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Il nuovo idolo dei radical chic d'Oltralpe

C'era una volta la gauche di Jean Jaurès, Léon Blum, Georges Marchais e François Mitterrand. Dimenticateveli. Oggi la nuova speranza della sinistra gallica (o almeno di una parte) si chiama Karim Bouamrane, sindaco socialista di Saint-Ouen-sur Seine, un comunello di circa 50mila abitanti alle porte di Parigi.

Da ieri questo musulmano figlio di immigrati marocchini approdato nel 2014, dopo una lunga militanza nel Pcf, nelle file dei socialisti, si è ufficialmente auto candidato alle presidenziali del 2027. Un annuncio previsto poiché da tempo Bouamrane, vero campione di presenzialismo mediatico, sgomita alacremente per ricavarsi un posto al sole. Già all'indomani delle elezioni del 2024, grazie al sostegno dei media amici tra tutti Le Monde, che lo definì il "Barack Obama della Senna", e il New York Times , il suo nome circolò come possibile primo ministro ma Macron preferì scaricarlo. Troppo ingombrante, troppo divisivo.

Già, perché il pirotecnico Karim, benché sia l'idolo dei circoli radical chic, di nemici a sinistra ne ha molti. In primis, gli ultrà gauchisti de la France Insoumise con cui ha ingaggiato un feroce duello culminato nella buffa disfida di "Master Poulet", ovvero l'opposizione all'apertura nel suo comune di un fast food specializzato in polli halal. Per i seguaci di Jean-Luc Mèlechon, il tribuno di Lfi, un simbolo della nuova Francia multietnica, per il sindaco un luogo mefitico di certo sgradito all'elettorato borghese (progressista ma sempre snob) a cui si rivolge apertamente. Sorvolando sui suoi trascorsi giovanili, Bouamrane rifiuta infatti qualsiasi alleanza con l'estrema sinistra e si propone come l'unica alternativa alla deriva massimalista del suo stesso partito. Da qui le furibonde liti con il segretario Olivier Faure e l'aperto disprezzo verso Raphaël Glucksmann, il probabile candidato del Ps. "Lui si scalda ma non esiste. Sono io la candidatura che unisce, l'unica ancorata nel reale, e lo dimostrerò sconfiggendo sia Mèlechon che i lepenisti". Vaste programme, avrebbe commento Charles De Gaulle...

Trump, i fischi le trattative e la promessa: "Vendetta"

Donald Trump vuole uscire al più presto dallo stallo dei negoziati con l'Iran, e torna a manifestare ottimismo per una conclusione a stretto giro di un'intesa che ponga fine alla guerra. "Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo davvero ottimo", sottolinea il presidente Usa di ritorno da New York, dove ha assistito alla Gara 3 delle Finals Nba tra la squadra di casa dei Knicks e i San Antonio Spurs. E sbilanciandosi, parla di un risultato che potrebbe essere raggiunto entro "due o tre giorni". Con la Cnn che ricorda tuttavia come il presidente americano abbia detto almeno 38 volte che l'intesa è vicina.

Il Comandante in Capo è stato sonoramente fischiato dal pubblico del Madison Square Garden, ma lui interpreta la reazione in senso positivo. Mentre veniva eseguito l'inno nazionale, l'immagine di Trump, in piedi e intento a fare il saluto militare nel box del proprietario dei Knicks James Dolan, è apparsa sul maxischermo dell'arena, scatenando una reazione immediata da parte di molti spettatori. "Mi è sembrato che fossero soprattutto applausi: forti ed entusiasti", commenta The Donald quando gli viene chiesto dell'atteggiamento del pubblico. E a chi sostiene che la sua presenza abbia rovinato la festa ai newyorkesi, tra chiusure delle strade, caos, misure di sicurezza rafforzate e cancellazione del "watch party" all'esterno della struttura, risponde il commissario dell'Nba Adam Silver, ricordando che l'inquilino della Casa Bianca è "un vero tifoso dei Knicks". "C'è stato un periodo in cui aveva i posti a bordo campo ed era presente costantemente. Qui è il benvenuto - continua - Ciò che rende questo sport così eccezionale è la sua capacità di unirci".

Intanto è diventato virale online il video del presidente che sembra addormentarsi per qualche secondo durante la partita, scatenando l'ironia della rete (non è la prima volta che Trump viene accusato di appisolarsi durante apparizioni pubbliche, al punto che i democratici lo hanno soprannominato "Commander-in-Sleep"). The Donald, da parte sua, torna a parlare pure del rapporto con il premier israeliano, e alla domanda se Benjamin Netanyahu lo ha sfidato lanciando missili contro l'Iran domenica, risponde: no, perché i missili erano "già in viaggio" quando si sono parlati. "Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa", precisa. Riguardo l'elicottero Apache dell'esercito americano precipitato vicino allo Stretto di Hormuz, invece, prima spiega che i piloti "stanno bene" e "nessuno è rimasto ferito". Poi, torna sull'argomento dicendo di essere "stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliava lo Stretto". "A bordo c'erano due piloti: entrambi sono al sicuro e illesi", assicura: "Ciononostante, gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco". Il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che l'AH-64 Apache è precipitato "vicino alla costa dell'Oman" lunedì sera, ma non attribuisce a Teheran la responsabilità dell'abbattimento, limitandosi ad affermare in una nota che l'incidente è oggetto di indagine. E che i due militari coinvolti sono stati recuperati nel giro di circa due ore dalle forze navali del Centcom e dall'82esima Divisione Aviotrasportata.

L'ultima frontiera di Xi: una fortezza nella Cina occidentale

La Cina di Xi Jinping guarda sempre più a ovest. Xinjiang e Tibet, due province vastissime che occupano quasi un terzo della superficie del Paese, sono infatti al centro di un ambizioso piano di trasformazione economica e infrastrutturale promosso dal governo centrale. Pechino intende ridurre il divario con le aree costiere più sviluppate, sfruttare le immense risorse energetiche e minerarie della regione e rafforzare i collegamenti commerciali verso l’Asia centrale e l’Europa. Nella parte occidentale della gigantesca nazione asiatica, inoltre, ci sono diverse aree strategiche adibite a zone militari al centro dei piani di rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese.

La strategia di Xi

Come ha spiegato nel dettaglio il Financial Times, il progetto portato avanti da Xi rappresenta una delle più grandi campagne di investimento interno avviate dalla leadership cinese negli ultimi anni. Strade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti, dighe, impianti solari e parchi eolici stanno ridisegnando il volto dell’estremo ovest del Paese.

Nello Xinjiang, per esempio, il turismo è diventato uno dei pilastri della locale strategia di crescita. Da queste parti, località montane un tempo isolate attirano milioni di visitatori cinesi, mentre grandi catene alberghiere internazionali continuano ad ampliare la propria presenza. Di pari passo, Pechino punta a trasformare la regione in un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, sfruttando energia a basso costo, materie prime e incentivi per le imprese trasferite dalle province costiere.

Anche il Tibet è coinvolto in questa spinta. Qui il simbolo della nuova stagione è il colossale progetto idroelettrico sul fiume Yarlung Tsangpo, destinato a diventare uno dei più grandi impianti del mondo e a fornire energia alle aree industriali della Cina meridionale. La versione ufficiale delle autorità? Queste opere porteranno prosperità e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a modernizzare territori rimasti a lungo ai margini dello sviluppo nazionale.

A cosa punta la Cina

La trasformazione economica, ha sottolineato ancora lo stesso FT, procede però parallelamente con il rafforzamento dell’apparato di sicurezza e con politiche che continuano a suscitare critiche internazionali. Organizzazioni per i diritti umani denunciano che la sorveglianza capillare in Xinjiang resta operativa, mentre in Tibet cresce la preoccupazione per le misure che favoriscono l’assimilazione culturale e linguistica delle minoranze locali.

Troviamo poi un lato militare. Nel remoto deserto della Cina nord-occidentale sta prendendo forma una delle più imponenti infrastrutture militari costruite da Pechino negli ultimi anni. Attorno ai campi di silos nucleari dello Xinjiang, destinati a ospitare alcuni dei missili balistici intercontinentali più avanzati dell'arsenale del Dragone, sono infatti comparsi decine di nuovi siti operativi, collegamenti stradali, bunker e strutture di supporto.

