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“Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale”

11 June 2026 at 16:54

Hormuz chiuso e lo spettro atomico: l’intervista a Federico Petroni sullo scontro Washington-Teheran

Mentre la tensione sul terreno non accenna a placarsi e i canali diplomatici restano faticosamente aperti, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase cruciale, sospesa tra il test delle rispettive “linee rosse” e la ricerca di una via d’uscita.

Sullo sfondo, i bombardamenti sulle infrastrutture civili, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le indiscrezioni sul possibile ricorso ad armi nucleari tattiche sollevano interrogativi drammatici: siamo di fronte a una reale prova di forza o al sintomo di una profonda frustrazione geopolitica da parte di una Casa Bianca incapace di raggiungere i propri obiettivi? E quale ruolo giocano le irrisolte preoccupazioni di sicurezza di Israele nella tenuta di un eventuale accordo?

A fare chiarezza è Federico Petroni, analista geopolitico di Limes, che ad Affaritaliani analizza i nodi più caldi dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Siamo proprio in un momento in cui si testano queste linee rosse. È ovvio che però gli Stati Uniti finora non sembrano in grado di volere o poterle superare, anche perché la risposta dell’Iran potrebbe essere altrettanto catastrofica”.

Nuovi bombardamenti in Iran, ma i colloqui continuano: qual è la linea rossa che Trump non può superare?

“Al momento non ci sono particolari linee rosse, se non quelle ovvie: l’opzione nucleare e gli attacchi alle infrastrutture civili vitali, come la rete elettrica o gli impianti idrici. Tuttavia, i recenti raid contro una di queste strutture sembrano un chiaro messaggio inviato a Teheran per dimostrare che Washington è pronta a valicare quel limite. Inoltre, secondo fonti non confermate, Trump avrebbe sollevato l’ipotesi di utilizzare armi atomiche di basso calibro contro i siti nucleari iraniani, un’indiscrezione che avrebbe suscitato un enorme scandalo nel suo stesso gabinetto.

Siamo in una fase di test reciproco dei limiti. Finora, però, gli Stati Uniti non sembrano avere la forza o la reale volontà di superare queste linee rosse, anche perché la controrisposta iraniana sarebbe catastrofica. Teheran ha finora risposto in modo simmetrico, colpendo le infrastrutture petrolifere e gasiere del Golfo. Un’escalation di questi contrattacchi manderebbe in cortocircuito l’economia globale, traducendosi in un disastro economico anche per gli Stati Uniti”.

Se ci sarà un accordo tra Washington e Teheran, chi ne uscirà vincitore? E quanto potrà durare?

“Temo che un eventuale accordo difficilmente avrebbe vita lunga, a meno che non si riescano a risolvere le preoccupazioni di Israele, che rimangono il nodo fondamentale. Poiché questa guerra all’Iran non ha dato i risultati sperati da Washington e Gerusalemme, il rischio che tra qualche anno Israele si senta talmente poco sicuro da dover riavviare questo tipo di operazioni militari è concreto.

Fondamentalmente, il governo Netanyahu mirava a rovesciare il regime iraniano per poter sbandierare questa vittoria in patria e dichiarare concluso il conflitto. Non essendoci riuscito, lo scenario resta di forte instabilità. Quanto a chi ne uscirà vincitore, è chiaro che gli Stati Uniti non hanno centrato nessuno dei propri obiettivi, anzi hanno peggiorato il quadro geopolitico. L’Iran, dal canto suo, ne esce indubbiamente indebolito per aver perso parte della sua leadership e per l’aggravarsi del soffocamento economico; d’altro modo, però, ne risulta rafforzato, essendo sopravvissuto a una guerra aperta che nessuno, prima d’ora, aveva mai osato muovergli contro”.

L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz: che segnale sta mandando a Trump e al mondo? È un punto di non ritorno nel conflitto?

