Pintar fora das linhas não é só para crianças




Il 14 aprile 2025 Papa Francesco lo ha nominato venerabile. Il 10 giugno 2026 Papa Leone XIV inaugura l’ultima torre della Sagrada Família, l’opera più grande di Antoni Gaudí, nel centenario della sua morte avvenuta nel 1926, a 73 anni, all’Hospital de la Santa Creu di Barcellona.
Gaudí nasce nel 1852 in una Spagna che sta cambiando pelle: città in forte espansione, economia industriale in crescita, una borghesia che investe nell’urbanistica come forma di rappresentazione del progresso e del prestigio. È l’epoca dei grandi piani di ampliamento di Madrid e Barcellona, gli “Ensanche” (Eixample), e della nascita dell’urbanistica moderna teorizzata da Ildefons Cerdà. Sul piano culturale, però, domina ancora una forte tensione verso il passato: le scuole di architettura, il culto del restauro e il gusto storicista alimentano un linguaggio eclettico, soprattutto neogotico, influenzato da Viollet-le-Duc e inserito in un contesto ancora profondamente religioso. In questo quadro nascono grandi cantieri simbolici, come la cattedrale dell’Almudena a Madrid e la Sagrada Família a Barcellona: opere che richiamano il Medioevo ma lo reinterpretano attraverso tecniche e materiali della modernità industriale, e che avrebbero richiesto decenni, se non secoli, per essere completate.
Cento anni dopo la sua morte, Antoni Gaudí resta il più celebre degli architetti spagnoli e, paradossalmente, il meno imitato. È la contraddizione che attraversa queste celebrazioni: milioni di visitatori alla Sagrada Família, le sue opere come immagine stessa di Barcellona, e un processo di progressiva canonizzazione anche simbolica.
Eppure, nella storia dell’architettura spagnola del Novecento e del nuovo millennio, l’esperienza di Gaudí resta senza reale continuità progettuale, una distanza che riguarda la Catalogna e la Spagna contemporanea. Barcellona vive di Gaudí, ma non parla il suo linguaggio.
Per comprenderlo bisogna allontanarsi per un momento dalle immagini più consumate dal turismo globale: non la facciata della Natività, non il Parc Güell, non la foresta di gru che hanno da poco lasciato la Sagrada Família. Piuttosto la Colònia Güell, nella periferia industriale della città. Qui, nella cripta incompiuta, Gaudí sperimenta strutture paraboliche, catene rovesciate e geometrie spaziali che sembrano provenire da un’altra epoca e, insieme, anticipare il futuro. Qui il suo lavoro si mostra nel suo stato più sperimentale. Nel 1890 Eusebi Güell avvia a Santa Coloma de Cervelló, alla periferia di Barcellona, la Colònia Güell: un esperimento industriale e sociale che trasferisce fabbrica, case operaie e servizi fuori città, creando una “città privata” pensata per disinnescare i conflitti sociali che già allora attraversavano il mondo del lavoro. Per darle un’identità, Güell affida ad Antoni Gaudí la progettazione di una chiesa capace di incarnare lo spirito della colonia.
Gaudí risponde con una proposta radicale e integrata nel paesaggio: non disegna semplicemente una chiesa, ma costruisce un paesaggio abitabile, una struttura che sembra emergere dal terreno più che esservi imposta. La Cripta Güell non è una chiesa incompiuta: è una macchina spaziale interrotta. Le colonne inclinate non obbediscono a un ordine classico, ma a un calcolo gravitazionale rovesciato. La struttura nasce da catene sospese, da modelli ribaltati, da una fisica che diventa estetica. L’interno ha un carattere primordiale più che liturgico: pianta poligonale a stella, colonne in basalto, pietra e mattone costruiscono uno spazio scuro e terrestre. Le vetrate policrome di Josep Maria Jujol introducono luci “vegetali” che interrompono la massa muraria, trasformando lo spazio in una grotta artificiale, una natura costruita. La luce non illumina, altera e trasforma, la chiesa superiore, mai realizzata, avrebbe dovuto ribaltare completamente il registro: bianco, oro, azzurro, dal buio terrestre alla luminosità celeste, in una progressione quasi liturgica. Nel progetto di Gaudí il percorso architettonico è un racconto spirituale: dall’ombra primitiva della cripta all’ipotetica luce soprastante. L’ascesa simbolica resta incompiuta, ma la potenza evocativa dell’opera è ancora leggibile. È proprio in questa tensione tra progetto e interruzione, tra sistema e deviazione, che emerge anche la sua irriducibile solitudine.
