur comprovati). Se l’Unione Europea dovesse davvero imboccare questa strada senza fare passi indietro, si aprirebbe inevitabilmente una nuova e complessa fase nei rapporti euro-cinesi, dai risvolti tutti da definire.

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La stablecoin europea avanza, ma sarà vera moneta?

Il consorzio Qivalis si allarga e si ripromette di lanciare entro l’anno la stablecoin europea, denominata in euro. È una criptovaluta bancaria, ma non sembra comunque destinata a diffondersi al di là del settore corporate e degli operatori professionali.

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L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

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Ucraina in Ue, primo sì dall’Europarlamento per accelerare i negoziati. FdI si astiene, Pd e M5s si spaccano

Con 54 voti a favore, 17 contrari e 5 astensioni, la Commissione Esteri del Parlamento europeo (Afet) ha detto sì all’accelerazione dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue. A essere sottoposto a votazioni era il rapporto del Parlamento europeo – relatore Michael Gahler (Ppe) – sulla situazione dell’Ucraina. “Le riforme dell’Ucraina relative all’adesione all’Unione europea sono incoraggianti, al pari di quelle compiute sullo stato di diritto e sulla lotta alla corruzione”, si legge nel testo.

In merito alle riforme necessarie per il processo di adesione ai 27, il testo elogia gli sforzi per “salvaguardare la separazione dei poteri in tempo di guerra”, ma sottolinea allo stesso tempo la necessità di affrontare il “deterioramento delle relazioni tra il potere legislativo e quello esecutivo” e l’importanza di garantire “l’integrità delle cariche giudiziarie al fine di mantenere gli organismi anticorruzione liberi da interferenze politiche”.

Nelle pieghe del rapporto c’è anche una vera novità politica: si propone che l’adesione dell’Ucraina possa essere votata a maggioranza qualificata. Dunque si facilita il processo davanti a eventuali resistenze di qualche paese (storicamente, l’Ungheria).

Sul fronte italiano, proprio per questo, la delegazione di Fratelli d’Italia (rappresentata da Alberico Gambino) ha scelto di astenersi: il superamento dell’unanimità nelle decisioni relative all’allargamento per la sola Ucraina viene considerato “un tema particolarmente delicato” che merita una riflessione approfondita, con modifiche promesse per la plenaria. Insomma, nessuna corsia preferenziale, mentre permane l’equilibrismo meloniano in Europa.

Va poi registrato il voto a favore del Pd (Nicola Zingaretti e Alessandra Moretti) e il no del 5Stelle Danilo Della Valle (“Accelerare il processo di adesione con un Paese in guerra rischia di trascinare tutta l’Unione nel conflitto stesso”, ha commentato). Assente la leghista Silvia Sardone.

Il rapporto sarà votato alla Plenaria di Strasburgo a metà luglio. Nel frattempo a metà giugno sono previsti un Consiglio Affari esteri e un Consiglio Affari generali della Ue: come rivelava ieri Il Mattinale europeo, a margine dovrebbe tenersi la conferenza intergovernativa con Ucraina e Moldavia per aprire la prima serie di capitoli negoziali su democrazia, stato di diritto e lotta alla corruzione. Il percorso è formalmente iniziato.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Ce la prendiamo con Meloni, ma l’Europa di von der Leyen è infinitamente peggio di lei”

Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.

Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.

Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Un’Europa più forte è possibile, ma tutto ha un prezzo

Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».

Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.

L’idea di procedere per gruppi ristretti non è nuova nella storia dell’integrazione europea. I trattati consentono già un’integrazione differenziata. L’euro, Schengen, le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti: diversi esempi mostrano che l’Unione ha da tempo accettato di viaggiare a più velocità. Solo che adesso le pressioni di un’America meno cooperativa, di una Russia aggressiva e di una Cina dominante nelle catene globali del valore lasciano l’Europa ancora più esposta. La flessibilità aiuta, ma non basta a garantire decisioni rapide su dossier centrali come politica estera e difesa, alimentando nell’opinione pubblica la percezione di un’Europa lenta e inefficace.

