Normal view

L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles

11 June 2026 at 15:29

Sempre più influente dal punto di vista politico, la Cina è intenzionata a difendere in tutti i modi la sua più grande forza: la sua straordinaria proiezione economica e commerciale. Questo spiega l’improvvisa cancellazione unilaterale di due eventi diplomatici previsti a Pechino nei prossimi giorni che avrebbero visto la partecipazione dell’Unione europea e in cui si sarebbe parlato di questioni digitali. La mossa, come riportato per primo dal Financial Times, è legata alla volontà di mettere in guardia Bruxelles in vista del Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Ufficialmente, in quel consesso i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue parleranno di competitività globale e delle sfide economiche più impellenti. Ma sono già filtrate indiscrezioni secondo le quali uno dei temi trattati sarà la necessità di contenere la Cina dal punto di vista commerciale.

Qualche numero aiuta a capire la portata della partita che si sta giocando. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate di oltre il 16% dall’inizio dell’anno e il deficit commerciale nei confronti del Dragone – ossia la differenza tra esportazioni Ue verso la Cina e importazioni da quest’ultima – ha raggiunto circa 1 miliardo di euro al giorno. Dati ufficiali dell’Unione europea alla mano, nel 2025 il principale mercato di esportazione delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare è stato proprio quello comunitario, con quasi 500 miliardi euro, a differenza dei poco più di 370 miliardi di euro di beni che Pechino ha diretto verso il mercato statunitense. Volendo sintetizzare, per la Cina quello Ue è un mercato irrinunciabile.

La tensione sempre più evidente che corre lungo l’asse est-ovest è legata anche alle contromisure che Bruxelles sta cercando di introdurre per provare a salvaguardare il proprio sistema produttivo e milioni di posti di lavoro. Si parla di nuovi dazi, limitare la partecipazione di alcune aziende cinesi agli appalti pubblici, delineare norme in materia di cybersicurezza che potrebbe escludere i giganti tecnologici cinesi, di indagini antidumping nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante asiatico. Mosse o minacce a cui da parte cinese si risponde ufficialmente con nuove leggi per rafforzare il controllo sugli investimenti e proteggere le proprie catene di approvvigionamento da sanzioni e restrizioni straniere. Ufficiosamente, invece, numerose indagini hanno svelato tutte le modalità di elusione dei dazi e delle limitazioni di accesso che le aziende cinesi stanno mettendo in campo, tra passaggi attraverso Paesi terzi e modifiche minime ai prodotti per farli rientrare in categorie doganali differenti da quelle sotto la lente di Bruxelles.

In un periodo di grande turbolenza commerciale favorita dall’atteggiamento imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per Pechino è fondamentale tenere non aperto, ma spalancato il mercato europeo. D’altronde storicamente la Repubblica Popolare produce molti più beni di quanti l’economia interna sia in grado di assorbirne e quindi la locomotiva guidata dal leader cinese Xi Jinping non può subire battute d’arresto. Oltretutto una parte della produzione della Cina è sempre più avanzata in termini tecnologici – un esempio su tutti è quello del settore automobilistico – e compete con quella europea in modalità sconosciute fino a pochi anni fa. Ecco perché è probabile si verifichino reazioni ancora più aggressive da parte del Dragone – che potrebbero tirare in ballo anche le terre rare di cui la Cina è il primo esportatore al mondo – oltre ad attività di lobbying già in atto nei confronti di alcuni paesi dell’Ue per cercare di far leva sulle divisioni tra il gruppo dei 27.

Questa situazione fa parlare molti analisti di una possibile guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino. Le ragioni dell’Ue risiedono nella critica di un modello economico basato su sussidi statali e una spinta strutturale verso le esportazioni che non sarebbe sostenibile per le economie di arrivo. Di contro, la Repubblica Popolare accusa l’Unione europea di protezionismo e di usare la capacità produttiva e l’efficienza cinese come capri espiatori rispetto a un’incapacità d’innovazione che si riscontrerebbe nel sistema industriale europeo. Si tratta di posizioni che a prima vista appaiono molto difficilmente conciliabili.

L'articolo L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles proviene da Il Fatto Quotidiano.

Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas”

11 June 2026 at 13:11

Radicale revisione o, perché no, anche l’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni Ue. Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. I colloqui andrebbero avanti tra Parigi, Berlino e altri Stati membri e sul tavolo, sostengono, ci sono anche la revoca dei poteri all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la redistribuzione delle competenze del servizio, per un risparmio totale quantificato in circa 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri. Una correzione di una struttura che, si apprende, viene considerata “disfunzionale“.

Realizzare un progetto del genere, ovviamente, richiederebbe tempi lunghissimi e l’unanimità dei Paesi membri. In caso di eliminazione servirebbe una revisione dei Trattati, mentre per rivederne, anche radicalmente, le competenze si potrebbe procedere con modifiche all’accordo raggiunto in sede di Consiglio Ue che ne disciplina l’organizzazione. Una decisione, comunque, sottoposta al potere di veto di anche uno solo dei 27 membri.

Detto questo, se confermata l’indiscrezione ha un valore politico che non può essere ignorato. Innanzitutto dimostra come, nonostante si parli di maggiore autonomia strategica, almeno nel campo della diplomazia alcuni Stati membri, tra cui i due più importanti, preferiscano mantenere le discussioni a un livello nazionale e non comunitario. In più emerge anche un sentimento di sfiducia nei confronti della Lady Pesc Kaja Kallas. Scelta da Ursula von der Leyen per uno dei quattro top jobs dell’Ue proprio mentre la guerra tra Russia e Ucraina era nel vivo, l’ex primo ministro estone ha fin da subito mostrato un atteggiamento poco propenso al dialogo con Mosca che, a suo dire, “conosce solo il linguaggio della forza”. Una strategia fuori dagli schemi per chi ricopre il ruolo di vertice della diplomazia Ue. Anche se condivide la responsabilità sulla politica estera con il Consiglio europeo, ossia con i capi di Stato e di governo dell’Ue, è evidente come questi preferiscano depotenziare ulteriormente il suo incarico.

