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Pd-M5S, uniti sulla legge elettorale ma in ordine sparso su Kiev

10 June 2026 at 10:38

“Dobbiamo fare muro contro questa legge elettorale“. Elly Schlein l’ha ribadito durante la riunione dei gruppi Pd di Camera e Senato questa mattina. Un passaggio che è servito anche a raccontare come sono andati i colloqui avuti ieri con gli altri leader progressisti: Pd, M5S e AvS procederanno insieme. Gli uffici stanno lavorando a una serie di emendamenti soppressivi comuni. Poi ce ne saranno alcuni – sempre comuni – per introdurre parità di genere, voto ai fuorisede e per inserire il Trentino Alto Adige nel computo del premio di maggioranza. Su come garantire la rappresentatività – e questa è una novità che era emersa già ieri sera, ma che nella riunione dem è stata spiegata esplicitamente – ciascun partito sta lavorando a un proprio emendamento. I Cinque Stelle su un proporzionale con preferenze, temperato da qualche aggiustamento (ad esempio sulle soglie di sbarramento) che incentivi ad andare in coalizione; il Pd è orientato a presentare a sua volta un emendamento che preveda i collegi uninominali, sul modello del Mattarellum. Proposte di bandiera, che non intaccheranno la strategia unitaria di non sedersi al tavolo con il centrodestra (tanto è vero che le proposte di modifica – il cui termine scade domani – saranno un migliaio).

In ordine sparso andranno invece i progressisti sulla politica estera. Domani Giorgia Meloni farà le sue comunicazioni in Parlamento sul Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. E ogni partito presenterà un proprio testo. Non a caso è Lorenzo Guerini a sottolineare che la riunione di mercoledì mattina per quel che riguarda la risoluzione dem “è andata molto bene”. La destra dem in blocco commenta: “Il lavoro fatto nel gruppo va nella direzione giusta, riaffermando il sostegno pieno all’Ucraina e sottolineando come l’ingresso dell’Ucraina nella Ue sia per il partito una priorità non differibile. Su questo è stato fatto un lavoro comune in questi giorni che ha portato a un risultato apprezzabile”. E poi lanciano la provocazione: “Vedremo in aula le risoluzioni degli altri gruppi politici di opposizione, con l’auspicio che si possa convergere su quelle inequivoche nel sostegno all’Ucraina e sulla necessità urgente di una difesa europea”. Un “auspicio” che non si realizzerà. Ma sta al capogruppo Pd in Senato, Francesco Boccia, non lasciare tutto lo spazio politico alla minoranza: “La nostra risoluzione è per il rilancio dell’Italia e dell’Europa”, con tanto di denuncia dell'”indebolimento” della presenza del governo sul piano internazionale. E poi: “Sull’Ucraina ribadiamo il pieno sostegno alla resistenza contro l’aggressione russa e alla prospettiva dell’adesione all’Unione europea, sostenendo al tempo stesso ogni iniziativa diplomatica volta a costruire una pace giusta e sicura”. Quello di domani è il primo voto sulla politica estera dopo la risoluzione congiunta di Pd, M5S e Avs sul patto di stabilità. Un testo che ha visto inedite convergenze sulle questioni internazionali, ma che a oggi non è ancora stato votato, per difficoltà interne soprattutto alla maggioranza.

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Russia e Ucraina, l’Ue accelera su sanzioni e allargamento. La sfida a Mosca

9 June 2026 at 15:36

Allargamento sì, ma con un occhio ai tempi e ai modi delle richieste già avanzate in passato, nella consapevolezza che il lento e complesso processo deve gioco forza intrecciarsi con una risoluzione del conflitto tra Ucraina e Russia per generare gli effetti politici auspicati. L’Unione Europea gioca la carta della programmazione e mentre da un lato, per bocca della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia l’intenzione di aprire i negoziati con Ucraina e Moldavia, dall’altro mette nero su bianco la portata delle nuove sanzioni contro Mosca.

Come aprire il cluster negoziale

Gli ucraini “stanno realizzando una riforma dopo l’altra mentre le loro città sono sotto attacco”. Parte da questa premessa Von der Leyen per mettere un accento specifico sul macro tema dell’allargamento europeo a est: ovvero lo sforzo valoriale, sociale ed umano che il popolo di Kyiv sta compiendo e che rappresenta una coccarda da appuntare sul petto. Nonostante tutto questo, “mentre le loro città sono sotto attacco, mentre il cielo sopra di loro è pieno di fumo, mentre le sirene antiaeree risuonano in tutto il Paese” stanno compiendo progressi straordinari nelle loro riforme: quindi si sono meritati un premio da Bruxelles, che aprirà il primo cluster negoziale per l’adesione all’Unione europea di Ucraina. Per cui, è il ragionamento di Von der Leyen, se l’Ucraina ha fatto la sua parte, “è ormai giunto il momento che anche noi facciamo la nostra, e ora abbiamo l’opportunità storica di farlo”. Non solo Ucraina, della partita è anche la Moldavia, altro Paese molto strategico e fortemente a rischio per via della vicinanza russa.

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni

Cripto russe e prodotti ittici: si concentra su questi due filoni il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, annunciate oggi dalla presidente della Commissione europea. L’obiettivo della mossa di Bruxelles è “colpire infrastrutture critiche coinvolte nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo, come porti, aeroporti e raffinerie” e proporre “di limitare la vendita ai soggetti russi di navi cisterna destinate al trasporto di prodotti energetici, così come abbiamo già fatto per le petroliere”. Sono ricompresi anche il “divieto di transazioni ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società di criptovalute, piattaforme finanziarie e operatori del commercio petrolifero con sede in Paesi terzi”.

Ma chi sono i soggetti coinvolti? Si tratta di personaggi che hanno appoggiato entità e individui russi già sanzionati oppure che hanno contribuito ad aggirare le sanzioni restrittive già in essere, precisando che “per la prima volta introdurremo inoltre la possibilità di imporre un divieto totale ai fornitori di servizi legati alle cripto-attività operanti in Paesi terzi. Si tratterà di un forte deterrente nei confronti delle piattaforme che aiutano la Russia a eludere il regime sanzionatorio”.

Non solo cripto, anche i merluzzi sono al centro delle sanzioni europee: il riferimento è a restrizioni sostanziali alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale su altri, tra cui il merluzzo, ha aggiunto la presidente della Commissione, con l’intenzione di allineare le restrizioni commerciali imposte dalla Bielorussia in modo che non possa fungere da porta d’accesso per il commercio russo. “Proponiamo inoltre nuovi divieti di importazione su una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro, ad esempio su alcuni metalli o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”, ha concluso.

Una svolta verso i negoziati?

La novità si ritrova nella nazionalità dell’eventuale negoziatore: dopo i nomi di Schroeder e Abramovich fatti circolare negli ultimi giorni, secondo il quotidiano russo Vedomosti l’eventuale negoziatore dell’Unione europea nei colloqui con la Russia potrebbe essere francese o italiano. La fonte che ha ispirato la ricostruzione del foglio moscovita aggiunge che qualsiasi negoziato tra Russia e Ue sarà fattibile solo in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Pronta la replica del portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, secondo cui gli europei sarebbero “ancora lontani dall’essere pronti ad agire come mediatori, avviare gli sforzi di mediazione ponendo delle condizioni alla Russia è probabilmente illogico, è sbagliato. E, naturalmente, è inaccettabile per noi”.

“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

9 June 2026 at 15:09

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

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Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky

9 June 2026 at 12:23

Più di quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina e, alla fine, si torna a Istanbul. Almeno idealmente. Perché c’è un nome, riportato in auge dal presidente Volodymyr Zelensky in queste ore, che aveva fatto capolino nelle iniziali trattative di pace tra i due Paesi nella capitale turca. Un nome poi finito nel mucchio degli oligarchi russi sanzionati dall’Unione europea e quindi uscito gradualmente di scena. È Roman Abramovich, l’ex patron del Chelsea a cui, ha rivelato il presidente ucraino, Mosca ha chiesto di fare da mediatore per cercare di intavolare trattative col primo obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati di pace, come precisato nella lettera che il capo dello Stato ucraino ha inviato all’omologo russo. “Io sono pronto a sedermi al tavolo, ma non a Mosca o Minsk – ha dichiarato Zelensky a Sky News – Putin può scegliere il formato che vuole, con Donald Trump, con gli europei, o anche un incontro bilaterale. Sarebbe un bel segnale se ci incontrassimo e coordinassimo un cessate il fuoco. Mosca ha fatto riferimento ad Anchorage ma non può decidere senza di noi, senza il nostro popolo”.

Così, nonostante le sanzioni, Abramovich torna protagonista sottotraccia dell’ultimo tentativo di avvicinamento tra Mosca e Kiev, uno dei più decisi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda Zelensky. L’oligarca, ha però spiegato il presidente ucraino, “è venuto a Kiev, mi ha detto che portava un messaggio per me e che voleva prendere un mio messaggio e portarlo a Putin”. Sembra che il primo avvicinamento sia stato quindi quello di Mosca e non di Kiev, come emerso in un primo momento, con Zelensky che ha forzato la mano del presidente russo con la lettera apparsa sul sito ufficiale della Presidenza. L’idea del Cremlino, ha rivelato lo stesso Zelensky, era invece quella di mantenere i contatti riservati: “Disse – ha aggiunto il presidente ucraino – che questo doveva svolgersi in maniera riservata, senza alcuna pubblicità. Io gli ho risposto che era la sua scelta, per noi non era un problema”, ha concluso Zelensky spiegando che il “messaggio chiave” affidato ad Abramovich era che Kiev non è disposta a cedere il Donbass. “Io ho detto non lasceremo, non vi daremo la vittoria in questo modo”.

Putin ha deciso di contattare Zelensky tramite Abramovich per conoscere la reale volontà dell’Ucraina di aprire un tavolo negoziale. Da qui la risposta dell’omologo che ha ribadito le proprie linee rosse. I due hanno poi parlato dei compromessi ai quali ognuna delle due parti è disposta a scendere, precisando comunque che per l’Ucraina questi si potranno concretizzare solo dopo un cessate il fuoco, confermando per il momento la propria disponibilità a congelare la situazione dei territori all’attuale linea del fronte, così da velocizzare l’inizio dei colloqui.

