Normal view

Tom Fletcher, UN humanitarian chief: 'Cuts force us to choose which lives to save and which lives not to'

A few months ago, at a center for malnourished children in the remote Darfur region of Sudan, an orphaned baby who had arrived days earlier on the brink of death gripped Tom Fletcher’s finger with surprising strength. The United Nations’ humanitarian chief says those seconds eased his frustration at international inaction and the “anger” he feels over cuts to aid at a time when needs and conflicts are rising around the world.

Seguir leyendo

Tom Fletcher, head of OCHA, on a Madrid street this Wednesday.

© Álvaro García

Tom Fletcher, U.N. humanitarian chief, in Madrid on Wednesday.

“Allarme rosso per la scienza americana”, Trump mette la ricerca sotto controllo politico, scienziati in rivolta

4 June 2026 at 15:55

Dopo i tagli ai finanziamenti per la ricerca biomedica, climatica e sanitaria, l’amministrazione Trump apre un nuovo fronte nel rapporto con la comunità scientifica americana. Questa volta al centro dello scontro non ci sono soltanto le risorse economiche, ma l’autonomia stessa della ricerca. A far scattare l’allarme è una proposta pubblicata alla fine di maggio dall’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca (Office of Management and Budget, OMB), che punta a modificare le regole per l’assegnazione delle sovvenzioni federali destinate alla ricerca scientifica. L’obiettivo dichiarato è quello di “migliorare la trasparenza, la responsabilità e la supervisione” dei fondi pubblici, ma per migliaia di ricercatori il rischio è quello di introdurre un controllo politico diretto sulle scelte scientifiche.

Secondo la nuova disciplina, che dovrebbe entrare in vigore dal primo ottobre, i funzionari nominati dall’amministrazione avrebbero il compito di effettuare una “revisione preliminare” obbligatoria di tutte le richieste di finanziamento. Ogni progetto potrebbe essere valutato non soltanto sul piano scientifico, ma anche sulla sua coerenza con le priorità politiche dell’agenzia di riferimento e con il cosiddetto “interesse nazionale”. Una modifica che, secondo i critici, rischia di scavalcare il tradizionale sistema di valutazione tra pari, affidato a esperti indipendenti, che rappresenta da decenni uno dei pilastri della ricerca statunitense.

La rivolta degli scienziati

La reazione della comunità scientifica è stata immediata. Come riportato dalla rivista Nature, in pochi giorni sono arrivate oltre 3.500 osservazioni alla proposta, in larga parte contrarie. Tra le prese di posizione più dure c’è quella della Società americana di Biologia cellulare, che ha definito la riforma una “enorme minaccia per la scienza americana”. A intervenire è stato anche Holden Thorp, direttore ed editor-in-chief della rivista Science, una delle pubblicazioni scientifiche più autorevoli al mondo. In un editoriale dai toni insoliti, Thorp ha parlato di un vero e proprio campanello d’allarme per il futuro della ricerca negli Stati Uniti, invitando università, centri di ricerca e associazioni scientifiche a fare fronte comune contro quella che considera un’ingerenza politica senza precedenti. “È il momento di agire”, scrive il direttore di Science, che conclude con un appello destinato a far discutere: “Il semaforo rosso lampeggia, tutti ai posti di combattimento”.

La proposta arriva in un momento già particolarmente delicato per il sistema scientifico statunitense. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha avviato una profonda revisione delle politiche federali sulla ricerca, con riduzioni di fondi e cancellazioni di programmi che hanno coinvolto diversi settori strategici, dalla lotta contro il cancro e l’Alzheimer fino alla prevenzione delle malattie infettive. Misure che avevano già suscitato forti critiche da parte del mondo accademico e sanitario, soprattutto in una fase caratterizzata dalla diffusione del morbillo in diversi Stati americani e dal monitoraggio dell’influenza aviaria.

Ora il confronto si sposta sul terreno dell’indipendenza scientifica. Per i sostenitori della riforma, il controllo politico garantirebbe una migliore allocazione delle risorse pubbliche e una maggiore coerenza con gli obiettivi nazionali. Per gran parte della comunità scientifica, invece, il rischio è che i finanziamenti vengano subordinati a criteri ideologici o politici, compromettendo la libertà della ricerca e la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership scientifica mondiale. Uno scontro destinato a proseguire nei prossimi mesi e che, secondo molti osservatori, potrebbe ridefinire il rapporto tra politica e scienza negli Stati Uniti.

L'articolo “Allarme rosso per la scienza americana”, Trump mette la ricerca sotto controllo politico, scienziati in rivolta proviene da Il Fatto Quotidiano.

Oke Göttlich, the man shaking up German soccer over Trump: ‘We discussed at length our red lines for boycotting the World Cup’

He takes this newspaper’s call on a train bound for Hamburg, home of St. Pauli, continues by car and says goodbye almost an hour later in his office at the headquarters of the modest club, which he has chaired since 2014. Oke Göttlich (Hamburg, Germany; 50) is also one of the 13 vice presidents of the DFB, the German Football Association. And earlier this year, amid threats from Donald Trump’s administration to invade Greenland, Göttlich, a trained journalist, said enough was enough. “What reasons justified the boycotts by certain countries of Olympic Games in the 1980s?” he asked, referring to Moscow 1980 and Los Angeles 1984, in the Hamburger Morgenpost. “In my view, the current threat is greater than back then, so we must have this discussion; a footballer’s life is not worth more than the life of any of the people being directly or indirectly attacked by the host country of the next World Cup.”

Seguir leyendo

© Stuart Franklin (Getty Images)

Oke Göttlich during a Bundesliga match.

Washington e Santa Sede sono mondi in collisione: ecco perché Trump a volte spara a zero contro il Papa

4 June 2026 at 12:59

Come l’Ombra in una tragedia shakespeariana, l’immagine di Leone XIV insegue il presidente Trump, che giorni fa ha nuovamente twittato aggressivo: ”…Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Lo sanno tutti, sia a Roma che a Washington, che Leone è assolutamente contrario alle armi nucleari: a Teheran e nel mondo intero. E allora perché?

Sembrerebbe un atteggiamento un po’ folle, ma l’impressione sarebbe superficiale. Il fatto è che il presidente Maga ha capito perfettamente che sulla scena internazionale papa Prevost è diventato nell’arco di pochi mesi una voce autorevole che prospetta una visione radicalmente diversa dalla sua, una voce che contraddice e continuerà a contraddire nel tempo a venire la politica di potenza praticata dall’amministrazione statunitense.

Una voce tanto più sonora in quanto altri tacciono. La Russia perché ha bisogno di Trump. La Cina, incline ad approfittare del caos sparso dalla politica americana. Muta è anche l’Unione europea che – oltre a dire no alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – si mostra incapace di giocare un qualsiasi ruolo per favorire la pace nel Medio Oriente in fiamme.

Leone è sotto la lente della Casa Bianca sin dall’inizio dell’anno, quando il pontefice dichiarò al corpo diplomatico che il “fervore bellico sta dilagando” e che si era affermata una nuova tendenza: cercare la pace mediante le armi, “quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”. E’ in quel momento che il sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, convoca in maniera del tutto irrituale il nunzio vaticano Christophe Pierre (per di più cardinale) per spiegargli che la Santa Sede avrebbe fatto meglio a comprendere la politica degli Stati Uniti.

Si arrivò poi allo scontro diretto tra Leone e Trump in occasione della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Scontro su cui il pontefice ha voluto mettere una pietra sopra. E tuttavia il capitolo che l’enciclica Magnifica Humanitas dedica al tema della guerra è antitetico all’era del caos e della brutalità nei rapporti internazionali, inaugurata da Trump (e di cui sta profittando Netanyahu in Medio Oriente per la sua politica di dominio).

Con parole inequivocabili Leone condanna la “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e critica l’eccitazione che accompagna la preparazione delle guerre “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-emico, disinformazione e paura”. Si sta costruendo, denuncia il pontefice, un mondo in stato di “belligeranza permanente”, intossicato da visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi, segnato da retoriche aggressive e mere logiche di potenza. “La forza del diritto internazionale – scandisce il Papa – viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’.”

A maggior ragione Leone insiste sull’importanza di regole e organismi internazionali e sulla necessità di un ritorno al multilateralismo. Colpisce nel linguaggio dell’enciclica l’estrema precisione dei concetti: “La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche – scrive Leone – genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.

Non è un anarchico che parla, è il romano pontefice mentre chiarisce che le industrie degli armamenti e i Paesi produttori di armi traggono profitto dai conflitti ed è anche in questa logica economica che si alimentano le tensioni in varie parti del mondo. Tutto questo a Trump, nella sua visione imperiale di un mondo da suddividere tra pochi capibastone, non può piacere. E meno che mai il presidente Maga condivide la conclusione lapidaria del Papa sul pericolo di presentare la violenza come necessaria, favorendo così un clima in cui “l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza…” E dunque oggi più che mai, sancisce il pontefice, “è importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, fermo restando il diritto alla legittima difesa, intesa nel suo senso più stretto”.

Ecco perché Trump sente il bisogno di sparare ogni tanto una frase-raffica contro Leone. In questa fase Washington e Santa Sede sono due mondi in collisione. Prevost peraltro – al di là della sua impronta fortemente religiosa – è una personalità dotata di un’acuta sensibilità politica. Di più, ha il temperamento di un uomo di governo. Non è un caso che tempo addietro abbia speso 45 minuti per un giro d’orizzonte con il premier canadese Mark Carney, che in ambito atlantico è un chiaro critico della politica di (pre)potenza trumpiana.

L'articolo Washington e Santa Sede sono mondi in collisione: ecco perché Trump a volte spara a zero contro il Papa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Deputados governistas vão aos EUA para reforçar diálogo em meio à crise

Deputados aliados do presidente Lula (PT) desembarcaram nesta semana em Washington em uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares democratas e apresentar uma narrativa alternativa à levada aos Estados Unidos pelo senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) e pelo ex-deputado federal Eduardo Bolsonaro.