“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times spiegando appunto che tra le ipotesi contenute in una valutazione elaborata dal governo francese e condivisa con gli altri Stati membri figura anche una riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo. “Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS“. La riforma punterebbe inoltre a ridurre i costi e a eliminare le sovrapposizioni tra il servizio diplomatico europeo, i ministeri degli Esteri nazionali e la stessa Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, che da tempo ormai è andata allo scontro con l’EEAS per la guida della politica estera dell’Ue, trovandosi in disaccordo anche su dossier importanti come, ad esempio, la situazione a Gaza.

L'articolo Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato

11 June 2026 at 08:23

Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800 organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato dalla coalizione paneuropea, Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation, e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere sociale, non per armarsi.

La mobilitazione si terrà a pochi giorni dall’inizio dei negoziati tra i leader dell’Ue sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. Il Consiglio europeo negozierà infatti il 18 e il 19 giugno il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che è in fase di riorganizzazione e potrebbe convogliare decine di miliardi di euro all’industria degli armamenti. Contro questa ipotesi, i manifestanti si raduneranno alle 15 alla stazione di Bruxelles Nord, seguirà una marcia pacifica per poi riunirsi alle 18 in un’assemblea pubblica presso la Biblioteca Reale del Belgio dove pianificheranno le fasi della campagna su tutto il continente.

“Bruxelles ha scoperto che non c’è limite a quanto l’Europa può prendere in prestito, purché sia ​​per le armi – ha commentato Amir Kiyaei, coordinatore delle politiche di DiEM25, una delle oltre 40 organizzazioni belghe che sostengono la manifestazione -. Le regole sul deficit che smantellano i nostri ospedali e congelano i nostri salari si dissolvono nel momento in cui l’industria delle armi si siede al tavolo”. Contro questa prospettiva, gli organizzatori hanno pensato un mese intero di mobilitazioni, incontri e azioni coordinate in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania, Italia e altri paesi. Ovunque si chiede ai responsabili politici dell’Ue di investire in sanità, istruzione, lavoro e in una transizione climatica equa, dando priorità al dialogo e alla diplomazia rispetto allo scontro. Per farlo occorre investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale, perseguendo il controllo degli armamenti come unico mezzo per garantire la pace.

“Il riarmo ci viene venduto come garanzia di sicurezza, ma l’unica cosa che garantisce davvero sono i profitti dell’industria bellica – afferma Katerina Anastasiou, portavoce di Stop ReArm Europe -. Una società con ospedali fatiscenti e un clima destabilizzato non è sicura. Spendere miliardi in armi, comprimendo al contempo sanità, istruzione e coesione sociale, rende l’Europa più povera e pericolosa, non più sicura. Chiediamo priorità diverse”.

La coalizione si oppone al piano ReArm Europe dell’Ue, annunciato nel marzo 2025, che prevede lo stanziamento di 800 miliardi di euro per gli armamenti. Tutti fondi, come specificano i manifestanti, sottratti a sanità, istruzione, lotta al cambiamento climatico e protezione sociale. Ma la proposta di bilancio della Commissione per il prossimo anno va persino oltre, prevedendo di stanziare circa 131 miliardi di euro per il settore difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività. Si tratta di una cifra cinque volte superiore rispetto ai circa 26 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027. Come spiegano gli organizzatori della mobilitazione, è una somma tale da poter finanziare gli stipendi di circa 300.000 infermieri o costruire circa mezzo milione di alloggi sociali.

Inoltre, prosegue la coalizione nel comunicato, in questo modo anche i programmi civili per la ricerca, la mobilità e la coesione verrebbero aperti all’uso militare. Gli attivisti invitano quindi a riflettere su come l’Europa si stia aprendo a un’economia di guerra permanente che non risolve i conflitti ma li acuisce e li alimenta. Tra le conseguenze dirette e più evidenti, i promotori citano il rinnovo della coscrizione, l’ampliamento delle riserve alla sorveglianza e la riduzione dello spazio democratico. Viene anche sottolineata la crescente influenza della lobby delle armi che, secondo Stop ReArm Europe, viene favorita dalla Commissione europea. L’organo esecutivo dell’Unione ha incontrato i rappresentanti dell’industria delle armi 89 volte sul tema del riarmo nel 2025 (fino a ottobre), a fronte di soli 15 incontri con Ong, sindacati o scienziati sugli stessi argomenti. Una scelta anche sconveniente dal punto di vista economico, perché l’industria bellica, dipendendo da capitali e importazioni, crea meno posti di lavoro dell’alternativa civile che invece produce dal 30% al 50% di impieghi in più.

L'articolo “Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin

11 June 2026 at 03:45

Tre settimane fa, quando il nome di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa russa, è comparso nelle anticipazioni di Euronews su un nuovo pacchetto di sanzioni europee, la notizia era ancora sospesa tra indiscrezione diplomatica e test politico. Oggi quel passaggio si è trasformato, come ha rivelato sempre Euronews, in un elemento del 21° pacchetto sanzionatorio dell’Unione europea contro la Russia: un insieme ampio e strutturato di misure che colpisce banche, reti crypto, attori energetici e infrastrutture finanziarie legate all’evasione delle restrizioni.

Il fatto che Kirill sia entrato nel perimetro delle sanzioni non è un dettaglio marginale. È un caso emblematico della natura ormai consolidata del regime sanzionatorio europeo: una macchina sempre più estesa e sofisticata, ma anche sempre più visibile mentre si costruisce.

Il nuovo pacchetto, presentato dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante, prevede misure contro circa 170 individui ed entità, con un impatto particolarmente significativo sul settore bancario russo e sulle reti finanziarie alternative, incluse piattaforme crypto e soggetti in Paesi terzi coinvolti nell’aggiramento delle restrizioni. È, nelle parole della Commissione, un ulteriore passo nella strategia di «erosione progressiva della capacità russa di finanziare la guerra».