Venerdì scorso, però, si è registrata la frenata del presidente russo. E, dopo le ultime rivelazioni di Zelensky, si capisce che lo stop è arrivato in seguito all’ultimo resoconto di Abramovich: Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky. “L’unico senso sarebbe che gli ucraini fermassero l’avanzata delle nostre forze armate”, ha detto Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Indipendentemente dal risultato che darà questo scambio a distanza, la decisione di rivolgersi ad Abramovich dopo oltre quattro anni è un segnale che non può essere ignorato. L’oligarca russo era fisicamente presente ai colloqui di Istanbul di marzo 2022, come provano alcuni scatti dell’evento, uno dei momenti in cui si è stati più vicini a uno stop del conflitto. E fu sempre lui a mediare tra le parti per garantire i flussi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, così come anche in occasione di diversi scambi di prigionieri. Un ruolo di prim’ordine che ha perso rilevanza col passare dei mesi, sia per le sanzioni che non lo hanno risparmiato, nonostante gli sforzi diplomatici, sia per il tentativo degli Stati Uniti, col ritorno di Donald Trump, di diventare il grande mediatore del conflitto. Un tentativo fallito che, oggi, riporta l’oligarca russo al centro dei canali diplomatici tra Mosca e Kiev.

X: @GianniRosini

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Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile

9 June 2026 at 03:45

«La cosa più triste è che non sono solo i fatti a essere spaventosi, ma anche le incredibili dinamiche che minacciano di spazzare via tutte le conquiste, i sacrifici fatti e i piani di una guerra che va avanti da dodici anni» scrive MartynoVa di Donetsk. Si definisce “esperta della vita in zona di guerra” e ha 6892 iscritti su Telegram. Descrive una situazione che le autorità russe non riescono più a dissimulare e che MartynoVa definisce «un’estate di terrore sanguinoso». 

L’Ucraina ha interrotto quasi del tutto la logistica nemica in Crimea e nelle zone del Kherson occupate, questo grazie alla supremazia nei cieli assicurata da droni kamikaze di medio raggio che da un paio di settimane martellano qualsiasi mezzo militare o autocisterna che tenti di raggiungere la penisola. La benzina è introvabile, «apri il cellulare al mattino e vedi i video di persone che raccontano di non riuscire a tornare a casa dalla Crimea perché sono rimaste senza carburante». Le autorità hanno provato a ovviare razionando le scorte. A Sebastopoli, per esempio, si ha diritto a venti litri per veicolo a settimana: dovrebbero essere erogati tramite codici QR, ma il sistema non funziona, e a caos si è aggiunto caos. Prima dei disgraziati QR Code, il governo aveva tentato la strada dei coupon. Risultato? Una vera e propria borsa nera, con i tagliandi rivenduti a prezzo maggiorato. 

Basta “navigare” per un po’ sui social per farsi un’idea. C’è chi filma un Hornet ucraino che pattuglia indisturbato l’autostrada in attesa di una preda, chi la prende con ironia e posta auto trainate da mute di cani, chi si vanta di «poter andare a lavoro in macchina» su strade semi-deserte. C’è chi si mostra visibilmente incazzato, come la donna che ha portato i tre figli in vacanza a Eupatoria, sulle rive del Mar Nero, e da due giorni non riesce a trovare una stazione di servizio: «Cosa dobbiamo fare con tre figli? Camminare? Perché nessuno pensa ai turisti?». Surreale.

Anche perché le forze speciali ucraine continuano a colpire con precisione chirurgica snodi nevralgici della logistica russa, segno che si tratta di una strategia studiata da tempo, con un obiettivo chiaro e adesso favorito dalla prevalenza tecnologica e dal deterioramento della capacità di combattimento e di reclutamento dell’esercito di Putin. Solo nella notte tra sabato e domenica gli ucraini in Crimea hanno messo fuori uso il deposito petrolifero di Semykolodezianska e il terminal marittimo di Feodosia: hub di stoccaggio del carburante e del gas – necessari a rifornire il primo la macchina militare, l’altro la popolazione della penisola occupata – che si trovano a oltre duecento chilometri dalla linea del fronte. «L’Ucraina fa con efficacia ciò che l’Iran ha fatto con lo Stretto di Hormuz – nota ChrisO_wiki, blogger militare con 250 mila follower su X -: avrebbe spaventato così tanto le compagnie di assicurazione russe che tutte le forniture di petrolio trasportate da camionisti civili verso la Crimea e l’Ucraina meridionale sono bloccate per il timore dei droni».

«Accelera come un pazzo se incroci un’autocisterna in autostrada. E se la vedi alle tue spalle, cerca di allontanarti il più rapidamente possibile» consiglia ancora MartynoVa, che mostra il proprio stupore per aver capito quanto accade solo dalle parole dei crimeani, disperati per la stagione turistica che rischia di andare in fumo, con «le prenotazioni che vengono già cancellate in tutta fretta». Sarebbero il trentuno per cento in meno, secondo il corrispondente della Bbc Steve Rosenberg. Conferma ulteriore di come i russi più ambienti abbiano vissuto questi quattro anni in una bolla, imbesuiti dalla propaganda del Cremlino, mentre almeno un milione di poveracci di vario tipo e provenienza andava al massacro. 

Vero è che le unità UAV di Kyjiv, anche grazie agli Hornet di produzione americana e ai nuovi Martian controllati dall’intelligenza artificiale, hanno acquisito la capacità di attaccare a media e lunga distanza su gran parte del territorio russo, e le centinaia di droni che hanno raggiunto l’area di San Pietroburgo lo testimoniano. Ma vero è anche che la Crimea per l’Ucraina è qualcosa di più. È l’inizio di tutto, e riconquistarla, da quel febbraio 2014 in cui venne occupata nel silenzio complice della comunità internazionale, è la vera ossessione nazionale.

Sotto l’impulso di Kyrylo Budanov, i comandanti ucraini hanno prima messo fuori gioco i trasporti su rotaia, poi forti del dominio nel Mar Nero, hanno reso un’avventura la traversata in traghetto verso i porti della Crimea, con attese ai moli anche di quattro giorni. A quel punto, percorrere il corridoio terrestre che collega alla penisola, attraverso la M14/E58 da Melitopol a Sinferopoli, è diventato impossibile con un tiro al bersaglio giornaliero su centinaia di camion (e il traffico crollato del settantuno per cento), fino all’estremo tentativo russo: far arrivare navi ombra direttamente nei porti del Mar d’Azov conquistati nella primavera del 2022, per poi da lì rifornire di combustibile e munizioni le truppe impegnate nel Donetsk e a Zaporizhzhia. Tentativo già naufragato dopo le cinque imbarcazioni colate a picco in pochi giorni. Con l’aggiunta nelle ultime ore di un colpo mortale al ponte di Chongar, l’unico che resta a collegare la penisola al fronte meridionale, senza passare dalla M14.

Una situazione che non può che peggiorare, perché in Crimea dopo il carburante, potrebbero mancare l’acqua e la luce. La Crimea viene fornita di energia elettrica attraverso cavi sottomarini, ma le sottostazioni di partenza e di arrivo rimangono punti sensibili. Ecco perché Putin ha fatto costruire due centrali termoelettriche destinate a compensare in caso di guasti o danneggiamenti, se non fosse che per farle funzionare è necessario proprio quel petrolio che inizia a scarseggiare.

Non meno grave è la questione idrica: nel giugno del 2023 per fermare la controffensiva ucraina si decise di far saltare l’imponente diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, allagando la regione del Kherson. Una scelta disperata, anche se vincente e con una conseguenza che non era stata messa in conto. Il crollo della diga, ha spiegato l’attivista pro-Ucraina Marco Setaccioli «ha di fatto azzerato la portata del Canale Nord-Crimeano (Severo-Krymskiy Kanal), che storicamente forniva l’85% dell’acqua utilizzata dalla penisola. I bacini idrici che alimentano il sud-est e il centro della Crimea (in particolare il bacino di Belogorsk e quello di Taigan) mostrano ampie aree completamente deidratate. Il fiume Biyuk-Karasu, che dovrebbe alimentarli, è quasi in secca». L’estate nella penisola sarà un incubo anche per questo. 

Qual è il vero obiettivo degli strateghi di Volodymyr Zelensky? Cominciano a chiederselo gli analisti e anche i blogger russi. C’è chi preconizza che a cadere sarà il Kherson tagliato fuori dai rifornimenti e presto raggiungibile solo attraverso il percorso più lungo, cioè dalla Crimea. Altri notano, invece, che il ponte di Kerch viene risparmiato in maniera sistematica dagli attacchi, dopo essere stato l’obiettivo principale nelle prime fasi della guerra. Colpirlo non sarebbe una passeggiata, ma avrebbe un impatto sull’opinione pubblica russa devastante. «Se continua così, il prossimo obiettivo degli ucraini sarà di nuovo il ponte di Crimea» avverte sui social Lev Vershinin, ascoltato scrittore e Z-patriota.

Ne è convinto anche Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa: «Budanov distruggerà il maledetto ponte di Crimea». A meno che il braccio destro di Zelensky e i suoi generali non abbiano letto Sun Tzu: «Al nemico lasciate sempre una via di fuga».

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L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte

9 June 2026 at 03:45

Domenica, a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader di Regno Unito, Francia e Germania – il premier Sir Keir Starmer, il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz – per definire le condizioni di una pace giusta e duratura in Europa.

