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Trump anuncia un acuerdo de paz que Irán desmiente

11 June 2026 at 21:58

¿Fin de la guerra en Irán? El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, dio este jueves uno más de sus súbitos bandazos, y uno de los más espectaculares, en la guerra en Irán. Horas después de haber anunciado que sus fuerzas lanzarían una nueva ronda de ataques, la tercera en tres noches seguidas, ha proclamado en las redes sociales que ha cancelado esa decisión porque los dos enemigos ya han aprobado un memorando de entendimiento al que solo falta dar los últimos toques. Más tarde ha apuntado que el pacto podría firmarse incluso este fin de semana, quizá en Europa, y Estados Unidos estaría representado por su vicepresidente, J. D. Vance. Pero Irán insiste en que, aunque la mayor parte del documento ya está finalizado, Estados Unidos “sigue cambiando sus posiciones”.

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Viandantes caminan ante una reproducción de un misil iraní en una calle de Teherán.

21h. Trump diz que acordo com Irão está para breve

11 June 2026 at 21:17
O presidente norte-americano cancelou os ataques contra o Irão previstos para esta noite. Ainda, o Ministro da Presidência admite que o Governo tem de fazer cedências para conseguir aprovar a PSU.

Produção de petróleo na Rússia cai pelo 6º mês consecutivo

11 June 2026 at 20:11
A produção russa de petróleo recuou para cerca de 9 mil milhões de barris por dia. A contração deve-se, sobretudo, à intensificação dos ataques ucranianos contra infraestruturas energéticas russas.

Ucrânia tenta estratégia para isolar a Crimeia?

11 June 2026 at 20:11
Um ataque ucraniano em larga escala atingiu pontes e infraestruturas na Crimeia ocupada. Há fontes que relatam que "Não restam pontes intactas nas vias de acesso terrestre à península".

Uranio, ispezioni e chiusura dei siti nucleari: ecco cosa vuole Trump dall’Iran

In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.

Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.

La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.

Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.

La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.

L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.

Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.

Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.

L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.

Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio. Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.

Missili e artiglieria in prima linea: così Taiwan prepara la “zona di distruzione” contro la Cina

Le forze armate di Taiwan hanno condotto una vasta esercitazione lungo la costa occidentale, quella che guarda direttamente verso la Cina continentale attraverso lo Stretto di Taiwan. L’obiettivo dichiarato delle manovre è stato quello di simulare la risposta a un possibile sbarco anfibio nemico, uno scenario che da anni rappresenta la principale preoccupazione strategica di Taipei.

Le esercitazioni di Taiwan

Come ha spiegato Reuters, le operazioni si sono svolte lungo un tratto di circa 20 chilometri nei pressi di Taichung, coinvolgendo contemporaneamente otto diverse postazioni. Le forze taiwanesi hanno impiegato sistemi lanciarazzi Thunderbolt-2000 sviluppati localmente, obici semoventi Paladin di fabbricazione statunitense, missili anticarro, mortai e artiglieria pesante per creare una sorta di “zona di distruzione” destinata a fermare un eventuale assalto dal mare.

L’aspetto più significativo dell’esercitazione non è stato tanto l’arsenale utilizzato, quanto il metodo. I comandanti hanno sottolineato che le truppe hanno avuto molto meno tempo per prepararsi rispetto al passato, con l’obiettivo di replicare condizioni il più possibile vicine a quelle di un conflitto reale. In precedenza, alcune unità disponevano di giorni o addirittura settimane per predisporre le posizioni di tiro; questa volta l’arrivo nelle aree operative è avvenuto appena 24 ore prima dell’inizio delle attività.

Secondo i vertici militari, la scelta è servita a rendere l’addestramento più imprevedibile e a migliorare la capacità di reazione immediata delle forze armate. La modernizzazione della difesa taiwanese passa infatti sì attraverso l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, ma anche da una revisione delle procedure operative.

Un messaggio alla Cina

I sistemi HIMARS forniti dagli Stati Uniti sono stati protagonisti di un’altra operazione a fuoco reale lungo la costa occidentale. La Cnn ha fatto sapere che per la prima volta i razzi sono stati lanciati verso le acque dello Stretto di Taiwan, sempre simulando una risposta rapida a un’aggressione proveniente dalla Cina.

