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Ballottaggi elezioni comunali, Meloni esulta: “Avanti così”. Schlein: “Ha problemi con la calcolatrice, ha vinto il centrosinistra”. Ecco tutti i numeri

8 June 2026 at 18:41

Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.

Tutti i risultati

L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.

Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.

Centrodestra vs centrosinistra

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.

A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.

Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.

Il caso Vigevano e il No al referendum

A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.

Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.

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In Puglia neo-sindaci di Rifondazione e M5s. Acerbo: “Dopo Mamdani a New York, ecco Minervini a Molfetta”

8 June 2026 at 17:56

Uno di Rifondazione Comunista, l’altro del Movimento Cinque Stelle. Nel giorno in cui perde la sindaca di Foggia, dimessasi per tensioni interne alla maggioranza, il campo largo conquista due paesi della Puglia con due candidati “radicali”. Il ballottaggio delle amministrative consegna la guida del Comune di Molfetta a Manuel Minervini, eletto con il 67,47% dei voti, e quella di San Vito dei Normanni a Marco Ruggiero, con un successo al fotofinish. Entrambi vengono da partiti che rappresentano le ali “esterne” del centrosinistra.

Minervini, addirittura, è un esponente di Rifondazione Comunista. Alla fine, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, era stato l’unica figura a riuscire ad aggregare l’intero centrosinistra per riprendersi una città che nel 2025 aveva visto la giunta decapitata da un’inchiesta che aveva coinvolto l’allora sindaco con l’accusa di appalti in cambio di voti. Ingegnere meccanico di 36 anni, il neo-sindaco fa politica da quando aveva 15 anni: era partito dall’associazionismo di base, poi aveva fatto parte nei movimenti contro l’austerità post-governo Monti e dal sei anni è in Rifondazione.

La sua affermazione ha fatto festeggiare il segretario del partito, Maurizio Acerbo, con un paragone a stelle e strisce: “Dopo Mamdani a New York la conferma che c’è voglia di sinistra viene dalla vittoria del nostro compagno Manuel Minervini a Molfetta. Si può vincere coinvolgendo i giovani e il popolo del No con idee chiare e di sinistra – ha detto – La corsa al centro e il trasformismo hanno aperto la strada alla destra. Intorno a un giovane candidato di Rifondazione Comunista come Manuel si è creato un movimento giovanile e popolare e un fronte costituzionale e democratico pieno di entusiasmo e partecipazione”.

Un centinaio di chilometri più a sud, in provincia di Brindisi, ecco un’altra sorpresa: la vittoria di Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni. Espressione del Movimento Cinque Stelle, e sostenuto dall’intero centrosinistra, Ruggiero ha superato al ballottaggio il candidato del centrodestra Giacomo Viva con il 51,48% delle preferenze. San Vito era amministrato dal centrodestra con l’ex sindaca Silvana Errico, fuori dal ballottaggio in una guerra tutta a destra e una frattura che ha fatto sentire i suoi strascichi anche al secondo turno. Viva, infatti, era stato il candidato più suffragato al primo turno, con il 38%, ma è uscito sconfitto nella volata finale. “Da domani sono certo – ha detto il neo sindaco – metteremo da parte le posizioni avute. Il ballottaggio è un’elezione a se. Non bisogna dimenticare la bassa affluenza al primo e secondo turno. Sono tutti piccoli segnali che dobbiamo mettere insieme per poter programmare e coinvolgere la cittadinanza nelle politiche dei prossimi cinque anni”.

