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Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff

5 June 2026 at 19:30

Il caso diplomatico che rischiava di compromettere la partecipazione dell’Iran ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti sembra essersi risolto. I calciatori della nazionale iraniana hanno infatti ottenuto i visti necessari per entrare nel territorio americano e prendere parte alla competizione che inizierà tra pochi giorni. La conferma è arrivata da un funzionario della Casa Bianca, che ha riferito la notizia all’agenzia Reuters. La svolta arriva dopo giorni di incertezza e polemiche. Ma solo ai calciatori: Fonti interne hanno riferito ad Al Jazeera che almeno 15 membri dello staff della nazionale iraniana si sono visti negare il visto negli Stati Uniti. Si tratta di allenatori, personale tecnico e dirigenti. Le stesse fonti dicono che alcuni di coloro a cui è stato negato il visto erano ufficialmente riconosciuti dalla FIFA come parte dello staff tecnico e/o di allenatori.

Soltanto nelle scorse ore l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, aveva denunciato pubblicamente il mancato rilascio dei visti ai giocatori, sottolineando come la squadra fosse ancora bloccata a dieci giorni dall’esordio previsto a Los Angeles. Una situazione che aveva alimentato timori sulla possibilità che la nazionale iraniana non riuscisse a raggiungere gli Stati Uniti in tempo per l’inizio del torneo.

Le restrizioni

La vicenda aveva assunto rapidamente una dimensione politica. L’Iran figura infatti tra i Paesi colpiti dalle nuove restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump. Sebbene gli eventi sportivi internazionali prevedano generalmente deroghe specifiche per atleti, tecnici e delegazioni ufficiali, il ritardo nell’emissione dei documenti aveva sollevato interrogativi sull’effettiva applicazione di tali eccezioni. Nei giorni scorsi la federazione iraniana aveva scelto di trasferire la squadra in Messico, trasformando il Paese nordamericano in una sorta di base operativa temporanea in attesa dello sblocco della situazione. Una soluzione logistica necessaria per non compromettere la preparazione alla competizione e per consentire alla delegazione di essere pronta a partire non appena fosse arrivato il via libera dalle autorità statunitensi.

L’annuncio della Casa Bianca mette ora fine, almeno sul piano pratico, a una vicenda che aveva suscitato preoccupazione sia nel mondo del calcio sia in quello diplomatico. Con i visti finalmente concessi, la nazionale iraniana potrà raggiungere gli Stati Uniti e preparare regolarmente il proprio debutto mondiale.

Il significato

La partecipazione dell’Iran assume inoltre un significato particolare perché la squadra si prepara a giocare il Mondiale mentre il Paese è coinvolto in un conflitto con una delle nazioni ospitanti, una situazione senza precedenti nella storia della competizione.

Durante il ritiro in Turchia, dove la nazionale ha trascorso oltre due settimane prima di trasferirsi in Messico, alcuni giocatori hanno raccontato all’Associated Press le difficoltà di preparare un appuntamento sportivo di tale portata mentre si seguono quotidianamente le notizie provenienti dal proprio Paese. “Non è facile”, ha spiegato il centrocampista Saeid Ezatolahi, alla sua terza Coppa del Mondo. “La situazione politica può influenzare la mentalità dei giocatori e della gente”.

Nonostante il contesto, i calciatori insistono sulla volontà di rappresentare il Paese e offrire un momento di unità a una popolazione provata dalla guerra. “Sappiamo che il nostro popolo ha sofferto molto e andiamo lì per loro, per ottenere i migliori risultati possibili“, ha dichiarato il 24enne Mohammad Ghorbani. Le prime due partite dell’Iran si giocheranno nell’area di Los Angeles, città che ospita una delle più grandi comunità iraniane all’estero, composta in larga parte da oppositori del regime di Teheran. “Ci aspettiamo molti tifosi allo stadio e molta pressione”, ha detto ancora Ezatolahi. “Il nostro dovere è lottare per il nostro popolo, rappresentare il nostro Paese e dimostrare quanto valiamo”. Un messaggio condiviso anche da Ghorbani: “Vogliamo portare gioia agli iraniani e mostrare al mondo la forza del nostro popo

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La trave nel piatto – Hormuz, l’altro ostaggio si chiama agricoltura

