Niente emendamenti e tagliola sui tempi per andare in aula se l’opposizione farà ostruzionismo. La legge elettorale Stabilicum deve proseguire il suo percorso senza modifiche e tensioni interne alla maggioranza. I temi si affronteranno in aula, anche quello delle preferenze. È questa la linea emersa da una riunione di maggioranza a via della Scrofa con i delegati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega sul tema della legge elettorale.
Giovedì dunque, quando scadranno i termini per presentare gli emendamenti, la maggioranza valuterà il da farsi in base all’atteggiamento delle opposizioni: se il centrosinistra presenterà migliaia di proposte di modifica, la destra ha trovato l’accordo per non presentarne. A quel punto si inizierà a discutere e poi il presidente della commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano prenderà atto che non ci sono le condizioni per arrivare in aula entro fine giugno:si voterà il testo base della legge senza dare il mandato al relatore tagliando i tempi della discussione e senza votare gli emendamenti.
Diverso è il caso in cui l’opposizione dovesse essere dialogante e a quel punto le modifiche alla legge si potrebbero fare anche in commissione. La maggioranza, d’altronde, ha già pronte due correzioni: l’introduzione del Trentino Alto Adige all’interno del premio di maggioranza e la denominazione del “premio di governabilità” a cui sarà cambiato il nome in premio di circoscrizione. Due piccoli aggiustamenti obbligati che, a seconda dell’atteggiamento delle opposizioni, saranno presentati in commissione Affari Costituzionali alla Camera o direttamente in aula.
Sicuramente in aula arriverà invece la questione delle preferenze che oggi non sono previste nel testo della legge elettorale e su cui la maggioranza sta litigando. Giorgia Meloni spinge per reintrodurle e Fratelli d’Italia con Giovanni Donzelli sta studiando un modello simile a quello toscano: un sistema con i capilista bloccati e gli altri candidati scelti con le crocette. Ma Lega e Forza Italia continuano a opporsi. Il rischio resta quello che la maggioranza si spacchi a voto segreto. Di questo, comunque, si parlerà a luglio quando il testo arriverà in aula.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso dell’audizione congiunta con il ministro degli Esteri Tajani in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Montecitorio e Palazzo Madama ha detto che “con gli ultimi satelliti lanciati e con la quantità di lanci in corso il divario costruito da Musk rispetto al resto del mondo aumenta. Oggi non c’è nessuno in Europa, neppure mettendo insieme tutti i paesi, che sia minimamente in grado, nei prossimi dieci anni, di raggiungere qualcosa che assomigli a quello che Musk è in grado di fare oggi.
La Cina come possibile alternativa? “Sì, i cinesi probabilmente sono l’alternativa, ma come lanci anche loro sono a un decimo rispetto a quelli che riesce a fare Musk oggi”.
Ha destato scalpore e la solita prevedibile serie di commenti una recente presa di posizione di Enrico Mentana riguardo alla linea politica della rete televisiva in cui lavora ricoprendo incarichi di vertice. Tutto è cominciato sotto i miei occhi, a Tv talk. Si parlava con vari ospiti delle tendenze dell’informazione televisiva quando Mentana ha espresso una sua visione delle cose che ha provocato una certa sorpresa: se nel panorama televisivo italiano esiste una teleMeloni, bisogna riconoscere che in queste stagioni La7 ha svolto il ruolo di TeleantiMeloni.
Ovviamente la lettura è stata subito ripresa, sottolineata e diffusa dagli ambienti filogovernativi che hanno visto nelle parole di Mentana l’occasione per smentire tutte le polemiche sul telemelonismo. Ma la storia non si è esaurita perché pochi giorni dopo, negli incontri previsti annualmente a Dogliani, è toccato proprio a Mia Ceran, già protagonista del primo confronto, il compito di intervistare il direttore del TgLa7. E la questione ovviamente è riemersa, con Mentana che ha avuto tempo e modo di chiarire la sua posizione e di approfondire la sua analisi, osservando come l’antitelemelonismo di La7 si manifesti per esempio nella presenza prevalente, nei numerosi talk della rete, di ospiti dichiaratamente appartenenti all’area dell’opposizione al governo di destra.
Tutto ciò è molto evidente, direi inconfutabile, ma mi permetto di avanzare due obiezioni, la prima è un dettaglio, la seconda invece è radicale. La prima: forse sarebbe utile notare anche le sfumature dell’antimelonismo che si annida nei programmi di La7, osservare con che motivazioni e con che toni si manifesta, verificare come la critica al governo sia accompagnata in alcuni programmi da una critica non meno dura al lavoro dell’opposizione. A me personalmente piacerebbe sapere quali sono i motivi dell’avversione di Lilli Gruber nei confronti di Elly Schlein e della sua politica, apparsa in tutta evidenza nella lettura catastrofistica dei risultati del primo turno di amministrative.
Ma lasciamo da parte questi dettagli e consentitemi una domanda radicale: e se anche fosse? Se anche fosse vero, come sostanzialmente è, che La7 è profondamente, decisamente antimeloniana, antigovernativa, sempre critica nei confronti degli esponenti della maggioranza, dei loro atteggiamenti e delle loro posizioni, ebbene: che male ci sarebbe? Che male c’è se una rete privata, sia chiaro privata, che anche in considerazioni di scelte dettate dal marketing e dall’analisi del suo potenziale pubblico (qui nessuno è ingenuo) sceglie una linea così netta portandola avanti (sia chiaro anche questo) senza falsificazioni della realtà ma grazie a una sua lettura della realtà?
Spero che nessuno tiri fuori a questo punto la storiella del pluralismo, perché con cinque reti (e mezzo, visto il destino di Rai3) smaccatamente appiattite sul governo credo non sia proprio il caso. A meno che non si voglia pensare che tutte quelle reti nei loro programmi di informazione siano un esempio di obiettività tenendo ben separati i fatti dalle opinioni (ahahah…) mentre La7 è di parte, faziosa, ideologica ecc. Ma questo sono certo che non lo pensa neppure Mentana.
