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Dramma Berrettini: si ritira per infortunio, esce in lacrime. Arnaldi è in semifinale al Roland Garros

Una batosta tremenda, l’epilogo peggiore di uno storico derby italiano ai quarti di finale del Roland Garros. Per via dell’ennesimo infortunio, Matteo Berrettini è costretto al ritiro in lacrime nel corso del secondo set. Il dolore alla coscia destra è troppo forte per continuare a giocare, anche dopo il medical time out. Così Matteo Arnaldi avanza in semifinale nello Slam di Parigi, per la prima volta in carriera: sarà lui a sfidare Flavio Cobolli in un altro storico derby italiano. Lui che questo traguardo se lo è costruito proprio riemergendo da un altro brutto infortunio. Arnaldi merita questo obiettivo, Berrettini non meritava di vederselo strappare in questo modo.

Il sogno di Arnaldi continua, la maledizione di Berrettini si ripresenta. È finita nel modo che nessuno avrebbe immaginato, con il sanremese che supera così il romano con il punteggio di 7-5 5-2 rit. e raggiunge un traguardo impronosticabile alla vigilia. Sulla stessa scia del penultimo atto conquistato 8 anni fa, sempre sulla terra rossa di Parigi, da Marco Cecchinato. Adesso tra Arnaldi e la finale del Roland Garros c’è un altro derby, contro un altro romano, Cobolli, per la prima semifinale Major tutta italiana.

Non doveva finire così. Non doveva finire dopo appena un set e mezzo, con Berrettini con le mani sul viso e costretto ad alzare bandiera bianca dopo due ore di partita dettata dalla tensione della grande occasione per entrambi. Arnaldi ha avuto la bravura di riprendersi da un inizio molto contratto, nel quale ha concesso due break di vantaggio a Berrettini. La sua reazione e la rimonta hanno fatto da sfondo a un primo set non eccelso, ma nel quale il sanremese è apparso più lucido e meno propenso all’errore gratuito rispetto al 30enne romano. E non è un caso che i turni di servizio di Berrettini siano stati più incerti. Emblema è il game del 4-4, con l’ex numero 6 del mondo chiamato ad un turno di servizio da 16 minuti con cinque palle break annullate. Arnaldi è stato più solido e meno falloso, e il risultato è stato il primo set. Un andamento che stava proseguendo nel secondo parziale, fino a quel medical time out chiamato da Berrettini sul 2 pari. Il momento che ha rovinato una grande festa.

Questa semifinale riporta Arnaldi in piena zona teste di serie in vista di Wimbledon, con un salto in dieci giorni di ben 70 posizioni. Era n. 104 prima dell’inizio di questo Roland Garros, adesso è virtualmente al n. 34. E nelle Race le cose vanno anche meglio. Il romano è a ridosso della top 20, virtualmente al 23esimo posto. Qui il balzo in avanti è di 71posizioni. Una salita incredibile, così come incredibile è stato il viaggio parigino di Arnaldi fino a questo momento. Il bilancio con Cobolli è perfettamente in parità: una vittoria a testa. Entrambi i precedenti sulla terra battuta. Ad Arnadi la sfida di Umago nel 2023, a Cobolli quella al Roland Garros di un anno fa.

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Caso Igor Squeo: morì dopo un intervento di polizia, la Procura generale avoca l’inchiesta e indaga 6 agenti e un medico

Quattro agenti l’avrebbero sottoposto a una “impropria contenzione“, altri due avrebbero falsificato la annotazione di servizio, una dottoressa avrebbe somministratico un farmaco anestetico senza monitoraggio e poi avrebbe falsificato la relazione. Sono i sette indagati per la morte di Igor Squeo, deceduto a 33 anni dopo un intervento della polizia nel suo appartamento. Era la notte tra l’11 e il 12 giugno del 2022: una volante della polizia intervenne per sedare una rissa tra Squeo e un ragazzo ivoriano. Il giovane milanese fu ammanettato mani e piedi e bloccato al suolo, era agitato, sotto l’effetto degli stupefacenti. I poliziotti chiesero l’intervento di un medico che gli somministrò un farmaco per sedarlo. Il decesso arrivò 4 ore più tardi in ospedale. Del caso si è occupata negli ultimi anni anche la parlamentare di Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi.

Ora, a dare la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di agenti e medico, è stata Chi l’ha visto? che ha anche rivelato che a procedere è la procuratrice generale di Corte d’appello, Francesca Nanni, che ha avocato a sé l’inchiesta dopo due richieste di archiviazione dei pm i quali hanno ipotizzato una morte per “intossicazione acuta da cocaina”. Nanni, insieme col sostituto pg Massimo Gaballo, hanno accolto così la richiesta dei legali della famiglia. Nei giorni scorsi la Procura generale ha chiesto alla gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo di disporre una perizia medico legale per “accertare le cause del decesso“. La perizia medico legale in incidente probatorio, secondo la Pg, è necessaria anche “eventualmente per procedere all’esumazione del cadavere per verificare la presenza di ulteriori fratture ossee, oltre a quelle rilevate in sede di autopsia”.

Per la Procura generale, come si legge negli atti, le indagini hanno “totalmente trascurato l’ipotesi investigativa proposta dalle parti civili“, ossia che “il decesso di Squeo possa essere stato causato da asfissia posizionale determinata dall’impropria contenzione fisica” del 33enne, durante l’intervento degli agenti, “riferita da personale del 118“. In sostanza, Squeo sarebbe deceduto per l’impossibilità di respirare dovuta al peso dei poliziotti che lo bloccavano a terra e forse per il farmaco usato per sedarlo. Quattro poliziotti sono, perciò, indagati per omicidio preterintenzionale, due per falso ideologico mentre la dottoressa per omicidio colposo e falso ideologico perché in questa ricostruzione ha somministrato un farmaco anestetico al giovane “senza monitoraggio, nonostante la saturazione dell’82%” e poi ha “ritoccato” la relazione di soccorso, indicando “falsamente la saturazione del 96%“.

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Cosa aspettarsi da El Niño, dove colpirà e perché assomiglia a quello del 1877 che uccise oltre 50 milioni di persone

I venti in quota cambiano direzione e le acque degli oceani sono sempre più calde: sono questi i due fattori principali che stanno contribuendo a formare il Super El Niño. Mentre il fenomeno atmosferico si avvicina, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha invitato a prepararsi: un appello a cui ha fatto seguito anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. “I dati scientifici sono inequivocabili – ha dichiarato – C’è il 90% di possibilità che El Niño arrivi alle nostre porte nei prossimi mesi. Il mondo deve trattarlo come l’urgente avvertimento climatico che è”. Lo si annuncia da tempo e molti meteorologi sono preoccupati dal fatto che potrebbe essere il più forte dell’ultimo secolo. “Penso che assisteremo a eventi meteorologici che non abbiamo mai visto in epoca moderna”, ha avvertito, come riporta EuroNews, Jeff Berardelli, capo meteorologo e specialista del clima di WFLA-TV, in Florida.

Cos’è El Niño?

El Niño un fenomeno climatico naturale e periodico. Nasce dal riscaldamento delle acque oceaniche nella parte centro-orientale del Pacifico tropicale e si verifica in media ogni due/sette anni, durando dai nove ai dodici mesi. Secondo le stime del Noaa (la National Oceanographic and Atmospheric Administration) in quella zona quest’anno le temperature potrebbero aumentare di 3 gradi battendo ogni record precedente. La soglia ufficiale per stabilire la creazione di un evento El Niño corrisponde a un aumento di 0,5 gradi delle temperature superficiali dei mari per un periodo stagionale. Se la soglia raggiunge un aumento di 2 gradi allora si parla di Super El Niño, ovvero un’anomalia per quella zona del Pacifico. L’evento definito super, a differenza di quello normale, si verifica ogni quindici anni in media: l’ultimo è stato nel 2015-16, ancor prima nel 1997-98 e poi, ancora a ritroso, nel 1982-83. El Niño si alterna con la sua fase opposta, La Niña: è il fenomeno di raffreddamento delle temperature, finito nei primi mesi dell’anno. Il mondo al momento si trova nella fase di Enso neutrale, con le temperature superficiali del mare vicine alla media storica, senza il riscaldamento anomalo verso cui ci si sta invece avviando.