I sei Stati che vogliono fare da motore intendono muoversi in campi su cui l’Unione discute da decenni con pochi risultati concreti: difesa comune, intelligence, sicurezza interna, accesso alle materie prime, coordinamento fiscale. Già nel 2017 la Commissione Juncker pubblicò un libro bianco sul futuro dell’Europa, indicando scenari e strumenti per affrontare sfide molto simili a quelle attuali. Quasi dieci anni dopo, gran parte di quei progetti esiste, certo, ma solo su carta.

Forse è il caso di trasformare la geometria variabile da strumento occasionale a metodo strutturale. Non per creare un club esclusivo di Stati europei, ma per definire regole chiare di partecipazione, aperte a chiunque voglia aderire rispettando lo Stato di diritto. Alcuni Paesi membri potrebbero muoversi su dossier critici senza inciampare in veti e ostruzionismi, offrendo al contempo incentivi concreti a chi vuole aggregarsi in un secondo momento.

Energia, difesa, politica estera, governance economica e coordinamento fiscale sono settori in cui questo approccio potrebbe fare la differenza: accelerando decisioni strategiche, riducendo la frammentazione e costruendo strumenti permanenti di stabilità. L’esperienza recente della pandemia e del Next Generation Eu hanno dimostrato un vecchio assunto del liberismo: una crisi è sempre un’opportunità. In questo caso l’opportunità è quella di accelerare la costruzione europea. Accettare che alcuni Paesi avanzino più velocemente su certi dossier potrebbe essere il prezzo per evitare che l’Europa resti ferma mentre il mondo accelera.

Il cuore del dilemma europeo non è solo politico, ma costituzionale. A differenza di altri organismi intergovernativi, l’Ue è un ordinamento costituzionalizzato dai Trattati, con vincoli stringenti che disciplinano perfino le eccezioni al principio dell’unanimità. Questo è particolarmente evidente nel caso della cooperazione rafforzata, l’artificio giuridico spesso invocato come via d’uscita dal blocco a ventisette.

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) consente a un gruppo di Stati di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. È concepito come deroga, non come regola. Poi ci sono gli articoli 326-334 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi stabiliscono che le cooperazioni rafforzate devono rispettare i Trattati e il diritto dell’Unione, e soprattutto non possono pregiudicare né il mercato interno né la coesione economica, sociale e territoriale.

In più, ogni nuova cooperazione deve essere aperta a tutti gli Stati membri e che questi possano aderire in qualsiasi momento. In parole semplici, anche se un gruppo di Stati volesse avanzare su difesa comune, intelligence o fiscalità europea, non può farlo in modi che ostacolino qualcuno o alterino la concorrenza interna al mercato unico. Questa è la tutela di base dell’integrazione europea, molte volte sottaciuta nel dibattito politico. Proprio per questo, trasformare la geometria variabile in metodo strutturale è praticamente impossibile. Servirebbe un processo revisione costituzionale su larga scala, inattuabile soprattutto in tempi brevi, in una fase di grande fragilità – Emmanuel Macron è un’anatra zoppa in patria, Friedrich Merz non ha lo standing né la forza politica, Giorgia Meloni non sembra davvero intenzionata a diventare la leader europeista di cui ci sarebbe bisogno, ammesso che abbia le carte per farlo.

Il credito politico per aprire una vera revisione dei trattati oggi non c’è, in Europa. Una riforma costituzionale richiederebbe anni di negoziati, ratifiche nazionali e referendum. Sarebbe un percorso macchinoso e vulnerabile alle ingerenze di potenze esterne, dalla Russia alla Cina, interessate proprio a mantenere un’Europa debole e incapace di decidere. La domanda quindi non è se l’Europa abbia bisogno di avanzare a più velocità, ma come farlo senza spaccarsi prima di cominciare. La risposta più onesta è anche la meno elegante. Non serve una rivoluzione o una nuova fase costituente. La via più percorribile è quella sotterranea, poco a poco, forzando gli strumenti esistenti e accettando una dose strutturale di ambiguità. In perfetto stile Ue.