La competitività europea, di domani ma anche di oggi, passa inequivocabilmente dal dossier Ets. Ovvero dal meccanismo di neutralità climatica che potrebbe deindustrializzare il Vecchio continente. Per questa ragione, in occasione della videoconferenza ospitata dal presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, dal Cancelliere federale tedesco Friedrich Merz e dal Primo Ministro belga Bart De Wever, è stata messa nero su bianco la necessità di una accelerata netta sul punto: ovvero che la prevista proposta di revisione della Direttiva Ets, attesa entro il prossimo luglio, si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri.
Questa la posizione di Roma esplicitata dinanzi a un ricco parterre, composto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dai Leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Svezia.
Si tratta di un’esigenza particolarmente sentita da Confindustria, secondo cui il rischio è uno solo: “Senza una revisione profonda dell’Emissions Trading System usato per scambiare quote di emissioni di Co2, andiamo verso una deindustrializzazione, che l’Europa non si può permettere”. Parole dure quelle del vicepresidente di viale dell’Astronomia con delega all’Energia Aurelio Regina, intervenuto a Bruxelles in una conferenza stampa dedicata proprio al delicatissimo tema dell’Ets. L’associazione datoriale, aggiunge, “è determinata” a favorire una revisione dell’Ets che “non faccia perdere competitività” all’Europa, proprio in un momento in cui si trova in una “guerra commerciale dalla Cina senza precedenti”, perché “le merci cinesi stanno invadendo l’Europa”. Questa, avverte, “è l’ultima chiamata”.
Tra i riflessi diretti che accusano il colpo vanno menzionati anche due comparti specifici. Primo, quello marittimo, nella consapevolezza che la transizione ecologica deve procedere “con pragmatismo e apertura ai carburanti alternativi, evitando approcci ideologici che rischiano di penalizzare industria, lavoro e competitività”. Un passaggio che il viceministro alle infrastrutture Edoardo Rixi ha dedicato alla questione, intervenendo al Consiglio dei ministri dei Trasporti dell’Unione Europea, in programma a Lussemburgo, rappresentando il Governo italiano. Un desco a cui Rixi la posto la questione della revisione del meccanismo Ets applicato al trasporto marittimo, dal momento che il governo italiano teme che l’attuale impostazione andrebbe solo a foraggiare fenomeni di delocalizzazione dei traffici verso scali extraeuropei, con possibili ripercussioni negative sui porti nazionali e sull’intera economia marittima europea.
Secondo, quello aeronautico: per questa ragione i leader di Airlines for Europe (A4E), Aci Europe, Asd, Canso Europe ed Era, hanno inviato una lettera aperta alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné e ai commissari Wopke Hoekstra e Maroš Šefčovič in rappresentanza dell’ecosistema dell’aviazione europea: chiedono che la revisione supporti e non ostacoli, il percorso del settore aeronautico verso le emissioni nette zero.
“Le decisioni prese nell’ambito della revisione – si legge nella missiva – saranno cruciali sia per la decarbonizzazione sia per la competitività del settore aeronautico europeo. In un momento di crescente concorrenza globale e di esigenze di investimento senza precedenti, l’Europa deve evitare misure che indeboliscano il settore aeronautico”. In sostanza la posizione del governo italiano, secondo cui il sistema Ets “rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, con effetti sui costi di produzione e sulla competitività”.
“La grazia concessa a Nicole Minetti e la mancata convocazione della massaggiatrice Graciela Torres da parte della Procura generale di Milano? Se mi pronuncio, domani mattina alle 8 e 30 mi aprono un procedimento disciplinare. Voglio ancora fare il procuratore di Napoli perché mi piace”. Così a Otto e mezzo (La7) il magistrato Nicola Gratteri, risponde a Lilli Gruber sulla grazia concessa dal Quirinale a Nicole Minetti e sulla scelta della Procura generale di Milano di non sentire la testimonianza della massaggiatrice uruguayana Graciela Torres, spiegando i limiti che gli impone lo status di magistrato in servizio. Sul tema specifico della grazia, il procuratore capo di Napoli mantiene la stessa linea: “Non posso dire nulla anche perché ho letto proprio oggi che stanno facendo altre indagini e altri approfondimenti”. E precisa che solo da pensionato, tra due anni al compimento dei 70, si concederebbe il lusso di un’opinione personale.
La conversazione si sposta poi sulle dichiarazioni di Marina Berlusconi. Dopo l’archiviazione disposta dal Tribunale di Firenze sulle indagini riguardanti Marcello Dell’Utri come possibile mandante occulto delle stragi del 1993, la presidente di Fininvest ha definito la giustizia “un’emergenza del Paese”, citando il fatto che si tratterebbe della sesta volta in cui procedimenti a carico di esponenti vicini a Silvio Berlusconi non arrivano a sentenza definitiva. Gratteri riconosce l’esistenza di un’emergenza, ma la colloca su un piano diverso. Non è l’archiviazione di Firenze a crearla, ma l’assenza di riforme strutturali da parte della politica: “Il governo e il Parlamento non hanno fatto le riforme che servivano a velocizzare i processi e si potevano fare senza abbassare il livello di garanzia dell’indagato e dell’imputato”.
Il magistrato ricorda che l’emergenza nasce dalla lentezza cronica del sistema, non dalle singole decisioni giudiziarie. Quanto alle critiche di Marina Berlusconi sul ripetersi di archiviazioni, Gratteri sottolinea un principio cardine del nostro ordinamento: l’obbligatorietà dell’azione penale. E spiega: “Se domani mattina arrivano elementi nuovi su Dell’Utri, il pm può chiedere al gip la riapertura dello stesso fascicolo sul quale due, tre, quattro mesi fa lo stesso pm ha chiesto l’archiviazione. Questo è il codice di procedura penale. Se non vi piace, modificatelo. Avete fatto tante di quelle modifiche… se questo vi scandalizza, modificatelo, ma è inutile che andate a protestare e a contestare”.