5 June 2026 at 15:19

Il solido sistema agricolo moderno è vecchio, non moderno, è fragile, non solido. È questa la trave che la guerra in Iran e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz ci serve nel piatto. Il modello di produzione agricola vigente è dipendente dal fossile: poiché dallo stretto di Hormuz passa un quarto del petrolio mondiale, ma soprattutto un terzo del commercio marittimo di fertilizzanti e dei componenti necessari per produrli (ammoniaca, urea, zolfo). Questo porta molti agricoltori a temere sulle prossime semine. Secondo le Nazioni Unite, a rischio fame 45 milioni di persone in più nel mondo, se la situazione non si sblocca rapidamente. Tra l’altro una criticità simile legata ai fertilizzanti si era presentata già nel 2022, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, essendo quest’ultima un esportatore di fertilizzanti azotati. Ma i cicli stagionali agricoli mal si adattano alle variabili imprevedibili come quelle belliche, geopolitiche e speculative; pertanto, il danno è già effettivo e serviranno mesi prima che quei due milioni di tonnellate di fertilizzanti bloccati nel Golfo possano raggiungere i paesi di destino. Nell’UE il prezzo dei fertilizzanti azotati è cresciuto del 60% rispetto al 2024, e solo in Italia ogni anno se ne usano 300 mila tonnellate. Se la media europea di fertilizzanti inorganici si attesta tra 70 e 72 kg per ettaro, in Italia i dati mostrano un uso tra 110 e 130 kg per ettaro, nonostante si stimi che gli agricoltori applichino circa 67 kg di azoto in più rispetto alle capacità di assorbimento del terreno.

Tutto questo evidenzia come quel modello agricolo e alimentare stia lavorando contro e non con la natura: gli ecosistemi agricoli sono concepiti come luoghi artificiali in cui il vivente si deve adeguare alle esigenze del mercato globale. Paradossalmente, ma prevedibilmente i colossi dell’agrobusiness propongono come soluzione gli stessi strumenti che hanno in larga parte portato al collasso e alla fragilità attuale: più dipendenza tecnologica, più input energetici, nuove generazioni di Ogm e sementi brevettate. E le misure tampone proposte dall’Europa – sospendere i dazi sui fertilizzanti, elargire fondi agli agricoltori, promuovere stoccaggi strategici, fertilizzanti alternativi – non tendono a quel necessario e urgente cambio paradigmatico che i tempi ci impongono. Dobbiamo compiere delle rotture rispetto alla dipendenza di un sistema globalizzato inevitabilmente verticale, concentrato nelle mani di pochissimi e potentissimi attori. Se crediamo davvero in un cibo buono pulito e giusto come reale diritto di tutte e tutti, se crediamo nella sovranità alimentare, allora appare urgente valorizzare i sistemi locali del cibo che restituiscono centralità a contadini e biodiversità nella cornice di un approccio agroecologico. L’agroecologia non è solo una soluzione “tecnica”: non si tratta infatti solo di un insieme di pratiche agronomiche, si tratta di una prospettiva politica.

L’agroecologia, infatti, è un approccio “dal basso”: permette un governo dei territori da parte delle comunità locali, da dignità al sapere diffuso e orizzontale dei popoli, consente la rigenerazione del tessuto sociale lacerato e intende le risorse naturali come beni comuni da custodire, rigenerare e condividere. L’agroecologia applica principi ecologici alla gestione di sistemi agricoli e si basa su alcuni fondamentali: riciclo dei nutrienti (quindi non avremo più bisogno di comprare fertilizzanti chimici), rotazione delle sostanze organiche, conservazione dell’acqua e della fertilità del suolo ed equilibrio microbiologico. L’agroecologia concepisce i campi coltivati come ecosistemi nei quali si verificano relazioni naturali sinergiche tra colture, alberi e animali. Lavora con e non contro la natura. Secondo un’analisi della Agroecology Coalition, i governi globalmente spendono ogni anno più di 600 miliardi di dollari in sussidi agricoli, di cui quasi 400 miliardi sostengono quello stesso modello intensivo che devasta clima e biodiversità. La stessa analisi stima che la transizione globale verso sistemi agroecologici richiederebbe tra i 250 e i 430 miliardi di dollari l’anno: quindi meno di quanto già si spende per tenere in piedi l’agricoltura imperniata sul fossile. L’agroecologia, dunque, rappresenta una rottura: rimette i semi nelle mani dei contadini superando la logica dei brevetti; accorcia le filiere a tutela del reddito degli agricoltori; promuove la sovranità alimentare rendendo i popoli responsabili e indipendenti perché il cibo non sia sommesso alle crisi belliche ma alle reti di solidarietà tra comunità. Il modello agroecologico non è solo un’alternativa teorica, si tratta di un paradigma produttivo già sperimentato e applicato positivamente in molti territori: in attesa che la politica si attivi mettendo la transizione agroecologica al centro dell’agenda politica, le comunità stanno già costruendo e dando vita ad un modello di sviluppo realmente sostenibile che ha a cuore il presente e il futuro del vivente tutto.