È anche qui che si inserisce il punto politico più rilevante.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto, ha ribadito che le sanzioni europee stanno producendo l’effetto atteso: colpire in modo strutturale la capacità economica e finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. L’obiettivo non è un singolo shock, ma un logoramento cumulativo, che agisce su banche, energia, tecnologie dual use e infrastrutture finanziarie globali. Il sistema sanzionatorio non è dunque un gesto politico simbolico, ma una strategia di lungo periodo. Ed è proprio questa natura sistemica a costituirne la forza.

Eppure, proprio questa stessa struttura contiene una contraddizione meno discussa: la sua crescente prevedibilità.

Il ritorno del nome di Kirill è in questo senso paradigmatico. Il Patriarca era già stato oggetto di tentativi di sanzioni nel 2022, bloccati allora dal veto ungherese, e la sua figura era rimasta per anni un punto sensibile del confronto intra-europeo. La sua inclusione odierna non arriva in un vuoto informativo, ma al termine di settimane di anticipazioni, negoziati tra capitali, posizionamenti pubblici e indiscrezioni diplomatiche. Euronews aveva già segnalato la riemersione del suo nome nella lista in discussione tre settimane fa, in una fase in cui il pacchetto era ancora oggetto di negoziazione tra gli Stati membri. Questo tipo di dinamica non è un’eccezione. È ormai parte integrante del processo sanzionatorio europeo.

Secondo fonti diplomatiche della Commissione europea a conoscenza del dossier, uno dei problemi ricorrenti del sistema sanzionatorio è che Mosca riesce spesso a ottenere un preavviso significativo sulle misure in preparazione. Questo avviene per due ragioni principali.

La prima è strutturale. Il processo decisionale europeo – basato su consultazioni tra 27 Stati membri, necessità di unanimità e costante interazione con il dibattito pubblico – produce inevitabilmente un elevato grado di esposizione informativa. Indiscrezioni, posizionamenti nazionali e copertura mediatica finiscono per rendere progressivamente leggibile l’orientamento delle misure già durante la fase negoziale. È un fenomeno che, in filigrana, era già stato colto nell’Ottocento da Astolphe de Custine, quando descriveva, nelle sue “Lettera della Russia” (Adelphi) l’asimmetria tra un’Europa «che cammina in piena luce» e una Russia che «avanza al sicuro», protetta dalla segretezza delle proprie decisioni.

La seconda ragione riguarda invece la dimensione politica interna dell’Unione. In passato, contatti diretti o indiretti tra rappresentanti di Stati membri e la diplomazia russa hanno alimentato il sospetto che la riservatezza del processo non sia uniforme. Episodi e interlocuzioni note tra esponenti politici europei e Mosca – come nel caso dell’allora ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e l’omologo russo Sergey Lavrov – hanno contribuito a rafforzare questa percezione.

Il risultato, secondo le stesse fonti, è che la Russia non si limita a subire le sanzioni: spesso è in grado di anticiparne la logica e adattarsi in anticipo.

Questo vantaggio temporale non annulla l’impatto delle sanzioni, ma ne modifica la natura. Mosca ha progressivamente sviluppato un ecosistema di adattamento che include la riallocazione preventiva degli asset finanziari, l’uso di circuiti bancari secondari, l’intermediazione attraverso Paesi terzi e l’espansione di reti commerciali alternative per aggirare le restrizioni su energia, tecnologia e componentistica. È una forma di resilienza che non elimina il costo delle sanzioni, ma ne attenua lo shock iniziale, trasformandolo in una pressione più graduale e distribuita nel tempo.

Il punto, allora, non è stabilire se le sanzioni funzionino o meno. La risposta politica della Commissione è chiara: funzionano, e lo fanno proprio perché sono cumulative, multilivello e sempre più invasive. Il paradosso è un altro: il sistema sanzionatorio europeo è efficace anche perché è pubblico, negoziato e trasparente. Ma questa stessa trasparenza lo rende, in una certa misura, prevedibile.

Kirill, in questo senso, non è un caso isolato. È un sintomo. Il sintomo di un’architettura politica in cui la forza delle democrazie europee – la discussione pubblica, il pluralismo, la necessità del consenso – diventa anche il punto attraverso cui l’avversario può intravedere la direzione del colpo prima che venga sferrato.

Non è una debolezza nuova. È una tensione antica. E, come ricordava Custine quasi due secoli fa, è proprio in questa asimmetria tra luce e ombra che si gioca una parte essenziale della competizione politica tra Europa e Russia.

L'articolo Il problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin proviene da Linkiesta.it.

L’Ue ha capito che l’indipendenza digitale costa molto più dei regolamenti

11 June 2026 at 03:45

Puntare un coltello alla gola dell’Europa è oggi tanto facile quanto premere un interruttore. L’Unione, da organo complesso e a tratti compassato quale è, sta cercando di reagire a suon di regolamenti. Ma la coperta è corta, e per difendersi è costretta a spostare i suoi fondi da una priorità all’altra. Quanto potrà durare ancora la partita a Monopoly di Ursula von der Leyen?

È del 3 giugno la notizia dell’annuncio di un nuovo pacchetto di misure dal nome roboante, il Tech Sovereignty Package (Tsp). L’idea, secondo la Vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, è quella di impedire che nessun barone digitale (americano o cinese che sia) possa minacciarci o addirittura premere quel famoso interruttore. In primo luogo per quanto riguarda i sistemi di cloud e intelligenza artificiale, le aziende e le amministrazioni pubbliche fanno ricorso per la maggior parte a sistemi con casa madre statunitense. Amazon, Microsoft e Google detengono il settanta per cento della quota di mercato europea e investono circa dieci miliardi di euro a trimestre nell’Unione, mentre la quota combinata dei produttori europei è scesa al tredici per cento. Le soluzioni del Berlaymont implicano introdurre un sistema di misurazione della sovranità per cloud e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di imporre agli operatori che forniscono servizi cloud in settori sensibili – energia, sanità, amministrazioni e servizi pubblici – requisiti più stringenti sulla localizzazione dei dati, sul controllo della catena di fornitura, sulla proprietà delle infrastrutture e sull’indipendenza dalla giurisdizione di Paesi terzi.