“Teheran ha bloccato Hormuz perché gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare per pura frustrazione. I recenti attacchi americani non sono altro che il sintomo di una crisi di nervi. Di fronte a un Iran che si sente vincitore e che quindi respinge ogni richiesta della Casa Bianca, gli statunitensi hanno pochissime carte da giocare. Si illudono che qualche campagna di bombardamento possa ammorbidire la posizione iraniana, ma penso che non ci credano fino in fondo nemmeno loro. Per questo la definisco un’operazione dettata dalla frustrazione”.

Una tregua è ancora lontana?

“Gli Stati Uniti hanno ampiamente dimostrato di non avere né la forza né la volontà di andare fino in fondo, ovvero di intensificare sensibilmente le operazioni militari. Questo accade anche perché Washington non ha una visione chiara di cosa vuole ottenere da un conflitto avviato per ragioni che hanno pochissimo a che fare con i reali interessi strategici americani.

Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca non può fare marcia indietro senza rimediare un gravissimo danno d’immagine. Ritirarsi significherebbe ammettere non solo di aver perso la guerra, ma anche di aver ceduto il controllo di uno stretto marittimo vitale, un passaggio chiave per chiunque voglia continuare a definirsi la prima potenza del pianeta. A un certo punto Trump potrebbe anche stufarsi e decidere di abbandonare il campo, ma finora non lo ha fatto proprio perché è consapevole dell’altissimo prezzo reputazionale che pagherebbe in prima persona”.

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Usa-Iran, Noto (Limes): “Altro che tregua, c’è il rischio di un’escalation permanente”

4 June 2026 at 17:27

Usa-Iran, Noto (Limes): “Poco credibile un’intesa sostanziale”

Mentre Donald Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran potrebbe essere raggiunto “entro il fine settimana”, il confronto tra Washington e Teheran resta sospeso tra aperture diplomatiche e nuove tensioni militari. Da un lato la Casa Bianca parla di una possibile intesa sul nucleare e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito; dall’altro, gli ultimi giorni sono stati segnati da attacchi missilistici contro obiettivi americani nella regione e da un clima che continua a rendere fragile il cessate il fuoco.

In questo contesto si inserisce anche il primo stop politico arrivato dal Congresso: la Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione per limitare la possibilità del presidente di ordinare nuovi attacchi contro l’Iran, evidenziando le prime crepe nel fronte repubblicano e alimentando il dibattito sui limiti dei poteri di guerra della Casa Bianca.

Ma quanto è credibile la prospettiva di un accordo imminente? Il voto della Camera può davvero influenzare le scelte di Trump? E quali scenari si aprirebbero in Medio Oriente se i negoziati dovessero fallire?

A fare chiarezza è Lorenzo Noto, consigliere redazionale di Limes e studioso di geopolitica del Mediterraneo, che ad Affaritaliani analizza le implicazioni politiche e strategiche della crisi: “Sul piano giuridico il voto della Camera è in larga parte simbolico, ma sul piano politico segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano e conferma che la guerra sta acquisendo un costo interno sempre meno sostenibile”.

Quale valore politico e istituzionale ha il voto della Camera che limita i poteri di Trump sull’Iran? Si tratta di un segnale simbolico o potrebbe incidere concretamente sulle decisioni della Casa Bianca?

“Sul piano giuridico il voto è in larga parte simbolico: la risoluzione deve ancora passare al Senato e Trump potrebbe comunque porre il veto. Sul piano politico, però, è tutt’altro che insignificante. Segnala una crepa visibile nel fronte repubblicano, la prima concretamente tangibile dopo quattro mesi di guerra. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito, confermando che il conflitto sta acquisendo un costo politico interno sempre meno sostenibile in vista delle elezioni di medio termine.

La guerra era nata scavalcando non solo gli alleati ma lo stesso Congresso; il voto rappresenta quindi il primo tentativo istituzionale di riportarla dentro una cornice di responsabilità politica condivisa. Non lega le mani a Trump, ma erode il capitale politico con cui potrebbe permettersi un’escalation. E il vincolo sembra già farsi sentire: secondo funzionari statunitensi, il presidente non intende riprendere una guerra su vasta scala a meno che Teheran non provochi vittime americane. Il voto è il termometro di questa prudenza, non la sua causa, ma rende più difficile invertirla”.