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“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

5 June 2026 at 13:34

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

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Padellaro, Jebreal, Orsini e Appendino ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 6 giugno. Con Travaglio e Scanzi

By: F. Q.
5 June 2026 at 11:16

Ultimo appuntamento di stagione di “Accordi & Disaccordi”, il talk di attualità di NOVE condotto da Luca Sommi: in prima serata sabato 6 giugno alle 21:30.

Ospiti la deputata del Movimento 5 stelle Chiara Appendino, i giornalisti Antonio Padellaro, Rula Jebreal e il professore Alessandro Orsini.

Al centro della discussione i continui tira e molla tra il presidente americano Donald Trump e l’Iran, fra bombardamenti e bozze di accordo minacciate anche dall’atteggiamento del premier israeliano Netanyahu.

Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.

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Any Iran Deal Must Be Measured By Actions, Not Promises, Says Former Ambassador Lisa Gable

5 June 2026 at 10:47
RFE/RL spoke with Lisa Gable, a former US ambassador who served during the George W. Bush administration and is now the chairwoman of World In 2050, about the prospects for diplomacy with Iran, the challenges of verification, and the broader geopolitical stakes of the current conflict.

From Iran To Ukraine: How Asymmetric Warfare Is Challenging Conventional Military Power

5 June 2026 at 09:52
From Ukraine to Tehran, asymmetric warfare is redefining the modern battlefield. Superiority is no longer measured solely by jets and naval fleets, but by inexpensive unmanned drones.

Israel’s offensive in southern Lebanon: 2,900 dead, 36,000 homes destroyed and 1.4 million displaced

5 June 2026 at 08:45

Southern Lebanon — which was turned into a battleground between Israel and the pro‑Iranian militia Hezbollah in 2023 — has suffered a new wave of devastation since February 28, when the Israeli and U.S. governments declared war on Iran and Hezbollah once again took up arms in solidarity with its ally. Israel then shifted its focus from Iran to striking Lebanon, intensifying both its military offensive and its occupation of the neighboring country.

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Israeli military demolition operations in the village of Taybeh, in southern Lebanon, on April 27.

Trump Says US Will Win 'Militarily Or On Paper,' Could Meet Iran Supreme Leader If There's Deal

4 June 2026 at 23:00
US President Donald Trump said the United States will win the conflict with Iran either “militarily or on paper,” referring to the fitful negotiations with Tehran, and he suggested he could meet with Iran’s reclusive supreme leader “if it was to make a deal.”

No Meat And Forced To Sell Belongings: Iranians Face Deepening Economic Crisis

8 June 2026 at 11:06
More than three months into Iran's conflict with the United States and Israel, Iranians say they are desperate about meeting basic needs. Some are down to one meal a day, meat is rare, and household appliances are sold off to pay bills. Some Iranians sent messages to RFE/RL's Radio Farda.

‘Huge win for the Constitution’ as House finally passes Iran war powers resolution

4 June 2026 at 17:50
A group of National Guardsmen walk past the Win Without War Billboard Truck displaying the message "No War With Iran" in front of the U.S. Capitol on State Of The Union Day on February 24, 2026 in Washington, DC. Photo by Jemal Countess/Getty Images for Win Without War
Common Dreams Logo

This story originally appeared in Common Dreams on June 03, 2026. It is shared here under a Creative Commons (CC BY-NC-ND 3.0) license.

Raucous applause erupted in the House of Representatives on Wednesday after US lawmakers passed a war powers resolution aimed at ending Donald Trump’s illegal war of choice against Iran—although skeptics cautioned that the measure will likely have little impact on the actions of a president who has habitually shown utter contempt for the rule of law.

House lawmakers voted 215-208, with 7 legislators not voting, in favor of H.Con.Res.86, introduced in April by Rep. Gregory Meeks (D-NY) and cosponsored by Reps. James Himes (D-Conn.), Adam Smith (D-Wash.), Gabe Amo (D-RI), Maggie Goodlander (D-NH), and Thomas Massie (R-Ky.).