Infine, mira a triplicare entro sette anni la capacità di data center in Europa con una serie di facilitazioni su accesso a terreni e finanziamenti, energia, acqua. I data center sono strutture altamente idrovore ed energivore (In Irlanda nel 2024 alimentarli ha richiesto il ventidue per cento del consumo elettrico nazionale, superando il consumo domestico urbano) ma soprattutto necessitano suolo. In Europa stanno già sorgendo i primi comitati contrari al “riarmo digitale” e l’accettazione sociale rischia di essere uno scoglio per le ambizioni di sovranità brussellesi.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Al di là delle tempistiche (il Tsp dovrà passare attraverso il processo di varo del trilogo) dove sono i soldi per pagare questo ambizioso pacchetto? Il finanziamento di tutto è rinviato al bilancio europeo 2028-2034, tramite un Fondo competitività da due miliardi. Ma siamo nel regno dei sogni dei policy officer, anche perché il divario di dipendenza è stimato in 264 miliardi. La seconda misura del pacchetto è un Chips Act parte due, per rafforzare le filiere di produzione di semiconduttori e chip. Senza la pretesa di fare i conti in tasca a Bruxelles, si tratterebbe di un Chips Fund per finanziare le start-up e le imprese del tech. Anche questo stanziamento è rinviato al 2028. Per dare un ordine di grandezza, il primo Chips Act mobilitava oltre cinquantadue miliardi di euro, tra pubblici – in prevalenza degli Stati – e privati.

Il 5 giugno il Commissario al commercio Maroš Šefčovič ha provato a fissare un altro paletto per rafforzare il grande progetto dell’autonomia strategica. La Commissione vorrebbe obbligare le imprese dei settori critici a rifornirsi da almeno tre fornitori distinti, in maniera tale da aumentare la diversificazione e quindi la sicurezza delle supply chains. Per sostenere l’industria del tech, quella dell’energia pulita, il comparto farmaceutico (l’Europa dipende dalla Cina per i principi attivi necessari a produrre farmaci salvavita) serve renderla invulnerabile alle coercizioni. Quale sia il costo per farlo è tutto da discutere. Bruxelles può pure obbligare le sue imprese a diversificare, ma non può obbligare nessuno a investire in alternative che, finché il prezzo è deciso da un Paese terzo, restano difficilmente bancabili. Lo ha spiegato Bernd Schäfer, direttore di EIT RawMaterials, organizzazione che lavora sul rafforzamento delle filiere europee delle materie prime. L’Europa deve darsi un proprio indice di prezzi, un parametro di riferimento trasparente e alternativo all’orbita cinese. Pechino non è solo il principale estrattore e raffinatore. I prezzi di gran parte delle materie prime critiche, in particolare delle terre rare, vengono fissati da due agenzie cinesi (Asian Metal e Shanghai Metal Market) che recepiscono direttamente le indicazioni del governo. Un privato che volesse aprire una miniera, una raffineria o una fabbrica di chip in Europa, non avrebbe un parametro affidabile per calcolare i ritorni, perché basterebbe una mossa di Pechino a spostare l’ago e modificare ogni previsione su vendite e ricavi. Schäfer afferma che tale indice potrebbe coinvolgere non solo l’Europa, ma anche paesi “amici” come gli Usa (ed è tutto un dire), l’Australia, il Canada e la Gran Bretagna. Gli americani stanno pensando anche ad un price floor, un prezzo minimo garantito da estendere a tutta l’area occidentale tramite la Mineral Security Partnership a cui l’Unione partecipa, così da isolare il proprio mercato dai ricatti e dal dumping e quindi rendere più conveniente investire.

Lo stesso 3 giugno la Commissione ha concesso agli Stati di usare una parte della flessibilità fiscale che avevano ottenuto per la difesa per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’escape clause dai vincoli di bilancio era nata per permettere ai governi di spendere fino all’1,5 percento del Pil in armi, ma ora si potrà dirottare fino allo 0,3 percento di quella quota sulla transizione energetica. La spinta per questo scostamento è giunta proprio da Roma, che però voleva più fondi per finanziare il taglio delle accise in risposta alla crisi di Hormuz, che non ha ottenuto. Al contrario, Giorgia Meloni potrà spendere quei soldi per finanziare misure come reti elettriche, infrastrutture per le energie rinnovabili, sistemi di accumulo, interconnessioni, elettrificazione industriale. Sicurezza energetica e sicurezza militare non sono compartimenti separati, ma convivono e si condizionano vicendevolmente. Riconoscerlo è già un passo avanti. Ma la Commissione non ha trovato risorse nuove, ha semplicemente spostato una piccola parte di un budget che non possiede, in quanto è degli Stati. L’Europa allarga il perimetro dell’autonomia strategica più in fretta dei mezzi che dovrebbero sostenerla.

La sovranità non si costruisce per decreto, l’industria non nasce solo regolando il mercato perché l’allocazione dei fondi dovrebbe riflettere la domanda reale e non le preferenze di un ufficio. In meno di dieci giorni l’Unione europea ha annunciato di voler essere sovrana sul cloud, sui chip, sulle materie prime, sull’energia e sulla difesa. Ma l’autonomia si paga, e al momento il portafoglio più capiente ce l’hanno gli Stati, non la Commissione, e possono opporsi in qualsiasi momento al varo dei pacchetti proposti dalle direzioni generali. È purtroppo una questione di vile denaro, e nient’altro. Scrivere regole chiare è necessario, ma per poter competere allo stesso livello di Washington e Pechino serve essere più veloci, decisi e serve spendere. Sappiamo elencare con precisione tutte le vulnerabilità, gli angoli ciechi e le dipendenze, ma possiamo veramente permetterci di superarle?

L'articolo L’Ue ha capito che l’indipendenza digitale costa molto più dei regolamenti proviene da Linkiesta.it.

Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica

10 June 2026 at 09:26

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.

L'articolo Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica proviene da Lavoce.info.

La guerra cognitiva è già cominciata: come l’IA modella ciò che crediamo vero

9 June 2026 at 23:26
Categorie: Tecnologia e Intelligenza Artificiale · USA e Occidente Autore: Patrizio Ricci Non è il territorio il vero campo di battaglia del nostro tempo. È la percezione. La trasformazione più ...

Leggi tutto

Da Monti a Calenda, fino a Picierno e Hallissey: nasce ‘Europeisti’ per una “Europa patria”. “Difesa comune, dell’Ucraina e dei confini”: il manifesto

9 June 2026 at 13:47

Si faranno chiamare Europeisti, ma dal manifesto pubblicato online anche Patrioti Europei sarebbe stato un nome azzeccato. Niente a che vedere, però, con i Patriots for Europe che accolgono partiti come Rassemblement National, Lega, Fidesz o Vox. Per la nuova piattaforma europeista, lanciata lo scorso 9 maggio, l’obiettivo ultimo è “l’Europa patria“. La parola d’ordine, non a caso, è “difesa”: “difesa comune“, “difesa dell’Ucraina“, “difesa dei confini“. Tutto in nome della “sovranità europea“. Schemi narrativi che ricordano (non nei contenuti) quelli degli avversari nazional-populisti e che saranno presentati al pubblico il 15 giugno nel corso di un evento organizzato al Teatro Franco Parenti di Milano. Anche se sulla piattaforma online di nomi ne compaiono ben pochi, salvo quelli dei coordinatori locali, tra coloro che hanno deciso di prendere parte a questo nuovo progetto ci sono l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, la vicepresidente del Parlamento europeo appena uscita dal Pd, Pina Picierno, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, l’ex deputato di Scelta Civica Giuseppe De Mita, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, la politologa Sofia Ventura e il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto.

La nuova piattaforma nasce con un obiettivo: trasformare “un europeismo oggi maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano”. Questo perché, si legge sul portale, “in Italia sta emergendo una maggioranza che non fa rumore ma si vede nei dati: cresce la fiducia nell’Unione (52% degli italiani dice che l’adesione all’Ue è un bene), aumenta la domanda di protezione economica e sicurezza (67% vuole un’Europa che contribuisca alla sicurezza) e una quota enorme di cittadini non si riconosce più nei vecchi riflessi nazionalisti né nelle liturgie dell’europeismo di facciata”.

Le linee guida sono definite: “Difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere”. Tutte esplicitate in un manifesto a cavallo tra il pugno di ferro, ad esempio su temi come l’immigrazione, a posizioni che vanno oltre il federalismo europeo, come quando si auspica di abbandonare le “vie di mezzo. O l’Europa decide, o subisce. Tutto il resto è gestione del declino. Dobbiamo costruire una campagna permanente sulla sovranità europea in difesa, energia, tecnologia e finanza”. Si sostiene che “la pace si garantisce con la forza, non con le intenzioni”, formula cara ai vertici delle istituzioni europee come Ursula von der Leyen o Kaja Kallas. E non a caso si puntualizza che “difendere Kyiv oggi significa evitare di difendere Varsavia o Roma domani”.

Per portare avanti il progetto sono stati coinvolti vari ambienti di centro: da una folta schiera di ex Margherita all’ex leader di Scelta Civica Mario Monti, dai Radicali di ieri e di oggi a esponenti di Azione. Il tempo dirà se sarà questo lo “spazio pubblico al centro” citato da Picierno dopo l’uscita dal Partito Democratico.

X: @GianniRosini

L'articolo Da Monti a Calenda, fino a Picierno e Hallissey: nasce ‘Europeisti’ per una “Europa patria”. “Difesa comune, dell’Ucraina e dei confini”: il manifesto proviene da Il Fatto Quotidiano.

L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione”

8 June 2026 at 16:03

Gli affari dei Trump in Albania diventano motivo di scontro a distanza tra l’amministrazione americana e la Commissione europea. Il campo di battaglia è la piccola isola di Sazan, di fronte alle coste di Valona, dove il genero del tycoon, Jared Kushner, vuole costruire un mega-resort, con la popolazione albanese che da giorni scende in piazza a Tirana per protestare contro il progetto e chiedere al governo di fermarlo. Così, anche da Palazzo Berlaymont è stata espressa “preoccupazione“. Con un avvertimento esplicito al governo albanese: “Astenersi da azioni” che potrebbero avere un impatto sul percorso di adesione all’Ue.

Un tema sensibilissimo per Tirana quello tirato in ballo dalle istituzioni europee. L’Albania, così come il Montenegro e altri Paesi dei Balcani occidentali, sta cercando di completare le ultime fasi del processo di integrazione europeo che le permetterà di diventare uno Stato membro entro il 2028, come nei progetti di Bruxelles. Un passo falso del genere rischia, se non di compromettere, di ritardare gli ultimi step di un processo che dura da diversi anni. “Abbiamo già espresso al ministro dell’Ambiente le nostre preoccupazioni in merito alle potenziali carenze di questo progetto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione, sottolineando l’impegno di Tirana a sospendere i lavori e a condurre “una valutazione di impatto ambientale completa per il progetto, in consultazione con la società civile”. Bruxelles ricorda anche che “il progetto è anche oggetto di indagini da parte della Spak (la procura speciale anti-corruzione, ndr) che, secondo quanto riferito, vanno oltre le preoccupazioni ambientali. Le nostre preoccupazioni non sono nuove. Come già affermato nella nostra ultima relazione sull’allargamento, la ripetuta proroga della legge sugli investimenti strategici continua a sollevare preoccupazioni circa i possibili impatti ambientali, in particolare nelle aree protette”.

