Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.
Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".
Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.
Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.
Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.
Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.
Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.
Au Mali, le journaliste Chahana Takiou va passer sa deuxième nuit en prison en prison. Figure de la presse malienne, le directeur de publication du journal 22 Septembre a été placé sous mandat de dépôt le 8 juin par le pôle judiciaire anti-cybercriminalité pour « atteinte au crédit de l'État à travers l'institution judiciaire » après avoir estimé, précisément, que ce pôle spécialisé ne respectait pas la procédure prévue pour les délits de presse. Un autre journaliste, Abdrahamane Keïta du journal Le Témoin, a également été placé sous mandat de dépôt ce mardi 9 juin par le même pôle anti-cybercriminalité, après avoir déploré que Kidal, sous contrôle des jihadistes du Jnim et des rebelles du FLA depuis le 25 avril, était actuellement « administrée » par le chef du Jnim.
Non ce lo dicono. E se ce lo dicessero tutte le guerre nel mondo cesserebbero. Steven Spielberg e gli alieni capitolo due (o tre). Per 79 anni l’agenzia Wardex ha celato ai cittadini statunitensi e all’intero pianeta le prove dell’apparizione sulla Terra di astronavi extraterrestri e di alieni dal testone oblungo e occhioni larghi. Ma finalmente un gruppo di esperti della Wardex, capitanati dall’affabile Hugo (Colman Domingo), ruba dai suoi uffici sia filmati che chiavette segretissime, oltre ad organizzare l’incontro rivelatore tra due “esperti”: Daniel (Josh O’Connor), esperto informatico Wardex che traduce formule matematiche in inglese, e Margareth (Emily Blunt), una presentatrice meteo della tv di Kansas City che scopre di avere potere di lettura del cervello e lingua altrui, di telepatia e premonizioni. I due fuggono separatamente e rocambolescamente, in lungo e in largo, dagli sgherri in nero della Wardex, evitando i poteri altrettanto telepatici di mister Scanlon (Colin Firth), capo dell’azienda medesima, fino ad una definitiva resa dei conti che li vedrà comunicare al mondo una sorprendente verità in diretta tv.
Disclosure Day, l’attesissima opera spielberghiana sui marziani, è questa cosa qui. Un frullato insapore action che ricorda esteticamente e produttivamente i film via cavo anni Novanta. E per carità, mica è colpa degli alieni. Anzi. Spielberg si vede che ci tiene, che obamianamente sa che “esistono davvero” e che sarebbe meglio, alla Richard Dreyfuss o alla François Truffaut, mettersi lì a studiare un metodo con cui comunicare. Ma certo è che le meraviglie significanti e poetiche di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di E.T. ve le dovete scordare.
Non vogliamo sempre tirare fuori la questione maleducata che in vecchiaia i grandi autori, hollywoodiani e non, finiscono spesso fuori strada. Solo che in Disclosure Day la questione deragliamento è conclamata. Fin dall’orribile sequenza d’apertura con un’incomprensibile soggettiva di un wrestler che viene menato dal suo avversario su un ring. Tra il pubblico è seduto Daniel che, per riavere l’amata fidanzatina rapita, consegna lo zaino pieno di memorie aliene agli agenti Wardex. Nessuno, appunto, deve sapere che dal 1947, insomma dal celebre incidente di Roswell, negli Stati Uniti dischi volanti e alieni volano e atterrano, seppur con qualche disturbo, dialogando con gruppi di umani che alla fine li seviziano e torturano come bestie per la vivisezione.
Non è la prima volta che Spielberg torna alla duplice specularità sfruttamento animale/violenza sugli alieni (c’era latente in E.T.), ma questa volta, complice una sceneggiatura farraginosa e forzatamente pretestuosa di David Koepp (il bordone sulle suore cattoliche per parlare di Dio che ama anche gli alieni è da strapparsi i capelli), non esiste alcuna ricostruzione di immaginario e di atmosfera peculiare. Se si eccettua la classica sequenza spielberghiana alla Indiana Jones, qui molto di maniera, con l’eroe in difficoltà estrema che allunga la mano per salvare l’eroina ancor più in pericolo di lui (qui ci sono due treni in corsa che si stanno per incrociare con Margareth rimasta in mezzo), l’andirivieni piatto e convulso dei due protagonisti per oltre un’ora e mezza più che lanciare il film a mille, ne impone l’inconcludenza di genere e la stramba irregolarità narrativa (si allunga il brodo come non mai, insomma).
È per questo che tante curiose e originali trovate visive come quella degli alieni che si presentano come animali (cervi, procioni, volpi, ma soprattutto il cardinale rosso) per calmare gli umani non riescono a trovare spazio naturale in un insieme esteticamente mal assemblato e poco ispirato, il cui esempio estremo è il ricorrente duello telepatico mentale tra Scanlon e la fidanzata ex suora di Daniel con scambio di iridi (sic) ed esperimenti su sedie del dentista con due ventose attaccate ad un angolo della fronte.
Perfino fotografia e musiche dei veterani spielberghiani Janusz Kaminski e John Williams sembrano una svogliata chiamata alla solita rimpatriata in famiglia. Ricordare che il tema “alieni” conservi in nuce una potenzialità espressiva a dir poco dirompente e infinita, è inchiodare ulteriormente Spielberg in un angolo afono e buio che non meriterebbe affatto. L’ultima traccia di questo pallore creativo è la palette emotiva con cui Spielberg tratteggia i due protagonisti: la Blunt oscilla senza peso specifico tra Kate Capshaw e Goldie Hawn; O’Connor, capace di interpretazioni maiuscole come in Rebuilding e The Mastermind, viene lasciato vagolare come uno stuntman qualunque tra auto fracassate e vetrate infrante.
Ukraine's drone campaign targeting Russian logistics is moving to sea
Ships carry supplies between Russia and occupied southern Ukraine
Striking the ships can force more supplies to move over land in vulnerable trucks
One-way attack drones from Ukraine's Unmanned Systems Forces struck five Russian cargo ships on the Sea of Azov on 5 June.
The strikes, which left at least one ship a burned-out hulk, are a kind of corollary to Ukraine's escalating campaign of middle-distance strikes on Russian supply lines on land in occupied territories. Aiming to weaken Russian regiments before they can attack across the disputed gray zone, Kyiv's drone units aren't only hitting trucks and vans on land—they're also hitting ships at sea.