Il fatto che il Super El Niño arriverà è certo secondo i modelli di previsione tra cui Ecmwf, Noaa e Bom. Resta però da capire come si svilupperà e quali aree colpirà. Preoccupa soprattutto la rapidità con cui si sta sviluppando perché in soli due mesi dalla fase neutra in cui siamo si passerà a quella attiva e intensa. Oltre a questo, i meteorologi monitorano l’evento con attenzione perché rispetto al passato il mondo oggi è molto più caldo: avere un Super El Niño in queste condizioni potrebbe avere conseguenze non lineari e difficili da prevedere. A preoccupare la comunità scientifica è in particolare l’impatto che potrebbe avere sulle temperature mondiali a lungo termine. Questi eventi intensi tendono a trasferire grandi quantità di calore dall’oceano all’atmosfera e, come previsto dal climatologo Zeke Hausfather, il 2026 potrebbe già diventare il secondo anno più caldo mai registrato, mentre il 2027 avrebbe il 73% di probabilità di conquistare il record assoluto. Tutti numeri che si legano strettamente al cambiamento climatico, come sottolineato a EuroNews anche da Friederike Otto, professoressa di scienze del clima all’Imperial College di Londra: “El Niño è un fenomeno naturale. Va e viene. Il cambiamento climatico, al contrario, peggiora finché non smettiamo di bruciare combustibili fossili. Quindi è il cambiamento climatico il vero motivo per allarmarsi“.

Dove colpirà?

Difficilmente il Super El Niño colpirà l’Europa prima della fine di luglio. Qui comunque l’impatto sarà limitato. Le conseguenze principali sul continente saranno le precipitazioni di fine estate e anche in autunno. In Italia è possibile immaginare dei picchi di calore nel Centro-sud e temporali al Nord, un po’ come quelli che si sono registrati nel 2023. Le zone duramente colpite del mondo saranno Australia, Indonesia, Canada in inverno e Stati Uniti in estate, anche sea farne le spese maggiori saranno le aree del Perù e dell’Amazzonia. La vita del Sud America si intreccia da secoli con El Niño, soprattutto per un accumulo di acque oceaniche calde al largo di Perù ed Ecuador: è in base al calore di quelle acque e in base a quanto si discosti dalla media stagionale che i meteorologi ne classificano l’intensità.

La lista è lunga: dalle alluvioni che hanno devastato il Brasile nel 1982, alla siccità in Colombia che distrusse tutti i raccolti di caffè nel 1997, fino ai più recenti incendi per le scarse piogge in Amazzonia nel 2015. L’evento atmosferico del 2023 invece non era sicuramente tra i più forti in assoluto ma gli effetti sono stati lo stesso catastrofici per alcune aree del bacino amazzonico i cui fiumi hanno registrato i livelli più bassi degli ultimi 120 anni. In generale sono sempre fenomeni climatici contrastanti perché sa da un lato gli incendi hanno devastato la più grande zona umida tropicale del mondo, il Pantanal, dall’altro le forti piogge hanno costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case nello stato brasiliano di Rio Grande so Sul.

Proprio per questo i danni maggiori saranno dovuti ad uno squilibrio del ciclo dell’acqua con potenziali alluvioni anche nei Paesi asiatici come Cambogia e Thailandia. Al contrario, il monsone indiano, fondamentale ogni stagione per diminuire il calore e favorire i raccolti, sarà più debole, causando gravi danni economici alla popolazione. Anche la Cina avrà le sue conseguenze, pur essendo un Paese che storicamente non subisce direttamente gli effetti di El Niño. Dopo l’evento del 1997, Pechino ha subito una delle peggiori inondazioni dell’ultimo secolo nella sua storia, con il fiume Yangtze che, pieno per due mesi di piogge torrenziali, uccise oltre 3mila persone. C’è anche l’Africa dove eventi come El Niño tendono a prosciugare le stagioni delle piogge tra luglio e settembre nel Sahel e tra novembre e marzo nelle aree meridionali. Aria calda e umida convergono verso l’Africa orientale, provocando inondazioni, frane e anche focolai di malaria. El Niño del 2015 ha fatto collassare il sistema dei raccolti di gran parte del continente meridionale, facendo crollare anche di due terzi la produzione in alcuni Paesi. Alla lunga lista di danni si aggiunge infine anche il Polo Nord, dove l’aumento delle temperature già in rialzo potrebbe accelerare lo scioglimento dei ghiacci.

Un po’ di storia

Il Super El Niño verso cui il mondo si avvia, secondo molti esperti, è il più vicino per caratteristiche a un evento atmosferico del 1877 che devastò i raccolti uccidendo milioni di persone. Era 150 anni fa quando il fenomeno climatico imprevisto provocò una carestia globale che causò la morte di oltre 50 milioni di persone tra India, Cina e Brasile. Per il tempo era circa il 4% della popolazione mondiale stimata: equivale a circa 250 milioni di persone se accadesse oggi. A renderlo così letale fu la convergenza rarissima di tre sistemi oceanici. Contemporaneamente al Super El Niño, si verificò un Dipolo dell’Oceano Indiano in fase positiva, ovvero la parte occidentale dell’Oceano Indiano (vicino all’Africa) molto più calda della parte orientale (vicino all’Indonesia), mai superato da allora. A questo si aggiunse un riscaldamento senza precedenti dell’Atlantico settentrionale, che spostò le correnti atmosferiche portatrici di pioggia lontano dalle regioni agricole vitali. Questa “tripla minaccia” trasformò i monsoni in miraggi e le piogge svanirono improvvisamente su tre continenti.

“Ora la nostra atmosfera e i nostri oceani sono sostanzialmente più caldi rispetto al 1870, il che significa che gli eventi estremi associati potrebbero essere più intensi”, ha detto al Washington Post Deepti Singh, professoressa associata alla Washington State University. Tra quello del 1877 e quello di oggi però, tranquillizza l’esperta, ci sono anche delle differenze che non porteranno a una crisi globale equivalente. Innanzitutto, all’epoca non c’era modo di prevedere l’arrivo di un El Niño così potente, oltre a mancare la consapevolezza di cosa effettivamente comportasse. Una conoscenza che il mondo moderno ha acquisito soprattutto studiando il Super El Niño che ha colpito il mondo nel 1982-83. Grazie ai notevoli progressi nel monitoraggio e nella previsione del clima, siamo ora molto più preparati ad affrontare le conseguenze. Sono cambiati anche i fattori sociali, politici ed economici che nel 1877 aggravarono gli effetti del fenomeno atmosferico. Tuttavia, essendo così potente, potrebbe comunque avere un impatto significativo sulla sicurezza alimentare soprattutto delle zone già vulnerabili per le condizioni metereologiche attuali. “L’aumento del rischio di siccità associato a questo super El Niño minaccerà la sicurezza alimentare, idrica ed economica in molte regioni, con possibili ripercussioni a cascata a livello globale sui sistemi socioeconomici interconnessi”, ha spiegato Singh.

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Premio Strega 2026, svelata la sestina finalista: Michele Mari in testa, sorpresa per Bianca Pitzorno. I nomi e i possibili vincitori

Tre donne e tre uomini in “sestina”. E tra Einaudi e Feltrinelli si intravede il Premio Strega 2026. Per il vincitore o vincitrice dell’80esima edizione del più prestigioso riconoscimento letterario italiano la sentenza arriva dal Teatro Romano di Benevento dove è avvenuto lo spoglio definitivo dei voti durante la soporifera diretta di RaiPlay.

È Michele Mari, autore di I convitati di pietra (Einaudi) ad aver ottenuto più voti di tutti, 280. Seguono da vicino Matteo Nucci, autore di Platone – Una storia d’amore (Feltrinelli) con 242 voti (in cinquina già nel 2010 e 2017) e la vera sorpresa della sestina, l’83enne Bianca Pitzorno che con La sonnambula (Bompiani) raccoglie 195 voti. Al quarto posto Teresa Ciabatti, già finalista dello Strega nel 2017, con Donnaregina (Mondadori), 184 voti. Mentre Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico (Einaudi) raccoglie 170 voti dopo essere stato a lungo in testa nei primi due scrutini.

La cinquina, come da regolamento, si allarga a sestina per accogliere un editore medio-piccolo, qui L’orma che con Vedove di Camus scritto da Elena Rui allarga i concorrenti per la vittoria finale.

Escono quindi di scena sia il veterano Ermanno Cavazzoni e il suo ottimo romanzo Storia di un’amicizia (Quodlibet) dedicato a Gianni Celati e la 33enne Nadeesha Uyangoda, l’autrice italiana di origine srilankese che con Acqua Sporca (Einaudi) nei primi due scrutini sembrava aver centrato la cinquina. Anche il popolare Marco Vichi e l’onnipresente Christian Raimo rimangono lontanissimi dal sesto posto, penultimo e ultimo, confermando che lo Strega soprattutto per Vichi non è una questione di copie vendute.

A succedere ad Andrea Bajani, però, sembra essere Mari che con I convitati di pietra, un bizzarro e perfido patto alla It tra compagni di scuola, sembra aver già convinto da tempo gli Amici della Domenica. Nel caso, per Einaudi – che in finale va con due titoli – sarebbe il quarto Strega (Cognetti, Desiati, Di Pietrantonio) negli ultimi dieci anni. Le uniche insidie al 70enne poeta e traduttore milanese arrivano solo dal solenne Platone – Una storia d’amore di Matteo Nucci (a Benevento con un chiodo in fintapelle alla Marlon Brando) e con una delle autrici, principalmente per bambini, più vendute in Italia (oltre due milioni di copie), la sassarese Bianca Pitzorno che con La sonnambula entra nella storia di fine ottocento di una inventata città sarda per seguire le gesta di una veggente che sviene e predice il futuro.

