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Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti
Il tifone è transitato a velocità sorprendente fin da lunedì, scatenandosi dall’isola di Okinawa in direzione est e nord-est, per poi abbattersi su Tokyo all’alba di mercoledì. Jangmi, il sesto taifū tropicale (tifone) del 2026, si è formato all’interno del vortice monsonico sul Mar delle Filippine, provocando piogge molto intense, allerte inondazioni e tutta una serie di danni a cui il Giappone — per quanto abituato alla consuetudine di tali eventi — ha risposto cercando di alleggerire i danni e le molte interruzioni alla quotidianità.
All’aeroporto di Haneda (Tokyo) sia la compagnia ANA che JAL hanno cancellato un totale di 760 voli domestici e 90 internazionali, e il traffico sulle autostrade ha subito alcune restrizioni. Inoltre Jangmi ha causato ovunque nel Paese disagi al traffico ferroviario, con cancellazioni e ritardi dei treni nell’area metropolitana di Tokyo. Uno dei disagi maggiori per le famiglie è stata la mancanza di corrente elettrica per diverse ore. Secondo la Tokyo Electric Power Co. Holdings, sono molte le abitazioni nella regione di Kanto-Koshin che mercoledì sera hanno subito un blackout, e in totale si sono registrate interruzioni della corrente in quasi 60.000 abitazioni. Le autorità hanno ricevuto segnalazioni di allagamenti, alberi caduti, detriti e frane in un’ampia fascia di regioni, ha dichiarato il portavoce del governo Kihara Minoru in conferenza stampa.
I dati dell’Amministrazione Metropolitana della capitale rivelano che 1.800 famiglie nella città di Ome sono rimaste senza acqua, e che per riuscire a risolvere il problema occorreranno diversi giorni. Jangmi ha concluso la sua presenza in Giappone, ma rimangono i segni lasciati, le persone colpite e soprattutto molte domande a cui dare risposte. Se è vero che il Giappone è attraversato ogni anno da diversi tifoni, lo è altrettanto che quelli che devastano maggiormente il Paese con piogge torrenziali e venti violenti si verificano solitamente in estate. È molto raro secondo gli esperti — sebbene non senza precedenti — che un tifone di tale portata si presenti nel mese di giugno alla vigilia di Tsuyu (stagione delle piogge).
Le spiegazioni date sono: “Una combinazione di fattori climatici, tra cui la comparsa del fenomeno climatico El Niño, ampiamente prevista, oltre agli effetti del riscaldamento globale, problema che potrebbe rendere i tifoni in arrivo sul Giappone più violenti”. A queste conclusioni seguono le allerte alla popolazione, a cui si chiede di mantenere alta la vigilanza. Intervistato dal Japan Times, il professore Ito Kosuke dell’Istituto di Ricerca e Prevenzione dei Disastri all’Università di Kyoto afferma: “L’aumento delle temperature superficiali del mare, causato dai cambiamenti climatici, ha alimentato ulteriormente il tifone e il fronte piovoso stagionale che si trovava a est. Le piogge record e la formazione di zone di precipitazioni lineari in alcune aree sono il risultato di entrambi questi fattori”. El Niño dunque non porterà più estati fresche, anzi l’Agenzia Meteorologica Giapponese prevede che la temperatura di quest’estate nipponica sarà ancora più alta delle ultime stagioni.
Manca davvero poco al solstizio d’estate e il clima diventerà così torrido che il governo di Takaichi Sanae — oltre a cercare ulteriori alleanze che lo rendano inattaccabile e sicuro di attuare sempre più leggi che contraddicono la costituzione pacifista del Paese — sta iniziando a scegliere nuovi termini per descriverlo. Tocca però alle persone, e ai produttori di gadget che qui sono OTT (over the top), cercare tutti i rimedi possibili per alleviare gli inconvenienti di sudore e sintomi affini.
Tra le molte novità sul mercato c’è quella del produttore Thanko, che ha messo a punto un dispositivo di raffreddamento per ascelle, il waki-no-kura, ovvero una piccola ventola che si fissa alle maniche (corte) della camicia o della T-shirt in grado di emettere un flusso d’aria costante, così da mantenerle asciutte. Altra proposta è il Fanneru (“fan-ventilatore” e “neru -dormire-”), cioè una coperta dotata di due ventilatori integrati che risolverebbe il problema dell’accumulo di calore durante la notte, mantenendo una temperatura gradevole.
A causa del previsto kokusho (caldo crudele) cambia anche l’etichetta sull’abbigliamento al lavoro. Il famoso “Cool Biz”, lanciato dal Ministero dell’Ambiente nel 2005, che incoraggiava i dipendenti pubblici a rinunciare a cravatte e camicie a maniche lunghe, e le dipendenti ai collant, ha oggi oltrepassato il limite. Ora permetterà a uomini e donne di mostrare le gambe nude davanti ai colleghi grazie a calzoncini corti, naturalmente intonati per colore e stoffa alle irrinunciabili giacche.
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Non c’è nessuno al comando del Milan, ora che succede? Ibrahimovic al vertice o la rivoluzione di Rangnick
Manca l’allenatore, ancora, e lo si cerca all’estero. Ma manca soprattutto, ancora, una struttura. Ed è questo che preoccupa soprattutto in ambiente Milan. Che si surriscalda. Vedere le immagini che stanno circolando sui social in queste ultime ore – ritraggono striscioni contro Cardinale sparsi in più punti della città – per credere. In casa rossonera la delusione della mancata qualificazione in Champions è tutt’altro che smaltita e le incognite sul futuro continuano a tormentare i tifosi, perché il vuoto di potere che al momento si è creato non è stato ancora colmato.
Ibra, che succede?
La posizione dello svedese, formalmente advisor della proprietà, è davvero spartiacque del futuro. Da un lato, c’è un Milan con Ibrahimovic al vertice. Dall’altro no. Ed è qui che si gioca la partita dei piani alti di casa rossonera. Perché nel caso in cui fosse Zlatan a prevalere, allora al Milan mancherebbe ‘solo’ un allenatore, che probabilmente arriverebbe dall’estero. Glasner, ex Crystal Palace, è uno dei candidati principali. C’è anche Pochettino. Mentre la posizione di Slot è sempre più defilata. Per non dire definitivamente tramontata. Ma come si muoverebbe Ibrahimovic? La sua idea sarebbe quella di confermare Kirovsky (attuale sport development della società) come direttore sportivo e mantenere una linea di controllo molto stretta sull’andamento del club. Ma se da giocatore era osannato, da dirigente molto meno. Lo dimostrano anche i commenti sotto i suoi recenti post sui social. E prendersi la responsabilità di rilanciare il Milan non è, al momento, la cosa più semplice.
Rivoluzione Rangnick
Un rilancio che invece Rangnick sarebbe anche disposto a portare avanti, ma alle sue condizioni. La richiesta al Milan? Potere decisionale su tutto. Almeno una ventina di persone da mettere nei punti fondamentali della società: tra direttore sportivo (piace molto Spors, ex Genoa), allenatori dei settori giovanili, osservatori… Un modello Red Bull portato in Italia, insomma. Un modello che i rossoneri avevano già valutato in passato, quando poi prevalse la linea di Paolo Maldini. L’attuale Ct dell’Austria aspetterà ancora qualche giorno, dopodiché si chiamerà fuori. Il suo arrivo sarebbe sinonimo non solo di un rilancio, ma di una vera rivoluzione. Che precluderebbe a Ibrahimovic un ruolo in primo piano.
Iscrizione
E intanto, il vuoto dirigenziale sta portando a ritardare l’iscrizione al campionato. Non è un vero e proprio problema, questo. Perché naturalmente al prossimo campionato di Serie A, il Milan ci sarà regolarmente. Ma con tante figure mancanti, la macchina burocratica si è leggermente inceppata. E più che un problema, questo diventa lo specchio di una situazione delicatissima. Che i tifosi hanno percepito.
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On the Current Situation around and within the Philippines
L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026
A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.
La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.
Dai platani di Shanghai all’orchidea barocca: l’arte mutevole nella serra ottocentesca
La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.