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Sagrada Familia
Gaudí non appartiene a nessuna genealogia stabile. È troppo tardo per essere un semplice modernista, troppo mistico per essere un razionalista, troppo radicale per essere eclettico, troppo sperimentale per essere accademico. Bruno Zevi lo considerava uno dei grandi anticipatori della spazialità organica del Novecento, una figura capace di liberare l’architettura dalla tirannia della scatola e dell’angolo retto. Luis Fernández-Galiano lo colloca in una zona ancora più instabile: quella in cui struttura e immaginazione coincidono e la natura diventa principio costruttivo. Dalle guglie della Sagrada Família agli archi parabolici della Colònia Güell, fino a Casa Milà, la sua opera costruisce un sistema in cui la forma non imita la natura, ma la assume come legge. Eppure la Spagna moderna, tra gli anni Venti e Cinquanta, prende una direzione diversa.
Sceglie il linguaggio moderno, sceglie Gropius, Le Corbusier, Mies van der Rohe: la grammatica della chiarezza contro la proliferazione organica. Anche la Catalogna, dopo le ambivalenze iniziali, finisce per riconoscersi più nel Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe e Lilly Reich per l’Esposizione Internazionale del 1929 che nella Sagrada Família. Non è un caso che negli anni Ottanta, mentre la città prepara la propria rinascita urbana culminata nelle Olimpiadi del 1992, una delle operazioni culturali più significative sia la ricostruzione filologica del Padiglione tedesco, smantellato nel 1930 e ricostruito fedelmente nel 1986. Da quel momento la traiettoria dell’architettura spagnola appare sorprendentemente coerente. Da Oriol Bohigas alla stagione di Rafael Moneo, fino a Helio Piñón e Albert Viaplana, e poi a Enric Miralles e Carme Pinós, si consolida una cultura progettuale fondata sulla città, sullo spazio pubblico e sulla continuità tra architettura e vita civile. Confermata anche dalle generazioni successive, è una modernità colta e disciplinata, spesso austera, che diffida della spettacolarità e privilegia la costruzione paziente del paesaggio urbano. In tutti questi casi emerge una stessa costante: la misura, non l’eccezione.
Gaudí resta un’eccezione. Le sue architetture non hanno generato una scuola, ma una ricezione sempre più mitizzata. La Spagna contemporanea ha costruito le proprie città attraverso linguaggi condivisi e riproducibili, mentre a Gaudí ha assegnato una dimensione separata, progressivamente musealizzata e iconica. La Sagrada Família è oggi il segno più riconoscibile del Paese, ma soprattutto simbolico e turistico. L’architettura spagnola più incisiva si è sviluppata altrove: nei tessuti urbani, nelle infrastrutture, negli spazi pubblici, in una cultura del progetto raramente legata all’icona.
In questo quadro, Gaudí appare una deviazione più che un’origine della modernità spagnola. Una traiettoria consolidata con altri strumenti. La sua persistenza non nasce dal suo uso come modello, ma dalla sua resistenza all’assimilazione: non si è tradotto in scuola né in linguaggio operativo.
A cento anni dalla morte, resta una figura eccentrica rispetto alla storia che lo segue: non un fondamento, ma un corpo estraneo che continua a produrre interpretazioni.
L'articolo Il paradosso di Antoni Gaudì: il più celebre degli architetti ma un corpo estraneo per la scuola spagnola proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hay algo tétrico en ver a tanta gente celebrando que al fin ya no hará falta pensar. El notición del siglo es que la inteligencia artificial ha venido a liberarnos, a ahorrarnos tiempo, a escribirnos los textos, ilustrarnos las campañas, componernos las canciones, diseñarnos las viviendas y a elegir nuestras últimas palabras antes de morir. Rapidito, eficiente y sin la incómoda intervención de ese talento nuestro tan necesitado de litros de cafeína y horas de sueño para poder funcionar y que aun así se bloquea, tarda lo suyo en llegar a conclusiones y para más inri—¿será posible?— pide reconocimiento. Porque crear es agotador.

© Alamy Stock Photo
Los profesionales del sector del arte han hecho público este martes por la tarde un comunicado en que denuncian el concurso público para la dirección del Macba porque consideran que las bases “no garantizan las mínimas condiciones exigibles de transparencia y libre concurrencia”. Firmado por la Asociación Catalana de Crítica de Arte (ACCA), la Asociación de Professionales de la Gestión Cultural de Catalunya (APGCC), la PAAC y con el apoyo del Comité de Empresa del Macba, muestran su “oposición a las bases del concurso” justo un día antes de que el Patronato del museo apruebe el nombre del nuevo director y el mismo día en que se han celebrado las entrevistas a los candidatos finales. El concurso se abrió el pasado 9 de marzo después del anuncio de la salida de Elvira Dyangani Ose, que terminó a finales de abril.