A missão ocorre em um momento de tensão nas relações bilaterais. Inicialmente, a viagem foi marcada para que os parlamentares discutissem sobre a importância das eleições sem interferência dos EUA. Porém o encontro tomou novos desdobramentos após as recentes decisões do governo Trump contra o Brasil. A missão dos deputados foi organizada junto com a WBO (Washington Brazil Office).

Na semana passada, os americanos classificaram as facções criminosas PCC (Primeiro Comando da Capital) e Comando Vermelho como organizações terroristas, medida que, na avaliação do governo brasileiro, pode gerar impactos econômicos.

Além disso, investigações anunciadas pelo governo americano podem resultar em tarifas de até 37,5% sobre produtos brasileiros. Em meio a esse cenário, o secretário de Estado dos EUA, Marco Rubio, afirmou nesta semana que o Brasil não está entre os países considerados “amigáveis” aos Estados Unidos.

Na comitiva estão os deputados federais Jandira Feghali (PC do B-RJ), Pedro Uczai (PT-SC), Pedro Campos (PSB-PE) e André Janones (Rede-MG). Segundo eles, a viagem busca fortalecer canais de diálogo com congressistas democratas e organismos internacionais, além de apresentar propostas de cooperação bilateral em áreas como combate ao crime organizado, inteligência financeira e tráfico internacional de armas.

Apesar de a agenda incluir apenas encontros com representantes do campo democrata, os parlamentares afirmaram ter solicitado uma reunião com o Departamento de Estado, comandado por Rubio, mas ainda aguardam resposta.

Críticas à atuação da família Bolsonaro

Em entrevista a jornalistas nesta quarta-feira (3), os deputados criticaram a atuação da família Bolsonaro junto à Casa Branca e defenderam uma reação mais organizada do campo progressista brasileiro nos Estados Unidos.

Janones afirmou que a esquerda demorou a perceber a importância da aproximação construída pela família Bolsonaro com setores do governo americano. “Eu acho que, do nosso campo, do campo progressista, faltou um pouco de humildade de levar a sério essa aproximação da família Bolsonaro na Casa Branca, em especial com Donald Trump”, disse.

Segundo ele, as viagens de integrantes da família Bolsonaro aos Estados Unidos foram frequentemente tratadas com desdém por setores da esquerda, mas acabaram produzindo resultados concretos. “Sempre que saía alguma matéria tinha aquele tom de menosprezo. ‘Ah, foi lá para implorar uma foto’. ‘Ah, foi lá para tentar um espaço’. E cada vez eles vêm entregando mais resultado”, afirmou.

Para o parlamentar, a missão representa uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares americanos e evitar que aliados do ex-presidente monopolizem a narrativa sobre o Brasil em Washington.

A deputada Jandira Feghali também responsabilizou aliados de Bolsonaro pelo agravamento das tensões bilaterais. “São pessoas que em tese pensam representar o Brasil, mas que chegam aqui e articulam medidas contra o país”, afirmou.

Cooperação e combate ao crime organizado

Os deputados também contestaram a classificação do PCC e do Comando Vermelho como organizações terroristas. Embora defendam cooperação internacional contra as facções, argumentam que a medida pode produzir efeitos econômicos e políticos que extrapolam o combate ao crime organizado.

Pedro Uczai afirmou que a delegação apresentará um documento propondo mecanismos de cooperação entre os dois países em áreas como rastreamento de recursos financeiros, combate à lavagem de dinheiro, tráfico internacional de armas e intercâmbio de informações entre órgãos de investigação.

“Ao invés de ter posturas unilaterais, nós queremos cooperação”, disse.

Segundo o parlamentar, parte significativa das armas apreendidas em ações contra o crime organizado no Brasil tem origem nos Estados Unidos, o que exigiria uma atuação conjunta dos dois governos. Uczai também criticou as novas tarifas impostas por Trump, classificando a medida como unilateral e incompatível com a tradição diplomática construída entre os dois países.

Eleições e soberania nacional

Já o deputado Pedro Campos afirmou que a missão foi planejada originalmente para discutir riscos de interferência externa no processo eleitoral brasileiro, mas acabou incorporando os temas do comércio internacional e do combate ao crime organizado diante dos acontecimentos recentes.

“Existe um desejo do povo brasileiro de ter eleições livres esse ano e que a gente possa fazer isso sem influências externas”, afirmou.

Segundo Campos, tanto as discussões sobre tarifas quanto as iniciativas relacionadas ao crime organizado passaram a ser vistas pelo grupo dentro de um contexto político mais amplo, marcado pela proximidade do calendário eleitoral brasileiro.

Durante a viagem, os parlamentares pretendem se reunir com congressistas democratas e representantes de organismos internacionais. A expectativa é usar os encontros para defender a soberania brasileira, contestar medidas adotadas pelo governo Trump e ampliar a interlocução política do campo governista nos Estados Unidos. (Isabella Menon/FOLHAPRESS)

The post Deputados governistas vão aos EUA para reforçar diálogo em meio à crise appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

Cuba soffocata e sempre più sola. Lo stop di alberghi e compagnie aeree per evitare le sanzioni di Trump

4 June 2026 at 11:31

L’ora zero si avvicina. Cuba è sempre più sola. Venerdì 5 giugno scade l’ultimatum imposto dall’amministrazione Trump – attraverso l’Executive Order 14404 – ai “soggetti stranieri” presenti sull’isola e vincolati al conglomerato Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, col quale dovranno “liquidare le transazioni”. Vale anche per le entità partecipate con il 50% o più dal conglomerato. Altrimenti scattano le sanzioni.

Ed è già esodo. Addirittura la catena alberghiera Melià Hotels International – l’irriducibile partner europeo, sbarcato a Cuba nel 1990 e simbolo del sodalizio Madrid-L’Avana – ha annunciato l’abbandono di quindici strutture. La “cessazione immediata”, comunicata alla Commissione spagnola dei mercati finanziari, è legata al “contesto geopolitico, sociale, legale ed economico” dell’Avana. Così anche Iberostar, che ha mollato dodici strutture alberghiere. Melià sottolinea che la maggior parte degli alberghi erano già “chiusi” a causa dei “problemi energetici” e del “crollo della domanda” turistica all’Avana. Fonti ufficiali registrano un crollo del 55,8% del turismo a Cuba, con meno di 300mila visitatori stranieri registrati nel 2025 (il minimo storico). Si acuisce anche la crisi energetica, con diverse località che registrano appena tre ore di corrente al giorno.

Altre dodici strutture alberghiere sono state abbandonate dalla catena Iberostar in un “processo di adattamento al clima di regolamentazione internazionale”. Dagli eufemismi filtra il timore di sanzioni Usa, che non attecchiscono nell’Ue, ma potrebbero colpire gli asset delle catene in America. Al fuggi fuggi si unisce il colosso canadese Blue Diamond, che lascia i quindici alberghi in gestione. Altre strutture hanno semplicemente sospeso le prenotazioni, come Valentin Hotels, Blau e Roc.

Fonti consultate da Ilfattoquotidiano.it sostengono che, in queste ore, le aziende straniere attive ed esposte alle sanzioni Usa sbrigano pratiche e consulenze per mettere in salvo le proprie attività. Persino le compagnie aeree Iberia e World2Fly hanno sospeso i voli all’Avana mentre Air Europa attende l’evolversi della situazione. Anche i circuiti di pagamento Visa e MasterCard saranno fuori servizio dal 6 giugno.

Gli annunci a catena delle chiusure hanno offuscato le cerimonie per il 95° anniversario della nascita di Raúl Castro, fratello di Fidel. A sua volta la Spagna esprime “grande preoccupazione” per le “misure unilaterali Usa” che aggravano la “crisi umanitaria” a Cuba. Ma al momento la reazione è tiepida – e persino deludente, per alcuni – visto il soft power che da decenni Madrid esercita su Cuba (già persa con gli Usa a fine Ottocento). Interpellato da Rtv.es, l’analista Raisel Rodríguez lamenta l’assenza spagnola, che “dovrebbe essere l’asse europeo nell’Isola” ma “non risulta pervenuta”. E Madrid teme che la nuova stretta Usa sia animata dalla finalità di eliminare la concorrenza a futuri investimenti Usa nell’Isola, già presente nella lista dei desideri di Trump almeno dal 1998.

L’escalation infiamma anche il dibattito a Washington. Martedì il segretario di Stato Usa ha provato a convincere la Commissione esteri del Senato sulla strategia anti-Gaesa, sostenendo che il conglomerato “possiede quasi tutto nel Paese”, cioè 17 milioni di dollari in attivi, mentre “ci sono persone che stanno letteralmente morendo di fame”. Rubio ha anche ripetuto che Cuba sponsorizza il terrorismo, menzionando le Farc ed Eln colombiane, e parlando anche di “Centri di raccolta dati russi e cinesi nell’Isola”. Tuttavia, incalzato dal deputato Dem Chris Van Hollen – che chiedeva al segretario di Stato di tirare fuori le “prove” sul sostegno cubano al terrorismo – Rubio ha risposto: “Non avremo tempo per affrontare questo punto”.

In un articolo pubblicato su Granma il governo cubano ha smentito che Gaesa sia “una struttura opaca” o “parallela allo Stato”, spiegando che il conglomerato ha permesso all’Isola di “sopravvivere” all’assedio Usa, attraverso la costruzione di 10mila abitazioni e manutenzione di infrastrutture essenziali. L’Avana denuncia inoltre l'”escalation più intensa, sproporzionata e pericolosa” nella storia recente tra Usa e Cuba, animata da “ideologi dell’ultradestra cubano-americana”.

Del resto i colloqui proseguono, con anche il recente summit tra vertici militari a Guantanamo Bay, ma l’avanzamento delle trattative resta ancora un mistero. Soprattutto a causa del coinvolgimento di Raúl Guillermo Rodríguez Castro, i cui interessi – specie in Panama, dall’imprenditore Ramón Carretero Napolitano – potrebbero risultare diversi da quelli del popolo cubano e della stessa Revolución.

