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L’Ucraina ha battuto la Russia (a scacchi): la potentissima federazione di Mosca fuori dalle competizioni internazionali per 3 anni

Per tre anni fuori dai giochi ci rimarrà lei, la potenza assoluta dei sessantaquattro quadrati bianchi e neri, nell’era della Guerra Fredda e oltre: la Russia. L’Ucraina ha battuto la Federazione russa: intanto, a scacchi. La Fide ha annunciato la sospensione di Mosca – e dei suoi innumerevoli giocatori e campioni – dopo che il Tribunale dello Sport ha stabilito che la sovranità gialloblu è stata violata: l’organizzazione scacchistica russa ha organizzato competizioni in Crimea e nei territori dove scorre ancora sangue e fuoco. Losanna ha deciso: niente mosse del cavallo e arrocchi per i russi che non si potranno più sedere ai tavoli da gioco e non potranno più rappresentare il loro Paese nelle competizioni internazionali. Per i prossimi tre anni potranno decidere di gareggiare solo sotto bandiera neutrale, senza tricolore ufficiale.

La disputa è cominciata nel 2023, quando Kiev ha presentato un reclamo formale contro l’organizzazione gemella russa per aver violato i regolamenti Fide, organizzando tornei in terre oggi di trincea. Sospesa per due anni con una multa di 50mila dollari da pagare, Mosca non ha rispettato nemmeno l’ordinanza emessa a marzo scorso dalla corte arbitrale dello sport che che imponeva la cessazione di tutte le competizioni entro novanta giorni per chiudere battenti delle competizioni da Donetzk a Sebastopoli, da Kherson a Zaporizhzhia.

La decisione Fide “va oltre il mondo degli scacchi: invia un segnale a tutte le organizzazioni sportive internazionali sul fatto che la legittimazione dell’occupazione attraverso lo sport è inaccettabile” ha dichiarato Oleksandr Kamyshin, consigliere del presidente ucraino Zelensky. Per l’Fsu (Federazione scacchistica Ucraina) si tratta di “una vittoria storica”, l’esito di una lunga battaglia combattuta a lungo nelle aule delle corti internazionali. Mosca non promette passi indietro e non intende arrendersi: “I nostri legali la stanno esaminando, ci riserviamo il diritto di contestare la decisione del Consiglio se riterremo che vi siano motivi per farlo”. Non è stata una “sorpresa”, comunque, per Andrey Filatov, presidente della Federazione scacchistica russa: a una partita di questo tipo erano preparati.

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Meloni riscopre il nemico Bruxelles: strali contro burocrati, migranti e Green Deal per accendere la campagna sovranista (e frenare Vannacci)

Nel pieno della campagna elettorale, Giorgia Meloni mette di nuovo l’Unione europea nel mirino. Nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, la premier sembra tornare a vestire gli abiti del capo dell’opposizione, che in rari casi per la verità aveva dismesso, e rispolvera l’armamentario retorico della destra – le elezioni politiche sono dietro l’angolo – in cui Bruxelles è piena di “burocrati” scollegati dalla realtà e di “strumenti di pressione indebita” sull’attività dei governi, ma diventa anche la “gonna di mammà” dietro la quale nascondersi quando bisogna prendere decisioni delicate come quelle sulle sanzioni a Israele.

I prezzi dell’energia, tornati centrali per la guerra scatenata all’Iran da Washington e Tel Aviv, sono il primo tema scelto dalla leader di FdI per scaldare gli elettori. Parlando della richiesta avanzata per la revisione dei benchmark ETS, Meloni spiega che ogni leader “quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Per questo le decisioni che noi prendiamo (…) non possono essere rimesse in discussione, o ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno e che forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà“. Non è che l’eco di quella “Europa dei burocrati” contro cui la premier aveva sibilato a denti stretti due settimane fa all’assemblea di Coldiretti e della quale l’alleato Matteo Salvini ha fatto uno dei suoi due principali strumenti retorici insieme alla lotta all’immigrazione.

Altro argomento che, con le elezioni alle porte e Roberto Vannacci in agguato, non poteva mancare. L’Europa, sottolinea Meloni, è quella che faceva sì che “l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi favorevole a ricevere più immigrati illegali“. A cosa si riferisce la premier? Negli anni in cui dalla rotta del Mediterraneo centrale i flussi migratori erano ingenti, “il governo Renzi ha barattato flessibilità con accoglienza”, ricorda Meloni rinfacciando al centrosinistra che “tra il 2014 e il 2016 sono sbarcati in Italia più di mezzo milione di immigrati”. Oggi, invece, “c’è un governo che riesce a ottenere flessibilità e una riduzione dell’80% degli immigrati illegali”. Dimentica, il capo del governo, che gli arrivi dalla Libia sono calati ai minimi storici solo grazie al controverso Memorandum firmato con Tripoli dal governo Gentiloni (Pd) nel febbraio 2017, del quale tutti i governi successivi hanno beneficiato.

Meloni scende sul campo tecnico quando parla del sistema con cui l’Ue collega il rispetto dello Stato di diritto con l’accesso ai fondi comunitari. “Deve far riflettere che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite, diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo“. Il riferimento è alla Polonia, alla quale Bruxelles aveva congelato miliardi di euro legati al Pnrr e aperto un duro contenzioso sulle riforme della giustizia realizzate dai governi del PiS, partito alleato di FdI a Strasburgo. Con l’arrivo al potere dell’europeista Donald Tusk, la Commissione ha sbloccato una parte delle risorse e ridotto il livello dello scontro con Varsavia. Meloni non la nomina, ma tra le righe affiora anche l’Ungheria di Viktor Orbán (oggi sostituto dal moderato Peter Magyar), paese che più di ogni altro è stato soggetto all’applicazione della condizionalità dello Stato di diritto, diventando il simbolo dello scontro tra le istituzioni Ue e i governi sovranisti dell’Europa dell’est.

In un discorso elettorale che si rispetti non poteva mancare un cenno al rischio che Bruxelles si doti di “strumenti di pressione indebita” nei confronti dei governi nazionali sul tema della transizione ecologica. Nel mirino c’è il principio del “Do no significant harm“, secondo cui gli investimenti finanziati con risorse Ue non devono arrecare danni agli obiettivi ambientali. Secondo la premier, mentre Stati Uniti e Cina spendono miliardi per sostenere le proprie imprese, l’Ue rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla competitività delle sue economie. Una lettura che Meloni usa per rivolgersi all’elettorato più euroscettico e conservatore e togliere argomenti a chi da destra – quel Vannacci, che a Strasburgo ha costruito parte della sua immagine tra difesa dell’industria nazionale, critica alle élite europee, opposizione alle norme penalizzanti per agricoltori, automobilisti e imprese – vorrebbe insidiarla su quel fronte.

Un altro caveat per Bruxelles Meloni lo mette sul quadro finanziario pluriennale di cui si discuterà in Consiglio: “Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori”. E allora “siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma non a spese della Pac, della Pesca e della Coesione”, specifica la premier, attingendo a piene mani al ricco e sempre efficace repertorio del populismo: “Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%”.