I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?
È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.
Giardini Reali in Venedig im Sommer
a green arch made of trees in front of the entrance to the house in the Giardini Reali of Venice
Flora Fantastica 5
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Flora Fantastica 1
Flora Fantastica 2
Flora Fantastica 3
Flora Fantastica 4
Elisa Insua @ Credit Jake Homovich
Il segreto della Giudecca: l’orto del Palladio svelato al pubblico dopo cinque secoli
Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.
“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.
In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.
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Il giardino segreto a Dorsoduro: l’arte contemporanea sbarca a Casa Sanlorenzo
Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.
Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.
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“Tenho menos armas que ela”, diz Luan Araújo ao saber de prisão em processo de Zambelli
A Justiça paulista determinou a prisão, em regime aberto, do jornalista Luan Araújo por não pagar R$ 2.216,30 à ex-deputada federal Carla Zambelli (PL-SP). O valor refere-se a uma condenação por difamação movida por Zambelli após Luan publicar um texto afirmando que ela “faz parte de uma extrema direita mesquinha, maldosa e que é mercadora da morte”.
A condenação vem 14 dias depois de Zambelli, condenada pelo Supremo Tribunal Federal (STF) a dez anos de prisão, conseguir a liberdade na Itália, onde possui cidadania, escapando à extradição para o Brasil.
“Causa estranheza, entretanto, que o pedido tenha sido indeferido e que a consequência adotada tenha sido a conversão da sanção em prisão, apesar da comprovada incapacidade econômica do condenado”, afirmou Renan Bohus, advogado de Araújo.
Ao saber da prisão, Luan falou com a Agência Pública. “Nos últimos quatro anos, fui bem menos vocal do que poderia ser sobre a violência que sofri da ex-deputada Carla Zambelli, mas, ao ver minha situação atual e a dela, tenho que desabafar”, disse. “O que eu tenho? Problemas psicológicos, desemprego, falta de oportunidades, uma condenação na justiça por um texto que escrevi, em que a justiça quer que eu pague um dinheiro que eu não tenho para pagar e que eu considero injusta.”
Luan, atualmente desempregado, solicitou o parcelamento da dívida e a comprovação de incapacidade econômica, pedidos indeferidos pelo juiz José Fernando Steinberg. Sua defesa, liderada pelo advogado Renan Bohus, ajuizou habeas corpus, argumentando que “a pobreza não pode ser motivo para encarceramento”.
Luan descreve sua situação como desproporcional à de Zambelli. “Apesar da condenação dela no STF, ela não precisará cumprir [pena] lá na Europa, está solta. Enquanto isso, tô tendo que fazer uma vaquinha para conseguir entrar com um processo por danos morais contra ela. Eu me considero uma pessoa espiritualizada, que confia na justiça divina. Mas há certas coisas que me deixam desesperançoso.”
A perseguição de 2022
Luan contou ter perdido oportunidades profissionais, relacionamentos e a própria sanidade como consequência do episódio ocorrido em 29 de outubro de 2022, na véspera do segundo turno das eleições presidenciais.
Na ocasião, Zambelli perseguiu Luan pelas ruas dos Jardins, bairro nobre de São Paulo, com uma pistola em punho. O jornalista, que usava um boné do MST, foi alvo da deputada durante uma discussão política. Seu segurança, o policial militar Valdecir Silva de Lima Dias, disparou tiros durante a perseguição.
Zambelli alegou ter sido agredida e empurrada, versão desmentida por quatro testemunhas ouvidas à época pela Pública e que negaram que Zambelli tivesse sido agredida. As imagens gravadas por presentes no local circularam amplamente nas redes sociais e na mídia.
Em agosto de 2025, o STF condenou Zambelli a cinco anos e três meses de prisão, em regime semiaberto, pelos crimes de porte ilegal de arma de fogo e constrangimento ilegal com emprego de arma. O voto do relator, ministro Gilmar Mendes, afirmou que a alegação de Zambelli “não encontra respaldo na dinâmica factual”. A ministra Cármen Lúcia classificou a tese da defesa de Zambelli como “delirante”.
Luan relatou que o fator racial influenciou o ataque. “Eu não estava sozinho no dia; eu estava com um amigo ao meu lado. Esse meu amigo é branco e estava discutindo com ela como eu, e ela foi pra cima de mim. Dá pra ter certeza de que tem esse fator racial também”, afirmou.

A vaquinha como recurso
Luan move uma ação de indenização por danos morais contra Zambelli no valor de R$ 2 milhões. A Justiça de São Paulo negou-lhe o benefício da gratuidade da justiça. A juíza Luciana Biagio Laquimia, da 17ª Vara Cível de São Paulo, considerou que a renda anterior de Luan, inferior a R$ 3,8 mil, era “significativamente superior à média nacional”, o que o torna apto a custear as despesas do processo. A Defensoria Pública não atende casos de danos morais desse tipo.
Para dar prosseguimento à ação de indenização, Luan recorreu a uma vaquinha online em dezembro de 2025 com meta de R$ 35 mil, valor necessário, segundo ele, para as custas processuais iniciais. “Tô tendo que fazer uma vaquinha para conseguir entrar com um processo por danos morais contra ela”, disse.
O histórico de Zambelli
Zambelli tem duas condenações no Brasil. Em maio de 2025, foi condenada pelo STF a 10 anos de prisão em regime fechado por ter orquestrado a invasão do sistema do Conselho Nacional de Justiça (CNJ) em janeiro de 2023. A operação, realizada pelo hacker Walter Delgatti Neto, resultou na inserção de documentos falsos, incluindo um mandado de prisão falso contra o ministro Alexandre de Moraes. A condenação também determinou multa milionária, perda do mandato e inelegibilidade por oito anos.
Após a condenação pelo STF, Zambelli fugiu do Brasil pela fronteira com a Argentina em maio de 2025, seguindo para os Estados Unidos e, depois, para a Itália, país do qual possui cidadania. Seu nome foi incluído na lista vermelha da Interpol. Em 29 de julho de 2025, foi presa em Roma. Renunciou ao cargo de deputada federal para evitar cassação.
Em 22 de maio de 2026, a Corte de Cassação de Roma, última instância da Justiça na Itália, decidiu não extraditar Zambelli para o Brasil e determinou sua soltura. A decisão surpreendeu a Advocacia-Geral da União (AGU). O advogado de Zambelli no Brasil, Fábio Pagnozzi, celebrou o resultado.

“Ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie e pochi capelli. Sono arrivata a pesare 44 chili, ero in un tunnel. La risalita è iniziata quando sono rimasta incinta”: così Samanta Togni
Samanta Togni si è sentita bruttina. È successo un po’ a tutti, a lei da bambina. Oggi però «ho fatto pace con lo specchio», anche se «è stata una conquista recente», confessa al settimanale Gente. «L’età mi ha donato una consapevolezza che mi ha portata a guardarmi con occhi meno severi. Non sono vanitosa, ma ho imparato a volermi più bene, ad apprezzarmi senza cercare sempre un difetto. In questo, da ragazza ero una campionessa…». Incredibile ma vero, verrebbe da dire, «da bambina ero il brutto anatroccolo di casa. Mia sorella Debora, più grande di otto anni, era bionda, occhi azzurri, bellissima. Io ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie per una carenza di ferro e pochi capelli, per un indebolimento organico, che mamma mi teneva corti perché si rafforzassero. A scuola mi prendevano in giro. Crescendo sono sbocciata, sono comparse le curve, ero carina e mi piaceva mostrare il mio cambiamento». Poi però «verso i 16-17 anni, ho iniziato ad avere problemi alimentari». Problemi nati dall’ansia “da ballerina”: «Stando costantemente sul palco con abiti che evidenziano la minima imperfezione, anche un etto in più mi mandava in crisi».