Le nuove infrastrutture che sorgeranno, dunque, avranno il compito di migliorare non solo i collegamenti commerciali, ma anche la capacità di mobilitazione militare lungo confini delicati come quelli con India, Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Il progetto di Xi Jinping è insomma sempre più chiaro: trasformare l’estremo ovest della Cina in una fortezza economica, energetica e strategica capace di sostenere le ambizioni globali del Paese.

La nave russa, il porto indiano e il traffico di armi: la strana triangolazione che porta in Corea del Nord

Una nave russa sanzionata da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per il suo presunto coinvolgimento nel trasferimento di armamenti nordcoreani (destinati alla guerra in Ucraina) è approdata nei giorni scorsi in India. Il riferimento è alla Maia-1, mercantile già finito sotto la lente delle autorità occidentali per i suoi collegamenti con la rete logistica che avrebbe consentito a Mosca di ricevere materiale militare da Pyongyang. Il suo arrivo nel porto di Kochi, uno dei più importanti snodi navali indiani, aggiunge un nuovo tassello a una vicenda che intreccia Russia, Corea del Nord e India in una triangolazione dai contorni ancora poco chiari. Ecco che cosa sappiamo.

La nave russa e le armi di Kim

Secondo quanto riportato da NK News, la Maia-1 è giunta a Kochi dopo aver percorso quasi 10mila chilometri dal lontano Estremo Oriente russo. La nave faceva parte di un convoglio composto anche dai cargo Angara e Lady R, anch'essi sottoposti a sanzioni internazionali per il loro presunto ruolo nelle spedizioni di armi nordcoreane verso la Russia. Ad accompagnare il gruppo, stando alle informazioni disponibili, vi sarebbero state anche due corvette della Marina russa, la Sovershennyy e la Rezkiy.

La Maia-1 non è una nave qualunque. Negli ultimi anni il suo nome è emerso più volte nelle indagini sui collegamenti marittimi tra la Russia e il porto nordcoreano di Rason, uno dei principali punti di uscita delle forniture militari provenienti dalla Corea del Nord. L'ultima visita nota dell'imbarcazione in quell'area risalirebbe al 2024, prima della sua ricomparsa nei porti dell'Estremo Oriente russo all'inizio di maggio.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è il luogo scelto per l'attracco. Kochi non è soltanto un porto commerciale ma ospita uno dei più importanti comandi navali dell'India e rappresenta un centro strategico per l'addestramento della Marina di Nuova Delhi.

Che cosa sta succedendo

Katsu Furukawa, ex membro del panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare le sanzioni contro la Corea del Nord, ha sostenuto che l'ingresso della Maia-1 potrebbe configurare una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Secondo l'esperto, le norme attualmente in vigore vietano infatti l'accesso ai porti delle imbarcazioni coinvolte nella violazione del regime sanzionatorio imposto a Pyongyang.

Ricordiamo che Russia e India hanno rafforzato negli ultimi anni la cooperazione militare e logistica, anche attraverso l'accordo RELOS, entrato in vigore nel gennaio 2026. Questo quadro potrebbe aver facilitato l'approdo della nave russa, sebbene le autorità indiane non abbiano fornito spiegazioni ufficiali sullo scopo della visita.

Resta da capire qual è la destinazione finale del convoglio. Mentre la Maia-1 continua a trasmettere la propria posizione da Kochi, le altre navi del gruppo hanno spento i transponder o navigano lungo la costa occidentale dell'India senza una meta dichiarata. Si tratta di un dettaglio non da poco che alimenta interrogativi e sospetti su una rete marittima che, partendo dalla Russia e passando per l'India, continua a riportare l'attenzione internazionale sulla Corea del Nord e sui suoi traffici militari.

"Allarme Ghost Kitchens": cos'è lo scandalo che scuote la Cina

In Cina è esploso lo scandalo delle “Ghost Kitchens”. I riflettori sono puntati sul settore delle consegne di cibo, diventato negli ultimi anni uno dei più competitivi e opachi del mercato digitale. Con il termine sopra citato, infatti, vengono indicati i ristoranti che esistono solo sulle app, privi di una reale presenza fisica verificabile, ma in grado di generare migliaia di ordini grazie a reti di subfornitura e cucine terze. Il sistema consente di abbattere i costi, moltiplicare le inserzioni online e spingere la concorrenza su prezzi sempre più bassi, spesso a scapito della trasparenza verso i consumatori e delle condizioni di sicurezza alimentare.

La stretta delle autorità cinesi

Tutto ciò ha fatto arrabbiare le autorità cinesi. Il dossier è letteralmente esploso dopo una serie di indagini avviate in seguito a segnalazioni dei consumatori e controlli incrociati sulle piattaforme di delivery. Un episodio chiave riguarda un cliente di Pechino che aveva ordinato una torta decorata con fiori non commestibili, scoprendo poi che il venditore dichiarava centinaia di punti vendita senza possederne alcuno.

Secondo quanto riportato dalla BBC, molte di queste attività operavano attraverso licenze falsificate e una catena di subappalti che trasferisce gli ordini al miglior offerente, senza alcun controllo reale sulla qualità.

Le autorità hanno poi ampliato le verifiche, individuando migliaia di ristoranti fantasma e milioni di ordini gestiti da piattaforme intermediarie, mentre le app di consegna, spinte dalla concorrenza, avrebbero allentato i controlli per non perdere esercenti.

Le conseguenze dello scandalo hanno spinto la Cina a rafforzare in modo significativo la regolamentazione del settore, imponendo alle principali piattaforme di delivery nuovi obblighi di verifica delle licenze, degli indirizzi e dell’effettiva esistenza dei ristoranti registrati sulle app.

Un problema non da poco

Le autorità hanno introdotto ispezioni a campione e controlli incrociati, oltre a sanzioni miliardarie per le società che non rispettano le regole. In parallelo, alcune città hanno avviato sistemi di “cucine trasparenti”, con telecamere e dirette streaming per consentire ai consumatori di osservare in tempo reale la preparazione dei cibi, mentre si sperimenta l’uso dell’intelligenza artificiale per individuare anomalie nei profili dei venditori.

Anche i fattorini sono ormai coinvolti nel sistema di vigilanza, con incentivi economici per chi segnala attività sospette. Il settore, tuttavia, resta estremamente competitivo, alimentato da una domanda elevata e da una guerra dei prezzi che continua a mettere sotto pressione piattaforme, ristoratori e lavoratori. Secondo i dati ufficiali, il numero di utenti dei servizi di consegna ha superato quota 600 milioni, rendendo il controllo del fenomeno ancora più complesso per i regolatori.

Lo scorso aprile le autorità hanno inflitto multe complessive per oltre 3,6 miliardi di yuan a diverse piattaforme tra cui Meituan, JD.com e Pinduoduo, segnando una delle sanzioni più pesanti degli ultimi anni nel settore del commercio online, mentre le aziende hanno promesso di rafforzare i sistemi di verifica e collaborazione con le autorità per ridurre il fenomeno dei ristoranti fantasma e ripristinare la fiducia dei consumatori nel mercato delle consegne digitali.

Le nuove misure prevedono inoltre l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per incrociare dati tra ordini, licenze e indirizzi, nel tentativo di ridurre le frodi e migliorare la tracciabilità dell’intera filiera alimentare urbana con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e trasparenza per i consumatori nelle principali città d’oltre Muraglia.

Ruggito di Leone contro Sánchez: "La vita va difesa"

La carezza del primo giorno su pace e multilateralismo ieri si è trasformata in un pugno su aborto e eutanasia. L'atteso discorso pronunciato da Leone XIV davanti al Parlamento spagnolo si candida a diventare il più ratzingeriano di tutto il pontificato. E Pedro Sánchez, liquidato in soli venti minuti nel colloquio precedente in nunziatura apostolica, si è ritrovato ad "incassare" i colpi del Papa battendo le mani dal suo posto nell'aula del Palazzo delle Corti.

Nel suo discorso, boicottato soltanto dai parlamentari del Blocco Nazionalista Galiziano e di Podemos, Prevost ha evocato la vocazione storica della Spagna a "guardare all'essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell'ordine sociale, economico o politico" e dunque come "qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l'azione legislativa". Citando l'intervento di Benedetto XVI al Reichstag, il Papa ha detto che "la dignità inviolabile della persona umana precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento". Devono essere fischiate le orecchie di Sánchez e della sua maggioranza di sinistra che ha proposto di inserire il diritto di aborto in Costituzione e di rendere più facile il ricorso all'eutanasia. Le parole del Papa sono state chiare. "Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell'ombra il bambino non ancora nato, l'anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?", si è chiesto aggiungendo che "la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà". Per Leone "ogni vita umana dev'essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto" e se "questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona".

