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Rússia prepara julgamento dos líderes ucranianos

9 June 2026 at 21:45
O jornal Komsomolskaya Pravda dá destaque àquilo que chama de "Tribunal sobre Zelensky". Segundo este jornal, preparam agora processos contra a cúpula política em Kiev. Ainda, reação ao plano de paz.

Zelensky avisa que junho e julho decidem futuro da guerra

9 June 2026 at 21:29
Na Estónia para a Cimeira Nórdico-Báltica, Zelensky afirma que os próximos dois meses vão ser o momento da verdade, onde se vai decidir o rumo final deste conflito. Ainda, novo pacote de sanções da UE

Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

China está “a crescer mais rápido do que qualquer outro país”. Já chegou às 620 armas nucleares

9 June 2026 at 17:10
A China está a expandir o seu arsenal nuclear de armas mais rapidamente do que qualquer outro país. O mais recente anuário do Instituto Internacional de Investigação para a Paz de Estocolmo (SIPRI) afirma que Pequim possui atualmente cerca de 620 ogivas nucleares. Esta evolução poderá constituir motivo de preocupação para os EUA e os seus aliados, uma vez que, segundo o relatório, a China continua a desenvolver novos sistemas nucleares. “A China poderá potencialmente ter, até ao final da década, pelo menos tantos mísseis balísticos intercontinentais como a Rússia ou os EUA”, refere o relatório. Segundo o Interesting Engineering,

“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

9 June 2026 at 15:09

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

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Trump prevê acordo entre Irã e Israel em poucos dias e fala em reabertura de Ormuz

Donald Trump declarou nesta terça-feira (9) que as negociações para encerrar o conflito entre Irã e Israel estão próximas de um desfecho. Segundo o presidente dos Estados Unidos, um entendimento entre as partes poderá ser concluído em até três dias, abrindo caminho para a retomada da circulação no Estreito de Ormuz e para novas garantias relacionadas ao programa nuclear iraniano.

Ao conversar com jornalistas após acompanhar as finais da NBA, Trump afirmou que as duas nações aceitaram interromper os ataques recentes após uma nova rodada de confrontos registrada nos últimos dias. De acordo com ele, os avanços ocorreram com participação direta da diplomacia americana.

Presidente dos EUA diz que acordo prevê reabertura do Estreito de Ormuz | Foto: Tom Williams/Getty Images

O republicano também declarou estar confiante de que as negociações caminham para um resultado positivo e disse não enxergar obstáculos significativos para a assinatura do acordo. Mesmo com o otimismo, destacou que as restrições impostas pelos Estados Unidos aos portos iranianos permanecem em vigor.

Um dos pontos centrais das conversas, segundo Trump, é impedir que o Irã desenvolva armamento nuclear. Ele afirmou que o eventual acordo incluirá mecanismos para evitar esse cenário e contribuirá para reduzir a instabilidade na região.

Apesar das declarações, o momento segue delicado. Irã e Israel suspenderam temporariamente as ofensivas mútuas após uma escalada recente de violência, mas autoridades iranianas já sinalizaram que novos ataques poderão ocorrer caso operações militares israelenses continuem no sul do Líbano.

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L'ultima scommessa degli ayatollah: i raid per spaccare l'asse Donald-Bibi

Lo scambio, nelle ultime 24 ore, di raid missilistici e incursioni aeree tra Iran e Israele ci regala tre verità. Assai amare. La prima è che gli Stati Uniti nonostante la pretesa di Donald Trump di «dettare legge» a Israele e al resto mondo non esercitano più il ruolo di potenza globale. La seconda è che il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua ad usare la guerra come strumento di propaganda elettorale. Il terzo è che all'Iran è ormai concesso di utilizzare la leva del Libano per influenzare un eventuale accordo con gli Usa sul nucleare e su Hormuz. Ma non solo. All'Iran viene permesso anche l'uso dei missili per minare, per la prima volta in 78 anni, l'alleanza israeliano americana.