Il procuratore di Napoli conclude con un passaggio di forte preoccupazione su un altro fronte: la recente riforma della Corte dei Conti voluta dal governo Meloni, la cosiddetta “legge Foti”. Oggi un pubblico amministratore che cagiona un danno erariale di 100mila euro risponde solo per 30mila. “Mi spiegate qual è la ratio di questa norma? – denuncia Gratteri – È quella di dire a qualsiasi pubblico amministratore: fai quello che vuoi, tanto più del 30% non paghi”. Una norma che definisce di “gravità assoluta” e sulla quale, a suo avviso, l’opposizione tace.
A caldo il ministero dell’Economia si è limitato a un laconico comunicato con cui ha preso “atto delle iniziative su Mps di cui è stato informato, che riconoscono la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”. Matteo Salvini, invece, per una volta non commenta “scelte che competono al libero mercato”, spiegando che “non c’è una posizione né del partito né del governo”. Del resto, gradita o meno, l’offerta di Intesa SanPaolo sul Monte dei Paschi di Siena mette d’accordo quasi tutti. Giorgia Meloni e con lei – obtorto collo o meno – anche Giancarlo Giorgetti, appunto: se l’operazione andrà in porto, si dice, potranno dormire sonni tranquilli sulla sorte del risparmio degli italiani custodito dalle Generali, merce sempre preziosa, tanto più in tempi di guerra, che finirebbe nelle mani di un azionariato stabile, capitanato dalla banca di sistema per definizione. Pazienza se questo comporterà l’apertura di un nuovo fronte con Salvini, il quale proprio sulle banche era tornato a puntare i piedi in questi giorni, mentre da sempre sogna un futuro di gloria per il Banco Bpm che a suo tempo aveva raccolto i cocci della Credieuronord leghista e che oggi rischia di diventare una facile preda.
Il sogno si profilava ancora più glorioso nel caso di un matrimonio con Siena, la banca della finanza rossa affossata dalla politica e salvata dalla destra con i denari dei contribuenti. Che però, beffa del destino, se l’intervento di Intesa andrà in porto ritornerà da dove era venuta, nelle mani di un altro simbolo della finanza rossa, la Unipol di Carlo Cimbri, nome che tutto sommato mette d’accordo anche il Partito Democratico. Ma vagli a spiegare agli elettori di Salvini, della destra e pure del Pd che oggi Unipol a parte il simbolo forte dell’azionariato, ha ben poco di rosso e molto di salotto buono. Meglio fare buon viso a cattivo gioco e fare leva sull’italianità, che non a caso è stata in assoluto la parola più pronunciata all’indomani delle indiscrezioni, confermate, sulla mossa del numero uno di Intesa. Carlo Messina, come trapelato domenica, prima si mangerà tutto il boccone Montepaschi più Mediobanca, mettendo sul piatto 30,6 miliardi di euro tra azioni e contanti. Poi cederà al gruppo di Cimbri per massimi 3,5 miliardi quasi tutte le attività bancarie che non può possedere per motivi antitrust e terrà per sé esclusivamente Piazzetta Cuccia, inclusa la partecipazione più importante della compagnia di Trieste (“un investimento finanziario”) e tutti i titoli di Stato che sono nel portafoglio di Mps.
“Siamo convinti che chi ha la responsabilità di governare il Paese non possa che apprezzare l’operazione”, dice Cimbri precisando che “teniamo in considerazione tutto il governo non solo il ministero dell’Economia”. Il diretto interessato, invece, glissa quando gli chiedono delle reazioni del governo, ma si sofferma a lungo su quella che ritiene sia la valenza di sistema della sua operazione. “L’elemento qualificante di tutto questo – dice il numero uno della prima banca del Paese e deus ex machina del suo prossimo concorrente diretto – è che si crea la seconda banca italiana: con questa operazione, che consente a Unipol di acquisire la componente significativa Montepaschi fondendola con Bper, la dimensione della banca risultante diventa la seconda banca del nostro paese”. L’altro elemento qualificante, aggiunge, è che “parliamo di Intesa SanPaolo che mette in sicurezza” la filiera Mediobanca- Generali e complessivamente “si realizzano delle operazioni per cui il primo operatore già era l’unico operatore realmente italiano di dimensioni nel contesto del mercato italiano ed europeo, ma anche la seconda banca italiana è diventa una banca con un fortissimo azionariato italiano”. Ogni riferimento a Unicredit è puramente casuale. Ancora meno casuale è quello a Salvini quando Messina commenta le ultime tirate del leader della Lega sugli extra profitti bancari: “Una cosa dobbiamo dircela. Il debito pubblico italiano è finanziato principalmente dalle banche e dalle assicurazioni. Se si vuol fare la contabilità credo che non sia l’approccio migliore e non credo che sia corretto torna su questi temi ogni anno. Con questa operazione di Mps porteremo in Intesa anche tutti i titoli di Stato che sono in quella banca. E continueremo a sostenere il debito pubblico con la garanzia che lo sta facendo una realtà italiana”.
Non teme contromosse? Chi ha più soldi si faccia sotto, è la replica: “Questa è una operazione di mercato e non di potere. Se c’è qualcuno disposto a pagare un premio più alto allora amen. L’operazione deve creare valore per i nostri azionisti”. Già, gli azionisti. Secondo il banchiere i soci privati di Siena, leggi Caltagirone e Del Vecchio, considereranno la sua offerta “particolarmente attrattiva”. E se l’operazione andasse in porto “le nostre fondazioni azioniste scenderebbero al 16% mentre i soci privati Delfin e Caltagirone si aggirerebbero tra il 6-7%”. Tutti italiani, insomma. E poi, Del Vecchio permettendo, tutti insieme nelle Generali. Insieme a Unicredit.
Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.
Tutti i risultati
L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.
Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.
Centrodestra vs centrosinistra
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.
A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.
Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.
Il caso Vigevano e il No al referendum
A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.
Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.
Era il 2022 quando l’attacco della Russia all’Ucraina ha gettato l’Europa nel caos energetico. Sono passati solo quattro anni e siamo di nuovo allo stesso punto: una crisi internazionale fa salire i prezzi, famiglie e imprese pagano il conto, mentre le compagnie del petrolio e del gas trasformano l’instabilità globale in nuovi profitti.