© Miquel Coll

© FRANCISCO PINTO/LUSA

© FRANCISCO PINTO/LUSA
A inclusão de Viana do Castelo no festival Vaudeville Rendez-Vous é a principal novidade da programação de 2026, entre 15 e 18 de julho, com um total de 18 espetáculos, cerca de 40 sessões e oito estreias nacionais.
Na apresentação pública da edição deste ano, no coreto do jardim público da cidade, o diretor artístico do festival, Bruno Martins, adiantou que no primeiro dia do festival a capital do Alto Minho recebe o espetáculo “Tenet”, pelo coletivo catalão Eunoia Kolektiva às 22:00, na Porta Mexia Galvão.
Oito acrobatas e um músico dão corpo a um espetáculo que combina a linguagem acrobática com dramaturgia visual. “Tenet” pode ainda ser visto nos dias 16 de julho, às 22:00, no Claustro do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães, e no dia 17 de julho, às 22:00, na Praça Municipal de Braga.
“Não estamos apenas a programar espetáculos que questionam e exploram os processos de transformação do mundo contemporâneo, estamos também a transformar o próprio festival. A entrada de Viana do Castelo neste projeto representa um passo muito significativo, porque aquilo que durante anos foi pensado a partir da lógica do Quadrilátero Cultural passa agora a afirmar-se como um verdadeiro Pentágono Cultural”, sustentou.
O Pentágono Cultural – anteriormente Quadrilátero – juntou Viana do Castelo a Braga, Guimarães, Vila Nova de Famalicão e Barcelos e tem como objetivo projetar o Minho a nível nacional e internacional, com descontos para os portadores de um cartão que abrange os cinco municípios.
A edição 2026 do Festival Internacional Vaudeville Rendez-Vous, promovido pelo Teatro da Didascália, vai contar com a participação de “cerca de duas dezenas as companhias e artistas nacionais e internacionais”
Entre as oito estreias nacionais está o espetáculo “Thaumazein”, da companhia francesa H.M.G., que será apresentado pela primeira vez em Portugal no dia 17 de julho, às 22:00, sendo o único espetáculo programado para um espaço fechado: o Theatro Gil Vicente, em Barcelos.
Outra das estreias nacionais é “Ákri”, de Manel Rosés Moretó, um espetáculo falado em castelhano que se estreia no dia 16 de julho, às 22:00, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão. Pode ainda ser visto, no dia 17 de julho, às 22:00, na Residência Universitária do Centro Académico Viana do Castelo, e no dia 18 de julho, no Polidesportivo da Quinta do Aparício, em Barcelos.
De França, chega “Anitya – L’impermanence”, de Inbal Ben Haim. Estreia-se dia 16 de julho, no Parque da Ponte (junto à capela), em Braga. No dia 18 de julho, às 22:00, é a vez da Praça de Pedra do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães, receber o espetáculo.
No dia 16 de julho, às 22:00, o Polidesportivo da Quinta do Aparício, em Barcelos, acolhe “Fragmentos”, da companhia La Víspera, que pode ser visto no dia 17 de julho, às 22:00, no Claustro do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães e, no dia 18 de julho, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão.
Outra das estreias nacionais é “Hot Dog”, da companhia francesa Le Galactik Ensemble, que será apresentado no dia 17 de julho, às 19:00, no Jardim do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães e, no dia 18 de julho, às 11:00, no Jardim da Biblioteca Municipal, em Viana do Castelo.
Já em “Início do Fim”, uma coprodução do Vaudeville Rendez-Vous, é explorado o tema da “libertação” através da desconstrução da figura do ‘clown’, por Leonardo Ferreira (da Cia Errância).
O espetáculo pode ser visto dia 16, às 22:00, na Porta Mexia Galvão, em Viana do Castelo, dia 17 de julho, às 22:00, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão, e dia 18, às 22:00, na Praça Municipal, em Braga.
Da “programação constam ainda três espetáculos-percurso que prometem uma experiência diferenciadora por parte do público”, como “How Much We Carry?”, da Cirque Immersif, em que o público é convidados a acompanhar a dupla de artistas que com a percha acrobática e em desequilíbrio permanente vai percorrendo locais do quotidiano. No dia 16 de julho, o ponto de encontro é às 19:00, na Praça da República, em Viana do Castelo. No dia 17 de julho, será às 19:00, no Largo São João do Souto, em Braga. No dia 18 de julho, às 11:00, na Alameda D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão, e às 19h00, no Largo Cónego José Maria Gomes, em Guimarães.
Outra das propostas do festival é “The Place”, com estreia nacional agendada para dia 16 de julho, às 19:00 com ponto de encontro no Museu Alberto Sampaio, em Guimarães. No dia 17, o espetáculo pode ser visto em Vila Nova de Famalicão, com ponto de partida em frente à Câmara Municipal. Já no dia seguinte, 18 de julho, é a vez de Barcelos receber o espetáculo, com saída do Parque dos Poetas.