La finale con la proclamazione del vincitore/trice avverrà l’8 luglio per la prima volta nella splendida cornice del Campidoglio a Roma.

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Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump”

A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.

“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.

Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.

Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).

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Ucraina in Ue, primo sì dall’Europarlamento per accelerare i negoziati. FdI si astiene, Pd e M5s si spaccano

Con 54 voti a favore, 17 contrari e 5 astensioni, la Commissione Esteri del Parlamento europeo (Afet) ha detto sì all’accelerazione dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue. A essere sottoposto a votazioni era il rapporto del Parlamento europeo – relatore Michael Gahler (Ppe) – sulla situazione dell’Ucraina. “Le riforme dell’Ucraina relative all’adesione all’Unione europea sono incoraggianti, al pari di quelle compiute sullo stato di diritto e sulla lotta alla corruzione”, si legge nel testo.

In merito alle riforme necessarie per il processo di adesione ai 27, il testo elogia gli sforzi per “salvaguardare la separazione dei poteri in tempo di guerra”, ma sottolinea allo stesso tempo la necessità di affrontare il “deterioramento delle relazioni tra il potere legislativo e quello esecutivo” e l’importanza di garantire “l’integrità delle cariche giudiziarie al fine di mantenere gli organismi anticorruzione liberi da interferenze politiche”.

Nelle pieghe del rapporto c’è anche una vera novità politica: si propone che l’adesione dell’Ucraina possa essere votata a maggioranza qualificata. Dunque si facilita il processo davanti a eventuali resistenze di qualche paese (storicamente, l’Ungheria).

Sul fronte italiano, proprio per questo, la delegazione di Fratelli d’Italia (rappresentata da Alberico Gambino) ha scelto di astenersi: il superamento dell’unanimità nelle decisioni relative all’allargamento per la sola Ucraina viene considerato “un tema particolarmente delicato” che merita una riflessione approfondita, con modifiche promesse per la plenaria. Insomma, nessuna corsia preferenziale, mentre permane l’equilibrismo meloniano in Europa.

Va poi registrato il voto a favore del Pd (Nicola Zingaretti e Alessandra Moretti) e il no del 5Stelle Danilo Della Valle (“Accelerare il processo di adesione con un Paese in guerra rischia di trascinare tutta l’Unione nel conflitto stesso”, ha commentato). Assente la leghista Silvia Sardone.

Il rapporto sarà votato alla Plenaria di Strasburgo a metà luglio. Nel frattempo a metà giugno sono previsti un Consiglio Affari esteri e un Consiglio Affari generali della Ue: come rivelava ieri Il Mattinale europeo, a margine dovrebbe tenersi la conferenza intergovernativa con Ucraina e Moldavia per aprire la prima serie di capitoli negoziali su democrazia, stato di diritto e lotta alla corruzione. Il percorso è formalmente iniziato.

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Strage di braccianti ad Amendolara, il procuratore D’Alessio: “Episodio di gravità inaudita. Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica”

L’omicidio dei migranti arsi vivi lunedì ad Amendolara, nella Sibaritide, è stato “frutto di una barbarie inspiegabile”. Lo ha detto il questore di Cosenza Antonio Borrelli nel corso della conferenza stampa sull’inchiesta coordinata dalla Procura di Castrovillari che ha emesso nei confronti di due pakistani un decreto di fermo che, adesso, dovrà essere convalidato dal gip.

“In 34 anni di servizio, molti dei quali passati in prima linea da operativo, – ha aggiunto il questore Borrelli – un fatto di questa crudeltà non mi era mai capitato. Soprattutto nella misura in cui hanno bruciato vive delle persone. L’evento è stato di una crudeltà inenarrabile, un fatto di assolutamente disumano. Il fatto di aver dato una risposta in poco più di tre ore significa che eravamo presenti sul territorio e che, soprattutto, siamo riusciti non solo ad identificare gli indagati, anche grazie ai filmati, ma a rintracciarli nelle loro abitazioni e ad assicurarli alla giustizia. Questa è una soddisfazione davanti a una tristezza incredibile. Perché quei quattro ragazzi, per come sono morti, hanno creato in noi un vero e proprio shock. I due fermati sono in Italia da diversi anni, uno dal 2018 e l’altro dal 2022”.

Entrambi gli arrestati, infatti, si trovano nel nostro Paese con un regolare permesso di soggiorno. Lo avevano anche le vittime, tutte incensurate, di cui una sola è pakistana. A dispetto di quanto era trapelato nelle prime ore, gli altri ragazzi deceduti sono di origine afgana come l’unico superstite che si è salvato uscendo dal bagagliaio del minivan mentre il mezzo andava in fiamme.

Durante l’incontro con i giornalisti, il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio non si è sbilanciato e, dopo aver chiarito di non aver gradito la diffusione sui media del video dell’omicidio, ha bollato il delitto come “un episodio di gravità inaudita” che “è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza”.

“Le indagini – ha ribadito il magistrato – ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud”.

Non abbiamo elementi di altri complici e riteniamo che l’omicidio fosse premeditato”. La dinamica della tragedia è stata spiegata dal capo della squadra mobile di Cosenza Gianni Albano: “Abbiamo iniziato dalle immagini del sistema di video sorveglianza con la collaborazione del gestore e titolare della pompa di benzina. – ha dichiarato in conferenza stampa – Abbiamo verificato che c’era una macchina che si era fermata poi raggiunta da un’altra utilitaria dalla quale è scesa una persona che si è presentata agli altri. Questo era un carabiniere forestale che ha notato due persone avanti e cinque dietro. Si era avvicinato perché dalla vettura venivano gettati dei sacchetti per strada. Poi si verifica quello che si vede nelle immagini”.

Per bloccare le vittime all’interno del mezzo uno degli indagati “rompe una maniglia dell’auto dall’interno e questo fa sì che non si apra. – ha spiegato sempre il capo della mobile – Il conducente scende e apre il cofano. Non è chiaro se la benzina fosse già all’interno dell’auto o l’ha messa dal distributore. L’altro prima di scendere rompe la maniglia per evitare l’apertura delle porte. Le vittime cercano di uscire davanti ma non riescono. L’unico che si salva ci riesce perché scende dal cofano e scappa”.

A proposito del superstite, l’afghano Taj Mohammad Alamyar, alla domanda se quest’ultimo possa essere “un complice che fortuitamente si è salvato perché lo hanno fatto salvare”, il procuratore D’Alessio fa capire che non ci sono elementi, ma allo stesso tempo è escluso nulla: “Allo stato – sono le sue parole – dico che tutto è umanamente possibile. Noi facciamo i conti con la probabilità. Sappiate che si è condannati o non condannati, anche all’ergastolo, sulla base di un elevato giudizio di probabilità logica. Tutto è possibile nella vita, ma mi hanno insegnato che quando qualcosa è processualmente possibile, devo avere degli elementi a supporto”.

Il movente del delitto non è ancora chiaro per il procuratore: “Il caporalato – ha sottolineato – è una delle piste, ma non l’unica. Sul contesto stiamo ancora indagando. In questo momento il quadro indiziario è stato mirato all’identificazione degli autori” dell’omicidio “e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando. È evidente che un episodio del genere ha certamente delle motivazioni, ha certamente dei contesti in cui si inserisce. Su questo stiamo lavorando con la stessa solerzia, con la stessa attenzione e con lo stesso scrupolo che abbiamo impiegato per individuare coloro che a nostro avviso erano i gravemente indiziati. Se adesso vi dicessi qual è il movente e qual è il contesto diremmo una cosa che non ha un carattere di forza totale perché ci stiamo lavorando da 48 ore”.

Il refrain del magistrato è che non può soddisfare tutte le domande dei giornalisti: “Se non rispondiamo – ha concluso D’Alessio – è soltanto per il rispetto della legge e di efficacia dell’indagine perché va avanti con serietà, spirito di squadra e rigore perché ragioniamo su quello che possiamo dimostrare”.

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“Sono andato in bagno a riflettere e ho capito che era la chance della mia vita”: Cobolli racconta la sua impresa

Flavio Cobolli non si ferma più. Il tennista romano conquista la semifinale del Roland Garros battendo Felix Auger-Aliassime in quattro set, 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, al termine di una prova di maturità che conferma la sua crescita vertiginosa. Per la prima volta in carriera approda tra i migliori quattro di uno Slam e lo fa dopo aver ribaltato una partita complicata, iniziata in condizioni difficili per il vento e contro un avversario che, almeno sulla carta, partiva favorito. Al termine dell’incontro Cobolli ha raccontato le sue sensazioni, già proiettato verso una semifinale che sarà certamente a tinte azzurre.