La loro dichiarazione congiunta poggia su cinque pilastri. In primo luogo, un cessate il fuoco immediato e complessivo; Mosca è esplicitamente sollecitata ad accettare una piena cessazione delle ostilità. In secondo luogo, l’attuale linea di contatto costituirebbe il punto di partenza per i negoziati, non il loro esito predeterminato: leader sottolineano che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri meccanismi di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato. In terzo luogo, una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà ricevere garanzie di sicurezza solide e giuridicamente vincolanti, basate sugli impegni assunti a Berlino a dicembre e a Parigi a gennaio; ciò comprende il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino. In quarto luogo, i beni russi resteranno congelati finché la Russia non avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e non avrà risarcito l’Ucraina per i danni arrecati. In quinto luogo, qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi europei in materia di sicurezza: gli elementi che coinvolgono l’Unione europea o la Nato richiederanno il consenso formale rispettivamente dell’Unione e dei suoi Stati membri, e degli Alleati. I leader hanno accolto esplicitamente l’appello di Zelensky a porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici, formulato nella sua lettera del 4 giugno al leader russo Vladimir Putin. Hanno avallato colloqui diretti tra Ucraina e Russia, con la partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa, volti innanzitutto a garantire un cessate il fuoco, e successivamente a facilitare negoziati più ampi.

Sulla carta, non si tratta di una pace a qualsiasi prezzo. Il testo collega la fine dei combattimenti a garanzie vincolanti, al mantenimento della pressione finanziaria su Mosca e alla stessa architettura di sicurezza europea. Mantiene inoltre le scelte sovrane dell’Ucraina – inclusa l’integrazione in Nato e Unione europea – all’ordine del giorno, anziché sacrificarle tacitamente.

Ma questa iniziativa diplomatica non nasce nel vuoto. Arriva in mezzo a intensi attacchi russi e a un equilibrio militare sul terreno in evoluzione.

La dichiarazione di Londra è giunta in un contesto operativo severo che smonta qualsiasi illusione che la guerra stia rallentando. Ieri mattina, infatti, la Russia ha lanciato l’ennesimo attacco con droni contro edifici residenziali a Konotop, nella regione ucraina di Sumy, ferendo civili e intrappolando almeno una persona sotto le macerie mentre le squadre di soccorso erano al lavoro. Il giorno precedente, le forze russe avevano preso di mira infrastrutture legate al nucleare nei pressi di Kyjiv. Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si preparano ora a ispezionare l’Impianto centrale di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di esclusione di Chornobyl, dopo che un attacco con droni del 7 giugno ha danneggiato l’edificio di ricezione del combustibile – distruggendone facciata, finestre e porte e provocando onde d’urto sugli edifici circostanti.

È in questo contesto operativo che i leader europei parlano di linee di cessate il fuoco, garanzie e futuri negoziati. La Russia non si comporta come una potenza di status quo che cerca cautamente la de‑escalation. Proprio per questo, qualsiasi discussione su cessate il fuoco e negoziati deve poggiare sulla reale correlazione di forze, non su un pensiero desiderante.

I cinque punti sono, a primo impatto, molto convincenti. Il nodo centrale, tuttavia, è: come renderli operativi? Soprattutto quando la Federazione Russa non intende accettare alcuna proposta di pace che implichi un ruolo diretto dell’Europa o dei leader europei.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha colto questa logica con una chiarezza insolita. Il suo messaggio è brutale: oggi l’Ucraina è in una posizione migliore sul campo di battaglia rispetto a qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione su larga scala, come ha spiegato in una recente intervista alla Neue Zürcher Zeitung. Lo sintetizza in cinque fatti: negli ultimi sei mesi, l’Ucraina ha inflitto alla Russia circa 35.000 perdite al mese tra morti e feriti; nello stesso periodo, la Russia è riuscita a reclutare soltanto circa 27.000 uomini al mese; a dicembre, il rapporto delle perdite era approssimativamente di 1:3, ovvero un soldato ucraino per tre russi mentre oggi si avvicina a 1:8; a marzo, per la prima volta, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia più missili e droni di quanti la difesa russa sia riuscita ad abbattere, e ora dispone della capacità di produrre circa dieci milioni di droni all’anno; ad aprile, per la prima volta, l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso.

Nel loro insieme, queste cifre ci dicono tre cose. Primo, la Russia è sotto pressione sul fronte della leva: un divario costante tra perdite e nuovi arruolamenti non è di per sé immediatamente decisivo – Putin può ancora mobilitare di più – ma è strategicamente corrosivo nel medio periodo. Secondo, l’adattamento qualitativo dell’Ucraina sta funzionando: un approccio intelligente alla difesa è la chiave dei suoi passi asimmetrici; la svolta verso una produzione di droni su larga scala, l’uso di fuochi dispersi e il rafforzamento della difesa aerea stanno modificando il calcolo costi‑benefici per Mosca. Terzo, la tendenza territoriale – per quanto ancora modesta – si è invertita: anche guadagni limitati, dopo anni di guerra logorante, hanno un peso politico e psicologico significativo – a Kyjiv, a Mosca e nelle capitali occidentali.

In altre parole, l’Ucraina dispone oggi di una base molto più solida da cui negoziare. Ma perché il quadro di Londra diventi realtà, l’Europa dovrà sostenere questa posizione di forza, non darla per acquisita.

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La giostra a forma di missile ipersonico: la nuova attrazione “Oreshnik” inaugurata a San Pietroburgo – Video

7 June 2026 at 10:42

La Russia ha inaugurato in un luna park di San Pietroburgo una nuova attrazione chiamata “Oreshnik“, in onore del suo missile ipersonico in grado di trasportare testate nucleari. La Russia ha lanciato missili Oreshnik, che viaggiano a 10 volte la velocità del suono, contro l’Ucraina almeno in tre occasioni.

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Drone russo colpisce il sito di stoccaggio nucleare di Chernobyl: danni e incendio. Ma i livelli di radiazioni sono nei limiti

7 June 2026 at 10:31

Un drone russo ha colpito nella notte un edificio all’interno del sito dell’impianto centralizzato di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, provocando un incendio e danni significativi alla struttura. L’episodio, confermato dalla società statale ucraina Energoatom e notificato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riporta al centro dell’attenzione i rischi per la sicurezza nucleare legati al conflitto in Ucraina.

Secondo Energoatom, l’attacco è avvenuto intorno alle 2.10, ora di Kiev. Il drone avrebbe colpito l’edificio destinato alla ricezione dei contenitori per il combustibile esaurito, che risulta parzialmente distrutto. La società ucraina ha precisato che nel fabbricato danneggiato non era conservato materiale nucleare. L’Aiea, citando le informazioni ricevute da Kiev, ha riferito che l’attacco ha causato danni rilevanti alla facciata, alle finestre e alle porte dell’edificio, mentre anche strutture vicine sono state interessate dall’onda d’urto. I livelli di radiazione, tuttavia, restano entro i limiti previsti.

L’agenzia dell’Onu ha annunciato che un proprio team effettuerà a breve un’ispezione sul posto per valutare l’entità dei danni. Il direttore generale Rafael Grossi ha definito l’incidente “fonte di profonda preoccupazione”, sottolineando che l’attacco è avvenuto in un impianto che custodisce ingenti quantità di materiale nucleare a poca distanza dall’edificio colpito. Grossi ha inoltre ribadito che gli attacchi contro siti nucleari sono “del tutto inaccettabili” e rappresentano una violazione dei principi fondamentali della sicurezza nucleare durante i conflitti armati.

L’episodio si inserisce in una nuova ondata di attacchi russi che ha interessato diverse regioni ucraine. Nella regione di Zaporizhzhia, le autorità locali hanno denunciato bombardamenti notturni e nuovi raid nelle ore successive, che hanno provocato anche blackout parziali. Un uomo di 56 anni è morto durante un attacco con droni nella stessa regione, mentre un’altra vittima, un uomo di 59 anni, è stata registrata nella regione di Dnipropetrovsk. Almeno una persona è rimasta ferita e sono stati segnalati danni alle infrastrutture.

Sul fronte politico, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di aver respinto l’opportunità di avviare colloqui diretti con il presidente Volodymyr Zelensky per porre fine al conflitto. In un messaggio pubblicato sui social, Sybiha ha sostenuto che il protrarsi della guerra rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà economiche e militari della Russia.

Le nuove tensioni arrivano mentre Zelensky è atteso a un confronto con i leader di Francia, Germania e Regno Unito sulle prossime mosse diplomatiche e militari. Secondo recenti analisi basate sui dati dell’Institute for the Study of War, l’Ucraina avrebbe riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso nel mese di maggio per il secondo mese consecutivo, mentre l’economia russa continua a fare i conti con inflazione, aumento della pressione fiscale e carenza di manodopera.

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Wall Street Journal: “Le sanzioni non hanno fermato gli oligarchi russi: viaggi in jet grazie a una rete di intermediari”

7 June 2026 at 09:04

Sergey Chemezov, amministratore delegato del colosso russo della difesa Rostec, ha utilizzato un jet Bombardier da 75 milioni di dollari per almeno sei viaggi a Dubai, in Turchia e nel Sud-est asiatico tra l’anno scorso e quest’anno. Come lui, la cerchia ristretta di ricchi russi vicini a Vladimir Putin continua a condurre una vita lussuosa nonostante le sanzioni imposte dall’occidente dopo l’invasione dell’Ucraina. A rivelarlo è un’inchiesta del Wall Street Journal secondo la quale gli oligarchi amici dello zar usano jet privati di lusso prodotti in Occidente, grazie a una rete di società intermediarie, registrazioni offshore e triangolazioni in Paesi che non hanno imposto le misure contro Mosca.

Tanti miliardari russi hanno dovuto adattare il loro stile di vita sostituendo mete come Londra, la Costa Azzurra e le Alpi svizzere con nuove destinazioni quali gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l’Azerbaigian e continuano a viaggiare spesso all’estero con aerei Bombardier e Gulfstream, che operano regolarmente verso destinazioni come Emirati Arabi Uniti, Turchia e Azerbaigian, nonostante le restrizioni introdotte dal 2022. Secondo il Wall Street Journal, una rete di società intermediarie acquista i jet da produttori occidentali – o di seconda mano – e li immatricola in nuove giurisdizioni per renderli disponibili a cittadini russi colpiti da sanzioni. Al centro di questa rete figurerebbe anche la società viennese Avcon Jet con alcune sue controllate, che avrebbero gestito o registrato diversi aeromobili prima del loro passaggio a operatori russi, tra cui una società riconducibile a Chemezov. L’azienda, citata nell’inchiesta, ha dichiarato di rispettare rigorosamente le norme sanzionatorie, mentre altri soggetti coinvolti non hanno risposto alle richieste di commento.