No âmbito dos espetáculos-percurso, o Vaudeville Rendez-Vous acolhe a estreia nacional de “Qui Vive”, para ver dia 17 de julho, às 19:00, com ponto de encontro na Zona ribeirinha (junto ao parque estacionamento do Centro Cultural), em Viana do Castelo e, no dia 18 de julho, às 19:00, tendo como ponto de encontro a Alameda D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão.
O festival conta com uma nova linha de programação, dedicada aos artistas emergentes, apelidada de “Circo Escondido”, que selecionou, através de candidaturas abertas, cinco projetos que serão apresentados nas cinco cidades do festival e que só vão ser anunciados no próprio dia, por SMS ou e-mail enviados pela organização aos participantes inscritos.
O conteúdo Festival de circo contemporâneo chega a Viana do Castelo aparece primeiro em O MINHO.
El Museo del Prado inaugura una exposición para derribar todas las ideas preconcebidas que se han generado a su alrededor en los últimos 25 años y, de paso, hacer un repaso a los retos que ha superado hasta convertirse en una de las instituciones culturales más sólidas de Europa. El director, Miguel Falomir, lo define de esta otra manera: “Una de las preguntas que más me hacen directores de otros museos es si el Prado sigue adquiriendo obras. Y esta cuestión refleja una idea muy extendida de que este es un museo ya hecho y cerrado. Eso no es verdad. Estamos en constante evolución”.

© Maria Aguilella Pardo (EFE)
Algunos compositores de finales artísticos no disfrutan del ajedrez competitivo porque la tensión, el dolor por las derrotas, el tiempo y la premura de preparar una partida por la mañana, jugarla por la tarde y analizarla por la noche pesan mucho más que los placeres producidos por la participación en torneos. La antítesis son los jugadores de nivel medio, alto o altísimo (como Jan Timman, varias veces glosado aquí) que además crean obras de arte en forma de estudios.

©
La historia del ajedrez incluye a un selecto grupo de ajedrecistas de enorme talento y algunos resultados muy brillantes que generan una pregunta eterna: hasta dónde habrían llegado si las circunstancias de su vida hubieran sido más favorables. Uno de ellos es Borís Gulko, quien nació en Alemania Oriental en 1947 porque su padre era militar del ejército soviético, pero residió en la URSS desde muy pequeño, glosado ya en esta colección dos vídeos atrás. Gulko perdió siete años de su vida y, sobre todo, de su carrera deportiva, hasta que él y su esposa, la también gran maestra Anna Ajsharúmova, ambos judíos, fueron autorizados a emigrar a EEUU, en 1986, a los 39 años, después de tres huelgas de hambre, arrestos y golpes de la policía.

©
C’è la città, la “sua” Milano. Ma anche la provincia, quella Comasca (già presente ne La regola del lupo). Soprattutto, però, c’è il pallone, con tutto il macrocosmo – e microcosmo – che porta con sé e che Franco Vanni, da sette anni “migrato” nelle pagine sportive de la Repubblica a seguire l’Inter, conosce benissimo: dai sogni di chi calca gli sgangherati campi di periferia ai giovani stranieri in cerca di riscatto, dal lusso e dagli eccessi di chi in Serie A è arrivato per davvero a ciò che in tv si vede meno, le violenze, gli ultrà, il razzismo, le ambizioni, il denaro.
Vanni torna in libreria con l’avvincente Morte e miracoli del numero 3, edito da Baldini+Castoldi (298 pagine, 20 euro), terzo capitolo della saga – con annessa indagine – del giornalista-investigatore Steno Molteni. Dopo gli intrighi di una Milano “sotterranea” de Il caso Kellan e l’omicidio alla Agatha Christie su una barca a vela nel bel mezzo del Lago di Como del già citato La regola del lupo, Steno, cronista de La Notte (citazione dello storico giornale del pomeriggio nato proprio nel capoluogo lombardo nel 1952), si imbatte in quello che solo apparentemente sembra essere un incidente stradale: un’auto che investe e uccide il talento senegalese di 18 anni, Asa Ba, che gioca come terzino nel Veniano Calcio (Serie D), ma già destinato a un promettente futuro nella società della città lariana. Il giornalista comincia ad indagare. Accanto a lui, il miglior amico, l’assistente capo della Squadra mobile Raffaele Cinà, detto Scimmia.