Gli HIMARS incarnano la dottrina della cosiddetta guerra asimmetrica, sostenuta da Washington, che punta a rendere estremamente costosa e complessa qualsiasi operazione militare contro l’isola. Montati su camion altamente mobili, questi sistemi possono uscire rapidamente da posizioni nascoste, lanciare i missili e spostarsi immediatamente altrove.

Durante l’esercitazione i veicoli hanno ricevuto l’ordine di fuoco, raggiunto la posizione assegnata e lanciato i razzi in pochi minuti, dimostrando la capacità di colpire rapidamente senza esporsi a lungo alle contromisure avversarie. Taiwan considera questi sistemi un elemento fondamentale della propria deterrenza, soprattutto mentre le attività militari cinesi attorno all’isola continuano ad aumentare.

É possível uma invasão terrestre dos EUA a Kharg?

11 June 2026 at 17:18
Maria Isabel Tavares considera uma invasão terrestre da ilha de Kharg um cenário complicado de acontecer. Destaca ainda a capacidade de Donald Trump em escalar o conflito no Médio Oriente.

OPEP produz 34% menos desde a guerra no Irão

11 June 2026 at 17:02
Menos 9,8 milhões de barris por dia face a fevereiro. O preço do crude subiu 5,5% em maio, para 114 dólares por barril, reflexo directo do colapso da oferta.

© ANDRE COELHO/EPA

Os 10 países petrolíferos aliados da OPEP bombearam em maio 14,3 milhões de barris

“Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale”

11 June 2026 at 16:54

Hormuz chiuso e lo spettro atomico: l’intervista a Federico Petroni sullo scontro Washington-Teheran

Mentre la tensione sul terreno non accenna a placarsi e i canali diplomatici restano faticosamente aperti, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase cruciale, sospesa tra il test delle rispettive “linee rosse” e la ricerca di una via d’uscita.

Sullo sfondo, i bombardamenti sulle infrastrutture civili, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le indiscrezioni sul possibile ricorso ad armi nucleari tattiche sollevano interrogativi drammatici: siamo di fronte a una reale prova di forza o al sintomo di una profonda frustrazione geopolitica da parte di una Casa Bianca incapace di raggiungere i propri obiettivi? E quale ruolo giocano le irrisolte preoccupazioni di sicurezza di Israele nella tenuta di un eventuale accordo?

A fare chiarezza è Federico Petroni, analista geopolitico di Limes, che ad Affaritaliani analizza i nodi più caldi dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Siamo proprio in un momento in cui si testano queste linee rosse. È ovvio che però gli Stati Uniti finora non sembrano in grado di volere o poterle superare, anche perché la risposta dell’Iran potrebbe essere altrettanto catastrofica”.

Nuovi bombardamenti in Iran, ma i colloqui continuano: qual è la linea rossa che Trump non può superare?

“Al momento non ci sono particolari linee rosse, se non quelle ovvie: l’opzione nucleare e gli attacchi alle infrastrutture civili vitali, come la rete elettrica o gli impianti idrici. Tuttavia, i recenti raid contro una di queste strutture sembrano un chiaro messaggio inviato a Teheran per dimostrare che Washington è pronta a valicare quel limite. Inoltre, secondo fonti non confermate, Trump avrebbe sollevato l’ipotesi di utilizzare armi atomiche di basso calibro contro i siti nucleari iraniani, un’indiscrezione che avrebbe suscitato un enorme scandalo nel suo stesso gabinetto.

Siamo in una fase di test reciproco dei limiti. Finora, però, gli Stati Uniti non sembrano avere la forza o la reale volontà di superare queste linee rosse, anche perché la controrisposta iraniana sarebbe catastrofica. Teheran ha finora risposto in modo simmetrico, colpendo le infrastrutture petrolifere e gasiere del Golfo. Un’escalation di questi contrattacchi manderebbe in cortocircuito l’economia globale, traducendosi in un disastro economico anche per gli Stati Uniti”.

Se ci sarà un accordo tra Washington e Teheran, chi ne uscirà vincitore? E quanto potrà durare?