Chemezov, che in passato frequentava regolarmente l’Europa e disponeva di asset immobiliari anche in Spagna, dopo la guerra ha spostato parte delle proprie attività negli Emirati, dove possiede una villa a Palm Jumeirah. Oltre a lui, il Wsj cita Arkady Rotenberg, imprenditore e amico storico di Putin fin dagli anni della gioventù a San Pietroburgo, già sanzionato dal 2014 per il suo ruolo nelle grandi commesse pubbliche russe. Secondo i dati citati dall’inchiesta, avrebbe avuto accesso a due Bombardier Global utilizzati per voli frequenti verso Emirati e Azerbaigian. L’inchiesta cita anche Igor Kasaev, magnate del tabacco, della distribuzione e dell’industria bellica, con un patrimonio stimato in circa 4,8 miliardi di dollari. L’oligarca, sanzionato da Stati Uniti ed Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina, avrebbe importato nel 2023 un Bombardier Global Express Xrs.

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Ucraina, Zelensky a Londra con Starmer, Macron e Merz. Mosca chiude ai colloqui, Trump si sfila dalle trattative: ecco i possibili mediatori per la pace

7 June 2026 at 07:14

Zelensky a Londra con i leader europei. Stallo nei negoziati con Mosca, Trump prende le distanze: chi può mediare per la pace

L’Europa prova a ritagliarsi un ruolo sempre più centrale nella guerra in Ucraina. A Londra, il presidente Volodymyr Zelensky incontrerà il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz per fare il punto sulla strategia comune dei cosiddetti “Volenterosi”, in un momento segnato dal perdurare dei combattimenti e dalle incertezze sul coinvolgimento degli Stati Uniti. I tre leader europei si riuniranno prima tra loro e poi incontreranno Zelensky per fare il punto sugli sforzi diplomatici finalizzati a raggiungere una “pace giusta e duratura“. Il vertice britannico rappresenta il primo di una serie di appuntamenti internazionali che nelle prossime settimane potrebbero delineare il futuro del sostegno a Kiev. Dopo Londra sono infatti in programma il G7, il Consiglio europeo, il vertice Nato di Ankara e, il 14 luglio, una nuova riunione allargata dei Volenterosi convocata da Macron a Parigi in occasione della Festa nazionale francese.

L’incontro arriva mentre la guerra continua a intensificarsi. Nelle ultime ore l’Ucraina ha colpito nuovamente la regione di San Pietroburgo con decine di droni. Il presidente Zelensky ha rivendicato l’operazione, spiegando che i velivoli hanno raggiunto gli arsenali della Marina russa e una base a Kronstadt dopo aver percorso circa mille chilometri. “È ora di porre fine a questa guerra, ma il leader della Russia vuole continuare a combattere”, ha scritto su X. L’offensiva ucraina è seguita al rifiuto di Vladimir Putin di incontrare direttamente Zelensky. Il presidente russo ha respinto la proposta avanzata da Kiev, sostenendo che il leader ucraino vuole soltanto fermare l’avanzata delle forze di Mosca. Un nuovo segnale della distanza che ancora separa le parti da un eventuale tavolo negoziale.

Proprio l’ipotesi di futuri colloqui spinge le capitali europee a rafforzare il coordinamento. A Bruxelles si fa strada la convinzione che le difficoltà economiche e militari della Russia possano offrire margini per aumentare la pressione sul Cremlino, senza però rinunciare a preparare una possibile fase negoziale. In questo quadro, l’Europa sembra intenzionata a colmare il vuoto lasciato dal progressivo disimpegno americano. Donald Trump, infatti, ha recentemente lasciato intendere di voler mantenere un profilo più defilato. “Lasciamo che se la sbrighino tra loro”, ha dichiarato il presidente statunitense riferendosi a Mosca e Kiev. Una posizione che ha rafforzato la convinzione delle principali capitali europee sulla necessità di agire con maggiore autonomia.

Gli aiuti

Sul fronte militare, intanto, l’Alleanza atlantica starebbe valutando un nuovo pacchetto di aiuti da 70 miliardi di euro per Kiev, mentre l’Unione europea si prepara a erogare la prima tranche del prestito da 90 miliardi già approvato. Nonostante le prospettive di un futuro negoziato, Bruxelles continua a puntare sul rafforzamento della pressione nei confronti della Russia. L’Italia, che ha escluso l’invio di truppe sul terreno, mantiene il sostegno a Kiev ma appare più defilata rispetto all’attivismo mostrato da Francia, Germania e Regno Unito. La premier Giorgia Meloni non ha ancora confermato la propria partecipazione al vertice allargato dei Volenterosi previsto a Parigi il 14 luglio.

Per i leader europei il vertice di Londra rappresenta dunque un passaggio chiave: sostenere militarmente l’Ucraina, preparare un eventuale negoziato e costruire una strategia sempre più autonoma in vista di una guerra che, dopo oltre quattro anni, continua a non mostrare una via d’uscita immediata.

Chi può mediare per la pace

Parallelamente, in Europa proseguono le riflessioni su un possibile ruolo dell’Ue nei futuri negoziati con Mosca. Vladimir Putin ha indicato come interlocutore ideale l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, nome però accolto con freddezza sia da Berlino sia da Bruxelles per i suoi stretti rapporti con il Cremlino. Tra i profili circolati negli ambienti europei figurano anche l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, l’ex presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e l’ex premier italiano Enrico Letta. Tra le ipotesi prese in considerazione vi sono inoltre il premier belga Bart De Wever e l’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, ritenuti da alcuni osservatori figure in grado di mantenere un dialogo con Mosca. Al momento, tuttavia, non esiste alcun mandato ufficiale né è stato individuato un rappresentante europeo incaricato di mediare tra le parti.

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Centinaia di droni ucraini attaccano San Pietroburgo. Zelensky: “Sono le nostre sanzioni a lungo raggio e funzionano”

6 June 2026 at 18:44

Putin raffredda ogni ogni prospettiva di vertice dopo la lettera aperta con cui Zelensky aveva rilanciato l’ipotesi di un incontro diretto. E dall’Ucraina, come ha confermato il suo presidente, è partito un massiccio attacco su vasta scala di droni su San Pietroburgo, dove sono rimaste ferite quattro persone, tra cui un bambino. Un raid avvenuto in coincidenza con la chiusura del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief), mentre il governatore della città baltica, Alexander Beglov, ha rivolto un appello senza precedenti alla popolazione perché rimanesse in casa. Un altro bombardamento di droni ucraini era avvenuto nella giornata inaugurale, il 3 giugno. “Stanotte, i nostri droni hanno percorso una distanza di circa mille chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, agli arsenali della Marina nemica e a una base a Kronstadt“, ha scritto Zelensky su X, rivendicando il lancio di droni sulla Russia e definendoli “sanzioni”. “È ora di porre fine a questa guerra. Ma il leader della Russia vuole continuare a combattere. È per questo che le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando”, ha affermato.

“Le nostre sanzioni a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione di Krasnodar e hanno colpito un deposito di petrolio. Questi sono importanti risultati degli sforzi congiunti dei guerrieri delle Forze Armate ucraine, del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e dell’Intelligence della Difesa dell’Ucraina. La Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l’Ucraina riceverà una risposta giusta”, ha concluso.

Alexander Drozdenko, governatore della regione di Leningrado, di cui San Pietroburgo è capoluogo, ha detto che “in un attacco senza precedenti, sono stati abbattuti 144 droni nemici sopra il territorio della regione”. Drozdenko ha aggiunto che i detriti di uno dei droni, precipitati al suolo, hanno causato un incendio “presso un impianto del ministero della Difesa a Bolshaya Izhora”, provocando il ferimento di 4 persone. Uno solo di questi è stato ricoverato in ospedale, mentre gli altri tre, tra cui un bambino, hanno ricevuto assistenza medica sul posto. Oltre 600 persone sono state evacuate dalla zona.

Intanto, al Forum economico di San Pietroburgo si fatto in larga misura finta che la guerra non esistesse, malgrado le colonne di fumo nero sollevate da un attacco di droni di Kiev sulla città ad accogliere i partecipanti al loro arrivo in città mercoledì mattina. Non palpabile il disagio fra i partecipanti, il ‘gotha’ dell’economia e della finanza del Paese. Nulla è stato detto al Forum su come potrà essere affrontata la crisi in vista che non intaccherà il modello dominante, anche se il cash flow delle grandi imprese ha cominciato a risentirne, e rischia di portare, oltre che allo scontento del mondo dell’impresa, anche aumenti delle tasse e altre misure restrittive per le persone della classe media.

“L’economia russa può sostenere un peso di queste dimensioni quasi indefinitivamente. La questione non è quanto si possa andare avanti. O se l’economia possa sostenere la spesa attuale destinata al comparto militar industriale. La questione è piuttosto come ulteriori aumenti della spesa potranno essere finanziati, quando sarà necessario”, ha spiegato, citato dal Moscow Times, l’economista Dmitry Nekrasov, già direttore del Centro di analisi del servizio federale per il fisco, dichiarato ‘agente stranierò e ora all’estero, sottolineando che il peso della crisi ricadrà su chi al forum non è stato invitato. Nel clima della conferenza, tradizionale occasione per attrarre investimenti, quindi da cui ogni forma di pessimismo è bandita, qualche lapsus nel generale clima di rimozione è stato fatto.

(nella foto: droni su San Pietroburgo il 3 giugno 2026)

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Il Papa: “In Iran una guerra ingiusta”. Appello per la pace in Ucraina e Libano: “Sono preoccupato”

6 June 2026 at 10:36

Iran, Libano e Ucraina. A bordo dell’aereo papale diretto a Madrid, Papa Leone XIV è tornato a intervenire con forza sui principali scenari di guerra, partendo dal Medio Oriente e dal dibattito riacceso attorno alla legittimità dei conflitti. Rispondendo ai giornalisti, il pontefice ha messo in discussione il richiamo alla teoria della “guerra giusta” nel caso dell’Iran, osservando come si tratti di un’impostazione che “viene da secoli passati, quando non si immaginavano le armi e la capacità di distruzione che l’uomo ha oggi”, e richiamando i contenuti della sua enciclica Magnifica Humanitas.