Qui, ancora una volta, viene fuori l’abilità di Vanni, un lungo passato da cronista di punta tra le aule del Tribunale meneghino: Steno e Scimmia si troveranno invischiati in una vicenda più grande, fatta di ricatti, hacker, procuratori senza scrupoli e miseria umana. Steno, in particolare, verrà coinvolto in prima persona: i “cattivi” della storia metteranno le mani su una persona a lui cara, Sabine Castoldi. E qui, di nuovo, un elemento con cui l’autore ha avuto a che fare nella propria esperienza professionale e che, senza cadere nello spoiler, lasciamo sospeso: l’acido (come quello che serviva alla nota “coppia dell’acido” di Milano per sfigurare i volti di alcuni giovani). La risoluzione del caso è spiazzante e agghiacciante allo stesso tempo: l’amore – o presunto tale – che si trasforma in violenza.
Il principale merito di Vanni è senz’altro quello di aver unito, con una scrittura concreta e diretta e senza mai perdere il controllo della narrazione, il mondo del calcio con quello noir della cronaca giudiziaria, il cui risultato è un thriller stratificato e al contempo teso, che lascia il lettore aggrappato alle pagine, fino alla svolta finale. Ma non solo. L’autore, che nel 2022 ha scritto con Matteo Spaziante Il calcio ha perso (Mondadori), svela con sapienza il lato oscuro del pallone, quello lontano dai riflettori: la pressione psicologica e le speranze distorte che gravitano attorno ai giovani talenti, l’analisi dello sfruttamento dei ragazzini africani, la tossicità del tifo, la violenza verbale.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram
L'articolo “Morte e miracoli del numero 3”, il noir di Franco Vanni che mischia i lati oscuri del calcio alla miseria umana: la recensione proviene da Il Fatto Quotidiano.

E’ uscito in libreria il 13 aprile, “Nella rete di Epstein. Il caso che sta facendo tremare governi, imperi finanziari e reputazioni” di Pino Casamassima. In uscita per i tipi di Compagnia editoriale Aliberti, il libro traccia fatti e analisi del caso Epstein che sta facendo tremare i potenti di tutto il mondo e le cui conseguenze politiche sono ad oggi difficilmente prevedibili.
Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni stralci del libro:
Con i suoi Files, il cosiddetto «Caso Epstein» ha provocato un terremoto politico, oltre a inficiare seriamente l’immagine di molte personalità appartenenti anche ad altri mondi, a cominciare da quello finanziario. Conseguenze, quelle politiche, che oggi – nel marzo del 2026 – sono difficilmente immaginabili nella loro reale portata, soprattutto per quegli Stati Uniti – caput mundi di questo tempo segnato dai nazionalismi – che a novembre saranno chiamati alle Midterm Elections: elezioni di metà mandato che si prospettano in modo assai pericoloso per l’attuale inquilino della Casa Bianca, che vorrebbe trascorrere in serenità i restanti anni del suo (ultimo e definitivo) mandato.
Una tranquillità tuttavia messa in pericolo perché il nome di Donald Trump è presente in 3.200 dei 3,5 milioni di file resi pubblici fra gennaio e febbraio 2026 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. A permettere – anzi, obbligare – la loro pubblicazione, è stato l’Epstein Files Transparency Act: un documento sulla trasparenza firmato ed esposto a braccia levate dallo stesso presidente il 20 novembre 2025. Quando si dice, la zappa sui piedi, perché – come detto – il nome del presidente è quello che svetta su tutti gli altri. Intuendo – anzi, sapendo quasi per certo – che i file relativi al finanziere pedofilo morto (forse) suicida in carcere il 10 agosto 2019 avrebbero potuto creargli più di un problema, nel luglio del 2024, in piena campagna elettorale per le presidenziali poi vinte a novembre, il tycoon aveva bollato gli Epstein Files come «invenzioni del Partito Democratico». A «scandalo» ancora di là dallo scoppiare, il tycoon aveva poi vinto le elezioni con il voto nelle urne, senza dover ricorrere a un nuovo assalto a Capitol Hill, come quello del 6 gennaio 2021. Tornate clamorosamente e pericolosamente in auge fra gennaio e febbraio 2026, quelle «invenzioni» rischiano ora di provocare uno sgambetto dolorosissimo per Trump, man mano che ci si avvicina alle Midterm Elections di novembre. C’è infatti da scommettere che, da qui ad allora, lo scandalo Epstein si arricchirà di nuovi capitoli, e che in quei capitoli il nome dell’attuale presidente americano ci sarà (anche se la sostanza la trovate già in questo libro).