Cobolli: “Ho pensato che era la chance della mia vita”

Dopo la vittoria, l’azzurro ha spiegato il momento chiave della sua partita: “Oggi sono state due partite diverse. Nel primo set c’era tanto vento ed era difficile giocare. Sono andato in bagno a riflettere, per provare a cambiare qualcosa. Dovevo lottare, ho pensato che era la chance della mia vita“. Una riflessione che ha prodotto l’effetto sperato. Dopo un primo set condizionato dal nervosismo e dalle difficili condizioni atmosferiche, Cobolli ha cambiato marcia, trovando progressivamente il suo miglior tennis. “Ce l’ho fatta, sono felice. Il vento? Non ho cambiato la tensione delle racchette, da due settimane è la stessa. Sono superstizioso“, ha aggiunto sorridendo.

Il capolavoro di Parigi

La vittoria contro Auger-Aliassime è stata probabilmente la migliore dimostrazione della maturazione raggiunta dal romano. Cobolli ha interpretato il match come un veterano, adattandosi alle diverse situazioni tattiche e gestendo con lucidità i momenti decisivi. Dopo aver sofferto nel primo set, soprattutto dal punto di vista emotivo, ha reagito quando si è trovato sotto anche nel secondo parziale. Da lì in poi ha alzato il livello, vincendo gran parte dei punti pesanti e mostrando una capacità sempre più evidente di scegliere quando forzare e quando invece conservare energie e concentrazione. È stato cinico, paziente e spietato. Qualità che stanno accompagnando la sua costante ascesa. Da lunedì entrerà tra i primi dieci giocatori del mondo, salvo un’eventuale vittoria finale di Jakub Mensik. Un altro traguardo in una stagione che continua a regalargli soddisfazioni.

Ora la semifinale: ci sarà un altro italiano

In semifinale Cobolli troverà sicuramente un connazionale, visto che dall’altra parte del suo lato di tabellone si affrontano Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi. Un dettaglio che rende ancora più speciale il momento del tennis italiano. “Cosa farò stasera? La solita routine. Andrò a cena con i miei amici, poi a letto. So che ci sarà un Matteo in semifinale con me. Sono due ottimi amici, faccio un grande in bocca al lupo a entrambi. È la migliore settimana della mia vita. Manca qualcosa, dovrò lottare ancora“, ha concluso Cobolli. E in effetti qualcosa manca ancora. Ma a Parigi, dopo questo ennesimo capolavoro, qualcuno dovrà trovare il modo di fermarlo. Finora sono riusciti giusto a rubargli due set.

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Emergenza Gip a Napoli: richieste di arresto per 1300 indagati, ma mancano una decina di giudici per smaltirle tempestivamente

Ci sono circa 1300 richieste di arresto pendenti per altrettanti indagati, ma troppi pochi giudici per le indagini preliminari per smaltirle. È questa la nuova emergenza che attraversa il Palazzo di giustizia di Napoli. Se ne discute da settimane in occasione di alcune interlocuzioni informali interne tra gli uffici giudiziari. Colloqui e studi iniziati quando pareva imminente l’entrata in vigore del Gip collegiale.

Le analisi e i rilievi presto si tradurranno in una comunicazione ufficiale al ministero di Giustizia. Con la precisazione: ogni singola richiesta del pm può riguardare anche un centinaio di soggetti. Il che rende il lavoro dell’ufficio Gip particolarmente gravoso, in una condizione di persistente inadeguatezza dell’assetto organizzativo, non più coerente con il carico effettivo di lavoro e con la complessità delle funzioni esercitate.

I numeri, infatti, non tornano: i giudici non bastano a fronteggiare con tempestività tutte le richieste pendenti, gran parte delle quali – riguardanti circa un migliaio di indagati – provenienti dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata da Nicola Gratteri. Fatti e vicende gravi, tradotte in statistiche che ilfattoquotidiano.it ha appreso attraverso fonti qualificate. E che certificano la sofferenza dell’ufficio dei gip napoletani, presieduto dalla dottoressa Giulia Romanazzi. Al momento presso il suo ufficio risultano in servizio 41 giudici (di cui due in procinto di essere trasferiti).

Di fatto, a partire dal mese di settembre, saranno in servizio effettivo soltanto 39 giudici. Un numero distante dal completamento della pianta organica, che ne prevede 47. Ma anche questa dotazione formale appare non più adeguata. Non è stata mai aggiornata rispetto alle indicazioni contenute nella circolare tabellare che imporrebbero un assetto più ampio e coerente con i flussi dell’ufficio e con la notevole mole di fascicoli lavorati dall’ufficio della procura e trasmessi ai giudici per il loro vaglio.

La questione è presto detta. La pianta organica dei pm di Napoli – la procura più grande d’Italia – prevede 102 magistrati requirenti, e 96 sono in servizio. “Il rapporto corretto tra il numero di pm e quello di Gip dovrebbe essere di due a uno – spiega una fonte al Fatto – Di conseguenza la pianta organica dell’ufficio Gip dovrebbe essere composta da almeno una cinquantina di magistrati”. Ce ne vorrebbero almeno 52, secondo i calcoli interni alla magistratura partenopea.

L’ufficio Gip di Napoli vanta una produttività notevolissima in termini di quantità e di peso dei procedimenti, molti dei quali su vicende di criminalità organizzata. Negli ultimi tre anni ha gestito più di 73.000 indagati noti e più di 160.000 modelli a carico di ignoti, ha ridotto del 26,7% la pendenza dei noti e più che dimezzato il settore ignoti. E nell’ultimo anno ha emesso più di 500 ordinanze cautelari personali, quasi tutte contro clan camorristici di grandi dimensioni.

Negli uffici della magistratura napoletana si chiede quindi un intervento urgente per la stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il Processo, per il rafforzamento del personale amministrativo di cancelleria, per l’adeguamento della pianta organica dei magistrati dell’ufficio Gip fino a 52 unità, e per la tempestiva copertura dei posti vacanti, così da assicurare la continuità e la piena funzionalità del servizio giudiziario.

A Napoli e in provincia si delinque, tantissimo. E i giudici per arrestare i delinquenti continuano a scarseggiare.

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Il Festival Salerno Letteratura annulla la prolusione di Erri De Luca dopo l’intervista sul sionismo e Gaza: “Non c’è identità di vedute”

Galeotta fu una pagina pubblicata qualche giorno fa su ‘Il Foglio’ che così sintetizzava l’intervento di Erri De Luca sul giornale israeliano Israel Hayom: “Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio”. Dopo le polemiche scatenate dalle posizioni dello scrittore, il Festival Salerno Letteratura, che inizierà il 13 giugno, ha deciso di escluderlo dalla prolusione dell’evento.

Lo riferisce il quotidiano ‘Il Mattino’, virgolettando queste dichiarazioni al condirettore dell’evento culturale, Gennaro Carillo: “La prolusione in un primo momento avrebbe dovuto tenerla Erri De Luca, autore molto letto e altrettanto amato. Ma la prolusione implica una certa identità di vedute con chi te le commissiona, quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza”. Dunque, non sarà Erri De Luca a introdurre il Festival salernitano perché “la prolusione è l’atto che apre il festival e in un certo senso ne detta la linea. Per questo abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria, anche per evitare strumentalizzazioni. Non c’è nessuna censura: De Luca era invitato comunque, seppure in altra sezione, ma ha preferito declinare”.

A stretto giro è arrivata la replica dello scrittore: “Non sono stato escluso dal Festival di Salerno, è il Festival che si è escluso da me… pure questa alla fine è una dichiarazione”.

De Luca aveva detto che “sionismo è diventato un termine dispregiativo per la politica di Israele”. Invece “per me è quel movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele. Sionista è chi crede a questo diritto. Chi parla di una soluzione a due Stati riconosce che uno di questi è Israele. Sionismo non è espansionismo, che invece lo tradisce”. E aveva replicato anche a chi gli contestava di non utilizzare il termine genocidio rispetto a Gaza. “Non uso questo termine per definire la distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati. A Gaza, la popolazione civile è stata continuamente spostata, costretta a essere profuga. Un genocidio l’avrebbe lasciata sul posto. Oppure estendiamo la parola genocidio alle battaglie di Rakka, Mosul, Mariupol, Aleppo”.

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Caso Minetti, Gomez: “Mai vista un’indagine per stabilire se qualcuno ha detto il vero e poi non viene interrogato”

“In tutta la mia carriera non avevo mai visto un’indagine che si fa per stabilire se” una persona “ha detto ad un giornale o in tv delle cose vere e poi non viene interrogato“. A parlare è Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e condirettore del Fatto Quotidiano, intervistato da Giorgio Lauro e Nancy Brilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. Il tema è la relazione conclusiva della Procura generale di Milano sulla nuova istruttoria che ha rivalutato l’iter che ha portato al provvedimento di grazia per l’ex consigliera regionale Nicole Minetti.