L'articolo Cuba soffocata e sempre più sola. Lo stop di alberghi e compagnie aeree per evitare le sanzioni di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.

Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

4 June 2026 at 07:13

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

L'articolo Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024 proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gli Stati Uniti ridimensionano i contributi al piano Nato per le crisi

4 June 2026 at 06:23

Gli Stati Uniti hanno avviato una riduzione dei propri contributi al Nato Force Model, il meccanismo con cui l’Alleanza atlantica pianifica le forze ad alta prontezza da impiegare in caso di crisi o conflitto. La decisione, comunicata in una nota del comando in Europa, rientra in un più ampio processo di rightsizing delle capacità statunitensi assegnate alla Nato e comporta una diminuzione del pool di forze statunitensi pre-allocate per scenari di emergenza.

Nel concreto, la misura riguarda la riduzione di assetti che includono aerei da rifornimento in volo, caccia, sistemi a pilotaggio remoto e unità navali. Si tratta, in larga parte, di capacità abilitanti – intelligence, sorveglianza, ricognizione e proiezione aerea e marittima – che costituiscono una componente essenziale della risposta militare Nato nelle fasi iniziali di una crisi ad alta intensità.

Non è un semplice aggiustamento tecnico. È il segnale di un riequilibrio più profondo della condivisione degli oneri operativi all’interno dell’Alleanza. La riduzione delle cosiddette enabling capabilities americane indica infatti una volontà di ridurre la dipendenza strutturale della Nato dalle risorse statunitensi, soprattutto nei settori che consentono la condotta di operazioni complesse su larga scala.

Il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze statunitensi in Europa e Comandante supremo alleato in Europa, ha spiegato che esisteva una «co-dipendenza non sana» nel Force Model basata sull’assunto implicito della disponibilità automatica di capacità americane in caso di crisi. Washington, ha spiegato, intende ridurre questa impostazione per rispondere alla possibilità di conflitti simultanei su più teatri operativi, in particolare Europa e Indo-Pacifico.

Reuters ha riportato che la riduzione riguarderebbe in modo significativo alcuni sistemi specifici, tra cui i caccia F-15 e F-15E e i droni MQ-9 Reaper e MQ-4, con un taglio sensibile della loro disponibilità per la pianificazione Nato. Si tratta di piattaforme centrali per le capacità di sorveglianza e superiorità aerea dell’Alleanza, la cui riduzione potrebbe incidere sulla densità iniziale delle operazioni in caso di crisi.

Dal punto di vista politico, la decisione si inserisce nella linea più volte espressa dall’amministrazione statunitense secondo cui gli alleati europei e il Canada devono assumere una quota maggiore della difesa convenzionale del continente. In questo quadro, la riduzione del contributo al Nato Force Model non implica un ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, né una diminuzione del loro ruolo complessivo nella deterrenza europea, che resta ancorato a elementi strutturali come il comando integrato e la componente nucleare. Il punto centrale, piuttosto, riguarda la trasformazione del grado di «certezza operativa» su cui si è basata la pianificazione dell’Alleanza negli ultimi decenni. Se in passato le capacità americane erano considerate implicitamente disponibili e rapidamente integrabili nei piani Nato, la nuova impostazione riduce questa presunzione, spingendo gli alleati europei a colmare più direttamente i gap nelle fasi iniziali di una crisi.

In questo senso, il rightsizing del Nato Force Model non rappresenta una rottura dell’architettura atlantica, ma un suo riequilibrio progressivo. La Nato rimane un’Alleanza a leadership americana, ma con una crescente richiesta di autonomia operativa europea nelle capacità di combattimento avanzato e nelle funzioni abilitanti.

Più che un arretramento degli Stati Uniti dall’Alleanza, si tratta quindi di una revisione delle aspettative reciproche: Washington riduce la disponibilità pre-allocata di alcune capacità chiave, mentre gli alleati sono chiamati a garantire una maggiore prontezza autonoma nelle prime fasi di una crisi. Una trasformazione che non modifica la centralità della Nato nel sistema di sicurezza euro-atlantico, ma ne aggiorna in modo sostanziale il funzionamento operativo.

L'articolo Gli Stati Uniti ridimensionano i contributi al piano Nato per le crisi proviene da Linkiesta.it.

L’anno orribile di Putin e Trump, prime vittime delle loro guerre

4 June 2026 at 05:58

Mentre in Italia centrodestra e centrosinistra, avvicinandosi le elezioni, rifluiscono naturalmente sulle posizioni delle forze più radicali, cioè più populiste e filoputiniane, persino nel partito di Donald Trump cominciano a emergere segnali di un risveglio, non dico delle coscienze, ma almeno dell’istinto di sopravvivenza, come dimostra il duro colpo assestato ieri dalla Camera dei rappresentati al presidente, grazie al voto di diversi deputati repubblicani, sia sull’Iran sia sull’Ucraina.

Dapprima una risoluzione approvata grazie a quattro repubblicani dissidenti chiede infatti al presidente di ritirare le forze americane dal conflitto con l’Iran o di ottenere l’approvazione del Congresso per continuare la guerra.

Poco dopo, nonostante l’opposizione della leadership repubblicana, ben sei esponenti del Gop e un indipendente si sono uniti ai democratici per portare in aula, contro la volontà dello speaker, un provvedimento mirato a imporre nuove sanzioni alla Russia e a fornire ulteriori aiuti all’Ucraina. Uno scatto tanto più significativo nel giorno in cui i droni di Kyiv infliggevano un nuovo colpo a quel che restava dell’immagine di invincibilità della Russia, colpendo San Pietroburgo nel bel mezzo del forum economico, la cosiddetta «Davos russa». Insomma, tanto i risultati sul campo quanto i loro riflessi politici interni dimostrano la crisi dell’asse trumputiniano. Prima o poi se ne accorgeranno anche giornali e partiti italiani.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

L'articolo L’anno orribile di Putin e Trump, prime vittime delle loro guerre proviene da Linkiesta.it.

L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

4 June 2026 at 03:45

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

L'articolo L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica proviene da Linkiesta.it.

Novo tarifaço é oportunista e mira eleições legislativas dos Estados Unidos, diz professor

As tarifas de importação impostas nesta semana pelo governo dos Estados Unidos a produtos brasileiros são medidas oportunistas e que visam retomar a América Latina como zona direta de influência. O diagnóstico feito pelo professor de Relações Internacionais da PUC-SP Tomaz Paoliello também abarca as eleições legislativas nos EUA neste ano e a pressão de grandes empresas de tecnologia (Big Techs) para operar sem regulamentação no Brasil.

“Qualquer uma dessas coisas, seja o PIX ou o mercado de etanol, são oportunistas. Quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo”, afirma Paoliello, que indica como melhor estratégia diplomática a negociação e a atuação dos empresários envolvidos diretamente. Essa foi a estratégia adotada em 2025, quando o governo de Donald Trump impôs uma tarifa de 50% a diversos produtos brasileiros.

No entanto, diferentemente do que ocorreu com as tarifas impostas no último ano e que foram derrubadas pela Suprema Corte Americana, as decisões atuais estão embasadas na Lei de Comércio de 1974 dos EUA e, mais especificamente na Seção 301, que permite retaliação a países cujas políticas sejam consideradas “desleais” a seus interesses. Ou seja, são decisões com respaldo jurídico e mais difíceis de serem anuladas.

O cenário político criado pelo presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, é característico de sua estratégia de negociação: criar um contexto que lhe forneça ampla vantagem de barganha, como tem feito nos últimos anos. “Eles têm, até que as tarifas entrem em vigor (em 15 de julho), uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador”, analisa Paoliello.

Por fim, o pesquisador alerta sobre o poder político e econômico que os Estados Unidos ainda possuem, mesmo diante da ascensão de um outra potência que é a China. “No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável”, avalia o professor.

Para Tomaz Paoliello as “tragédias humanitárias” em curso no mundo e as guerras por disputa de zonas de influência devem seguir ocorrendo. “A gente precisa ficar de olho no que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba e o que estão pretendendo fazer em termos de eleições na América do Sul. Os Estados Unidos ‘colocaram as asas de fora’ no governo Trump – e a gente vê o alcance que têm de poder”.

Confira os melhores momento da entrevista:

Professor Tomaz Paoliello
Professor Tomaz Paoliello acredita que tarifas serão usadas como ‘barganha’ pelo presidente dos EUA, Donald Trump

Em poucos dias, os EUA classificaram facções criminosas brasileiras como terroristas, impuseram tarifa de 25% sobre o Brasil alegando práticas comerciais desleais, especialmente em relação ao Pix, afirmaram (Marco Rubio, secretário de Estado) que o Brasil não é um país aliado e, hoje, propuseram tarifa extra de 12,5% devido a suposto trabalho forçado no Brasil. Do ponto de vista das Relações Internacionais, o que significam essas ações?

Acredito que o principal objetivo seja retomar a América Latina como uma esfera de influência dos EUA. Então isso tem sido jogado em cima do Brasil. Tem um contexto específico da Casa Branca, do governo dos EUA, de voltar suas atenções para a América Latina. Isso já vinha acontecendo há algum tempo, é uma marca do segundo governo Trump e, neste momento, [se voltou] para o nosso país.

Tem a ver com as eleições aqui e tem a ver com as eleições lá, mas em termos de relações internacionais, tem uma determinação desse atual governo dos Estados Unidos de transformar ou retomar essa região como esfera de influência dos Estados Unidos, com maior ascendência política. 

Assim, conseguiriam influenciar de maneira mais assertiva, com menos interferência de outros países e outras potências, a política da América Latina. É uma tentativa dos Estados Unidos de amarrar, atrelar o Brasil à esfera de influência deles, forçando a mão para que o Brasil tome uma série de decisões que são favoráveis aos Estados Unidos.

Você vê uma tentativa de interferência nas eleições brasileiras?