Ma partiamo da Israele. A una settimana dalla furibonda telefonata in cui Donald Trump definiva Netanyahu un «fottuto pazzo» la Casa Bianca non sembra capace di controllare le mosse dell'alleato con cui ha dichiarato guerra all'Iran. Secondo fonti statunitensi e israeliane citate dall'informatissima agenzia Axios domenica sera il presidente Usa avrebbe chiesto al premier israeliano di non reagire agli attacchi missilistici iraniani e di concedere più tempo alla diplomazia. Una richiesta ignorata da un premier israeliano andato avanti per la propria strada senza nemmeno avvertire la Washington. Del resto nelle ore precedenti Netanyahu aveva autorizzato alcuni raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut violando così il monito americano scaturito durante la cosiddetta «telefonata maledetta». Raid utilizzati dalla Repubblica Islamica per giustificare, come promesso in precedenza, la rappresaglia missilistica contro lo Stato Ebraico. Ma l'ormai ingestibile alleato israeliano non sembra destinato a tornare sotto controllo. Non almeno fino alle elezioni del prossimo autunno quando le mosse di Netanyahu sul fronte libanese ed iraniano ne determineranno la sopravvivenza politica.

In questo scenario il ritorno a casa degli israeliani fuggiti dalle regioni del nord bersagliate dai missili di Hezbollah è al primo punto del programma di Netanyahu. Mentre al secondo c'è l'impegno a continuare a colpire l'Iran, considerato dalla maggioranza degli israeliani il «padrino» del Partito di Dio e il «nemico esistenziale» dello Stato ebraico. In questa logica diventa, però, irrinunciabile impedire a Trump di chiudere un accordo con Teheran in cui il cessate il fuoco sul fronte libanese rappresenti la condizione per la riapertura di Hormuz. Anche perchè questo, oltre a garantire la sopravvivenza di Hezbollah, finirebbe con il trasformarlo in vero attore del negoziato. Ovviamente i primi a intuire la devastante portata delle crepe apertasi nel rapporto israeliano americano sono gli iraniani. E in primo luogo quei «pasdaran» trasformati dalla guerra negli indiscussi demiurghi delle scelte politiche e militari del paese. Consapevoli che un Israele privo del supporto americano non avrebbe mai la capacità di abbatterli non esitano - come avvenuto domenica sera - a rischiare un diluvio di bombe pur di trasformare Netanyahu e Trump in avversari.

Un risultato quasi raggiunto visto l'acrimonia con cui Trump spiega al Financial Times che Netanyahu «non avrà altra scelta se non accettare un accordo con l'Iran perché sono io a dettare legge su tutto. Netanyahu non detta legge». Affermazioni poco in sintonia con l'immagine di un'America e di un Presidente che - nonostante l'indiscussa potenza militare ed economica non riescono ad imporre la propria volontà né ad amici, né a nemici. Una nazione e un presidente costretti obtorto collo ad anteporre le ragioni di politica ed economia interna - in questo caso il prezzo della benzina, l'inflazione, le elezioni di Midterm e, non ultimi, i mondiali di calcio al via giovedì - alla gestione di quell'ordine globale vero simbolo, un tempo, della potenza americana.

Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni. Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

Il diritto all'autodifesa di Tel Aviv spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele ce n'è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi di governo e Idf sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all'autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall'astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che viola tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall'Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibile solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah.

Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benché in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall'Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili il Nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l'esercito che si è stanziato nel Sud per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, ne l'Unifil né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono. Domenica una scarica di missili particolarmente aggressiva rischia di colpire una scolaresca in gita. Netanyahu torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio. La risposta viene allora dall'Iran: c'è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa e bombarda Israele largamente. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L'Iran, la cui condizione è assai precaria, subisce un attacco israeliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l'ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche petrolchimiche.

Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l'Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla. L'Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli Hezbollah, chiamati per suo comodo "Libano", altrimenti "si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese". Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l'operazione iraniana e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare. Il Nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l'aggressione degli Hezbollah vada impunita. Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell'attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell'ambasciatore israeliano negli Usa era evidente, quando ha spiegato al suo inizio l'operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli Usa insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l'unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l'Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medioriente. È anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell'utile alleanza anti iraniana che rifonderebbe il Medioriente. Questo a Trump può piacere.

