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Tregua anche in Libano, 300 miliardi Usa per la ricostruzione, il programma nucleare di Teheran: il testo integrale del memorandum Usa-Iran

Stop allo scontro bellico tra Usa e Iran, anche in Libano, graduale eliminazione delle sanzioni e sblocco dei beni congelati alla Repubblica Islamica, un piano per la futura gestione dello Stretto di Hormuz e, ovviamente, la questione del nucleare iraniano ancora da delineare completamente. Sono solo alcuni dei punti contenuti nel Memorandum of understanding che i rappresentanti di Washington e Teheran si apprestano a firmare venerdì. Un’intesa che rappresenta un punto di partenza per arrivare a un accordo di pace che ottenga l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che gli Stati Uniti hanno diffuso integralmente. Ecco il testo completo.

Paragrafo 1
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran e i loro alleati nell’attuale guerra, con la firma del presente M.O.U. (Memorandum d’Intesa), dichiarano l’immediata e permanente cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, e si impegnano sin d’ora a non iniziare alcuna guerra o alcuna operazione militare l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza l’uno contro l’altro e dal garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano. L’accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, e le altre disposizioni del presente paragrafo.

Paragrafo 2
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnano a rispettare reciprocamente la rispettiva sovranità e integrità territoriale e ad astenersi dall’interferire negli affari interni l’uno dell’altro.

Paragrafo 3
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran si impegnano a negoziare e a raggiungere l’accordo finale entro un massimo di 60 giorni, prorogabili con mutuo consenso.

Paragrafo 4
Immediatamente dopo la firma del presente M.O.U., gli Stati Uniti d’America inizieranno la rimozione del proprio blocco navale e di qualsiasi disturbo o impedimento contro la Repubblica Islamica dell’Iran e porranno completamente fine al blocco navale entro 30 giorni. Durante questo periodo, il traffico delle navi sarà proporzionato ai livelli di traffico precedenti alla guerra che verranno ripristinati dalla Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle vicinanze della Repubblica Islamica dell’Iran entro 30 giorni dall’accordo finale.

Paragrafo 5
Con la firma del presente M.O.U., la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà, impiegando i propri migliori sforzi, disposizioni per il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza alcun addebito, per soli 60 giorni dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa. Il traffico delle navi commerciali inizierà immediatamente e, considerando la necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e militari e di effettuare lo sminamento da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, sarà ripristinato entro 30 giorni. La Repubblica Islamica dell’Iran condurrà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in discussione con gli altri Stati rivieraschi del Golfo Persico, in conformità al diritto internazionale applicabile e ai diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Hormuz.

Paragrafo 6
Gli Stati Uniti d’America si impegnano, insieme ai partner regionali, a sviluppare un piano definitivo e concordato reciprocamente, con almeno 300 miliardi di dollari statunitensi, per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran. Il meccanismo per l’attuazione di tale piano sarà finalizzato come parte dell’accordo finale entro 60 giorni. Tutte le licenze, deroghe e autorizzazioni necessarie per le pertinenti transazioni finanziarie saranno concesse dagli Stati Uniti d’America.

Paragrafo 7
Gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine a tutti i tipi di sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le risoluzioni del Consiglio dei Governatori dell’A.I.E.A. e tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, primarie e secondarie, secondo un calendario concordato nell’ambito dell’accordo finale. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America riconoscono l’importanza critica della questione della cessazione delle sanzioni sopra menzionata ed esprimono l’intenzione di affrontare immediatamente tali questioni nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco su di esse.

Paragrafo 8
La Repubblica Islamica dell’Iran riafferma che non procurerà né svilupperà armi nucleari. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno concordato di risolvere la destinazione del materiale arricchito immagazzinato secondo un meccanismo che sarà concordato reciprocamente in conformità con il calendario menzionato nel Paragrafo 7, con la metodologia minima consistente nella diluizione in loco sotto la supervisione dell’A.I.E.A. Le due parti hanno inoltre concordato di discutere la questione dell’arricchimento e altre questioni concordate reciprocamente relative alle esigenze nucleari della Repubblica Islamica dell’Iran, sulla base del quadro normativo che sarà concordato nell’accordo finale. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente paragrafo. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran riconoscono l’importanza critica delle questioni nucleari sopra menzionate ed esprimono l’intenzione di affrontarle immediatamente nei negoziati al fine di raggiungere un accordo reciproco su di esse.

Paragrafo 9
In attesa dell’accordo finale, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano di mantenere lo status quo. La Repubblica Islamica dell’Iran manterrà l’attuale status quo del proprio programma nucleare e gli Stati Uniti d’America non imporranno nuove sanzioni e non dispiegheranno ulteriori forze nella regione.

Paragrafo 10
Gli Stati Uniti d’America si impegnano affinché, immediatamente dopo la firma del presente M.O.U. e fino alla cessazione delle sanzioni, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti emetta deroghe per l’esportazione del petrolio greggio iraniano, dei prodotti petroliferi e dei derivati, nonché di tutti i servizi associati, comprese le transazioni bancarie, le assicurazioni, i trasporti, ecc.