Non è una fatalità. È il risultato di una dipendenza costruita e difesa per anni: quella dai combustibili fossili, dalle importazioni di gas e petrolio e da un modello energetico che ci espone a guerra, ricatto e tensione geopolitica.
La gente comune sta pagando con la propria vita per guerre che non ha iniziato, mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto sulle spalle di cittadini e cittadine che pagano la crisi energetica. Dopo l’attacco illegale di Stati Uniti e Israele all’Iran, con il silenzio ignavo e complice del governo italiano, i prezzi di benzina e petrolio sono saliti e a poco servono le misure emergenziali – ripetuti pannicelli caldi – che l’esecutivo Meloni tenta di mettere in campo.
La crisi che stiamo vivendo è colpa di Trump e Netanyahu, ma è responsabilità di Meloni, per la sua mancata opposizione agli attacchi, e dei governi italiani (presente e passati), per la loro totale incapacità di rendere il nostro Paese indipendente dalle risorse energetiche estere, in primis petrolio e gas.
Per questo i volontari e le volontarie di Greenpeace in questi giorni hanno fatto un semplice gesto: dare un volto ad alcuni dei responsabili dell’attuale crisi energetica ed economica, attaccando degli adesivi di Trump e Meloni che si vantano del loro operato connesso all’aumento dei prezzi della benzina e del diesel. Un gesto che, con quel sano tocco di ironia, invita a riflettere sul modello economico e sociale che stiamo vivendo.
Quella fra l’Italia e il gas ha tutta la dinamica di una relazione tossica: più subiamo i danni climatici ed economici dei combustibili fossili, più ne vogliamo e ne cerchiamo, tanto che la nostra premier a inizio maggio – all’imminente scoppio della crisi mediorientale – è andata in Azerbaijan per assicurarci nuove forniture e rilanciare il progetto dell’Italia hub del gas europeo.
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Roma ,2Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
Come si esce da questa relazione tossica con i combustibili fossili che sta facendo collassare economia e clima? In un solo modo, investendo veramente nelle fonti rinnovabili e abbandonando definitivamente quelle fossili. Per anni la politica energetica italiana è stata una copia di quella dell’industria fossile, ora ci ritroviamo con un potenziale enorme, ma senza la capacità di capitalizzarlo: abbiamo sole e vento ma ci mancano gli impianti.
Se guardiamo i mix energetici europei, ci rendiamo conto facilmente che, mentre tutti puntano su altre fonti, l’Italia preferisce acquistare dall’estero, a prezzi alti, combustibili da trasformare in elettricità.
Il confronto con la Spagna dimostra che un’altra strada è possibile. Madrid ha investito con decisione su solare ed eolico e oggi paga molto meno la dipendenza dal gas: quando il prezzo del metano sale, il sistema elettrico spagnolo è molto meno esposto rispetto a quello italiano. Nel 2026, il gas ha condizionato il prezzo dell’elettricità solo in una piccola parte delle ore in Spagna, mentre in Italia continua a determinarlo per la grande maggioranza del tempo. Non è una differenza geografica, ma politica: chi costruisce rinnovabili si protegge dalle crisi; chi resta legato al gas le subisce e le fa pagare a famiglie e imprese.
Per una giusta e sana transizione serve investire in autoconsumo, comunità energetiche e fonti rinnovabili, rimuovere gli ostacoli burocratici che limitano l’installazione di solare e fotovoltaico e puntare ai sistemi di accumulo. Secondo dati dell’ultimo rapporto Ember si può facilmente vedere come, nel 2025, solare ed eolico hanno prodotto insieme il 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, generando 841 TWh di energia elettrica, mentre tutte le fossili hanno generato il 29% (pari a 809 TWh) e il nucleare il 23,4% con 652 TWh. Solamente 5 anni fa, la quota cumulativa di solare ed eolico si attestava al 19,7% (-10% rispetto al 2025) e quella delle fossili al 36,7% (+8% rispetto al 2025). Nel frattempo, le altre due principali fonti di energia elettrica, l’idroelettrica e il nucleare, sono rimaste stabili o hanno registrato un leggero calo.
Come fare tutto questo? Sicuramente sfruttando al meglio la possibilità che l’Europa ci dà: impiegare fino allo 0,3% del PIL nazionale per finanziare interventi strutturali nella transizione energetica, che per l’Italia significa disporre di quasi 7 miliardi di euro l’anno (fino a 14 miliardi nel triennio 2026-2028) per ridurre la dipendenza da gas e petrolio.
Nel primo mese del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno complessivamente guadagnato oltre 30 milioni di dollari all’ora di profitti extra. Nella sola Unione Europea, le compagnie petrolifere hanno avuto entrate extra giornaliere di circa 81 milioni di euro dalla vendita di diesel e benzina.
Le quattro maggiori compagnie petrolifere europee – Shell, TotalEnergies, BP ed Equinor – hanno riportato oltre 18 miliardi di dollari USA di utili nel primo trimestre del 2026, in aumento dell’80% rispetto al trimestre precedente. Per il 2026, si prevede che sole sei compagnie petrolifere internazionali (ExxonMobil, Shell, BP, TotalEnergies, Chevron, ConocoPhillips) riporteranno profitti complessivi vicini a 94 miliardi di dollari.
Se vogliamo davvero giustizia sociale e climatica, dobbiamo smettere di proteggere chi guadagna dalle crisi e iniziare a proteggere chi le subisce. Le famiglie non possono continuare a pagare bollette più alte mentre le compagnie fossili accumulano profitti enormi. Le imprese non possono essere lasciate ostaggio di un sistema energetico instabile, costruito sulla dipendenza da petrolio e gas.
Non chiediamolo: facciamolo. Tassiamo chi alimenta le guerre e la crisi climatica. Tassiamo le lobby del petrolio e del gas e usiamo quelle risorse per liberarci dalla dipendenza fossile.