Nonostante i sette minuti di applausi finali di tutto l'emiciclo, il governo socialista non è riuscito a nascondere del tutto l'imbarazzo. Il ministro Felix Bolanos ha potuto sottolineare soltanto come su difesa della pace e migrazioni ci fosse convergenza tra le parole del Papa e le posizioni dell'esecutivo. C'è da dire che anche sulla questione migratoria Leone non si è limitato a predicare accoglienza ed ha chiesto di affrontare "le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi" lamentando che "nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata". Il Papa ha parlato apertamente del ruolo di "trafficanti e contrabbandieri" ed ha chiesto di " offrire vie sicure e legali e reali possibilità di integrazione" ma di "promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra". La giornata di ieri è stata importante anche sul fronte della lotta contro gli abusi nella Chiesa. Dossier discusso con i vescovi spagnoli a cui ha chiesto un impegno "sempre più deciso" nella prevenzione e poi nell'incontro privato con un gruppo di vittime. A pranzo con i vescovi nella sede della Conferenza episcopale, Leone è tornato sul tema centrale della "Magnifica Humanitas". Nel momento conviviale ha raccontato divertito di aver chiesto all'intelligenza artificiale cosa avrebbe dovuto dire il Papa per quell'occasione. L'IA ha esordito con un poco rassicurante "Papa Francesco direbbe" ed è stata interrotta da Leone che le ha ricordato come ora "ci sia un altro Papa". Un aneddoto che ha fatto sorridere e riflettere i presenti.

La tappa madrilena si è conclusa con la visita alla cattedrale dell'Almudena e l'abbraccio con la comunità diocesana al Santiago Bernabéu.

“Amicizia eterna”: Xi incontra Kim a Pyongyang e rilancia i rapporti Cina-Corea del Nord

Xi Jinping è atterrato in Corea del Nord nel suo primo viaggio nel Paese dal 2019. Erano sette anni che il leader cinese non metteva piede a Pyongyang. Da quell'ultima volta sono cambiate tantissime cose, a partire dal nuovo aplomb internazionale di Kim Jong Un rilanciato dalla partnership con la Russia di Vladimir Putin, e dalla maggiore vicinanza nordcoreana a Mosca che non a Pechino. Eppure, come ha scritto Xi in un messaggio pubblicato dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori nordcoreano, l'amicizia tra Cina e Corea del Nord è e rimarrà "invincibile". I dossier affrontati dai due presidenti, sullo sfondo di un'accoglienza solenne, riguardano la cooperazione economica e politica, nonché il ruolo del Dragone nella penisola coreana.

Xi vola da Kim

Ad accogliere Xi e la consorte, Peng Liyuan, all’aeroporto internazionale di Pyongyang erano presenti Kim e sua moglie, Ri Sol Ju. Dallo scalo, la delegazione si è diretta verso Piazza Kim Il Sung, nel cuore della capitale nordcoreana, dove si è svolta la cerimonia ufficiale di benvenuto. Successivamente, Xi e Peng sono stati accompagnati alla residenza di Stato di Kumsusan, che li ospita durante la visita. Al seguito del presidente cinese figuravano anche il suo più stretto collaboratore, Cai Qi, e il ministro degli Esteri Wang Yi.

Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un tappeto rosso steso sulla pista dell'aeroporto, affiancato da una guardia d'onore schierata per l'occasione. Ad attendere la delegazione di Xi c'erano anche dei bambini nordcoreani con dei fiori, pronti a consegnare i tradizionali mazzi di benvenuto. Le strade di Pyongyang sono state addobbate con le bandiere nazionali dei due Paesi e con striscioni recanti slogan come “Lunga vita all'indissolubile amicizia tra la Rpdc (Corea del Nord ndr) e la Cina”.

Xi ha fatto sapere che l'amicizia nata in battaglia, "forgiata nel sangue", e il legame fraterno di fiducia reciproca tra le due nazioni hanno resistito alla prova del tempo e al mutare del panorama internazionale. Il leader cinese si è dunque impegnato ad approfondire la comunicazione strategica e a interagire frequentemente "come tra parenti", anche tra partiti, governi ed eserciti. "Partendo da un nuovo punto di svolta storico, la Cina è disposta a collaborare con la Rpdc per portare le relazioni bilaterali a un livello strategico e promuoverne un maggiore sviluppo, in linea con i tempi", ha sottolineato Xi.

Xi Jinping touched down in Pyongyang, North Korea, today for a 2-day state visit.

Kim rolled out every flag he had for this one.

Writer: Juliepic.twitter.com/FCWd0XrwT9 https://t.co/ODLU7CLdON

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 8, 2026

“Sostegno incrollabile”

Xi ha effettuato il suo primo viaggio all'estero del 2026 promettendo che la "tradizionale amicizia" tra Cina e Corea del Nord non cambierà. "Il sostegno incrollabile alla causa socialista della Rpdc guidata dal compagno Segretario Generale Kim Jong-un non cambierà; e la ferma determinazione a salvaguardare gli interessi comuni e il contesto strategico favorevole sia della Cina che della Rpdc non cambierà", ha affermato ancora Xi in un lessico istituzionale, auspicando scambi più intensi a tutti i livelli in settori quali la politica estera, le forze dell'ordine e le forze armate.

"Un leader cinese non visita la Corea del Nord solo perché è una visita di dovere. Il viaggio di Xi avrà implicazioni concrete per le relazioni tra Cina e Rpdc", ha spiegato Leif-Eric Easley, professore all'Università femminile Ewha di Seoul, al Washington Post.

La sensazione è che Xi cercherà di dimostrare al mondo intero (Usa in primis) la presa della Cina sulla penisola coreana e il suo ruolo di leadership in tutta l'Asia nord-orientale nell'era della competizione strategica con gli Stati Uniti. Un eventuale ripristino di un'influenza cinese esclusiva sulla Corea del Nord darebbe a Xi un vantaggio nei rapporti con Donald Trump, il quale ha ripetutamente espresso il desiderio di riavviare i negoziati diplomatici con il leader nordcoreano.

L'Armenia sceglie (ancora) l'Europa

Il Caucaso meridionale non è più il cortile di casa della Russia. Gli exit poll stanno per essere confermati dai risultati ufficiali, e le elezioni parlamentari armene segnano molto più della vittoria di Nikol Pashinyan: rappresentano la certificazione di un cambiamento geopolitico che da anni si sta consumando nel cuore dell'ex spazio sovietico. Il premier armeno, leader del partito Contratto Civico, si avvia infatti a ottenere un nuovo mandato e, soprattutto, a consolidare la linea di progressivo avvicinamento all'Europa e all'Occidente, sconfiggendo le forze che puntavano a preservare la collocazione filorussa del Paese.

Le rilevazioni diffuse dal ministero degli Interni attribuiscono a Contratto Civico il 55 per cento dei voti, contro il 17,5 della formazione Armenia Forte guidata dal magnate russo-armeno Samvel Karapetyan. Al di là delle percentuali definitive, che saranno note stamattina, il dato politico appare chiaro: la maggioranza degli elettori (ha votato il 58,97 per cento degli aventi diritto, il 10 in più della precedente tornata) ha scelto di confermare l'uomo che, dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018, ha avviato il più radicale riposizionamento strategico dell'Armenia dalla fine dell'Unione Sovietica. La posta in gioco andava ben oltre la semplice alternanza di governo. Per la prima volta dopo la traumatica sconfitta del 2023 e la definitiva perdita del Nagorno Karabakh, gli armeni erano chiamati a pronunciarsi indirettamente sulla direzione futura del Paese: continuare il lento ma costante sganciamento dall'orbita russa oppure tornare a cercare protezione sotto l'ombrello del Cremlino. La risposta delle urne sembra indicare che il trauma del Karabakh abbia accelerato, anziché frenato, la trasformazione politica del Paese. Per decenni la sicurezza armena è stata fondata sull'alleanza strategica con Mosca. Tuttavia, durante le crisi che hanno portato alla riconquista azera del Karabakh, la Russia è apparsa come un alleato sempre meno affidabile. Impegnato nella guerra in Ucraina e interessato a preservare i rapporti con Baku e Ankara, il Cremlino non è intervenuto in modo significativo a sostegno di Erevan. E l'opinione pubblica armena ha iniziato a mettere in discussione un paradigma geopolitico considerato intoccabile per oltre tre decenni.