Gomez sottolinea che nel comunicato della procura generale “si scrive che non è stata fatta la rogatoria, perché non si poteva fare, quindi non hanno sentito la testimone che noi abbiamo intervistato”. “Non hanno fatto altri atti di indagine, se non appoggiandosi all’Interpol, ma hanno stabilito sulla base delle indagini difensive, e di qualcuno che hanno sentito, che non è vero quello che ha detto a noi la testimone”.

Continua il direttore de ilfatto.it: “Noi non facciamo le inchieste per far revocare qualcosa, noi abbiamo fatto un’inchiesta per raccontare una storia alla luce di un fatto preciso. La decisione di graziare Nicole Minetti ha provocato un enorme sconcerto dell’opinione pubblica perché è una decisione che è stata scoperta per caso perché è stata tenuta segreta inizialmente per motivi legati alla presenza di un minore. Dopodiché abbiamo avuto delle notizie, le abbiamo raccontate con nome e cognome e prendiamo atto che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono. Curioso”. Ad ogni modo, assicura Gomez, “le inchieste del Fatto non finiscono qui”.

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Roma taglia 30mila alberi, il Campidoglio: “Ne abbiamo piantati il doppio”. Gli esperti: “Non basta mettere piante giovani”

“Trovo sbagliato e profondamente riduttivo il racconto per cui ‘abbiamo piantato più alberi di quanti ne abbiamo tagliati’. Anche se fosse vero numericamente non basterebbe, perché il tema non è quanti alberi entrano o escono dal bilancio comunale, ma quale patrimonio arboreo resta alla città. Quale ombra resta ai cittadini. Quale paesaggio ai quartieri. Abbattere alberi e ripiantarne non è un’operazione neutra. E comunque trentamila alberi abbattuti sono un’enormità”. Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, commenta così i numeri del Bilancio Arboreo del Comune di Roma. Tra il novembre 2021 e il dicembre 2025, ha spiegato l’amministrazione presentando il Bilancio, gli abbattimenti sono stati 29.842 (di cui 706 schianti) – numeri altissimi rispetto a tutte le amministrazioni precedenti – mentre le piantagioni effettuate sarebbero pari a 67.640. Sono entrati nel computo anche alberi esistenti ma non censiti prima, ben 36.372, che tuttavia fornivano i loro servizi ecosistemici anche prima.

Critiche le associazioni in difesa degli alberi di Roma: per Italia Nostra mancano dati essenziali quali abbattimenti e messa a dimora per ogni municipio, strada, specie arboree, attecchimento e sopravvivenza delle nuove piante. A sua volta Curaa, Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti, parla di un conteggio senza possibilità di verifica e di un bilancio arboreo positivo ma solo sulla carta, mentre denuncia la distruzione di alberi monumentali: dai cipressi del “bosco sacro” del Mausoleo di Augusto, alle paulonie di Piazza della Chiesa Nuova, al bosco dei lecci di Castel Sant’Angelo, al dimezzamento dei pini ai Fori Imperiali. “Solo alcuni esempi di una furia che non sta risparmiando gli alberi nemmeno in periodo di nidificazione. E in ogni caso 30.000 abbattimenti significa 6.000 tonnellate di ossigeno in meno”, denuncia la presidente Jacopa Stinchelli.

Getta acqua sul fuoco Paola Muraro, presidente degli Agronomi di Roma. “È ovvio che la struttura di un albero di 20-30 anni non è la stessa rispetto a una pianta giovane, ma Roma aveva la necessità di un ricambio. Ricordiamo che gli effetti di queste nuove piante non sono mai visibili subito, ma dobbiamo lavorare con un senso di responsabilità ambientale futura”. Muraro ammette che “nel breve periodo si registra una perdita di servizi ecosistemici, ma nel medio-lungo termine il rinnovo porta a un patrimonio arboreo diversificato, meglio adattato agli stress urbani per una funzione vegetazionale più efficiente, più gestibile riguardo al rischio. Non siamo quindi di fronte a una riduzione sistemica del patrimonio arboreo, ma a una sua trasformazione”.

Nel dibattito interviene anche Nathalie Naim, Consigliera del Primo Municipio per la Lista Civica Gualtieri e da sempre in prima linea su decoro urbano e cura del verde. Per Naim “il bilancio arboreo, che è stato redatto secondo quando previsto dal Regolamento del Verde è un atto positivo, ma sarebbe auspicabile, ai fini di una migliore trasparenza per i cittadini, ma anche della comprensione dello stato del verde della città, realizzarlo in modo più circostanziato. Invece di declinare genericamente il numero totale di alberature abbattute e piantate, occorrerebbe indicare la tipologia e il luogo in cui ricadono perché la differenza ecosistemica fra un albero di prima grandezza e uno di piccola specie è enorme, la differenza fra un albero adulto e una pianta molto giovane o un germoglio anche”.

La questione, anche per Naim, riguarda il paesaggio: “Un albero non vale un altro. Un paesaggio tipico di Roma caratterizzato da filari di pini o da platani ad esempio, non può e non deve essere sostituito da altre specie. Infine è importante verificare i giovani alberi piantati dalle ditte e conteggiati nel bilancio perché troppo spesso questi non ottemperano al loro dovere di accudirli per due anni e molti non sopravvivono”. In generale, dunque rilievi critici mossi all’amministrazione convergono sul tema della qualità del verde. “Il valore non è nel fusto contato, ma nella funzione esercitata”, nota sempre Zanzi. “Per questo la legge che considera l’albero come oggetto di arredo urbano ed equipara un albero di trenta metri a uno appena nato andrebbe modificata”.

Resta comunque un problema radicale: l’incomprensione, sul tema del verde, tra l’amministrazione romana e i cittadini, che ormai da mesi e mesi manifestano tutta la loro frustrazione sui social media dove denunciano i continui abbattimenti senza preavviso e senza coinvolgere i residenti, che spesso si trovano all’improvviso privati dei loro alberi e della relativa ombra. “A Roma esiste una forte azione collaborativa da parte dei cittadini e questo è un vantaggio per il bene della città, ma non esiste una visione cosiddetta ‘anti-verde’, spiega Muraro. “Credo sia necessario un dialogo continuo per far comprendere che l’abbattimento di alberi arrivati a fine ciclo vita o rischiosi non è di per sé un fallimento della tutela”. “Certamente la sicurezza è un tema serio, ma non si può fare di ogni grande albero un potenziale imputato”, conclude Zanzi. “Credo che la buona amministrazione del verde si misuri anche con la qualità degli alberi salvati, con la capacità di dire no a un abbattimento evitabile, con la competenza degli interventi, con la cura silenziosa che non finisce nel giorno della piantumazione ma comincia proprio lì. Il problema non è politico, ma culturale”.

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“Dai salari alle violenze, le promesse alle donne non mantenute. Dobbiamo lavorarci”: il discorso di Paola Cortellesi al Quirinale

“Quando finalmente la voce delle donne ebbe un peso”. Non poteva esserci figura più adatta per celebrare gli 80 anni della Repubblica italiana. È stata Paola Cortellesi, regista e protagonista dell’exploit cinematografico campione d’incassi C’è ancora domani (2023), a ricordare da Piazza del Quirinale a Roma, durante le celebrazioni ufficiali, come la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, e come in quei giorni fu finalmente concesso il diritto di voto alle donne.

“Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne”. Cortellesi si è soffermata sul fatto che durante il Ventennio mussoliniano “la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza (…) in un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare”. Esaltazione della maternità, impossibilità di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei, insomma un orientamento politico forzato verso i “lavori donneschi”.

È qui che Cortellesi cita alcuni passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. “In sintesi – chiosa ironica Cortellesi – vengono a rubarci il lavoro”.

L’attrice e sceneggiatrice ha ricordato che nonostante “questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi”. Cortellesi ha quindi elencato tre partigiane della Resistenza: Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni; Tina Anselmi, poi diventata deputata della DC, che a 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e quindi decise di unirsi alla Resistenza; infine Irma Bandiera, la bolognese emiliana che venne catturata da una squadra fascista, torturata fino alla morte dai repubblichini, ma che non rivelò mai i nomi dei suoi compagni preferendo morire.

“Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia”. “C’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso (…) quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate”. L’attrice e regista ha così concluso il suo lungo intervento rivivendo in una sorta di loop la sua interpretazione di Delia in “C’è ancora domani”, ricordando l’alto valore simbolico e politico di quel diritto al voto avvenuto proprio nel 1946. “Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura”.

Con la Repubblica è nata “la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire e scegliere chi governa partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta – ha aggiunto -. L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte”.

E la strada è ancora lunga: “Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla”. Citando ancora Irma Bandiera, Cortellesi ha concluso: “Prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Quelli “dopo di lei”, siamo noi”.