“Temo che un eventuale accordo difficilmente avrebbe vita lunga, a meno che non si riescano a risolvere le preoccupazioni di Israele, che rimangono il nodo fondamentale. Poiché questa guerra all’Iran non ha dato i risultati sperati da Washington e Gerusalemme, il rischio che tra qualche anno Israele si senta talmente poco sicuro da dover riavviare questo tipo di operazioni militari è concreto.

Fondamentalmente, il governo Netanyahu mirava a rovesciare il regime iraniano per poter sbandierare questa vittoria in patria e dichiarare concluso il conflitto. Non essendoci riuscito, lo scenario resta di forte instabilità. Quanto a chi ne uscirà vincitore, è chiaro che gli Stati Uniti non hanno centrato nessuno dei propri obiettivi, anzi hanno peggiorato il quadro geopolitico. L’Iran, dal canto suo, ne esce indubbiamente indebolito per aver perso parte della sua leadership e per l’aggravarsi del soffocamento economico; d’altro modo, però, ne risulta rafforzato, essendo sopravvissuto a una guerra aperta che nessuno, prima d’ora, aveva mai osato muovergli contro”.

L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz: che segnale sta mandando a Trump e al mondo? È un punto di non ritorno nel conflitto?

“Teheran ha bloccato Hormuz perché gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare per pura frustrazione. I recenti attacchi americani non sono altro che il sintomo di una crisi di nervi. Di fronte a un Iran che si sente vincitore e che quindi respinge ogni richiesta della Casa Bianca, gli statunitensi hanno pochissime carte da giocare. Si illudono che qualche campagna di bombardamento possa ammorbidire la posizione iraniana, ma penso che non ci credano fino in fondo nemmeno loro. Per questo la definisco un’operazione dettata dalla frustrazione”.

Una tregua è ancora lontana?

“Gli Stati Uniti hanno ampiamente dimostrato di non avere né la forza né la volontà di andare fino in fondo, ovvero di intensificare sensibilmente le operazioni militari. Questo accade anche perché Washington non ha una visione chiara di cosa vuole ottenere da un conflitto avviato per ragioni che hanno pochissimo a che fare con i reali interessi strategici americani.

Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca non può fare marcia indietro senza rimediare un gravissimo danno d’immagine. Ritirarsi significherebbe ammettere non solo di aver perso la guerra, ma anche di aver ceduto il controllo di uno stretto marittimo vitale, un passaggio chiave per chiunque voglia continuare a definirsi la prima potenza del pianeta. A un certo punto Trump potrebbe anche stufarsi e decidere di abbandonare il campo, ma finora non lo ha fatto proprio perché è consapevole dell’altissimo prezzo reputazionale che pagherebbe in prima persona”.

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L'articolo “Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale” proviene da Affaritaliani.it.

Nucleare, miliardi congelati e raid in Libano: tutti i fronti che alimentano la guerra tra Israele e Stati Uniti

La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti non si gioca più su un solo campo. È un conflitto stratificato, in cui i raid militari si intrecciano con i negoziati sul nucleare, la battaglia sui fondi iraniani congelati, il controllo dello Stretto di Hormuz, la minaccia dei missili balistici e il ruolo di Hezbollah in Libano.

Mentre Washington e Teheran discutono un possibile accordo ad interim per ridurre l’escalation, Israele continua a colpire i suoi obiettivi regionali e guarda con sospetto qualsiasi compromesso che lasci intatta la capacità strategica iraniana.

Il nodo nucleare e i missili: la linea rossa di Israele

Il dossier nucleare resta il cuore della crisi. L’Iran rivendica il diritto all’arricchimento dell’uranio, mentre Stati Uniti e alleati chiedono limiti più rigidi, accesso pieno degli ispettori internazionali e garanzie verificabili. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha chiesto a Teheran cooperazione urgente e accesso ai siti nucleari, in un clima reso ancora più teso dalla guerra e dagli attacchi subiti da alcune infrastrutture.

Per Israele, però, il problema non è soltanto nucleare. La questione riguarda anche i missili balistici iraniani, la loro gittata e la possibilità di colpire territorio israeliano o basi americane nel Golfo. Washington aveva già indicato la limitazione della portata dei missili tra le richieste principali rivolte a Teheran. Per l’Iran, invece, l’arsenale missilistico resta uno strumento di deterrenza indispensabile, soprattutto dopo mesi di attacchi diretti e indiretti. L'Iran seguita a sostenere che il suo diritto alle armi convenzionali non è affatto negoziabile e di essere ancora in possesso di un vasto arsenale.