"There's a method to the madness here," Ukraine Control Map explained. "Take out the ships, force Russia to use more trucks, more logistic bottlenecks." Then hammer the bottlenecks with drones.
The ultimate goal is to make it more difficult for the Kremlin to resupply and reinforce its 700,000 troops in occupied Ukraine. It's cheaper and easier to defeat an attack before it even begins by starving the attacking troops of food, fuel, batteries, ammunition and other vital supplies.
The ships the USF hit with Fire Point FP-1 drones on 5 June were spread out across a wide area. They were in occupied Mariupol and Berdiansk and along the coast of occupied Ukraine — the same Berdiansk port where Ukrainian drones struck a Russian munitions cargo ship on consecutive nights at the start of June.
What they had in common was their disguise. Civilian-owned but allegedly illegally working on behalf of sanctioned Russian entities, the ships sail without obvious markings or easily tracked radio transponders. There could be scores of such ships plying the Black Sea on Russia's behalf every day.
Two of the ships hit on 5 June, the dry cargo vessels Natra and Zirkon, were inbound from Türkiye to Rostov-on-Don when Ukrainian drones struck them in Taganrog Bay—empty, heading to load grain at a port Western governments and Ukraine identify as a transit hub for grain looted from occupied Ukrainian territory. Five Azerbaijani crew members on private contracts were killed and three wounded, Azerbaijan's foreign ministry said. Brovdi didn't address the deaths.
Telling apart a ship hauling Russian military fuel from a ship empty and heading to pick up looted grain is the kind of distinction that's hard to make from a drone's-eye view.
Ships that can haul thousands of tons of supplies every trip are much more efficient than trucks that can haul just a few tons apiece. Cargo ships can't deliver supplies to inland forces, of course, but they can move cargo between ports in southern Russia and ports in occupied Ukraine, bringing that cargo as close as possible to the gray zone before trucks must take over the shipping effort.
Map: Euromaidan Press
A thick-skinned ship is a tougher target than a thin-skinned truck, of course. But Ukraine's FP-1 drones carry a 100-kg blast-fragmentation warhead, with a TNT main charge boosted by the more powerful OKFOL explosive. The combination throws fragments outward and starts fires inside the target—the same mechanism that left the corvette Boikiy burning for hours at Kronstadt on 3 June.
— Special Kherson Cat (@bayraktar_1love) June 8, 2026
Sitting duck trucks
Russia's thousands of military supply trucks are already squarely in the crosshairs of Ukrainian drone units. Since launching their coordinated counterlogistics campaign this spring, the Ukrainians have increased their monthly truck strikes nearly tenfold, from around 60 per month to nearly 500, as per the Ukrainian general staff.
But a comprehensive assault on Russian logistics requires raids on sea traffic, as well. That effort may have begun in earnest on 5 June. "Cargo ships and tankers with their names painted over by Black Sea looters and their transponders switched off, used for the quiet theft of Ukrainian grain and the transport of military cargo and fuel, can no longer count on either long service lives or uninterrupted schedules," the 414th Unmanned Strike Aviation Brigade crowed.
If they can disable enough ships, the Ukrainian drone teams may compel Russian logisticians to shift more supplies by land. To reach Russian regiments in southern and eastern Ukraine, those supplies normally travel east to west along the M-14 highway that runs close and parallel to the Black Sea coast.
That highway and connecting roads have become a kill zone for Russian trucks as more FP-1, FP-2, Hornet and Bulava drones take to the sky, increasingly unbothered by Russia's collapsing air defense network. Ukrainian industry now churns out tens of thousands of middle-strike drones every month, some for as cheaply as a few thousand dollars apiece.
The Russians are trying to find alternate routes that avoid the most heavily droned roads, but once a truck gets close to its destination, it has no choice but to follow a dwindling number of paths. Ukrainian intelligence knows where the Russians' main divisional bases are; they know the trucks must eventually turn into these bases. The near approaches are now becoming kill zones alongside the M-14 and other main roads.
It'll take many more strikes on Russian ships to seriously dent the sea logistics and force more supplies onto land routes. But the effort is underway. "The occupier's smuggling logistics must be stopped," the 414th Unmanned Strike Aviation Brigade explained.
Explore further
Russia keeps four field armies fed through three southern towns. Ukraine’s drones just arrived.
Llegar a un Mundial ya es una hazaña reservada para muy pocos futbolistas. Conseguir que dos hermanos lo hagan al mismo tiempo es algo todavía más excepcional. Sin embargo, el Mundial de 2026 dejará una imagen inédita: ocho parejas de hermanos formarán parte de las selecciones participantes en la mayor Copa del Mundo de la historia.
La cifra resulta aún más llamativa si se tiene en cuenta que la mitad de ellos defenderán países diferentes. En un torneo marcado por la globalización y las múltiples identidades nacionales, varias familias vivirán el campeonato con el corazón dividido.
Frente a Frente
Los casos más conocidos son los de los hermanos Williams y los Doué.Iñaki Williams representará a Ghana, mientras que Nico Williams volverá a ser una de las grandes referencias ofensivas de España. Ambos nacieron en el País Vasco, comparten vestuario en el Athletic Club y tienen raíces familiares ghanesas, pero eligieron caminos distintos a nivel internacional.
Una situación similar vivirán Guéla y Désiré Doué. Los dos nacieron en Francia, pero mientras el menor se ha convertido en una de las grandes promesas de la selección francesa, el mayor decidió representar a Costa de Marfil, país de origen de su padre. De hecho, ya protagonizaron una de las imágenes previas al torneo cuando Guéla Doué marcó en un amistoso ante Francia y Désiré Doué observó la celebración desde el banquillo.
También habrá más hermanos enfrentados por nacionalidades en los casos de John Souttar y Harry Souttar, internacionales con Escocia y Australia respectivamente, así como Derrick Luckassen y Brian Brobbey, que acudirán al torneo con Ghana y Países Bajos.
Comparten bandera
Pero no todas las historias familiares estarán divididas. Francia contará con los hermanos Lucas y Theo Hernández, una de las sagas más reconocibles del fútbol europeo. Países Bajos llevará a los gemelos Quinten y Jurriën Timber (pareja rota por la lesión de Jurriën), mientras que Cabo Verde tendrá a Laros y Deroy Duarte en su plantilla. A ellos se suman Leandro y Juninho Bacuna, quienes liderarán el histórico debut mundialista de Curazao.