Un passaggio che si inserisce nel confronto internazionale anche dopo l’evocazione di quel principio da parte del vicepresidente americano J.D. Vance a sostegno delle azioni militari contro Teheran. “Credo che sia già stato detto molto chiaramente: lì non c’è una guerra giusta. Il problema è che la teoria della guerra giusta proviene dai secoli passati; non contemplava nemmeno le armi e la capacità di distruzione di cui dispone l’essere umano al giorno d’oggi”

Dal volo verso la Spagna, il Papa ha poi allargato lo sguardo agli altri fronti di crisi, a cominciare dall’Ucraina, dove il conflitto prosegue da oltre quattro anni. “Bisogna promuovere il negoziato. Si stava almeno facendo qualche sforzo, ma veramente bisogna spingere perché la violenza abbia una conclusione e finisca la guerra”, ha detto Leone XIV, rispondendo a una domanda sul fallimento dei tentativi di dialogo tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente russo Vladimir Putin.

Prevost ha espresso una preoccupazione crescente per l’evoluzione della guerra in Europa orientale. “Sono preoccupato per l’Ucraina. Ogni volta la situazione peggiora. Occorre trovare una soluzione”, ha aggiunto, ribadendo la necessità di una via d’uscita politica dopo anni di combattimenti e un bilancio sempre più pesante di vittime e distruzioni. Accanto all’Ucraina, Leone XIV ha richiamato anche la situazione del Libano, da anni attraversato da una profonda crisi economica e istituzionale aggravata dalle tensioni regionali. “Sono in contatto con i leader religiosi che ho incontrato. Stiamo cercando una risposta. La situazione è molto complessa”, ha spiegato il Papa, sottolineando il lavoro di dialogo portato avanti dalla Santa Sede con le diverse componenti religiose del Paese dei Cedri.

L’arrivo a Madrid e l’incontro con le vittime di abusi in agenda

L’arrivo nella capitale spagnola è avvenuto in un clima di grande attesa. Sorridente e dall’aria distesa, Leone XIV è sceso dalla scaletta dell’aereo ITA Airways all’aeroporto internazionale Adolfo Suárez Madrid-Barajas con alcuni minuti di anticipo rispetto all’orario previsto. Ad accoglierlo c’erano re Felipe VI e la regina Letizia, che gli hanno riservato il protocollo delle grandi occasioni.

Già dalle prime ore del mattino, migliaia di persone avevano raggiunto il centro della capitale per assicurarsi un posto lungo il percorso del Papa. In Plaza de Oriente, davanti al Palazzo Reale, e nell’area che collega la Cattedrale dell’Almudena alla Plaza de la Armería, fedeli, turisti e curiosi hanno atteso sotto il sole l’arrivo del Pontefice. Sedie pieghevoli, cappellini e bottiglie d’acqua hanno caratterizzato una lunga attesa vissuta con entusiasmo e pazienza. Tra i presenti anche anziani, persone in sedia a rotelle e gruppi provenienti da diverse regioni della Spagna. Alcuni erano arrivati già all’alba per conquistare le posizioni migliori lungo le transenne predisposte dalle autorità.

Ma nell’agenda del Papa c’è anche un incontro delicatissimo. La questione degli abusi sessuali nella Chiesa resta “una ferita ancora aperta” come ha spiegato durante il volo che da Roma confermando l’intenzione di incontrare alcune vittime nel corso della visita in Spagna. “Incontrerò alcune persone che hanno subito abusi – ha spiegato il Pontefice ai giornalisti al seguito – ma purtroppo è impossibile ricevere tutte quelle che lo vorrebbero”. Parole che confermano la volontà del pontefice di mantenere alta l’attenzione su una delle questioni più dolorose per la Chiesa cattolica contemporanea, in un Paese che negli ultimi anni ha vissuto un intenso dibattito pubblico sulle responsabilità ecclesiastiche e sulla tutela delle vittime.

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La lettera di Zelensky a Putin

6 June 2026 at 03:45

Pubblichiamo la lettera che il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha inviato al presidente russo Vladimir Putin.

Quando sei salito al potere in Russia più di ventisei anni fa, molte persone in Ucraina ti guardavano con favore. Era così. Ma questo appartiene ormai al passato. Oggi, la stragrande maggioranza degli ucraini guarda con favore al fatto che i nostri droni a lungo raggio abbiano fatto visita all’apertura del tuo forum a San Pietroburgo, percorrendo una distanza di oltre mille chilometri. Come sai bene, quella distanza non è il limite delle nostre capacità.

In ventisei anni di potere hai completamente trasformato l’agenda delle relazioni tra Ucraina e Russia. Dalle discussioni su commercio e altre questioni civili, i nostri popoli sono passati a parlare quasi esclusivamente di attacchi e perdite.

Hai trascorso quasi metà dei tuoi ventisei anni di potere in Russia a fare guerra all’Ucraina.

Qualunque cosa tu possa dire sulla Nato, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale – una guerra senza una vera ragione. Così la ricorderà la storia. Questi anni avrebbero potuto essere molto diversi.

Sentiamo spesso dire che questa guerra ti è comoda. Certo, non nei casi in cui si tratta della sicurezza della tua residenza a Valdai o della tua parata a Mosca. La tua vita ti è cara. Ma ora possiamo vedere tutti che i russi stanno finalmente diventando meno a proprio agio con questa realtà – con il fatto che la guerra porta sempre più conseguenze negative alla Russia.

Non gradiscono i nostri droni e i nostri missili. Non gradiscono la carenza di carburante e i prezzi in costante aumento. Non gradiscono le restrizioni continue. Non gradiscono la tua intenzione di lanciare una seconda ondata di mobilitazione per espandere la guerra in un’altra direzione in Ucraina o per usarla contro altri Paesi confinanti con la Russia. Non gradiscono il fatto che alla tua guerra non si veda alcuna fine.

Sì, puoi ancora costringere i russi a vivere in questo modo. Ma le tue risorse si stanno riducendo significativamente. Non avrai abbastanza denaro né capitale politico per continuare ad acquistare la fedeltà dei russi come hai fatto negli ultimi ventisei anni. E faremo tutto il possibile per garantire che il mondo contribuisca ad avvicinare quel momento. Come ami dire tu stesso: «Bisogna fare i conti».

Ieri [mercoledì, ndr] ho ricevuto un rapporto sulle perdite del tuo esercito al fronte in Ucraina durante il mese di maggio. Ancora una volta, il numero ha superato i trentamila soldati russi uccisi e gravemente feriti. Manteniamo quel livello mese dopo mese, e abbiamo conferma video di ognuna delle tue perdite – non sono affermazioni campate in aria. Sappiamo che il sessantatré percento delle tue perdite sul campo di battaglia sono morti, mentre solo il trentasette percento sono feriti. Nel ventunesimo secolo, nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la quota dei caduti continuerà a crescere. Non è che noi in Ucraina siamo preoccupati per il destino dei soldati russi, dopo tutto ciò che la tua guerra ha portato nel nostro paese. Ma io mi preoccupo per gli ucraini.

Stiamo perdendo il nostro popolo, e ogni perdita ci fa male. Anche quando il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe è di uno a cinque o uno a sei, questo ha comunque un peso enorme.

Ha peso anche il fatto che tu rimandi regolarmente, ogni pochi mesi, le tue stesse scadenze per la conquista delle nostre regioni – in particolare della regione di Donetsk. E non la conquisterai neanche quest’anno.

Ma noi in Ucraina non vogliamo una guerra permanente. Sappiamo bene che la vita senza guerra è infinitamente migliore. E vogliamo raggiungerla. Sono convinto che la maggior parte dei russi risponderebbe positivamente a questo – e tu lo sai.

In molti non credevano che l’Ucraina sarebbe riuscita a resistere così a lungo. Tu non ci credevi. E neppure coloro che ti consigliavano ci credevano. È stato un errore. Non ti aspettavi una resistenza totale da parte dell’Ucraina, e non hai previsto che le cose si sarebbero spinte fin qui. Eppure eccoci tutti qui – al quinto anno di questa guerra su larga scala.

Non aver paura di imboccare la via d’uscita da questa guerra. È la cosa principale che ti viene chiesta in questo momento.

L’Ucraina ha preservato la propria indipendenza. E la preserverà. Nonostante tutte le previsioni contrarie. Abbiamo unito molti nel mondo al fianco dell’Ucraina e contro di te. Abbiamo trovato le armi e i finanziamenti di cui avevamo bisogno.

Noi riceviamo sostegno. Tu ricevi sanzioni. E questo continuerà finché non ci sarà giustizia per l’Ucraina – la giustizia che cerchiamo e che può essere raggiunta. Non permetteremo a coloro che cercano di convincerti che le sanzioni contro la Russia saranno significativamente allentate, e che il sostegno all’Ucraina sarà significativamente ridotto, senza alcun cambiamento sostanziale nella tua posizione verso l’Ucraina, di avere successo. L’esempio di Orbán mostra come coloro che scelgono di aiutare la Russia nella sua guerra contro di noi finiscano nel disonore.

L’Ucraina ha resistito a inverni rigidi mentre tu cercavi di distruggere il nostro sistema energetico. Abbiamo tenuto duro – e anche nell’oscurità, la resilienza degli ucraini è rimasta intatta.

Abbiamo portato la guerra sul tuo territorio, e tu non avresti potuto farcela senza l’aiuto della Corea del Nord. Sei il primo governante della Russia a rivolgersi a Pyongyang per chiedere assistenza. E oggi sei totalmente dipendente dalla Cina – anche questa una prima volta nella storia della Russia.

Credevi che gli ucraini non avrebbero avuto la forza di difendersi. Eppure oggi il nostro popolo aiuta i nostri partner in Medio Oriente e nel Golfo a costruire le proprie difese.