È su questa linea che Pashinyan ha costruito la sua strategia: avvicinarsi progressivamente a Ue e Stati Uniti senza rompere con Mosca. Una vittoria ampia potrebbe ora consentirgli di affrontare il nodo decisivo della riforma costituzionale. Con una maggioranza qualificata vicina ai due terzi dei seggi, il governo avrebbe infatti la forza per modificare alcuni articoli contestati dall'Azerbaigian e aprire la strada a un referendum, passaggio considerato essenziale da Baku per arrivare a un accordo di pace definitivo.

Intanto il messaggio che in queste ore sta arrivando da Mosca è chiaro: l'integrazione europea non viene più considerata una semplice scelta economica, bensì un allineamento politico e strategico ostile agli interessi russi. Le dichiarazioni del vicepremier Alexei Overchuk, che ha invitato gli armeni a "riflettere sulle conseguenze" di un eventuale avvicinamento all'Unione Europea, confermano quanto il Cremlino percepisca il dossier armeno come parte della più ampia competizione con l'Occidente.

In Armenia confermata la vittoria del partito del premier Pashinyan

Il partito Contratto Civico del premier Nikol Pashinyan, che propugna un avvicinamento alla Ue, ha vinto le elezioni parlamentari in Armenia, sconfiggendo le opposizioni favorevoli a mantenere i tradizionali buoni rapporti con la Russia.

La Commissione elettorale centrale ha confermato la vittoria del partito di governo: con tutti i voti scrutinati, Contratto Civico ha ottenuto il 49,81% delle preferenze, secondo quanto riferisce l’agenzia russa Interfax. Molto distanziati i due principali partiti dell’opposizione: Armenia Forte, la formazione del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è fermata al 23,29%, mentre l’Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan ha ottenuto il 9,94%.

Il risultato rafforza la linea del governo di Erevan, orientata a un progressivo avvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti, pur senza rompere apertamente con Mosca.

La posta in gioco per Pashinyan

La portata della vittoria per Pashinyan è di fondamentale importanza. Solo aggiudicandosi i due terzi dei seggi parlamentari, infatti, il premier sarà sicuro di fare approvare la riforma di alcuni articoli della Costituzione che l’Azerbaigian richiede per concludere un accordo di pace, abbozzato lo scorso anno durante un vertice alla Casa Bianca patrocinato da Donald Trump.

Erano queste infatti le prime elezioni in Armenia dopo la cocente sconfitta militare subita tre anni fa a opera delle truppe di Baku e la conseguente perdita dell’enclave del Nagorno Karabakh.

Recandosi al seggio a votare, Pashinyan ha fatto capire di volere continuare sulla strada verso l’Unione europea, ma evitando strappi pericolosi con la Russia. A Vladimir Putin, secondo il quale Erevan dovrebbe chiedere attraverso un referendum il parere dei cittadini sull’eventuale ingresso nella Ue, il premier ha risposto che per ora il problema non si pone, perché l’Armenia non è ancora pronta per ottenere lo status di Paese candidato.

Ma ciò non significa che Erevan rinuncerà al suo obiettivo: “Dobbiamo portare avanti riforme, e continueremo con calma sul cammino delle riforme”, ha dichiarato Pashinyan.

Il rapporto con Mosca e le pressioni russe

Le autorità di Erevan insistono comunque nel dire che il processo di avvicinamento in corso con l’Occidente non esclude la cooperazione con il blocco di Paesi a trazione russa riuniti nell’Unione economica euroasiatica: Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Armenia.

Il governo di Erevan cerca dunque di non aggravare le tensioni con Mosca, dopo un recente monito di Putin. Riferendosi al conflitto russo-ucraino, il leader del Cremlino ha sottolineato che “tutto è cominciato” con “l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella Ue”.

Pashinyan ha cercato di rassicurare gli armeni. I rapporti con Mosca “sono basati sul rispetto reciproco” e le relazioni con Putin “sono molto strette”, ha assicurato il primo ministro, al quale il presidente russo ha telefonato questa settimana per fargli gli auguri di buon compleanno.

Ma Mosca non rinuncia a fare pressioni su Erevan. In un’intervista alla televisione, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha fatto sapere che il suo governo ha più volte detto all’Armenia, in colloqui “a porte chiuse”, dei pericoli che comporta entrare nella Ue, considerata da Mosca “non più un’organizzazione per l’integrazione economica”, ma un’unione “militare-politica” che “annuncia apertamente la sua ostilità” verso la Russia.

Gli armeni, dunque, dovrebbero “pensare a quello che stanno facendo”. La consultazione, che ha visto un’affluenza del 59%, dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni del 2021, sembra essersi svolta tutto sommato nella calma. Fa eccezione una denuncia di Karapetyan, secondo il quale un centinaio di sostenitori di Armenia Forte sono stati arrestati tra sabato e domenica.

Sabato media statali avevano anche riferito degli arresti di sei candidati del partito dell’opposizione filorussa, senza fornire dettagli sulle accuse.

“Queste non sono le vostre acque”: la Cina lancia un’operazione speciale verso Taiwan

La Cina ha annunciato una “operazione speciale di controllo del traffico marittimo” nelle acque a est di Taiwan. L’iniziativa non è affatto casuale. Al contrario, è arrivata in un momento di crescente tensione regionale e rappresenta una risposta diretta all’avvicinamento tra Giappone e Filippine sul dossier delle delimitazioni marittime. Secondo Pechino, l’operazione serve a esercitare la propria “giurisdizione amministrativa marittima” e a tutelare gli interessi nazionali.

L’operazione speciale della Cina

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la decisione di Pechino segue l’annuncio con cui Giappone e Filippine hanno concordato l’avvio di negoziati per definire i confini marittimi nelle acque a est di Taiwan e rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza. Per Pechino si tratta di una mossa inaccettabile, perché coinvolge una zona che la Repubblica Popolare considera parte della propria sfera di interesse e che si sovrappone alle sue rivendicazioni sulle zone economiche esclusive.

L’agenzia cinese Xinhua ha definito i colloqui tra Tokyo e Manila una violazione della sovranità e dei diritti marittimi cinesi. La risposta non si è fatta attendere: già il primo giugno la Guardia Costiera cinese aveva avviato pattugliamenti sempre a est di Taiwan, mentre l’operazione annunciata nelle ultime ore coinvolge diverse autorità marittime provenienti dalle province del Fujian, del Guangdong e dall’area del Mar Cinese Orientale.

In tutto questo Pechino osserva con preoccupazione il consolidamento dei rapporti tra i suoi vicini e gli alleati degli Stati Uniti. La premier giapponese Sanae Takaichi e il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. hanno recentemente ribadito l’impegno comune per rafforzare la sicurezza marittima, alimentando i timori di Pechino di un contenimento coordinato della propria influenza nella regione.

NEW | China has announced a "maritime law enforcement operation" east of Taiwan.

For anyone tracking it, the real question is whether it shows up on AIS at all, and with these units the honest answer is usually not much.

That gap is the point. PRC coast guard and… pic.twitter.com/4difUH6klY

— GeoInsider (@InsiderGeo) June 6, 2026

La risposta di Taiwan

La reazione di Taiwan non si è fatta attendere. Come ha scritto Deutsche Welle, la Guardia Costiera taiwanese ha schierato diverse unità navali dopo aver rilevato la partenza di quattro navi governative cinesi dal porto di Xiamen.

Taipei sostiene che le imbarcazioni abbiano operato fuori dalle proprie acque ristrette, ma considera l’iniziativa una provocazione volta a creare l’impressione di una giurisdizione cinese sulle aree orientali dell’isola. In un messaggio pubblicato sui social, il segretario generale del Consiglio di Sicurezza Nazionale taiwanese, Joseph Wu, ha mostrato le comunicazioni radio rivolte alle navi cinesi: “Queste non sono le vostre acque”.

La nuova operazione del Dragone si inserisce insomma in una strategia più ampia con cui la Cina cerca di rafforzare sul campo le proprie rivendicazioni marittime e territoriali, aumentandola pressione su Taiwan e inviando un segnale politico a Giappone e Filippine.