Vittoria difficile. Donald chiuderà solo negoziando

Il presidente Donald Trump si trova coinvolto in un conflitto per il quale non dispone delle leve politiche e militari necessarie a conseguire una vittoria rapida e decisiva. In questo quadro, una soluzione negoziata è per lui l'opzione migliore, se non l'unica, perché tutte le alternative non sembrano in grado di chiudere in modo per lui accettabile il conflitto. Una via d'uscita che, tuttavia, si scontra con gli interessi opposti degli altri due protagonisti assoluti della crisi: Israele e Iran. Le alternative all'accordo sono infatti quantomeno problematiche. Una campagna finalizzata alla conquista dell'Iran e, in ultima analisi, di Teheran richiederebbe forze terrestri nell'ordine di diversi milioni di uomini tra truppe combattenti, supporto logistico e riserve. Un simile sforzo sarebbe impensabile senza una mobilitazione nazionale sostenuta dal Congresso e, soprattutto, senza un'opinione pubblica disposta ad accettarne costi e sacrifici. Oggi nessuna di queste condizioni appare presente. Nemmeno il dominio marittimo offre uno sbocco convincente. Controllare davvero il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso richiederebbe una simultanea concentrazione di forze navali che la Marina americana non riesce a garantire. Basti ricordare che, per liberare il Kuwait nel 1991, gli Stati Uniti schierarono sei portaerei con i relativi gruppi da battaglia. Oggi incontrano crescenti difficoltà nel mantenere per lunghi periodi al largo dello Stretto di Hormuz anche solo due squadre navali su portaerei. Resta l'opzione aerea. Gli Stati Uniti possono certamente continuare a colpire l'Iran, ma la storia suggerisce prudenza nei confronti dell'idea che una campagna di bombardamenti possa, da sola, imporre rapidamente una resa politica a una grande potenza regionale. L'unico caso in cui la potenza aerea ebbe un ruolo decisivo nella resa di un grande Paese fu quello del Giappone, ma tale risultato fu il prodotto di uno sforzo enorme culminato con l'impiego di due armi atomiche. In ogni caso, un bombardamento orientato alla distruzione sistematica delle capacità iraniane richiederebbe tempi molto lunghi e livelli di produzione bellica e di consenso politico tutt'altro che all'orizzonte. Tutte e due cose che Trump sa di non avere.

Netanyahu avvisa Iran e Hezbollah: "La battaglia va ancora avanti". Il tycoon lo frena: "Resterai da solo"

Iran e Israele hanno interrotto gli attacchi reciproci in seguito all'appello del presidente statunitense Donald Trump a "cessare immediatamente di sparare". L'ultima ondata di bombardamenti ha rappresentato il confronto più diretto tra Teheran e Tel Aviv dal cessate il fuoco di aprile, e l'azione ha minacciato di compromettere gli sforzi di Washington per raggiungere un accordo con la Repubblica islamica e porre fine alla guerra che dura da oltre tre mesi. Benjamin Netanyahu e Trump si sono sentiti telefonicamente ieri, e il presidente Usa avrebbe detto al premier israeliano: "Meglio che tu stia molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti molto presto da solo contro l'Iran". E Bibi ha convocato l'intero gabinetto di sicurezza alle 21 ora locale. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche da quando sono scoppiati i combattimenti contro l'Iran domenica notte, Netanyahu ha affermato che sospenderà i raid contro Teheran "per ora", pur sottolineando che la lotta contro la Repubblica islamica e Hezbollah "non è finita" e che Israele continuerà a rispondere a qualsiasi attacco sul suo territorio.

"Se il regime terroristico iraniano commetterà l'errore di aggredirci di nuovo, reagiremo con la forza", ha sottolineato. "Oggi, l'Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra lotta contro di loro non è ancora finita", ha chiarito il premier. Ha aggiunto che l'esercito continuerà a operare nel sud del Libano per "distruggere tutte le infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella zona di sicurezza, comprese le enormi basi sotterranee a Beaufort". "Pensavano di poter lanciare attacchi dal Libano e dall'Iran contro Israele e che noi non avremmo risposto. Questo non è successo e non succederà. Non finché sarò io al comando", ha avvertito Netanyahu. "Israele ha tutto il diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario".