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Festival di architettura “Open House Roma”: così si promuove una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città

“L’architettura non viene abbastanza conosciuta e studiata, rispetto alle arti figurative e alla pittura, ma è un peccato perché invece ha un ruolo importantissimo: viviamo l’architettura tutti i giorni, uscendo di casa, andando al lavoro”. Francesca Laganà ha trentasei anni, è architetta (con una specializzazione in restauro architettonico), per lavoro si occupa di rilievo digitale dei beni culturali applicando tecnologie avanzate dalla documentazione del patrimonio; ma soprattutto, nel tempo che le resta, coordina – insieme a Giulia Franceschilli e Giovanni Orlando – oltre seicento volontari del Festival internazionale di architettura Open House Roma, organizzato dall’associazione culturale Open City Roma (APS). Festival che ogni anno, a maggio, trasforma la Capitale in un museo diffuso, offrendo (quest’anno) ben 220 luoghi aperti, 60 tour guidati e 50 eventi speciali. Tutto gratuito, con l’obiettivo di far conoscere l’architettura – antica, moderna, contemporanea – ai cittadini. “Open House Roma fa parte di Open House Worldwide, un network internazionale che nasce a Londra nel lontano 1992 con l’idea di aprire gratuitamente le porte della città. E ora è diffuso in altre sessanta città del mondo”, spiega Francesca. “In Italia è arrivato attraverso l’associazione Open City Roma nel 2010 (la prima edizione del Festival è nel 2012), e si è poi ampliato anche a Milano, Torino e Napoli. Oggi Open City Roma è un’associazione non profit nata per diffondere la conoscenza dell’architettura e promuovere una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città”. Ad organizzare il festival sono dodici persone (dottori di ricerca, architetti, operatori culturali e comunicatori digitali), “che si riconoscono in un progetto fondato sul concetto di bene comune come motore propulsivo di una nuova economia che metta al centro l’ambiente, la cultura e la comunità”; poi ci sono appunto tutti i volontari – che non sono tutti architetti, e non sono solo studenti, ma di ogni età e con percorsi completamente diversi – che gestiscono la grande mole di visitatori che ogni anno partecipano agli eventi.

“I volontari, che noi chiamiamo ‘Openhousers’, e che scelgono quando essere disponibili e per quante ore, hanno due ruoli principali”, spiega Francesca. “I primi si chiamano ‘Architeller’ e sono le persone che raccontano questi luoghi in modo chiaro, semplice e accessibile, anche per chi non ha competenze. E poi ci sono i Site Assistant, quelli che si occupano dell’accoglienza, dell’organizzazione, delle prenotazioni e dello svolgimento delle visite”.

Per Francesca il lavoro per Open House Roma è una specie di secondo lavoro, “almeno mezza giornata la porta via, ma è una questione di passione”. Gli edifici sono scelti dal team “Programma”, coordinato da Gaia Maria Lombardo, che cura la selezione dei luoghi, i rapporti con proprietari, enti e istituzioni e la costruzione dell’offerta culturale del festival. È il gruppo che mette insieme tutti i tasselli affinché ogni anno Open House possa raccontare la città attraverso centinaia di aperture, visite ed eventi (con una percentuale di rinnovo di circa il 30-40% del programma). Si lavora anche sulle case private, molte volte sono gli architetti stessi che propongono un loro progetto e lo raccontano al pubblico.

All’interno del programma c’è una sezione che si chiama ‘Architetture del quotidiano’, con lo scopo rendere visitabili quei luoghi che di solito vengono utilizzati con un altro scopo, ad esempio le chiese e i mercati. “Tutto ciò che apriamo”, continua la volontaria, “ha un valore architettonico e collaboriamo anche con i volontari del Touring Club italiano, uno scambio importantissimo e bello tra generazioni diverse”.

Un’apertura nuova di quest’anno, particolarmente suggestiva? “Abbiamo reso fruibile con grande successo il Mausoleo degli Equinozi sull’Appia Antica, Una delle testimonianze più affascinanti del paesaggio funerario dell’Appia. La particolarità del monumento è nel suo orientamento astronomico: nei giorni degli equinozi un raggio solare penetra dalle aperture superiori e illumina il centro della camera. Ma penso anche all’opificio Italiacamp, che era una importante marmeria che ha realizzato opere e restauri per la Basilica di San Pietro, le cattedrali di Londra e New York, i palazzi del Quirinale e oggi è un luogo di eventi che ha mantenuto la sua identità. Quello che conta davvero”, conclude Francesca, “è il senso di partecipazione culturale. Il volontariato culturale secondo me ha un valore enorme, perché significa contribuire concretamente a rendere la cultura più accessibile e condivisa. Spesso si pensa al volontariato solo in ambito sociale o assistenziale, ma anche la cultura ha bisogno di persone che mettano tempo, energie e competenze al servizio della collettività. La cosa più bella è vedere persone entrare in un luogo e uscirne guardando la città in modo diverso. E sapere che tutto questo è possibile grazie all’impegno e all’energia di chi ogni anno sceglie di esserci”.

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È morta la giornalista Carola Frediani, tra le voci più autorevoli sul mondo della tecnologia. Aveva 51 anni

Una pioniera e poi un punto di riferimento fortissimo per la tecnologia digitale e cybersicurezza in Italia. Carola Frediani è morta a 51 anni dopo una breve malattia: lascia un figlio, il marito Luca e un grande vuoto nel mondo del giornalismo. Era nota soprattutto per la newsletter Guerre di Rete, nata nel 2018, poi diventata un sito web con diversi collaboratori e più di 15mila iscritti. Proprio la pagina web ne ha annunciato la scomparsa: “Lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni”. L’ultimo saluto si terrà il 5 giugno alle 12.00 al tempio laico di Staglieno, nella sua Genova.

Nata nel capoluogo ligure, si è laureata in lettere per poi conseguire un master in Italian Literature all’University of Pittsburgh. Ha iniziato la sua carriera nella sua città natale nel 2000. Era stato Franco Carlini a darle una possibilità nell’agenzia Totem, tra i primi giornalisti italiani a occuparsi di Internet. Da lì in poi solo successi, a partire dal 2010 quando ha fondato l’agenzia EffeCinque, collaborando in parallelo con le maggiori testate del Paese, tra cui La Stampa, Corriere della Sera, Wired, Vice, L’Espresso. Tra le voci più autorevoli del settore, si occupava di social media, sicurezza informatica, hacking, sicurezza e diritto della rete in modo approfondito e autorevole: sempre con grande passione e professionalità. Un talento riconosciuto nel 2019 con il Premio Galilei per la divulgazione scientifica e nel 2021 con il Premio giornalistico Arrigo Benedetti.

Tutti i suoi progetti, soprattutto Guerre di Rete, non parlavano mai solo di tecnologia, ma anche di diritti. Una forte dimensione civile che ha caratterizzato tutta la sua carriera: ha fatto parte del team dedicato alla sicurezza globale del segretariato di Amnesty International e si è unita al dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, tra le più note Ong i diritti umani. Entrambe le esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano per Frediani aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Su questa scia, dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.

Frediani è stata anche autrice di libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i titoli più noti DeepWeb, #Cybercrime (Hoepli), ls Rete oltre Google e L’inganno dell’automa, uscito lo scorso settembre. Tra le sue opere anche il thriller a sfondo digitale Fuori Controllo (Venipedia). In molti tra amici e colleghi hanno affidato un ultimo saluto ai social. Anche l’Ordine e l’associazione dei giornalisti liguri hanno espresso le condoglianze “al marito Luca, al figlio adolescente e alla mamma Luciana”. Frediani però è stata anche un orgoglio per la propria città, che l’ha ricordata con un messaggio della sindaca di Genova, Silvia Salis: “L’ufficio portavoce della sindaca e l’ufficio stampa del Comune di Genova si uniscono al dolore dei colleghi e della comunità giornalistica, ricordandone non solo il valore professionale, ma anche la generosità e l’energia contagiosa”.

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Addio a Carola Frediani, una divulgatrice in un mondo di nerd

È morta a soli 51 anni Carola Frediani, giornalista e divulgatrice informatica, una tra i maggiori esperti di tecnologia digitale e sicurezza informatica in Italia. Le sue condizioni di salute si erano aggravate rapidamente per un male incurabile. Lascia il marito Luca, e il figlio Leone.

La notizia è stata diffusa dal sito e dai social di Guerre di Rete che Carola aveva creato:

Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.

Laureata in Letteratura all’Università di Genova, aveva iniziato la sua carriera come giornalista sui temi del digitale e della tecnologia nell’agenzia giornalistica e multimediale Totem guidata da Franco Carlini, che tra i primi in Italia ha scritto dell’impatto della Rete sulla società. Dopo la morte di Carlini aveva fondato, insieme a Raffaele Mastrolonardo e Nicola Bruno, l’agenzia giornalistica Effecinque che sviluppava formati innovativi per l’informazione digitale. Negli anni ha scritto per molte testate nazionali e internazionali, tra cui Wired, L’Espresso, Agi, Vice, Corriere della Sera, il Secolo XIX, Il Manifesto, Vice e La Stampa.