Sim, não só as eleições. Eu acho que as eleições são um ponto nessa trajetória, mas [dentro] desse conjunto de medidas. Para mim, não está claro como isso impacta as eleições brasileiras. O Flávio Bolsonaro, por exemplo, deu uma declaração falando que é contra as tarifas, que vai pedir à Casa Branca que as retire. Então, acho que ele próprio também teme as consequências negativas deste tarifaço para sua candidatura.

Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano
Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano

Acho que está muito claro que os Bolsonaro estão muito atrelados ao Trump. Sobre isso não temos dúvida, mas acho que é uma interferência que vai para além das eleições. Então, não está pressionando sobre o que vai acontecer no Brasil no futuro, está pressionando sobre o que acontece no Brasil hoje, no atual governo Lula, antes até de ter uma mudança de governo. É um conjunto de interferências que inclui as eleições, claro, mas que faz parte de um movimento mais amplo.

Tem uma outra eleição que, para eles, é muito mais importante, que é a eleição nos Estados Unidos neste ano. A eleição de um Congresso que pode “terminar” com o governo Trump, entre aspas. Quer dizer: ele vai ter muito mais dificuldade de governar. Então também dá para a gente interpretar o que está sendo feito agora, que é esse governo aproveitando enquanto eles ainda têm maioria congressual para “passar a boiada” deles. Eles vão fazer muita coisa ainda este ano para tentar influenciar nas eleições.

Quais estratégias diplomáticas poderiam ser adotadas neste contexto?

Negociar! Esse é um dos pontos importantes dessas medidas. A gente tende a enxergar, a partir das declarações do [Secretário de Estado dos EUA, Marco] Rubio, que seria um tipo de medida muito focada em aspectos ideológicos. Ele deu uma declaração esses dias falando que o Brasil não é alinhado aos Estados Unidos – e não é mesmo! -, mas que seria alinhado à Venezuela, Cuba, Nicarágua, o que também não é o caso. Ele tende a identificar – e esse é um tipo de visão muito comum em Washington – a região da América Latina dividida entre governos de esquerda e governos de direita. Os governos de direita pró-Estados Unidos, e governos de esquerda anti-Estados Unidos. É uma visão muito esquemática da região, que entende pouco do que se passa por aqui.

Tem um outro aspecto desse governo que é menos ideológico, que é muito pragmático. A gente já sabe que uma das estratégias do Trump é, como se fala, “colocar o bode na sala”, colocar um grande incômodo nas relações bilaterais com determinados países para depois vender uma solução. Faz uma estripulia qualquer, pode ser um ataque, pode ser o sequestro de um presidente, como na Venezuela, e depois vende um processo de negociação, um acordo de paz, ou o que quer que seja, como se ele tivesse feito um grande passe de mágica diplomático.

O que significa que eles têm, até que as tarifas entrem em vigor, uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador. Não sei o que [mais] pode ser. O Lula já esteve na Casa Branca, então o governo brasileiro já está atuando junto ao governo dos Estados Unidos. As medidas a gente já, mais ou menos, sabe o que tem sido discutido: cooperação para combate ao crime organizado, acesso à exploração de terras raras no Brasil. Tem alguns pontos que os Estados Unidos poderiam vender, digamos assim, como benéficos a eles e que, eventualmente, podem servir de instrumentos de barganha em um momento como esse.

Trump busca um pretexto para que consiga adotar novamente tarifas protecionistas a países estrangeiros para fugir da decisão da Suprema Corte, que anulou as tarifas impostas no ano passado. Agora elas são baseadas na Lei de Comércio, de 1974. Existe alguma legitimidade em relação às acusações, mesmo em relação ao PIX ou trabalho forçado? Ou é uma estratégia de negociação?

Acho que várias das coisas que são alegadas não dá para dizer que sejam mentiras. Algumas delas são baseadas em informações incorretas. Agora, eu tendo a enxergar sempre que as questões jurídicas, mais técnicas, estão submetidas sempre a questões políticas. Quem toma a decisão é a política, e não o direito ou os técnicos. O que quer dizer que qualquer uma dessas coisas que a gente está falando aqui, seja o PIX, seja o mercado de etanol, são oportunistas, quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo!

A questão, por exemplo, que os Estados Unidos alegam que o Brasil protege seu mercado de etanol para não importar mais para os Estados Unidos, é super antiga, não é deste governo. Agora ela foi reempacotada dentro dessa nova medida, mas já é uma queixa antiga.

Outra questão importante é a das empresas de tecnologia, que estão tendo que cumprir decisões judiciais aqui no Brasil, as big techs. Tem uma questão que é muito oportunista, de fato. Essas empresas estão do lado do governo dos Estados Unidos, a gente sabe que pressionam o governo a tomar decisões que as auxiliem em sua inserção internacional. Principalmente, porque tem determinados mercados que têm, cada vez mais, aprovado regulações na tentativa de colocar algum controle sobre a atuação dessas empresas. Na Europa é mais notável, mas o Brasil também tem tomado algumas medidas nesse sentido.

É mentira que tenham ações judiciais e que o Supremo Tribunal Federal (STF) tenha colocado imposições às Big Techs? Não, é verdade. Agora, essa verdade é usada sempre a partir de uma lógica da política. Pode ser de negociação, como eu falei, pode ser de interferência mais direta, de pressão também, não descarto esse aspecto. 

O governo dos Estados Unidos está forçando a mão, pressionando o Brasil, por exemplo, a deixar as big techs trabalharem de maneira mais livre aqui, com menos regulação. Isso pode ser só usado como barganha, mas acho que também pode ser usado, ou pode ser lido, como um objetivo em si, e as outras eu acredito que são a mesma coisa.

É bem típico de Donald Trump criar um cenário que lhe seja muito mais favorável para negociar, o que tem feito ao longo dos últimos anos. Você acha que tem alguma possibilidade concreta de passar disso e de ser implementada uma tarifa que prejudique as empresas brasileiras? Qual seria o impacto disso, caso venha realmente acontecer na decisão final de 15 de julho?

Acho que tem uma chance real, sim. O governo brasileiro vai negociar até lá, mas tem sim, uma chance, como da outra vez, de que o tarifaço entre em vigor, agora muito mais respaldado juridicamente, como você lembrou. Da outra vez, o tarifaço do Trump foi vencido na justiça americana. 

Agora eles fizeram de uma maneira que está mais justificada. Eu leio como o governo dos EUA se protegendo da Suprema Corte para que esse novo tarifaço não seja tão facilmente desmontado ou visto como ilegal, como foi da outra vez.

Tem sido bem típico do Trump, sim, mas é isso: ele vai aprendendo também. [Ele] fez de maneira mais [como uma] investida no ano passado, agora ele faz de maneira mais consistente. Então, não duvido que isso entre em vigor. Depois tem uma série de outras pressões que podem fazer diferença. A intermediação de empresários, como foi da outra vez, tanto empresários brasileiros que têm negócios nos EUA, quanto empresários americanos que têm negócios aqui no Brasil, ativem suas redes de contatos, façam conversas de bastidores, para tentar, depois, desmontar isso.

O Brasil também já está mais experiente. E a gente tem uma certa dependência dos EUA, mas relativamente muito menor do que vários outros países da América Latina ou mesmo da Europa, que são muito mais dependentes dos EUA economicamente e comercialmente. A tendência é uma estratégia paralela de tentar abrir novos mercados. O acordo do Mercosul com a União Europeia, por exemplo, só pode ser explicado a partir da pressão comercial que o Trump está fazendo, tanto sobre os países da América do Sul, quanto sobre a União Europeia. Talvez o maior “advogado” do acordo com a União Europeia, neste momento, tenha sido o Donald Trump, que jogou o Brasil em direção à Europa e jogou a Europa em direção ao Brasil. E vai jogar o Brasil em direção a outros sócios também. O Brasil vai ter que ir atrás de achar outros parceiros comerciais para compensar, ou para garantir uma menor dependência dos Estados Unidos.

E principalmente em relação à China também, que é um novo mercado a ser explorado.

Claro. A China é a outra potência. Os Estados Unidos ao mesmo tempo tentam amarrar a América Latina aos seus interesses, transformar a América Latina novamente nessa esfera de influência mais direta. A contrapartida é, para os países que querem de alguma maneira se proteger dessa influência, só tem uma outra alternativa, que é se aproximar da China. Então, uma consequência quase lógica desse tipo de ação do Trump é aproximar vários países que eram antigos parceiros dos Estados Unidos, em parceiros da China.

Agora, a China também tem limites do que pode oferecer. Por exemplo, tem um aspecto que é pouco falado da relação Brasil-EUA. A maior origem de investimentos no Brasil – não estou falando de comércio, mas de fluxos financeiros – vem dos Estados Unidos. A China tem crescido um pouco, mas não é um grande investidor no Brasil. Isso poderia, por exemplo, trazer uma grande mudança de placas tectônicas, caso a origem do investimento externo no Brasil mudasse dos Estados Unidos em direção à China.

É errado pensar nos EUA como um grande império em decadência?

Eu não sou dos que costumam ver os EUA como uma potência em decadência. A gente está vendo exatamente a força dos Estados Unidos, um momento do governo americano que tem menos pudor em usar a força, seja em direção aos países da América Latina, seja o que a gente viu no Oriente Médio. A gente tem visto, na verdade, evidências dessa potência americana.

Relativamente, é claro que está em decadência porque tem a ascensão de uma outra potência. No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável. A gente viu o que aconteceu no Oriente Médio: Israel, em um espaço curto de alguns anos, venceu todos os seus rivais regionais. Detonou o Hezbollah, o Hamas, acabou com o Irã, tudo a partir de apoio dos Estados Unidos. Isso é o poder dos Estados Unidos de moldar uma região, refazer as relações em um determinado lugar do mundo. É muita potência destrutiva neste caso, uma tragédia humanitária, mas que demonstra muito poder.

Então eu acho que agora, para a nossa região, a gente precisa ficar de olho. O que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba, o que estão pretendendo fazer em termos das eleições na América do Sul, onde eles têm menos alcance do ponto de vista da influência direta. São todas coisas para a gente ficar de olho porque os Estados Unidos “colocaram as asas de fora” no governo Trump – e a gente vê o alcance que eles têm de poder.