I miliardi congelati: la guerra economica dietro la diplomazia

Il secondo fronte è finanziario. Iran e Stati Uniti starebbero negoziando il rilascio di parte dei fondi iraniani congelati all’estero. Teheran chiede tra 6 e 12 miliardi di dollari subito, mentre Washington vuole uno sblocco graduale, controllato e vincolato all’acquisto di beni umanitari. Un funzionario iraniano ha affermato che sono in corso discussioni sull'ammontare dei beni congelati da sbloccare immediatamente e su una tempistica garantita per il pagamento dei restanti miliardi di dollari di fondi iraniani entro un periodo di 60 giorni.

La partita è decisiva perché riguarda la sopravvivenza economica della Repubblica islamica. Dopo anni di sanzioni e mesi di guerra, l’Iran ha bisogno di liquidità per alleggerire la pressione interna. Gli Stati Uniti, al contrario, vogliono usare quei fondi come leva negoziale: concedere ossigeno a Teheran, ma senza restituirle piena libertà finanziaria.

È qui che nasce l’ipotesi di un accordo provvisorio: non una pace definitiva, ma un’intesa tecnica per ridurre l’escalation, riaprire alcuni canali economici e rinviare i nodi più difficili. Una soluzione che però rischia di scontentare Israele, convinto che ogni pausa possa permettere all’Iran di ricostruire capacità militari e influenza regionale.

Libano, Hormuz e Hezbollah: i fronti che possono far saltare l’accordo

Il Libano è diventato uno dei terreni più sensibili della trattativa. Israele continua a colpire il sud del Paese contro obiettivi legati a Hezbollah, mentre Teheran cerca di mantenere il movimento sciita come leva strategica in qualsiasi negoziato più ampio con Washington, mentre il cessate il fuoco resta fragile e contestato.

Per l’Iran, Hezbollah è parte essenziale della propria architettura regionale. Per Israele, invece, è una minaccia diretta ai confini settentrionali. Per questo il dossier libanese non è più separabile da quello iraniano: ogni raid israeliano, ogni risposta di Hezbollah e ogni pressione americana su Beirut finiscono per pesare sui negoziati con Teheran.

A complicare tutto c’è lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale. L’Iran ha minacciato o annunciato restrizioni al passaggio delle navi in risposta agli attacchi americani, trasformando il Golfo in un altro fronte della guerra. Per Washington, la libertà di navigazione è una linea rossa; per Teheran, il controllo dello stretto è e sarà una carta strategica da usare al tavolo.

Il risultato è una guerra sospesa tra diplomazia e nuovo allargamento. Un accordo ad interim potrebbe congelare alcuni fronti, ma difficilmente risolverebbe le cause profonde dello scontro: il nucleare, i missili, le sanzioni, Hezbollah, Hormuz e la sfiducia israeliana verso ogni compromesso con Teheran. Più che una pace, al momento, sembra profilarsi una tregua armata: abbastanza per evitare il collasso immediato, troppo poco per chiudere davvero la guerra.

“Portugal tem uma inserção variada no quadro internacional”. Veja “A Arte da Guerra”

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Portugal está pela quarta vez no Conselho de Segurança das Nações Unidas. Um destaque que lhe é merecido por ser considerado um país que faz pontes das mais diversas entre números ‘tabuleiros’ diplomáticos. Um tema tão abrangente, que acabou resultando numa conversa sobre o… campeonato do mundo de futebol.

Na frente diplomática, destaque também para a visita do presidente chinês, Xi Jinping, à Coreia do Norte, o único país do mundo com que Pequim mantém um acordo de defesa.

Na defesa mas não muito está o Irão, novamente acossado pelos Estados Unidos, com o alto patrocínio de Telavive – não vão os Estados Unidos esquecer-se de bombardear Teerão.

Tudo para ver no programa desta semana de A Arte da Guerra, com o embaixador Francisco Seixas da Costa e condução do jornalista António Freitas de Sousa.