Every Democrat present voted for the resolution, while three Republicans—Reps. Tom Barrett (Mich.), Warren Davidson (Ohio), and Brian Fitzpatrick (Pa.)—broke ranks with their GOP colleagues and joined Massie in voting to approve the measure, which directs Trump to “remove United States armed forces from hostilities with Iran.”

Cheers in the House as the war powers resolution passes pic.twitter.com/nRL3eGm0Zr

— Acyn (@Acyn) June 3, 2026

“We are trapped in a war that won’t end because an incompetent president launched it thinking of only his own ego while failing to prepare for the consequences,” Meeks, the ranking member on the House Foreign Affairs Committee, said during floor debate ahead of Wednesday’s vote. “Diplomacy is the only exit from this, not more bombing, not more bluster.”

The War Powers Resolution of 1973—also known as the War Powers Act—requires the president to notify Congress within 48 hours of committing troops to military action and limiting such action to 60 days, with a 30-day withdrawal period, unless lawmakers declare war or issue an authorization for the use of military force.

It’s been 95 days since the US and Israel launched their war on Iran, which followed last summer’s separate bombing campaigns by both allies. Since then, more than 3,400 Iranians—many of them civilians—have been killed and over 26,000 others wounded by airstrikes, while Iranian counterattacks have killed 13 US troops, 26 Israelis, and over 20 people in Gulf Arab states aligned with the US.

House lawmakers had tried and failed to pass Iran war powers resolutions on three previous occasions. Last month, after four US Senate Republicans helped Democrats advance one of the resolutions, GOP leadership in the House canceled two subsequent votes on the measure.

“Since President Trump’s illegal war of choice on Iran began, I have been extremely clear over and over again that Congress alone has the power to declare war,” Rep. Pramila Jayapal (D-Wash.)—who did not vote Wednesday because she was in India due to a family health emergency—said in a statement. “This war has had disastrous effects for the American people and for the world in the nearly 100 days since Trump began it without congressional approval.”

Jayapal continued:

“Waged with absolutely no imminent threat and no endgame, this war has already killed 13 US service members and injured many more; killed thousands of civilians in Iran and Lebanon, and displaced millions more; wasted billions in US taxpayer dollars that should have been spent on lowering healthcare and housing costs for Americans; and all while causing gas prices and grocery costs to skyrocket.

“The simple truth is that the American people are paying the price for Trump’s lawlessness,” Jayapal added. “Every day that this war continues is a violation of our Constitution.”

The House just passed the Iran War Powers Resolution 215 to 208. We should have done it 2 months ago when @RepThomasMassie and I proposed it. But now we are finally closer to bringing this disastrous war to an end. pic.twitter.com/sFJbUvMqxV

— Rep. Ro Khanna (@RepRoKhanna) June 3, 2026

Rep. Yvette Clarke (D-NY) asserted that “our victory—while monumental—does not change the truth that this war never should have began, and never would have began, had the president not disgraced America and our laws to ensure that it did.”

Rep. Mark Pocan (D-Wis.) said on social media: “The American people are tired of presidents abusing their power by spending billions of our taxpayer dollars on unnecessary wars. I urge the Senate to quickly pass this bill to end Trump’s illegal war in Iran.”

Civil society groups opposed to the war applauded Wednesday’s vote, which Medea Benjamin, co-founder of the peace group CodePink, called a “total rebuke of Trump.”

People power works. ✊

The House just passed a War Powers Resolution opposing Trump’s unauthorized war with Iran. A major rebuke to another endless war fought without congressional approval.

This victory didn’t happen by accident. It happened because people across the country… pic.twitter.com/bZ5b0RBoT3

— CODEPINK (@codepink) June 3, 2026

“After 95 days of illegal war, Congress is finally enacting the will of the people, who overwhelmingly oppose President Trump’s disastrous war on Iran,” Eric Eikenberry, government relations director at Win Without War, said in a statement.

“While congressional action is welcome, it is woefully late. Congress should not have taken over three months to pass a resolution that would force Trump to end this war,” he continued. “Their delay has left millions of people struggling amidst unnecessary, unacceptable human and economic consequences.”

“Lawmakers who’ve placed their loyalty to Trump over acting to determine when and whether the United States goes to war have failed both their constituents and their constitutional duty,” Eikenberry added.

At long last, Congress has remembered its constitutional duty in matters of war and peace. It is good news for our Constitution that both chambers have now voted to invoke the War Powers Resolution and halt Trump's reckless, illegal, and unconstitutional war against Iran. https://t.co/2lTIgBuLcD

— Defending Rights & Dissent (@RightsDissent) June 3, 2026

Naveed Shah, political director of the veterans’ group Common Defense, said following the vote, “Veterans understand the costs of war better than most Americans, which is why we commend the Republicans who joined Democrats on this vote and showed the kind of courage and independence this moment demands.”