A fornire spunti sono anche le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. “Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza” perché “allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Un affondo che sembra rivolto soprattutto al cosiddetto “E3” di Francia, Germania e Regno Unito. Ora, secondo Meloni “il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato” ma è un fatto che nell’E3 l’Italia non è compresa e non è un caso che l’esclusione non piaccia alla leader sovranista. Che dimentica di dire che il suo governo è impegnata sul dossier ucraino nella “coalizione dei Volenterosi“, altro formato variabile che negli ultimi mesi sembra aver perso capacità di incidere.

L’Ue, invece, torna utile quando si tratta di prendere decisioni scomode. Da un lato la premier chiude la porta alla sospensione dell’Accordo di associazione tra Ue e Israele accusato delle stragi di Gaza, dall’altra “l’Italia intende sostenere misure mirate contro i coloni violenti”, e “il ministro Ben-Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare“. Ma se la volontà fosse quella di colpire subito i coloni che assaltano i palestinesi in Cisgiordania e il ministro che ha messo alla gogna gli attivisti della Global Flotilla Sumud, Roma potrebbe adottare fin da subito misure nazionali, come hanno già fatto altri governi europei. Ma in campagna elettorale permanente l’equilibrismo paga più della coerenza.

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Il puzzle a Kyiv si risolve con l’inviato Ue, non con i minivertici. Meloni in aula

Serve più europeismo sull’Ucraina, traguardo che si può raggiungere con un volto Ue dedito al negoziato e non con piccole riunioni che non decidono nulla. Parte da questa considerazione valoriale Giorgia Meloni nel suo intervento in Aula, in vista del Consiglio europeo.

Lo scatto che deve fare l’Ue

Lungo e articolato il nerbo delle comunicazioni con cui la presidente del Consiglio dice essenzialmente due cose: serve una svolta europea su Kyiv (anche nelle teste di chi convoca vertici ristretti) e l’Italia non è parte del conflitto iraniano e non intende diventarlo.

Sul primo punto la traccia è chiara: il periodo in cui viviamo è caratterizzato da “trasformazioni profonde e sfide complesse”, come la guerra in Ucraina che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale. L’Italia, spiega Meloni, resta coerente: sia nella solidarietà all’Ucraina che nel sostegno alla sua difesa oltre che a mantenere la pressione su Mosca. Ma Meloni aggiunge un elemento di prospettiva: dal momento che la fermezza da sola non basta più, occorre una visione di lungo periodo. Ovvero gettare le basi per le condizioni della pace, “lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”.

Il modus operandi: l’unità

E come si raggiunge tale ambizioso risultato? Tramite “l’unità euro-atlantica e il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile, ma necessaria”. Dunque, sottolinea con veemenza, è l’Europa a doverle negoziare, senza subire i diktat altrui: cosa che non è immaginabile senza una figura che “possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale, perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza”.

E aggiunge un passaggio nevralgico: “Il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Per questo motivo “sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.

Da qui, poi, (e solo da questa premessa) si potrà partire per inseguire l’altro grande obiettivo: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma senza sorpassare paesi come Moldova e Balcani occidentali che sono in attesa ormai da anni e che hanno risposto positivamente ai capitoli di riforme stimolati da Bruxelles.

Iran e no war

Il secondo punto che verrà trattato nel prossimo Consiglio europeo è la crisi in Medio Oriente, “che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale”. Preoccupazioni che abbracciano secondo il presidente del consiglio gli equilibri internazionali, la libertà di navigazione, i mercati energetici, le catene di approvvigionamento, le economie europee, compresa quella italiana. La linea di Palazzo Chigi, ribadisce, non cambia: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. “Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico”.

Infine un passaggio sulla difesa. Secondo Meloni si discute di percentuali, ma il tema della sicurezza è senza dubbio più ampio. “Il tema della sicurezza non è solo difesa, non sono solo armi, anche per quello che riguarda la difesa noi dobbiamo fare i conti con il fatto che quello che vediamo accadere attorno a noi ci racconta un modello che sta cambiando”.

Le opposizioni divise

Ma mentre il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria siglata da tutti i partiti (FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), il campo largo è diviso. Secondo il Pd  “la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea”, si legge nelle premesse. Per cui  impegna il governo ad “adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e promuovere l’apertura dei capitoli negoziali”. Fa alcuni distinguo il Movimento 5 Stelle che non accetta l’idea dell’Ucraina in Ue.

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Picierno, Madia, Gualmini, Quartapelle e Malpezzi il 25 giugno insieme a Milano

Qualcuno ci prova. A discutere, a capirsi, a tentare l’impresa che pare impossibile di intrecciare i fili di un discorso comune. Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini, le tre esponenti uscite di recente dal Pd, terranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi, della minoranza riformista del Pd, un’iniziativa insieme il 25 giugno a Milano.

Titolo evocativo: «C’è ancora domani – Quattro strade per combattere populismo e estremismo». Una “four way street” riformista per iniziare un discorso nuovo. Linkiesta aveva sollecitato un incontro di questo tipo per provare a ragionare insieme sulle prospettive dell’area riformista, e dunque che la cosa si faccia è una buona notizia.

È interessante perché le tre hanno scelto strade diverse: Gualmini con Azione, Madia indipendente in Italia viva, mentre Picierno ha fondato l’associazione Spazio Pubblico fuori dallo schema bipopulista nel tentativo di dar forza a un serio progetto europeista e riformista di governo. Spiega Quartapelle che «Marianna, Elisabetta, Pina hanno deciso di lasciare il Pd, Simona e io pensiamo che serva continuare a rappresentare posizioni riformatrici all’interno. Tutte, però, riteniamo che sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste. Per questo non vogliamo lasciar cadere il filo del dialogo e ci ritroviamo per discutere di proposte e programma per battere la destra nel 2027».

Un dialogo che ha un immediato riscontro politico sulla battaglia per la libertà dell’Ucraina, vero snodo politico e valoriale e anzi sempre più lo spartiacque tra l’europeismo liberale e il populismo dell’ambiguità. Interpretando questa seconda linea ieri Goffredo Bettini ha detto al Corriere della Sera che oggi «l’Ucraina non corrisponde ai criteri fondamentali per entrare nell’Ue», per cui «ci vorranno anni» e che pertanto «sventolare oggi questa bandiera per motivi propagandistici non aiuta».

Peccato che nella mozione che oggi il Pd presenterà in Parlamento ci sia scritto esattamente il contrario, come ha notato proprio Quartapelle: «Il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata».

D’altronde verte proprio sull’Ucraina, e sulla connessa partita sul riarmo, il dissenso che e diventato rottura da parte di Picierno. Un dissenso che è lo stesso dei riformisti che restano nel Pd. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto – ha affermato Filippo Sensi – e un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Al di là delle geometrie partitiche e delle convenienze del momento, è proprio qui che potrebbe nascere un terreno comune. Se esiste una possibilità di ricomporre il campo riformista, essa passa attraverso una opzione di valori prima ancora che di alleanze. E l’Ucraina, oggi, è il luogo politico in cui questa scelta viene messa alla prova. Forse si comincia a fare sul serio.

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Il nuovo, il vecchio e l’immutabile nella guerra di Putin contro l’Ucraina

Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping tenutosi a maggio a Pechino, il presidente cinese avrebbe detto al suo omologo statunitense che Vladimir Putin «potrebbe finire per pentirsi» dell’invasione dell’Ucraina. Questa rivelazione è al tempo stesso incoraggiante e sconfortante. Il sostegno della Cina alla Russia è stato un fattore decisivo nel mantenere la guerra in corso e un cambiamento di atteggiamento a Pechino, se davvero dovesse concretizzarsi, avrebbe implicazioni profonde. L’aspetto più inquietante è che questa non è mai stata una posizione esplicita dell’Europa, dove quel «potrebbe» avrebbe dovuto essere sostituito da un «sarà» e tradotto in azione già nel 2022, se non nel 2014, quando la Russia ha invaso per la prima volta l’Ucraina.