In funzione di quelle elezioni di medio termine, sono tornati utili gli iraniani per l’atomica in procinto di realizzare. Come utili idioti, in realtà. Il Paese degli ayatollah e dei pasdaran – già diffidato a suon di bombe nel giugno del 2025 dal procedere nella produzione di uranio impoverito – è stato infatti oggetto di una nuova pioggia di bombe a partire dalla fine del febbraio 2026. Una pioggia di fuoco più torrenziale e duratura, non come il lampo del giugno 2025. Come prologo del nuovo intervento, gli strilli d’aquila di Netanyahu: «Gli iraniani vogliono distruggerci con l’atomica». Una guerra provvidenziale anche per il premier israeliano, insomma. Anzi, a insistere con Trump per riprendere le ostilità contro il Paese degli ayatollyah sarebbe stato proprio il premier israeliano. Quella guerra è infatti utile per distrarre un’opinione pubblica inferocita con lui per la mala gestione del problema degli ostaggi nelle mani di Hamas dopo il raid del 7 ottobre 2023. Alla base di tutto, c’è quel che pende sulla testa del primo ministro più longevo e l’unico mai finito sotto processo nella storia israeliana: accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti. Come se non bastasse, Netanyahu è anche accusato di aver accettato insieme alla moglie Sara beni di lusso in cambio di favori politici, e di aver insistentemente chiesto una copertura mediatica favorevole da parte di organi di stampa, a cominciare da una società di telecomunicazioni e dall’editore del quotidiano «Yedioth Ahronoth».
Il premier israeliano nega ogni addebito e, in maniera molto simile a quanto fatto da Donald Trump, ha definito le inchieste «una caccia alle streghe». Netanyahu ha anche impedito a più riprese l’apertura di un’inchiesta sui fallimenti della sicurezza israeliana di quel 7 ottobre 2023 dell’incursione criminale di Hamas. È qui che le vicende giudiziarie del premier e la politica israeliana creano un vero e proprio cortocircuito: diversi organi di stampa, tra cui il «New York Times», lo accusano da tempo di aver prolungato volontariamente l’invasione di Gaza e recentemente l’attacco all’Iran col sodale Trump, per allontanare lo spettro di un procedimento giudiziario dalle conseguenze imprevedibili, anzi, che potrebbero anche prevedere la galera. Procedimenti che si trascinano da anni, tra ritardi legati alla pandemia e numerose mozioni – anche pretestuose – presentate dagli avvocati di Netanyahu per annullare le udienze. Ecco quindi come i fronti a Gaza, in Libano, in Siria e ora in Iran tornano assai utili.
Detto dei problemucci di Netanyahu, va ribadito che al sodale presidente americano non era parso vero di sostenerlo nella pulizia, alias, la distruzione degli impianti iraniani per l’impoverimento dell’uranio: operazione indispensabile per arricchire i propri arsenali di «armi di distruzione di massa». Come quelle dell’Iraq. Ve le ricordate? Le avevano cercate furiosamente, per scoprire poi che no, si trattava di una bufala, una fake news, come si dice sui social; una cazzata, come si sproloquia al bar. Insomma, una autentica falsità. Intanto, avevano fatto fuori Saddam Hussein. Vi ricordate anche di lui? Ma sì… Quello impiccato vent’anni fa a favore di telecamere di tutto il mondo (ah, ci fossero state anche in una nota piazza milanese in un aprile di qualche tempo fa…).
Dopo averlo «giustiziato», gli americani hanno dovuto spiegare che… ehm… ma sì, insomma!, hanno dovuto ammettere d’essersi sbagliati. Di «armi di distruzione di massa non ce n’era manco mezza» avevano strillato i giornali fino in Papuasia. Ci si può sbagliare, o no? E poi, quello lì era un tiranno. Un dittatore che manco quel Mussolini appeso in quella piazza milanese. Vent’anni dopo, la stessa sorte è toccata ad Ali Khamenei. Gli hanno tirato un missile sulla testa con tanto di stella di David. Ma pure lui – la guida suprema dell’ex Persia – tiranneggiava il suo Paese, come aveva fatto prima di lui Khomeyni, e come farà il di lui figlio, Mojtaba, prima di riuscire a spedire anche lui da Allah, col risultato di promuovere alla guida di quel «Paese canaglia» con novanta milioni di abitanti e grande cinque volte l’Italia, nuove leadership più radicali perché provenienti dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Si tratta di una classe dirigente che ha come obiettivo una guerra totale su più fronti nella regione mediorientale in nome di una resistenza che può contare su milizie proxy, quali Hezbollah e Houthi.
Se è vero che il nuovo fronte di guerra americano distoglie gli elettori a stelle e strisce dai diversi problemucci (anche da galera) di Trump, parimenti, bombardare l’Iran, distrae gli israeliani dalle marachelle di Netanyahu (anch’esse – come abbiamo visto – da sole a scacchi). Chi rischia di più è tuttavia il tycoon, perché c’è da giurare che, come abbiamo detto, da qui a novembre usciranno altri Epstein Files. Pubblicazioni fastidiose per chi aspira a mantenere ben saldo il joystick del comando (ovviamente, internazionale), considerando che perfino il mondo MAGA gli ha voltato le spalle. A far girare lo sguardo ai sostenitori principali del leader del suprematismo bianco è stata la guerra in Iran.