Dal 15 al 17 giugno 2026, Giorgia Meloni sarà al G7 che si svolgerà a Évian-les-Bains, in Francia alla presenza dei capi di Stato e di governo di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La Francia detiene la presidenza del gruppo fino al 2026. Donald Trump ha dichiarato che parteciperà al vertice, per questa ragione Emmanuel Macron potrebbe far precedere il G7 da un bilaterale con il presidente americano, si parla o di una cena a Versailles o di una partita a golf. Sul tavolo ci saranno vari dossier, tutti complicati e per certi versi interconnessi: lo stallo nella guerra in Iran, l’accusa americana agli alleati della Nato di averlo deluso in Medio Oriente, le relazioni con Canada e Giappone da calibrare, il caso Ucraina.
Verso il G7: i temi in agenda
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato invitato dalla Francia al vertice del G7, ma non si sa se sarà presente e soprattutto non si sa come potrà reagire Trump. Un altro fronte delicato è quello relativo ai dazi che si mescolerà verosimilmente con l’intelligenza artificiale e con le catene di approvvigionamento di minerali critici. Sul primo punto il presidente ha detto agli amministratori delegati delle aziende tecnologiche che gli Stati Uniti potrebbero acquisire una piccola quota di proprietà nei giganti dell’intelligenza artificiale, “in modo che il popolo americano possa beneficiare dei vantaggi derivanti dalla crescita di quelle che diventeranno aziende da mille miliardi di dollari”. Sul secondo, è ormai chiaro che Ue e Stati Uniti dipendono quasi interamente dalla Cina per l’approvvigionamento della maggior parte dei minerali utilizzati nelle loro catene di produzione per la difesa: una criticità su cui il G7 dovrà dare risposte. Sul punto si segnala l’iniziativa di India e Regno Unito che hanno lanciato l’Osservatorio globale sulla catena di approvvigionamento dei minerali critici per migliorare la cooperazione e la condivisione tecnologica.
Crosetto a Washington
Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrà un vertice bilaterale con il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il 15 giugno. Un’occasione per ragionare sulla gestione delle spese per gli armamenti, sulla crisi in Ucraina e sull’utilizzo delle basi americane in Italia. Intervistato pochi giorni fa dal New York Times, ha fornito un’anticipazione delle questioni più importanti, con in cima l’idea di un patto, accanto alla Nato, a guida europea, senza gli Usa. Si rende necessario “costruire un’Europa continentale della difesa”, ha detto. Per cui il suo viaggio negli Stati Uniti abbraccia il rilancio della proposta italiana per il nuovo disegno della difesa europea, nel solco della convinzione che è alla base delle policies di Palazzo Chigi, ovvero implementare il pilastro europeo dell’alleanza senza far regredire di un millimetro il legame transatlantico. Tutti temi che, di fatto, anticipano il Nato Summit in programma nel luglio prossimo ad Ankara.
Di nuovo Tajani-Rubio
La missione di Crosetto a Washington precederà di pochi giorni l’Italy-Us Business, Investment, Science and Innovation Forum in programma a Miami il 22 giugno a cui parteciperà il ministro degli esteri Tajani. In Florida ci sarà anche intervento del segretario di Stato Marco Rubio, che celebrerà la robustezza commerciale dei rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti. Ad aprile 2026 l’export italiano extra Ue ha fatto registrare un corposo balzo in avanti, verso paesi come Usa, Cina e Mercosur: la crescita è dell’11,3% su base annua. Le vendite verso gli Stati Uniti segnano un +12,1%. Il mercato a stelle e strisce rimane il primo saldo commerciale positivo per l’Italia grazie ad un avanzo di 2,832 miliardi di euro ad aprile.
Quattro le aree tematiche del meeting di Miami: tecnologie di frontiera per il futuro come IA, quantistica, cybersecurity, energia e spazio; industria avanzata, ovvero automazione, robotica industriale, agritech, medicale e biotecnologie; mobilità e infrastrutture resilienti come energia; trasporto aereo, marittimo e terrestre; creatività e lifestyle, ovvero agroalimentare, design&arredo, moda, cultura e sport. Tra l’altro il mercato statunitense è parte integrante del Piano d’Azione per l’Export varato dalla Farnesina tra i mercati maturi ad alto potenziale, nella consapevolezza che i rapporti economici con gli Stati Uniti sono improntati ad una forte integrazione commerciale, industriale e tecnologica.
Nel giardino zoologico denominato convenzionalmente “governo Meloni” convivono varie specie animali, tutte fortemente nocive. Ci sono gli incapaci e incompetenti, tipo Nordio o Pichetto Fratin, che proprio per le loro ridotte attitudini e capacità appaiono forse i meno pericolosi, ma, anche per questo motivo, fanno a ben vedere danni non minori degli altri. Poi ci sono i lobbisti, che rappresentano categorie ben determinate e ne fanno prevalere gli interessi su quelli del popolo italiano (vedi Crosetto e l’ascendente imbattibile che i fabbricanti e commercianti di armi esercitano su di lui, o anche Salvini che però ha titoli più che validi e comprovati per appartenere anche alla prima categoria). Poi ci sono quelli più pericolosi e cioè i fascisti veri e propri.
Tra di loro voglio mettere innanzitutto Giorgia Meloni e Ignazio Benito La Russa, i quali entrambi hanno recentemente rivendicato con orgoglio la loro piena continuità ideologica e sentimentale col criminale antisemita (vero, non alla Gasparri/Delrio) e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante, che rappresenta a sua volta l’anello di congiunzione tra il fascismo del Ventennio, quello repubblichino e quello del Movimento Sociale Italiano, poi trasfuso in Alleanza Nazionale e quindi in Fratelli d’Italia.
Ma il problema, storicamente posto, non è solo di radici, quanto della funzione che il fascismo e i fascisti hanno sempre svolto e continuano a svolgere di carta di ricambio al servizio del sistema capitalistico per perpetuarne l’esistenza mediante strumenti in parte diversi da quelli del liberalismo classico e improntati all’uso dell’autoritarismo, del razzismo (ieri contro gli ebrei, oggi contro i migranti) e se necessario della violenza aperta.