Paragrafo 11
Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rendere pienamente disponibili all’uso i fondi e i beni congelati o soggetti a restrizioni della Repubblica Islamica dell’Iran al momento dell’attuazione del presente M.O.U. Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concorderanno reciprocamente le procedure relative allo sblocco di tali fondi durante i negoziati. Tali fondi, sia che restino nel conto originario sia che vengano trasferiti, dovranno essere resi pienamente utilizzabili per il pagamento a qualsiasi beneficiario finale designato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti d’America si impegnano a rilasciare tutte le licenze e le autorizzazioni necessarie a tal fine.

Paragrafo 12
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran concordano che sarà istituito un meccanismo esecutivo per monitorare l’efficace attuazione del presente M.O.U. e il futuro rispetto dell’accordo finale.

Paragrafo 13
Dopo la firma del presente M.O.U. e subordinatamente all’inizio dell’attuazione dei Paragrafi 1, 4, 5, 10 e 11 del presente M.O.U., nonché alla continua attuazione di tali misure, gli Stati Uniti d’America e la Repubblica Islamica dell’Iran avvieranno negoziati riguardanti l’accordo finale esclusivamente sugli altri paragrafi.

Paragrafo 14
L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

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G7, Licheri (M5s): “Si conferma l’impalpabilità della Ue, non siamo contemplati nella riconfigurazione dell’ordine mondiale”

“È un vertice che continua a confermare l’impalpabilità dell’Europa. Non riusciamo a uscire da questa condizione di impercettibilità politica, nella consapevolezza che siamo davanti a una riconfigurazione dell’ordine mondiale e l’Europa non è contemplata“. Così il senatore del M5s Ettore Licheri, in una rilasciata a Lanfranco Palazzolo per Radio Radicale, commenta il G7 a Évian-les-Bains, in Francia. Al tavolo siedono i leader di Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Canada, Giappone e l’Unione Europea, in un contesto segnato dalle tensioni in Ucraina e dalle recenti evoluzioni nel Medio Oriente.

Licheri sottolinea che l’Europa resta ai margini del nuovo assetto globale: “Dobbiamo essere consapevoli di questo, l’Europa non fa parte di questo progetto di ricostruzione dell’ordine mondiale”..
Secondo il parlamentare, quando Trump ha ridotto l’attenzione sul conflitto russo-ucraino, anche a causa degli eventi nello Stretto di Hormuz, si è aperta una finestra di opportunità che l’Europa avrebbe potuto cogliere per riprendere un ruolo di protagonista inizialmente negato. “C’è stata una dichiarazione pubblica da parte di Putin che invitava l’Europa a trovare un inviato speciale – ricorda Licheri – Sapete da quanti anni il M5s cerca di sposare questa svolta negoziale, non accettando che la strategia bellicista del gonfiare l’Ucraina di armi e di soldi possa essere una strada che porti a una soluzione”.
Per il senatore serviva indicare un delegato di pace: “Noi non siamo riusciti ancora oggi a nominare come Unione Europea un inviato di pace, questo dà la cifra dell’irrilevanza internazionale che in questo momento ha l’Europa”.

Licheri invita a non illudersi su un appoggio incondizionato agli Stati Uniti, tenendo conto del rapporto tra Trump e Putin: “Se noi non capiamo che Trump è contro l’Occidente e riconosce come interlocutore Putin e se l’Europa invece è contro Putin, allora siamo dentro un fatto paradossale”.
E aggiunge: “Noi non possiamo pensare in questo momento di poter reggere solo ed esclusivamente sull’alleanza atlantica storica che pure deve essere mantenuta, deve essere difesa, deve essere conservata, perché l’America in questo momento è al suo punto più basso di influenza e di prestigio internazionale e siccome la politica estera è una scienza quasi esatta, questa perdita di influenza, questa perdita di prestigio americano la pagheremo anche noi occidentali, nel bene o nel male“.

Sul cambio di rotta di Trump rispetto all’Ucraina, Licheri mantiene cautela: “Vediamo se dura, aspettiamo domani, perché lui ci ha già abituato a questi saliscendi così vertiginosi”.
Ribadisce che non può esserci una pace giusta senza l’Europa al tavolo: “Dobbiamo considerare l’Ucraina parte del continente europeo, il che non significa ovviamente consentirle una procedura accelerata di ingresso all’Unione Europea, perché gli standard democratici valgono per tutti e anche per l’Ucraina. Però certamente, se noi riuscissimo a imboccare quella svolta negoziale, probabilmente potremmo salvare o comunque proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina molto meglio di quanto possa fare Trump“.

Sulla possibile missione italiana per sminare lo Stretto di Hormuz, Licheri esprime sostegno di principio ma invita alla prudenza: “L’iniziativa è sicuramente positiva, va in direzione di una stabilità di quel quadrante, tutto ciò che va in direzione della pace, il M5s lo accoglie con favore, anzi lo sostiene, però prudenza e cautela, perché stiamo andando in una zona di guerra, non abbiamo ancora una tregua, abbiamo semplicemente un’intesa temporale di soli 60 giorni”.
Il senatore pone domande concrete sulle garanzie: “È necessario capire se avremo una copertura internazionale, se saremo dentro una cornice internazionale, se ci sono le Nazioni Unite, se non ci sono, dobbiamo capire quali sono le catene di comando, quali sono le regole d’ingaggio. Tanto per essere chiari, se qualcuno spara contro una nave italiana, noi possiamo rispondere al fuoco? La risposta sarà concertata, a livello collegiale?”.