Quando le leadership iraniane avvertono gli Stati Uniti che quella guerra potrebbe essere il loro nuovo Vietnam – al netto di una propaganda risibile – non vanno troppo lontani dalla realtà relativamente alla percezione interna. Soprattutto il mondo MAGA, quello dell’«America first», che – coerentemente con il suo imperativo categorico – è ripiegato talmente su sé stesso da non voler nemmeno vedere oltre il naso delle sponde atlantiche. Nick Fuentes, guru del suprematismo bianco, ha accusato Trump di aver tradito i valori grazie ai quali è stato eletto, e – storicamente – per l’elettorato americano (repubblicano o democratico che sia) non c’è colpa peggiore del tradimento del mandato ricevuto. In Italia, per la nostra cifra più bizantina, più segnata dal compromesso continuo, da Depetris in avanti, consentiamo trasformismi vergognosi dai tanti, troppi esempi, senza bisogno di scomodare il Vate, anche se l’episodio è troppo gustoso per non essere ricordato. E insomma, accadde che durante un dibattito parlamentare sulla legge Pelloux presentata dallo stesso presidente del Consiglio del governo di destra in carica – che mirava a limitare la libertà di stampa, di associazione e di sciopero – il poeta-soldato passasse clamorosamente dai banchi della destra a quelli della sinistra, spiegando il suo gesto con il «disprezzo per la fogna della moralità nazionale» ormai rappresentata dal governo Pelloux. Con i suoi modi così sobri, Fuentes ha invocato la punizione di Dio sulla testa del tycoon, invitando – nell’attesa di un fulmine inceneritore – i camerati della destra attivista a votare per i democratici a novembre.
Nel frattempo, ad aleggiare come droni iraniani sulla testa di Trump ci sono i famigerati Epstein Files non ancora usciti, anche se recentemente (laddove, per “recentemente” s’intende sempre il marzo 2026) si sono arricchiti di immagini fotografiche che lo ritraggono con ragazzine in abiti succinti. In una di esse, l’unto dal Signore, salvato (altro che incenerito!) a suo dire da Dio in persona dall’attentato del 2024, esattamente il 14 luglio (pensa, anniversario della Rivoluzione francese, e chissà se voglia dire qualcosa), è ritratto con una ragazzina sulle ginocchia. Con assoluta certezza, non in procinto di raccontarle una favola dei Grimm: più probabilmente, un attimo prima di diventare, lui, l’orco. Un orco come tutti quelli che troverete in questo libro. C’è perfino un «piccolo principe» che di tanto in tanto amava trasformarsi in orco. «Piccolo» per statura morale, e «principe» per diritto dinastico. Quel diritto che suo fratello, re Carlo III, gli ha tolto, chiedendo alla giustizia di «fare il suo corso».
Tutta questa storia, la storia qui raccontata, si è scritta da sola, con i racconti usciti dalle testimonianze presenti negli Epstein Files. Testimonianze che ci precipitano in quella vergogna sbattuta in faccia a Trump con i cartelli esibiti davanti alla Casa Bianca: «Shame». Una vergogna che coniuga l’istinto predatorio su carni giovani con quello sul potere tout-court. Un potere assoluto, che artiglia economia e politica, ma pure i corpi di ragazzine che nel momento della predazione perdono la loro identità per diventare oggetti di divertimento. Un potere esercitato per garantire sé stesso a ogni costo. Anche a costo di scatenare una guerra. Una di quelle guerre moderne, modernissime. Quelle che per il 90 per cento dei casi si sviluppano contro i civili. Guerre lontane milioni di narrazioni da quella guerra di Troia. Quella che vedeva i Troiani assistere dalle «alte mura di Ilio» agli scontri fra i loro guerrieri e quelli degli Achei, con i principi che al calar del sole si scambiavano doni tornando nelle rispettive tende. Adesso, i leader di un popolo li si uccidono con un missile o li si rapiscono. Quale sarà il destino di Cuba? Sì, perché nel risiko di Trump è finalmente entrata Cuba: quell’isola caraibica che qualche tempo fa diede un gran dispiacere agli americani nella Baia dei Porci. Se non la ricordate, quella figuraccia stellare (intesa come a stelle e strisce) la trovate pure su Wikipedia.
L'articolo “Nella rete di Epstein”, l’estratto esclusivo del libro sul caso che scuote Trump, governi e imperi finanziari proviene da Il Fatto Quotidiano.