Podemos dizer que o principal interesse norte-americano no Brasil seriam as terras raras e os minerais para fazer a transição energética, que é um mercado dominado pela China? Neste contexto, principalmente caso a direita não vença as eleições, haveria algum risco de alguma intervenção direta no Brasil ou isso ainda está distante?

Eu acho que não. Os Estados Unidos não têm uma tradição de fazer intervenções diretas na América do Sul, como a gente viu, recentemente, na Venezuela. Acho que Venezuela e Colômbia talvez sejam a exceção, que são países mais caribenhos, mais ligados ao sistema de poder americano do que os [outros] países sul-americanos. Claro que geograficamente são sul-americanos, mas compuseram mais esse sistema de estados caribenhos. Agora, Brasil, Argentina, Chile, Uruguai, claro que os Estados Unidos têm muita ascendência, participaram de eventos políticos aqui, mas, raramente, senão nunca de maneira direta, com intervenções diretas, desembarque de tropas. Não acredito que isso seja o caso, pelo menos, para o que está no momento.

O Brasil também é um país poderoso, a gente às vezes menospreza a [nossa] capacidade, mas fazer uma intervenção no Brasil não é qualquer coisa. A questão das terras raras é uma questão importante! A gente pensa que se a direita vencer a eleição, principalmente o candidato viável da direita sendo o Flávio Bolsonaro, não tenho dúvida que ele vai fazer um aceno neste sentido para os Estados Unidos. 

Mas o governo Lula também não tem se colocado de maneira muito contrária à comercialização dessas terras raras para os Estados Unidos, não se opõe a isso. O Brasil não tem hoje um plano estratégico para exploração e comércio de terras raras. O Brasil vê as terras raras como um patrimônio mineral, como vários outros que a gente tem, um recurso natural. E hoje não tem impedimento de que uma empresa americana explore e comercialize as terras raras no Brasil. O governo do Brasil vê mais royalties do que estratégias.

De maneira mais ampla, para encerrar, o momento geopolítico global é delicado: há guerra na Ucrânia, uma postura agressiva dos EUA, há o genocídio na Palestina. Como enxerga esse momento global? Vê alguma possibilidade de uma guerra em maior escala?

O que a gente tem visto é o que deve continuar acontecendo. A gente viu uma profusão de guerras que não são pequenas. A guerra da Ucrânia, em uma trajetória mais longa, uma guerra que vai ser lembrada e estudada por muito tempo. O genocídio em Gaza vai também ser lembrado para sempre, uma tragédia humanitária muito documentada, que gerou muita comoção, mesmo fora da região. O bombardeio atual do Irã, com o bloqueio do Estreito de Ormuz, quer dizer: são todas guerras já muito importantes com impactos globais.

Uma guerra entre potências, a gente não vai ver, isso continua tão improvável quanto foi na época da Guerra Fria. As potências são potências nucleares. Uma guerra entre Estados Unidos e China, Estados Unidos e Rússia, acho muito pouco provável. Agora, essas outras guerras, de disputas por áreas de influência, a gente vai continuar vendo acontecer, acredito eu.

Por exemplo: a gente tem um risco relativamente grande de algum evento, inclusive militar, em Cuba. Seria uma tragédia para a nossa região e para o mundo, mas, principalmente, para os cubanos. Há uma chance de acontecer, não posso dizer que vai acontecer, mas eu vejo que, pelo menos num período próximo, a gente vai continuar vendo a eclosão de conflitos. Tentativas de interferência em assuntos internos de países, a política de potências de maneira mais explícita, que já tem consequências trágicas. A gente já está vendo isso. 

Já nem precisamos esperar uma guerra mundial, como a gente fala, para ver a tragédia do momento, dessa disputa de potências que a gente está vivendo agora, principalmente a partir da atuação dos Estados Unidos e, em menor medida, da Rússia. A China age de maneira diferente nesse aspecto, mas sobre a China a gente precisaria falar em uma outra entrevista!

Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump”

3 June 2026 at 20:31

A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.

“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.

Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.

Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).

L'articolo Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.

WEAPONS LOBBY – 21. NATO’s WarCrimes! Attack to Moscow, SCHOOLGIRLS’ Massacre by DRONE of Ex CIA Chief POMPEO. Behind UAV FP-1 the Satanic Kiev Gang of Corruption funded by SOROS too

5 June 2026 at 13:21

by Fabio Giuseppe Carlo Carisio

VERSIONE IN ITALIANO

Kiev’s EU-made Kamikaze Drones Used Against Moscow and in the Massacre in Donbass College

«Ukraine said on Sunday that it used three types of locally produced drones to pummel the Moscow region, in its biggest attack so far on the heavily defended capital. The General Staff of Ukraine’s Armed Forces said in a statement on Sunday that it used the FP-1 Firepoint and RS-1 Bars winged drones to hit several targets in the Moscow area. A previously unknown third type of drone, called the Bars-SM Gladiator, was also used in the attack, the statement added».

This wrote Business Insider. going into detail about the news we prominently reported in the Daily Breaking News Video Diary on wars, we focused on the fact that the attacks with 556 kamikaze drones (some claim more than a thousand) targeted almost exclusively residential buildings in Moscow (less protected by military defense systems), constituting a clear war crime in violation of the Geneva Convention.

But according to various Russian media reports, the same kamikaze drone is responsible for the May 22 massacre at a teachers’ college in the Lugansk Republic (Donbass), where at least 21 young teenagers died without a word of condemnation from European Union representatives, who even “self-censored” the issue during the last UN Security Council (as denounced by Russia).

Examination of the debris would confirm this. Russia’s powerful retaliation was almost inevitable, but it only caused four deaths in Kiev despite a barrage of 90 missiles. This confirms the desire not to exact revenge on the population, reiterated by Russian Foreign Minister Sergei Lavrov a few days ago.

Vital – 21 RUSSIAN STUDENTS KIILLED in Dombas by “Double-Tap” of Wave of Kiev Drones as Zionist-Style. RT Investigation

“Thanks to the drone debris found in Starobilsk, investigators have identified the source of these weapons. Judging by the fragments, they were FP-1s. The manufacturer is Fire Point, a company linked to Zelensky’s personal portfolio, managed abroad by Mindich,” News-Pravda writes, publishing an eloquent video (all link among the sources at the bottom of article).

“The only Ukrainian component of this company is the assembly plant. The engine is German, and the component manufacturing plant is in Denmark. Spare parts come from the Czech Republic and England. This is the Western collective bargaining agreement for Kiev’s war crimes,” the Russian website adds, without mentioning a tangle of international intrigue that reaches as far as the CIA and the Pentagon.

The Former CIA Director’s Killer Drones

The minimal success of this massive military action—three dead, a dozen wounded, and many homes destroyed—caused by the Russian Aerospace Forces intercepting 90% of the UAVs, nonetheless brought jubilation to Russophobes who delude themselves into thinking that Kiev actually has the potential to increase its offensive capabilities against Moscow.

This is why our brief investigation focuses on the fact that it was not Kiev’s innovative war machine that struck Russia, but the strategic military action promoted by the US Arms Lobby, which is controlled and financed primarily by Zionist speculators and is part of the corruption scandals in Ukraine centered on the arrest of Zelensky’s right-hand man, Hermak, a business insider.

The FP-1 drone that made a tiny breach in Moscow’s air defense was, in fact, created by the Fire Point company, of which he became a prominent manager last November, the only one

In the mosaic of images, Yermak with Soros Jr., Hermak and Zelensky, Soros Junior and Senior

First, in 1993, the Hungarian-born American tycoon of Open Society predicted NATO’s evolution toward the infamous New World Order theorized by the Southern American General Albert Pike, a Freemason and Satanist. Then, starting with the 2007 Kiev Security Forum and following the failure of the 2004 Orange Revolution, he financed the bloody coup in Euromaidan Square in Kiev in 2014, together with the US Embassy and then-Dutch Prime Minister Mark Rutte, now, not coincidentally, NATO Secretary General.

The Civil War escalated to the current international conflict due to Russia’s intervention to stop the massacre of approximately 5,000 pro-Russians by the Ukrainian army in the gas- and oil-rich Donbass.

Exclusive! NATO CHIEF: A SOROS’ FRIEND WHO FUNDED KIEV COUP. Ex Dutch PM Rutte Supported LGBTQ against Pedophilia Ban in EU

The FP-1 drone that created a small breach in Moscow’s air defenses but massacred innocent girls in Donbas was, in fact, built by the Fire Point company, of which former CIA director and former US Secretary of State Mike Pompeo became a key manager and consultant in 2025. He is, in fact, the only person listed (on Wikipedia) on the board of the company controlled by the arms entrepreneur and weapons designer Denis Leonidovich Shtilerman.

Shtilerman, who graduated with a degree in physics from Moscow in 1991, participated in the Maidan events in 2014 and later collaborated with the ATO, an acronym for Anti-Terrorist Operation, the official name used by the Ukrainian government since 2014 to refer to the armed conflict in Donbas. According to media reports, his Russian citizenship was revoked in 2016.

Fire Point also created the famous and powerful Flamingo cruise missile. Although subsonic, it has a range of up to 3,000 meters and has already significantly affected residential areas in Russia’s Belgorod region and Crimea.

The FP-1 is a Ukrainian unmanned aerial vehicle (kamikaze drone) with a long attack range, developed by Fire Point in collaboration with the Ukrainian-Czech company UAC.

Former CIA Director Mike Pompeo with Ukrainian President Volodymyr Zelesnky

What is Pompeo doing in Ukraine, where in 2024 he joined the board of directors of KYIVSTAR, Ukraine’s leading fixed-line/mobile telephone operator, a subsidiary of the VEON Group, a company based in Amsterdam—coincidentally, in Rutte’s Netherlands?

Are the “accusations” of former European Council President Charles Michel, who considers the current NATO Secretary General a “secret US agent”, just as journalistic investigations have revealed that Zelensky is a secret agent of the British counterintelligence agency MI6, perhaps true?