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Fonti Ue: “Il Consiglio europeo ha avviato canali diplomatici con la Russia per aprire un tavolo negoziale”

I messaggi velati, i tira e molla e gli ammiccamenti delle scorse settimane tra Russia, Unione europea e Ucraina hanno portato a dei risultati. Secondo un alto funzionario Ue, il Consiglio europeo, nella figura del suo presidente Antonio Costa, ha avviato “canali diplomatici” telefonici con il Cremlino nel tentativo di stabilire e mantenere contatti per arrivare alla fine del conflitto. “Nelle scorse settimane – dice – sono stati effettuati brevi contatti a livello diplomatico per aprire canali di comunicazione, ma non si è discusso nulla di sostanziale”.

I segnali che qualcosa nella postura dei vari attori protagonisti stesse cambiando lo si era capito già dalla lettera aperta di Volodymyr Zelensky con la quale si chiedeva a Vladimir Putin un incontro. La volontà di Kiev è stata messa nero su bianco, mentre rimaneva sospesa quella di Mosca. Che però, il 27 maggio, nel corso della visita di Stato del presidente ad Astana, in Kazakistan, si era esposta col portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. E il messaggio, questa volta, era diretto proprio alle cancellerie europee: “La Russia e il presidente Putin sono aperti ai negoziati con l’Ue, ma gli europei stanno iniziando solo ora a prepararsi”, aveva detto.

Per la fonte, “in qualsiasi scenario futuro l’Ue ha interessi specifici che dovranno essere difesi, pertanto è importante aver stabilito canali diplomatici con la Russia. L’Ue non è un mediatore. Sostiene l’Ucraina nei suoi sforzi per raggiungere una pace giusta e duratura”. Tradotto: l’Unione europea non può limitarsi a fare il padrone di casa in un ipotetico negoziato tra Mosca e Kiev, ma è parte interessata dalle conseguenze del conflitto e dai termini di un futuro accordo. Prima cosa perché si tratta di una guerra combattuta ai suoi confini, secondariamente perché l’Ucraina sta procedendo nel suo percorso di adesione all’Ue.

Zelensky ha capito che la presenza di Bruxelles al tavolo potrebbe facilitare il buon esito di futuri colloqui. Così “ha invitato l’Europa ad assumere un ruolo più attivo nel creare le condizioni per facilitare i negoziati di pace. Nelle scorse settimane, il presidente Antonio Costa si è coordinato strettamente con i leader europei su un possibile coinvolgimento con la Russia e sulle questioni da discutere al momento opportuno”.

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“I am the boss”, “Il capo sono io”: così Trump si presenta alla riunione del G7 di Evian

I am the boss“, “il capo sono io”: così stamattina ha esclamato Donald Trump avvertendo del suo arrivo al tavolo della riunione del G7 di Evian dedicata allo sviluppo internazionale. Il presidente americano, vedendo gli altri collleghi capi di stato e di governo già seduti, si è rivolto a loro con il suo “I’m the boss”, poi sorridendo si è seduto al suo posto. Nell’arrivare al tavolo, ha stretto la mano al presidente francese, Emmanuel Macron, che – in inglese – gli ha chiesto “come va?”. In un altro scambio con i leader, in mattinata, Trump si era lamentato che nella sala delle riunioni faceva troppo caldo.

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Iran-Usa, ecco i 14 punti dell’accordo: per Teheran via tutte le sanzioni, ok all’export del petrolio e fondi per 300 miliardi

L’emittente televisiva saudita Al Arabiya ha ottenuto la bozza del “memorandum d’intesa” raggiunto da Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra. Il testo, sul quale ancora non sono giunte conferme da Washington e Teheran, contiene 14 punti e prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’impegno a non produrre armi nucleari e la revoca delle sanzioni statunitensi con un piano di sostegno economico da 300 miliardi di dollari.

1. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati nella guerra in corso, dichiarano, con la firma del presente Memorandum d’intesa, la fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, Libano compreso, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza reciproca. L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo e dei restanti articoli.

2. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro.

3. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a negoziare e raggiungere un accordo definitivo entro un periodo massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.

4. Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa, gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e ad evitare qualsiasi interferenza o ostruzione nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, ripristinando il traffico entro un massimo di 30 giorni alla sua piena capacità; il traffico navale dovrà essere proporzionale al volume di traffico prebellico da parte della Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti entro 30 giorni dall’accordo definitivo.

5. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran adotterà immediatamente le misure necessarie per garantire che il transito delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mar d’Oman e viceversa riprenda entro 30 giorni ai livelli prebellici, tenendo conto della necessità di rimuovere gli ostacoli tecnici e di neutralizzare le mine da parte dell’Iran.

6. Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai loro partner regionali, a creare un piano globale concordato da entrambe le parti per la riabilitazione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari. Il meccanismo di attuazione di questo piano, nell’ambito dell’accordo finale, sarà definito entro 60 giorni.

7. Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo finale, a tutte le tipologie di sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, comprese le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), nonché a tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.

8. La Repubblica islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che il destino del materiale arricchito e il destino di tutte le altre questioni nucleari di comune accordo, comprese le esigenze nucleari dell’Iran, saranno adeguatamente affrontati in un accordo finale; l’accordo finale confermerà le disposizioni del presente articolo.

9. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano che, in attesa di un accordo definitivo, manterranno lo status quo: l’Iran manterrà lo status quo sul suo programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni all’Iran né rafforzeranno le proprie forze nella regione.

10. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’intesa e fino alla data di revoca delle sanzioni, deroghe per le esportazioni di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, assicurativi, di trasporto e simili.

11. Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi compiuti nei negoziati per raggiungere un accordo definitivo, i fondi e i beni congelati o vincolati della Repubblica Islamica dell’Iran saranno sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, siano essi detenuti nel conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per qualsiasi pagamento finale ai beneficiari determinato dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica dell’Iran e saranno pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare tutti i permessi e le licenze necessari a tal fine.

12. La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sulla creazione di un meccanismo di attuazione per sovrintendere alla corretta implementazione e al futuro rispetto dell’Accordo finale.

13. A seguito della firma del presente Memorandum d’intesa e dopo aver ricevuto garanzie circa l’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 del presente Memorandum d’intesa e la continua attuazione di tali misure, la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati per un accordo finale esclusivamente in relazione ai restanti articoli.

14. L’accordo finale sarà approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

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Cisgiordania, coloni israeliani incendiano due moschee a nord di Ramallah: sui muri scritte razziste

Un escalation di violenza senza fine quella dei coloni israeliani nei territori occupati palestinesi. Ieri un gruppo di loro ha dato fuoco all’ingresso di due moschee nei villaggi di Jaljulia e Mazràa al-Nubani, a nord di Ramallah, imbrattando poi i muri con slogan razzisti e incitanti all’odio come “vendetta”. Lo riferiscono i media palestinesi che pubblicano le immagini. Secondo fonti dell’agenzia di stampa palestinese Wafa, i residenti hanno affrontato i coloni mentre questi tentavano di incendiare la moschea, mentre le forze israeliane hanno successivamente fatto irruzione nella città sparando gas lacrimogeni e granate stordenti. A Beita, i coloni hanno anche aggredito i residenti, ferendo quattro persone.

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“Incontro chiarificatore” tra Trump e Meloni. Lui la provoca: “Sono stato abbandonato”. Lei replica: “Siamo sempre stati amici”

Sedotto e “abbandonato”? No, Donald Trump e Giorgia Meloni sono “sempre stati amici”. Il G7 in corso a Evian, dove i leader stanno affrontando i principali temi di politica ed economia globale, è stata anche l’occasione per un nuovo contatto tra il presidente americano e la presidente del Consiglio italiana. Il rapporto tra i due, ottimo fin da prima del ritorno del tycoon alla Casa Bianca, si era incrinato quando l’Italia aveva deciso di negare supporto militare agli Stati Uniti per sbloccare lo Stretto di Hormuz e, successivamente, quando si era esposta in difesa di Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Washington: “Sono scioccato, non vuole aiutarci nella guerra – aveva commentato Trump – Io inaccettabile sul Papa? Lei lo è”.

Nella cittadina Svizzera, però, il clima appare più disteso, complice anche l’imminente firma del memorandum d’intesa tra Usa e Iran, il primo passo verso la fine della guerra alla Repubblica Islamica che si era trasformata per Trump in un mare di sabbie mobili che rischiava di risucchiarlo. Così, mentre il leader americano stava parlando col cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha buttato lì una battuta notando che nel frattempo si stava avvicindo Meloni: “Sono stato abbandonato“. Così il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si è avvicinato a sua volta rivolgendosi alla premier italiana: “Siete di nuovo amici“, ha detto scherzando. Lei ha ribattuto: “Siamo sempre stati amici“.

Da quanto si apprende, però, c’è ben altro rispetto alle battute in pubblico. Fonti diplomatiche italiane fanno sapere che tra Meloni e Trump c’è stato un “incontro di chiarimento” senza “battute né scherzi”. Perché in fondo le cattive relazioni nuocciono a entrambi. All’Italia che aveva scommesso su una postura internazionale più sbilanciata su Washington che su Bruxelles e che, in caso di rottura, si troverebbe senza alleati di peso. A Trump perché il governo Meloni, dopo la fine dell’era Orbán in Ungheria, è quello con un minimo di peso rimasto tra gli Stati membri a poter rappresentare la posizione americana ai tavoli comunitari. In questo primo incontro, sostengono le fonti, non ci si è concentrati su singoli aspetti, ma ci si è limitati a un “utile scambio” nel corso del quale la premier italiana ha ribadito “quel principio di unità dell’Occidente che è assolutamente necessario in questo momento di grandi crisi internazionali”, principio chiarito “da entrambe le parti”. Nei momenti di pausa “ci saranno occasioni di approfondire ulteriormente”. E comunque, in futuro, sono previsti altri confronti.

Niente dichiarazioni pubbliche o esternazioni a effetto. Anzi, Meloni ha chiesto a Trump di mantenere buoni rapporti “senza lanciare segnali“, in maniera strategica. In questi mesi “c’era stata una certa chiarezza da parte di Meloni su alcune uscite pubbliche del presidente” Trump, in riferimento a quelle sul Papa, ed “è stato chiarito da parte di entrambi come è importante in questa fase il concetto di unità su cui” la premier “insiste sempre e crede realmente”.