La presencia de tantas parejas de hermanos convierte al Mundial 2026 en una edición especial también fuera del terreno de juego. Más allá de los goles y los resultados, el torneo mostrará cómo una misma pasión puede unir a familias enteras, incluso cuando los caminos deportivos terminan llevando a cada hermano bajo una bandera diferente.
Precendentes históricos
Aunque la presencia de hermanos en los Mundiales no es una novedad, sí forma parte de una tradición poco habitual en la historia del torneo. Casos legendarios como los de Fritz y Ottmar Walter, campeones con Alemania Occidental en 1954, o Bobby y Jack Charlton, que levantaron el título con Inglaterra en 1966, marcaron los primeros precedentes. Décadas después llegaron otras sagas reconocidas como los hermanos Van de Kerkhof con Países Bajos, los De Boer, los Touré con Costa de Marfil o los Hazard con Bélgica.
Más excepcional aún ha sido ver a hermanos defendiendo selecciones diferentes: los medio hermanos Kevin-Prince Boateng (Ghana) y Jérôme Boateng (Alemania) protagonizaron en Sudáfrica 2010 el primer enfrentamiento entre hermanos en una Copa del Mundo, una imagen que volvieron a repetir en Brasil 2014. El Mundial de 2026recoge ese legado familiar y lo lleva a una dimensión inédita con ocho parejas de hermanos presentes en el torneo
The first time FIFA announced cooling breaks in World Cup matches, in 2014, the matter ended up in court. Players, worried about the heat and humidity in Brazil, did not trust soccer’s world governing body, which left the decision for each match to the discretion of its medical staff. The players went to a labor court and obtained an order that the pauses would be automatic at the 30th minute of each half if temperatures reached 32 degrees Celsius. Twelve years later, FIFA has mandated three-minute hydration breaks at the 22nd minute of every match at the 2026 World Cup, regardless of temperature or humidity. The move, announced as being for the “well-being of the players,” signals a fundamental change in how the game is played: from two 45-minute halves, as it has been since 1897, to four quarters of roughly 22 minutes.
Io non lo so quale sia la verità sulla vicenda Minetti, non lo so se fossero vere le parole di Graciela Mabel de Los Santos Torres, ma non averla nemmeno voluta sentire da parte della magistratura italiana getta un’ombra inquietante e mi fa pensare a Paolo Borsellino per più di un motivo. C’è una frase di Graciela riportata più volte che suona così: riferirò ogni cosa alla magistratura quando verrò chiamata. Intende la magistratura italiana della quale pare fidarsi senza riserve, quasi ingenuamente.
Questa frase ricorda quella che, in tutt’altro contesto, pronunciò Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992 a Casa Professa in quello che fu il suo ultimo intervento pubblico. Borsellino disse di essere “testimone” per la strage del 23 maggio che aveva ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e che per questo motivo non ne avrebbe parlato in quella sede, perché ne avrebbe riferito soltanto alla magistratura inquirente non appena fosse stato chiamato. Si riferiva alla Procura di Caltanissetta, che però, come noto, non ritenne di convocarlo.
Immagino che qualcuno, leggendo questo accostamento, abbia storto il naso irritato, forse pensando che io stia mischiando il sacro col profano. Invito a trattenere il disprezzo: la storia piuttosto ci insegna come frequentemente il “sacro” venga profanato per neutralizzarne la carica dirompente, il che è molto più nefasto. Di Graciela infatti, massaggiatrice disoccupata uruguayana, è fin troppo facile insinuare che quelle rivelazioni scottanti non fossero state fatte per amore di verità o per riscattare dignità, ma più prosaicamente per averne qualche indebito vantaggio economico. Così torno ancora a quel dolente e dovuto intervento a Casa Professa di Paolo Borsellino che, evocando il calvario dell’amico Giovanni Falcone del quale il tritolo mafioso era stato soltanto il definitivo supplizio, ebbe precisamente a dire che Falcone aveva cominciato a morire nel 1987, prima ancora che “qualche giuda” gli negasse il sostegno promesso per ottenere l’incarico di giudice istruttore a Palermo. A cosa allude Borsellino? A quel titolo così infamante: “I professionisti dell’antimafia”, che faceva da cappello ad un editoriale di Leonardo Sciascia, che si chiudeva con le parole: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Stessa insinuazione: l’indebito vantaggio personale procurato attraverso l’utilizzo spregiudicato di una tanto presunta quanto esibita passione per la verità.
Ma c’è un terzo motivo per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino: quando il giudice si trovò davanti una ragazzina di diciassette anni, arrabbiata ed impaurita, imbevuta di mafia dalla testa ai piedi, che gli voleva raccontare cose malfatte anche da personaggi potenti e riveriti, non perse tempo, non mise sulla bilancia opportunità e giustizia, la ascoltò. Si chiamava Rita Atria e la mafia le aveva assassinato il padre, don Vito, ed il fratello Nicola, che aveva commesso l’errore di dire ai quattro venti, che avrebbe vendicato il padre. Rita trovò la forza di ribellarsi all’apparente ineludibile forza del vincolo associativo, del vincolo di sangue, dell’odio terrorizzato e sgomento che le vomitò addosso la madre, perché trovò lo Stato. Lo Stato che aveva la faccia, l’intelligenza ed il cuore, di Paolo Borsellino.
Io non lo so quale sia la verità, ma temo che da oggi i “testimoni” avranno ancora più paura a denunciare e ad affidarsi allo Stato. Testimoni che, come abbiamo ripetutamente scritto in questo blog, fanno spesso una vita grama, pendolando tra speranza e frustrazione, tra sollievo ed angoscia, tra considerazione ed abissale solitudine. Testimoni che, peggio, subiscono conseguenze sconcertanti per aver avuto il coraggio di non girarsi dall’altra parte, come accaduto recentemente a quel tecnico informatico del Tribunale di Torino che per aver documentato la pericolosità di un software istallato dal Ministero della Giustizia nei computer dei magistrati, è stato denunciato ed ha perso il lavoro.
Leggiamo che Graciela avrebbe ritrattato parte delle sue rivelazioni recandosi da un notaio, accompagnata da un avvocato e a questo punto della storia c’è da augurarle che tanto basti per non incorrere in guai più seri. C’è infatti chi ritiene che tra le cause della “accelerazione” della strage di Via D’Amelio ci sia proprio la sopraggiunta impossibilità di procrastinare oltre modo l’acquisizione a sommarie informazioni del testimone Paolo Borsellino.