Ogni osservatore informato e onesto della guerra sa che la responsabilità del conflitto è esclusivamente di Mosca. Non della sovranità ucraina. Non di presunte provocazioni immaginarie. E certamente non della cosiddetta «espansione della Nato». Questa espressione tossica è stata inventata al Cremlino e attribuisce falsamente l’iniziativa a un’alleanza difensiva, storicamente riluttante ad accettare nuovi membri, invece che agli Stati sovrani che vi hanno aderito perché, sulla base della loro storia, conoscevano bene la minaccia russa. È stato l’ethos imperiale russo a scegliere la guerra – torneremo su questo punto – e Putin si è trovato al comando nel momento in cui essa è stata intrapresa.

Per l’Ucraina questa guerra non è mai stata una scelta. La Russia vuole controllarla e, se il suo popolo resiste, è disposta a ucciderlo – mentre gli ucraini non vogliono essere uccisi. Difendere le proprie case, le proprie famiglie e il proprio diritto a esistere è l’unica opzione rimasta. L’Ucraina ha accettato un cessate il fuoco incondizionato nel marzo 2025. La Russia continua invece a scegliere la guerra. È grottesco e sconcertante che persone in posizioni di responsabilità rifiutino ancora di riconoscere questa realtà elementare.

Per il resto d’Europa, a ovest dell’Ucraina, la guerra è stata qualcosa di diverso: un lungo esercizio di rinuncia, un rifiuto di ricordare che l’aggressione impunita è il modo in cui le guerre locali si trasformano in conflitti che possono travolgere l’intero continente. La «vecchia Europa» (gli Stati dell’Europa occidentale) oggi si lamenta dell’abbandono da parte di Washington, dimenticando comodamente quante volte abbia abbandonato Georgia, Moldavia e Ucraina. Per capire cosa serva davvero a porre fine alla guerra della Russia, occorre distinguere ciò che è nuovo da ciò che è vecchio e, entrambi, da ciò che è immutabile fin dall’inizio.

Il nuovo
Avendo sviluppato capacità autonome e tattiche di combattimento che pochi all’interno della Nato comprendono, per non dire eguagliano, Kyjiv è diventata un fornitore di sicurezza per l’Europa. I droni ucraini colpiscono oggi raffinerie vicino a Mosca, impianti di produzione di esplosivi in profondità nella Siberia e numerosi altri obiettivi lungo la linea del fronte.

Nel 2022 l’allora ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner si sarebbe opposto alla fornitura di armi perché riteneva che Kyjiv sarebbe caduta nel giro di poche ore. Le previsioni di una rapida sconfitta dell’Ucraina hanno poi lasciato spazio alle narrazioni su una vittoria russa inevitabile e successivamente alle riflessioni su una guerra di logoramento che, si diceva, favorisse Mosca. Gli ucraini hanno smentito tutte queste previsioni.

Nel 2026 la Russia sta subendo perdite territoriali limitate ma costanti e, per usare le parole del presidente finlandese, «l’inerzia si è invertita».

In Europa stanno accadendo cambiamenti, anche se a un ritmo che non soddisfa nessuno. I bilanci per la difesa crescono. Orbán è uscito di scena, insieme al suo potere di veto. Gli asset russi congelati si stanno avvicinando lentamente a un possibile utilizzo per lo scopo più coerente dal punto di vista morale e della sicurezza. Merz ha proposto l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione Europea come «membro associato». Il risveglio è reale, ma troppo lento e continuamente minato da una tendenza all’autolimitazione.

E poi c’è il contesto globale. Le guerre in Medio Oriente, il vertice Trump-Xi e la profonda trasformazione delle relazioni transatlantiche sottraggono ossigeno a ogni spazio in cui l’Ucraina dovrebbe essere al centro dell’agenda. In un sistema internazionale complesso, ciascuno di questi sviluppi può cambiare in modo drastico i calcoli di Mosca, in senso favorevole o sfavorevole.

Il vecchio
Il rifiuto dell’Ucraina di arrendersi è una realtà nota da tempo, ma resta il fatto più importante della guerra. Il cosiddetto «processo di pace» degli ultimi quattordici mesi può essere descritto come un teatro dell’assurdo. La Russia usa i negoziati per consolidare i propri guadagni e umiliare chiunque sia ingenuo al punto da credere alle nuove promesse del Cremlino (cioè alle sue menzogne).

Anche le sanzioni appartengono al «vecchio». Stanno producendo effetti e, allo stesso tempo, sono piene di falle: entrambe le cose sono vere. L’economia russa è sotto pressione crescente, ma Mosca continua ad attenuare l’impatto grazie al sostegno cinese e beneficia di maggiori entrate dal petrolio, anche per via della chiusura dello stretto di Hormuz.

L’Europa continua a tollerare la flotta ombra russa, che rifornisce senza vergogna le casse di guerra del Cremlino. Ogni anno si ripetono gli stessi dibattiti e le stesse misure parziali. Georgia nel 2008, Crimea nel 2014, invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022: l’Europa oscilla, mentre l’appetito della Russia per la guerra cresce.

L’immutabile
Sotto le nuove dinamiche del campo di battaglia, le motivazioni profonde di Mosca non sono cambiate affatto. La Russia non è uno Stato che invade raramente e con riluttanza i propri vicini: è un sistema in cui la conquista brutale rappresenta il modo normale di agire. Zar, commissari e «democratici» come El’cin e Putin sono stati, allo stesso tempo, strumenti e motori di una tradizione bellica che li precede di secoli. La Federazione Russa rimane il più grande colonizzatore senza pentimento del mondo.

Ciò che rende invisibile questo impero predatorio a uno sguardo occidentale distratto è la cosiddetta «fallacia dell’acqua salata»: l’idea secondo cui le colonie debbano essere separate dalla madrepatria da grandi oceani. La Russia dimostra il contrario. La sua peculiarità pericolosa è la condizione di colonizzatore e colonizzato insieme: un sistema politico che cerca costantemente di sottomettere altri all’estero per giustificare e mantenere la sottomissione interna.

Il popolo russo è spesso rappresentato come vittima passiva della propaganda statale, inconsapevole degli orrori del proprio governo. Ma la realtà, come ha mostrato Jade McGlynn nel suo libro “Russia’s War”, è più inquietante: «La guerra della Russia contro l’Ucraina è sostenuta da ampi settori della popolazione russa ed è accettata da una quota ancora più ampia». E aggiunge: Putin non impone le proprie idee di politica estera ai russi; dà voce a ciò che molti già credono.

Tra le cose immutabili vi è anche una lezione della storia europea: l’appeasement incoraggia l’aggressione. Le poste in gioco per la vecchia Europa non potrebbero essere più alte, mentre le risorse a sua disposizione superano di gran lunga quelle del Cremlino. Eppure, la volontà e la lucidità per agire restano pericolosamente insufficienti.