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Ucciso in Polonia il dissidente russo Semyon Skrepetsky: tre giorni fa era a Berlino con un quadro anti-Putin

L’artista russo dissidente Semyon Skrepetsky, 44 anni, è stato ucciso con diversi colpi d’arma da fuoco in un parcheggio di Biala Podlaska, nella Polonia orientale. Era famoso per le sue satire contro il presidente Vladimir Putin e aveva partecipato alle proteste a Venezia contro la riapertura del padiglione russo. Come comunicato dal portavoce della procura distrettuale di Lublino, Macin Kozak, la polizia ha fermato due bielorussi che si presume siano collegati all’assassinio. Al momento però “non sono state mosse accuse” contro i due uomini arrestati, ha dichiarato Kozak, aggiungendo che “rimangono a disposizione della procura”.

Le autorità locali hanno sigillato le strade in uscita dalla città e hanno messo sotto protezione le scuole dove si trovano i figli della vittima. I due uomini fermati sono stati intercettati e arrestati vicino al consolato bielorusso di Biala Podlaska. Stando a quanto riportato dalla polizia, Skrepetsky è stato ucciso con una vera e propria esecuzione: prima lo hanno colpito con tre proiettili, poi, una volta a terra, l’aggressore si è avvicinato e ha sparato altri due colpi a distanza ravvicinata.

Skrepetsky, il cui vero nome era Robert Kuzovkov, era originario della regione di Altai, nella Siberia sud-occidentale. Dal 2021 si era rifugiato in Polonia ed era noto in Russia per le sue caricature satiriche di politici, tra cui il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, Ramzan Kadyrov, leader della Repubblica di Cecenia, ma anche la defunta guida dell’opposizione russa Alexei Navalny. L’artista non risparmiava però critiche anche nei confronti delle autorità ucraine al punto che era stato inserito da Kiev nel database Myrotvorest. Si tratta di un controverso sito web che raccoglie e pubblica i dati personali di individui considerati “nemici dell’Ucraina” o “traditori della patria”. Tre giorni prima di essere ucciso, Skrepetsky aveva passeggiato per le strade di Berlino tenendo in mano un suo quadro: la reinterpretazione di un’icona ortodossa in cui il leader sovietico Joseph Stalin tiene in braccio un Putin “bambino”, sostituendo i due alla Vergine con Gesù.

Anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, – da pochi giorni uscita dal Partito democratico in polemica – ha commentato: “Una notizia terribile. Il fenomeno delle aggressioni extraterritoriali ai danni di dissidenti e critici dei regimi autoritari rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza europea“.

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Huaweigate: l’Europarlamento revoca l’immunità a Martusciello, capodelegazione di Forza Italia. Salvo De Meo

L’Europarlamento ha votato la revoca dell’immunità al capodelegazione di Forza Italia, Fulvio Martusciello, accogliendo la richiesta della procura del Belgio nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto Huaweigate. Con 344 voti a favore , 234 contrari e 25 astenuti, la plenaria di Strasburgo ha quindi confermato la decisione della commissione Affari giuridici (Juri), che il 3 giugno si era ugualmente espressa a favore. Salvo invece l’altro azzurro, Salvatore De Meo: la plenaria ha deciso di mantenere la sua immunità, in linea con il parere della commissione Juri.

L’inchiesta, esplosa nel marzo 2025 con una serie di perquisizioni in Belgio, Portogallo e altri Paesi europei, riguarda presunte attività di lobbying illecito riconducibili al gruppo cinese Huawei. Secondo la procura federale belga, l’azienda avrebbe cercato di influenzare il processo decisionale delle istituzioni europee attraverso una rete di consulenti, lobbisti e intermediari incaricati di coltivare rapporti con eurodeputati e loro collaboratori. Gli investigatori ipotizzano che siano stati offerti vantaggi di diversa natura – tra cui inviti a eventi sportivi, viaggi, ospitalità e altre utilità – per favorire gli interessi del colosso delle telecomunicazioni all’interno del Parlamento europeo.

Nell’ambito di questo filone, la magistratura belga ha chiesto la revoca dell’immunità di Martusciello e De Meo per poter svolgere ulteriori accertamenti sul loro ruolo nella vicenda. I due eurodeputati non risultano formalmente imputati e hanno sempre respinto qualsiasi addebito. Per quanto riguarda Martusciello, gli inquirenti ritengono che alcuni collaboratori a lui vicini possano aver avuto un ruolo nei rapporti tra Huawei e il Parlamento europeo. Nel caso di De Meo, la procura intende approfondire il contesto di alcuni contatti e iniziative parlamentari che, secondo l’ipotesi accusatoria, potrebbero essere stati collegati alle attività di influenza contestate a Huawei. La richiesta di revoca dell’immunità non costituisce un giudizio di colpevolezza, ma consente alla procura di proseguire le indagini senza le limitazioni previste dallo status di europarlamentare.

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Usa, un bombardiere B-52 si schianta dopo il decollo da una base in California

Un bombardiere B-52 si è schiantato poco dopo il decollo lunedì mattina, intorno alle 11:20 ora locale, in una base dell’aeronautica militare statunitense nel deserto del Mojave, in California. Lo ha comunicato l’esercito Usa in un post su X, specificando che le squadre di soccorso sono intervenute subito dopo l’incidente. Il Boeing modello B-52, bombardiere a lungo raggio pensato per portare sia armi convenzionali sia nucleari, è entrato in servizio nel 1955 e in genere ha a bordo un equipaggio di cinque persone: nessuna informazione è stata fornita su eventuali feriti o vittime.