A Gente racconta che la bilancia era diventata la sua principale nemica: «Ero entrata in fissa con il peso. Ero arrivata a 44 chili per un metro e 69. Mangiavo pochissimo, nonostante i due allenamenti al giorno. Uno yogurt, due mele, mi concedevo qualche corn flakes solo perché sapevo che li avrei smaltiti durante la giornata. Facevo di continuo il conteggio delle calorie, ero in un tunnel. “Come sei dimagrita” era il complimento migliore che potessi ricevere». Dietro questa disfunzione c’era una richiesta di aiuto, di attenzione che i suoi genitori in quel momento, si stavano separando, non potevano darle. «I miei erano talmente distratti dal loro dolore che non riuscivano a vedere il mio disagio. Poi, però, è stata mamma a portarmi dal medico per risolvere la situazione. La mia famiglia è un rifugio, c’è sempre stata».
Poi la svolta grazie alla maternità: «Quando sono rimasta incinta di mio figlio Edoardo, che è il mio orgoglio più grande. Avevo 20 anni, dovevo pensare prima al suo e poi al mio bene. Il cervello ha fatto un cambio di marcia: sentendomi responsabile della vita che cresceva dentro di me è iniziata la risalita verso la normalità». Così ora «restare in linea (basta guardare le foto del servizio fotografico del settimanale in edicola) ora è una forma di rispetto verso me stessa e verso la vita, non più una rincorsa verso la magrezza e una perfezione che vedevo solo io, ma non era sana. Il mio corpo è lavorato dall’allenamento, dalla danza, è nutrito con cura, con amore». Un amore che ha vissuto intensamente anche se «da un anno ho divorziato da Mario Russo (chirurgo plastico, ndr). Tanti anni prima era finita anche con il papà di Edoardo (Mirko Trappetti, ndr): eravamo giovani e non siamo riusciti a gestire varie cose. Con Mario, invece, siamo partiti pensando di avere la stessa visione di vita, ma con gli anni ci siamo accorti che volevamo cose diverse». Comunque «credo ancora nell’amore e sto lavorando su me stessa per capire l’importanza del non annullarsi nell’altro».
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Qualcuno ha ordinato la versione indecisa di Masters of the Universe?
Non solo Milo Infante, anche Sottile e Giletti contro Bruzzone. La criminologa replica: “Partita la prima querela, ho raccolto parecchio materiale in questi mesi”
Non solo lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone: la cronaca nera diventa un caso a Viale Mazzini. Come segnala il sito Open, anche Salvo Sottile, conduttore del talk “Far West” su Rai3, avrebbe fornito una corposa documentazione all’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi e al direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini. Pure Massimo Giletti si sarebbe lamentato con i vertici del comportamento della criminologa dopo un dissidio con la troupe del programma “Lo Stato delle Cose”.
“Con Sottile non ho mai avuto un grande rapporto. Certamente anche lui è già oggetto di mie iniziative giudiziarie. L’ultima puntata del suo programma è stata strumentalizzata per veicolare informazioni false e distorte sul mio conto, con un chiaro intento diffamatorio. Ho già dato mandato ai miei legali – annuncia Bruzzone ad Open – di procedere penalmente nei suoi confronti e nei confronti della sua casa di produzione: l’ho querelato. E per quanto riguarda Infante, una volta visti gli atti, valuteremo. Dalla diffamazione agli atti persecutori il passo è breve”. La rottura con Infante era avvenuta lo scorso novembre, dopo una lunga collaborazione, quando la criminologa aveva lasciato lo studio di “Ore 14” invitando gli ospiti a “leggere le carte” suscitando la reazione immediata del padrone di casa: “Lo facciamo anche noi lo sforzo di leggerli, non le ha lette solo lei”. Come svelato dal Domani, Infante, che è anche vicedirettore degli Approfondimenti, si è rivolto al Comitato Etico della Rai e ai direttori di competenza con la richiesta di audit per fare chiarezza sui comportamenti di Roberta Bruzzone.
Un dossier che raccoglie sei mesi di attività social della criminologa che è anche un volto Rai, non solo come opinionista de “La Vita in Diretta“, ma anche conduttrice della docuserie “Nella mente di Narciso“, in onda su RaiPlay e Rai2. Per la cronaca un titolo prodotto da “La Casa Rossa” di Francesca Verdini, compagna di Matteo Salvini. “Apprendo dalla stampa che Milo Infante avrebbe ritenuto opportuno investire della questione il Comitato Etico Rai. Ne prendo atto con assoluta serenità. Anzi: non vedo l’ora di essere convocata, se davvero questo accadrà”, aveva replicato Bruzzone a Fanpage.it: “Sarà quella la sede più opportuna per rappresentare, con puntualità e documentazione, tutto ciò che anche io ho da riferire in merito a condotte, modalità e dinamiche che mi riguardano direttamente. E che riguardano Infante. A quel punto vedremo, carte alla mano e non a colpi di suggestioni, chi abbia davvero rispettato il codice etico e chi, invece, lo abbia violato. Io sono pronta. Come sempre”, aveva concluso la criminologa.
Ad Open ricostruisce l’origine delle tensioni social con i volti Rai: “Ho raccolto parecchio materiale in questi mesi. Mi sono arrivati attacchi molto gravi e documentati da parte di Infante e Sottile, veicolati anche attraverso i loro programmi televisivi. Di recente ho smentito Infante perché aveva diffuso informazioni completamente false su un messaggio dell’avvocato Tizzoni (l’avvocato della famiglia di Chiara Poggi, ndr). Ho semplicemente ripreso un post di Selvaggia Lucarelli che lo sbugiardava pubblicamente. Evidentemente questa cosa di essere stato sbugiardato in pubblico gli ha dato molto fastidio, so che subito dopo si è molto agitato. Se se l’è presa ne prendo atto, ma non è colpa mia se rappresenta le cose in maniera distorta. L’autocritica forse non è tra le sue qualità migliori”.
Bruzzone difende la legittimità dei suoi interventi, escludendo di aver violato i regolamenti di viale Mazzini: “Il codice etico della Rai dà grande risalto al fatto che l’informazione, soprattutto nei casi di cronaca nera, non debba essere spettacolarizzata o infarcita di suggestioni”. “Se ho scritto dei post, non erano certo contro la Rai, ma contro un certo modo di fare informazione. E se lui si è riconosciuto in quelle critiche, ne prendo atto. Con Milo Infante ho deciso di interrompere la collaborazione a Ore 14 nel novembre dello scorso anno perché la sua linea editoriale, in particolare sul caso Garlasco, era inconciliabile con la mia. Per me la cosa finiva lì, poi sono seguite condotte discutibili da parte sua per attaccarmi, inclusi passaggi in un podcast e a Le Iene. Con questa persona ho chiuso in maniera definitiva e irreversibile per il resto della vita”, spiega la criminologa alla testata diretta da Franco Bechis.
Per il futuro e la sua permanenza in Rai Bruzzone mostra sicurezza: “La mia docuserie Nella mente di Narciso è regolarmente in onda e non c’è alcun rischio. Ho un altro programma in corso di realizzazione e sono già stata convocata per le riprese. Che l’obiettivo di Infante sia quello di farmi saltare il programma mi sembra piuttosto evidente, ma sostituire me è un tantino complesso. Il formato è costruito interamente su di me, sono una parte autorale fondamentale ed ho il ruolo di esperto principale. Sostituirmi è praticamente impossibile, un programma del genere senza la mia impostazione sarebbe improbabile”.
L'articolo Non solo Milo Infante, anche Sottile e Giletti contro Bruzzone. La criminologa replica: “Partita la prima querela, ho raccolto parecchio materiale in questi mesi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Balzo del Dow Jones: i mercati scommettono sul successo della pace
Scoppia la pace tra Russia e Ucraina? Il mercato sembra crederci a giudicare da come si sono mossi gli indici a Wall Street nella seconda parte della seduta con il Dow Jones che ha messo improvvisamente il turbo battendo un nuovo record per poi chiudere in rialzo dell'1,73% fino a 51.561,93 punti. Più prudente l'andamento del Nasdaq che ha archiviato la giornata poco sotto la parità (-0,09%) rallentato dal sell-off nel settore dei semiconduttori. Gli acquisti sono scattati quando è stata resa nota la lettera aperta indirizzata al Cremlino da Volodymyr Zelensky in cui il leader ucraino avanza la proposta di un faccia a faccia con Vladimir Putin. Una mossa che arriva proprio mentre lo zar da San Pietroburgo (dove si trova per il forum economico dello Spief, la cosiddetta Davos russa) sembra aprire alla pace con l'Ucraina dopo oltre quattro anni di guerra, rilanciando l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come mediatore.