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Il Ministero scambia un “3” per un “8”: un quadro del Trecento da mezzo milione finisce in Svizzera per 38 mila euro, ma vale oltre mezzo milione

8 June 2026 at 11:11

Un “3” confuso con un “8” sull’iscrizione posteriore di una tavola è costato all’Italia la perdita definitiva di un capolavoro del Trecento. Convinti di esaminare un modesto dipinto ottocentesco del valore di 38mila euro, i tecnici del Ministero della Cultura ne hanno autorizzato senza riserve l’esportazione verso la Svizzera. Solo al termine di un restauro effettuato all’estero è emersa la reale datazione dell’opera: non 1850, bensì 1350, con una conseguente rivalutazione economica che supera il mezzo milione di euro. Il tentativo dello Stato di revocare l’autorizzazione è stato bocciato dal Consiglio di Stato per decorrenza dei termini legali. I dettagli della vicenda legale e storico-artistica sono stati ricostruiti dal Corriere della Sera.

La falsa datazione e il via libera all’esportazione

L’iter che ha portato all’uscita dell’opera dai confini nazionali inizia nel marzo del 2020. Una società privata con sede a Lugano presenta la richiesta formale per ottenere l’attestato di libera circolazione relativo a una “Madonna col Bambino”. Nei documenti, la società dichiara che si tratta di un dipinto di “Scuola italiana – Stile bizantino” risalente al XIX secolo, indicando un valore commerciale di 38.000 euro. A supportare questa tesi vi era una scritta posta sul retro della tavola, che apparentemente recitava: «Dipinta da Alfonso Martorelli Fiori Bologna anno 1850».

La Commissione dell’Ufficio esportazione esamina il manufatto e non rileva anomalie o un particolare pregio artistico. Con un verbale redatto il 3 luglio 2020, i tecnici ministeriali annotano le loro valutazioni formali che spianano la strada all’espatrio: «Si tratta di un’opera di qualche interesse in rapporto alla devozione locale a questa venerata immagine; dal punto di vista della qualità è un lavoro modesto che può ottenere l’attestato di libera circolazione». A seguito del parere favorevole della Direzione generale, il 10 agosto 2020 il documento viene regolarmente rilasciato.

La scoperta durante il restauro e l’asta di Christie’s

Una volta varcato il confine svizzero, l’opera viene sottoposta a un intervento di restauro nell’ottobre del 2022. I lavori di pulitura e analisi fanno emergere il clamoroso errore di lettura: l’iscrizione posteriore non indicava “1850”, ma “1350”. La tavola viene quindi correttamente attribuita al “Maestro del 1302” (noto anche come Maestro del Battistero di Parma), un pittore anonimo attivo in Emilia nella prima metà del XIV secolo, autore di un celebre affresco votivo conservato proprio nel Battistero parmense e da non confondere con lo scultore e architetto Benedetto Antelami. Accertata la vera natura trecentesca e la paternità dell’opera, la casa d’aste londinese Christie’s inserisce il dipinto nel catalogo della “Old Masters Evening Sale“, con una stima economica che oscilla tra le 400.000 e le 500.000 sterline (ben oltre il mezzo milione di euro).

Il ritardo del Ministero e la sentenza del Consiglio di Stato

Di fronte alla messa all’asta del capolavoro, il Ministero della Cultura decide di intervenire. Il 16 marzo 2023, a due anni e mezzo di distanza dal rilascio dell’attestato, l’istituzione lo annulla ricorrendo allo strumento dell’autotutela, formalizzando l’accusa contro la società svizzera di aver fornito «false e non veritiere indicazioni». La società elvetica impugna immediatamente l’annullamento rivolgendosi al Tar del Lazio, che lo scorso anno accoglie il ricorso. La parola fine è arrivata in questi giorni con la sentenza definitiva del Consiglio di Stato, che ha dato nuovamente torto al Ministero. I giudici di Palazzo Spada hanno recepito una precedente pronuncia della Corte Costituzionale, la quale fissa un limite massimo e perentorio di 12 mesi per poter revocare in autotutela un attestato di libera circolazione. L’intervento statale, arrivato dopo oltre 30 mesi, è stato giudicato tardivo, legittimando di fatto la permanenza dell’opera in Svizzera e la sua successiva vendita. La dinamica ricalca esattamente un precedente del gennaio scorso, quando lo stesso Consiglio di Stato aveva respinto un’analoga richiesta tardiva del Ministero per recuperare un dipinto di Giorgio Vasari non riconosciuto inizialmente dai tecnici.