Dare per scontato il coraggio dell’Ucraina è stato naturale per i vicini occidentali del Paese più coraggioso d’Europa. Riscoprire l’azione politica, affrontare la realtà e agire con determinazione lo è molto meno.

Il 14 maggio ventiquattro civili innocenti sono stati uccisi deliberatamente in un attacco contro un edificio residenziale a Kyjiv. Pochi giorni dopo, Angela Merkel ha ricevuto una delle più alte onorificenze europee. L’espressione «fuori luogo» è insufficiente a descrivere la situazione. L’esperto energetico ucraino Mykhailo Gonchar ha posto la domanda giusta nel marzo 2022: l’ipocrisia del Nord Stream sotto Merkel ha scatenato la guerra della Russia? I fatti lasciano pochi dubbi. L’interdipendenza economica non ha frenato il revanscismo imperiale di Mosca. L’Ostpolitik e la promessa di «cambiamento attraverso il commercio» lo hanno rafforzato.

La strada da seguire è difficile ma chiara: la vecchia Europa deve assumersi la responsabilità del futuro del continente, come ha fatto l’Ucraina, smettere di segnalare paura e fornire a Kyjiv tutto ciò di cui ha bisogno per respingere gli invasori.

Articolo precedentemente pubblicato da Länder-Analysen

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Ventunesimo pacchetto di sanzioni UE: l’Europa che chiude le porte ai russi e perde il controllo di Belfast

Ventunesimo pacchetto sanzioni UE contro la Russia: divieto d'ingresso ai veterani, costi economici asimmetrici e il paradosso di Belfast. Analisi geopolitica.
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Ucraina, Zelensky: “Un nostro missile Flamingo contro un impianto russo a 1.000 km dal confine”

Zelensky alza il livello dello scontro: missili ucraini contro un impianto militare russo

L’Ucraina ha attaccato nella notte una struttura militare russa situata a diverse centinaia di chilometri a est di Mosca. Lo ha riferito il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sottolineando un utilizzo insolito di uno dei sistemi d’arma più avanzati a disposizione di Kiev. “Ieri sera i missili ucraini FP-5 Flamingo hanno colpito un impianto militare a Cheboksary che fornisce all’esercito occupante componenti per droni e missili”, ha dichiarato Zelensky. Cheboksary è la città principale della regione centrale russa della Ciuvascia, a 1.000 chilometri dal confine ucraino.

Il governatore della regione russa, Oleg Nikolayev, ha confermato che il centro abitato è stato raggiunto dall’attacco. “Questa mattina presto, Cheboksary è stata colpita da un attacco missilistico. Stiamo lavorando per determinare il numero delle vittime e l’entità dei danni alle infrastrutture”, ha scritto Nikolayev su Telegram. Secondo lo Stato Maggiore ucraino, Kiev avrebbe inoltre preso di mira una raffineria nella regione russa di Samara e una petroliera russa nel Mar Nero.

Dal canto suo, il ministero della Difesa di Mosca ha reso noto che durante la notte le forze ucraine hanno lanciato 326 droni contro 19 regioni della Federazione Russa, inclusa l’area di Mosca, la Crimea occupata e il Mar Nero, precisando che tutti i droni sarebbero stati abbattuti.

Nella regione di Samara, tuttavia, tre persone sono rimaste ferite e alcune “strutture industriali” hanno riportato danni, secondo quanto dichiarato dal governatore Vyacheslav Fedorishchev e riportato dall’agenzia Tass. 

In Crimea, invece, un “attacco mirato” condotto da un drone ucraino ha colpito a Sebastopoli il museo “Difesa del 1854-1855”, dedicato alla Guerra di Crimea, che sarebbe stato quasi completamente devastato da un incendio, secondo il sindaco Mikhail Razvozhaev.

L’attacco non avrebbe provocato vittime né feriti. L’edificio che ospitava il museo fu realizzato agli inizi del Novecento da Franz Roubaud. “È chiaro che il grande capolavoro di Franc Roubaud è stato virtualmente distrutto – ha affermato Razvozhaev -. Questi barbari e mostri hanno preso di mira deliberatamente quello che abbiamo di caro, cercando di distruggere la nostra stessa essenza. Solo dei completi degenerati potrebbero fare una cosa simile, prendere di mira deliberatamente un museo”.

La Russia intraprenderà “misure efficaci e decise” dopo l’ultimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea. Lo ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, durante un briefing. “La Russia condanna con fermezza qualsiasi misura coercitiva unilaterale illegittima. Sempre più Paesi condividono e sostengono questo approccio“, ha dichiarato la diplomatica, citata da Tass. 

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La mano della Lega nella mozione della maggioranza: scompare la difesa dell’integrità territoriale ucraina

Nessun riferimento alla difesa dell’integrità territoriale ucraina. Ormai è superata dai fatti. E se l’Ucraina procederà con l’ingresso nell’Unione Europea il Parlamento dovrà essere informato sulle sue conseguenze economiche. È quanto ha richiesto la Lega nella risoluzione di maggioranza che sarà votata domani dopo in aula alla Camera e al Senato dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del consiglio Europeo della prossima settimana.

Sull’Ucraina il passaggio più delicato della risoluzione. Il testo prevede che si debbano coinvolgere gli Stati Uniti, la NATO e il G7 per arrivare alla pace in Ucraina superando quindi il modello E3 (Germania, Francia, Regno Unito) che vede esclusa l’Italia e chiedendo quindi l’intervento del presidente americano Donald Trump. Nel testo della risoluzione rimarrà il riferimento alla “pace giusta e duratura” ma, su richiesta della Lega, è stato tolto il riferimento alla “integrità territoriale di Kiev”. Il partito di Salvini, infatti, ritiene che ormai questa condizione sia superata dai fatti e se si arrivasse a congelare il fronte o a cedere il Donbass alla Russia comunque non sarebbe rispettato il principio dell’integrità territoriale di Kiev.

Il Carroccio inoltre ha chiesto di modificare anche un’altra parte della risoluzione che riguarda Kiev: quella dell’ingresso dell’Unione Europea. Se già il testo originale manteneva cautela perché il processo si dovrebbe basare “sul merito individuale e sulla parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati e che rimane una priorità geopolitica e strategica complessiva per l’Italia”, la Lega ha chiesto che il Parlamento venga informato sugli effetti economici dell’ingresso di Kiev nell’Unione Europea e sugli aiuti finanziari nazionali per Bruxelles. La Lega ha più volte detto di “no” all’entrata dell’Ucraina nell’Unione.

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Pd-M5S, uniti sulla legge elettorale ma in ordine sparso su Kiev

“Dobbiamo fare muro contro questa legge elettorale“. Elly Schlein l’ha ribadito durante la riunione dei gruppi Pd di Camera e Senato questa mattina. Un passaggio che è servito anche a raccontare come sono andati i colloqui avuti ieri con gli altri leader progressisti: Pd, M5S e AvS procederanno insieme. Gli uffici stanno lavorando a una serie di emendamenti soppressivi comuni. Poi ce ne saranno alcuni – sempre comuni – per introdurre parità di genere, voto ai fuorisede e per inserire il Trentino Alto Adige nel computo del premio di maggioranza. Su come garantire la rappresentatività – e questa è una novità che era emersa già ieri sera, ma che nella riunione dem è stata spiegata esplicitamente – ciascun partito sta lavorando a un proprio emendamento. I Cinque Stelle su un proporzionale con preferenze, temperato da qualche aggiustamento (ad esempio sulle soglie di sbarramento) che incentivi ad andare in coalizione; il Pd è orientato a presentare a sua volta un emendamento che preveda i collegi uninominali, sul modello del Mattarellum. Proposte di bandiera, che non intaccheranno la strategia unitaria di non sedersi al tavolo con il centrodestra (tanto è vero che le proposte di modifica – il cui termine scade domani – saranno un migliaio).