Que Toulouse siempre ha sido la ciudad más española de Francia, ya se sabe. Lo fue durante la Guerra Civil y el exilio republicano, cuando se convirtió en el principal refugio de los españoles que huían del franquismo haciendo que en 1945 cerca del 10% de sus habitantes fueran españoles. Lo que ni los más españolistas esperaban era que, un sábado de mayo a las cinco de la tarde, sus calles se vieran invadidas por una romería de más de 200 personas, mujeres y hombres, vestidas de flamencas, avanzando al ritmo de un sound system a pedales lanzando música cañí a todo volumen. La marcha formaba parte de En la piel del otro, la célebre performance de la artista sevillana Pilar Albarracín, una de las propuestas estrella del Festival Nouveau Printemps, que se prolongará hasta finales de junio.

© Rafael Estefanía


L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.
Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.
L'articolo Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter proviene da Il Fatto Quotidiano.
A ponte internacional Tui-Valença, sobre o rio Minho, que liga Portugal a Espanha, vai fechar ao trânsito em 18 de julho para ser palco de oito concertos comemorativos dos seus 140 anos, anunciou hoje a organização do IKFEM Festival.
Segundo uma nota hoje enviada agência Lusa pela organização do IKFEM Festival Tui-Valença, evento que decorre entre 16 e 19 de julho em Tui, na Galiza, e em Valença a ponte estará cortada ao trânsito no dia 18, entre as 11:00 e as 23:00 (hora portuguesa).
Segundo a organização, este encerramento ao trânsito da ponte internacional Tui-Valença será o momento mais simbólico da edição do festival, sendo que no dia 18 a infraestrutura acolherá a Ponte Criativa e Enogastronómica.
Durante todo o dia, “oito concertos gratuitos, 30 expositores, provas gastronómicas, apresentações e um fórum central transformarão a ligação entre Portugal e Espanha num espaço de encontro cultural”, especifica a organização.
A programação musical “reunirá artistas emergentes dos dois países, entre os quais Maria João Soares, Hal Still Echoes, Monção Brass, Julián Maeso, Sheila Patricia, Best Boy, Señora DJ e La Mmarca, vencedores da primeira edição do Concurso Novas Ondas Sonoras”.
O festival conta com António Zambujo, que vai partilhar palco com a galega Uxía, em Valença, bem como Wöyza e Emmy Curl, que protagonizarão o concerto de abertura, e a cantora Elsa Roldán e o organista David Maceira, que assinalarão os 800 anos da Catedral de Tui, Galiza, num espetáculo criado especialmente para esta celebração.
O encerramento ficará a cargo do pianista madrileno Borja Niso e do seu tributo ao italiano Ludovico Einaudi.
A edição de 2026 do IKFEM “assinala os 140 anos da Ponte Internacional Tui-Valença ao transformar a histórica ligação entre Portugal e Espanha num espaço de concertos, gastronomia, artesanato e criação artística, com oito atuações gratuitas e 30 expositores ao longo de um dia”.
O “festival inclui ainda um concerto comemorativo dos 800 anos da Catedral de Tui e voltará a promover novos talentos portugueses e espanhóis através do Concurso Novas Ondas Sonoras”, acrescenta.
A organização refere que, “num ano marcado pelos 140 anos da Ponte Internacional Tui-Valença e pelos 800 anos da Catedral de Tui, a 14.ª edição do IKFEM reforça a sua vocação de ponte cultural ibérica através de encontros inéditos entre artistas portugueses e galegos, da valorização do património comum e da promoção de novos talentos dos dois lados da fronteira”.
O concerto de abertura terá lugar a 16 de julho, na Alameda de Santo Domingo, em Tui, e juntará Wöyza e emmy Curl num encontro artístico concebido para o festival.
No dia 17 de julho “será a vez de António Zambujo e Uxía subirem ao palco das Cortinas de São Francisco, em Valença do Minho”.
“Um dos maiores representantes da música portuguesa contemporânea encontrará uma das vozes mais importantes da música galega num concerto que simboliza o espírito transfronteiriço do festival. Os dois artistas participarão igualmente na Varanda do IKFEM, na Pousada de Valença”, realça a organização.
O último dia do festival, a 19 de julho, “começará com o concerto comemorativo dos 800 anos da Catedral de Tui. A cantora Elsa Roldán e o organista David Maceira interpretarão repertório proveniente do Arquivo da Catedral, num espetáculo concebido especificamente para esta importante celebração patrimonial”.
O encerramento do IKFEM ficará a cargo do pianista madrileno Borja Niso e do seu tributo a Ludovico Einaudi. “Considerado um dos mais reconhecidos espetáculos dedicados à obra do compositor italiano em Espanha, o concerto contará ainda com a participação da cantora galega Rosa Cedrón, do projeto inclusivo CaixaSon e de um coro infantil formado por crianças dos estabelecimentos de ensino de Tui.”
O conteúdo Festival transfronteiriço vai fechar ponte Valença-Tui durante 12 horas aparece primeiro em O MINHO.