Del resto, anche i falchi in Russia hanno cominciato a mettere in discussione l'operazione militare speciale in Ucraina e gli obiettivi del Cremlino e a chiedere pubblicamente la fine della guerra, come ha scritto il Wall Street Journal, sottolineando che, di fronte a questa svolta, come anche allo stallo al fronte, e alla débacle degli attacchi dei droni ucraini, o la minaccia degli attacchi come il 9 maggio, l'interrogativo è se Putin prenderà atto della nuova realtà e abbandonerà il suo obiettivo di liquidare lo Stato ucraino indipendente.
L'approccio più pragmatico riconosce i limiti del potere militare russo e ha raccolto consensi nel blocco di potere economico che chiede il ritorno a una qualche forma di normalità. Ad alimentare la speranza sul finale della giornata è stato anche l'intervento di Donald Trump che si è detto «felice» del gesto di Zelensky. «Credo che noi abbiamo molto a che fare con questo», ha dichiarato il presidente parlando nello Studio Ovale. «Sarebbe bello se si incontrassero, dovrebbero farlo», ha aggiunto. Rispondendo sui possibili compromessi tra Mosca e Kiev, il tycoon ha scelto di non entrare nei dettagli: «Non è qualcosa di cui parlare pubblicamente, non è così che si negozia», ha affermato, aggiungendo tuttavia che «entrambi dovranno fare concessioni» e che avrebbe già avanzato alcune ipotesi in tal senso. Il presidente ha quindi ribadito la necessità di un accordo rapido, ricordando che «ogni mese muoiono circa 25 mila soldati». Sullo sfondo, resta la guerra in Medio Oriente. Ma sempre nella serata di ieri il prezzo del petrolio ha confermato i ribassi del 3-4% in scia alle notizie che vedono un Trump riluttante a riprendere una guerra su vasta scala in Iran e più propenso a raggiungere un accordo di pace. Il future sul Brent per consegna agosto ha reagito con una discesa del 3,3% a 94,74 dollari, mentre il West Texas Intermediate (WTI) per consegna luglio ha segnato un ribasso del 3,7% a 92,45 dollari. L'inquilino della Casa Bianca avrebbe confessato ai suoi collaboratori che il cessate il fuoco con l'Iran sta reggendo, nonostante gli scontri sporadici, ma avrebbe anche avvertito che porrà fine alla tregua, se l'Iran ucciderà soldati americani.
Addio alla creatrice di Persepolis. "Distrutta dalla morte del marito"
Lo sguardo fiero e diretto. I capelli neri e liberi. Arguta e spensierata. È lei, Marjane Satrapi, in un celebre scatto che la ritrae mentre fuma una sigaretta. La scrittrice, artista e regista franco-iraniana divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla graphic novel e al film Persepolis, è morta all'età di 56 anni. "Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l'amore della sua vita", si legge in una dichiarazione. Secondo il settimanale francese Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi. Satrapi, schietta critica del governo teocratico iraniano, è conosciuta per la sua opera Persepolis che racconta la storia della sua giovinezza a Teheran, segnata dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la rivoluzione del 1979, prima di essere mandata in Europa dai genitori. Dopo la morte del marito, Satrapi ha creato una fondazione per sostenere gli studenti stranieri che desiderano venire a Parigi per studiare cinema. La sua pagina Instagram era composta da una serie di immagini che formavano la frase "Perché ho perso l'amore della mia vita", insieme a una foto del marito e all'annuncio della fondazione.
Marjane Satrapi è nata il 22 novembre 1969 a Rasht, ed è cresciuta a Teheran. Aveva antenati aristocratici, il padre era un ingegnere e la madre una stilista, erano cosmopoliti. Milioni di lettori hanno acquistato i suoi libri. In Persepolis esplora la vita interiore degli iraniani moderni. La graphic novel è stata adattata per un film del 2007, candidato all'Oscar e vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. I suoi disegni in bianco e nero, intensi, si ispirano sia ai fumetti contemporanei che alle miniature persiane. "Quando ero studentessa, avevo una cosa chiara: sarei stata povera. Avrei vissuto in una soffitta, mangiato pasta tutto il tempo e non avrei mai viaggiato, ma avrei lavorato a qualcosa che amavo. Con Persepolis, non pensavo nemmeno che avrei trovato un editore", aveva raccontato. L'opera è diventata una pietra miliare del fumetto, paragonabile solo a Maus di Art Spiegelman. Dalla forte personalità, Satrapi diceva sempre quello che pensava. "Poiché considero i diritti umani superiori al mio punto di vista personale, combatto per la libertà. E voglio che le donne possano indossare il velo, anche se lo detesto", aveva dichiarato. Si vestiva sempre con colori scuri, come nel suo celebre fumetto, pubblicato in bianco e nero.
L'anno scorso, ha rifiutato la Legion d'Onore francese. "Trovo molto difficile comprendere la politica francese verso l'Iran", ha affermato, criticando il diniego dei visti ai giovani iraniani "che amano la libertà, mentre i figli degli oligarchi iraniani passeggiano per Parigi come se fosse Saint-Tropez senza alcun problema". Satrapi si è dedicata a documentare pure i disordini del 2022 seguiti alla morte, in custodia della polizia, di Mahsa Amini. "Ci negano persino i diritti umani fondamentali. Non hai il diritto di ballare, non hai il diritto di cantare". Professò spesso il suo amore per Parigi. "Mi piace vivere lì perché posso fumare ovunque, ma le cose cambieranno". Scriveva spesso del suo vivere lontana dall'Iran. "Teheran, con tutta la sua bruttezza, sarà per sempre ai miei occhi la sposa di tutte le città del mondo".
Após meses de disputa, Senado dos EUA aprova US$ 70 bi para campanha de deportação de Trump
Ações contra o crime na Amazônia podem ser impactadas por medida dos EUA, diz secretária
Doutora pela Faculdade de Direito da Universidade de São Paulo (USP) e pesquisadora sênior no Centro Brasileiro de Análise e Planejamento (CEBRAP), Marta Machado assumiu a Secretaria Nacional de Políticas sobre Drogas do Ministério da Justiça (Senad), em 2023, no primeiro ano do governo Lula.
De acordo com ela, a presença da facção PCC e, sobretudo, da facção CV, que hoje ocupam 344 municípios da Amazônia, se expandiu na região com “retirada deliberada da fiscalização ambiental pelo governo anterior” e abriu espaço para a entrada do tráfico de drogas que atua em conexão com os crimes ambientais e afetam muitas comunidades indígenas, quilombolas e tradicionais tanto pelo aumento do uso de drogas como pelo aliciamento dos jovens pelo crime organizado.
Para reforçar o combate do crime na região, o governo lançou em meados de maio um programa com orçamento de 209 milhões de reais que une programas de prevenção, com metodologia específica para comunidades indígenas, ao combate por forças policiais, baseadas em inteligência, para desmantelar grupos e retomar os territórios dominados pela facção.
“A nossa preocupação é não deixar a polícia sozinha, porque a Amazônia, que é um território onde as políticas públicas demoram para chegar. Quando a polícia faz a operação e depois ela se retira, o Estado precisa entrar de uma maneira qualificada, até para que os esforços repressivos da polícia possam ser sustentados no tempo”, diz.
Machado também comenta os problemas trazidos pela decisão dos Estados Unidos de qualificar facções brasileiras como terroristas para, também na Amazônia, onde há intensa cooperação internacional. “A gente fica pensando de quem é o interesse em barrar as nossas medidas de enfrentamento e de cooperação policial, porque inclusive o governo aprovou um pacote de medidas até mais duras sobre as penas para o crime organizado, por exemplo, então não faz realmente sentido”.
Leia aqui a entrevista ou ouça no episódio 63 do Bom Dia, Fim do Mundo, já em todos os tocadores de áudio.