Nonostante i vari annunci, lo Stato ebraico e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi colpi nella giornata di ieri, con le sirene d'allarme che risuonavano in diverse comunità del nord di Israele dopo che il gruppo sciita ha preso di mira le truppe di stanza nel sud del Libano. Tel Aviv ha risposto con una serie di attacchi contro obiettivi del Partito di Dio in quella stessa zona. Pure il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito la linea di Israele, ovvero ha affermato che l'esercito continuerà a operare contro Hezbollah in Libano e a colpire Beirut se il gruppo terroristico attaccherà lo Stato ebraico. "Dahyeh a Beirut sarà trattata allo stesso modo delle comunità del nord", ha tuonato Katz, riferendosi alla roccaforte della milizia sciita nella zona sud della capitale libanese. "Qualsiasi attacco alle comunità del nord porterà a un attacco a Dahyeh. L'Idf continuerà a operare in Libano contro l'organizzazione terroristica di Hezbollah", ha affermato. Israele "respinge categoricamente le minacce di Teheran", ha detto Katz, "qualsiasi tentativo della Repubblica islamica di collegare il Libano e l'Iran e di attaccare Israele incontrerà una forte reazione, come è accaduto domenica", ha infine aggiunto. Tel Aviv non ha mai interrotto la sua campagna in Libano, sostenendo che debba essere trattata separatamente da qualsiasi cessate il fuoco con l'Iran. Anche Hezbollah ha continuato i suoi attacchi. Teheran ha a lungo affermato che qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti dipenderebbe dalla fine dei combattimenti nel Paese dei cedri. L'ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, ha dichiarato che i negoziati tra Beirut e Tel Aviv sarebbero dovuti riprendere presto a Washington. La situazione per ora sembra sia tornata sotto controllo. Israele ha revocato le restrizioni di sicurezza nel paese.

Il regime minaccia Usa e Israele: "Sarà l'inferno se Satana insiste". E Khamenei jr adesso è isolato

Risposte. Minacce. Fauci spianate. Teheran non cede di un passo, almeno in apparenza. "Se la coalizione americano-sionista supererà ancora una volta il limite, la regione diventerà per essa un inferno", ha scritto ieri in una nota su X il segretario del Consiglio nazionale supremo per la Sicurezza dell'Iran, Mohammad Bagher Zolghadr. "Abbiamo infranto l'equazione di un cessate il fuoco sulla carta e delle sue ripetute violazioni sul campo", ha scritto sempre su X il presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale iraniana nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo: "Finché non ci sarà la reale volontà di costruire la fiducia, questa sarà la risposta dell'Iran".

Parole che sanno di piombo e di sangue. E che fanno seguito alle azioni militari con cui le Guardie Rivoluzionarie hanno ribattuto colpo su colpo agli attacchi israeliani, compiuti ancora ieri mattina con missili balistici lanciati dall'aria che hanno colpito tra l'altro Karaj, Isfahan, Tabriz e la parte occidentale di Teheran, tra cui l'aeroporto di Mehrabad, e il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr, nella provincia del Khuzestan, che ha subito danni parziali. In risposta i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato due basi aeree "importanti e strategiche" in Israele, a Nevatim e Tol Nof e un impianto chimico a Haifa. Attacchi "dedicati ai martiri della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025". "Siamo pienamente pronti a impartire una lezione punitiva a tutto campo al nemico su tutti i fronti e abbiamo pianificato operazioni adeguate a qualsiasi scenario da parte del nemico", si legge nella dichiarazione riportata dall'agenzia Irna. "Abbiamo dimostrato che lo spazio aereo dei territori occupati e della regione è sotto la volontà e il controllo dei missili distruttivi delle forze aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie", come ha detto il portavoce delle stesse Guardie, Hossein Mohebi.