Juan Luis Arsuaga: "Me irrita que cuando pido servicios públicos, los políticos me den tolerancia. La tolerancia no quita la fiebre"

11 June 2026 at 06:12
Asume el rol de antropólogo estrella para lanzar un mensaje: "Nunca ha habido en España tanto tribalismo. Es una involución grave y evidente" Leer

Asume el rol de antropólogo estrella para lanzar un mensaje: "Nunca ha habido en España tanto tribalismo. Es una involución grave y evidente"

Novos ataques no Irão. EUA falam em "ato de diplomacia"

11 June 2026 at 12:26
É o que dizem fontes ouvidas pelo Wall Street Journal. Já o ministério dos Negócios Estrangeiros do Irão diz que o cessar-fogo fica "praticamente sem efeito", depois dos ataques norte-americanos.

12h. Irão garante que Estreito de Ormuz continuará fechado

11 June 2026 at 12:13
Um alerta da Autoridade do Estreito do Golfo Pérsico, que gere a passagem. Ainda, o Chega está reunido a esta hora com o governo e com o PSD, no parlamento, sobre a nova prestação social única.

Teerão ataca bases dos Estados Unidos no Bahrein e no Kuwait

By: ZAP
11 June 2026 at 11:15
Os Estados Unidos atacaram o Irão e as forças iranianas responderam com o lançamento de mísseis contra bases norte-americanas. Os Estados Unidos terão lançado uma nova vaga de ataques aéreos contra o Irão na madrugada desta quinta-feira, depois de Donald Trump ter avisado que Teerão iria “pagar o preço” pelo impasse nas negociações. Após os norte-americanos terem realizado ataques com mísseis contra várias cidades iranianas, o Irão voltou a retaliar, atingindo bases militares dos EUA no Bahrein, Kuwait e Jordânia, bem como dois navios no Estreito de Ormuz. Em comunicados divulgados pela agência de notícias iraniana Fars, a Guarda Revolucionária

Egito e Paquistão querem relançar esforços diplomáticos

11 June 2026 at 11:29
Os dois ministros sublinham a necessidade de se concluir o processo de negociação entre os EUA e o Irão para que sejam alcançados acordos "mutuamente aceitáveis" capazes de acabar com a guerra.

© PAVEL BEDNYAKOV/ POOL/EPA

Os ministros dos Negócios Estrangeiros do Egito e do Paquistão anunciaram que estão a coordenar uma reunião no Cairo do chamado Quarteto de países que se encontram a mediar o conflito

Escalation controllata tra gli Usa e il regime. Ma l'Iran tira la corda. "Donald è frustrato"

Escalation controllata, almeno per ora. I nuovi lampi di guerra in Medio Oriente assomigliano a un botta e risposta e non alla ripresa di un conflitto aereo totale, h 24, anche se l'escalation può velocemente sfuggire di mano. Il presidente americano, Donald Trump, che è fumantino e perde facilmente la pazienza, potrebbe ordinare raid più incisivi, ma dopo aver ripetuto 38 volte che l'accordo con Teheran era a un passo ha disperato bisogno di uscire dal pantano. Il tycoon viene descritto dal suo entourage come estremamente frustrato per le perduranti esitazioni dell'Iran a rispondere alla sua ultima proposta. Proprio per evitare di porre altri ostacoli a un eventuale accordo il commander in chief avrebbe chiesto di modulare gli attacchi di ritorsione all'abbattimento dell'elicottero Usa in modo da evitare vittime senza rinunciare a mandale un segnale. Anche gli israeliani, che sono stati attaccati con una trentina di missili come rappresaglia per i bombardamenti israeliani in Libano contro Hezbollah, hanno riposto subito, ma senza andare avanti. «Da tutte e due la parti si stanno usando le armi come parte del negoziato. Però sembra, che non ci sia la volontà di riprendere un conflitto su vasta scala», spiega al Giornale una fonte militare che monitora il braccio di ferro in Medio Oriente.