Nel 2018 ha fondato la newsletter che poi è diventata un vero progetto indipendente intitolato Guerre di Rete, diventato un punto di riferimento per chi segue cybersicurezza, cybercrime, cyberspionaggio, intelligenza artificiale, sorveglianza e politica della Rete. Il progetto ha raccolto una comunità ampia e fedele di lettori, grazie alla capacità di spiegare fenomeni globali con rigore e chiarezza. Con Guerre di Rete, Carola Frediani ha costruito uno spazio giornalistico autonomo, libero dalle logiche più tradizionali delle redazioni e molto attento all’evoluzione geopolitica del digitale. Il progetto ha avuto anche una forte dimensione civile, perché ha sempre collegato tecnologia e diritti. Infatti una parte importante del suo percorso si è svolta anche fuori dal giornalismo dato che ha lavorato nel team di sicurezza globale di Amnesty International e nel dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, due organizzazioni che si occupano di diritti umani a livello internazionale. Queste esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Per Frediani, sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.

Carola Frediani ha scritto diversi libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i suoi titoli più noti figurano Dentro Anonymous, Deep Web, La Rete oltre Google, Guerre di Rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa. I suoi libri hanno avuto un ruolo importante nella divulgazione, perché hanno portato nel linguaggio comune concetti spesso riservati agli addetti ai lavori. Anche per questo nel corso della sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti, tra cui il Premio giornalistico Arrigo Benedetti e il Premio Galilei per la divulgazione scientifica.

Carola Frediani era entrata nel mondo del giornalismo legato ai temi della tecnologia, del digitale e della cybersicurezza facendosi da subito notare per le sue doti di analisi, di competenza e di obiettività. Era donna in un mondo di nerd quasi sempre uomini e si muoveva con eleganza fra bit, hacker, movimentismi e etica. Era alta, tosta, competente, sorridente, elegante, gentile, aperta, franca, non aveva paura, sapeva sempre di che cosa scriveva, era autorevole, ma lo faceva con il cuore. Spirito libero, amava rendere semplici i problemi complessi della tecnologia e dell’uomo. Dovendo raccontare la tecnologia, la sicurezza e le guerre, si era dovuta trovare a raccontare l’etica e gli interessi dell’economia.

Lascia un grande vuoto dato che la sua influenza e la sua competenza ha portato alla formazione di una nuova attenzione pubblica verso cybercrime, privacy e intelligence digitale e diritti nell’era digitale. L’ultimo saluto a Carola Frediani si terrà venerdì 5 giugno alle 12 al tempio laico di Staglieno.

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“Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile”

Da un lato c’è lo schermo dei social che racconta di corpi perfetti, scolpiti da allenamenti elitari a 150 euro. Dall’altro c’è una comunità che vuole tornare ai veri valori dello yoga, dove tutti a terra si riconoscono alla stessa altezza. È un guardarsi “Dal Basso” proprio come suggerisce il nome del primo Festival di Yoga Popolare organizzato dal collettivo “Yoga Riot” che si terrà il 7 giugno – dalla mattina alla sera – al Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax di Roma.

“Per noi significa creare una comunità davvero inclusiva, in cui non contino il tipo di corpo, l’estrazione sociale o lo stile di vita delle persone. L’idea è offrire uno spazio comune e accogliente in cui chiunque possa praticare yoga – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Matteo Franceschini , insegnante di yoga e co-fondatore del collettivo – noi siamo insegnanti e utilizziamo la pratica per trasmettere valori che appartengono prima di tutto a noi come individui. Con questo Festival volevamo costruire un momento di unione, capace di mettere tutti sullo stesso piano”.

Ma quanti e quali sono i piani da livellare per ambire alla perfetta inclusione di tutte e tutti? Non occorre fare molta strada, basta dare uno sguardo al proprio corpo. È considerato giusto? Sbagliato? È conforme? Secondo Franceschini, che ha ricordato come i valori dello yoga siano sempre andati ben oltre la sola pratica fisica, oggi sembra quasi che esista un solo corpo ideale per lo yoga ma “in realtà è l’opposto. Nella mia esperienza personale – mi occupo anche di yoga terapeutico – credo che proprio chi vive difficoltà o ha un corpo lontano dagli standard dominanti debba sentirsi accolto nella pratica. Il corpo non definisce una persona: è uno strumento, e ogni corpo racconta una storia che merita dignità e ascolto”.

Perché allora sembra così difficile superare l’idea che la pratica sia solo appannaggio di pochi? “Sui social, tutto corre velocissimo e si finisce per imporre modelli conformi spingendo molto sulla performance e sull’apparenza– ha sottolineato Franceschini – il nostro obiettivo è riportare l’attenzione sull’esperienza umana e non sulla conformità estetica”.

Ma superate le barriere fisiche che riguardano la sfera individuale, secondo Franceschini bisogna affrontare la dimensione collettiva “capitalistica” che ha creato un vero e proprio “classismo del benessere“: “Il mondo del wellness, yoga compreso, è stato progressivamente assorbito da logiche di mercato che hanno reso certe pratiche accessibili solo a chi può permettersele”. Ma l’inversione di rotta esiste ed è possibile: “Con Dal Basso abbiamo voluto fare l’opposto. Oggi esistono festival in cui un singolo giorno può costare anche 150 o 200 euro. Noi abbiamo scelto di mantenere un prezzo popolare. L’ingresso costerà 15 euro per un’intera giornata di attività, con due sale yoga, circa trenta laboratori, un mercatino e momenti conviviali. Anche il cibo sarà gestito da realtà che condividono la nostra stessa visione sociale e accessibile”.

È con lo scardinamento di questi muri che può compiersi la piena “libertà di movimento“, un concetto che va ben oltre il suo significato letterale e che per il collettivo Yoga Riot si aggancia alla “possibilità per ogni individuo di esistere, spostarsi ed essere accolto con dignità, indipendentemente dal luogo in cui è nato”. Matteo Franceschini ha specificato come questo sia per loro un tema centrale “soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo” perché “mentre si parla sempre più spesso di remigrazione e chiusura” è fondamentale “sostenere chi fugge da determinate condizioni o aiutare concretamente chi resta nei territori colpiti“.

Tutto è dunque centrato sul significato etimologico del termine yoga: unione. È solo spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura che si può innescare una connessione con sé stessi e l’altro in un processo che, come cerca di insegnare lo yoga fin dall’origine, ha bisogno di consapevolezza: perché, ha concluso Franceschini, “più siamo consapevoli, più ci avviciniamo alla libertà, individuale e collettiva”.

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Iran, per ora niente Mondiali: la Nazionale vola in Messico ma non ha i visti per entrare negli Usa

L’Iran è arrivato a un passo dal Mondiale 2026, ma il percorso verso il torneo resta ancora pieno di ostacoli. La nazionale di Teheran ha ottenuto i visti per trasferirsi in Messico, dove svolgerà il proprio ritiro a Tijuana, ma non ha ancora ricevuto quelli necessari per entrare negli Stati Uniti, paese nel quale dovrebbe disputare tutte le partite della fase a gironi. Una situazione che riflette le tensioni geopolitiche degli ultimi mesi e che continua a tenere con il fiato sospeso il Team Melli a pochi giorni dall’inizio della Coppa del Mondo.

I visti per il Messico e la partenza da Antalya

La nazionale iraniana si trova dal 18 maggio in ritiro ad Antalya, in Turchia. Nelle scorse ore è arrivata però una notizia positiva: i giocatori hanno ottenuto i visti per il Messico e potranno così raggiungere Tijuana, città scelta come base operativa per il torneo. Secondo quanto riportato da L’Equipe, citando l’ambasciatore iraniano in Turchia, i documenti sarebbero stati rilasciati in appena 48 ore, senza la presenza fisica degli atleti e senza la rilevazione delle impronte digitali presso l’ambasciata messicana. La Federcalcio iraniana ha annunciato che la squadra arriverà in Messico domenica, dove resterà per tutta la durata della manifestazione.

Il vero problema resta l’ingresso negli Stati Uniti

Il nodo principale non è però ancora stato sciolto. I giocatori iraniani attendono infatti il rilascio dei visti statunitensi, indispensabili per disputare le gare del Gruppo G. Le tensioni legate alla guerra in Medio Oriente e un accordo di tregua ancora in sospeso hanno complicato la procedura e costretto la federazione a modificare i propri piani logistici. Già nelle scorse settimane il presidente federale Mehdi Taj aveva annunciato il trasferimento del ritiro da Tucson, in Arizona, a Tijuana, città messicana al confine con gli Stati Uniti. Una scelta dettata proprio dall’incertezza sui permessi d’ingresso. La situazione appare ancora bloccata: la nazionale guidata dal commissario tecnico Amir Ghalenoei resta in attesa di un via libera da Washington, mentre il dialogo politico tra Stati Uniti e Iran resta influenzato dagli sviluppi del conflitto scoppiato il 28 febbraio.