New research finds that in the six months after Meta relaxed rules in the name of free speech, violent threats against lawmakers—including President Donald Trump—surged on Facebook.
Less than two weeks after overhauling its newsroom, NPR has hired Nadine Zylstra to be its chief content officer. She has been a top executive at Sesame Workshop, YouTube and Pinterest.
Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.
Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto PeterGomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.
Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.
Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega PeterBeinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.
The world is heading into another period of “dangerous heat”. This is according to a new UN report, warning that “it’s nearly certain that global temperatures over the next five
The tenuous ceasefire in the Middle East seemed to be holding on by a thread on Sunday as Israel and Iran exchanged missile fire for the first time since an agreement to end hostilities was reached in April.
Meanwhile, Israel said early Monday that it detected a missile launched from Yemen targeting the country, according to the Associated Press. Yemen is home to the Iran-backed Houthi rebels. And Saudi Arabia sounded air warning sirens in an area close to an air base housing U.S. forces, the AP also reported, though that country said shortly afterwards that the danger had passed.
The escalation amounted to the most significant exchange of fire since the U.S.-Israeli war with Iran was put on pause in April. The renewed fighting also threatened to undermine President Donald Trump’s negotiations with Iran as the U.S. president appears to be seeking a way out of a war that is unpopular with Americans and has sent gas prices soaring.
Trump called for de-escalation in a short Truth Social post Monday morning: “Israel and Iran must immediately stop ‘shooting.’”
“Both sides, Israel and Iran, are looking to do an immediate CEASEFIRE!” Trump wrote in a subsequent post. “Final negotiations on “Peace” are proceeding, subject to ignorance or stupidity getting in its way. The Blockade will remain in place, and in full force and effect, until a “Final Deal” is reached. Things should move quickly.”
The fighting began Sunday when Israel launched airstrikes on Lebanon, which has been a sore point in the negotiations between the U.S. and Iran as Israel continues to pursue that conflict. Tehran retaliated by firing missiles at Israel, the first missiles launched at Israel in two months as the war reached its 100th day.
Earlier Monday, Israel responded by launching airstrikes targeting central and western Iran. Officials did not give details on exactly what had been struck.
“A short while ago, the Israeli Air Force struck military targets belonging to the Iranian terror regime in western and central Iran,” said the Israeli military.
The White House did not respond to messages about the Israel-launched strikes or whether they were done in coordination with the U.S. However, Trump, according to Axios, said he was going to call Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and “tell him not to strike back.”
If the two talked, Netanyahu apparently did not listen.
And Trump, in a series of interviews with the media on Sunday before the Israeli strikes on Iran, gave conflicting signals about whether peace negotiations were in trouble.
Fox News’ Trey Yingst said Trump told the news outlet regarding the Iranian missiles launched Sunday, “It’s certainly not going to help negotiations,” and he urged Iran to reach a deal.
But an Iranian official linked to the talks between the U.S. and Iran said that “a deal with President Trump is no longer feasible at this stage.”
The official blamed Trump for the current situation and the escalation of hostilities in Lebanon.
Before the Israeli attacks, Trump told the Financial Times on Sunday evening that Netanyahu “won’t have any choice” but to accept the deal the U.S. negotiates with Iran.
“I call the shots. I call all the shots. He [Netanyahu] doesn’t call the shots,” he said, adding the Iranian strikes on Israel were “not going to have any impact on the deal.”
“The deal may make it on its own merit, or not, but this will not have any effect on it,” Trump explained.
“I call the shots. I call all the shots. He [Benjamin Netanyahu] doesn’t call the shots,” Presiden Donald Trump said, adding the strikes were “not going to have any impact on the deal.”
However, if a deal fails, Trump told the Financial Times the U.S. would consider further military action and would continue the U.S. blockade of Iranian ports.
“Number one, it would mean that possibly we would go in and take care of the rest of the place that we didn’t take care of militarily,” he said. “Or it would just mean that we would keep the blockade on Iran because the blockade has been probably more powerful than any attack that was ever made on that country.”
But a White House official granted anonymity to speak candidly told MS NOW Trump has underestimated the willingness of Iran to resume conflict.
“The recent negotiations with Iran in many ways have exposed a fundamental miscalculation” by the president and the White House, the official said, adding that Iran’s “erratic behavior” has heightened the situation with no imminent off ramp.
Earlier Sunday, the Israeli military, which launched the war against Iran jointly with the U.S. on Feb. 28, said sirens were sounded in several areas of the country and Iran confirmed it launched the missiles. “Tonight’s operation was solely intended as a warning. Should these acts of aggression continue, future responses will be broader in scope and will encompass all American and Israeli targets throughout the region,” Iran’s Islamic Revolutionary Guards Corps said in a statement posted on Telegram.
In addition to Sunday’s fresh strikes, military clashes continued across the region and talks between the two sides have stalled, four Middle East officials and diplomats told MS NOW.
‘I think we’re very close’
Until Sunday, Trump had continued to say a deal is close. “I think we’re very close. We have a couple of points,” he told NBC News in an interview that aired Sunday. “They don’t even seem like big points.”
Over the weekend, U.S. commandos seized an Iranian oil tanker and shot down multiple Iranian drones. Clashes between Israeli forces and Hezbollah in Lebanon also intensified.
Four Middle East officials and diplomats told MS NOW that significant disagreements remain. All of them spoke on condition of anonymity, citing the sensitivity of the talks.
A senior official in the region told MS NOW on Friday that three issues remain unresolved: The sequencing of the reopening of the Strait of Hormuz, American demands regarding Iran’s nuclear program and Iranian demands to receive relief funds up front as part of the agreement.
A senior Middle East diplomat also said Friday that negotiations have regressed.
“There are no meaningful negotiations taking place between the two countries as they stand,” the diplomat told MS NOW.
Trump administration officials say talks are progressing and dismissed the statements from officials in the region.
“This is grossly inaccurate, as MS NOW always is when they rely on mysterious ‘Middle Eastern diplomats’ who have no idea what they are talking about,” said Anna Kelly, a White House spokesperson.
A Pakistani foreign ministry source with knowledge of the talks expressed optimism as well. They told MS NOW that this weekend’s visit of Pakistan’s interior minister to Iran was “extremely positive” and “Iran showed signs of progress towards agreeing on a framework.”