Il bombardiere era decollato dalla base di Edwards – circa 161 chilometri a nord di Los Angeles – dove Chuck Yeager superò la velocità del suono nel 1947.

Lo schianto si è verificato a quasi un anno di distanza dai fatti del luglio 2025, quando il pilota di un aereo di linea regionale in volo sopra il Nord Dakota effettuò una virata brusca e inaspettata per evitare una possibile collisione in volo con un bombardiere militare B-52 che si trovava sulla sua traiettoria.

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Nessun accordo in Ue sulle sanzioni al ministro israeliano Ben Gvir: manca l’unanimità degli Stati membri

Nemmeno le torture e l’umiliazione di cittadini europei ha smosso Bruxelles. Che non ci fosse l’unanimità era nell’aria, adesso è stata l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ufficializzare che i ministri degli Esteri dei 27 Stati membri non hanno, di nuovo, trovato un accordo per sanzionare il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir. “Molti Paesi hanno chiesto di sanzionare il ministro israeliano Ben-Gvir – ha dichiarato al suo arrivo in Lussemburgo per prendere parte al Consiglio Affari Esteri -, ma dalle consultazioni informali che ho avuto con gli Stati membri non c’è la necessaria unanimità“.

Quindi non ci saranno conseguenze per le immagini girate e fatte circolare nei mesi scorsi, con il membro estremista del governo Netanyahu che irride i manifestanti della Flotilla catturati dalle Forze di Difesa Israeliane in acque internazionali. Rimarranno solo le dichiarazioni di sdegno, evidentemente di circostanza, e poco altro, come la decisione della Francia di dichiarare il leader di Otzma Yehudit “persona non grata“, vietandogli quindi l’ingresso nel Paese. Anche l’Italia, con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha più volte invocato provvedimenti a livello europeo per colpire il ministro israeliano, senza mai prenderne a livello nazionale nonostante l’immobilismo comunitario.

Alla decisione su Ben-Gvir si aggiunge quella sulle restrizioni al commercio di prodotti dai Territori occupati. Su questo, la maggior parte degli stati membri ha chiesto la presentazione da parte della Commissione europea di opzioni per poter proseguire il lavoro. Una decisione, anche questa, per la quale si dovrà ancora aspettare.

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Trump arriva al G7: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”. Von der Leyen: “Nessuna pace con il Libano in fiamme”

“Non potrà esserci una pace duratura finché il Libano continuerà a essere in fiamme. Chiediamo un vero cessate il fuoco e il pieno rispetto della sovranità libanese”. Dal G7 francese di Évian-les-Bains, in Alta Savoia, Ursula von der Leyen condanna Israele per l’annuncio di voler continuare l’occupazione del Paese confinante, nonostante l’accordo raggiunto tra Usa e Iran preveda la cessazione delle ostilità anche in quel teatro. Alla conferenza stampa che precede l’avvio del vertice, la presidente della Commissione europea fa sapere di accogliere “con favore” l’intesa, specificando che “la priorità ora è l’attuazione: lo stretto di Hormuz deve riaprire e la libertà di navigazione dev’essere ripristinata senza ostacoli. È essenziale per la stabilità regionale e l’economia mondiale”, afferma, sottolineando che l’accordo dovrà “portare alla fine dei programmi nucleari e balistici iraniani”.

Trump: “Se accogli il terzo mondo, poi lo diventi”

Lunedì pomeriggio al vertice è arrivato anche Donald Trump: l’Air Force One del presidente Usa è atterrato alle 15 all’aeroporto di Ginevra – dove è stato accolto dal presidente svizzero Guy Parmelin – con a bordo anche il Segretario di stato Marco Rubio, quello al Commercio Howard Lutnick e il titolare del Tesoro Scott Bessent. Durante il suo viaggio aereo sull’Atlantico, il tycoon ha portato sul suo social Truth un pensiero anti-immigrazione: “Purtroppo, se si accolgono persone provenienti dai Paesi del terzo mondo, si finisce presto per diventare un Paese del terzo mondo e non c’è proprio nulla che si possa fare al riguardo”, ha scritto. Parlando con i giornalisti a Evian, Trump ha espresso il desiderio di “risolvere la questione del Libano”, che “sembra proprio non finire mai”: “Dovremo farci una chiacchierata con Hezbollah“, ha detto.

Macron: “Pronti a schierare navi a Hormuz”

All’Hôtel Royal, sede del vertice, Trump è stato ricevuto per il primo bilaterale dal padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron. “Ci prenderemo le nostre responsabilità per sostenere l’accordo” tra Teheran e Washington, “che è un passo molto importante per la pace e l’economia globale”, ha detto Macron di fronte alle telecamere. Trump, invece, ha annunciato che “lo stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì“, giorno della firma dell’intesa, suggerendo agli alleati di mettere a disposizione “una o due navi” per garantire i traffici. Un invito accolto dal capo dell’Eliseo: “Noi siamo pronti ad avere, fin da domani, dei caccia sul posto, che possono aiutare in missioni di ricognizione. Entro 48 ore, possono essere ovviamente dispiegate delle fregate, poi la portaerei. Insomma, siamo pronti”, ha detto Macron.