Mondiale alle porte

La Coppa del Mondo, organizzata congiuntamente da Stati Uniti, Messico e Canada, prenderà il via l’11 giugno e si concluderà il 19 luglio. L’Iran esordirà (in teoria) il 16 giugno contro la Nuova Zelanda a Los Angeles, in una fase a gironi che si disputerà interamente negli Stati Uniti. Per il momento il primo ostacolo è stato superato grazie ai visti per il Messico. Ma per poter partecipare regolarmente al torneo manca ancora il passaggio decisivo: l’autorizzazione a entrare negli Stati Uniti. E il tempo, ormai, stringe.

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“Troppe spese per la difesa”: mozione unitaria di Pd, M5s, Avs e Iv per chiedere di “riconsiderare gli impegni Nato”

Alla fine hanno trovato l’intesa. I gruppi alla Camera di Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e Italia viva, hanno chiesto, in una mozione unitaria, di “riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa“, considerando quanto queste abbiano un “impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat”.

Da giorni, come anticipato dal Fatto Quotidiano, i partiti dell’opposizione stavano lavorando per trovare una quadra unitaria che desse anche un segnale di alternativa possibile al governo Meloni.

Nel documento, presentato a prima firma dell’esponente del M5s Filippo Scerra, viene chiesta anche “una revisione integrale del patto di stabilità“.

Sono quindi due i punti chiave sui quali l’opposizione chiede che “un eventuale scostamento di bilancio sia esclusivamente indirizzato al contrasto della povertà assoluta, al sostegno per la sanità pubblica e per famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica, escludendo che le risorse disponibili siano assorbite da impegni di spesa militare”. In aggiunta Pd, M5s, Avs e Iv chiedono di “promuovere una politica di difesa comune europea attraverso la pianificazione, l’acquisizione e la gestione di capacità condivise, al fine di efficientare le risorse già previste e sfruttando le economie di scala”.

In tutto i punti su cui la mozione unitaria impegna il governo sono 10. Sul patto di stabilità le opposizioni chiedono al governo di “adottare iniziative urgenti in sede di unione europea volte a pro-muovere una revisione integrale del patto di stabilità che abbia come obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, senza ricorrere a politiche di austerità, preservando la qualità e il livello di spesa pubblica”. Per questo, scrivono ancora, va sostenuto “un piano di investimenti comuni sul modello di Next Generation EU da 750-800 miliardi annui, anche ricorrendo a debito comune, finalizzato alla crescita economica, nonché a promuovere azioni volte a realizzare lo scorporo dal calcolo degli indicatori sul deficit per gli investimenti nazionali destinati ad interventi di carattere economico sociale a sostegno delle famiglie e imprese, evitando pesanti tagli allo Stato sociale e sostenendo una crescita inclusiva e sostenibile di medio e lungo termine”.

Il campo largo chiede inoltre di “adoperarsi per la revisione delle regole fiscali comprese nel Patto di stabilità e crescita, al fine di adattarle alle nuove sfide che l’Unione europea e i suoi Stati membri sono chiamati ad affrontare, nonché a perseguire politiche di bilancio sostenibili, prevedendo percorsi di rientro dal debito più realistici che tengano conto delle specificità degli Stati membri e del loro quadro macroeconomico complessivo” e a “promuovere iniziative volte a porre le basi di una riforma sul tema della creazione di un’adeguata capacità fiscale dell’Unione, che riveste un’importanza centrale per il processo di integrazione europea ed è strumento essenziale di governance economica in quanto strettamente complementare alla disciplina di bilancio per gli Stati, in particolare chiedendo che le politiche economiche nazionali siano sostenute e integrate da efficaci politiche europee, uniche in grado di far fronte a gravi shock (simmetrici o asimmetrici) o farsi carico della produzione di beni pubblici di interesse generale”.

Le opposizioni chiedono poi al governo di impegnarsi ad “adottare iniziative in sede europea volte ad adattare alcuni elementi di successo dell’esperienza del Dispositivo di ripresa e resilienza alla nuova architettura della politica di bilancio europea”. Un impegno possibile, secondo il documento, “trasformando il programma Next generation EU in uno strumento permanente, da finanziare attraverso il bilancio europeo con la conseguente istituzione di nuove fonti di entrate nella forma di risorse proprie dell’Unione europea e l’inclusione dell’emissione di debito comune europeo come strumento stabile, finalizzati a sostenere l’impegno comune per il rafforzamento degli investimenti nella produzione di ‘beni pubblici’ che consentano di rispondere al meglio alle esigenze concordate a livello europeo, come ricerca, innovazione, sicurezza e transizione energetica, al fine di assicurare all’Unione europea un proprio spazio fiscale autonomo, capace di avviare una politica economica anticiclica, che la sottragga a quelli che i firmatari del presente atto di indirizzo giudicano ‘ricatti’ dei contributi nazionali”.

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I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia

Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio, anche quando lo specchio restituisce un’immagine che non vorremmo vedere. Le fiamme di Amendolara, che hanno inghiottito quattro giovani migranti intrappolati in un’auto, è uno di quei momenti. È una ferita aperta che non si può coprire con la retorica, né archiviare come episodio isolato. Piuttosto pare essere il sintomo di qualcosa di più profondo, più antico, più radicato: un’Italia che ha smesso di vedere gli esseri umani che lavorano nei suoi campi, che raccolgono la sua frutta, che reggono pezzi interi della sua economia. Un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia.

Nel 1989, quando Jerry Essan Masslo venne ucciso a Villa Literno, il Paese si scoprì improvvisamente vulnerabile, colpevole, impreparato. La sua morte scosse le coscienze, portò in piazza migliaia di persone, costrinse la politica a muoversi e tutto ciò sembrava l’inizio di una nuova stagione. Invece, 36 anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie che assomigliano troppo alla sua. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma non cambia la sostanza: uomini e donne costretti a vivere ai margini, a lavorare in condizioni che non chiameremmo mai “lavoro” se riguardassero i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.

Il caporalato non è un fenomeno marginale né un’emergenza improvvisa: è un sistema economico strutturale del valore di oltre 5 miliardi di euro l’anno, coinvolge circa 230.000 lavoratori sfruttati, di cui almeno 150.000 migranti, e prospera in tutte le regioni italiane. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostrano che più del 70% delle aziende agricole controllate presenta irregolarità, e in un caso su tre si tratta di sfruttamento grave. Pertanto questo fenomeno non è un incidente della storia italiana: è una sua ombra lunga. Muove miliardi, sfrutta centinaia di migliaia di persone, si insinua nelle pieghe di una filiera che premia il prezzo più basso e ignora il costo umano.

Le baraccopoli che bruciano, i turni massacranti, le paghe da fame, i trasporti gestiti dai caporali non sono eccezioni: sono la normalità per chi vive senza tutele, senza diritti, senza voce. E quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia. La tragedia di Amendolara non è solo cronaca nera, piuttosto è un grido! Un grido che ci chiede dove eravamo mentre tutto questo accadeva. Dove erano le istituzioni quando quei ragazzi dormivano in baracche senza acqua né luce. Dove eravamo noi, cittadini, quando il linguaggio pubblico trasformava i migranti in numeri, in problemi, in minacce. Dove eravamo quando l’odio diventava normale, quando la paura diventava argomento politico, quando la dignità diventava un lusso.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Basterebbe ricordare che l’Italia è stata un Paese di emigranti, che milioni di nostri connazionali hanno vissuto sulla propria pelle lo stesso disprezzo, la stessa esclusione, la stessa fatica. Basterebbe guardare negli occhi chi oggi lavora nei nostri campi e riconoscere in lui la stessa speranza che animava i nostri nonni quando partivano con una valigia di cartone. Basterebbe capire che migliorare le condizioni di lavoro dei migranti non è un favore: è un dovere. È un atto di giustizia. È un modo per dire che la vita umana non è negoziabile.

Alle famiglie delle vittime di Amendolara, e a tutte le famiglie che hanno perso un figlio, un fratello, un padre nelle pieghe oscure dello sfruttamento, va un cordoglio che non può essere solo una formula. Il vero cordoglio è la promessa di non voltarsi più dall’altra parte. È l’impegno a combattere l’odio che avvelena il dibattito pubblico. È la volontà di spezzare il meccanismo dello sfruttamento che condanna migliaia di persone a vivere nell’ombra. È la scelta di dire basta a un caporalato che gioca sulle spalle di chi, ogni giorno, contribuisce alla nostra economia in condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile.

Non possiamo restituire la vita a chi l’ha persa. Ma possiamo fare in modo che la loro morte non sia inutile. Possiamo costruire un’Italia che non abbia paura dell’accoglienza, che non tolleri lo sfruttamento, che non accetti più che qualcuno viva e muoia ai margini. Possiamo farlo per loro, per noi, per la nostra storia. E soprattutto per il Paese che vogliamo diventare.

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