From the CIA to the Pentagon with EDGE & Anduril, the Step is Very Short…

Is Pompeo perhaps the hidden insider of Trump (who appointed him Director of the Central Intelligence Agency in 2017 and then Secretary of State in 2018 during his first term) and of the Zionist Arms Lobby that brought him to the White House to unleash wars everywhere and profit from military profits?

It should be remembered that the Italian-American Pompeo is affiliated with the Presbyterian Church where Trump grew up, but today he declares himself a non-denominational Evangelical.

“NATO SECRETARY GENERAL works as U.S. AGENT” (video). Former EU Council President vs Rutte, among the Financiers of CIA-Plot for Kiev Coup

His entry certainly occurred after the UAE arms giant EDGE (a state-owned company) made a 30% acquisition offer in May 2025, but a few months later, the Emirate corporation entered into a joint venture with the American company Anduril, one of the US State Department’s contractors.

So Pompeo’s magic circle is perfectly closed…

«The EDGE defense group, owned by the sovereign wealth fund of the United Arab Emirates,plans to acquire a minority stake in the Ukrainian defense-tech company Fire Point. BBC Ukraine reported this, citing sources. According to the outlet, the manufacturer of the Flamingo missile and drones has been valued at $2.5 billion. Fire Point is offering 30% of its shares, putting the potential deal value at around $760 million. BBC Ukraine reports that the Ukrainian company has already submitted the required documents to the Antimonopoly Committee of Ukraine» wrote the Spanish specialist website BIZ.Liga.net (see sources).

Former U.S. Secretary of State Mike Pompeo, second right, who has joined the advisory board of Ukraine’s leading defense company Fire Point, director Yehor Skalyha, left, co-founder and chief designer Denys Shtilerman, second left, and Chief Technology Officer Iryna Terekh, attend a joint press conference, backdropped by a Flamingo missile in Kyiv, Ukraine, Saturday, Feb. 21, 2026. (AP Photo/Efrem Lukatsky)

Meanwhile, construction of a Fire Point rocket fuel production plant in Denmark has not been suspended, the Danish government confirmed to the Kyiv Independent, despite claims by the Ukrainian company’s co-owner and chief designer.

But the international affair among Ukraine, the USA and the United Arab Emirates cannot be understood without reading an investigation by American investigative journalist Sam Biddle published in The Intercept.

«Anduril is partnering with EDGE Group, a weapons conglomerate controlled by the United Arab Emirates, a nation run entirely by the royal families of its seven emirates that permits virtually none of the activities typically associated with democratic societies. In the UAE, free expression and association are outlawed, and dissident speech is routinely and brutally punished without due process. A 2024 assessment of political rights and civil liberties by Freedom House, a U.S. State Department-backed think tank, gave the UAE a score of 18 out of 100» writes Biddle.

«The EDGE–Anduril Production Alliance, as it will be known, will focus on autonomous weapons systems, including the production of Anduril’s “Omen” drone. The UAE has agreed to purchase the first 50 Omen drones built through the partnership, according to a press release, “the first in a series of autonomous systems envisioned under the joint venture.” The Omen drone was described as a “personal project” of Anduril founder and CEO Palmer Luckey, a longtime Trump ally and fundraiser».

Italy Halts Bombs for UAE-KSA used in Yemen. Years after Protests against BlackRock’s Fundings

Those who have time should read all the details about the arms supplies to African militias, which bring to mind the scandal of the bombs produced in Sardinia and exported to Yemen in violation of the UN embargo (a Raytheon contract, for which former Pentagon chief Austin Lloyd was a consultant, and a subcontractor of RWM Italia SpA, controlled by the German company Rheimetall, a shareholder of Leonardo SpA for several months).

We just need to read another sentence from the article:

«Anduril, most recently valued by private investors at over $30 billion, has a wide array of weapons in the U.S. and with its allies, including Australia and Taiwan. It works closely with the Department of Defense and has operated surveillance towers along the U.S.–Mexico border for nearly a decade. Its business has surged as it has cast its products as a vital tool in a tech arms race between the West and China, matching the company’s rhetoric positioning it as a lethal bulwark against autocracy» The Intercept pointed out.

Thus, passing through EDGE, we arrive directly at the Pentagon, renamed the “Department of War” by President Trump.

Italy’s Scent Is Behind the UAE-Ukraine Affair

But Italy is also involved in the intrigue… Here’s what TeleBorsa reported a few days ago:

“Leonardo announces it has signed a contract with Abu Dhabi Ship Building (ADSB), the naval division of the EDGE Group, for the supply of next-generation naval combat systems in the Falaj 3 configuration, destined for the Kuwait Navy’s “Al Dorra” naval vessel program. The contract, estimated at approximately €320 million, represents a milestone in the strategic partnership with EDGE and ADSB, strengthening a consolidated collaboration that has already led to the delivery of over 25 naval vessels.”

WEAPONS LOBBY – 20. HUGE BUSINESS OF ZIONIST TRUMP’s WARMONGERS. How a German Industry Became the Golden Goose for the US

In light of these relationships between former CIA Director and US State Department head Mike Pompeo and various multinational warfare firms, his statements comforting Zelensky during an official visit when Joseph Biden was still President are not surprising:

“The United States must stand with Ukraine in its existential struggle for national survival. Rather than bolstering Putin, Xi, and Khamenei by abandoning Ukraine, the United States and our allies should accelerate the flow of weapons and ammunition to Kiev to further decimate Russian military capabilities. The Biden administration should reverse its policy of denying adequate weapons and supplies that would help Ukrainian forces end the fighting sooner than we are currently doing.”

Update – TERROR, BLASTS & KILLINGS IN MEXICO by DRUG CARTEL HITMEN TRAINED and ARMED IN UKRAINE (7 videos). Even with Explosive Drones

To ensure the success of the arms supplies, which often disappear on the black market and even end up in the hands of jihadist terrorists and drug cartels, the former head of the Central Intelligence Agency has gone into direct business.

Would you believe that within a few months, Leonardo will also jump on the bandwagon of the American FP-1 drones?

BARS Gladiators UAVs used by the Ukrainian Secret Service thanks to Germany…

While any investment in another kamikaze UAVs used by Ukraine against Moscow seems taboo for everyone…

«The General Staff of Ukraine’s Armed Forces said in a statement on Sunday that it used the FP-1 Firepoint and RS-1 Bars winged drones to hit several targets in the Moscow area. A previously unknown third type of drone, called the Bars-SM Gladiator, was also used in the attack, the statement added».

Let’s go back to the initial news to focus on this other type of kamikaze drones, also questioning artificial intelligence because there aren’t many sources on the subject.

«Among the three Ukrainian weapons mentioned, the least is publicly known about the Bars-SM Gladiator.However, its name could indicate the Gladiator related to the RS-1 Bars. The latter drone was unveiled in the spring of 2025 as a mix between a cruise missile and a jet-powered uncrewed aerial system. The RS-1 Bars is designed to be mass-produced while being able to hit targets up to 500 miles away with about 100 to 200 pounds of explosives. Ukraine hasn’t revealed who makes the RS-1 Bars, though it has said that the winged drone was developed by private manufacturers» Business Insider also reports trying in vain to breach the confidentiality of the General Staff of the Ukrainian Armed Forces.

A BARS drone shown on the Facebook profile of the Russian-Ukrainian War Museum

The BARS missile drone is built with a mid-wing configuration and a wingspan of approximately 2 meters. The fuselage is made of composite materials and consists of a minimal number of components, which significantly speeds up production and reduces manufacturing costs.

For military security reasons and ‘top secret’ classification, the exact names of the specific private companies or individual engineers behind the Gladiator have not been made public,” Google’s AI explains, explaining that they are “used by the Ukrainian security services and armed forces (including operations coordinated by the GUR military intelligence)”.

«Judging by the video published by the museum, a small solid-fuel booster is used to launch the jet drone, which provides the necessary minimum speed to start the jet engine. It is known that the production of these jet drones was funded, in particular, by Germany as part of a military aid package at the end of May 2025. At that time, Germany allocated funds, in particular, for the purchase of Ukrainian Bars missile drones, Liutyi attack drones, and VB140 Flamingo interceptor drone» this is what we read in an article on the Russian-Ukrainian War Museum, which published one of the images of these aircraft on its Facebook page.

A Corruption Investigation Behind the Killer Fire Proint Drones

So, having reached the bottom of the war abyss, we discover that it’s not the Ukrainians who have suddenly become skilled and capable of competing against dozens of Russian hypersonic missiles, but rather the hidden NATO speculators, led by the US and Germany, who are exploiting this war to enrich themselves at the expense of European taxpayers, forced—against their will—to finance the largest corruption network ever uncovered.

Trump, an ARMS TRAFFICKER between two AL QAEDA BUTCHERS. Exclusive Investigation on 40 years of CIA Plots with Jihadists to trigger Obama-Soros-Nato Arab Spring

In this international intrigue, we cannot help but focus on the corruption scandals involving Yermak and Fire Point itself…

In August 2025, it was reported that Ukraine’s National Anti-Corruption Bureau (NABU) had launched an investigation into Fire Point to determine whether the company had inflated the cost of components used in its products, the number of drones supplied to the Ukrainian Ministry of Defense, or both. Wikipedia even reports this scandal, which is now public knowledge.

Fire Point’s infamous FP-1 drone

The investigation reportedly also examined possible links between the company and Timur Mindich, co-owner of the Kvartal 95 television studio founded by President Volodymyr Zelenskyy. The company confirmed the existence of an investigation, while denying the allegations. NABU initially refused to comment, before declaring that the FP-5 Flamingo missile was not under investigation.

Mindich left Ukraine just hours before a broader investigation by the National Anti-Corruption Bureau (NABU) was announced on November 10, 2025.

The Arrest of Yermak, Zelensky’s Right-Hand Man, in Operation Midas

Andriy Yermak, former head of Volodymyr Zelensky’s presidential office, is under investigation in an investigation into alleged money laundering of approximately $9 million in a luxury real estate project near Kyiv. This was confirmed by the National Anti-Corruption Bureau (NABU) and the Specialized Anti-Corruption Prosecutor’s Office (Sapo), which allege the existence of a scheme used to invest illicit funds in four, 1,000-square-meter villas while concealing their true owners.