In ordine sparso andranno invece i progressisti sulla politica estera. Domani Giorgia Meloni farà le sue comunicazioni in Parlamento sul Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. E ogni partito presenterà un proprio testo. Non a caso è Lorenzo Guerini a sottolineare che la riunione di mercoledì mattina per quel che riguarda la risoluzione dem “è andata molto bene”. La destra dem in blocco commenta: “Il lavoro fatto nel gruppo va nella direzione giusta, riaffermando il sostegno pieno all’Ucraina e sottolineando come l’ingresso dell’Ucraina nella Ue sia per il partito una priorità non differibile. Su questo è stato fatto un lavoro comune in questi giorni che ha portato a un risultato apprezzabile”. E poi lanciano la provocazione: “Vedremo in aula le risoluzioni degli altri gruppi politici di opposizione, con l’auspicio che si possa convergere su quelle inequivoche nel sostegno all’Ucraina e sulla necessità urgente di una difesa europea”. Un “auspicio” che non si realizzerà. Ma sta al capogruppo Pd in Senato, Francesco Boccia, non lasciare tutto lo spazio politico alla minoranza: “La nostra risoluzione è per il rilancio dell’Italia e dell’Europa”, con tanto di denuncia dell'”indebolimento” della presenza del governo sul piano internazionale. E poi: “Sull’Ucraina ribadiamo il pieno sostegno alla resistenza contro l’aggressione russa e alla prospettiva dell’adesione all’Unione europea, sostenendo al tempo stesso ogni iniziativa diplomatica volta a costruire una pace giusta e sicura”. Quello di domani è il primo voto sulla politica estera dopo la risoluzione congiunta di Pd, M5S e Avs sul patto di stabilità. Un testo che ha visto inedite convergenze sulle questioni internazionali, ma che a oggi non è ancora stato votato, per difficoltà interne soprattutto alla maggioranza.

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Russia e Ucraina, l’Ue accelera su sanzioni e allargamento. La sfida a Mosca

Allargamento sì, ma con un occhio ai tempi e ai modi delle richieste già avanzate in passato, nella consapevolezza che il lento e complesso processo deve gioco forza intrecciarsi con una risoluzione del conflitto tra Ucraina e Russia per generare gli effetti politici auspicati. L’Unione Europea gioca la carta della programmazione e mentre da un lato, per bocca della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia l’intenzione di aprire i negoziati con Ucraina e Moldavia, dall’altro mette nero su bianco la portata delle nuove sanzioni contro Mosca.

Come aprire il cluster negoziale

Gli ucraini “stanno realizzando una riforma dopo l’altra mentre le loro città sono sotto attacco”. Parte da questa premessa Von der Leyen per mettere un accento specifico sul macro tema dell’allargamento europeo a est: ovvero lo sforzo valoriale, sociale ed umano che il popolo di Kyiv sta compiendo e che rappresenta una coccarda da appuntare sul petto. Nonostante tutto questo, “mentre le loro città sono sotto attacco, mentre il cielo sopra di loro è pieno di fumo, mentre le sirene antiaeree risuonano in tutto il Paese” stanno compiendo progressi straordinari nelle loro riforme: quindi si sono meritati un premio da Bruxelles, che aprirà il primo cluster negoziale per l’adesione all’Unione europea di Ucraina. Per cui, è il ragionamento di Von der Leyen, se l’Ucraina ha fatto la sua parte, “è ormai giunto il momento che anche noi facciamo la nostra, e ora abbiamo l’opportunità storica di farlo”. Non solo Ucraina, della partita è anche la Moldavia, altro Paese molto strategico e fortemente a rischio per via della vicinanza russa.

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni

Cripto russe e prodotti ittici: si concentra su questi due filoni il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, annunciate oggi dalla presidente della Commissione europea. L’obiettivo della mossa di Bruxelles è “colpire infrastrutture critiche coinvolte nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo, come porti, aeroporti e raffinerie” e proporre “di limitare la vendita ai soggetti russi di navi cisterna destinate al trasporto di prodotti energetici, così come abbiamo già fatto per le petroliere”. Sono ricompresi anche il “divieto di transazioni ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società di criptovalute, piattaforme finanziarie e operatori del commercio petrolifero con sede in Paesi terzi”.

Ma chi sono i soggetti coinvolti? Si tratta di personaggi che hanno appoggiato entità e individui russi già sanzionati oppure che hanno contribuito ad aggirare le sanzioni restrittive già in essere, precisando che “per la prima volta introdurremo inoltre la possibilità di imporre un divieto totale ai fornitori di servizi legati alle cripto-attività operanti in Paesi terzi. Si tratterà di un forte deterrente nei confronti delle piattaforme che aiutano la Russia a eludere il regime sanzionatorio”.

Non solo cripto, anche i merluzzi sono al centro delle sanzioni europee: il riferimento è a restrizioni sostanziali alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale su altri, tra cui il merluzzo, ha aggiunto la presidente della Commissione, con l’intenzione di allineare le restrizioni commerciali imposte dalla Bielorussia in modo che non possa fungere da porta d’accesso per il commercio russo. “Proponiamo inoltre nuovi divieti di importazione su una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro, ad esempio su alcuni metalli o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”, ha concluso.

Una svolta verso i negoziati?

La novità si ritrova nella nazionalità dell’eventuale negoziatore: dopo i nomi di Schroeder e Abramovich fatti circolare negli ultimi giorni, secondo il quotidiano russo Vedomosti l’eventuale negoziatore dell’Unione europea nei colloqui con la Russia potrebbe essere francese o italiano. La fonte che ha ispirato la ricostruzione del foglio moscovita aggiunge che qualsiasi negoziato tra Russia e Ue sarà fattibile solo in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Pronta la replica del portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, secondo cui gli europei sarebbero “ancora lontani dall’essere pronti ad agire come mediatori, avviare gli sforzi di mediazione ponendo delle condizioni alla Russia è probabilmente illogico, è sbagliato. E, naturalmente, è inaccettabile per noi”.

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“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

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Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky

Più di quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina e, alla fine, si torna a Istanbul. Almeno idealmente. Perché c’è un nome, riportato in auge dal presidente Volodymyr Zelensky in queste ore, che aveva fatto capolino nelle iniziali trattative di pace tra i due Paesi nella capitale turca. Un nome poi finito nel mucchio degli oligarchi russi sanzionati dall’Unione europea e quindi uscito gradualmente di scena. È Roman Abramovich, l’ex patron del Chelsea a cui, ha rivelato il presidente ucraino, Mosca ha chiesto di fare da mediatore per cercare di intavolare trattative col primo obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati di pace, come precisato nella lettera che il capo dello Stato ucraino ha inviato all’omologo russo. “Io sono pronto a sedermi al tavolo, ma non a Mosca o Minsk – ha dichiarato Zelensky a Sky News – Putin può scegliere il formato che vuole, con Donald Trump, con gli europei, o anche un incontro bilaterale. Sarebbe un bel segnale se ci incontrassimo e coordinassimo un cessate il fuoco. Mosca ha fatto riferimento ad Anchorage ma non può decidere senza di noi, senza il nostro popolo”.