EP 63 Especial: entrevista com Marta Machado – crime organizado na Amazônia
Antes de entrar no nosso assunto, secretária, que é o pacote de medidas do governo para combater o crime organizado na Amazônia, gostaria que a senhora comentasse a decisão dos Estados Unidos de classificar facções brasileiras como terroristas. Como isso pode impactar o combate ao crime no Brasil e na Amazônia especificamente?
Olha, Marina, obrigada por ter tocado no assunto. Essa foi uma medida unilateral dos Estados Unidos que preocupa bastante as autoridades, especialmente quem está empenhado no enfrentamento ao crime organizado. Primeiro porque sabemos que é algo que tecnicamente não faz sentido, de que o terrorismo é um tipo de crime com intenção, com fundamento ideológico ou religioso, e isso é muito diferente do que fazem as facções, que têm um comportamento gravíssimo, é uma grande preocupação do governo, mas tem uma lógica muito diferente do terrorismo, tem uma lógica que é a do lucro. E, do ponto de vista do combate ao crime, é muito preocupante porque tem esse apelo um pouco populista mas, no fundo, o efeito prático disso vai fragilizar justamente o enfrentamento às organizações criminosas, além de ter outros impactos muito graves para o país desde o próprio risco à nossa soberania ao impacto no sistema financeiro. Então, isso é muito grave, e pode ter um impacto real, não só no sistema financeiro, mas em empresas, e que podem realmente afetar a economia nacional. E, por fim, na questão dos vistos para cidadãos, famílias que querem passar férias, questões mais cotidianas podem também ser afetadas.
E do ponto de vista do combate ao crime organizado é algo muito preocupante diante de todos os esforços que o Brasil vem fazendo para ampliar a cooperação internacional. O Brasil tem um histórico de cooperação internacional policial e os Estados Unidos têm um lugar importante, principalmente pelo fluxo de tráfico ilícito de armas, que vêm para o Brasil, e a Polícia Federal e os órgãos de segurança pública já desenvolvem essa atividade de cooperação policial internacional que agora fica interrompida.
A gente fica pensando de quem é o interesse em barrar as nossas medidas de enfrentamento e de cooperação policial, porque inclusive o governo aprovou um pacote de medidas até mais duras sobre as penas para o crime organizado, por exemplo, então não faz realmente sentido. Dá a impressão de que é para criar uma cortina de fumaça e atrapalhar medidas que estavam sendo muito bem sucedidas, inclusive com a operação Carbono Oculto, que começa justamente a mirar os altos escalões do crime organizado. Todo esse caminho bem-sucedido de finalmente o país enfrentar as organizações criminosas de um jeito mais eficiente, com base em inteligência, mirando os escalões mais elevados do crime, essa mudança unilateral pode afetar inclusive isso.
E isso pode também afetar o combate ao crime organizado na Amazônia com a expansão da presença do PCC e principalmente o CV cada vez maior na região? Quais as medidas que o governo está tomando e o quanto a cooperação internacional é importante?
Bom, a gente acaba de lançar um grande programa, o Território Seguro Amazônia Soberana, mas as ações na Amazônia já são preocupação do governo desde 2023. Quando a gente entrou no governo, havia um grande vazio de fiscalização ambiental na Amazônia, retirada de maneira deliberada pelo governo anterior. Isso já foi muito documentado inclusive a perseguição de gestores e funcionários do IBAMA. Esse vazio obviamente foi ocupado e foi ocupado pelo crime organizado de maneira muito intensa. A rota dos rios amazônicos começou a ser uma das principais para o escoamento da produção de cocaína em países vizinhos que abastece o mercado mundial. Uma parte entra no mercado nacional, outra parte vai ser exportada especialmente para a Europa.
Quando há a retomada do policiamento na região, com um trabalho importante da Polícia Federal no enfrentamento também ao garimpo, há um número de aumento de apreensões e o diagnóstico de que essa rota está ganhando importância. E hoje o cenário que a gente tem é o que se chama de convergência criminal, porque não dá mais para separar o tráfico de drogas do crime ambiental, do desmatamento e do garimpo, eles estão entrelaçados. Tanto pela logística compartilhada para diferentes atividades ilícitas, e também, especialmente no garimpo, uma conexão também para a lavagem de dinheiro. A gente já atingiu recordes históricos de apreensão de ouro ilegal, de desativação de garimpos, com aquela cena da polícia explodindo as dragas e tal de um combate ao crime que começa muito forte desde 2023.
E a nossa preocupação é não deixar a polícia sozinha, porque a Amazônia, que é um território onde as políticas públicas demoram para chegar. Quando a polícia faz a operação e depois ela se retira, o Estado precisa entrar de uma maneira qualificada, até para que os esforços repressivos da polícia possam ser sustentados no tempo.
Então, o que a gente conseguiu estabelecer como estratégia nesse programa é justamente uma estratégia integrada em que como primeiro eixo temos um padrão de excelência da atuação da polícia diante do crime organizado, baseada em inteligência e em cooperação interinstitucional e internacional e outros eixos com políticas de proteção e apoio para fortalecer as comunidades e prevenir e atender os que são afetados pelo tráfico de drogas.
Antes de a senhora detalhar os eixos do programa, a senhora poderia explicar um pouco mais como se dá essa cooperação internacional no combate ao tráfico?
A gente tem uma organização na Amazônia, no CCPI, que é o Centro de de comando, de policiamento internacional, com a cooperação de forças da Polícia Federal e da Polícia Rodoviária Federal, com as forças policiais estaduais e dos outros países trabalhando juntos, integrados no mesmo lugar, que é no CCPI, e a gente busca a colaboração com a Interpol para fortalecer o policiamento e as ações na fronteira.
A fronteira é um lugar muito estratégico, porque a gente justamente impede que drogas, armas, produtos contrabandeados entrem no país. Então, quando eles entram no país, as apreensões são mais custosas, quando a gente evita que ele entre ali, a gente tem um aumento importante da eficiência. Por isso também temos um programa do Exército, o Fronteira Segura, em que também se compartilham informações no combate ao crime organizado.
Secretária, a senhora comentou que a droga que passa pela Amazônia vai prioritariamente para a Europa, e isso é um ponto interessante porque uma das justificativas dos Estados Unidos é que a droga do PCC e do Comando Vermelho, vai parar no território norte-americano, mas pelo jeito não é bem isso, né?
O problema maior que os Estados Unidos têm hoje são as drogas sintéticas, especialmente o fentanil. Então, a gente está falando inclusive de uma epidemia de mortes, que chegou a 100 mil mortes por ano, que é um perfil de problema muito diferente do nosso: quando a gente está falando dessas rotas, a gente está falando basicamente de maconha e cocaína.
O fentanil tem muita produção nos próprios Estados Unidos, no México. Então, a gente não está compartilhando o mesmo problema. Inclusive, a entrada de fentanil é algo que a gente monitora duramente. A gente criou um sistema que é o Sistema de Alerta Rápido para Novas Drogas, o SAR, que a gente institucionalizou no ano passado, que é um sistema de monitoramento nacional para que a gente consiga reagir rápido à eventual entrada dessas novas substâncias no país, que tem casos pontuais, mas a gente vive uma situação muito diferente em relação ao tipo de droga que circula no nosso território. Então, essa é uma afirmação um pouco leviana e que leva pouco em conta as dinâmicas realmente das rotas.
Mas a senhora estava falando do pacote do governo para combater o crime organizado, acho que podemos retomar.
Então, a gente tem um primeiro eixo deste programa, que é o reforço da cooperação policial de inteligência e das ações e operações policiais. O segundo eixo é o da prevenção, então, a concepção do programa é de que a polícia age de maneira focada nos territórios prioritários, e depois o Estado entra com nossos programas de prevenção primária, para olhar essa questão de uso da substância, o que já fazemos em outras regiões do país com o programa,que é voltado para pais de adolescentes, professores, alunos. A questão do uso de drogas se torna muito importante, porque a passagem das rotas de tráfico faz com que a circulação da droga chegue a comunidades indígenas. Em algumas delas, a gente já tem problema do álcool, que é um problema antigo, um fator de vulnerabilização das comunidades, mas agora a gente vê o crack e a cocaína também entrando. Quando você faz escutas na nas comunidades isso aparece com muita força, a questão da droga entrando nos territórios junto com a violência doméstica e sexual.