Nicole Grajewski, an assistant professor at Sciences Po in Paris and an associate at Harvard University’s Kennedy School of Government, told MS NOW that the continued military clashes between the two sides are not aiding negotiations.
“The persistent strikes between the U.S. and Iran across the region [are] hardly helping the situation,” she said. “If anything, it’s making it harder to separate the negotiations from a pending resumption of war.”
In Trump’s interview with NBC News, he threatened to bomb Iran’s enriched uranium if Tehran will not hand it over to the U.S. Experts have warned that bombing enriched uranium sends small radioactive particles into the air. The particles do not spread far but anyone entering the nearby area faces health risks.
An expert told the BBC last week, “That’s because the uranium particles could become lodged in the cells, inside either your lungs or your stomach, and slowly, radioactively decay, and that will cause damage.”
Trump also said U.S. forces would seize Iran’s enriched uranium if Tehran declined to hand it over. U.S. and Iranian officials are currently negotiating a “memorandum of understanding that would reopen the Strait of Hormuz and extend the current fraying ceasefire.” A second 60-day round of negotiations would focus on Iran’s nuclear program.
Military experts have warned that a U.S. commando raid to seize the uranium by force could last for days and potentially require American forces to build a landing strip. U.S. forces could be exposed to attacks from Iranian forces and could suffer high casualties.
Trump told NBC News that Iran has agreed to not seek a nuclear weapon, but he wanted an additional provision added to the agreement to ensure Iran cannot purchase one.
Trump said the Iranians pushed back “a little bit” on his demand. “And then they didn’t.”
Experts have warned that Iranian leaders have publicly promised for years to not obtain a nuclear weapon. They say such a pledge from Iranian officials cannot be trusted.
Iranian officials have continued to demand the return of up to $24 billion in frozen Iranian assets held overseas as part of the memorandum of understanding. Trump told NBC News he opposed any release of frozen Iranian funds until after the second round of negotiations had been completed.
Gregory Brew, a senior Iran and oil analyst at the Eurasia Group, told MS NOW that he was not surprised that two sides are digging in at this point in the negotiations. But he thinks a deal remains possible.
“I think what that means is after a week of fairly rapid progress, movements have now slowed, as both sides dig into their respective positions,” Brew said. “My personal feeling is that this deadlock won’t last forever, there’s still a mutual incentive to reach a deal and that will keep negotiations moving.”
Mussolini e le verità nascoste. Il ritorno di Massimo Giletti su Rai3, lunedì 8 giugno alle 21.15, è di quelli esplosivi. A un paio di mesi di distanza dalla chiusura anticipata, non senza polemiche, di Lo stato delle cose, il celebre conduttore televisivo torna in prima serata Rai con uno speciale legato ad uno dei misteri più oscuri del lungo elenco presente nella storiaitaliana. Grazie a documenti inediti recentemente desecretati in GranBretagna, alla registrazione di una preziosa testimonianza primaria e al ritrovamento di un’arma fino ad oggi mai recuperata, Giletti riapre il vaso di Pandora dell’uccisione di BenitoMussolini, mai realmente archiviata nei dettagli, e della reale consistenza del cosiddetto “Oro di Dongo”, il tesoro che il Duce trascinò con sé fuggendo da Milano la sera del 25 aprile 1945 dove si troverebbe l’altrettanto mai ritrovato carteggio Churchill–Mussolini. “Non immaginare un Giletti in studio con gli ospiti. Lo speciale di Rai3 è un’esterna totale, un Giletti inedito che va in giro nei luoghi in cui Mussolini provò a scappare per poi essere catturato dai partigiani e infine fucilato”, spiega il giornalista in esclusiva a ilfattoquotidiano.it.
Certo che con uno speciale su Mussolini in molti diranno che è il segno ulteriore dell’affermazione di Telemeloni.
“(Giletti ride ndr)”
Dove e quando nasce il suo interessamento per la figura storica del Duce?
“Già sui banchi del liceo classico ero appassionato di storia. Negli anni Novanta, quando lavoravo con Minoli, assieme al collega Enzo Cicchino, creammo un servizio sulla morte Mussolini dove cercammo di rispondere a molti interrogativi sollevati dallo storico Renzo De Felice. Mi ha sempre incuriosito saperne di più sulla tragica morte di Mussolini come del periodo che va dal 1943 a 1945. Sono dell’idea che in fondo sono sempre i vincitori che raccontano la storia. Quindi mi sono rifatto ad uno degli insegnamenti di Minoli: ricordati che esistono verità parallele. Quando faccio la mia televisione seguo sempre il suo esempio del treno che va su un binario, ma su questo binario corrono due rette: è vero sono vicine, ma possono raccontare fatti diversi. Ho la sensazione che questa fase storica italiana abbia avuto sottotracce inesplorate”.
Perché si è affermato questo alone di mistero e di mezze verità attorno alla dinamica dell’uccisione di Mussolini, mentre ad esempio piazzale Loreto rimane un dato storico inconfutabile in quanto filmato e mostrato da decenni?
“È l’interrogativo da cui partiamo per questo speciale. I misteri sono diversi. Bisogna calarsi in quegli anni. Sandro Pertini disse che a Piazzale Loreto fu un episodio dove “l’insurrezione venne disonorata”. In quel periodo c’era la guerra civile e nessuno faceva sconti all’altro. I fascisti compirono efferatezze terribili. Probabile che sulla questione del Duce bisognasse risolvere tutto in fretta. Si aveva paura che potesse esserci una Norimberga italiana. Per me è stato un vero errore non perseguirla. Alcuni gerarchi sono stati giustiziati davanti a diverse persone sul Lago di Como, Mussolini no. Compirono un’operazione rapidissima: forse non si fidavano dei partigiani che avevano catturato il Duce? Avevano paura che il Duce potesse essere catturato dagli Alleati? Che potesse parlare?”
La storia non si fa con i “se”, ma un processo ai gerarchi e ai crimini fascisti avrebbe direzionato la storia del paese in maniera radicalmente diversa.
“Credo che l’obiettivo di tanta rapidità di disfarsi di Mussolini fosse quello di evitare un processo che avrebbe potuto rivelare ciò che del fascismo si ignorava. Anche cose scomode. Sotto interrogatorio per salvarsi la vita qualche personaggio avrebbe potuto raccontare cose nascoste. E avrebbe costretto tutti gli italiani a farsi un esame di coscienza: 40 milioni di italiani erano fascisti e un attimo son diventati antifascisti? Ancora oggi sento dire che non abbiamo fatto i conti col fascismo, probabilmente perché non c’è stato un processo di questo genere che avrebbe costretto tutti ad un esame di coscienza su come gli italiani avevano fatto a seguire un uomo così”.