Così, nonostante le sanzioni, Abramovich torna protagonista sottotraccia dell’ultimo tentativo di avvicinamento tra Mosca e Kiev, uno dei più decisi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda Zelensky. L’oligarca, ha però spiegato il presidente ucraino, “è venuto a Kiev, mi ha detto che portava un messaggio per me e che voleva prendere un mio messaggio e portarlo a Putin”. Sembra che il primo avvicinamento sia stato quindi quello di Mosca e non di Kiev, come emerso in un primo momento, con Zelensky che ha forzato la mano del presidente russo con la lettera apparsa sul sito ufficiale della Presidenza. L’idea del Cremlino, ha rivelato lo stesso Zelensky, era invece quella di mantenere i contatti riservati: “Disse – ha aggiunto il presidente ucraino – che questo doveva svolgersi in maniera riservata, senza alcuna pubblicità. Io gli ho risposto che era la sua scelta, per noi non era un problema”, ha concluso Zelensky spiegando che il “messaggio chiave” affidato ad Abramovich era che Kiev non è disposta a cedere il Donbass. “Io ho detto non lasceremo, non vi daremo la vittoria in questo modo”.

Putin ha deciso di contattare Zelensky tramite Abramovich per conoscere la reale volontà dell’Ucraina di aprire un tavolo negoziale. Da qui la risposta dell’omologo che ha ribadito le proprie linee rosse. I due hanno poi parlato dei compromessi ai quali ognuna delle due parti è disposta a scendere, precisando comunque che per l’Ucraina questi si potranno concretizzare solo dopo un cessate il fuoco, confermando per il momento la propria disponibilità a congelare la situazione dei territori all’attuale linea del fronte, così da velocizzare l’inizio dei colloqui.

Venerdì scorso, però, si è registrata la frenata del presidente russo. E, dopo le ultime rivelazioni di Zelensky, si capisce che lo stop è arrivato in seguito all’ultimo resoconto di Abramovich: Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky. “L’unico senso sarebbe che gli ucraini fermassero l’avanzata delle nostre forze armate”, ha detto Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Indipendentemente dal risultato che darà questo scambio a distanza, la decisione di rivolgersi ad Abramovich dopo oltre quattro anni è un segnale che non può essere ignorato. L’oligarca russo era fisicamente presente ai colloqui di Istanbul di marzo 2022, come provano alcuni scatti dell’evento, uno dei momenti in cui si è stati più vicini a uno stop del conflitto. E fu sempre lui a mediare tra le parti per garantire i flussi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, così come anche in occasione di diversi scambi di prigionieri. Un ruolo di prim’ordine che ha perso rilevanza col passare dei mesi, sia per le sanzioni che non lo hanno risparmiato, nonostante gli sforzi diplomatici, sia per il tentativo degli Stati Uniti, col ritorno di Donald Trump, di diventare il grande mediatore del conflitto. Un tentativo fallito che, oggi, riporta l’oligarca russo al centro dei canali diplomatici tra Mosca e Kiev.

X: @GianniRosini

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Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile

«La cosa più triste è che non sono solo i fatti a essere spaventosi, ma anche le incredibili dinamiche che minacciano di spazzare via tutte le conquiste, i sacrifici fatti e i piani di una guerra che va avanti da dodici anni» scrive MartynoVa di Donetsk. Si definisce “esperta della vita in zona di guerra” e ha 6892 iscritti su Telegram. Descrive una situazione che le autorità russe non riescono più a dissimulare e che MartynoVa definisce «un’estate di terrore sanguinoso». 

L’Ucraina ha interrotto quasi del tutto la logistica nemica in Crimea e nelle zone del Kherson occupate, questo grazie alla supremazia nei cieli assicurata da droni kamikaze di medio raggio che da un paio di settimane martellano qualsiasi mezzo militare o autocisterna che tenti di raggiungere la penisola. La benzina è introvabile, «apri il cellulare al mattino e vedi i video di persone che raccontano di non riuscire a tornare a casa dalla Crimea perché sono rimaste senza carburante». Le autorità hanno provato a ovviare razionando le scorte. A Sebastopoli, per esempio, si ha diritto a venti litri per veicolo a settimana: dovrebbero essere erogati tramite codici QR, ma il sistema non funziona, e a caos si è aggiunto caos. Prima dei disgraziati QR Code, il governo aveva tentato la strada dei coupon. Risultato? Una vera e propria borsa nera, con i tagliandi rivenduti a prezzo maggiorato. 

Basta “navigare” per un po’ sui social per farsi un’idea. C’è chi filma un Hornet ucraino che pattuglia indisturbato l’autostrada in attesa di una preda, chi la prende con ironia e posta auto trainate da mute di cani, chi si vanta di «poter andare a lavoro in macchina» su strade semi-deserte. C’è chi si mostra visibilmente incazzato, come la donna che ha portato i tre figli in vacanza a Eupatoria, sulle rive del Mar Nero, e da due giorni non riesce a trovare una stazione di servizio: «Cosa dobbiamo fare con tre figli? Camminare? Perché nessuno pensa ai turisti?». Surreale.

Anche perché le forze speciali ucraine continuano a colpire con precisione chirurgica snodi nevralgici della logistica russa, segno che si tratta di una strategia studiata da tempo, con un obiettivo chiaro e adesso favorito dalla prevalenza tecnologica e dal deterioramento della capacità di combattimento e di reclutamento dell’esercito di Putin. Solo nella notte tra sabato e domenica gli ucraini in Crimea hanno messo fuori uso il deposito petrolifero di Semykolodezianska e il terminal marittimo di Feodosia: hub di stoccaggio del carburante e del gas – necessari a rifornire il primo la macchina militare, l’altro la popolazione della penisola occupata – che si trovano a oltre duecento chilometri dalla linea del fronte. «L’Ucraina fa con efficacia ciò che l’Iran ha fatto con lo Stretto di Hormuz – nota ChrisO_wiki, blogger militare con 250 mila follower su X -: avrebbe spaventato così tanto le compagnie di assicurazione russe che tutte le forniture di petrolio trasportate da camionisti civili verso la Crimea e l’Ucraina meridionale sono bloccate per il timore dei droni».

«Accelera come un pazzo se incroci un’autocisterna in autostrada. E se la vedi alle tue spalle, cerca di allontanarti il più rapidamente possibile» consiglia ancora MartynoVa, che mostra il proprio stupore per aver capito quanto accade solo dalle parole dei crimeani, disperati per la stagione turistica che rischia di andare in fumo, con «le prenotazioni che vengono già cancellate in tutta fretta». Sarebbero il trentuno per cento in meno, secondo il corrispondente della Bbc Steve Rosenberg. Conferma ulteriore di come i russi più ambienti abbiano vissuto questi quattro anni in una bolla, imbesuiti dalla propaganda del Cremlino, mentre almeno un milione di poveracci di vario tipo e provenienza andava al massacro. 