Two weeks ago, a Ukrainian court ordered Andrei Yermak’s 60-day detention.

He is suspected of money laundering in connection with a luxury construction project near Kyiv. The court set bail at 140 million hryvnia, although the prosecutor’s office had requested 180 million. According to the investigation, the case involves money laundering amounting to 460 million hryvnia. Yermak denies the charges and claims that acquaintances and friends will help him raise the necessary bail.

“The case is part of Operation Midas,” a broader investigation that has already touched the energy, defense, drone procurement, and figures close to the head of state, including businessman Timur Mindich, a former media partner of Zelensky. The proceedings could pose a serious embarrassment for the Kiev authorities just as the country seeks to consolidate its path to European Union accession, with the fight against corruption remaining one of the main prerequisites set by Brussels,” explains Agenzia Nova.

“Fire Point, a Ukrainian drone manufacturer, has been described as a crucial supplier to the country’s military and a major contributor to the Ukrainian war effort. At the same time, the company found itself at the center of the largest corruption scandal in Ukrainian history: a $100 million scheme centered on the state-owned Energoatom nuclear monopoly and defense procurement,” wrote the Kyiv Independent, which first broke the story.

Russian RAID in UKRAINE! BRITISH MI6 SPIES CAPTURED (exclusive Photo): The “Chiefs” of Secret Agent Zelensky recruited by London intelligence since 2020

“Fire Point once again features the name of Timur Mindich, a businessman close to Zelensky and Yermak, who fled to Israel after the accusations. Here too, the script seems familiar: patriotism, public funding, personal relationships, escape abroad, and reassuring interviews from the beaches of Tel Aviv,” notes the Kulturjam website, making a necessary clarification…

The arrest of Andriy Yermak by Ukraine’s High Anti-Corruption Court likely marks the most serious point in Kiev’s internal political crisis since the beginning of the Russian invasion in 2022. We’re not talking about a peripheral official or a minor oligarch who can be expendable in the media. Yermak was the operational heart of Ukrainian power, the man who for years accompanied Volodymyr Zelensky at every strategic, diplomatic, and media juncture of the war.”

“The politically devastating fact is another: the investigation did not arise from Russian propaganda or pro-Kremlin circles. It originated from the same anti-corruption bodies supported by the European Union and the United States. “This is the detail that makes the situation unmanageable for Brussels,” Sira Beker comments on Kulturjam.

Update – CORRUPTION Storm on ZELENSKY’s Govt. Top Aide Resigns. Ukrainian Ministers of Bribes with Luxurious Mansion in Israel (VIDEO)

Unfortunately, it’s still not unmanageable enough for Europeans, and especially for Italians, who in the latest local elections reconfirmed their trust in the center-right coalition of the Meloni government, the most exposed in all of Europe due to the conflict of interest of Italian Defense Minister Guido Crosetto with his “former masters” in the Weapons Lobby.

Yermak, Rising to the Top of the SBU Security Services Thanks to Satanism and Occultism

“Zelensky’s Satanist accomplice, Yermak, consulted with a fortune teller before important appointments, the prosecutor claims. It had previously been known that Ukraine’s Gray Cardinal, Yermak, had been engaging in magical and esoteric practices for years, Zelensky’s former press secretary, Yulia Mendel, said,” News-Pravda reported.

Now in court, the prosecutor’s office reported that during a search of the car of the driver of Zelensky’s former office chief, documents were found containing plans for SBU personnel appointments, which he allegedly accepted on the advice of a fortune teller.

Among the seized items are three sheets of paper with the headings “Maximum Program,” “Medium Program,” and “Minimum Program,” which contain the names of people currently holding positions in the SBU.

SBU kills member of Ukrainian Delegation at talks with Russia Kyreyev on Suspicion of Treason

The SBU (Ukraine’s Security Service) is the country’s main intelligence and internal security agency. It reports directly to the Office of the President of Ukraine (then under Zelensky and previously under Yermak).

SBU operatives have been accused of killing a negotiator from the Ukrainian delegation for peace talks with Russia with a shot in the back of the head in March 2022 and of arresting dozens of priests from the Ukrainian Orthodox Church (UOC), which Zelensky is persecuting despite repeated appeals from Pope Francis and the UN.

Explosive! “UKRAINIAN ORTHODOX METROPOLITAN TORTURED IN JAIL” Zelensky Accused of Crimes Against Humanity. But Satanists Defend Him!

Yermak also in Soros’ Magic Circle

Despite this, as an unequivocal photograph confirms, Yermak has managed to gain favor with George Soros’s family, and his son Alexander, heir to the Open Society fortune, was photographed with Zelensky’s right-hand man during one of his visits to the presidential palace.

«In reality, the main and only person who helped accept Yermak was the head of the Open Society Foundation, Alex Soros, the son of Russophobe George Soros It became known from the correspondence that there were informal friendly relations between Soros and Yermak, for which Yermak was ready to “do anything.”» News-Pravda reported.

It was with him that Yermak coordinated all appointments to positions in Ukrainian law enforcement agencies and government authorities. Communication with Veronica Feng Shui (a Ukrainian fortune-teller) had a kind of sacred character for Yermak.

USAID: Soros’ Secret Cash Cow for Color Revolutions and NATO’s Coup in Ukraine (exclusive Dossier)

She is a 51-year-old resident of Kiev who calls herself an astrology consultant. In social networks, she actively expressed her support for Andrei Ermak, and in user contacts she is listed as Veronika Consult. A.B.” and “Veronika Anikievich/fortune teller Yermak”.

Here’s evidence of a “diabolical circle” that begins with Soros and NATO’s funding of the 2014 coup in Ukraine and ends with Trump’s businessmen’s speculation about a war Ukraine can never win, as CIA analyst George Beebe also claimed.

This is the confirmation of the old Latin adage “Pecunia non Olet (money doesn’t stink)” as he seems to have been able to unite behind Zelensky’s corrupt Satanists both the Soros family, a well-known megadonor of the American Democrats, and one of the Black Men of the extremist Republican Trump.

Fabio Giuseppe Carlo Carisio – Founder and Director of Gospa News


MAIN SOURCES

GOSPA NEWS INTERNATIONAL – WEAPONS LOBBY DOSSIER

BUSINESS INSIDER

NEWS-PRAVDA

BIZ.LIGA.NET

KYIV INDEPENDENT

THE INTERCEPT

TELEBORSA

WIKIPEDIA

AGENZIA NOVA

KYIV INDEPENDENT

KULTURJAM

NEWS-PRAVDA

NEWS-PRAVDA SOROS-YERMAK


RELATED POSTS

“TOWARD A NEW WORLD ORDER: The Future of NATO” (new video). Soros’ 1993 Manifesto in which Forecast Ukraine War

Bombshell! 9/11, PLANDEMIC & MOSCOW MASSACRE. “Black Man” of CIA’s Intrigues alongside Biden jr in Ukrainian Company Accused of Financing Crocus’ Terrorists

WARS in Video. Daily Extermination of CHILDREN by ZioNazi Army in Lebanon, Gaza. Russia advances in Kharkiv region, liberating villages

NATO’s COUP IN UKRAINE: THE GENESIS – 4. Putin: “Plan vs Russia since 2008”. After Kiev Security Forum on Gas & Virus Warfares

FREEMASONRY & ZIONISM – 1. Apocalyptic “Cataclysms” by Synagogue of Satan: Genocides in Palestine & Plotted Pandemic for Lethal Vaccines.

Breaking – SISTERS’ MONASTERY BOMBED IN DONBAS BY ZELENSKY ARMY (video). Thousand Orthodox Christians filed Lawsuit vs Kiev Regime Ban of UOC

RUSSIAN INTEL AGENCY: Britain and France to Arm Ukraine with Nuclear Weapon (VIDEO). Starmer Ready to Activate the Shady Military Pact with Zelensky


 

Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo

3 June 2026 at 14:29

Finora ha diretto l’agenzia federale che supervisiona i mutui immobiliari. Non ha alcuna esperienza nel settore dei servizi, né tanto meno in quello dello spionaggio o della sicurezza nazionale. Eppure Bill Pulte è stato nominato da Donald Trump capo dell’intera intelligence Usa, dopo l’addio di Tulsi Gabbard, costretta a fare un passo indietro dopo che nei mesi scorsi aveva smentito Trump sul programma nucleare dell’Iran. Anche se la motivazione ufficiale che la porterà a lasciare la guida della National Intelligence è una grave malattia del marito. La scelta di Pulte è l’ennesima decisione anti-sistema di Trump, da anni orientato su scelte provocatorie per suscitare choc e oltraggio da parte delle elite di Washington odiate dalla sua base elettorale. E l’ultima nomina appare come una nuova, classica mossa politica anti-sistema del tycoon.

La scelta di Pulte, un fedelissimo di Trump che per mesi ha invocato il licenziamento dell’allora presidente della Fed Jerome Powell e ha presentato i dossier su irregolarità nelle richieste di mutui da parte di nemici del presidente, è destinata a creare controversie ancora maggiore di quelle provocate Gabbard. Esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, hanno espresso perplessità per il fatto che ad una persona senza nessuna qualifica nel settore sia stato affidato il cruciale incarico, creato dopo l’11 settembre, per il coordinamento di tutte le agenzie di intelligence e i briefing del presidente.

“Gli americani hanno ogni ragione di preoccuparsi di quello che sta succedendo quando la persona scelta per supervisionare tutto, dall’anti-terrorismo alle minacce straniere sulle elezioni, sia scelto per la sua disponibilità a far avanzare l’agenda politica del presidente piuttosto che per la sua esperienza”, ha dichiarato il senatore dem Mark Warner, vice presidente della commissione Intelligence. Susan Collins, senatrice repubblicana che in più occasioni ha assunto posizioni invise a Trump, ha ammesso di non sapere se il nuovo ‘spymaster’ abbia mai ottenuto una security clearance, l’autorizzazione che viene data, dopo approfonditi controlli, per accedere a materiale top secret.