“This was an important step toward ending a dangerous war and ensuring that the American people have a voice through their elected representatives,” Shah added. “It is long past time to put guardrails on this brazen president, who launched us into an illegal war with Iran.”

Alix Fraser, vice president of advocacy at Issue One, a group dedicated to reducing the role of money in politics, said in a statement that “today’s vote is a huge win for the Constitution and for the American people.”

“The House finally had the political willpower to stand up to the president’s unconstitutional war,” Fraser added. “Americans should celebrate this massive victory, but have every right to feel frustrated that it took this long for Congress to work on behalf of the people. That must change. Our democracy will not survive if Congress fails to uphold its responsibility to check executive power at this critical juncture.”

“Every day that this war continues is a violation of our Constitution.”

Some observers noted that Wednesday’s vote is likely to be largely symbolic, pointing to Trump’s veto—and the Senate’s failure to overturn it—of a 2019 bipartisan war powers resolution directing him to end US military support for the Saudi-led war in Yemen.

Still, lawmakers and advocates urged the Senate to pass the Iran resolution to uphold the rule of law and force Trump’s hand.

“Ending this war is a moral imperative,” said Rep. Don Beyer (D-Va.).

Rep. Ayanna Pressley (D-Mass.) implored upper chamber lawmakers to “immediately follow suit and act to end this war.”

Rep. Melanie Stansbury (D-NM) posted on Bluesky: “Now it’s time to pass the Senate. The power to declare war has been with Congress. Now let’s get it done and end this war!”

Benjamin said: “Now it’s time for the Senate to act. Let’s keep the pressure on and send this resolution to Trump’s desk. No more illegal wars. No more blank checks for militarism.”

Il video del momento in cui un drone iraniano colpisce l’aeroporto di Kuwait City: l’impatto è devastante

4 June 2026 at 16:43

Le immagini delle telecamere di sorveglianza, diffuse dalla Direzione generale dell’aviazione civile del Kuwait, mostrano il momento in cui un drone iraniano si abbatte sul terminal 1 dell’aeroporto internazionale del Kuwait.

Nell’attacco, avvenuto mercoledì, è morta una persona e altre sessanta sono rimaste ferite. Ingenti i danni provocati allo scalo, temporaneamente chiuso.

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Antony Beevor, historian: ‘Rasputin combined spirituality with extreme lust and lasciviousness’

4 June 2026 at 14:00

Used to hearing Antony Beevor detail troop movements at Stalingrad, the siege of Berlin, the Normandy landings, the paratroopers’ effort at Arnhem or the Panzer offensive in Hitler’s last stand in the Ardennes, it is surprising to hear him talk about Rasputin’s penis. In truth, he adopts the same look of intense concentration he brings to his usual military topics. “Rasputin’s penis… is an object of interest, certainly,” he says when his interlocutor mentions that, during an afternoon of astonishment and vodka, he saw on display in a St. Petersburg museum the appendage shown as such in a glass jar. “Yes, it is said to measure 13 inches, about 33 centimeters, but I don’t know that it’s something to take seriously. My father-in-law, the historian John Julius Norwich, used to explain that his father, Duff Cooper, the first British ambassador to France after the Liberation and also a historian [and father of the notable writer Artemis Cooper, Beevor’s wife], was convinced that part of Rasputin’s sexual success and magnetism lay in his member and his muscular control, but there is no historical record that it was cut off after his murder. Today it is impossible to assert that what is on display is his; I don’t believe any DNA test has been done.” In fact, some say it is a horse’s penis, or, if not that, a dried sea cucumber, as has also been suggested. Beevor recalls, in any case, that at the time in Tsarist Russia, Rasputin was credited with extraordinary sexual potency and caricatures circulated showing his organ, in reference to the monk’s influence over the Tsarina Alexandra and, through her, Tsar Nicholas II, with the legend: “The rod that rules Russia.”

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© Print Collector (Print Collector/Getty Images)

Grigori Rasputin, surrounded by some of the women subdued by his magnetic personality and other figures of the era.

Mixed Signals Suggest US-Iran Crisis Is Far From Over, Says Security Analyst Jake Sotiriadis

4 June 2026 at 11:02
RFE/RL spoke with Jake Sotiriadis, an adviser to the US State Department, about whether these developments could signal the beginning of a diplomatic off-ramp between Washington and Tehran or merely a pause in a confrontation that still carries a significant risk of escalation.