Então, a gente reforça essas políticas de prevenção universal adaptando as metodologias conhecidas para trabalhar com comunidades indígenas, com comunidades tradicionais. E também entramos com outra política pública, o Pronasci Juventude, um programa que foca na prevenção ao aliciamento da juventude pelo tráfico. Esse é um programa que a gente tem tradição, o próprio Pronasci tinha um programa de prevenção focado em jovens de periferias, mas essa é a primeira vez que a gente está adaptando esse programa para olhar para as juventudes indígenas, para as juventudes quilombolas e ribeirinhas.
E temos também o terceiro programa, o CAIS, Centros de Acesso ao Direito e Inclusão Social, que olha para a questão do uso de substâncias, do estigma dos usuários das vulnerabilidades ligadas aos mercados de drogas que dificultam o acesso aos serviços de saúde. O CAIS é uma rede nacional robusta que a gente está implantando neste governo, a gente vai terminar o governo com 420 CAIS no país, e também é a primeira vez que a gente tem o CAIS Povos Indígenas, em que esse serviço, que normalmente é muito urbano, vai atender comunidades indígenas, e a gente tem aí também um esforço de adaptação, a gente tem trabalhado junto com a Fiocruz, que tem uma grande área de saúde indígena para adaptar as metodologias para comunidades indígenas.
E esse programa tem um diferencial que é levar também a inserção produtiva, levar também o apoio a uma cadeia da sociobio economia que seja da vocação dos territórios indígenas, para que as pessoas tenham alternativa de renda. O nosso diagnóstico é que, muitas vezes, as comunidades são empurradas para essa colaboração com o mercado ilícito, por falta de oportunidade. Então, o programa também envolve uma parceria com o Ministério da Indústria e Comércio, a Secretaria de Economia Verde, para que, nos territórios em que a gente atue, a gente também fortaleça as alternativas de renda.
Esse foco na juventude é muito importante porque a gente tem um cenário demográfico invertido nas comunidades indígenas, com uma população jovem muito maior e que está atingida pela falta de perspectiva. Tem uma questão importante de aumento de suicídio entre jovens indígenas, um problema do álcool e das drogas chegando com muita força, e um problema de aliciamento desses jovens que são recrutados pelo tráfico para carregar barcos, são recrutados muitas vezes para caminhar na floresta. Quando o rio fica baixo, muitos jovens indígenas que sabem se movimentar na floresta são aliciados para caminhar carregando droga, por exemplo. Muitas vezes eles são pagos em pasta base e o que acontece? Eles voltam para a comunidade e acabam distribuindo a droga na comunidade, uma situação dramática que vem causando muita desestruturação nos territórios indígenas.
Esses programas já estão sendo implementados ou ainda estão no papel?
O Pronasci já está acontecendo no Amazonas, em quatro municípios: Barcelos, São Gabriel da Cachoeira, Santa Isabel do Rio Negra e ali, na tríplice fronteira, em Tabatinga, que é um ponto muito forte de atenção. A gente está focando, nesse primeiro momento, a nossa intervenção no crime organizado ao redor de territórios indígenas mais vulneráveis.
Todas as nossas escolhas de territórios prioritários seguem uma metodologia que a gente desenvolveu junto com o escritório da ONU, que é um índice de vulnerabilidade territorial diante do crime organizado. Esse índice é composto por indicadores de segurança pública – históricos de apreensão, mapas de satélite para ver pistas de pouso, rotas – e por indicadores sociais que medem, digamos assim, a força do território para resistir às investidas do crime organizado. Então, a gente vai olhar também a degradação ambiental, a regularização fundiária.
O programa abrange sete macro-territórios com 42 municípios com índice de alta vulnerabilidade diante do crime organizado, quase 30 etnias e comunidades indígenas, para os quais destinamos um investimento, nessa primeira fase, de 209 milhões de reais.
E, claro, a gente espera expandir. Acho que o índice é muito bom para a gente ter uma ferramenta para guiar as políticas públicas. E a ideia é que esse índice seja usado por nós, mas por outros gestores, pela filantropia, para olhar quais territórios estão mais ameaçados pelo avanço do crime organizado. Então essa é só a primeira fase do programa, que vai continuar e chegar às comunidades que precisam dessa proteção.
Secretária, um ponto do programa especialmente complexo é a retomada dos territórios ocupados pelo crime. Lembro aqui o caso do território dos Yanomami ocupado pelo garimpo, um processo em que o governo investiu muito e foi muito difícil, ainda tem crime organizado por ali. E a participação do Exército foi menor do que se esperava, como a gente mostrou em reportagens. A senhora pode comentar como são pensadas essas retomadas e qual o papel do Exército nesse plano?
Olha, a gente tem um diálogo do Exército, inclusive, tem um programa integrado de proteção às fronteiras que é conduzido pelo GSI, então eles estão nessa discussão, mas o Exército tem um papel de policiamento local na Amazônia, onde as coisas são muito longínquas e a logística é difícil. Então ele faz parte dessa articulação, mas a gente entende que precisa de investigações com mais inteligência policial com mais integração das forças estaduais, que é um modelo que é muito bem sucedido da Polícia Federal, que lidera as operações integradas também em diálogo com o Exército e o Programa de Proteção da Fronteira.
Agora, falando da ideia da retomada que se dá em territórios ocupados pelo crime que muitas vezes têm um vazio de políticas públicas e são utilizados para esconder a mercadoria ilícita se aproveitando das dificuldades da fiscalização. Então, é necessário esse esforço inicial de enfrentamento e desarticulação do crime organizado, garimpo, rotas de tráfico, e em seguida, a entrada qualificada do Estado, com as políticas públicas, com o apoio à socioeconomia, é nesse sentido que a gente está falando de retomada de território. E isso também em regiões em que está acontecendo um processo formal de desintrusão.
A senhora falou dessa relação entre o crime ambiental e o crime comum. Um potencializa o outro? É um crime de oportunidade em que eles aproveitam a rota ou tem mesmo algo planejado na junção desses dois crimes?
Acho que a gente tem que entender que o crime organizado tem essa a lógica do lucro que a gente estava falando no começo da nossa conversa. Então, quando o crime vê oportunidade de expandir os seus negócios, isso vai acontecer num determinado momento, é a mesma lógica que a gente vê na atuação do crime organizado nos combustíveis adulterados, uma lógica quase empresarial de diversificar aí a sua atuação.
Especificamente em relação à Amazônia, existe um elemento que influencia nessa diversificação, que é a questão da logística muito difícil. Quando a gente olha as políticas públicas, elas demandam muito mais para chegar ali,tem até algo que se chama de custo Amazônia porque para você chegar em uma comunidade indígena, às vezes você tem que ter sete horas de barco, que também impactou nesse processo de otimização do crime organizado nesse compartilhamento de logística. Se eles vão montar um barracão que tem internet, iluminação e já precisam fazer chegar combustível, compensa mais unir atividades ilícitas.
Outro elemento é o papel do ouro e do gado na lavagem de dinheiro. A gente tem aqui uma diretoria na Senad que é a diretoria de gestão de ativos que leiloa bens apreendidos do crime organizado destinando os recursos ao Fundo Nacional Antidrogas tanto para qualificar mais as polícias, como para fazer projetos de prevenção. E a gente começou a notar, que os nossos leilões, normalmente de imóveis, agora tem cada vez mais gado. E sabemos que o gado também é usado no desmatamento, então, essa conexão se torna intrincada, é isso que internacionalmente se chama de convergência criminal.
No ano passado, o Brasil, França e Marrocos apresentaram na Conferência da ONU sobre entorpecentes a primeira resolução que pauta os impactos do tráfico de drogas no meio ambiente: as rotas de tráfico e as pistas de pouso ligadas ao desmatamento, a conexão do crime de tráfico com garimpo, extração de madeira, pesca, sempre com impactos ambientais. São crimes conectados para os quais se costuma oferecer respostas compartimentadas. E o enfrentamento a essa convergência criminal também exige que os órgãos do governo estejam alinhados, que as políticas estejam alinhadas, não posso mais olhar para a Amazônia e achar que a política de combate ao desmatamento vai estar longe da política de enfrentamento ao tráfico de drogas.