L’esecutivo di Edi Rama, quindi, si trova di fronte a un bivio: garantire alla potente famiglia Trump di investire 4 miliardi di dollari nell’ennesima “riviera” fuori dai confini statunitensi o rimanere fedele ai dettami imposti dall’Ue. Il portavoce ha ribadito che Tirana è tenuta ad “allinearsi pienamente alla legislazione dell’Ue nel settore ambientale”, ad “abrogare le disposizioni incompatibili (promulgate tramite emendamenti alla legge sulle aree protette)”, a “porre fine alla legislazione del 2015 sugli investimenti strategici” e a “dimostrare la propria capacità di gestire i futuri siti Natura 2000, comprese le misure di conservazione che impediscono il deterioramento degli habitat e delle specie. L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento dei parametri di riferimento per la chiusura del capitolo e ci si aspetta che le autorità albanesi agiscano senza indugio”.

L'articolo L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La sovranità spaziale europea non nascerà senza una domanda industriale comune

8 June 2026 at 03:45

A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa si trova a gestire una trasformazione radicale della propria postura spaziale. Il cambiamento è prima di tutto culturale: lo spazio non è più percepito come campo puramente scientifico o strumento economico, ma come snodo strategico che unisce politica estera, difesa e sovranità tecnologica. Il riposizionamento dello spazio nelle agende pubbliche risponde, quindi, alla necessità di poter disporre dei propri assetti quando e dove necessario, un obiettivo inseguito lungo tutta la storia della cooperazione spaziale europea e diventato oggi decisivo in un contesto internazionale in rapido mutamento. Ridurre una dipendenza strutturale, che per decenni ha reso il continente vulnerabile alle decisioni altrui, è ormai una priorità strategica.

La recente European Space Conference (ESC) di Bruxelles, nel solco del Consiglio ministeriale dell’European Space Agency (ESA) del novembre 2025 – dove si è registrato un record storico di sottoscrizioni – segnala una rinnovata volontà di investire nello spazio. Sul fronte dei lanciatori – i razzi che permettono di trasportare satelliti e carichi utili in orbita – Ariane 6, con la configurazione 64 già operativa per lanci commerciali di grande portata, e il recupero di Vega-C, restituiscono all’Europa un accesso indipendente allo spazio dopo anni di stallo.

Galileo è pienamente operativo, con nuovi servizi all’avanguardia, prossimo al lancio del segnale PRS per attività governative e militari e già proiettato verso la seconda generazione. Copernicus vive un’espansione essenziale per mantenere la leadership nel monitoraggio ambientale e climatico; le decisioni di portare avanti nuovi programmi di osservazione per uso governativo e di sicurezza, in ambito comunitario ed ESA, promettono di colmare alcune lacune e rafforzare gli strumenti a disposizione. Infine, l’annuncio dell’operatività di Govsatcom segna un traguardo lungamente atteso per garantire comunicazioni sicure e sovrane a tutti gli stati membri, in attesa degli sviluppi su IRIS2 (Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite) entro il 2030.

Lo squilibrio transatlantico
È un quadro che, visto dall’esterno, potrebbe sembrare quello di una potenza spaziale matura. Eppure, vi è una complessità maggiore, che racchiude ambiti dove la strada verso l’autonomia è piuttosto tortuosa. Dalle dichiarazioni dei vertici europei della Conferenza di Bruxelles emerge l’esigenza di compiere un salto quantico su diversi tavoli dove le dipendenze sono più esposte. La proposta di budget nel prossimo Multiannual Financial Framework di 131 miliardi di euro è senza precedenti e unisce spazio e difesa in un pacchetto unificato, innestandosi su iniziative annunciate dal Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius all’ESC quali lo European Space Shield ed il Virtual Space Command, snodo centrale ad oggi mancante nell’architettura europea, già evocato nel gennaio 2022 dal precedente Commissario Thierry Breton.
In materia di intelligence, Early Warning, capacità di lancio reattivo e Space Domain Awareness, l’autonomia è lungi dall’essere compiuta. Permane uno squilibrio transatlantico che configura, più in generale, uno slittamento verso il vocabolario strategico statunitense: l’Europa cerca di adattarsi a quel lessico, finendo per misurarsi su parametri di origine americana che amplificano un più ampio ritardo tecnologico. Già il Rapporto Draghi sulla competitività evidenziava la necessità di ridurre dipendenze esterne e vulnerabilità strategiche, intervenendo alla base della catena del valore sulle materie prime critiche e tracciando la rotta per un vero mercato unico dello spazio e un coordinamento della spesa pubblica. Elementi che il dibattito intorno alla proposta di European Space Act sembra alle volte tralasciare, trascurando l’esigenza di superare uno status quo fermo al Trattato di Lisbona del 2007.

Tra i tanti temi aperti dalla riflessione su autonomia e dipendenza, il settore della connettività è il fronte più acceso. Starlink continua a dimostrare la sua rilevanza in Ucraina, specialmente dopo nuove misure che ne limitano l’uso non autorizzato da parte delle truppe russe, dando dimostrazione dell’urgenza di garantire un comando e controllo distribuito, sicuro, affidabile e disponibile. La sua natura privata, soggetta alla discrezionalità di un singolo attore, ha da tempo allarmato le istituzioni europee.

Dalla Conferenza di Bruxelles emergono però più ombre che luci su IRIS²: mentre si afferma che il programma sarà superiore a Starlink, rappresentanti dell’industria definiscono la sua governance un esempio di come non fare le cose. Questa percezione distorta nasconde il rischio di confondere la competitività commerciale con la necessità strategica, inseguendo un modello difficilmente riproducibile.

I nodi irrisolti concepiti a Bruxelles non sono però solo tecnologici, né interamente imputabili alle dinamiche globali. Il primo e più profondo riguarda la natura dello stimolo al cambiamento. La spinta verso la sovranità europea nello spazio è largamente eteronoma: dettata dal distacco americano, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione tra grandi potenze – non da una matura volontà interna. Tanto più che, se l’attuale riposizionamento strategico dello spazio è dovuto a fattori esterni, sono le sfide squisitamente interne quelle più profonde, cruciali per risolvere le questioni di autonomia.