Vero è che le unità UAV di Kyjiv, anche grazie agli Hornet di produzione americana e ai nuovi Martian controllati dall’intelligenza artificiale, hanno acquisito la capacità di attaccare a media e lunga distanza su gran parte del territorio russo, e le centinaia di droni che hanno raggiunto l’area di San Pietroburgo lo testimoniano. Ma vero è anche che la Crimea per l’Ucraina è qualcosa di più. È l’inizio di tutto, e riconquistarla, da quel febbraio 2014 in cui venne occupata nel silenzio complice della comunità internazionale, è la vera ossessione nazionale.

Sotto l’impulso di Kyrylo Budanov, i comandanti ucraini hanno prima messo fuori gioco i trasporti su rotaia, poi forti del dominio nel Mar Nero, hanno reso un’avventura la traversata in traghetto verso i porti della Crimea, con attese ai moli anche di quattro giorni. A quel punto, percorrere il corridoio terrestre che collega alla penisola, attraverso la M14/E58 da Melitopol a Sinferopoli, è diventato impossibile con un tiro al bersaglio giornaliero su centinaia di camion (e il traffico crollato del settantuno per cento), fino all’estremo tentativo russo: far arrivare navi ombra direttamente nei porti del Mar d’Azov conquistati nella primavera del 2022, per poi da lì rifornire di combustibile e munizioni le truppe impegnate nel Donetsk e a Zaporizhzhia. Tentativo già naufragato dopo le cinque imbarcazioni colate a picco in pochi giorni. Con l’aggiunta nelle ultime ore di un colpo mortale al ponte di Chongar, l’unico che resta a collegare la penisola al fronte meridionale, senza passare dalla M14.

Una situazione che non può che peggiorare, perché in Crimea dopo il carburante, potrebbero mancare l’acqua e la luce. La Crimea viene fornita di energia elettrica attraverso cavi sottomarini, ma le sottostazioni di partenza e di arrivo rimangono punti sensibili. Ecco perché Putin ha fatto costruire due centrali termoelettriche destinate a compensare in caso di guasti o danneggiamenti, se non fosse che per farle funzionare è necessario proprio quel petrolio che inizia a scarseggiare.

Non meno grave è la questione idrica: nel giugno del 2023 per fermare la controffensiva ucraina si decise di far saltare l’imponente diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, allagando la regione del Kherson. Una scelta disperata, anche se vincente e con una conseguenza che non era stata messa in conto. Il crollo della diga, ha spiegato l’attivista pro-Ucraina Marco Setaccioli «ha di fatto azzerato la portata del Canale Nord-Crimeano (Severo-Krymskiy Kanal), che storicamente forniva l’85% dell’acqua utilizzata dalla penisola. I bacini idrici che alimentano il sud-est e il centro della Crimea (in particolare il bacino di Belogorsk e quello di Taigan) mostrano ampie aree completamente deidratate. Il fiume Biyuk-Karasu, che dovrebbe alimentarli, è quasi in secca». L’estate nella penisola sarà un incubo anche per questo. 

Qual è il vero obiettivo degli strateghi di Volodymyr Zelensky? Cominciano a chiederselo gli analisti e anche i blogger russi. C’è chi preconizza che a cadere sarà il Kherson tagliato fuori dai rifornimenti e presto raggiungibile solo attraverso il percorso più lungo, cioè dalla Crimea. Altri notano, invece, che il ponte di Kerch viene risparmiato in maniera sistematica dagli attacchi, dopo essere stato l’obiettivo principale nelle prime fasi della guerra. Colpirlo non sarebbe una passeggiata, ma avrebbe un impatto sull’opinione pubblica russa devastante. «Se continua così, il prossimo obiettivo degli ucraini sarà di nuovo il ponte di Crimea» avverte sui social Lev Vershinin, ascoltato scrittore e Z-patriota.

Ne è convinto anche Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa: «Budanov distruggerà il maledetto ponte di Crimea». A meno che il braccio destro di Zelensky e i suoi generali non abbiano letto Sun Tzu: «Al nemico lasciate sempre una via di fuga».

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L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte

Domenica, a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader di Regno Unito, Francia e Germania – il premier Sir Keir Starmer, il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz – per definire le condizioni di una pace giusta e duratura in Europa.

La loro dichiarazione congiunta poggia su cinque pilastri. In primo luogo, un cessate il fuoco immediato e complessivo; Mosca è esplicitamente sollecitata ad accettare una piena cessazione delle ostilità. In secondo luogo, l’attuale linea di contatto costituirebbe il punto di partenza per i negoziati, non il loro esito predeterminato: leader sottolineano che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri meccanismi di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato. In terzo luogo, una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà ricevere garanzie di sicurezza solide e giuridicamente vincolanti, basate sugli impegni assunti a Berlino a dicembre e a Parigi a gennaio; ciò comprende il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino. In quarto luogo, i beni russi resteranno congelati finché la Russia non avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e non avrà risarcito l’Ucraina per i danni arrecati. In quinto luogo, qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi europei in materia di sicurezza: gli elementi che coinvolgono l’Unione europea o la Nato richiederanno il consenso formale rispettivamente dell’Unione e dei suoi Stati membri, e degli Alleati. I leader hanno accolto esplicitamente l’appello di Zelensky a porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici, formulato nella sua lettera del 4 giugno al leader russo Vladimir Putin. Hanno avallato colloqui diretti tra Ucraina e Russia, con la partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa, volti innanzitutto a garantire un cessate il fuoco, e successivamente a facilitare negoziati più ampi.

Sulla carta, non si tratta di una pace a qualsiasi prezzo. Il testo collega la fine dei combattimenti a garanzie vincolanti, al mantenimento della pressione finanziaria su Mosca e alla stessa architettura di sicurezza europea. Mantiene inoltre le scelte sovrane dell’Ucraina – inclusa l’integrazione in Nato e Unione europea – all’ordine del giorno, anziché sacrificarle tacitamente.

Ma questa iniziativa diplomatica non nasce nel vuoto. Arriva in mezzo a intensi attacchi russi e a un equilibrio militare sul terreno in evoluzione.

La dichiarazione di Londra è giunta in un contesto operativo severo che smonta qualsiasi illusione che la guerra stia rallentando. Ieri mattina, infatti, la Russia ha lanciato l’ennesimo attacco con droni contro edifici residenziali a Konotop, nella regione ucraina di Sumy, ferendo civili e intrappolando almeno una persona sotto le macerie mentre le squadre di soccorso erano al lavoro. Il giorno precedente, le forze russe avevano preso di mira infrastrutture legate al nucleare nei pressi di Kyjiv. Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si preparano ora a ispezionare l’Impianto centrale di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di esclusione di Chornobyl, dopo che un attacco con droni del 7 giugno ha danneggiato l’edificio di ricezione del combustibile – distruggendone facciata, finestre e porte e provocando onde d’urto sugli edifici circostanti.

È in questo contesto operativo che i leader europei parlano di linee di cessate il fuoco, garanzie e futuri negoziati. La Russia non si comporta come una potenza di status quo che cerca cautamente la de‑escalation. Proprio per questo, qualsiasi discussione su cessate il fuoco e negoziati deve poggiare sulla reale correlazione di forze, non su un pensiero desiderante.