Quanto è credibile l’ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran entro il fine settimana, considerando le recenti azioni militari?

“Se devo ragionare sul piano analitico, direi poco, almeno se per accordo intendiamo qualcosa di sostanziale. Innanzitutto perché Trump continua a fissare deadline che poi vengono rinviate: già a fine maggio sosteneva che l’intesa fosse quasi conclusa, salvo poi frenare.

In secondo luogo, ciò che si sta negoziando non è un vero accordo di pace, ma un’intesa preliminare che rinvierebbe le questioni più delicate, a partire dal nucleare. Il memorandum prevederebbe l’impegno iraniano a non dotarsi di armi nucleari e l’avvio di ulteriori negoziati sulle scorte di uranio arricchito e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia Trump ha chiesto maggiori garanzie e dettagli, riaprendo un ciclo negoziale che potrebbe durare ancora giorni o settimane.

Sul piano militare, inoltre, il quadro è l’opposto di un negoziato in chiusura: negli ultimi giorni si sono verificati alcuni degli episodi più gravi dall’inizio della tregua. 

È plausibile un memorandum interlocutorio che congeli i combattimenti e riapra parzialmente Hormuz; molto meno probabile un accordo capace di risolvere il nodo strategico. L’unica variabile che potrebbe accelerare davvero il processo è il timore di Trump di pagare un prezzo elettorale alle elezioni di novembre”.

La questione del nucleare resta il nodo centrale dei negoziati. Quali garanzie potrebbero essere accettabili per entrambe le parti affinché l’Iran rinunci definitivamente a sviluppare un’arma atomica?

“Il problema è che la garanzia di sicurezza che l’Iran cercava era proprio il nucleare. Chiedergli di rinunciarvi significa rinunciare a quella che considera la sua ultima assicurazione sulla vita, soprattutto dopo aver visto che un negoziato con gli Stati Uniti non garantisce protezione da possibili attacchi. È la lezione lasciata dal ritiro americano dal Jcpoa nel 2018.

Per questo un’intesa bilaterale sul modello del Jcpoa oggi difficilmente reggerebbe. Servirebbe piuttosto un grande accordo regionale costruito gradualmente, che offra garanzie di sicurezza all’Iran in cambio di un ridimensionamento dei suoi proxy e coinvolga attori chiave come la Turchia.

Un accordo da mantenere giorno per giorno, con garanti esterni come Pakistan, Cina e Russia, ma anche attori europei come Italia e Francia, oggi sostanzialmente assenti dal tavolo negoziale”.

Se l’accordo tra Stati Uniti e Iran non dovesse concretizzarsi, quali sono i rischi concreti di un’escalation militare in Medio Oriente? Quali scenari futuri dobbiamo aspettarci?

“Il rischio principale non è una guerra totale decisa a tavolino, ma un’escalation prodotta dall’accumulo di provocazioni reciproche e da una condizione pre-bellica permanente, intervallata da tregue più o meno lunghe. È lo scenario più preoccupante.

Israele potrebbe continuare a colpire, l’asse iraniano a rispondere, Teheran a denunciare violazioni della tregua e Washington a trovarsi davanti a scelte non pianificate. Sullo sfondo pesa inoltre il crescente confronto tra Israele e Turchia, che rischia di aggravare ulteriormente le dinamiche regionali.

Negli ambienti dell’intelligence occidentale c’è chi teme un susseguirsi di conflitti diffusi e permanenti, o addirittura una guerra prolungata sul modello ucraino. Per l’Europa si tratta di uno scenario tutt’altro che lontano: un Medio Oriente instabile, con gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb soggetti a chiusure intermittenti, significherebbe shock ricorrenti su energia, inflazione, migrazioni e sicurezza. Per l’Italia, fortemente dipendente da quelle rotte, il costo economico e politico sarebbe particolarmente elevato”.

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