“Compra atolli disabitati”: il mistero della mossa cinese sulle 13mila isole del Pacifico

I riflettori sono puntati su decine di migliaia di isole disabitate situate nel Pacifico. In Giappone il governo ha annunciato una vasta indagine sulla proprietà di oltre 13 mila isole senza residenti, molte delle quali si trovano in aree considerate sensibili per la sicurezza nazionale. La decisione è arrivata dopo anni di discussioni sugli acquisti di terreni da parte di cittadini stranieri e sulla necessità di conoscere con precisione chi controlla porzioni di territorio che, pur essendo spesso minuscole e isolate, possono avere un peso rilevante nella definizione delle acque territoriali e delle zone economiche esclusive.

L’ombra cinese sulle isole giapponesi disabitate

Per Tokyo non si tratta soltanto di una questione amministrativa: la gestione di queste isole è sempre più legata agli equilibri strategici dell'Asia-Pacifico. Lo ha spiegato nel dettaglio RFI, secondo cui le autorità giapponesi ritengono necessario rafforzare il controllo su questi territori remoti anche alla luce del deterioramento del quadro di sicurezza regionale.

Negli ultimi anni hanno attirato attenzione diversi casi di acquisto di terreni insulari da parte di cittadini cinesi, amplificati da social network e media locali. Alcune vicende hanno riguardato aree di Okinawa e altre zone costiere considerate particolarmente delicate. Il governo intende ora verificare la situazione proprietaria di oltre 13.400 isole disabitate, molte delle quali risultano scarsamente monitorate.

Il censimento servirà a individuare eventuali terreni con proprietari sconosciuti, irreperibili o difficili da identificare, aprendo anche alla possibilità di trasferire allo Stato alcune proprietà prive di una titolarità chiara. Il tema assume una rilevanza particolare anche perché molte di queste isole contribuiscono a definire il perimetro delle acque territoriali e dell'area economica esclusiva del Giappone. In passato Tokyo aveva già proceduto alla nazionalizzazione di alcune isole considerate strategiche per la tutela dei confini marittimi, ma mai aveva avviato una verifica così estesa dell'intero patrimonio insulare.

La mossa di Tokyo

L'attenzione verso gli investimenti cinesi non significa necessariamente che esista un piano coordinato per acquisire sistematicamente le isole del Pacifico. Tuttavia, numerosi osservatori internazionali sottolineano come il controllo di piccoli territori possa offrire vantaggi significativi.

Un'isola remota, infatti, può rappresentare un punto di osservazione privilegiato, facilitare attività logistiche, influenzare lo sfruttamento delle risorse marine o rafforzare la presenza di un Paese in aree contese. E, in un contesto segnato dalla crescente competizione tra Cina, Giappone e Stati Uniti, anche territori apparentemente marginali assumono quindi un valore strategico.

Per questa ragione, dunque, Tokyo sta valutando strumenti più rigorosi per monitorare gli investimenti stranieri nelle aree sensibili e per evitare che zone scarsamente abitate possano diventare vulnerabili a interessi esterni. Le tensioni tra Giappone e Cina continuano a crescere. E adesso coinvolgono anche le isole disabitate.

Hegseth in Normandia (con moglie e figli) striglia gli amici europei

Dalle spiagge in cui iniziò la riscossa dell’Europa contro lo spettro nazista alle spiagge in cui la stessa Europa rischia oggi di naufragare. È un sillogismo piuttosto spericolato quello che il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, ha confezionato per il suo discorso a Colleville-sur-Mer, in Normandia, dove ieri ha partecipato alle celebrazioni per lo Sbarco che il 6 giugno 1944 dette il via all’offensiva angloamericana nell’Europa continentale quasi completamente sotto il tallone tedesco. «Oggi - dice Hegseth - diverse spiagge europee sono prese d’assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini». L’immigrazione come il nazismo? Il 2026 come cancellazione dello spirito del 1944? Non è chiaro cosa passi per la testa del «ministro» trumpiano. Quello che è chiaro è il suo appello all’Europa per sollecitarne il risveglio: «Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?».
Vicino alla ministra della Difesa francese Catherine Vautrin, Hegseth si è guardato bene dal fare qualsiasi riferimento ai conflitti in corso in Iran, Ucraina o altre regioni del mondo, che visto l’anniversario storico sarebbe stato certamente più opportuno, rispetto al richiamo all’immigrazione clandestina, tema caldo sì, ma del tutto fuori contesto. Sarebbe stato ben più difficile per lui richiamare un’altra Omaha Beach, un’altra Operazione Overlord che al momento non si intravede per risolvere i confitti attuali.
Hegseth ha preferito prendersela con gli alleati europei, decisamente deludenti a suo dire: «L’America deve mostrare la via, e noi lo faremo. Ma i nostri alleati devono stare con noi, al nostro fianco». Un invito ai 27 a riarmarsi e pure in fretta, anche perché «l’unica garanzia della pace è la forza». E ancora: «Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un’alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati». Infine: «I veri alleati fanno cose vere, accettano perdite vere per una causa comune per la quale vale la pena combattere e morire».
L’appuntamento in Normandia cade nel contesto del riassetto delle truppe Usa in Europa, in vista del vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara, in Turchia. Venerdì sera Hegseth aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia internazionale di commemorazione del pomeriggio di ieri a Langrune-sur-Mer, preferendo salutare a Colleville i 9.387 militari americani morti 82 anni fa.
Nel Nord della Francia il capo del Pentagono si è presentato con la moglie e i sei figli, ciò che ha provocato aspre polemiche negli States. Lo staff di Hegseth ha fatto sapere che le spese di viaggio dei familiari saranno interamente a suo carico, ma non è chiaro se questo esborso riguarderà anche i costi aggiuntivi per garantire la sicurezza ai suoi familiari in un momento di rischi aumentati a causa del conflitto con l’Iran. «Il segretario Hegseth segue tutte le regole etiche, regolamenti e linee guida alla lettera», che parla di «standard rigorosi per assicurare che i soldi dei contribuenti siano protetti mentre gli alti funzionari svolgono i loro compiti ufficiali».

Le vite senza valore nelle guerre infinite

Le guerre sono tutte brutte, drammatiche. Ma quelle a cui stiamo assistendo ora, attoniti, si ispirano alle pagine più nere della Storia dell'umanità. Si ha la sensazione che i responsabili ignorino i costi in vite umane e i danni alla popolazione civile. È come se avessimo superato il punto di non ritorno, ci fossimo assuefatti alle tragedie quotidiane che vediamo in tv o di cui leggiamo sui giornali: l'indifferenza nei confronti del male. Altrimenti come potremmo spiegare le parole di Vladimir Putin a San Pietroburgo: nella sua logica il conflitto potrebbe anche non aver fine, potrebbe durare all'infinito, lo spreco di vite è rimosso, più di un milione di morti hanno lo stesso effetto di un centinaio, quello che conta è solo quella manciata di chilometri quadrati del Donbass che manca all'appello. Senza quelli nella mente dello Zar la guerra potrebbe durare in eterno.

Anche Benjamin Netanyahu ha fatto un salto di qualità. Sicuramente l'efferatezza dei crimini del 7 ottobre ha cambiato, ed è comprensibile, la mentalità del governo di Tel Aviv. La teoria sulla «gestione del conflitto» con il mondo arabo di Netanyahu secondo i suoi detrattori si è trasformata in una sorta di filosofia della «guerra permanente». Vero o falso che sia se sommiamo i morti di Gaza, con quelli di Teheran e ora con quelli di Beirut sfioriamo la cifra di centomila. E non c'è ancora un segnale concreto che il conflitto si fermi: la tela che Donald Trump tesse di giorno, il primo ministro israeliano la disfa di notte. E pensare che l'esercito israeliano era famoso per la sua guerra lampo, quella con cui in sei giorni nel giugno del 1967 distrusse la Lega Araba. Altri tempi: all'epoca l'obiettivo era annientare un esercito, ora un popolo.

Non parliamo poi dell'Iran, un Paese in cui negli ultimi venti anni sono state eseguite più di ventimila condanne a morte e negli 8 anni di guerra con l'Iraq di Saddam sono stati sacrificate un milione di persone. È il particolare che non ha calcolato Trump: quando si tratta di guerre condotte da autocrazie, teocrazie o che abbiano in un modo o nell'altro uno sfondo religioso la vita conta poco. L'importanza che si dà al numero dei morti è relativa rispetto

al perseguimento dell'obiettivo. Si tratti di territori, di supremazia o di fede. E la durata del conflitto è ancor più insignificante. La guerra rischia di non avere un inizio e una fine ma di diventare «cronica». Non siamo alla guerra dei cento anni che insanguinò secoli fa il Vecchio Continente, ma abbiamo già superato il primo e il secondo conflitto mondiale.