L'Iran non molla, e si dice "pronto a una guerra di lunga durata con il regime sionista e a infliggere un duro colpo agli interessi statunitensi", come scrive Taksim. E in caso di aggressione contro qualsiasi parte dell'"asse della resistenza, che include Hezbollah, l'Iran risponderà, trascendendo i confini geografici, il che altererà gli equilibri regionali", come ha avvertito il capo del Consiglio per il Discernimento, Sadegh Amoli Larijani. Ma dietro questo ghigno, questo occhio per occhio e dente per dente, esiste a Teheran una grande paura che la nuova escalation militare possa intossicare la strada del dialogo che faticosamente sembrava delinearsi. "È del tutto naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha dichiarato il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghei, in una conferenza stampa.

E mentre l'organizzazione per l'Aviazione Civile iraniana ha annunciato che tutti i voli negli aeroporti di tutto il Paese sono stati cancellati fino a nuovo avviso e il viceministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Kazem Gharibabadi, ha deplorato le nuove sanzioni dell'Ue contro due individui iraniani e un'unità delle Guardie Rivoluzionarie per aver minacciato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz parlando di "azione politica e ipocrita degli europei" a cui "l'Iran non attribuisce alcun valore", le comunicazioni tra la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei e i funzionari iraniani sono state interrotte domenica notte. Anche gli attacchi missilistici contro Israele delle ultime ore sarebbero stati condotti senza alcun coordinamento con l'ufficio della Guida Suprema, perché troppo rapidi per poter essere concordati con il figlio di Ali, ucciso il 28 febbraio nel primo attacco iraelo-statunitense alla teocrazia.

Missili incrociati Israele-Iran. Beirut può far saltare il banco

Missili iraniani su Israele, raid israeliani contro obiettivi militari in Iran, il Libano di nuovo nel mirino. Il Medioriente ha vissuto una delle notti più infuocate da mesi, in una spirale di rappresaglie che ha spinto Donald Trump a intervenire d'urgenza per scongiurare il crollo definitivo della tregua, che comunque rimane appesa a un filo. L'escalation ha visto Israele colpire l'Iran dopo che la Repubblica islamica lo ha preso di mira per rappresaglia contro un attacco aereo sui sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno lanciato attacchi contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, mentre lo Stato ebraico ha risposto colpendo obiettivi militari nell'Iran centrale e occidentale. In parallelo, il fronte libanese ha continuato ad alimentare la crisi: come reazione al lancio di razzi da parte di Hezbollah, l'Idf ha colpito la periferia meridionale di Beirut, distruggendo infrastrutture nel quartiere di Dahiyeh.

Trump e Benjamin Netanyahu si sono sentiti due volte in meno di ventiquattr'ore, e su Truth il presidente americano ha scritto che le due parti devono "smettere immediatamente di sparare". Dopo il suo intervento, la nuova escalation sembra essere rientrata: ieri mattina i Pasdaran hanno annunciato la sospensione delle operazioni, e anche il premier israeliano ha fatto sapere che "attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico, esso ha smesso di attaccarci. Abbiamo il pieno diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni volta che sarà necessario". Il tycoon, da parte sua, ha affermato che "i negoziati finali sulla pace stanno procedendo, salvo che l'ignoranza o la stupidità non si frappongano al loro cammino". Mentre parlando al Financial Times, ha spiegato che l'alleato "non avrà altra scelta" se non quella di accettare un accordo con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere", ha aggiunto. Gli attacchi dell'Iran non hanno comunque modificato la sua volontà di concludere i negoziati: "Non avranno alcun impatto. Vedremo come andrà a finire, ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta", ha sottolineato il comandante in capo.

La Repubblica islamica, invece, ha attribuito a Washington la responsabilità della ripresa dei combattimenti e ha dichiarato che l'escalation influirà sui colloqui di pace. "Nessuno crede che il regime sionista compirebbe un'azione qualsiasi senza un previo coordinamento e una cooperazione con gli Stati Uniti. È naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, dicendo che comunque "le consultazioni proseguono in ogni circostanza". Intanto l'Iran, dopo avere chiuso lo spazio aereo ai voli civili nella parte occidentale del Paese, ha annunciato che i voli in tutti gli aeroporti nazionali sono cancellati fino a nuovo avviso.