Foto d’archivio

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Meloni a Confindustria: pioggia di promesse agli industriali, ma la parola "salari" resta un tabù

 

di Gentili, F. Giusti e S. Macera – Centro Studi Politico Sindacale

Il 26 Maggio scorso Meloni è intervenuta all’Assemblea annuale di Confindustria. Lo ha fatto con trentasei minuti di discorso, tutti incentrati sulla contestazione dell’Unione Europea – definita come «Un gigante burocratico» – e sulla esaltazione del ruolo «che l’industria italiana ricopre, non solamente dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale» e «reputazionale». Il merito – ha detto la Presidente – va a «chi è così ambizioso, così tenace, da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti, da voler fissare l’asticella sempre più in alto, fondamentalmente perché sa che l'orgoglio non si rivendica, l'orgoglio si dimostra, ogni giorno».

Purtroppo «fissare l’asticella sempre più in alto», per le imprese a cui Meloni si stava rivolgendo, vuol dire aumentare la produttività e i ritmi di lavoro, e in tanti casi anche ridurre il costo del lavoro (ossia i salari), lo sa bene chi fa sindacato oppure, semplicemente, si ritrova sfruttato in un ufficio pieno di computer, in un museo o magari in un magazzino della logistica. Non è allora un caso se, nel corso di questa lunga sviolinata agli imprenditori, Meloni non abbia mai pronunciato la parola “salari”, limitandosi soltanto a ricordare, in chiusura, di aver promulgato la pessima norma sul cosiddetto “salario giusto” – sulla quale a suo tempo, in quanto Centro Studi, avevamo prodotto un’analisi critica[1] evidenziandone contraddizioni e limiti

L’intervento della Presidente del Consiglio, tuttavia, s’è rivelato ampiamente chiarificatore circa le prossime iniziative politiche del Governo. I temi principali sono stati quelli dell’indipendenza energetica e della revisione delle politiche climatiche, da un lato, e dall’altro quelli della burocrazia e della responsabilità penale per le aziende.

  1. I temi energetico e ambientale

Sull’energia il Documento di Finanza Pubblica aveva già messo in allarme Meloni, riferendo di «rischi di natura strutturale dell’economia italiana, legati alla dipendenza dalle fonti fossili»,[2] e di «una strutturale dipendenza dall’estero per l’energia (pari al 74%, contro il 57% della media UE), con un ruolo significativo dei Paesi del Golfo persico [grassetti in originale]».[3] L’attacco della Premier alle tasse sulle emissioni di carbonio (Emissions Trading System) – che noi critichiamo da sinistra, in quanto consentono alle imprese di vendere “quote” di emissioni non emesse ad altre aziende che, invece, ne hanno già effettuate troppe –, allora, anziché essere il frutto di una visione politico-economica illuminata è, semplicemente, strumentalmente dettato da interessi capitalistici nazionali. «Io penso – ha detto Meloni all’Assemblea – che sia abbastanza chiaro che l'attuale sistema ETS è un po' distante dai bisogni attuali dell'industria europea. A maggior ragione, in questa fase di emergenza energetica, dove il buonsenso spingerebbe chiunque a sospendere temporaneamente la misura, almeno per i settori più colpiti dalla chiusura di Hormuz, in attesa di una sua organica e significativa revisione». In quest’ottica va letta la richiesta italiana alla Commissione Europea di estendere «la flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Al riguardo la UE ha scelto di evitare il muro contro muro, consentendo all’Italia – e ad altri paesi eventualmente interessati – «un margine di flessibilità per gli investimenti legati all’energia pari allo 0,3% del Pil annuo per il triennio 2026-28»[4]. Invero, questa parziale deroga si colloca in un quadro ben preciso che esclude nuovi sussidi alle famiglie o alle imprese, indirizzando tutti gli investimenti verso quella autonomia energetica che, necessariamente, passa per le rinnovabili e per le produzioni green. Dunque, la Unione Europea ribadisce una delle sue opzioni di fondo, il cosiddetto capitalismo verde (poco amato dall’Esecutivo italiano non in quanto ossimoro, ma perché ritenuto foriero di eccessivi vincoli per le imprese). Di più, la disponibilità europea sottende pure che, in cambio, l’Italia ripensi le sue ultime decisioni in merito al SAFE (Security Action for Europe), il principale strumento volto a sostenere finanziariamente la difesa comune europea. Nei giorni scorsi, il governo nostrano ha infatti comunicato la volontà di rinunciare a gran parte dei 14,9 miliardi di prestiti a tassi agevolati garantiti dal suddetto fondo, cui pure aveva scelto di aderire lo scorso anno. Ovviamente, Von der Leyen e i suoi sperano che, concedendole qualcosa, l’Italia s’impegni ancor più decisamente sulla strada del riarmo.