Non poche sono le preoccupazioni affiorate all’ESC su burocrazia, governance inefficiente, competizione intra-europea e spinte nazionali. Queste ultime sono allo stesso tempo necessarie alla costruzione di capacità europee e NATO di pooling and sharing, qualora implementate in chiave di interoperabilità, ma possono anche frantumare l’azione europea rendendola vana.

Le lezioni del passato
In questa prospettiva, come evitare le trappole della dipendenza e dell’irrilevanza? Come interpretare la tensione tra spinte centrifughe e integrazione europea? Questi interrogativi richiamano lezioni dal passato e risposte trovate faticosamente in oltre sessant’anni di cooperazione europea.

Già nel maggio del 1966, una Tavola Rotonda organizzata dall’Istituto Affari Internazionali metteva in luce le fragilità strutturali del continente sulla cooperazione spaziale. Pur dando risalto agli sforzi multilaterali per mettere in comune rispettive risorse finanziarie, tecniche e industriali – unicum nel panorama mondiale – gli esperti descrivevano la cooperazione spaziale come afflitta da frammentarietà negli organismi di settore, da obiettivi talvolta in contrasto, dall’assenza di una politica spaziale comune e di un coordinamento efficace. La diagnosi era impietosa: inevitabile dispendio di risorse e duplicazioni, mancanza di stabilità programmatica e istituzionale, assenza di cooperazione effettiva con gli Stati Uniti. L’Italia, in particolare, sosteneva iniziative d’avanguardia per il geo-ritorno, il coordinamento e l’integrazione – e addirittura la fusione – degli organismi esistenti.

Quella diagnosi trovò conferma nel decennio successivo. La divisione tra ELDO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea per lo Sviluppo e la Costruzione di veicoli di lancio Spaziale), responsabile dei lanciatori, ed ESRO (Convenzione per l’istituzione di una Organizzazione Europea della Ricerca Spaziale), dedicato alla ricerca scientifica, era diventata emblema di una paralisi organizzativa e di una visione strutturalmente incapace di produrre risultati. Competenze separate e mancanza di coordinamento portarono a inefficienze ed errori gestionali gravi, in un contesto pre-ESA in cui già si discuteva di superamento del geo-ritorno e di preferenza europea.

Ripetute crisi, dovute a fuoriuscite e disimpegni da parte di Francia, Regno Unito e Italia, sancirono il fallimento di quel modello, aprendo una stagione fatta al contempo di singoli programmi nazionali – proprio nelle telecomunicazioni, come il programma Sirio italiano – e della fase costituente dell’ESA, in grado di attuare le riforme di governance e politica industriale discusse nei quindici anni precedenti, puntando a rafforzare un’industria europea pesantemente frammentata.

Una necessità strategica globale
Oggi, come negli anni Sessanta, sorgono spontanee alcune domande: la frammentazione avrà la meglio? Pesano di più le spinte centrifughe o l’integrazione europea? Le storie di successo che permettono all’Europa di vantare oggi infrastrutture d’eccellenza dimostrano che, nonostante le resistenze, l’integrazione ha prevalso quando è stata spinta da logiche di autonomia e percepita come necessità strategica globale. Ancor più di Copernicus – pur nato come strumento di sovranità informativa per clima e ambiente – il programma Galileo rappresenta la sintesi perfetta di questo percorso. Proposto negli anni Novanta per scopi civili, affonda le sue radici nella volontà di acquisire capacità indipendenti per influire sulle questioni globali.

La sua storia è segnata dalla tensione tra logiche di mercato e ambizioni politiche, e dalle fratture tra Stati europei che davano priorità alla fattibilità commerciale e al mantenimento dello status quo con gli Stati Uniti piuttosto che a visioni di autonomia – anticipando il dibattito ormai decennale sulla natura più o meno aperta dell’autonomia strategica, introdotta nel 2016 dall’EU Global Strategy. Infine, nel 2007 si imporrà il sostegno ad un Galileo modellato su un progetto di sovranità.  Da quel percorso emerge una lezione che vale ancora oggi: non si tratta più soltanto di rispondere e reagire agli shock esterni, ma di assicurare una logica implementazione e dare prova concreta delle ambizioni europee alla luce delle capacità disponibili.

È in questa luce che va letta la recente costituzione di Bromo, nuova società paritetica tra Airbus, Thales e Leonardo per l’integrazione delle attività satellitari e dei servizi spaziali, annunciata nell’autunno 2025. La sua rilevanza non è solo industriale: Bromo è, potenzialmente, il tipo di aggregazione dal basso che può coadiuvare a superare le inerzie istituzionali, portando le logiche nazionali verso un orizzonte europeo, contribuendo quantomeno a federare la domanda interna.

Il suo successo, però, dipende da due condizioni che rimandano direttamente ai nodi identificati in apertura. La prima è la rapidità decisionale europea: il progetto industriale richiederà circa due anni per diventare operativo. La seconda è, ancora, la disponibilità di una domanda interna adeguata – lo stesso tema che il Rapporto Draghi aveva indicato come prioritario e che il dibattito istituzionale continua a procrastinare. È un difficile equilibrio, retto da continui aggiustamenti di rotta e negoziazioni, più che dall’eventualità di raggiungere sintesi strutturali. L’Europa ha gli strumenti per affrontare queste sfide, ma il margine di tempo è più stretto rispetto agli anni Sessanta e il costo dell’irrilevanza più alto.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

L'articolo La sovranità spaziale europea non nascerà senza una domanda industriale comune proviene da Linkiesta.it.

Meloni assente al vertice Ue-Balcani: era alla presentazione di un francobollo. Conte: “Siamo caduti così in basso?”

5 June 2026 at 16:26

Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.

Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.