Torniamo ai fatti di quelle ore. Mussolini fugge da Milano la sera del 25 aprile e a Como raggiunge una colonna di tedeschi anch’essi in fuga.
“L’ultimo mezzo di quel convoglio è un furgone pieno di documenti segreti a cui il Duce teneva moltissimo. Quel mezzo all’improvviso ha problemi al motore e si ferma nel paesino di Garbagnate. Da quel momento non si ha più traccia delle presunte dodici casse poste all’interno del mezzo e che contenevano documenti e tesori che Mussolini riteneva fossero importantissimi”.
Dal punto di vista storiografico cosa ci fosse dentro a quelle sono mere speculazioni. Una vera lista del contenuto non c’è mai stata.
“Ecco, vedi qual è la forza di fare inchieste a distanza di tempo? Magari hai la soffiata giusta, magari vai in Inghilterra, magari si apre un archivio segreto, magari trovi un professore e magari questo ti consegna una parte di un documento, magari desecretato il 1 gennaio 2026, che ti apre nuovi scenari. Quindi inizi a mettere insieme pezzi, quindi senza forse quei documenti c’erano e sappiamo dove stanno. Non posso dire di più. Bisogna attendere lo speciale di lunedì 8 giugno”.
Di recente è stato pubblicato Nero di Londra di Fasanella (Chiarelettere) dove si parla della pista inglese preponderante nella costruzione della leadership fascista mussoliniana: è un tema che torna nei suoi ritrovamenti?
“Noi abbiamo la prova di agenti e finanziamenti inglesi da documenti desecretati da poco. Il riscontro dai documenti nuovi è l’interesse degli inglesi di infiltrare anche nelle formazioni partigiane, proprio dei gruppi specifici con precise strategie. Sono dati messi nero su bianco. Dopodiché c’è la questione della presenza di Churchill dal settembre 1945 sul lago di Como sotto falso nome. Rimane lì per diverso tempo e faccio fatica a credere che fosse lì, come detto, per dipingere”.
Poi girando in lungo e in largo vicino Dongo ha incontrato un signore quasi centenario…
“Era il chierichetto di don Gusmaroli che nell’aprile del 1945 era parroco di Gera Lario, un paesino a qualche chilometro sopra Dongo. Questo vecchietto mi racconta che il sacerdote era legato ai partigiani e nascose in una tomba dentro la sua chiesa i documenti del carteggio Churchill-Mussolini”.
Quindi il mai ritrovato carteggio tra i due leader esisterebbe?
“Allora, noi possiamo parlare di un vecchio signore che riporta le parole del sacerdote sentite quando lui era ragazzino. Quando viene fermato il Duce il 27 aprile del ’45 a Dongo ha una cartella che non lascia mai. Dirà al partigiano “Bill” (Urbano Lazzaro) che lo prese in consegna che su queste carte “c’è il passato e il futuro dell’Italia”. Carte che prima vengono portate e nascoste nella banca a Domaso, ma poi il partigiano “Pedro”(Pier Luigi Bellini delle Stelle) capisce che in tanti sanno di questi documenti e allora dà ordine a un partigiano della guardia di finanza di portarlo in un posto segreto. Questo dettaglio trova conferma nel racconto del testimone che abbiamo rintracciato”.
Esiste conferma della presenza tra questi documenti anche del famoso “dossier Umberto (il monarca ndr)?
“Si è confermato dalle nostre fonti. Il comandante Pedro, nobile fiorentino d’origine, decide di dare quella parte alla casa monarchica. Erano documenti troppo compromettenti”.
Infine c’è la parte più materiale dell’Oro di Dongo: denari e lingotti della banca della repubblica sociale.
“Ricordiamoci che anche i tedeschi in fuga avevano 33 milioni di lire e 80 chili d’oro. La parte italiana, secondo lo storico Gianni Oliva, andrebbe da mezzo miliardo al miliardo. Difficile avere una stima precisa. Noi però raccontiamo cosa succede ai due partigiani – il capitano Neri (Luigi Canali) della 52esima brigata e la staffetta Gianna (Giuseppina Tuissi) – che da buoni ragionieri fanno il verbale su quello trovato nella colonna. La fine è drammatica perché Neri e Gianna dopo aver consegnato materiale alla segreteria comunista di Como non sono mai stati più trovati vivi. Lo storico Luigi Festorazzi, che negli anni ha tenuto un rapporto stretto con la famiglia di Luigi Canali (Neri), dice nello speciale che è stato creato gruppo di partigiani comunisti che ha killerato persone anche del loro gruppo. I due sapevano e andavano eliminati”.
Facciamo un passo indietro: ad uccidere Mussolini non è stato Walter Audisio, il capitano Valerio?
“Sono convinto di no perché credo al segretario di Palmiro Togliatti, Massimo Caprara, che nel 1997 in un’intervista ricordò che il segretario comunista lo avvicinò, lo prese per un braccio e gli disse all’orecchio: “Non possiamo dirlo, ma ad ucciderlo fu Aldo Lampredi (il partigiano Guido) presente in quel frangente con il partigiano Valerio e il partigiano Gatti (Michele Moretti)”.
Perché allora spingere per “la versione Valerio”?
“Nel mio viaggio, ascoltando più voci, mi sono fatto l’idea che Mussolini dovesse essere ucciso da un partigiano qualsiasi. Era la rivolta della gente normale. Lampredi era invece un personaggio importante dentro al PCI. Dare il merito ad un ragioniere come Audisio era l’ideale. Moretti, il terzo presente di fronte a Mussolini e alla Petacci prima di essere uccisi, si è contraddetto su quegli istanti molte volte. In una intervista ad una radio francese del 1946, che abbiamo ritrovato, sembra quasi che non fosse lì. Moretti sarebbe quello che passa il suo Mitra Mas 38 ad Audisio perché il suo mitra Thompson si era inceppato. Mitra Mas 38 che io ho ritrovato a Tirana, in Albania, al Museo Storico Nazionale”.
Secondo la vostra ricostruzione è stato usato quel mitra per uccidere Mussolini?