Ma torniamo al discorso di Meloni, in cui non è mancato l’elogio del cosiddetto “Decreto Energia” dell’anno scorso: «Grazie al decreto Energia abbiamo garantito un taglio concreto sulle bollette di luce e gas per tutte le aziende, oltre che ovviamente per le famiglie vulnerabili. Con benefici stimati per le PMI che arrivano a 9 mila euro l'anno per l'elettricità e a 10 mila euro per il gas». Peccato che i benefici per le famiglie si siano ridotti a un contributo governativo di 200€ una tantum e complessivo per nucleo familiare…

Proseguendo, la Presidente ha speso parole «per il ritorno dell'energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari, sicuri e puliti, che consentano di avere maggiore sicurezza, ma anche costi nettamente più bassi rispetto agli attuali», minacciando l’arrivo di una legge delega «Entro l'estate».

Per chiudere non è mancato un attacco ai pacchetti Omnibus dell’Unione Europea – tramite i quali molte imprese sono già oggi esonerate dagli obblighi di rendicontazione ESG (Environmental Social Governance), che imporrebbero un tracciamento delle emissioni in CO2, dei consumi, dell’impatto ambientale e della gestione dei rifiuti industriali –, definiti «non sufficienti» e inquadrati all’interno della questione della semplificazione burocratica e amministrativa per le attività imprenditoriali, anziché in quella climatica. Stessa cosa al riguardo di alcuni dossier europei – «penso al regolamento sugli imballaggi, penso ad alcuni obiettivi climatici» –, che per Meloni non sono «accettabili».

 

  1. Il tema della burocrazia d’impresa e della responsabilità penale

            Secondo Meloni «la responsabilità di impresa non può trasformarsi automaticamente in criminalizzazione di impresa», pertanto ha accolto la richiesta di Confindustria di un confronto finalizzato alla revisione del D. Lgs. 231/2001. Un Decreto che da oltre vent’anni garantisce che in caso di reati societari, tributari, ambientali, connessi al riciclaggio di denaro e via dicendo, compiuti nell’interesse dell’impresa, la responsabilità giuridica non sia solo individuale (personale) ma anche dell’impresa stessa. Si tratta di una garanzia che andrebbe estesa anche ad alcune tipologie di reato compiute contro il lavoro dipendente (come l’applicazione di un Contratto illegale o improprio) ma che, al contrario, Meloni sembra voler abolire o comunque ridurre considerevolmente.