Uma última pergunta, secretária. Na Amazônia, a gente vê que no caso de violência contra os indígenas, de conflitos de terra, de violência policial, e do garimpo, por exemplo, quase sempre há a presença de prefeitos e de deputados que atuam na região. Eu queria saber se as conexões políticas também entram nessas investigações sobre o crime organizado.
Concordo com você, eu participei recentemente da formulação do índice transnacional do crime organizado e um indicador de maior peso nesse índice de avanço do crime organizado é justamente a corrupção dos agentes públicos. Porque aí é onde realmente o crime organizado consegue chegar mais longe nos seus mecanismos de lavagem de dinheiro, de burlar o sistema oficial. Essa dimensão é fundamental, vira e mexe a gente fica sabendo de operação que ia acontecer no garimpo e, no dia anterior, as dragas foram retiradas, então esse ainda é um desafio, lidar com o vazamento de informação e a corrupção de agentes.Mas como o programa é baseado em inteligência, a ideia de toda a operação conduzida pela Polícia Federal nesses territórios é fazer investigações de fôlego que cheguem nos escalões mais altos e nos tentáculos que estão dentro do Estado.

Cultura em SP é um negócio
Nas últimas semanas viralizaram imagens de uma “Times Square” que seria implementada no endereço mais famoso da cidade de São Paulo, o cruzamento entre as avenidas Ipiranga e São João, esquina eternizada por Caetano Veloso na canção “Sampa”.
O projeto, anunciado com entusiasmo pelo governador Tarcísio de Freitas e pelo prefeito Ricardo Nunes, trata de uma parceria entre o governo do estado, a prefeitura e o grupo empresarial Fábrica de Bares, e prevê a instalação de painéis digitais em prédios na região (o que faria referência à Times Square nova iorquina) e a realização de atividades culturais no local, com gestão e curadoria do grupo.
O projeto acabou por ser suspenso provisoriamente no dia 27 de maio pela justiça paulista, que pediu mais esclarecimentos técnicos, mas o burburinho em torno da ideia polêmica deu origem a uma discussão sobre prioridades na política cultural da cidade.
Enquanto megaeventos e grandes ações parecem ser o foco da gestão, que se orgulha de supostamente realizar o maior carnaval de rua do Brasil e promete intensificar a programação cultural, a videorreportagem mostra que concessões e parcerias público-privadas na área da cultura e lazer são alvo de críticas, e grupos artísticos e espaços consagrados são despejados e até alvo de violência por parte da guarda municipal. É esse o caso do Bloco Vai Quem Qué, que desfila desde os anos 1980 e no último carnaval foi alvo de uma “dispersão” de foliões com direito a bombas e gás lacrimogêneo.
Entre os despejos, causou consternação o caso do Teatro de Contêiner, um teatro de arquitetura inovadora, sede da Cia Mungunzá de Teatro. Localizado na região conhecida como “Cracolândia”, no centro da cidade, o espaço foi alvo de disputa judicial entre o grupo e a prefeitura, e acabou por ser demolido no início do ano. Caso semelhante ao do Grêmio Cruz da Esperança, clube de futebol de várzea que abriga o Samba do Cruz, espaço de lazer e cultura negra tradicional na zona norte da cidade, por onde passam centenas de frequentadores todos os finais de semana. Após uma concessão à iniciativa privada para criação de um parque no local, o Cruz foi notificado que não haverá espaço para manutenção do Samba, e agora luta para ser classificado como Patrimônio Cultural Imaterial da cidade, tentando escapar à demolição, prevista para o dia 14 de junho (nota da Prefeitura na íntegra).

Il mistero del livido sul volto di Andrea Mountbatten-Windsor: cosa è successo all’ex principe confinato a Sandringham? La foto “rubata” in auto scatena le ipotesi
Un grosso livido sulla guancia: così è apparso Andrea Mountbatten-Windsor nell’ultima foto scattata mentre si trovava alla guida della sua automobile nell’area della tenuta di Sandringham dove è stato confinato all’inizio dell’anno, dopo che il sovrano gli aveva tolto titoli e onorificenze in autunno.
Il fratello di Carlo III vive nella Marsh Farm, una piccola residenza di famiglia, lontano dai riflettori ma sotto la lente della giustizia che sta indagando sulle sue relazioni con il faccendiere americano e pedofilo, Jeffrey Epstein. Il giorno del suo 66esimo compleanno, il 19 febbraio, la polizia lo ha prelevato per tenerlo in stato di fermo 11 ore e in quella occasione era stata scattata l’ultima foto di un uomo dallo sguardo agghiacciato e stravolto, seduto sul sedile posteriore di un’auto mentre rientrava a casa dopo essere stato sentito dalla polizia.
La foto, in un colpo, ha cancellato anni di scatti in fiera tenuta militare, in posa sorridente e spavalda accanto alla regina Elisabetta II sul balcone di Buckingham Palace, mentre ha fatto il paio con le tante immagini raccolte meticolosamente da Epstein e dalla sua complice Ghislaine Maxwell, che lo hanno ritratto per anni in compagnia delle vittime della tratta di minori perpetrata dalla coppia. A partire dalla foto con il braccio intorno alla vita di una Virginia Giuffre ancora minorenne; fu lei la ragazza che per prima denunciò gli abusi del pedofilo americano e dell’allora principe Andrea aprendo il vaso di Pandora su anni di violenze e impunità.
Oggi, le ragioni che hanno portato a fare apparire quel grande livido sotto all’occhio destro dell’ex principe e sulla sua guancia non sono note, ma l’immagine ha dato adito a diverse congetture.
Qualcuno ha ipotizzato che possa essere stato la conseguenza di una caduta, mentre altri hanno pensato ad una operazione chirurgica.
Naturalmente, il diritto alla privacy non impone al fratello del re di rivelare quali siano state le cause del livido, ma secondo il Telegraph, non si tratterebbe di nulla di grave. L’ultima volta che il fratello minore del sovrano era stato intercettato nella sua nuova vita da “recluso” di lusso nelle campagne del nord dell’Inghilterra, era stato per l’episodio avvenuto mentre passeggiava insieme ai cani e ad una guardia del corpo.
Andrea, in quella occasione, era stato inseguito da un uomo armato e con il volto coperto da un passamontagna che ha tentato di raggiungerlo inveendo contro di lui. I fatti si riferiscono ad un mese fa.
L’uomo era seduto sulla sua auto in attesa di vedere passare l’ex principe e solo a quel punto è sceso per scagliarsi verso di lui. La polizia del Norfolk è intervenuta fermando l’assalitore che, si è scoperto, aveva anche un’arma.
Ma è un’altra la grande inchiesta che vede impegnata la polizia inglese, in contatto con quella americana, alla cerca di elementi per chiarire la posizione di Andrea Mountbatten-Windsor accusato di abuso d’ufficio aggravato relativamente agli anni nei quali era stato incaricato dal governo britannico di svolgere il ruolo di inviato speciale per il commercio e gli investimenti. In quegli stessi anni, i documenti contenuti negli Epstein Files hanno rivelato come i dati sensibili dei report redatti durante le sue missioni erano stati condivisi con la casella di posta di Epstein, violando il segreto d’ufficio e la riservatezza richiesti dal ruolo.
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— PARROT REPORT ???? (@PARROTREPORT) June 4, 2026
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Hormuz non basta più: così il Golfo prepara le rotte per aggirare il ricatto dell’Iran
Dopo l’ultima crisi in Medio Oriente e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, le potenze del Golfo si stanno concentrando nel trovare nuove rotte per aggirare il braccio di mare, strategica via commerciale mondiale. Piani di emergenza sono ormai essenziali. Un tempo attraverso Hormuz si trasportava un quinto del petrolio globale. Adesso verrà ridefinito il modo in cui l'energia raggiunge ogni angolo del globo in modo sicuro. Il mezzo? La costruzione di rotte alternative per neutralizzare lo Stretto come arma di ricatto degli ayatollah. I Paesi del Golfo stanno investendo miliardi in nuovi oleodotti, ferrovie e centri di stoccaggio energetico per superare un eventuale blocco futuro dello Stretto.