L'articolo Meloni assente al vertice Ue-Balcani: era alla presentazione di un francobollo. Conte: “Siamo caduti così in basso?” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Auto elettrica, l’UE studia una strategia che richiama il modello cinese

4 June 2026 at 12:52

La sopravvivenza industriale dell’automotive europeo? È anche una questione di geopolitica. La Commissione Europea ha infatti allo studio una tattica che ricorda da vicino i metodi storicamente utilizzati dalla Cina per regolamentare l’ingresso dei costruttori europei nel sistema produttivo a basso costo della Repubblica Popolare. L’obiettivo dell’UE è imporre alle aziende cinesi rigidi vincoli di investimento, partnership incentivate o forzate e, soprattutto, trasferimenti tecnologici all’interno del Vecchio Continente. Esattamente come facevano i cinesi coi car makers europei desiderosi di accedere al sistema industriale e al mercato del gigante asiatico. Un ingresso vincolato alla creazione di joint venture con le aziende locali pensato per assorbire il know how industriale e tecnologico occidentale.

Si tratterebbe di una vera e propria “strategia a specchio”, concepita per riequilibrare i rapporti di forza in vari comparti industriali strategici, a partire dalla cruciale catena del valore dell’auto elettrica, attualmente in tutto e per tutto in mani cinesi. Sostanzialmente, con questa mossa l’Unione Europea tenta di recuperare (per quanto possibile) il terreno perduto in questi anni, sia in termini di tecnologia sia in termini di competitività industriale. Come accennato, per anni le aziende occidentali sono state costrette ad accettare le severe condizioni imposte dal Dragone pur di accedere alla piazza cinese. L’obbligo di siglare alleanze con partner locali ha rappresentato per lungo tempo il fulcro della strategia di crescita della superpotenza asiatica. Attraverso questo meccanismo, Pechino ha potuto assimilare competenze, segreti industriali e modelli produttivi d’avanguardia, per poi capitalizzarli a proprio vantaggio. Oggi Bruxelles punta a ricalcare quella stessa logica per difendere i propri confini produttivi.

La svolta dimostra che la Commissione non intende limitarsi alla sola arma, per certi versi spuntata, dei dazi doganali sulle auto elettriche. Le barriere tariffarie, infatti, rischiano di essere facilmente aggirate dai colossi asiatici localizzando l’assemblaggio finale dei veicoli in Europa. Il target dei legislatori europei diventa quindi molto più profondo: spingere i giganti cinesi a investire in veri e propri stabilimenti produttivi europei, obbligandoli a condividere parte del proprio prezioso know-how sulle batterie e a creare partnership più equilibrate con la filiera locale. In ballo ci sono la sovranità industriale continentale, la tutela dell’occupazione e la salvaguardia della competitività del settore automobilistico continentale.

L’Europa è divenuta infatti sempre più dipendente dal Paese asiatico in ambiti cruciali che vanno dalle batterie per auto alle terre rare, fino a componenti e beni industriali di ogni tipo. Allo stesso tempo, l’avanzata globale di Pechino in diversi settori, a partire dall’automotive, appare ormai difficilmente contenibile. Quindi, se non puoi batterli, alleati con loro.

Fra le economie europee più esposte a questa transizione c’è senza dubbio quella tedesca, fortemente e storicamente dipendente dall’automotive. Berlino ha finora mantenuto un approccio economico e politico prudente con la Cina, col governo tedesco attento a non compromettere i cruciali rapporti commerciali con il Dragone e a evitare possibili ritorsioni, soprattutto sul delicato fronte delle materie prime critiche.

Tuttavia, nel dibattito politico ed economico interno alla Germania stanno emergendo i primi segnali di ripensamento. Infatti, l’industria tedesca attraversa una fase complessa, segnata da un preoccupante calo dell’occupazione e da pressioni competitive crescenti a livello globale, le stesso che impongono un ripensamento delle relazioni commerciali con Pechino.

Le diplomazie del vecchio continente sono già al lavoro e spingono con forza per ridurre la dipendenza da Pechino. Il governo francese ha parlato apertamente di un “rullo compressore cinese” capace di comprimere l’economia europea e azzerare la concorrenza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e i principali commissari discuteranno i possibili interventi normativi a fine maggio, con l’obiettivo di definire i dettagli tecnici per poi sottoporli ufficialmente ai leader dell’Unione Europea in occasione del cruciale vertice di Bruxelles in programma a giugno.

L’intento dei vertici comunitari è anche quello di favorire una posizione più coesa all’interno dell’Unione, poiché un eventuale e definitivo cambio di passo della Germania potrebbe avere un effetto trainante decisivo sugli altri Stati membri, anche in virtù dei legami esistenti fra le catene di fornitura dei vari Paesi membri.

Resta da capire quale sarà la reazione della controparte: Pechino osserva con crescente irritazione la possibile svolta protezionistica europea. Secondo quanto riferito da agenzie di stampa internazionali, le ipotesi di vincoli strutturali agli investimenti e di trasferimenti tecnologici forzati vengono lette dalla leadership asiatica come una deriva pericolosa, in aperto contrasto con i principi di apertura commerciale e libero scambio che Bruxelles ha sostenuto e promosso nel mondo.

Il governo cinese continua a rivendicare che la propria straordinaria competitività sui mercati globali sia esclusivamente il risultato di investimenti nell’innovazione, efficienza produttiva e grande scala industriale, respingendo categoricamente le accuse occidentali di pratiche scorrette o sussidi illeciti (pur comprovati). Se l’Unione Europea dovesse davvero imboccare questa strada senza fare passi indietro, si aprirebbe inevitabilmente una nuova e complessa fase nei rapporti euro-cinesi, dai risvolti tutti da definire.

L'articolo Auto elettrica, l’UE studia una strategia che richiama il modello cinese proviene da Il Fatto Quotidiano.

La stablecoin europea avanza, ma sarà vera moneta?

4 June 2026 at 09:09

Il consorzio Qivalis si allarga e si ripromette di lanciare entro l’anno la stablecoin europea, denominata in euro. È una criptovaluta bancaria, ma non sembra comunque destinata a diffondersi al di là del settore corporate e degli operatori professionali.

L'articolo La stablecoin europea avanza, ma sarà vera moneta? proviene da Lavoce.info.

L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

4 June 2026 at 03:45

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

L'articolo L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica proviene da Linkiesta.it.

❌