“C’è una lettera scritta da Audisio nel 1957 di fianco a quel mitra dove specifica la matricola del mitra usato: “Con questo mitra ho ucciso il criminale di guerra Benito Mussolini”. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno aperto l’involucro del mitra è la verifica della matricola. Ed era quella. Poi dall’autopsia virtuale che abbiamo fatto con il professor Fineschi, direttore di medicina legale a La Sapienza di Roma, abbiamo visto che sul lato destro del corpo del Duce c’erano due fori di Beretta calibro 9. Quindi non ha sparato solo il mitra, come si sostiene nella versione ufficiale, ma anche una Beretta mentre Mussolini era in vita. Beretta che non si è mai vista nella storia ma che apparirà durante lo speciale di lunedì. Sono riuscito a ritrovarla e questo è uno scoop. Dal 1969 era chiusa in una cassaforte. Storiograficamente è un dettaglio importantissimo”.
Niente più colpo di grazia al petto, quindi?
“Nella versione ufficiale si incepperebbero sia il mitra di Audisio che la pistola di Lampredi, ma nel cadavere di Mussolini ci sono due fori calibro 9 e non sono colpi di grazia. La dinamica generale è totalmente diversa dalla versione classica”.
Racconterete che Fineschi critica anche l’autopsia sul corpo del Duce fatta dal professor Cattabeni il 30 aprile del 1945.
“Cattabeni pur essendo un luminare dell’epoca non fece un’autopsia vera. Il corpo del Duce venne lavato prima, ad esempio. Poi fu spogliato anche se è una cosa che non va mai fatta, perché bisogna vedere se i fori che il cadavere ha corrispondono a quelli sui vestiti. E poi c’era un clima assurdo, il luogo era pieno di gente, molti sorridono. Queste immagini le faccio vedere. Sono tragiche, ma impressionanti. Fineschi sostiene che nemmeno è stata fatta una vera autopsia, ma usa un termine tecnico diverso. Anche le immagini più crude e dure vanno viste perché raccontano la verità”.
Meno male che la storia contemporanea era una sua “passione” giovanile…
“C’è fame di storia. Raccontata da un punto di vista critico, non ideologico. Qualcuno potrebbe dire che si tratta di revisionismo, ma rispondo: revisionismo di che? Mussolini sappiamo tutti chi era. Non lo facciamo diventare il Mulino Bianco, però ci poniamo degli interrogativi su di lui, come agisse e pensasse”.
Mi ricorda l’affermazione che costò la carriera a Lars Von Trier a Cannes: “A volte mi fermo e mi chiedo, chissà cosa pensava Hitler mentre era nel bunker”. Venne allontanato dal festival come persona non grata.
“Anch’io vorrei capire che cavolo pensava Mussolini in quei momenti, perché non è fuggito con un aereo in Spagna, come fece la famiglia Petacci? È giusto porsi nella mente degli altri, ovviamente senza giustificarli. Sa cosa disse Palmiro Togliatti nel 1946 disse ai ragazzi della FGCI di Roma? Cercate di dialogare con i ragazzi che hanno scelto i vagoni piombati e non come voi che avete scelto la libertà. Cercate di capire perché. Solo capendo questo si può ricostruire un paese nuovo, perché siamo tutti italiani”.
Global oil giant Shell continued operating a compromised pipeline in Nigeria’s Niger Delta despite knowing it posed a pollution risk in the surrounding coastal wetland environment, newly disclosed internal company communications reveal. The emails and memos, reviewed by Mongabay, show senior leadership knew of the poor conditions of the 97-kilometer (60-mile) Nembe Creek Trunk Line as early as 2008. Despite concerns it was operating outside technical integrity standards and proposals to shut it down, a top executive decided to keep pumping oil through the line. Carrying 150,000 barrels of oil per day to the export terminal at Bonny Island Rivers state, the Nembe Creek Trunk Line is a critical oil artery in Nigeria. Throughout the years, theft from the pipeline using illegal connections caused spills into the vast mangrove ecosystem of true (Rhizophora sp.) and flowering black (Avicennia sp.) tree species. An internal 2013 Shell document coded such tampered lines as “red,” requiring either their immediate shutdown or immediate action to remove all illegal connections. Locals from the nearby riverine Bille community said the oil spills killed about 2,000 hectares (4,900 acres) of mangrove swamps around the village while impacting an area of 13,200 hectares (32,600 acres). The contaminated waterways and degraded ecosystem, they told Mongabay, killed fish and other aquatic life. Satellite imagery surrounding the village shows massive degradation of the mangroves. “The aquatic life is gone. Our people can no longer go to the river and catch reasonable fish — they can’t even find the fish in the…This article was originally published on Mongabay
It is somewhat complex. I want to admit from the outset that, this point is not simplistic. “When does the Christian not submit to the state? Or is the Christian to universally, categorically in every instance submit to the state, such that to rebel against the state is in every case to sin against God?”... Continue Reading
Rebuildingl’avrebbero potuto girare negli anni Settanta. Là dove il mito della frontiera americana diventava fragile, incerto, da ricostruire. Nel film di Max Walker-Silverman non ci sono però pistoleri e assalti alle diligenze, ma l’epica claudicante e semplice di un cowboy e di un manipolo di losers (due donne, una coppia di anziani, una giovane vedova con figlia, un idraulico di mezza età con cani) che ai nostri giorni hanno perso casa, oggetti quotidiani, speranza dopo che un mostruoso incendio ha divorato un ampio bosco del Colorado.
Dusty (Josh O’Connor, ventre concavo, mano in tasca, camicioni, jeans e stivali) è un taciturno mandriano, separato da tempo dalla moglie, a cui rimangono un’ottantina di capi di bestiame e un cavallo parcheggiato nella stalla di un amico. Relegato in una roulotte precaria con altri sfollati come lui su un terreno affittato a termine dalla contea, Josh le prova sommessamente tutte: rivende a un prezzo basso le bestie, chiede un prestito impossibile alla banca, prova un lavoro offerto dallo Stato come operaio di lavori stradali. Intanto è nel rapporto che ricuce con la figlioletta, che si rifugia spesso nella sua roulotte, a ritrovare un filo conduttore per un futuro possibile.
Alimentato da una vena di nostalgica dimensione della sconfitta sociale, di una inesorabile resa dell’uomo verso la natura, Rebuildingè un cinema di spazi svuotati da edifici, strutture urbane, persone, a favore di un’essenzialità di messa in scena quasi ascetica (la trovata della biblioteca con la rete Wi-Fi), tra macerie, polvere, sabbia e in lunghissima profondità di campo la cartolina graffiata di imponenti montagne dalle cime innevate.