Per alcuni versi sul piano umano sono anche peggio: perché di quelle guerre i nostri antenati avevano sentori lontani, mentre noi ora le guardiamo in diretta. E visto che non possiamo fermarle rischiamo di abituarci. In più ci rendiamo drammaticamente conto che le vite contano più in Europa o in America, cioè nelle vecchie democrazie che in altre parti del mondo. Da noi il bilancio dei morti fa ancora fermare una guerra: il Congresso americano sta insorgendo contro Trump. Non siamo ancora rassegnati e vale la pena di difendere e tenerci stretti questi valori.

Il capo degli 007 tedeschi: "Islamisti infiltrati nelle istituzioni"

Le infiltrazioni islamiste in politica sono una minaccia concreta e incombente. Anche la Germania si sveglia ed è il capo dell'intelligence a dare la scossa, direttamente al Bundestag, il parlamento federale.

A rivelarlo, un articolo esclusivo della Bild, il tabloid più letto dai tedeschi, che ha raccontato i dettagli di un incontro a porte chiuse, e con un ristretto numero di partecipanti, nel corso del quale il presidente di questo apparato, Sinan Selen ha messo in guardia gli interlocutori sulla penetrazione dei Fratelli musulmani nelle istituzioni.

I membri della Confraternita islamista, secondo quando rivelato, cercano di infiltrarsi nei partiti per trasformare lo Stato e la società, con una strategia paziente e a lungo termine. "Il capo dell'intelligence interna - si legge nel titolo - mette in guardia contro l'infiltrazione di islamisti". Di "colazione al Bundestag a porte chiuse" parla Bild: "Solo a pochi ospiti selezionati - dice - è stato permesso di ascoltare l'avvertimento al Bundestag: le organizzazioni islamiste vogliono infiltrarsi nelle istituzioni tedesche per influenzare la politica. Secondo le informazioni ottenute da Bild, Sinan Selen, presidente dell'Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), ha lanciato questo avvertimento". "I presenti sono rimasti sorpresi dalla franchezza di Selen e ciò che Bild ha appreso sul discorso del capo del BfV è estremamente preoccupante".

Sinan Selen, 54 anni, dal 2025 è presidente dell'Ufficio federale di protezione della Costituzione, servizio di intelligence interno tedesco, che tre le altre cose monitora le organizzazioni capaci di minacciare la costituzione liberaldemocratica.

L'allarme sui rischi corsi dalla democrazia tedesca, molto simile a quello già lanciato con grande enfasi anche in Francia (dove una commissione d'inchiesta sul fenomeno si è formata di recente) sottolineano la particolare esposizione di organizzazioni sociali e partiti della sinistra.

Queste rivelazioni su una strategia tesa a modificare i processi decisionali politici hanno comprensibilmente suscitato notevole apprensione anche nel mondo ebraico. Sul Jüdische Allgemeine - la più importante rivista di cultura ebraica in Germania - si legge che, secondo quanto riportato dalla "Bild" sulle trame dei Fratelli musulmani, "non si tratta di azioni a breve termine, bensì di strategie a lungo termine volte a modificare gradualmente i processi decisionali sociali e politici". "Sebbene queste organizzazioni non ricorrano alla violenza aperta - si legge - perseguono costantemente i loro obiettivi attraverso contatti politici, influenza sociale e lo sviluppo di solide relazioni all'interno delle istituzioni. "L'avvertimento afferma che questi gruppi operano formalmente entro i limiti della legge, ma solo finché la legge non è in contraddizione con le loro convinzioni religiose e politiche. "L'obiettivo finale - questa l'analisi - è un ordine sociale basato su norme islamiste". E "secondo il rapporto di Bild, gli ambienti della sicurezza vedono un pericolo particolare nel fatto che tali reti vengano sottovalutate a causa di una scarsa consapevolezza o di un malinteso senso di tolleranza".

Droni su San Pietroburgo. "Sono le nostre sanzioni"

Nella sua lettera a Putin, Zelensky lo aveva detto chiaramente: "Incontriamoci faccia a faccia, finiamo la guerra. Altrimenti ti abbiamo già dimostrato quanto e come possiamo colpire". E all'ennesimo rifiuto dello Zar, quanto detto dal leader ucraino è diventato realtà. Ottantasei droni sono stati lanciati contro San Pietroburgo, una decina su Mosca e alcuni su Krasnodar, dove un deposito di carburante brucia senza sosta da ore. L'attacco sulle principali città russe non ha causato conseguenze gravissime, alcuni danni e qualche persona ferita, ma è una risposta forte, oltre che un affronto, all'intransigenza di Putin. "Esorto i residenti di San Pietroburgo a rimanere a casa e a non uscire", è stato costretto a dire il governatore della città, al secondo attacco in pochi giorni dopo che mercoledì, giorno del via del Forum Economico Internazionale, erano stati colpiti un impianto petrolifero e una postazione militare.

"È arrivato il momento di porre fine a questa guerra. Ma il capo della Russia vuole continuare a combattere. Ecco perché le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando", ha detto Zelensky. "La scorsa notte, i nostri droni hanno percorso circa 1.000 chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, verso gli arsenali della marina nemica e una base a Kronstadt. I nostri attacchi a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione del Krasnodar, colpendo un deposito di petrolio", ha spiegato, aggiungendo ancora una volta che "la Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi alla vita. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l'Ucraina riceverà una adeguata risposta". Se non vuoi la pace, preparati alla guerra in casa tua, in sintesi, il messaggio di Kiev a Putin che continua con i suoi attacchi su obiettivi civili ucraini (anche ieri 12 le vittime) e sembra, almeno ufficialmente, voler chiudere a ogni negoziato.

"La Russia non intende rinunciare agli obbiettivi dichiarati all'inizio dell'operazione militare speciale", ha ribadito il portavoce del Cremlino Peskov, tornando poi a parlare di un dialogo impossibile per Mosca, dato che al momento la realtà del campo è sfavorevole e il Cremlino non ha intenzione di trattare in queste posizioni, nonostante oltre quattro anni di conflitto che hanno fatto implodere l'economia e crescere il malcontento interno. "Ci vogliono due persone per ballare il tango, ma gli Stati Uniti non sono ancora disposti a questo - ha detto - quando gli americani saranno pronti per un autentico ripristino delle relazioni, risponderemo di conseguenza". Ma al momento, dopo mesi di attivismo, Trump ha risposto picche. Prima l'elogio dell'ipotesi di dialogo e poi, dopo il rifiuto di Putin, la presa di distanza. "Lasciamo che se la sbrighino tra loro", ha detto il tycoon che, di fatto, ha messo lo Zar spalle al muro. Perché se anche uno dei falchi più vicini allo Zar, il politologo Vasily Kashin, spiega che la situazione del conflitto è in stallo e che gli obiettivi della Russia sono ormai irraggiungibili, significa che anche all'interno del "cerchio magico" dello Zar, qualcosa si sta muovendo. Tra minacce, accuse, giustificazioni strampalate e schiere di "yesman" prostrati, si fa spazio anche un malumore crescente per una situazione ormai difficilissima da gestire per chi pensava di prendere Kiev in tre giorni e che ora rischia di essere isolato e senza via d'uscita. Se Kiev non vede l'ora di farla finita, Chiudere il conflitto senza perdere completamente la faccia sembra l'unica via d'uscita plausibile per Putin. Prima che la guerra, quella che ha voluto, non gli esploda davvero tra le mani. Anche in casa propria.

Altri raid incrociati. Teheran pretende 24 miliardi congelati. "Israele spia gli Usa"

Gli Usa tornano ad attaccare l'Iran a scopo "difensivo", colpendo postazioni radar di sorveglianza costiera, e la Repubblica islamica risponde prendendo di mira "basi nemiche" nel Golfo. Sul fronte dei negoziati non si sblocca lo stallo, e nonostante il cessate il fuoco teoricamente in vigore, Washington e Teheran lanciano nuovi raid nella notte tra venerdì e sabato: il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che dopo aver "abbattuto quattro droni lanciati verso lo Stretto di Hormuz, i quali costituivano una minaccia immediata per il traffico marittimo nella regione", ha bombardato installazioni radar a Goruk e sull'isola di Qeshm per "legittima difesa".