In Italia siamo fortunatamente ben lontani da una qualche riedizione della Marcia su Roma, né penso ci arriveremo mai, anche perché sono presenti forti anticorpi politici, sociali e culturali come dimostrato da ultimo dall’esito, disastroso per Meloni & C., del recente referendumsulla giustizia.
Ciò tuttavia non ci esime dall’individuare e analizzare attentamente taluni aspetti del governo Meloni che presentano elementi evidenti di un tentativo di fascistizzazione delle istituzioni italiane. Mi soffermerò al riguardo su due personaggi che ritengo fortemente emblematici al riguardo e cioè il ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara e quello degli Interni Piantedosi.
Il primo è noto per le sue crociate contro due libertà costituzionali fondamentali, e cioè quella di pensiero e quella di insegnamento e per tentare di soffocare ad ogni costo nella culla quella sacrosanta disposizione all’esercizio della critica che è una caratteristica, per fortuna naturale e insopprimibile, delle giovani generazioni, tanto più se condannate come le attuali a un triste futuro dalle classi dominanti. In questo senso Valditara si è reso tristemente famoso per il tentativo, ovviamente fallito, di bandire il genocidio palestinese dalle aule scolastiche e universitarie e per le misure disciplinari adottate nei confronti degli insegnanti che avessero l’ardire di invitare, ad esempio, una pericolosa fuorilegge come la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, FrancescaAlbanese.
Piantedosi, dal canto suo, già oscuro questurino burocrate al servizio di Salvini, ha legato il suo nome a un disegno di legge liberticida, impropriamente intitolato alla “sicurezza”, che si propone di impedire ogni conflitto sociale, che costituisce il sale della democrazia per chiunque non sia organicamente e profondamente fascista. Quello stesso conflitto sociale, per intenderci, che i caporali pakistani perfettamente inseriti nel sistema politico, padronale e mafioso italiano reprimono bruciando vivi i giovani braccianti che reclamano condizioni di lavoro più degne, com’è avvenuto recentemente ad Amendolara.
I due personaggi in questione sono, proprio per tali accennate e innegabili caratteristiche delle loro politiche, i principali fautori del neofascismo meloniano inteso come progetto di trasformazione in senso anticostituzionale della Repubblica italiana.
Il fatto che tale progetto sia stato temporaneamente sconfitto nel referendum dello scorso anno non esime ovviamente dal perseguire con ogni mezzo legittimo e necessario l’auspicabile cacciata del governo Meloni. A condizione però che tale cacciata non rappresenti l’occasione per reinsediare al vertice della Repubblica personaggi non troppo dissimili dai governanti attuali in termini di subalternità al capitale, agli Stati Uniti, alla Nato e all’Unione Europea nella sua accezione corrente, e quindi al riarmo, alla guerra, allo sfruttamento senza limiti della classe lavoratrice e alla svendita della ricchezza sociale.
Che si tratti di Calenda o di Renzi, di Gentiloni o di Draghi, di Picierno o di Guerini, infatti, la loro mera presenza non solo renderebbe arduo il rovesciamento di Meloni ma preparerebbe le condizioni per nuove vittorie delle destre in un futuro neanche troppo lontano. Quindi vanno banditi subito da ogni schieramento alternativo se vogliamo che sia effettivamente tale. Speriamo che Conte e soprattutto Schlein lo capiscano.
Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.
Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.
La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.
“Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini?”. Così il presidente del M5S GiuseppeConte a margine di un evento elettorale a Molfetta, ha commentato l’assenza della premier al vertice Ue-Balcani. “Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso. Abbiamo ancora un presidente che parla di ritrovo della centralità, di riconquista dell’autorevolezza e della credibilità. Ma quale credibilità? Manco forse i suoi familiari ci credono più”, ha continuato Conte.
Giorgia Meloni salta un vertice internazionale per partecipare alla presentazione di un francobollo. Venerdì la premier ha dato forfait al summit Ue-Balcani occidentali a Tivat, in Montenegro, dove i capi di Stato e di governo europei si sono incontrati alle 15 per discutere dell’allargamento dell’Unione agli stati balcanici e delle sorti dell’Ucraina. Meloni avrebbe dovuto volare oltre l’Adriatico dopo la festa per l’anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, terminata verso le 13. Dopo la cerimonia, però, la leader di FdI ha voluto recarsi in Prefettura – insieme ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi, Paolo Zangrillo e Marina Calderone – per l’annullo filatelico di un francobollo celebrativo dell’anniversario, evento non previsto nel programma originario. Così, intorno alle 14, palazzo Chigi ha comunicato che “a causa del protrarsi della cerimonia“, la premier non avrebbe più partecipato al vertice, decollando invece direttamente per Roma. Meloni, informa il suo staff, “ha informato personalmente il presidente montenegrino Milatović e il presidente del Consiglio europeo Costa esprimendo il proprio rammarico per l’impossibilità di raggiungere in tempo la riunione, la cui conclusione è prevista per le 15:30″.
Sulla vicenda si scatenano le opposizioni. “Io non finisco di sorprendermi. Meloni ha cercato di accettare tutte le richieste di Trump ed è stata mollata da Trump. Poi si è associata alla scommessa e sulla vittoria militare dell’Europa e della Nato sulla Russia e ieri hanno fatto il vertice Germania, Regno Unito e Francia e non l’hanno invitata. Adesso l’ultima è che non è riuscita a prendere l’aereo e a raggiungere un vertice Ue-Balcani importantissimo. Mi chiedo, ma l’aereo lo guidava Salvini? Ma è possibile che l’Italia sia caduta così in basso?”, attacca il presidente M5s Giuseppe Conte a margine di un evento elettorale a Molfetta (Bari). Anche il leader di Italia viva Matteo Renzi ironizza sui social: “Tutti i leader europei sono nei Balcani a discutere del futuro dell’Europa e della pace in Ucraina. Unica assente: l’Italia. Giorgia Meloni non è andata, dice che ha fatto tardi con l’aereo a Reggio Calabria”. Per il portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, il forfait è “Un’immagine plastica dell’irrilevanza in cui questo governo sta trascinando l’Italia. Non è una gaffe di protocollo: è un fatto politico. Meloni parla ogni giorno di patriottismo, ma nei tavoli in cui si decidono gli equilibri europei e il ruolo dell’Italia il governo non c’è”, accusa.