È morta di “crepacuore” a 56 anni Marjane Satrapi, autrice di “Persepolis”: “Stroncata dal dolore per la morte del marito Mattias, l’amore della sua vita”

4 June 2026 at 09:35

È morta di “crepacuore” a 56 anni per la tristezza di aver perso il marito, un anno fa. Marjane Satrapi, la fumettista e regista iraniana, voce libera e nobile anti islamica, diventata celebre per la riduzione cinematografica del suo fumetto autobiografico Persepolis, non ha retto al dolore della perdita di Mattias Ripa. L’economista svedese, conosciuto dalla Satrapi a Parigi oltre 30 anni fa, diventato suo collaboratore artistico e marito, era morto l’8 aprile dell’anno scorso a 52 anni. “Marjane Satrapi è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita”, è il tenero addio inviato alle agenzie di stampa dai familiari della regista iraniana. Satrapi era stata una schietta e acerrima critica del governo teocratico iraniano in più occasioni a cavallo del nuovo secolo. La fumettista iraniana era arrivata in Francia nel 1994, ottenendo poi la cittadinanza francese nel 2006. La graphic novel in bianco e nero Persepolis venne pubblicata in due volumi tra il 2000 e il 2001 ottenendo un successo mondiale. L’opera racconta con graffiante umorismo la giovinezza di Marjane a Teheran, segnata dalla caduta del governo dello scià e le successive difficoltà causate dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la “rivoluzione” del 1979. Come ha scritto Carlotta Eco su l’Enciclopedia delle donne, “Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990”. Una famiglia benestante di origine nobiliare, orientata su principi morali che definiremmo “all’occidentale”, i Satrapi di fronte all’oscurantismo propugnato dal regime di Khomeini fecero emigrare la figlia 15enne a Vienna.

Nel 1988 il primo ritorno in patria dove apprende l’arte del disegno (“che significa copiare modelli interamente coperti dall chador”) e poi rifugge dalla censura e dall’oppressione culturale dei dittatoriali barbuti sciiti nel 1991 questa volta prima a Strasburgo poi a Parigi. È qui che incontra subito quello che diventerà il suo amato marito, Mattias Ripa. Attorno al 2006 inizia la produzione francese del film animato tratto da Persepolis, di cui Satrapi è regista assieme a Vincent Parranoud. Il film finisce in Concorso a Cannes nel 2007 e vince il Premio della Giuria, per poi essere candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008. Poco prima del successo internazionale del film, Satrapi aveva pubblicato le graphic novel Ricami (2003) e Pollo con Prugne (2004), nonché diversi libri per bambini. Nel 2011 torna alla regia ma senza l’attenzione ricevuta quattro anni prima per adattare Pollo alle prugne. Dirigerà poi con alterne fortune anche i film: Voices (2014), Radioactive (2019) su Marie Curie e Paradis Paris (2024). Satrapi è stata anche pittrice e i suoi dipinti acrilici di grande formato sono stati esposti per la prima volta nel 2013 alla Galleria Jérôme De Noirmont di Parigi.

Nel 2023 aveva pubblicato un’altra graphic novel, Woman, Life, Freedom, un libro collettivo realizzato da 17 fumettisti iraniani e internazionali, in collaborazione con accademici e ricercatori iraniani. Si sono uniti per raccontare la storia di come la morte in custodia di Masha Amini, una donna curdo-iraniana di 22 anni arrestata nel 2022 per non aver indossato correttamente il velo islamico. Una decina di anni fa, intervistata dall’attrice Emma Watson, Satrapi riassunse con la sua consueta fulminante ironia il suo punto di vista sulla questione femminile iraniana e globale: “Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun “pregiudizio femminista”, è un dato di fatto”. L’anno scorso, ha rifiutato la Legion d’onore francese a causa dell’ “ipocrisia” del Paese nei suoi rapporti con l’Iran, citando le politiche francesi in materia di visti che impedivano ai dissidenti di lasciare l’Iran per recarsi nel Paese europeo.

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US House Approves Measure To End Iran War As Rubio Insists Conflict Is Over

4 June 2026 at 06:19
The US House of Representatives approved a war powers resolution aimed at curbing President Donald Trump's military campaign against Iran, delivering a bipartisan rebuke to the administration even as Secretary of State Marco Rubio insisted that US operations against Tehran had ended.

Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

4 June 2026 at 05:55

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

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