            Di più: la Presidente è arrivata addirittura a proporre agli industriali «un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia. Io penso che questo sia fondamentale farlo insieme, perché quando c’è un servizio che non funziona, se vuoi risolvere quel problema devi interrogare l'utente. E voi siete gli utenti della burocrazia italiana» (!). Aspettiamoci, dunque, un’ulteriore deregolamentazione normativa per le attività d’impresa, già anticipate da alcune norme precedenti – come quella sulla deresponsabilizzazione legale dei dirigenti per progetti legati al PNRR (il famoso “scudo penale”) o quella che limita l’ammontare economico delle condanne, riducendo, per questa via, i poteri di controllo della Magistratura contabile sugli appalti. Per non dire di quelle che riguardano i crediti d’imposta e di tante altre ancora…

Le ambizioni di certa politica e di settori imprenditoriali sono ben note: ci si vuole dirigere verso un sistema di controlli decisamente allentato, lasciando alle imprese piena di libertà di manovra anche su materie come le clausole sociali – giudicate come un’intrusione della legislazione giuslavoristica nei processi decisionali e organizzativi di impresa. Detto in altri termini, da una parte si vogliono evitare controlli e controllori, dall’altra spingere al ribasso i costi della manodopera.

            Infine, Meloni ha parlato degli incentivi concessi alle aziende, in particolar modo a quelle attive nel Mezzogiorno (accennando anche all’estensione della Zona Economica Speciale a tutto il territorio nazionale), e ha promesso un ulteriore rafforzamento dell’iper-ammortamento, ossia di quel meccanismo che concede alle imprese di aumentare il peso fiscale degli investimenti al fine di accedere ad agevolazioni statali e arrivare, così, a uno sconto su IRES e IRPEF. L’ultima Legge di Bilancio[5] aveva già stabilito, relativamente agli investimenti in tecnologie o beni energetici, un incremento del peso fiscale del 180% per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per la quota da 2,5 a 10 milioni e del 50% per la quota da 10 a 20 milioni. La proposta in essere sarebbe quella di includere nell’ammortamento gli investimenti su software e cloud – che in realtà sono parzialmente già inclusi, ma solo per alcune tecnologie specifiche.

 

III. Elementi della strategia del Governo

Nel corso del proprio discorso Meloni ha evidenziato alcuni elementi di strategia politica, che andiamo brevemente a esporre.

Secondo lei «le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore». Gli snodi fondamentali sono quelle porzioni di mercato in cui gli investimenti sono altamente remunerativi e che, allo stesso tempo, garantiscano un elevato controllo su tutta la filiera produttiva. Un esempio ne sono le produzioni di semiconduttori (chip). Per garantire alle imprese europee una “posizione” all’interno di questi snodi sono fondamentali, per varie ragioni, un rafforzamento del settore militare (ad esempio per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime critiche e per la creazione di una domanda forte e stabile, proveniente dagli eserciti dei Paesi membri dell’UE) e una politica commerciale aggressiva. Per questi motivi Meloni ha detto: «Le spese di difesa sono il prezzo della libertà, e io voglio che l'Italia sia una Nazione libera». È la differenza tra chi sostiene questo mondo e chi – come noi –, invece, vuole cambiarlo.

Nello stesso fronte si inseriscono le boutades sul Mercato unico dei capitali e del risparmio e sul Mercato unico europeo in generale. Secondo Meloni la realizzazione e il potenziamento di questi strumenti «consentirebbe di mettere l’Europa al riparo da scelte protezionistiche di altre nazioni», ma il prezzo da pagare sarebbe la totale deregolamentazione normativa imprenditoriale e bancaria – direzione nella quale, sia detto per inciso, il legislatore europeo si sta già muovendo.

Infine, l’ultima indicazione strategica riguarda i fondi pensione, che in tutta Europa sono in via di potenziamento al fine di mobilitare una massa di capitali (teoricamente proprietà dei lavoratori) per le imprese, «in particolare per quello che riguarda innovazione, startup e infrastrutture». Rivendicando le ultime trovate inserite nella Legge di Bilancio per il 2026, come la riduzione del tempo per l’attivazione del meccanismo del silenzio-assenso – tramite cui il lavoratore viene inconsapevolmente iscritto a un fondo pensione – da sei mesi a soli sessanta giorni, Meloni ha sostanzialmente promesso un ulteriore rafforzamento dell’adesione ai fondi e, quindi, maggiori liquidità per le imprese.