Speravi in disordini interni in Ucraina. Invece, sono state le tue stesse formazioni militari a inscenare un ammutinamento contro di te. Il 23 giugno ricorrerà un altro anniversario di quell’evento, e il silenzio non cancellerà questo fatto dalla storia.

E ora sei tu che i tuoi stessi funzionari, uomini d’affari e propagandisti guardano con evidente stanchezza. Il mondo lo vede. Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come hai a lungo sperato. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia – persino tra coloro che nel mondo più ampio ti aiutano ad aggirare le sanzioni e a tenere a galla la tua economia. Non puoi non accorgertene. Dopo ventisei anni di potere, l’età comincia a farsi sentire. E con il tempo, la stanchezza nei tuoi confronti non potrà che crescere.

Abbiamo rapporti di intelligence che mostrano come tu stia ora valutando piani per proseguire la guerra fino al 2027 e al 2028. Sappiamo anche che speri che i missili balistici ottengano per te ciò che tutto il resto non è riuscito a ottenere. Vuoi trascinare la Bielorussia ancora più a fondo in questa guerra, e ora siamo costretti a prepararci anche per questo. Vediamo che stai cercando di orchestrare qualcosa attorno alla Transnistria. I tuoi propagandisti minacciano, in un modo o nell’altro, ogni Paese confinante con la Russia. Vuoi davvero passare attraverso tutto questo?

La scelta ora spetta a te. Basta con la guerra. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra. Questo deve avvenire onestamente, con dignità, e con garanzie che la guerra non venga riaccesa.

Vediamo che gli Stati Uniti sono completamente concentrati sulla questione dell’Iran, e sarebbe sbagliato aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione.

L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un confronto diretto tra noi e te. Propongo un incontro.

Tutti hanno sentito i tuoi rappresentanti dire, sorridendo, che potrei presumibilmente venire a Mosca. Ma dopo questi ventisei anni, non c’è nulla che un leader ucraino debba fare nella tua capitale – così come non c’è nulla che un leader russo debba fare a Kyjiv. Ci sono Paesi che tradizionalmente hanno ospitato i leader per risolvere questioni di guerra e pace. La Svizzera, la Turchia, i Paesi del mondo arabo – molti sono in grado e disposti a ospitare un tale incontro.

Sono i leader a risolvere le questioni fondamentali. È sempre stato così, e sempre sarà. Propongo di fissare una data precisa per tale incontro.

Abbiamo sentito dire che in Alaska ti sarebbero state promesse la risoluzione di alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma puoi vedere tu stesso che le questioni ucraine ed europee non si decidono ad Anchorage.

Al percorso bilaterale che si instaurerà tra noi potrebbero aggiungersi altri partecipanti concordati.

Poiché la guerra si svolge in Europa, e poiché l’Ucraina ha bisogno di garanzie di sicurezza, mentre anche tu cerchi garanzie di sicurezza per te stesso, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono svolgere un ruolo genuino da garanti.

Riteniamo che l’Europa debba far parte di questo processo – quelli che hanno davvero la capacità di influenzare la situazione.

Riteniamo anche che gli Stati Uniti debbano far parte del processo. Questo è ciò che potrebbe contribuire a forgiare una nuova architettura di sicurezza per la nostra parte del mondo.

Abbiamo già vissuto molti accordi con la Russia, inclusi gli accordi di Minsk, che alla fine sono falliti. Ecco perché dobbiamo prima trovare risposte dirette tra di noi alle domande che rimangono aperte, e non nasconderci dietro a questioni difficili attraverso formule, gruppi di lavoro tecnici o un tempo infinito perduto nella diplomazia della spola.

La tua guerra ha separato per sempre l’Ucraina e la Russia. La linea del fronte di oggi è la linea da cui deve iniziare la diplomazia.

L’Ucraina è pronta a un cessate il fuoco totale per la durata dei negoziati. Questa è una prassi standard, e gli sviluppi attuali attorno all’Iran non fanno che confermarlo. Un tentativo di instaurare un vero silenzio delle armi è il modo migliore per iniziare a parlarsi. Crediamo che non si tratterebbe semplicemente di un tentativo, ma di un cessate il fuoco reale – se è quello che vuoi.

Sai che gli Stati Uniti hanno la capacità di monitorare un cessate il fuoco lungo la linea in cui le ostilità si fermano.

L’Ucraina è pronta a uno scambio totale di prigionieri di guerra, e questo potrebbe diventare un buon prologo alla fine della guerra. Devono essere adottate misure serie per il ritorno dei civili e dei bambini portati via durante la guerra. Dobbiamo determinare quale futuro attende le generazioni di ucraini e russi che verranno dopo di noi.

Se non giungi personalmente alla conclusione che è giunto il momento di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a combattere per la propria esistenza. Avremo chi ci sostiene.

Ma anche tu dovrai combattere molto più duramente per la tua stessa esistenza – non quella della Russia, ma la tua. E questo non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. È un fatto della storia russa che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva.

Possiamo lavorare verso quella stanchezza. Puoi fermare la tua guerra. Memoria eterna a tutti coloro la cui vita è stata spezzata da questa guerra.

Gloria all’Ucraina!

L'articolo La lettera di Zelensky a Putin proviene da Linkiesta.it.

La competizione silenziosa sul futuro dell’Ucraina aperta dalla lettera di Zelensky

6 June 2026 at 03:45

Il copione sembra scontato: le dichiarazioni coordinate tra Parigi, Berlino, Londra e Bruxelles; il sostegno alla lettera del presidente ucraino Volodymyr Zelensky al leader russo Vladimir Putin; un rinnovato appello a riaprire i canali negoziali. Il presidente francese Emmanuel Macron che parla di una «buona iniziativa», la Commissione europea che ribadisce il sostegno a colloqui diretti, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul che insiste sulla necessità di negoziati «con e dagli europei». Tutto appare lineare, quasi prevedibile.

Ma sotto questa superficie si sta muovendo qualcosa di più profondo: non una semplice apertura diplomatica, ma la competizione tra due modelli incompatibili di negoziato.

La lettera di Zelensky a Putin non è soltanto un invito al dialogo. È un’operazione politica multilivello. Rivolta a Mosca, costruisce la narrativa della responsabilità russa nel rifiuto della pace. Rivolta a Washington, segnala che Kyjiv non può attendere indefinitamente le priorità americane, oggi in parte assorbite da altri dossier strategici. Rivolta all’Europa, riafferma che le questioni di sicurezza del continente non possono essere negoziate senza la presenza europea. E rivolta all’opinione pubblica internazionale, tenta di consolidare l’immagine di un’Ucraina pronta al negoziato, ma non alla resa.

Dall’altra parte, Mosca lavora su una logica diversa. Le dichiarazioni che emergono dal Forum economico di San Pietroburgo e la narrativa rilanciata dai media statali non descrivono soltanto una disponibilità al dialogo condizionato, ma un tentativo di normalizzazione bilaterale del conflitto. L’idea stessa di un canale diretto tra Putin e il presidente statunitense Donald Trump, rilanciata dalla stampa russa, va letta meno come provocazione infrastrutturale e più come messaggio politico: riportare la gestione della guerra a un asse diretto tra grandi potenze, ovvero come la Russia vuole essere considerata, riducendo il ruolo europeo a elemento secondario.

L’Europa reagisce cercando di consolidare il proprio spazio politico. Le capitali europee insistono sulla centralità dell’Unione nei futuri negoziati, mentre Parigi prova a fissare paletti chiari: apertura al dialogo sì, ma senza riaprire la questione delle concessioni territoriali come premessa negoziale. È una linea che mira a impedire che l’eventuale evoluzione del dialogo venga assorbita da una dinamica bilaterale tra Washington e Mosca.

Il risultato è che oggi non esiste un solo tavolo negoziale in costruzione, ma due architetture potenzialmente incompatibili. La prima, sostenuta da Kyjiv e dalle principali capitali europee, è multilaterale: include garanzie di sicurezza, coinvolgimento europeo e statunitense, e una rigida separazione tra cessate il fuoco e concessioni territoriali. La seconda, promossa implicitamente dalla narrativa russa e da alcuni segnali provenienti dal fronte americano, è bilaterale: tende a ridurre il conflitto a una questione tra potenze, con l’Ucraina in posizione negoziale asimmetrica e l’Europa ai margini.

Nel frattempo, la guerra continua su un piano di logoramento. La Russia appare incapace di trasformare le proprie offensive in avanzamenti strategici significativi, nonostante la pressione su più assi del fronte. L’Ucraina, dal canto suo, ha progressivamente spostato il baricentro della propria strategia: meno controffensiva tradizionale, più interdizione sistemica attraverso attacchi a lungo raggio contro infrastrutture energetiche, logistiche e militari in territorio russo.

È proprio questo equilibrio instabile – nessuna vittoria decisiva, ma costi crescenti per entrambe le parti – a rendere oggi più credibile il discorso negoziale. Non perché la guerra stia finendo, ma perché si sta stabilizzando in una forma che nessuno dei due attori è in grado di rompere rapidamente.

Anche il fronte politico americano si inserisce in questa dinamica. Il recente via libera della Camera a un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina conferma la persistenza di un sostegno bipartisan, ma allo stesso tempo evidenzia una crescente frammentazione interna che potrebbe influenzare la postura di Washington nei prossimi mesi.

In questo scenario si inseriscono anche gli appuntamenti dei prossimi giorni: l’incontro di domani a Londra tra Macron, Zelensky, il primo ministro britannico Sir Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, e la successiva riunione della coalizione dei volenterosi prevista a Parigi a luglio. Assente, almeno dall’incontro nella capitale britannica, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che più volte ha espresso dubbi sulla coalizione dei volenterosi e il cui governo litiga sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea («Prima di fare entrare l’Ucraina, noi dobbiamo far entrare i Balcani» ha detto ieri Antonio Tajani, ministro degli Esteri). Ma nonostante la sua assenza, queste occasioni che puntano a consolidare il coordinamento europeo sul dossier ucraino e a strutturare un quadro politico comune in vista di eventuali sviluppi negoziali.