Von der Leyen: “Sanzioni all’Iran revocabili se c’è un cambiamento reale”

In conferenza stampa, von der Leyen ha parlato anche delle sanzioni europee all’Iran, aprendo a una loro revoca in presenza di “un cambiamento reale sul terreno” da parte del regime di Teheran: “Le sanzioni sono in vigore per cambiare i comportamenti. Quindi, se il comportamento cambia in modo credibile e verificabile, allora le sanzioni possono essere revocate”, ha detto. “Ma vale anche il contrario: finché non c’è un cambiamento di comportamento, non si possono revocare le sanzioni a causa delle violazioni dei diritti umani e della presenza di armi di distruzione di massa“, sottolinea.

“La Russia mai così debole, aumentare gli aiuti a Kiev”

In attesa dell’arrivo al summit di Volodymyr Zelensky, previsto per domani, la capa dell’esecutivo Ue ha affermato che “l’Ucraina si trova oggi in una posizione molto più forte rispetto a un anno fa”, mentre la Russia “subisce gli effetti delle sanzioni occidentali e delle crescenti difficoltà della propria economia di guerra” e “non è mai stata così debole“. Concetti, questi ultimi, ripetuti quasi alla lettera dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, in una dichiarazione alla stampa resa all’aeroporto di Berlino prima di partire per la Francia: “Nonostante gli attacchi delle ultime ore l’Ucraina si trova ora in una nuova posizione di forza. La Russia non può vincere militarmente, inoltre la sua economia è indebolita”. Von der Leyen torna anche a chiedere agli Stati membri un maggiore impegno economico nel sostegno a Kiev: “Il nostro pacchetto di prestiti da novanta miliardi di euro copre due terzi del fabbisogno finanziario dell’Ucraina per quest’anno e per il prossimo. Le prime tranche saranno erogate già nel corso di questo mese. Per il terzo restante è necessario che anche gli altri partner aumentino il proprio contributo“.

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“La guerra è finita troppo presto”: anche l’opposizione israeliana boccia il piano Trump-Iran

La questione vede d’accordo quasi tutto l’arco parlamentare. Dai ministri ultranazionalisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai leader dell’opposizione Yair Lapid, Benny Gantz, Naftali Bennett e Yair Golan, il giudizio sul “memorandum d’intesa” annunciato da Donald Trump con l’Iran è univoco: l’intesa lascia a Teheran troppo margine e rischia di chiudere la guerra prima che Israele abbia raggiunto i suoi obiettivi strategici.

Tra i primi a reagire è stato il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, figura di punta dell’ala più radicale della coalizione di governo. “Non siamo partner in questo accordo che non ci riguarda per la nostra sicurezza e non ci vincola in alcun modo”, ha scritto su X Il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, aggiungendo che Israele “non deve ritirarsi da nessun territorio che i suoi combattenti hanno conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche” e che qualsiasi compromesso diverso dallo smantellamento di Hezbollah rappresenterebbe una concessione inaccettabile.

Sulla stessa linea il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, tra i principali sostenitori di una linea di massima pressione contro Teheran. Il leader di Sionismo Religioso ha definito il memorandum “dannoso per Israele e per tutto il mondo libero” e ha sostenuto che i successi ottenuti nella campagna militare contro l’Iran non debbano essere trasformati in un compromesso diplomatico. Al contrario, Israele dovrebbe “continuare la campagna per rovesciare il regime con le proprie forze e in modi creativi” e garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di armi nucleari.

Ma le critiche non si fermano alla destra di governo. Anche il leader dell’opposizione Yair Lapid, capo del partito centrista Yesh Atid, ha attaccato l’intesa. L’accordo “non raggiunge nessuno degli obiettivi di guerra di Israele”, ha detto l’ex premier, perché “il regime sopravvive, il programma missilistico rimane intatto e l’Iran può ricostruire il programma nucleare”. In tutto questo Benjamin Netanyahu ha trasformato Israele in un “protettorato che riceve istruzioni sulla propria sicurezza nazionale”.

Una posizione simile è stata espressa da Naftali Bennett. Il leader della destra nazional-liberale, che si presenterà alle elezioni in autunno in ticket con Lapid, ha accusato il governo di non essere stato capace di trasformare i successi militari in “risultati duraturi per la sicurezza”. Al contrario, l’ex premier dice di avere “un piano strategico ben definito per far crollare il regime iraniano”, ha dichiarato: “Da un lato impediremo all’Iran di dotarsi di armi nucleari, dall’altro porteremo alla disgregazione del regime attraverso un’azione diplomatica, di intelligence, economica, tecnologica e militare”.

Dal centrosinistra è intervenuto Yair Golan, leader del Partito Democratico. “I cittadini israeliani si stanno rendendo conto di un accordo tra Stati Uniti e Iran concluso alle spalle di Israele”, ha detto l’ex vice capo di stato maggiore delle Israel Defense Forces. che accusa Netanyahu di aver promesso una “vittoria totale” e di lasciare invece il Paese con “i nemici di Israele più forti, Israele più debole e la deterrenza costruita con il sangue dei nostri combattenti che si sta sgretolando sotto i nostri occhi”.