Walker-Silverman (anche allo script) costruisce una sorta di filosofia profonda del valore della memoria, tra chincaglierie da conservare, fotografie ed etichette su cui si stampano radici e ricordi. Così il gruppuscolo che si perde nella desolazione del vento e della terra arida prova a essere nuovamente comunità: itinerante, dimessa, comunque libertaria. Ad impreziosire questo racconto di pochi dialoghi, molti tramonti e cieli notturni, c’è una colonna sonora folk-western di Jake Xerxes Fussell e James Elkington che sembra uscita dai più struggenti spartiti di Clint (e Kyle) Eastwood.
Infine Walker-Silverman non sarà, appunto, Eastwood, ma fa un’inquadratura, anzi un paio, almeno così le abbiamo lette noi, in cui viene giù il teatro: il sottofinale con quel gesto di riverenza che compie Josh verso i propri compagni di sventura, togliendosi il cappello e tenendoselo davanti al petto, che deve aver visto in mille western del passato, e quell’inquadratura di spalle dei due protagonisti davanti a una porta aperta verso l’ignoto e incontaminato spazio della frontiera che deve aver visto in Sentieri selvaggidi John Ford.
Lo storico fumettista di Topolino bastona con ironia le proteste dei troll sui social e il direttore della celebre rivista lo licenzia. Sta facendo parecchio discutere il licenziamento (non un “addio” come scritto su diverse testate giornalistiche ndr) di Roberto Gagnor, storico collaboratore dell’intramontabile mondo Disney oggi gestito nella versione italiana da Panini Comics. La vicenda è nata e si è sviluppata repentinamente sui social nell’aprile scorso dove diversi lettori hanno criticato le nuove storie di Paperinik create da Gagnor. A quel punto il 48enne disegnatore ha risposto alle critiche con post anche paradossali, ma chiari nel loro intento di difesa. Uno in particolare è finito nell’occhio del ciclone, ovvero quello in cui Gagnor, sul profilo Facebook di un collega scrive, rivolto ai critici: “E comunque io non ho cancellato niente. Voi, invece, restate irrilevanti e gente che deve crescere”.
A questo punto inizia un’ulteriore bombardamento su Gagnor nello specifico sul forum online di Papersera – spazio dove i lettori commentano i fumetti disneyani – dove diversi utenti, alcuni anche anonimi, hanno minacciato di cancellare i propri abbonamenti di fronte agli “insulti” di Gagnor sui social. Ultimo capitolo di cronaca: ad inizio maggio Gagnor viene contattato telefonicamente da un redattore dell’azienda e gli viene comunicato che a causa dei suoi commenti sui social le sue collaborazioni finiranno dopo le due storie già pronte e che usciranno (l’ultima, pare, nell’autunno prossimo); poi il 3 giugno su Fumettologica è il direttore di Topolino, Alex Bertani, a spiegare in una lettera l’allontanamento di Gagnor: “Ho chiesto ai miei collaboratori di limitarsi a chiarimenti e spiegazioni, senza entrare nel clima di perenne zuffa tipico di alcuni social media (…) ma purtroppo non è la prima volta che si è reso necessario ricordare che esistono limiti imposti dal proprio ruolo”. Bertani continua: “Posso passare sopra ad altro ma su una cosa non transigo: i lettori vanno rispettati. A prescindere. Perché per fortuna viviamo in un paese libero. Dove se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente”.
Infine chiosa: “Tutti coloro che lavorano per Topolino, quando si esprimono pubblicamente, vengono inevitabilmente percepiti come rappresentanti di un gruppo, di una redazione e di una sensibilità condivisa e non voglio in nessun modo che determinati modi o atteggiamenti possano essere associati, neppure indirettamente, a una realtà che da sempre promuove dialogo, rispetto e inclusività”. Solo che Gagnor non è di certo un ragazzino di primo pelo che ha preso in mano ieri carta, penna e tastiera: 23 gli anni di servizio e più di 300 storie scritte per Topolino. Insomma, un veterano. Che, infatti, sui suoi canali social risponde. “Una decisione (quella di Bertani ndr) nata dalla sua scelta di privilegiare le opinioni online di alcuni “fan”, che sul forum di un’associazione hanno chiesto la mia rimozione, dopo che io, nel mio pieno diritto di utente social, ho prima ironizzato sulle loro ossessioni (…) ho poi chiarito il mio giudizio su di loro in maniera sicuramente tranchant, ma legittima, almeno quanto le loro esternazioni. Il Direttore, però, ha scelto di ascoltare loro”.
Gagnor si pone quindi un interrogativo sulla libertà creativa dei suoi colleghi e di un intero settore: “Ma è a questo che siamo arrivati? Ascoltare i troll? Incoraggiarli? So bene che queste persone, oggi, festeggeranno. Soprattutto, si sentiranno motivate a farlo di nuovo, magari con altri autori. Questi autori, da oggi, sapranno che, quando i troll passeranno il limite, non saranno difesi da nessuno. Quando tenteranno nuove strade creative, i troll potranno attaccarli senza problemi. E se reagiranno, nessuno li aiuterà”. Bertani chiosa ricordando che, oltretutto, seppur lavorando per la stessa testata da 23 anni rimane un “freelance in un business altamente precario” quindi “questo è ancora più grave”.
Su Il Post, infine, viene segnalato che “Gagnor non è il primo autore di Topolino che ha interrotto le collaborazioni in seguito all’arrivo di Bertani: era già successo ad altri sceneggiatori di lunga data, tra cui Sergio Cabella e Massimiliano Valentini”; perché spiegano dal sito web diretto da Francesco Costa, “è dal 2018, quando ha iniziato a dirigere Topolino, Bertani ha apportato diversi cambiamenti alla linea editoriale” dando “spazio a una nuova generazione di sceneggiatori che in qualche caso ha cambiato la caratterizzazione di personaggi molto noti (…) Bertani tende anche a intervenire personalmente nel processo creativo, con una certa intransigenza. Legge ogni sceneggiatura prima della pubblicazione e, quando il risultato non lo soddisfa, fa di testa sua: “Riscrivo pagine e pagine di dialoghi”, disse lui stesso in un’intervista di qualche anno fa”.
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