I cinque punti sono, a primo impatto, molto convincenti. Il nodo centrale, tuttavia, è: come renderli operativi? Soprattutto quando la Federazione Russa non intende accettare alcuna proposta di pace che implichi un ruolo diretto dell’Europa o dei leader europei.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha colto questa logica con una chiarezza insolita. Il suo messaggio è brutale: oggi l’Ucraina è in una posizione migliore sul campo di battaglia rispetto a qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione su larga scala, come ha spiegato in una recente intervista alla Neue Zürcher Zeitung. Lo sintetizza in cinque fatti: negli ultimi sei mesi, l’Ucraina ha inflitto alla Russia circa 35.000 perdite al mese tra morti e feriti; nello stesso periodo, la Russia è riuscita a reclutare soltanto circa 27.000 uomini al mese; a dicembre, il rapporto delle perdite era approssimativamente di 1:3, ovvero un soldato ucraino per tre russi mentre oggi si avvicina a 1:8; a marzo, per la prima volta, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia più missili e droni di quanti la difesa russa sia riuscita ad abbattere, e ora dispone della capacità di produrre circa dieci milioni di droni all’anno; ad aprile, per la prima volta, l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso.

Nel loro insieme, queste cifre ci dicono tre cose. Primo, la Russia è sotto pressione sul fronte della leva: un divario costante tra perdite e nuovi arruolamenti non è di per sé immediatamente decisivo – Putin può ancora mobilitare di più – ma è strategicamente corrosivo nel medio periodo. Secondo, l’adattamento qualitativo dell’Ucraina sta funzionando: un approccio intelligente alla difesa è la chiave dei suoi passi asimmetrici; la svolta verso una produzione di droni su larga scala, l’uso di fuochi dispersi e il rafforzamento della difesa aerea stanno modificando il calcolo costi‑benefici per Mosca. Terzo, la tendenza territoriale – per quanto ancora modesta – si è invertita: anche guadagni limitati, dopo anni di guerra logorante, hanno un peso politico e psicologico significativo – a Kyjiv, a Mosca e nelle capitali occidentali.

In altre parole, l’Ucraina dispone oggi di una base molto più solida da cui negoziare. Ma perché il quadro di Londra diventi realtà, l’Europa dovrà sostenere questa posizione di forza, non darla per acquisita.

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La giostra a forma di missile ipersonico: la nuova attrazione “Oreshnik” inaugurata a San Pietroburgo – Video

La Russia ha inaugurato in un luna park di San Pietroburgo una nuova attrazione chiamata “Oreshnik“, in onore del suo missile ipersonico in grado di trasportare testate nucleari. La Russia ha lanciato missili Oreshnik, che viaggiano a 10 volte la velocità del suono, contro l’Ucraina almeno in tre occasioni.

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Drone russo colpisce il sito di stoccaggio nucleare di Chernobyl: danni e incendio. Ma i livelli di radiazioni sono nei limiti

Un drone russo ha colpito nella notte un edificio all’interno del sito dell’impianto centralizzato di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, provocando un incendio e danni significativi alla struttura. L’episodio, confermato dalla società statale ucraina Energoatom e notificato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riporta al centro dell’attenzione i rischi per la sicurezza nucleare legati al conflitto in Ucraina.

Secondo Energoatom, l’attacco è avvenuto intorno alle 2.10, ora di Kiev. Il drone avrebbe colpito l’edificio destinato alla ricezione dei contenitori per il combustibile esaurito, che risulta parzialmente distrutto. La società ucraina ha precisato che nel fabbricato danneggiato non era conservato materiale nucleare. L’Aiea, citando le informazioni ricevute da Kiev, ha riferito che l’attacco ha causato danni rilevanti alla facciata, alle finestre e alle porte dell’edificio, mentre anche strutture vicine sono state interessate dall’onda d’urto. I livelli di radiazione, tuttavia, restano entro i limiti previsti.

L’agenzia dell’Onu ha annunciato che un proprio team effettuerà a breve un’ispezione sul posto per valutare l’entità dei danni. Il direttore generale Rafael Grossi ha definito l’incidente “fonte di profonda preoccupazione”, sottolineando che l’attacco è avvenuto in un impianto che custodisce ingenti quantità di materiale nucleare a poca distanza dall’edificio colpito. Grossi ha inoltre ribadito che gli attacchi contro siti nucleari sono “del tutto inaccettabili” e rappresentano una violazione dei principi fondamentali della sicurezza nucleare durante i conflitti armati.

L’episodio si inserisce in una nuova ondata di attacchi russi che ha interessato diverse regioni ucraine. Nella regione di Zaporizhzhia, le autorità locali hanno denunciato bombardamenti notturni e nuovi raid nelle ore successive, che hanno provocato anche blackout parziali. Un uomo di 56 anni è morto durante un attacco con droni nella stessa regione, mentre un’altra vittima, un uomo di 59 anni, è stata registrata nella regione di Dnipropetrovsk. Almeno una persona è rimasta ferita e sono stati segnalati danni alle infrastrutture.

Sul fronte politico, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di aver respinto l’opportunità di avviare colloqui diretti con il presidente Volodymyr Zelensky per porre fine al conflitto. In un messaggio pubblicato sui social, Sybiha ha sostenuto che il protrarsi della guerra rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà economiche e militari della Russia.

Le nuove tensioni arrivano mentre Zelensky è atteso a un confronto con i leader di Francia, Germania e Regno Unito sulle prossime mosse diplomatiche e militari. Secondo recenti analisi basate sui dati dell’Institute for the Study of War, l’Ucraina avrebbe riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso nel mese di maggio per il secondo mese consecutivo, mentre l’economia russa continua a fare i conti con inflazione, aumento della pressione fiscale e carenza di manodopera.

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Wall Street Journal: “Le sanzioni non hanno fermato gli oligarchi russi: viaggi in jet grazie a una rete di intermediari”

Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno. Come lui, la cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina. A rivelarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.

Tanti miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian e continuano a viaggiare spesso all’estero con aerei Bombardier e Gulfstream, che operano regolarmente verso destinazioni come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Azerbaigian, nonostante le restrizioni introdotte dal 2022. Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Al centro di questa rete figurerebbe anche la società viennese Avcon Jet con alcune sue controllate, che avrebbero gestito o registrato diversi aeromobili prima del loro passaggio a operatori russi, tra cui una società riconducibile a Chemezov. L’azienda, citata nell’inchiesta, ha dichiarato di rispettare rigorosamente le norme sanzionatorie, mentre altri soggetti coinvolti non hanno risposto alle richieste di commento.

Chemezov, che in passato frequentava regolarmente l’Europa e disponeva di asset immobiliari anche in Spagna, dopo la guerra ha spostato parte delle proprie attività negli Emirati, dove possiede una villa a Palm Jumeirah. Oltre a lui, il Wsj cita Arkady Rotenberg, imprenditore e amico storico di Putin fin dagli anni della gioventù a San Pietroburgo, già sanzionato dal 2014 per il suo ruolo nelle grandi commesse pubbliche russe. Secondo i dati citati dall’inchiesta, avrebbe avuto accesso a due Bombardier Global utilizzati per voli frequenti verso Emirati e Azerbaigian. L’inchiesta cita anche Igor Kasaev, magnate del tabacco, della distribuzione e dell’industria bellica, con un patrimonio stimato in circa 4,8 miliardi di dollari. L’oligarca, sanzionato da Stati Uniti ed Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina, avrebbe importato nel 2023 un Bombardier Global Express Xrs.

L'articolo Wall Street Journal: “Le sanzioni non hanno fermato gli oligarchi russi: viaggi in jet grazie a una rete di intermediari” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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