L'Iran, da parte sua, ha condotto nuovi attacchi aerei contro Bahrein e Kuwait, condannando il blitz notturno statunitense che rappresenta una "flagrante" violazione della tregua. Per il ministero degli Esteri si è trattato di un attacco "alla sovranità nazionale e all'integrità territoriale della Repubblica islamica", oltre che un "comportamento ostile e provocatorio". Inoltre, ha esortato i Paesi della regione a smettere di offrire il proprio territorio e le proprie infrastrutture agli Stati Uniti. Kuwait e Bahrein hanno invece denunciato gli attacchi, così come i vicini del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar).

E il Centcom ha fatto sapere che sei dei missili balistici sparati verso Kuwait e Bahrein sono stati abbattuti, mentre il settimo non ha raggiunto l'obiettivo prefissato. Secondo Donald Trump, i leader iraniani non hanno ancora concluso un accordo con gli Usa per porre fine al conflitto in corso perché sono "forti e orgogliosi", ma alla fine "non hanno altra scelta" se non quella di trovare un'intesa, anche se "ci vuole un po' di tempo". Obiettivo le scorte di uranio.

Il presidente americano ha anche postato su Truth un video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della marina iraniana affondate e sommerse dall'acqua. Poco prima, in un'intervista a Nbc News, ha ribadito che gli Stati Uniti hanno "distrutto completamente l'esercito" di Teheran. "La maggior parte delle fabbriche di droni è stata neutralizzata, la maggior parte delle rampe di lancio è stata neutralizzata e la maggior parte delle aree di produzione di missili è stata neutralizzata", ha aggiunto.

Ma la Casa Bianca si deve guardare anche dall'alleato. Innalzato al massimo il livello di allerta anti-spionaggio nei confronti di Israele, a caccia di informazioni riservate su Witkoff. Tre funzionari spiegano a Nbc News che la mossa è arrivata dopo che la defense intelligence agency del Pentagono ha notato un'intensificarsi delle attività, in un contesto di crescenti tensioni tra Israele e gli Stati Uniti sulla strada da seguire nella guerra contro Teheran e dopo il durissimo scontro Trump-Netanyahu.

Per l'Iran, invece, un potenziale accordo di pace dipende dalla disponibilità dell'amministrazione Usa a sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema Mojtaba Khamenei, ha detto alla Cnn che "i negoziati sono in una fase di stallo e Trump deve sbloccare questa situazione. La palla è nel suo campo". Secondo quanto riferito, l'Iran avrebbe chiesto lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati non appena verrà firmato un memorandum provvisorio con Washington, e di altri 12 miliardi in una fase successiva.

Intanto, il ministro dell'Interno pachistano Mohsin Naqvi è atteso a Teheran. Come ha riportato l'Irna, Naqvi ha avuto colloqui con il suo omologo iraniano Eskandar Momeni giovedì e venerdì in Kirghizistan e si era già recato nella capitale della Repubblica islamica tra aprile e maggio per scambiare le proposte delle due parti.

Bombe israeliane nel Sud. Ucciso un generale libanese

L'esercito israeliano e Hezbollah continuano a scambiarsi colpi, nonostante la tregua negoziata tra lo Stato ebraico e il Libano a Washington. E ieri a finire sotto il fuoco sono state anche le truppe regolari di Beirut. I raid aerei di Tel Aviv, in particolare contro un veicolo sulla strada che collega Nabatieh con la cittadina di Marjayoun, hanno ucciso un generale di brigata, un capitano e un altro soldato. L'Idf ha affermato di aver preso di mira il mezzo dopo aver identificato quella che ha descritto come una minaccia per le proprie forze e aver ricevuto indicazioni che Hezbollah si stava preparando a sparare contro le truppe israeliane. Tsahal ha fatto sapere che l'incidente è sotto esame. Intanto il Partito di Dio ha continuato a lanciare droni contro i soldati e le comunità israeliane lungo il confine settentrionale. Ma subito sono partite le reazioni. Il presidente libanese Joseph Aoun ha condannato il bombardamento di Tel Aviv, definendolo una flagrante violazione della sovranità del paese e del diritto internazionale.

L'esercito di Beirut si è in gran parte tenuto fuori dalle ostilità e non ha preso parte ai combattimenti. Il Partito di Dio, gruppo filo-iraniano, ha pure espresso la sua disapprovazione per l'attacco. "Non è stato un errore, come sostenuto da Tel Aviv, bensì un crimine deliberato e premeditato", ha tuonato. L'accaduto è "una conseguenza naturale della mancanza di considerazione delle autorità per la sovranità del paese nonché delle sue concessioni gratuite", ha proseguito. "L'ultima di queste concessioni è stata la loro completa resa alle condizioni del nemico a Washington, il che lo incoraggia a violare il sangue del nostro popolo e il nostro esercito con impunità". Nel frattempo, anche un altro raid aereo sul villaggio meridionale di Saksakiyah ha ucciso sei persone e ne ha ferite quattro. Le ostilità tra Israele e Hezbollah si sono riaccese il 2 marzo, quando il gruppo sciita ha lanciato razzi e droni contro lo Stato ebraico, sostenendo che fossero in rappresaglia per l'uccisione della Guida Suprema all'inizio della guerra israelo-americana contro l'Iran. Il conflitto ha causato migliaia di morti in Libano e lo sfollamento di oltre un milione di persone. Il governo di Beirut ha risposto vietando le attività militari di Hezbollah e ha sostenuto gli sforzi degli Stati Uniti per garantire un cessate il fuoco duraturo, il ritiro israeliano dal sud e affrontare la questione delle armi di Hezbollah.

La milizia filo-iraniana ha rigettato le proposte che vincolano lo stop della guerra al suo disarmo, e sostiene che Israele deve prima interrompere gli attacchi e rimuovere le sue forze. Ma la vicenda è ancora più complessa, ci sono diversi attori in gioco. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha respinto le dichiarazioni rilasciate venerdì da Aoun, il quale aveva accusato Teheran di usare il Libano come "merce di scambio" nei negoziati con gli Stati Uniti. Araghchi ha invece esortato lo stesso presidente libanese a "salvare il Libano dal suo vero nemico".

Intanto c'è indignazione per l'uccisione di bimbo palestinese di sette mesi colpito da un soldato dell'Idf a Hebron, in Cisgiordania. Il bambino era in braccio alla madre nell'auto guidata dal padre che si è regolarmente fermata al checkpoint ma comunque oggetto dell'attacco. A Gaza invece, in due diversi raid dell'Idf sette persone sono state uccise e 15 ferite.

L'Iran parte per i Mondiali, sgarbo americano sui visti

C'era una volta Lione, estate del 1998. Una serata che sembrava scritta da un diplomatico con il cuore di un tifoso. Iran e Stati Uniti, nemici sulla carta geografica e nelle cancellerie, si presentarono davanti allo stesso pallone. Non era la pace, ma qualcosa che le assomigliava. Sullo sfondo c'erano i segnali di una stagione diversa: la segretaria di Stato americana Madeleine Albright parlava di disgelo, il ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharazi accompagnava un'apparente stagione del dialogo, mentre sulla panchina della nazionale persiana sedeva Jalal Talebi, iraniano residente in California, figura che da sola raccontava un mondo meno rigido di quello odierno. Vinse l'Iran, 2-1. Ma il risultato fu quasi un dettaglio.

Ventotto anni dopo, il paesaggio è cambiato, con un conflitto in corso. I Mondiali del 2026 riportano la questione iraniana al centro della scena. E ancora una volta il pallone si trova schiacciato tra diplomazia, diffidenze e rapporti internazionali. Sembrava che il nodo fosse stato sciolto quando le autorità statunitensi avevano autorizzato l'ingresso dei giocatori e dello staff tecnico, attesa per le gare del girone tra Los Angeles e Seattle. Ma la vicenda si è presto complicata. Secondo quanto denunciato da Teheran, a una parte significativa della delegazione è stato negato il visto d'ingresso. Tra gli esclusi figura anche Mehdi Taj, presidente della federcalcio, insieme a dirigenti, consulenti tecnici e membri dello staff. Una decisione che ha provocato una reazione durissima da parte delle autorità iraniane. La leadership di Teheran parla di "trattamento deliberato e discriminatorio", e accusa Washington di aver colpito figure che fanno parte integrante di qualsiasi spedizione mondiale.