E in Libano, l'Idf ha colpito la zona meridionale meno di un'ora dopo che l'Iran aveva annunciato la sospensione delle operazioni militari: secondo quanto riferito, Israele ha attaccato i villaggi di Az-Zrariyah e Arabsalim, nel distretto di Nabatieh, e Kfar Tebnit. Un funzionario dello stato ebraico ha precisato che "su richiesta di Trump" sono stati interrotti i raid contro l'Iran, ma quelli "contro il Libano meridionale continueranno con tutta la forza nei prossimi giorni. Bombarderemo anche Dahiyeh, nel Sud di Beirut, se gli attacchi contro le nostre comunità e i nostri cittadini dovessero proseguire".

Trump: "Nostro elicottero abbattuto da Teheran, risponderemo". Teheran: "Rischio costante per le forze straniere nei pressi di Hormuz". Raid di Israele in Libano

L’escalation tra Israele e Iran resta al centro della crisi mediorientale. L’Idf rivendica la prontezza a nuovi attacchi contro Teheran, mentre il conflitto si estende dal Libano alla Striscia di Gaza: raid israeliani colpiscono Tiro e comandanti della Jihad islamica. Sullo sfondo, gli Stati Uniti seguono il dossier Hormuz dopo lo schianto di un Apache, con l’equipaggio salvo, e Trump assicura che un accordo con l’Iran potrebbe arrivare entro pochi giorni, pur tra nuove tensioni regionali. Ma dopo poche ore rilancia: "Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco".

Afinal, o que quer Israel?

9 June 2026 at 00:08

Há uma velha piada entre historiadores do Médio Oriente que diz que a região moderna foi desenhada por homens que nunca lá viveram, sobre mapas que nunca compreenderam e com réguas que nunca deveriam ter utilizado. Como quase todas as boas piadas, contém uma parte significativa de verdade.

Quando o Império Otomano colapsou após a Primeira Guerra Mundial, as potências europeias dividiram a região segundo interesses estratégicos, linhas ferroviárias, recursos energéticos e equilíbrios imperiais. O resultado foi um conjunto de fronteiras artificiais que separaram tribos, dividiram comunidades religiosas e obrigaram grupos rivais a coexistir dentro dos mesmos Estados. Síria, Iraque, Jordânia e Líbano são, em larga medida, produtos dessa engenharia geopolítica do século XX.

É importante recordar este facto porque muitos dos conflitos atuais não acontecem entre nações antigas com fronteiras milenares. Acontecem dentro de uma arquitetura política relativamente recente, construída sobre equilíbrios frágeis e frequentemente contestados.

Israel nasceu precisamente nesse contexto. Desde a sua fundação, em 1948, enfrentou guerras, invasões, terrorismo, atentados suicidas, ataques de foguetes e uma contestação permanente da sua própria existência. Nenhuma análise séria pode ignorar esta realidade. Mas reconhecer a legitimidade das preocupações de segurança de Israel não significa deixar de fazer uma pergunta cada vez mais inevitável: afinal, o que quer Israel?

A questão tornou-se particularmente relevante esta semana. Depois dos ataques iranianos e dos apelos explícitos de Donald Trump para evitar uma escalada, Israel voltou a atacar alvos iranianos. Não é a primeira vez que Telavive ignora pedidos de contenção por parte de aliados. O que torna este episódio interessante é que revela algo mais profundo do que uma simples divergência táctica.

Pela primeira vez em muitos anos, parece existir uma diferença de objetivos entre Washington e Jerusalém. Os Estados Unidos procuram estabilidade. Israel procura segurança. À primeira vista parecem sinónimos. Na prática podem significar coisas completamente diferentes.

Para Washington, um acordo com Teerão, por imperfeito que seja, continua a ser preferível a uma guerra regional permanente. Para Israel, pelo contrário, qualquer acordo que permita ao regime iraniano sobreviver, reorganizar-se e recuperar capacidades estratégicas pode ser visto como uma ameaça futura. É aqui que começa a divergência. A estratégia americana continua assente na gestão do conflito. A estratégia israelita parece cada vez mais orientada para a transformação do equilíbrio regional.