La domanda centrale, a questo punto, non è se si aprirà un negoziato, ma quale delle due architetture oggi in competizione riuscirà a imporsi come formato legittimo della trattativa. In gioco non c’è solo la fine della guerra, ma la definizione del sistema politico che ne determinerà l’esito.

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Costanza e il drone impazzito: il Mar Nero diventa il fronte invisibile della NATO

5 June 2026 at 23:05
Un drone navale ucraino, deviato dal jamming russo, esplode nel porto NATO di Costanza. Analisi dello spillover nel Mar Nero, della guerra dei droni e della cornice narrativa che riconduce tutto a Mosca.

Cacciari: “Zelensky e Putin si parlino e si vedano dove vogliono, anche sulla luna”. Poi rifiuta gli auguri di compleanno

5 June 2026 at 17:03

Il caso Erri De Luca? Togliere la parola a chicchessia significa mettersi dalla parte del torto“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Uno, Nessuno, 100Milan (Radio24) dal filosofo Massimo Cacciari, che ribadisce quanto espresso nella sua intervista a Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano in merito alla vicenda dello scrittore napoletano. De Luca era stato invitato a tenere il discorso di apertura della kermesse, prevista dal 13 al 20 giugno, ma la direzione ha deciso di revocare l’incarico dopo le sue recenti dichiarazioni al quotidiano israeliano Israel Hayom, dove De Luca si è definito sionista e ha rifiutato di qualificare come genocidio gli stermini israeliani a Gaza. Cacciari ammette di non conoscere i particolari del caso, ma precisa: “Se Erri De Luca dice che non c’è genocidio a Gaza, la questione può essere anche discussa sotto il profilo giuridico e tecnico. I criminali nazisti a Norimberga non sono stati accusati di genocidio. E non perché non ci avessero pensato, ma perché ritenevano che fosse, da un punto di vista formale e giuridico, un’accusa difficilmente sostenibile. C’è stata però quella di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – continua – Se Erri De Luca preferisce accusare Israele di questo, si accomodi pure. Io a quel festival l’avrei fatto parlare lo stesso, perché, come ho detto in tutte le occasioni, la democrazia è forte quando dà la parola a chiunque“.

Sulla guerra tra Russia e Ucraina, Cacciari ha commentato la lettera che Zelensky ha inviato a Putin, un’offerta pubblica di dialogo con cui il presidente ucraino propone un incontro diretto in un Paese terzo neutrale (Svizzera, Turchia o uno Stato arabo), un cessate il fuoco durante i negoziati, lo scambio “tutti per tutti” dei prigionieri, il ritorno dei civili e dei bambini deportati e garanzie di sicurezza internazionali. Il Cremlino ha confermato di aver ricevuto la missiva, ma la risposta resta la consueta: Zelensky sarebbe il benvenuto a Mosca, opzione che lo stesso leader ucraino ha già escluso. “Zelensky e Putin sono gli unici che possono risolvere il conflitto – ha affermato Cacciari – Per gli Stati Uniti non è assolutamente una priorità: questa guerra può continuare all’infinito perché le attenzioni di Trump sono rivolte altrove, al confronto globale con la Cina e, per certi versi, con l’Iran. L’Europa politicamente non esiste: non ha difesa comune, non ha esercito comune, non ha politica estera comune. Alla fine devono essere i due protagonisti a trovare un’intesa“. Il filosofo ricorda che neppure l’elezione di Trump ha cambiato le cose, nonostante le aspettative: “Non ce l’ha fatta, non era la sua priorità”. Quando Leonardo Manera gli ha chiesto se, a suo avviso, Zelensky dovrebbe recarsi a Mosca, Cacciari ha risposto con un moto di impazienza: “O Putin a Kiev, ma che ne so io. Si vedano a metà strada, insomma, si trovino sulla luna o dove vogliono“.

Ben diversa, per il filosofo, è la natura della guerra condotta da Netanyahu a Gaza: “Netanyahu, per dirla con Kant, sta conducendo una Ausrottungskrieg, cioè una guerra di sterminio. Quando chiede che per la sicurezza di Israele si debba arrivare al 70% di occupazione della Striscia di Gaza (e già siamo al 60%), vuole cacciare dalle spiagge le tende dell’ultimo milione di palestinesi rimasti. Vuole eliminarli, disperderli per il mondo, continua a occupare territori contro tutte le risoluzioni dell’Onu, colonizza tutto il possibile. Non c’entra nulla con la guerra russo-ucraina, che resta una guerra tra due eserciti, del tutto tradizionale, con l’aggravante di una dimensione civile. Qui non c’è nessun parallelo possibile“.

La conversazione si è conclusa con un siparietto esilarante: i conduttori hanno scoperto che proprio oggi Cacciari compie 82 anni e hanno provato a fargli gli auguri. Ma Cacciarli, davanti alle insistenze di Milan, lo ha gelato in diretta: “Per carità, non celebro anniversari di nessun genere. Ogni forma di anniversario e di ricorrenze è detestata dal sottoscritto, quindi la prego di tenersi i suoi auguri“. Neppure il tentativo di intonare “tanti auguri” in diretta ha avuto successo. “No, no, per carità, auguri a lei”. A conversazione conclusa, Manera ha comunque intonato la canzoncina di auguri per il filosofo, mentre la regia ha riproposto in mix la frase con cui mesi fa Cacciari aveva elegantemente declinato una domanda sul proprio matrimonio. Soundtrack: Che fastidio di Ditonellapiaga. Un commiato ironico e affettuoso per un intellettuale che continua a rifiutare con la stessa coerenza sia le celebrazioni, sia le censure.

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Putin chiude a Zelensky: “Non ci sono motivi per incontrarlo ora. La sua lettera è maleducata”

5 June 2026 at 15:45

All’indomani della lettera aperta di Volodymyr Zelensky, il presidente russo Vladimir Putin chiude gli spiragli di pace ed esclude la possibilità di un faccia a faccia con il leader ucraino in questo momento. “Non vedo il senso di un incontro. Sarebbe di interesse per la parte ucraina solo per fermare l’avanzata delle nostre forze armate”, ha dichiarato Putin intervenendo alla sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief).

Si spengono così quindi le speranze di un’apertura da parte di Mosca, sorte ieri dopo la pubblicazione dell’appello sul sito della Presidenza di Kiev. Pur con un tono poco conciliante, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva risposto: “Zelensky può venire a Mosca in qualsiasi momento”. Si aspettava però un commento più articolato di Putin. Che è arrivato oggi e che chiude la strada a colloqui diretti tra i due leader, almeno in questa fase.

“Ho rifiutato la stessa proposta tre settimane fa” ha raccontato. È necessario, ha aggiunto, “lasciare che gli specialisti lavorino, elaborino soluzioni, e poi potremo incontrarci”, sostenendo quindi che un vertice con Zelensky sarebbe “inutile” fino al raggiungimento di un accordo di pace. Ha inoltre criticato la lettera, alla quale ha dato “una rapida occhiata”, sostenendo che contiene “elementi di maleducazione” che non favoriscono un clima utile per eventuali negoziati.

La Russia metterà fine al conflitto in Ucraina, ha ribadito, quando “avrà raggiunto i suoi obiettivi“, che rimangono “immutati“. Questi obiettivi sono stati delineati all’inizio dell’operazione militare e poi ancora nel giugno del 2024, ha aggiunto il capo del Cremlino. Vale a dire il ritiro delle truppe ucraine dalle regioni rivendicate dalla Russia e la rinuncia di Kiev ad entrare nella Nato.

Durante il suo intervento il presidente russo ha anche citato l’Italia come una tra le peggiori realtà nell’Unione europea per il debito pubblico. Il leader del Cremlino ha fatto riferimento all’ “elevato debito pubblico e agli ingenti deficit di bilancio”, affermando che il debito pubblico dell’eurozona è salito all’81,7% del Pil nel 2025. Putin ha citato in particolare la Grecia al 146%, l’Italia al 137%, la Francia al 115% e il Belgio al 108%. “La Russia, tra l’altro, è al 16,4%”, ha aggiunto, precisando tuttavia che la cifra “fluttua leggermente”.

È tornato poi ad attaccare l’Ue e i suoi leader. “Le élite europee stanno essenzialmente provocando il caos, nel quale cercano di trascinare sempre più Paesi” ha detto. Secondo Putin, le politiche “aggressive” portate avanti dalla burocrazia europea sono “miopi” e stanno contribuendo sia a un ulteriore indebolimento della posizione dell’Ue nell’economia globale sia a un deterioramento della sicurezza internazionale. La Russia, ha aggiunto, ha un’economia ”sovrana” che non è collassata nonostante le sanzioni. “Naturalmente, sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato. Siamo scesi allo stesso livello in cui i paesi dell’Eurozona hanno registrato una crescita negli ultimi anni”, ha affermato Putin.

Intanto, oggi c’è stato il primo incontro tra la commissaria russa per i diritti umani, Yana Lantratova, e il suo omologo ucraino, Dmitry Lubinets, con il quale ha concordato di sviluppare un percorso di cooperazione. L’incontro, scrive l’agenzia russa Tass, si è svolto al confine tra l’Ucraina e la Bielorussia. In particolare, ha sottolineato Lantratova, i due commissari hanno concordato di scambiare liste di cittadini da rimpatriare, di continuare le visite congiunte ai prigionieri di guerra nei due Paesi e consegnare lettere e pacchi dai parenti ai prigionieri di guerra.

In queste ore, Lantratova ha assistito i militari russi che sono arrivati in Bielorussia, in attesa di raggiungere Mosca in seguito allo scambio con l’Ucraina di 185 prigionieri per parte. Lo scambio fa parte di un più ampio accordo che si sviluppa in più tappe: il precedente era avvenuto a metà maggio e aveva coinvolto 205 persone per fronte.