La questione va oltre il semplice aspetto burocratico. Lo dimostra una scelta simbolica e concreta allo stesso tempo: l'Iran ha rinunciato al ritiro inizialmente previsto in Arizona e ha trasferito il proprio quartier generale a Tijuana, in Messico. Una decisione maturata sia per le difficoltà legate ai visti sia per ridurre al minimo indispensabile la permanenza sul territorio statunitense. La nazionale entrerà negli Stati Uniti soltanto per disputare le partite e poi tornerà oltre confine. Problemi anche per l'Iraq: il capitano Aymen Hussein è stato interrogato per 7 ore al suo arrivo a Chicago, prima di poter raggiungere i compagni. Mentre il fotografo ufficiale, Talal Salah, è stato respinto e rimandato in patria.

Il calcio continua a promettere neutralità. Ma da sempre è una promessa difficile da mantenere. Le nazionali non viaggiano mai da sole: si portano dietro governi, conflitti, paure, speranze e memorie. Anche per questo la distanza che separa Lione da Tijuana sembra molto più lunga dei 28 anni che la cronologia registra. Allora c'erano i fiori, oggi gli uffici consolari.

Migranti, Usa avvisano Ue: "Spiagge invase da ideologie pericolose"

L’Europa Occidentale ha un problema di immigrazione irregolare e questo è un dato di fatto inconfutabile. Per troppi anni le politiche buoniste hanno permesso che in Europa entrasse, e permanesse, chiunque, causando enormi danni al tessuto sociale. Solo di recente i Paesi dell’Unione si sono resi conto che quel sistema non è sostenibile e non lo è mai stato, cercando di porre rimedio a quanto fatto. Questo è coinciso con l’arrivo di Giorgia Meloni e di un governo di centrodestra a Palazzo Chigi, che è stato capace di riportare il tema dell’immigrazione al centro dell’agenda europea, anche se non sarà un percorso semplice e, soprattutto, rapido.

Nasce da qui la critica di Peter Hegseth, segretario americano alla Difesa, che oggi ha tenuto un discorso a Colleville-sur-Mer (nord della Francia) in occasione delle celebrazioni per lo Sbarco in Normandia. Ha messo a paragone lo storico evento che vide protagonisti i soldati americani al fatto che “oggi diverse spiagge europee sono prese d'assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell'Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini”. Quindi, ha proposto una domanda retorica: “Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?”. Una domanda che resta sospesa ma che tanti europei si sono già posti, dandosi anche delle risposte. Se ancora c’è tempo, questo è molto poco ed è per questo che l’Europa ha approntato il Patto di migrazione e asilo per agevolare le espulsioni e i rimpatri.

Dalle spiagge della Normandia, quindi, Hegseth è tornato sulle polemiche legate alla Nato, dichiarando che “gli Stati Uniti devono mostrare la strada, e lo faremo, ma i nostri alleati devono essere al nostro fianco”. Il segretario alla Difesa ha affermato anche che “l'unica garanzia della pace è la forza” ma non ha fatto alcun cenno al conflitto in corso in Iran o in tutti gli altri scenari di guerra che sono aperti nel mondo. “Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un'alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati”, ha proseguito, parlando di fronte alle croci dei 9.387 militari americani morti nello sbarco in Normandia.

Fondali, cavi e gasdotti: il modello Italia contro la guerra ibrida sottomarina

Al 23esimo forum internazionale “Shangri-La” dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) a Singapore, tenutosi tra il 29 e il 31 maggio, è stato presentato il documento “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges” (Guide) approvato da 17 Paesi con interessi comuni nella sicurezza delle infrastrutture sottomarine critiche che rappresenta un accordo su principi condivisi e potenziali aree di collaborazione tra gli enti di difesa per rafforzarne la sicurezza.

Il documento è stato sottoscritto da Australia, Brunei, Estonia, Finlandia, Francia, Italia, Lettonia, Lituania, Malesia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Filippine, Qatar, Singapore, Svezia, Thailandia e Regno Unito. Il Ministero della Difesa di Singapore ha sottolineato in una nota come “la natura interregionale del documento Guide riflette la volontà dei paesi di collaborare su sfide di sicurezza comuni che trascendono le aree geografiche. Il documento è un esempio di come la geografia non rappresenti una barriera e di come i paesi possano collaborare in gruppi flessibili e tematici per definire regole e norme in ambiti emergenti”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che “oggi, le vie navigabili non sono solo vie di comunicazione per i nostri scambi commerciali, ma sotto la superficie dell'acqua si trovano anche infrastrutture sottomarine cruciali che collegano la nostra rete energetica e quella delle telecomunicazioni”.

Contrasto alla guerra ibrida sottomarina

Com'è noto, le infrastrutture sottomarine come cavi di comunicazione e linee di trasporto di idrocarburi, sono fondamentali per la sicurezza di un Paese e sono esposte a minacce crescenti di interruzioni casuali o deliberate nel contesto delle azioni nella “zona grigia dei conflitti”.

Il taglio di cavi sottomarini di comunicazione è diventato più frequente in alcune zone del globo, provocando disagi che possono diventare dirompenti qualora queste troncature dovessero diventare sistematiche e concomitanti. La protezione delle infrastrutture sottomarine – comprese quelle per l'estrazione di idrocarburi – diventa quindi fondamentale in un mondo sempre più soggetto a questo tipo di minaccia di difficile attribuzione.

Il documento Guide ha fissato alcuni punti molto importanti di azione per la protezione delle infrastrutture sottomarine: l'importanza del coordinamento e della cooperazione tra le diverse parti interessate come i governi e le autorità nazionali competenti degli Stati costieri e degli Stati utilizzatori dei cavi; l'industria privata, come gli operatori di cavi e condotte sottomarine, le parti interessate del settore marittimo; nonché organizzazioni internazionali e non governative come le Nazioni Unite.

Si è certificata anche l'importanza del dialogo col mondo accademico e degli esperti di settore, nonché l'integrazione civile-militare per sviluppare e operare sistemi di controllo e difesa, sempre nel rispetto delle specifiche strutture nazionali e della divisione delle responsabilità all'interno di ciascun Paese, con le autorità civili e gli operatori privati che hanno la responsabilità primaria della progettazione, regolamentazione, costruzione e riparazione delle infrastrutture. Guide ha anche stabilito l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e soluzioni.

L’ispirazione arriva dall’Italia

In buona sostanza, l'accordo ha ripreso l'architettura italiana per lo sviluppo e difesa delle infrastrutture sottomarine che vede nel Polo Nazionale della dimensione Subacquea (Pns) il suo centro principale.

Il nostro Paese, con la legge 9/2026, ha stabilito il contesto giuridico/operativo per inaugurare una robusta architettura interagenzia, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, incentrata sulla nascente Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Pns, che è attivo a La Spezia dal 2023. Questa architettura ha sostanzialmente fornito ispirazione per molti dei principi del Guide: l’Asas, ad esempio, è incaricata di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Anche l'attenzione data alla cooperazione tra mondo militare, dell'industria e dell'accademia indicata nel Guide è uno dei principi cardine del modus operandi del Pns, dove i tre ambienti nazionali lavorano a stretto contatto. Il Polo è quindi un incubatore di idee, in grado di aggregare e capitalizzare le competenze del mondo accademico, della ricerca e industriale, con un impianto da hub strategico per sviluppare mezzi e competenze per esplorare, conoscere, difendere e valorizzare il mondo subacqueo in modo sostenibile e consapevole.

Per capire quanto il modello italiano sia stato preso a ispirazione, nelle linee guida del Guide si può leggere la volontà di “condividere le migliori pratiche e le conoscenze tecniche attraverso l'organizzazione di scambi di esperti in materia di sicurezza delle informazioni delle infrastrutture sottomarine strategiche tra gli Stati e con le agenzie civili, ad esempio tramite workshop, nonché integrando elementi sulla sicurezza delle informazioni nelle attività multilaterali”. L'enfasi è stata data soprattutto alla cooperazione internazionale, per varare una rete sovranazionale di esperti di settore che possa scambiare punti di contatto e condividere informazioni al fine di facilitare gli impegni intraregionali e migliorare la potenziale risposta a incidenti e crisi relative alla sicurezza delle infrastrutture, qualora se ne presentasse la necessità.

Questo nuovo partenariato internazionale, potenzialmente, amplierà il raggio d'azione “accademico” del Pns tramite gli scambi coi Paesi firmatari, e permetterà anche alla Marina Militare italiana di lavorare a più stretto contatto con quelle dei Paesi sottoscrittori nell'ambito underwater, facendo tesoro delle esperienze maturate ma soprattutto individuando nuovi scenari operativi e relative criticità, con un occhi attento al futuro della seabed warfare.

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