Nos últimos anos, Israel combateu ou confrontou diretamente cinco frentes distintas. O Hamas em Gaza. O Hezbollah no Líbano. Os Houthis no Iémen. As milícias pró-iranianas no Iraque e na Síria. E, naturalmente, a própria República Islâmica do Irão. Nenhum outro país democrático enfrenta simultaneamente uma rede tão vasta de atores hostis armados e financiados por um mesmo centro de poder regional. Ignorar este facto seria intelectualmente desonesto.

Mas também seria desonesto ignorar outra realidade. Em vários setores da atual coligação governamental israelita existe uma visão estratégica que vai muito além da simples autodefesa.

Figuras como Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich defendem uma leitura profundamente maximalista do futuro de Israel. Não falam apenas de segurança. Falam de soberania. Não falam apenas de dissuasão. Falam de expansão da presença israelita sobre territórios disputados.

Nos Estados Unidos, algumas vozes próximas da atual administração têm reforçado esse discurso. O atual embaixador americano em Israel, Mike Huckabee, provocou controvérsia ao afirmar que seria aceitável que Israel controlasse uma área muito mais vasta da região, evocando referências bíblicas que se estendem do Nilo ao Eufrates. Mais do que uma declaração diplomática, foi uma janela para um pensamento político que existe há muito tempo, mas que raramente era expresso de forma tão explícita.

Naturalmente, não existe qualquer plano oficial israelita para conquistar metade do Médio Oriente. A ideia de um “Grande Israel” pertence mais ao domínio ideológico do que ao planeamento militar real. Mas as ideias importam porque influenciam decisões, moldam prioridades, ajudam a explicar comportamentos e revelam que a discussão dentro de Israel já não é apenas sobre como sobreviver, mas também sobre qual deve ser o papel regional do Estado israelita nas próximas décadas.

A questão torna-se ainda mais complexa quando olhamos para o outro lado. O regime iraniano não é uma democracia liberal incompreendida. Durante décadas financiou organizações armadas em vários países da região, patrocinou grupos que atacaram civis israelitas e construiu uma arquitetura de influência baseada em milícias, proxies e guerra indireta.

Para muitos israelitas, o problema não é apenas o programa nuclear iraniano. É a própria natureza do regime. É por isso que, mesmo quando Washington fala em negociações, muitos em Israel continuam a pensar em termos de contenção permanente ou mesmo de enfraquecimento estrutural do poder iraniano.

O problema é que existe uma diferença fundamental entre enfraquecer uma ameaça e viver num estado de guerra contínua. A história ensina que nenhuma potência consegue permanecer indefinidamente mobilizada sem custos políticos, económicos e morais. É precisamente aqui que surge a grande interrogação estratégica.

Israel quer regressar ao statu quo anterior a 7 de Outubro? Quer apenas destruir as capacidades militares dos seus adversários? Ou pretende criar uma nova ordem regional em que os seus inimigos deixem de ter capacidade para desafiar a sua superioridade?

As respostas a estas perguntas determinarão o futuro do Médio Oriente muito mais do que qualquer ataque aéreo desta semana. Porque a verdadeira questão já não é militar. É política.

O povo israelita merece viver em segurança. Merece viver sem sirenes, sem foguetes e sem ameaças existenciais. Mas o povo israelita não se confunde com Benjamin Netanyahu. Nem a democracia israelita se resume à sua atual coligação governamental.

Da mesma forma que criticar Netanyahu não significa ser anti-Israel, apoiar o direito de Israel à defesa não implica concordar com todas as decisões do seu governo. Essa distinção tornou-se cada vez mais importante, sobretudo agora que a pergunta central da política regional deixou de ser o que o Irão quer.

A pergunta central passou a ser outra: depois de Gaza, do Líbano, do Iémen, da Síria, do Iraque e agora do Irão, afinal, o que quer Israel?

“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

8 June 2026 at 17:01

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

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