Trump si è reso conto che gli israeliani lo avevano infinocchiato sul successo della campagna aerea, la fine del regime e punta a una exit strategy, che non gli faccia perdere la faccia. Nonostante gli allarmi lanciati a tempo debito dal Pentagono ha sottovalutato i problemi di munizionamento oramai a un livello di guardia. Le stime del portale Analisi difesa, che si basano su fonti Usa, indicano che nei 40 giorni di guerra, gli americani hanno lanciato 1100 missili da crociera Jassm, che costano più di un milione di dollari a esemplare. Mille missili Tomahawk (3,6 milioni ciascuno) pari ad una produzione decennale. La Marina Usa sta correndo ai ripari con una richiesta di 3 miliardi di dollari per il 2027 per aumentare del 1200 per cento il numero di missili a lungo raggio contro obiettivi terrestri. Oltre ad ulteriori 1000 missili balistici tattici Atamcs gli americani hanno utilizzato nel conflitto 1200 intercettori Patriot (2.000 contando anche gli Standard e Talon), il doppio della produzione annuale al costo di quasi 4 milioni di dollari ognuno. Gli arsenali non sono a zero, ma sono arrivati al livello di guardia, che non permetterebbe agli Usa di combattere un conflitto convenzionale. Gli israeliani negano, ma pure loro hanno problemi di scorte soprattutto con gli intercettori Arrow 2 e3 capaci di distruggere i missili balistici iraniani più pericolosi.

Anche l'Iran non ha scorte infinite dopo la distruzione del 40 per cento della sua capacità missilistica, secondo l'Idf. Però «dal primo giorno di tregua, le immagini satellitari mostrano che hanno ricominciato la produzione e scavato per liberare le loro basi sotterranee distrutte solo all'ingresso», spiega la fonte militare. I «rifornimenti» arrivano anche via nave dalla Russia attraverso il Mar Caspio e con la ferrovia della Via della seta cinese con quattro convogli a settimana, rispetto ad un solo treno prima della guerra. I pasdaran hanno definitivamente abbandonato la strategia della «pazienza strategica» di Ali Kahmenei. Adesso rispondono colpo su colpo anche in difesa dei proxy più importanti come Hezbollah in Libano. Da escalation controllata a guerra totale il passo è breve.

Zelensky contro la Russia coi missili Flamingo. L'ambasciatore russo accusa il Quirinale

L'Ucraina rivendica una delle più intense campagne di attacchi in profondità dall'inizio dell'invasione russa, puntando su una strategia che mira a logorare la capacità logistica, industriale ed energetica avversaria. Tra i risultati più rilevanti, il secondo attacco in due giorni al ponte di Chonhar, collegamento tra la Crimea e la regione occupata di Kherson, che sarebbe ora fuori uso. Gli attacchi hanno inoltre investito il porto di Mariupol e diversi obiettivi industriali ed energetici in territorio russo, dalla regione di Vladimir alla raffineria di Novokuibyshevsk (Samara).

A segnare un ulteriore salto di qualità è stato l'impiego dei missili ucraini Flamingo. Il presidente Zelensky ha confermato che hanno danneggiato uno stabilimento militare a Cheboksary, a circa mille chilometri dal teatro principale delle operazioni, dove si producono componenti per droni e missili dell'esercito russo. L'operazione dimostra la crescente capacità dell'industria bellica ucraina di sviluppare sistemi d'arma a lungo raggio in grado di incidere sulle capacità produttive nemiche. A pagare il flop di Mosca è stato il comandante dell'aeronautica Afzalov, rimpiazzato dal generale Chaiko.

Sul piano diplomatico il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che Mosca ascolterà eventuali iniziative europee solo quando sarà convinta della loro "sincerità", ribadendo scetticismo nei confronti dell'Ue, accusata di voler sostenere Kiev. Lo stesso Lavrov ha rivelato che gli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Germania hanno chiesto un incontro, segnale di contatti che proseguono. A mostrare irritazione per le posizioni europee è anche l'ambasciatore di Mosca in Italia Alexiei Paramonov, che punzecchia Sergio Mattarella: "Da alcuni degli alti colli romani, ci sentiamo spesso accusati: la Russia sarebbe colpevole di tutti gli attuali problemi dell'ordine mondiale odierno, che si tratti dell'Europa dell'Est, del Medioriente o dell'Africa. Posso affermare con fermezza che queste accuse non corrispondono assolutamente al vero: sono una palese falsità. I fatti testimoniano l'esatto opposto".