Una decisione che ha fatto esultare il centrodestra e le due protagoniste della coalizione di governo. Poco dopo mezzogiorno è stata MarinaBerlusconi, primogenita di Silvio, a fare una nota per esultare per l’archiviazione contro le “insinuazioni e campagne di delegittimazione” che hanno prodotto “solo una montagna di carta straccia, sia in tribunale, sia nelle redazioni di certi giornali” chiedendo di andare avanti sul tema delle riforme della giustizia che restano “un’emergenza“. Dopo pranzo invece il carico ce lo ha messo direttamente la premier Meloni secondo cui, con questa archiviazione, viene “spazzata via ogni ombra“.
Due note simili frutto di contatti diretti tra le due. In tarda mattinata Meloni avrebbe scritto messaggi di soddisfazione alla primogenita dell’ex fondatore di Forza Italia. Contatti che arrivano dopo diverse settimane di sospetti a Palazzo Chigi – in seguito al referendum – sulle mosse della famiglia Berlusconi su Forza Italia con il cambio dei due capigruppo Paolo Barelli alla Camera e Maurizio Gasparri al Senato.
L’Ue si è convinta. Non c’è solo la Difesa al centro delle strategie europee ed italiane per affrontare “tutte” le conseguenze della crisi a Hormuz, ma evidentemente anche l’energia. Il peso geopolitico delle bollette per le imprese è un’oggettività che incide moltissimo sulla produzione e, quindi, su pil, sul rapporto debito-pil e sul futuro della manifattura, tanto in Italia quanto negli altri Paesi membri.
Sul tavolo della commissione, Roma non ha posto semplicemente il tema della flessibilità, corredato dall’esigenza di spostare qualche miliardo da un capitolo all’altro, ma ha segnalato che serve un metodo di lavoro concettuale che faccia riguadagnare terreno anche all’Ue, troppo spesso lenta nei tempi di reazione.
Per cui il sì di Bruxelles all’estensione all’energia della clausola di salvaguardia già riconosciuta alle spese per la Difesa è “un’occasione per il governo italiano”.
Lo dice a Formiche.net l’europarlamentare di FdI/Ecr Francesco Torselli, secondo cui un attimo dopo “possiamo discutere sulle condizioni che l’Europa ha voluto imporre affinché fosse possibile attivare questa salvaguardia. E su questo, mi limito a dire che speriamo vivamente che le richieste di Bruxelles non rallentino troppo la messa a terra delle risorse, perché cittadini e imprese hanno necessità di beneficiare adesso degli aiuti per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia e non tra mesi o tra anni”.
La svolta in Ue segna inoltre l’introduzione di un metodo, quello del lavoro sotto traccia (contro la polemica tout court) che porta un plus effettivo? “Più che lavoro sotto traccia parlerei di logica del buon senso. La presidente Meloni e il vicepresidente Fitto hanno dimostrato in più occasioni che il buon senso abbatte più muri rispetto alla polemica. Certo, dall’altra parte dobbiamo riconoscere la Commissione di oggi è molto meno ideologica e più pragmatica di quella precedente, ma sicuramente l’approccio di Meloni e Fitto è quello vincente: niente proclami, niente urla, ma soluzioni concrete e dettate dal buon senso che, neppure la Commissione Ue può ignorare”.
L’Italia ha indicato la strada, ha detto ieri Giorgia Meloni, e l’Europa la sta percorrendo. Bruxelles prova a fare meno cose e farle meglio? Torselli risponde ricordando un evento di qualche giorno fa, come l’assemblea nazionale di Confindustria a Roma, in cui la presidente Meloni ha ribadito esattamente questo concetto: “L’Europa deve fare meno cose, ma deve farle meglio. Questa è la nostra visione d’Europa, ma le dirò di più: è la visione che avevano in mente i padri fondatori dell’attuale Unione europea. Chi oggi parla di Stati Uniti d’Europa o di Super-Stato europeo in grado di legiferare su tutto e il contrario di tutto, snatura quel progetto unico al mondo che fu pensato fin dal secondo dopoguerra: nazioni sovrane che si mettono liberamente assieme – ognuna mantenendo gelosamente vive le proprie ricchezze e le proprie specificità – con l’obiettivo di aiutarsi reciprocamente solo e soltanto nei campi in cui la competizione per i singoli stati nazionali sarebbe diventata improba. Un’Europa capace di fare solo quello che non possono fare da soli i singoli stati e di farlo, ovviamente, bene. Senza ideologia, senza dogmi imposti, ma guidata da pragmatismo e tanto, tanto buonsenso”, conclude.
“The era of deportations has begun.” A few months ago, this line from far‑right Swedish MEP Charlie Weimers sounded like a provocation. Now, after the agreement on the EU’s new Return Regulation between Parliament, the member states and the Commission, it reads more like an accurate description of the European Union’s political direction. With the legal framework for sending migrants to deportation camps outside Europe nearly complete, several member states — Germany, Austria, the Netherlands, Denmark and Greece — have intensified their search for countries willing to host them, mainly in Africa, far from the European continent, according to diplomatic sources. The political battle is over; the geographical one is just beginning.
Possibili deroghe al Patto di stabilità europeo non solo per la Difesa ma anche per l’energia, sull’onda della crisi petrolifera innescata dalla guerra in Iran aperta da Usa e Israele. Lo ha annunciato il commissario Valdis Dombrovskis: “Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica. Consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico” con “un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell’arco dei 3 anni”. Per l’Italia si stimano tra 13 e 14 miliardi di euro.
Dombrovskis chiama l’Italia e Giorgetti esulta
Dombrovskis ha subito chiamato in causa l’Italia: “Considerato il forte interesse per questa soluzione di flessibilità fiscale, posso presumere che sarà interessata a utilizzarla”. E infatti è arrivato il commento entusiastico del ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, a stretto giro: “Sono soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. “Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo – prosegue Giorgetti – il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà nella gestione della finanza pubblica italiana”.