Nella zona della centrale nucleare di Zaporizhzhia è entrato in vigore un “cessate il fuoco localizzato“. Lo ha annunciato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, anche se poco dopo è stato messo in discussone da Mosca che ha accusato l’Ucraina di averlo violato ferendo cinque militari russi. Secondo il Cremlino, il raid è avvenuto durante i lavori di ingegneria previsti dalla tregua, nei pressi di un pilone di sostegno della linea elettrica. “Questo incidente costituisce una grave violazione delle garanzie fornite dalla parte ucraina in merito alla sicurezza dei lavori, come confermato dalla nota dell’Aiea del 4 giugno”, si legge in un comunicato.

Quello di Zaporizhzhia è il sesto stop temporaneo concordato tra Mosca e Kiev con la mediazione dell’Aiea, dalla fine del 2025. Serve principalmente a effettuare lavori e riparazioni sulle linee elettriche così da prevenire il rischio di un incidente nucleare. L’Aiea ha spiegato che una linea elettrica da 750 kilovolt è danneggiata “da oltre due mesi” a causa di azioni di guerra, il che fa sì che “la più grande centrale nucleare d’Europa dipenda in questo momento “da una sola linea da 330 kV”. Nelle ultime settimane, la centrale ha perso più volte l’accesso anche a questa linea, ed è stata quindi costretta ad avviare i generatori diesel di emergenza come ultima risorsa.

Secondo il direttore generale dell’agenzia, Rafael Grossi, Russia e Ucraina hanno “collaborato in modo costruttivo con l’Aiea durante settimane di colloqui delicati e complessi”, arrivando a concordare un cessare il fuoco “nell’interesse della sicurezza nucleare”.

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Incontro Zelensky-Putin, il primo ostacolo è la sede: escluse Kiev e Mosca, ecco le altre possibilità

5 June 2026 at 12:59

L’apertura c’è stata, seppur solo a parole. Se lo spiraglio non si richiuderà, saranno molte le questioni da definire prima di cedere concretizzarsi quella che al momento è una possibilità ancora remota, un incontro fra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. Il primo problema da risolvere è il luogo dell’ipotetico faccia a faccia. I simboli sono fondamentali e la scelta della sede non sarà soltanto una questione di forma ma di sostanza. E la schermaglia tra le due parti è già iniziata.

Sa benissimo, Zelensky, che chiedere a Putin di volare a Kiev per trattare un cessate il fuoco o una pace è inutile. Anche il presidente russo sa perfettamente che l’avversario non si recherà mai in Russia, eppure non rinuncia alla provocazione: “Putin ha detto che se Zelensky vuole parlare, può venire a Mosca e farlo”, ha fatto sapere maliziosamente il Cremlino. Il che non avverrà mai, a meno che dopo quattro anni e mezzo di strenua resistenza Zelensky non voglia passare alla storia come il leader della nazione invasa che va a Canossa a pietire la fine della guerra lasciando per giunta all’invasore i territori conquistati.

Zero a zero e palla al centro, quindi. “Esistono Paesi che tradizionalmente ospitano leader per risolvere questioni di guerra e di pace – ha scritto il presidente ucraino nella lettera aperta in cui ha proposto il faccia a faccia al nemico per porre fine alla guerra in Ucraina -. La Svizzera, la Turchia, i Paesi del mondo arabo: molti sono in grado e disposti a ospitare un simile incontro”. Il piccolo Stato alpino, neutrale per antonomasia rappresenta lo standard mondiale della diplomazia multilaterale. Nel 1985 Ginevra ospitò lo storico faccia a faccia tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, tappa fondamentale verso il disgelo tra Usa e Urss e la fine della Guerra Fredda. Nel 2023 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per Putin con l’accusa di crimini di guerra in Ucraina, ma Berna hanno dichiarato che avrebbero concesso l’immunità al presidente russo qualora si fosse presentato per colloqui di pace.

Grazie alla sua posizione di ponte naturale tra Europa, Asia e Medio Oriente e alla volontà di Tayyip Recep Erdogan di farne un punto di riferimento nella regione, la Turchia si è ritagliata da tempo un ruolo centrale di mediatrice nei dossier eurasiatici: a Istanbul e ad Antalya si tennero i primissimi colloqui di pace diretti tra le delegazioni russa e ucraina nel 2022, culminati successivamente nella firma dell’Iniziativa per il grano del Mar Nero.

Le petro-monarchie del Golfo, dal canto loro, negli ultimi decenni hanno investito nel “soft power” diplomatico, trasformandosi in hub per la ricomposizione dei conflitti in Medio Oriente. Fin dal 2023 l’Arabia Saudita ha promosso importanti vertici internazionali a Gedda nel tentativo di creare le basi per piano di pace per l’Ucraina. Gli Emirati Arabi Uniti hanno già ospitato round di consultazioni trilaterali preliminari tra delegazioni diplomatiche americane, ucraine e russe. Il Qatar è stato la sede dei lunghi colloqui tra Stati Uniti e Talebani culminati con gli accordi del 2020 per il ritiro dall’Afghanistan e ha assunto un ruolo centrale come mediatore nei tavoli negoziali per i cessate il fuoco a Gaza. L’Oman, invece, considerato la “Svizzera d’Arabia” in virtù della sua politica di neutralità, ha avuto un ruolo di facilitatore nell’Accordo sul nucleare iraniano del 2015 e nei mesi scorsi ha ospitato colloqui indiretti tra gli Stati Uniti e l’Iran, prima che l’intelligence statunitense accusasse Mascate di favorire Teheran.

Altre sedi al momento sembrano avere poche possibilità. Donald Trump ha attivamente caldeggiato l’incontro tra i due leader ventilando l’ipotesi di ospitare un vertice tripartito in Alaska (simbolicamente vicina alla Russia e territorio americano neutrale, dove il 15 agosto 2025 aveva ricevuto Putin) o a Washington. Papa Leone XIV ha offerto la Santa Sede come spazio fisico e simbolico per un dialogo e il Vaticano ha già svolto un ruolo concreto nel facilitare lo scambio di prigionieri di guerra e il rimpatrio di bambini ucraini.

L’incognita, d’altronde, è sempre dietro l’angolo. L’11 maggio 2025 a sorpresa Putin aveva proposto di aprire colloqui diretti a Istanbul il successivo 15 maggio. Zelensky aveva raccolto immediatamente il guanto di sfida, confermando la sua partenza per la Turchia: “Ci vediamo a Istanbul – aveva detto -, ma solo se Putin si presenta di persona“. Nonostante al Palazzo Dolmabahçe fosse già tutto pronto, la notte prima del vertice il Cremlino annunciò che lo zar non sarebbe andato.

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Drone marino esplode nel porto di Costanza (Romania): “È di quelli usati in Ucraina”. Allerta rossa: “Altre 4 imbarcazioni con esplosivo”

5 June 2026 at 11:48

Nel day after del tentativo di dialogo tra Mosca e Kiev, con la lettera pubblicata dalla Presidenza ucraina e indirizzata al presidente russo, Vladimir Putin, nel dibattito sulla guerra torna la Romania, Paese membro della Nato e dell’Ue. Dopo l’esplosione di un drone su una palazzina civile nella città di confine di Galați, nella mattinata di venerdì un altro drone, questa volta marino, è esploso senza arrecare danni nel porto di Costanza, sul Mar Nero. E secondo il sito Digi24, sono altre quattro le barche cariche di esplosivo ancora al largo delle coste rumene.

L’inizio del dialogo?

Dopo la risposta del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non ha chiuso alla proposta di Volodymyr Zelensky, pur rispondendo provocatoriamente di attenderlo a Mosca, dalla capitale russa arriva la notizia che Putin “ha ricevuto un rapporto” sul messaggio dell’omologo ucraino, pur ricordando che non esistono canali diplomatici diretti tra i due Paesi.

L’esclusione di Donald Trump dai colloqui, paventata proprio da Zelensky nella lettera e motivata dal presunto disinteresse americano per il dossier ucraino, sembra aver rialzato il morale in Europa. A proporsi nuovamente come rappresentante delle istanze europee è, di nuovo, il governo tedesco. Il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha dichiarato, rivolgendosi indirettamente a Putin, che “è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative. Credo che tutti si rendano conto che il conflitto ha raggiunto una fase che necessita urgentemente di una soluzione”. Una soluzione alla quale si deve arrivare anche grazie al contributo dell’Europa, continente più esposto alle clausole di un eventuale trattato di pace, come sostiene il primo ministro ceco Andrej Babis: “È tempo che l’Europa abbia un ruolo per la pace. Il cancelliere dovrebbe ora prendere la leadership. Ci stiamo preparando al vertice della Nato ad Ankara, quella sarà l’occasione per discutere della pace. Donald Trump vuole che l’Europa abbia un ruolo, è concentrato su Hormuz ora”. Anche Antonio Tajani commenta: “Vogliamo essere ottimisti, l’importante è che Putin dimostri di volersi sedere sul serio al tavolo e che non sia soltanto un bluff. Noi incoraggiamo qualsiasi forma di dialogo, se Putin e Zelensky si parleranno sarà certamente un fatto molto positivo. Bene anche l’idea di Zelensky di avere un ‘cessate il fuoco’ durante il confronto. Noi faremo tutto ciò che è possibile per sostenere un accordo che sia portatore di una pace giusta e che ponga fine ad una guerra che dura fin da troppo tempo”.

La guerra continua

Dopo il raid ucraino su San Pietrioburgo, proprio nelle ore in cui nella città era presente anche Putin, l’esercito russo ha ripreso gli attacchi in Ucraina. Ma a preoccupare per il possibile coinvolgimento della Nato è di nuovo la situazione in Romania. Dopo l’esplosione, il porto di Costanza rimane in stato di allerta, con le autorità che hanno attivato il Piano di Intervento Rosso. Il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il drone è “del tipo utilizzato nella guerra in Ucraina” e che il caso è sotto indagine da parte della Procura della Corte d’Appello di Costanza. Il Presidente Nicușor Dan ha dichiarato che le forze dell’ordine e le strutture di sicurezza sono intervenute tempestivamente ed hanno evacuato preventivamente l’area prima dell’esplosione, aggiungendo che, ad oggi, non vi sono indicazioni di vittime.

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