La Germania annuncia 300 milioni per l'acquisto di munizioni per artiglieria a lungo raggio, mentre l'Ungheria nega armi a Zelensky. Berlino guarda inoltre con favore all'avvio dei negoziati per l'adesione dell'Ucraina all'Ue, mentre Kiev punta al prossimo vertice Nato di Ankara e soprattutto al G7 in Francia per un bilaterale Zelensky e Trump.

A dominare il confronto sono le sanzioni. Mosca ha reagito al nuovo pacchetto europeo promettendo una risposta "efficace e decisa" e Putin ha definito "assurde" le sanzioni ai centri estivi russi coinvolti nel trasferimento illegale di minori ucraini.

Trump promette nuovi raid: "Negoziati lenti, colpirò duro"

La diplomazia non si ferma in Medioriente, ma Donald Trump torna a puntare sulla strategia della massima pressione contro l'Iran, ed è pronto a ordinare nuovi raid. Il presidente americano ha anticipato che "colpiremo ancora con forza l'Iran oggi", dopo aver rivelato a Fox di essere "vicino a ordinare altri attacchi contro centrali elettriche e ponti iraniani". Il tycoon ha accusato la Repubblica islamica di "prendere di giro gli Stati Uniti" con le trattative che stanno registrando scarsi progressi. "Eravamo vicino a un accordo. Ma continuano a perdere tempo e ci trattano da stupidi", ha aggiunto, mentre su Truth ha affermato che l'Iran "parla tanto e non agisce, hanno impiegato troppo tempo per negoziare un'intesa che sarebbe stata ottima per loro, ora dovranno pagarne il prezzo. Il bullo del Medioriente è morto". Parole molto diverse da quelle spese martedì, quando ha rivelato che i negoziati erano alle "battute finali" e avrebbero potuto concludersi in "due o tre giorni". A suo parere, comunque, l'accordo "è buono, ci abbiamo lavorato per un mese. Vogliamo sia significativo, non come quello di Barak Hussein Obama, che apriva la strada all'arma nucleare".

Gli Usa hanno attaccato la Repubblica islamica in risposta all'abbattimento di un elicottero americano, mentre le forze iraniane hanno colpito basi Usa in Giordania e Bahrein. Una petroliera è stata inoltre colpita nel Golfo dell'Oman da un missile americano mentre trasportava greggio dall'Iran in violazione al blocco americano: dispersi tre marinai indiani. Le Guardie Rivoluzionarie hanno parlato di "missili a lungo raggio che hanno distrutto quattro obiettivi principali" in Giordania, tra cui postazioni di caccia F-35 in una base aerea e il centro di comando Usa ad Al-Azraq. In Bahrein sono risuonate le sirene antiaeree dopo che i pasdaran hanno detto di aver colpito un'altra base Usa. E l'esercito del Kuwait ha dichiarato che le sue difese stavano puntando "bersagli aerei ostili".

"Gli Stati Uniti hanno scelto di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti forze armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia", ha assicurato prima dei raid il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. E ha ribadito "la responsabilità legale e morale" dei suoi vicini di non permettere agli Stati Uniti o a Israele di utilizzare il loro territorio per attacchi. "Ogni volta che Trump ha parlato, ha ricevuto in risposta un sonoro schiaffo da noi", ha dichiarato il portavoce dello Stato Maggiore delle Forze Armate di Teheran.

"L'esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l'Aeronautica, non esiste nemmeno più, è stato completamente sconfitto", ha detto invece il comandante in capo dopo la più grave ondata di scontri tra Washington e Teheran dal cessate il fuoco dell'8 aprile, aggiungendo che grazie a una missione segreta per scortare le navi è riuscito a far transitare da Hormuz 100 milioni di barili di petrolio. Russia e Cina intanto temono l'escalation. "Siamo estremamente preoccupati" per gli ultimi sviluppi armati, ha dichiarato Mosca, esortando "entrambe le parti a esercitare moderazione". Anche Pechino ha invitato le parti a "cessare di intensificare il conflitto e di aggravare la situazione". Per un funzionario della Casa Bianca citato da Fox News, le trattative vanno avanti e Trump continuerà a esercitare la massima pressione per l'accordo. I negoziatori del Qatar si sono recati a Teheran "per incontrare gli iraniani nel tentativo di colmare le divergenze rimanenti". Secondo Axios, Teheran ha rifiutato l'incontro a tre con gli Usa.

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