La Commissione tuttavia non intende allargare troppo i cordoni della borsa: lo 0,3 per cento del Pil non si potrà utilizzare tutti e tre gli anni. Nel triennio si può arrivare alla soglia massima, cumulativa, dello 0,6 per cento del prodotto interno lordo. Non solo: la deroga “rimane all’interno del limite esistente dell’1,5% del Pil previsto dalla Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa”. Dunque per gli Stati che “hanno già utilizzato l’intera flessibilità dell’1,5% del Pil”, “sarebbe necessaria una valutazione aggiuntiva della sostenibilità del debito“.
La proposta di Meloni e la ramanzina Ue all’Italia: “Costi tra i più alti per la dipendenza mdal gas, accelerare sulle rinnovabili”
Quella del commissario Dombrovskis è la risposta dell’esecutivo Ue alla richiesta recapitata da Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen, e anche a quella avanzata dalla Spagna per bocca del ministro dell’Economia Carlos Cuerpo. La proposta iberica, diversamente da quella italiana, era specificamente focalizzata sulle spese ‘green’. La Commissione è “consapevole” delle conseguenze economiche e sociali dell’attuale shock energetico, nonché dell’importanza di sostenere le famiglie e le imprese “vulnerabili”, salvaguardando al contempo la “competitività” e la “resilienza economica” dell’Europa.
Nelle raccomandazioni specifiche per l’Italia pubblicate oggi da palazzo Berlaymont nel pacchetto del Semestre europeo, l’esecutivo Ue bacchetta Roma per i costi eccessivi dell’energia: “L’Italia si trova ad affrontare tra i prezzi dell’elettricità più alti dell’UE a causa della sua dipendenza strutturale dalla costosa produzione di energia da centrali a gas. Questo, e in particolare l’elevato rapporto tra il prezzo dell’elettricità e quello del gas, rappresenta un ostacolo fondamentale all’elettrificazione sia per le famiglie che per l’industria. Nonostante il significativo potenziale non sfruttato, la crescita delle energie rinnovabili è troppo lenta per raggiungere gli obiettivi del 2030: accelerare la diffusione delle energie rinnovabili contribuirebbe a mitigare i prezzi dell’elettricità nel medio termine”.
“Un sostegno continuo attraverso aste per le energie rinnovabili e lo stoccaggio, nonché la piena attuazione della riforma del sistema di autorizzazioni “Testo Unico” anche a livello regionale, sosterrebbero questo obiettivo”, suggerisce la Commissione. “L’integrazione di quote maggiori di energie rinnovabili richiede un’accelerazione degli investimenti per rafforzare la rete elettrica e ridurre le congestioni, limitando al contempo l’impatto sulle bollette dei consumatori. Ciò include investire nelle interconnessioni transfrontaliere e affrontare i ritardi di connessione alla rete di distribuzione. L’Italia dovrebbe inoltre continuare a promuovere la flessibilità non fossile, come lo stoccaggio e i meccanismi di gestione della domanda”. Per tutto questo, l’Ue raccomanda all’Italia di “accelerare l’elettrificazione e intensificare gli sforzi per la diffusione delle energie rinnovabili e dei sistemi di accumulo, anche attraverso la piena attuazione delle riforme in materia di autorizzazioni, in particolare a livello subnazionale, e investendo nella rete elettrica”.
Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.
Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.
Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.
“Questi qui devono rendersi conto che è ora che paghino qualcosa perché dopo un po’ la gente si incazza“. Con questa frase durissima, pronunciata a Dimartedì (La7), Pier Luigi Bersani mette il dito nella piaga di un’Italia sempre più divisa tra chi accumula ricchezza a ritmi vertiginosi e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. L’occasione della riflessione dell’ex ministro è data dalle immagini dell’inaugurazione del Tala Beach, il nuovo stabilimento balneare di lusso firmato da Daniela Santanchè e dal compagno Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Si tratta di un video che la stessa ex ministra del Turismo ha voluto diffondere sui social con orgoglio: una festa notturna tra dj set, cocktail, spettacoli, personaggi famosi (tra cui spiccano Ignazio La Russa) e arredi di pregio, con tende da sole da 12mila euro l’una, lettini esclusivi, area relax con piscina e un’atmosfera da salotto buono per vip.
Bersani non ci gira intorno: “Io penso che questa cosa disveli al meglio quello che ci dicono le statistiche, comprese le parti che non si riprendono mai della relazione del governatore della Banca d’Italia, e cioè che è in corso un fenomeno di concentrazione della ricchezza galoppante nel mondo e in Italia“.
Secondo l’ex segretario del Pd, che la grande maggioranza degli italiani possa riconoscersi in quel mondo dorato è un’illusione che si allontana sempre di più man mano che la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. Il confronto con l’era Berlusconi arriva subito, ma Bersani lo respinge con decisione: “No, ma non mi paragoni Berlusconi con la Santanchè. Berlusconi aveva tante frecce al suo arco. Era simpatico Berlusconi, a me non molto, ma insomma a tanta gente risultava simpatico e questo fenomeno però non era così galoppante allora“.
Oggi, invece, l’accelerazione è evidente e preoccupante. “Credo che per tenere assieme questa società – osserva Bersani – bisognerà averne consapevolezza. Non è un fenomeno che genera automaticamente una risposta politica organizzata, quanto piuttosto un aggravamento del distacco tra cittadini e istituzioni, cioè il rischio è che aumenti la fascia di popolazione che dice se il mondo è così non venitemi a cercare oppure lo rifiuto in toto: la politica, la democrazia, tutto”.
La riflessione di Bersani si chiude con una domanda diretta rivolta al governo Meloni: “Ma noi possiamo o no andare a chiedere un contributo a quel 5% di italiani che hanno il 49% delle ricchezze? Possiamo leggere quel che dice Banca Italia, l’Istat, Oxfam, sul dirompente fenomeno di concentrazione delle ricchezze che abbiamo in atto? Pensiamo di arrenderci?”.