Molto severo anche un altro ex generale, Benny Gantz, già ministro della Difesa e leader del partito centrista Blu e Bianco. L’ex capo di stato maggiore dell’esercito ha definito l’intesa un “fallimento strategico” destinato ad avere conseguenze per anni perché costringerà Israele a combattere nuove “battaglie diplomatiche, militari e legali”. In particolare, Gantz ha respinto qualsiasi ipotesi di limitazione della libertà d’azione israeliana in Libano: “In nessuna circostanza è consentito accettare restrizioni operative o un ritiro che metta in pericolo gli abitanti del nord”.

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Attacco russo a Kiev, in fiamme la cattedrale della Dormizione. Zelensky: “Barbarie”. Mosca nega: “Colpa di un missile Patriot Usa”

Un attacco russo nella notte ha causato ingenti danni al complesso monastico di Kyiv-Pechersk: il tetto della Cattedrale della Dormizione ha preso fuoco, come denunciato dal capo della chiesa ordotossa ucraina, il metropolita Epifanio che ha parlato di un crimine “contro l’umanità, contro la storia, contro il cristianesimo”. Tymur Tkachenko, capo dell’Amministrazione militare della città di Kiev, ha accusato la Russia di aver colpito deliberatamente “il cuore di uno dei più grandi santuari cristiani”.

Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “un atto di barbarie”: “E’ un attacco alla comunità cristiana e al patrimonio culturale dell’umanità”, ha scritto su X. Mosca ha respinto le accuse. Secondo il ministero della Difesa russo sarebbe stato un missile Patriot di fabbricazione statunitense a colpire gli edifici del monastero di Pechersk a Kiek: “Una delle ragioni del malfunzionamento di questo sistema potrebbe essere la fornitura al regime di Kiev di missili con vita operativa scaduta da parte dei Paesi occidentali. Le forze armate russe non pianificano e non effettuano attacchi a infrastrutture civili”.

A condannare l’attacco anche il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli: “La tutela del patrimonio culturale deve rimanere un principio inderogabile anche nei conflitti”, ha detto.

Il sito dell’attacco. L’Unesco teme “ingenti danni”

Il Monastero delle Grotte di Kiev (Kyiv-Pechersk Lavra) è un vasto complesso di monasteri e chiese, alcune delle quali sotterranee, costruito tra l’XI e il XIX secolo. Alcune delle chiese di questo sito, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, sono collegate da un labirinto di grotte che si estende per oltre 600 metri. La cattedrale, le chiese e gli altri edifici si affacciano sulla riva destra del fiume Dnipro e sono meta di pellegrinaggio da secoli.

L’Unesco teme “danni importanti” alla Cattedrale della Dormizione, sito patrimonio mondiale, nell’attacco ha colpito il complesso della Lavra Pechersk a Kiev. Il raid “avrebbe causato danni significativi sia all’interno che all’esterno della Cattedrale della Dormizione”. “Anche le strutture storiche adiacenti, compresi elementi del complesso fortificato della Lavra e la Torre di Ivan Kushnik, sarebbero state colpite”, ha affermato l’Unesco in una nota.

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La Gran Bretagna vieta l’uso dei social per tutti i minori di 16 anni: l’annuncio del premier Starmer

Il premier britannico Keir Starmer ha annunciato oggi l’imminente divieto di utilizzo dei social media per tutti i minori di 16 anni. La decisione pone la Gran Bretagna all’avanguardia sul tema della protezione dei minori online, ricalcando una legge simile approvata in Australia alla fine dello scorso anno. E ha subito scatenato l’ira delle Big Tech: “I divieti generalizzati allontanano i ragazzi da esperienze curate e supervisionate, indirizzandoli verso servizi anonimi e meno sicuri“, ha affermato un portavoce di YouTube in una dichiarazione.

Durante una conferenza stampa a Downing Street, Starmer ha dichiarato che “il governo vieterà l’accesso ai social media a tutti i minori di 16 anni”. L’annuncio del premier britannico arriva nel primo giorno del vertice del G7 in Francia, dove i leader mondiali dovrebbero discutere le misure per proteggere i bambini dai pericoli online.

Il dibattito è aperto anche all’interno dell’Unione europea. “I leader dell’Ue e la Commissione europea stanno esaminando come rendere gli spazi online più sicuri per i minori, anche attraverso l’introduzione di una maggiore età digitale per l’accesso ai social media“, ha dichiarato sabato sui social il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Nel frattempo presto anche il Canada potrebbe seguire l’esempio di Australia e Gran Bretagna: la proposta di legge, denominata Safe Social Media Act, è stata presentata alla Camera dei Comuni dal Ministro della Cultura Marc Miller. La norma canadese prevede che le aziende tecnologiche potranno aggirare il divieto se dimostrano di avere politiche per ridurre al minimo i danni ai minori.

In Italia invece il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi. E le attuali leggi sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Questa settimana è stata annunciata la ripresa dell’iter in Parlamento sul ddl bipartisan 1136 per la tutela dei minori nella dimensione digitale Mennuni Madia. Nel frattempo il deputato dem Stefano Vaccari ha presentato la sua proposta di legge per tutelare i minori nell’accesso alle piattaforme digitali con sistemi di verifica d’età.

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