La prima opzione sul tavolo è spingere al massimo la cooperazione rafforzata (art. 20 TUE), interpretandola in modo estensivo e trasformandola, di fatto, in una prassi più frequente per consentire a gruppi di Stati di avanzare su difesa, sicurezza, politica industriale e approvvigionamenti strategici. È un costituzionalismo creativo: stare dentro i trattati, stiracchiandoli al massimo, un po’ come fanno da anni molti governi nazionali quando governano per decreto.

La seconda strada è più esplicita, quindi rischiosa. È la strada quella degli accordi intergovernativi extra-Ue. Trattati bilaterali o trilaterali tra Stati che condividono una visione strategica, come il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia o il Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 tra Francia e Germania. Sono accordi di coordinamento sui dossier più importanti, senza passare per le procedure comunitarie. È una via già battuta, spesso celebrata, talvolta disattesa, quasi sempre personalizzata. Di solito funzionano finché c’è una regia politica forte, e fin qui è stata utilissima quella di Emmanuel Macron. Senza di lui, e senza una leadership capace di pensare in termini europei, questa architettura rischia di svuotarsi rapidamente.

Entrambe queste soluzioni – cooperazione rafforzata “forzata” e accordi intergovernativi – non sono alternative pulite. Sono compromessi. La prima resta prigioniera dei limiti giuridici dei trattati, la seconda rischia di legittimare un’Europa costruita fuori dall’Unione. Il confine è sottile, ma l’alternativa – restare formalmente uniti e politicamente irrilevanti – è peggiore. Se il mondo accelera e l’Europa resta ferma, la geometria variabile diventa una necessità di sopravvivenza.

Davanti a questa impasse la tentazione è pensare che una forzatura sia inevitabile. In fondo, l’Europa ha spesso costruito i suoi pilastri prima ancora di avere un tetto comune. L’euro è nato senza un’unione fiscale compiuta. Schengen ha preceduto una vera politica migratoria. L’integrazione europea non è mai stata lineare; è stata incrementale, talvolta imperfetta, spesso ambigua.

Oggi quella stessa ambiguità potrebbe diventare metodo. Spingere al massimo la cooperazione rafforzata, moltiplicare accordi intergovernativi, costruire alleanze strategiche che superano i confini formali dell’Unione. Non è un caso che nel 2026 si siano intensificati i dialoghi con il Canada, sul piano commerciale e perfino su quello della difesa, con l’ingresso di Ottawa nei progetti europei di sicurezza industriale. È il segnale di un’Europa che, per rafforzarsi, comincia a costruire ponti anche al di fuori dei ventisette.

Ma qui si apre il vero paradosso. Rafforzare l’Unione aggirando le sue rigidità può renderla più efficace nel breve periodo. Allo stesso tempo, rischia di spostare il baricentro decisionale fuori dal perimetro istituzionale comune, creando un’Europa che si consolida per addizione di accordi, più che per coesione interna. Se l’Europa sceglie di avanzare per gruppi ristretti e per alleanze esterne, sta costruendo un nucleo più solido o sta accettando una frammentazione controllata? Forse il vero banco di prova non sarà la prossima riforma dei trattati, ma la capacità di tenere insieme velocità e unità, potenza e legittimità. Perché un’Europa più forte fuori dall’Europa potrebbe essere una soluzione. Oppure l’inizio di un nuovo equilibrio ancora tutto da definire.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Dieci anni di migrazioni in Europa

Il decimo Rapporto sull’integrazione degli immigrati in Europa mostra cosa è cambiato dal 2015 al 2024. I migranti sono più istruiti e lavorano di più in termini assoluti, ma i divari con i nativi non si chiudono, con differenze significative tra paesi.

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