La chiusura di Hormuz è una delle conseguenze più durature e nocive del conflitto. Diverse petroliere navigano attraverso lo Stretto con localizzatori di posizione spenti per evitare attacchi iraniani. I prezzi dell'energia sono aumentati a causa della sua interruzione, provocando il razionamento del carburante in alcuni paesi e i timori di una recessione economica mentre l'inflazione sale. L’idea ora è quella di riorganizzare la mappa logistica della regione, attraverso il trasporto su gomma, ferroviario e la costruzione di nuovi porti.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno avviato piani per ampliare i propri oleodotti. Saranno necessari però nuovi accordi con Giordania, Siria e Turchia in materia di sicurezza, transito e diritti di esportazione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Teheran ha ampliato in modo significativo la sua definizione dello Stretto e, di conseguenza, l'area marittima su cui rivendica il controllo. La Marina dei Pasdaran ha pubblicato una mappa il 4 maggio che mostra una nuova zona di controllo che comprende gran parte della costa del Golfo di Oman degli Emirati Arabi Uniti. Quella mossa ha coinciso con un attacco con droni contro una petroliera Adnoc e un fuoco di sbarramento sulla zona petrolifera di Fujairah, che il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito una "trasgressione inaccettabile" e un "ricatto economico”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno poi annunciato un'ulteriore espansione, ridefinendo lo Stretto come una "vasta area operativa".
Il conflitto ha dimostrato che "troppa energia mondiale transita ancora attraverso pochi punti critici", ha affermato Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti, durante un forum dell'Atlantic Council. Questo, ha aggiunto, sta ora spingendo Abu Dhabi “ad accelerare i piani per aggirare lo Stretto di Hormuz”. "La sicurezza energetica non riguarda più solo la capacità di continuare a produrre", ha spiegato Al Jaber, che è anche a capo del colosso petrolifero statale Adnoc. "Riguarda le rotte, l’accesso e lo stoccaggio”. Gli Emirati Arabi Uniti si stanno già muovendo.
Hanno utilizzato per le loro esportazioni di petrolio un oleodotto che transita verso Fujairah, una città portuale strategica situata al di fuori dello Stretto di Hormuz. La struttura ha una capacità di esportazione di 1,8 milioni di barili al giorno. A maggio, Abu Dhabi ha annunciato l'intenzione di accelerare i piani per un secondo oleodotto lungo la stessa rotta per raddoppiare la sua capacità di esportazione attraverso il porto di Fujairah entro il 2027, espandendo notevolmente la sua capacità di bypassare Hormuz.
Ma non finisce qui. Dopo la sua uscita dall’Opec e la maggiore indipendenza nella produzione energetica Abu Dhabi vuole espandere le proprie esportazioni anche verso l’Asia. Pure l'Arabia Saudita sta ampliando l’utilizzo del suo oleodotto Est-Ovest che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Riad sta anche potenziando anche quest’ultimo per far fronte al maggiore flusso. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo che esportano greggio al di fuori dello Stretto.
L'Oman ha una lunga costa sul Golfo dell'Oman, mentre Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein sono quasi del tutto dipendenti dal corso d'acqua per le spedizioni. Anche Muscat sta attuando la stessa strategia con i suoi porti. "L'eredità della crisi si tradurrà nella costruzione di infrastrutture per aggirare lo Stretto di Hormuz", ha affermato Hamad Hussain, economista specializzato in materie prime presso la società di ricerca londinese Capital Economics. "Ormai il vaso di Pandora è stato aperto, dato che la minaccia, a lungo paventata, di una chiusura effettiva dello Stretto da parte dell'Iran si è ora concretizzata".
Whale strike risk rises as international shipping reroutes around South Africa

Allargamento Ue: al via il summit sui Balcani ma si guarda già a Ucraina e Moldavia

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Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele
La “coazione a ripetere” secondo la psicoanalisi è la tendenza dell’individuo a risperimentare, ripetendo diverse volte la situazione, un evento traumatico anche quando questo modo di comportarsi provoca sofferenza. Per noi psicoterapeuti è sempre drammatico dover constatare che, ad esempio, chi ha subito violenza da piccolo tenda a esercitare episodi violenti verso i bambini. A livello razionale pare assurdo che chi ha sofferto per un certo comportamento o subito un evento violento lo riproponga. Non è entrata in lui la consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che si determina? Come mai chi è stato nei panni della vittima ha la tendenza a entrare nei panni dell’aggressore senza, apparentemente, sentirsi in colpa? Certamente per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime divengono carnefici ma il mistero di questo meccanismo psicologico rimane intatto.
Riflettevo su queste evidenze della psicologia nelle scorse settimane ponendo un paragone con la mattanza che lo stato di Israele sta attuando verso i palestinesi. Possibile che uno stato, fondato psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista, possa ora esercitare una violenza, altrettanto efferata, verso un altro popolo? Il fatto che l’attuale situazione in Palestina possa definirsi o meno tentato genocidio non è rilevante ai fini della valutazione psicologica dell’enormità di tale situazione. Passare dal ruolo di vittime a quello di persecutore in una maledetta “coazione a ripetere” con analoghe modalità pare un destino dell’umanità.
Alcuni anni orsono ebbi in cura un uomo che era stato picchiato a sangue nell’infanzia dal padre alcolista. Raccontava che viveva nel terrore la sera quando il padre rientrava dal bar. Poteva capitare che il genitore si sdraiasse e dormisse ma a volte bastava un nonnulla per innescare la sua rabbia che si sfogava prima con la madre e poi con lui che era l’unico figlio. Il ragazzo appena 14 enne era andato via di casa e si era costruito una posizione sociale ed economica. Aveva frequentato, mentre lavorava, le scuole serali con grandi sacrifici per poi divenire un imprenditore affermato. Ora che era sposato e padre di due figli poteva essere sereno. Un demone però si agitava in lui per cui tendeva, nelle serate con amici, a bere in modo eccessivo per poi divenire collerico. Dopo alcuni episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli si rivolse a me terrorizzato dalla constatazione di “essere divenuto come suo padre”. In un anno di psicoterapia si rese conto dei meccanismi inconsci che lo attanagliavano e li affrontò.
Freud affermava che i conflitti non elaborati vengono riproposti, senza che molte persone se ne rendano conto coscientemente, nella speranza inconscia di poterli padroneggiare. Assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima è un modo per dire a se stessi inconsciamente: “Non mi capiterà più di essere debole e subire! Posso controllare il terrore e le angosce”. Possiamo sottilmente ritenere che il piccolo bambino maltrattato per soffrire psicologicamente meno “proiettasse se stesso nel padre” identificandosi con lui. Il sentimento ambivalente di affetto e odio, contemporaneamente provati, verso la figura genitoriale facevano provate emozioni anche esse ambivalenti: sofferenza per essere vittima ma soddisfazione di impartire una lezione.
Nei campi di concentramento nazisti la figura dei Kapò è stata molto controversa. Si trattava di prigionieri che venivano scelti per controllare gli altri. Alcuni di questi abusavano del loro potere divenendo, a detta degli altri prigionieri, peggio delle guardie naziste. Qualcuno affermerà: si tratta della banalità del male! Certamente è vero che tutti noi uomini abbiamo accanto a componenti altruiste e buone anche aspetti aggressivi e cattivi. L’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza da parte di molti individui si salda con l’ipotesi suggestiva che anche i popoli possono imboccare gli stessi errori. Vedere gli israeliani come popolo svolgere il ruolo di aguzzini, perpetrando crimini che ricordano i nazisti, lascia sconcertati e attoniti.
Con questo scritto non desidero lanciare accuse che evocano opposti schieramenti ma sollecitare una autoriflessione in tutti noi.
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