[1] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Salario “giusto”, contratti nazionali a rischio, 6 Maggio 2026, https://diogenenotizie.com/salario-giusto-contratti-nazionali-a-rischio/.

[2] Documento di Finanza Pubblica 2026, Doc. CCXL, n. 2, 27 Aprile 2026, p. 32.

[3] Ivi, p. 20.

[4] M. Esposito e S. Rosset, Mini-clausola da 6,5 miliardi per Roma, i paletti Ue sulla difesa, 2 Giugno 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/06/02/fonti-flessibilita-ue-su-energia-vale-03-pil-entro-deroga-15-per-la-difesa_e3f7bb97-1e7c-401b-bdf4-1cd423a00413.html.

[5] L. 30 dicembre 2025, n. 199, cc. 427 e 429. Cfr. Allegati IV e V per l’elenco delle tecnologie industriali ammesse all’ammortamento.

 

Mondiali di calcio, non solo l’Iran. Problemi per le nazionali musulmane in Usa: l’iracheno Hussein fermato in aeroporto

7 June 2026 at 14:47

I Mondiali 2026 sembrano già essere pieni di problemi per le nazionali musulmane. I controlli strettissimi degli Stati Uniti, uno dei tre paesi che ospiterà la competizione insieme a Messico e Canada, infatti, non stanno colpendo solo l’Iran.

Secondo quanto riferisce su X l’agenzia Tansim News, Ayman Hussein, stella del calcio iracheno, è stato bloccato in aeroporto e sottoposto a lunghissimi controlli: il calciatore è stato fermato e interrogato per sette ore prima di essere autorizzato a entrare nel Paese.

“Perché l’America ospita la Coppa del Mondo se è così ostile nei confronti dei cittadini stranieri?”, si è chiesto Hussein. Anche il fotografo ufficiale della nazionale dell’Iraq è stato respinto al suo arrivo negli Stati Uniti e detenuto in aeroporto. Il visto di Tala Salah, questo il suo nome, è stato rifiutato all’ingresso e l’uomo è rimasto bloccato all’aeroporto internazionale di O’Hare per circa 12 ore.

Intanto l’ambasciatore iraniano in Messico Abolfazl Pasandideh, ha fatto sapere le condizioni di gioco della nazionale iraniana. I calciatori di Teheran potranno entragli negli Usa solo il giorno delle partite e poi ripartire poche ore dopo il fischio finale. Restrizioni americane che non renderanno sicuramente semplice la permanenza degli iraniani ai Mondiali.

“Possiamo entrare la mattina e dobbiamo ripartire lo stesso giorno”, ha affermato il diplomatico parlando con i giornalisti.

Per le tensioni tra Washington e Teheran, la nazionale iraniana ha trasferito il proprio ritiro a Tijuana, in Messico ma vicino al confine con gli Stati Uniti, rinunciando alla sede inizialmente prevista di Tucson, in Arizona. La rosa iraniana attraverserà quindi il confine solo per disputare gli incontri del girone programmati negli Stati Uniti, tornando subito in territorio messicano al termine delle partite.

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Bpm fa la prima mossa su Montepaschi: “Facciamo un matrimonio alla pari? Nascerebbe la seconda banca italiana”

7 June 2026 at 13:37

Giuseppe Castagna non vuole fare la fine del topo, stretto com’è tra l’iperattivismo di Andrea Orcel e le insidie del gruppo Unipol. E così nel bel mezzo di una domenica d’estate, l’amministratore delegato della Bpm ha rotto gli indugi su Siena proponendosi per il matrimonio bancario dell’anno. Tra pari. E lo ha fatto sapere a tutti, senza attendere neanche un beh dalla controparte.