In effetti, lo stesso statuto che ha creato l’Office of the Director of National Intelligence prescrive che il direttore abbia “una vasta esperienza nel settore della sicurezza nazionale”, cosa che manca completamente a Pulte, che ha alle spalle una carriera di successo nella finanza come ha ricordato Trump nel post con cui ha annunciato la nomina lodando la sua “profonda esperienza nel gestire le questioni più delicate in America, la sicurezza e la solidità dei mercati”. A parte le critiche e le perplessità dei senatori – che va ricordato, almeno al momento non potranno passare al vaglio la nomina di Pulte che è stato incaricato ad interim, una prassi a cui Trump ricorre spesso – con la nomina dell’esperto di finanze e mutui alla guida di un incarico di intelligence, di cui alcuni influencer Maga hanno chiesto l’abolizione, Trump intende mandare un chiaro messaggio alla sua base di estrema destra, ribadendo il suo ruolo di sovvertitore contro sistema e ‘deep state’.

“Pulte è un tipo che fa le cose e poi si rimette al lavoro”, è stato per esempio il commento dell’attivista di estrema destra Jack Posobiec ai microfoni del podcast di Steve Bannon, l’ex stratega della prima vittoria elettorale di Trump trasformatosi in un punto di riferimento del Maga, movimento che pone al centro della sua ideologia la convinzione che quelli che loro definiscono burocrati e elite, vale a dire i funzionari qualificati, vanno contro gli interessi degli americani e hanno fatto fallire le precedenti presidenze repubblicane. Un messaggio che JD Vance, il vice presidente che considera Maga e estrema destra come base fondamentale per la sua corsa per la Casa Bianca nel 2028, ha ribadito in un post su X con cui ha lodato Pulte per aver ricordato che “i burocrati della comunità di intelligence devono rispondere alla leadership eletta (e non il contrario)”.

L'articolo Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico”

3 June 2026 at 13:50

Nel 2021 aveva 19 anni. Aveva assaltato il Campidoglio ed era stato condannato. Cinque anni dopo è stato assunto dal Pentagono nell’ufficio che si occupa di operazioni militari classificate e controterrorismo. L’ingresso al ministero della Difesa Usa di Elias Irizarry, scrive il Washington Post, ha suscitato preoccupazione tra alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa, che ritengono inopportuno affidare un ruolo sensibile a una persona con precedenti legati all’assalto alle istituzioni statunitensi. Irizarry, che all’epoca dei fatti si era dichiarato colpevole di ingresso non autorizzato in un’area riservata, lavora nella sezione dedicata alla guerra irregolare e al controterrorismo, un’unità che si occupa anche di sicurezza delle ambasciate, recupero del personale e operazioni di salvataggio di ostaggi. Secondo fonti del Pentagono, tutte le posizioni richiedono autorizzazioni di sicurezza di livello top secret, mentre il portavoce Joel Valdez ha definito il giovane “un professionista qualificato e patriottico”.

Al momento dell’assalto al Campidoglio, Irizarry era una matricola al The Citadel, un’accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Dopo essersi recato a Washington con altri due uomini, si era unito alla folla di sostenitori di Donald Trump che aveva forzato le linee di polizia e fatto irruzione nell’edificio mentre il Congresso certificava la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. Secondo i pubblici ministeri, era entrato attraverso una finestra rotta brandendo un’asta di metallo, senza però colpire nessuno. Irizarry si è successivamente pentito pubblicamente del proprio coinvolgimento, per cui era stato condannato a 14 giorni di carcere. Nel 2023 è stato riammesso al The Citadel, dove si è laureato nel 2024. Durante l’udienza di condanna aveva dichiarato: “Mi vergogno, perché farò sempre parte di questo scempio. Il 6 gennaio ha rappresentato qualcosa di veramente orribile: è stato il più grave attacco alla nostra democrazia dai tempi della Guerra civile”.

L'articolo Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare”

3 June 2026 at 12:58

Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da Axios – ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui. Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che l’Iran ha rinunciato all’arma nucleare. Quarantotto minuti di intervista con Miranda Devine, in esclusiva per il podcast Pod Force One della giornalista del New York Post. Il tema della guerra in Medioriente è centrale. Il capo della Casa Bianca, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un’altro modo”) dichiara che l’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. “Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo – come sempre – dalle formule della diplomazia. Ha poi detto di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”. Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha aggiunto, senza specificare a cosa facciano riferimento le sue dichiarazioni. Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato alcuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, che ha riferito, citando alcune fonti, che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano. Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.

Ma il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro. Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di Axios rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano. Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”. Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran. “Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.

Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana. “Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo. Ed esaltando se stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese. Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare Joe Biden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra. E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.

L'articolo Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Tarifaço: O que é a Seção 301 que os EUA de Trump vêm usando contra o Brasil há décadas?

A ideia de que os Estados Unidos podem intervir em outras nações para garantir os interesses das empresas norte-americanas não é uma novidade. Nem para Donald Trump nem para a indústria brasileira. 

Uma demonstração disso foi a conclusão do governo norte-americano, divulgada nesta segunda-feira, 1º de junho, de uma investigação sobre o Brasil que propõe uma nova tarifa de 25% sobre os bens importados do país. A alegação é que o Brasil teria políticas e práticas comerciais injustas que iriam contra os interesses de organizações, serviços e produtos norte-americanos.

A imposição ou não da tarifa será decidida pelo presidente Donald Trump, que tem até 15 de julho para publicar a versão final do relatório do Escritório do Representante de Comércio dos EUA (USTR, na sigla em inglês), órgão que realizou a investigação a pedido do presidente dos Estados Unidos.  

Seja agora, ou no tarifaço de 50% que chegou a ser aplicado pelo republicano ao Brasil, em agosto do ano passado e revertido pelo governo brasileiro, ou seja na penalização de 100% que parte da indústria nacional enfrentou há quase 40 anos, o dispositivo legal usado nas três ocasiões foi o mesmo: a seção 301 da Lei do Comércio de 1974, criada pelo Congresso dos Estados Unidos. 

O objetivo, todas as vezes, foi redefinir os tratados comerciais com o Brasil. A lei prevê que retaliações comerciais sejam impostas unilateralmente para coibir “práticas comerciais desleais”, de outros países, consideradas prejudiciais aos interesses norte-americanos. A justificativa dos Estados Unidos seria trocar a lógica do livre comércio (free trade) pelo comércio justo (fair trade).

Justo para quem?

A primeira retaliação ao Brasil, com base na seção 301, ocorreu entre 1988 e 1991. Empresas de tecnologia como a Apple e, em especial, a indústria farmacêutica, estiveram nos bastidores da decisão de taxar em 100% os produtos brasileiros que entravam nos EUA. Já em agosto de 2025, como já mostrou a Agência Pública, as cordas estavam sendo puxadas pelas big techs. Agora, entre diversos fatores econômicos e políticos, as empresas norte-americanas de cartão de crédito aparecem entre as interessadas, já que um dos mecanismos mais citados no relatório do USTR, entre aqueles considerados “injustos”, está o PIX brasileiro.

Computadores e remédios: o primeiro – e maior – tarifaço

Na base do tarifaço de 100% sofrido pelo Brasil em 1988 estão dois bisavôs brasileiros de nossos notebooks pessoais: o Unitron AP II e MAC-512. Os projetos apresentados pela empresa Unitron Eletrônica à antiga Secretaria Especial de Informática (SEI), entre 1982 e 1985, fez a Apple acionar o governo norte-americano por ações contra o Brasil.

A revolta era justificada já que a empresa brasileira alterava os modelos que tinham licença para produzir. Algumas versões adicionavam formas de acentuação que fariam sentido em português, mas não no inglês. Até hoje este é conhecido como um dos primeiros casos de clones da Apple no mundo. E por que a empresa não produzia ela mesma os Macs da época? Por que a Política Nacional de Informática no Brasil proibia a fabricação de computadores estrangeiros justamente para desenvolver a indústria nacional. O mesmo valia para importações.

Os Estados Unidos, então, abriram em 1987 uma investigação contra a prática comercial brasileira e incluíram o país na lista “Special 301” de “observação prioritária”. Soa familiar?

O tarifaço passou a valer um ano depois, após a indústria farmacêutica se juntar ao coro. O “problema”, de fato, era que o Brasil integrava as nações que não reconheciam patentes para medicamentos – o direito legal de explorar exclusivamente alguma substância descoberta, atualmente estabelecido em 20 anos.

O tarifaço dos anos 80 só foi suspenso após um compromisso público do recém-eleito presidente Fernando Collor de Melo, em 26 de junho de 1990, quando a investigação promovida pelos EUA também foi encerrada, já na era George Bush (o pai).

Revertido, tarifaço de 2025 chegava a 50% 

Um novo tarifaço aos produtos brasileiros só voltaria a ocorrer em agosto do ano passado. 

Na época, os EUA representavam cerca de 4% de todas as exportações brasileiras, ou aproximadamente 2% do PIB (produto interno bruto) do Brasil. Café, calçados, carne bovina, tecidos e frutas (exceto laranja e seu suco) estavam entre os 3,8 mil produtos que passaram a ser alvos do tarifaço de 50%.

Essa, entretanto, não era a totalidade da exportação feita pelo Brasil aos EUA naquela época. As cobranças consideravam 35,9% das mercadorias exportadas (que representavam 44,6% do valor total das vendas). Ou seja, metade do que o país vendia aos norte-americanos continuou na regra dos 10% impostos globalmente pelo governo Trump. Entre os produtos, alguns de alto valor, 694 ficaram de fora da cobrança de 50% determinada pela Casa Branca.

Por meio de negociações bilaterais, as principais taxas impostas em 2025 caíram, via decreto do presidente Donald Trump, em novembro daquele ano. A maioria dos produtos, cerca de 200 itens, eram agrícolas, entre eles carne, café e alguns fertilizantes à base de amônia. 

❌