Il Banco Bpm, fa infatti sapere una nota dell’istituto milanese diramata all’ora di pranzo di domenica 7 giugno, ha proposto al Monte dei Paschi di Siena “di discutere e concordare un’operazione di aggregazione”. L’operazione, spiegano dall’istituto, è finalizzata “alla creazione di un nuovo gruppo bancario e finanziario di riferimento in Italia, secondo operatore nazionale per dimensioni”. E l’aggettivo nazionale non è casuale per il nuovo gruppo che sarebbe comunque terzo per capitalizzazione di mercato dietro a Unicredit e Intesa. L’aggregazione verrebbe attuata nelle modalità tipiche dei “cosiddetti merger of equals, la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune, preservando il Dna dei due istituti e valorizzando le rispettive culture”.

Cose molto complesse e delicate, insomma, che nei rari casi in cui si sono verificate, sono state rese note solo a trattativa conclusa tra le parti. Invece l’irrituale nota di Milano fa tempestivamente sapere che il cda dell’istituto caro alla Lega del ministro Giorgetti ha deliberato all’unanimità di inviare a Siena una comunicazione sul proprio interesse ad “avviare un dialogo”, per discutere appunto di “una potenziale operazione di aggregazione concordata tra i due istituti”. L’operazione, spiega ancora la nota, si innesterebbe nel processo di integrazione di Mediobanca attualmente in corso in maniera efficiente e complementare, consentendo uno sviluppo coordinato e contestuale delle fabbriche prodotto coinvolte e rafforzandone il contributo industriale all’interno del nuovo gruppo che avrebbe una potenziale capitalizzazione di Borsa superiore ai 50 miliardi di euro.

E a proposito di Mediobanca, Bpm tiene a precisare che uno dei pilastri del matrimonio sarà la partecipazione in Generali che Mps ha rilevato insieme alla banca d’affari di Enrico Cuccia, facendone il primo azionista della cassaforte d’Italia. Nella nota si sottolineano infatti gli “ulteriori benefici derivanti dalla partecipazione in Assicurazioni Generali S.p.A. (“Generali”), la cui decisiva rilevanza consentirebbe di ampliare il perimetro delle opzioni strategiche a disposizione del Gruppo, nell’interesse degli azionisti di tutte le entità e dei rispettivi stakeholders”. Complessivamente, calcolano dalla Popolare di Milano, le nozze avrebbero un “significativo potenziale sinergico a regime superiore a Euro 1,1 miliardi al lordo delle imposte”, con una potenziale generazione di utile netto a regime di circa 6 miliardi di euro, una crescita degli utili per azione a doppia cifra e una creazione di valore di almeno 5,5 miliardi di euro.

“Nessun commento da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena in attesa che si riunisca il consiglio di amministrazione della banca”, in calendario per lunedì 8, fanno sapere dall’istituto milanese dopo che nei giorni scorsi l’amministratore delegato Luigi Lovaglio aveva risposto a chi gli chiedeva notizie sulle nozze che “siamo focalizzati sull’integrazione” con Mediobanca. Ancor prima il grande socio di Mps, Francesco Gaetano Caltagirone, aveva esternato tramite il Corriere della Sera, il suo disappunto per un ipotetico matrimonio tra Siena e Milano, con velati ma chiari riferimenti agli appoggi politici del Banco. “Temo che il risultato della recente assemblea (di Mps, ndr) favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano. Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulato negli anni nella più antica banca del mondo”, aveva detto. E così oggi Milano prova a sua volta a mandare messaggi rassicuranti sulla parità territoriale oltre che di governo societario.

Poi però c’è la questione del socio francese primo azionista di Bpm, il Credit Agricole, che un anno fa il governo ha favorito nella scalata alla ex popolare milanese pur di tenere Unicredit fuori dalla partita. “No comment”, fanno sapere ora da oltralpe anche se i rappresentanti del gruppo francese nel consiglio del Banco hanno sostenuto la decisione di avviare un dialogo con il Monte, contribuendo all’”unanimità” con cui è passata la delibera. Da non trascurare il riassetto in corso in casa Del Vecchio, primi azionisti di Mps e secondi delle Generali, ma anche legati a doppio filo con Unicredit e l’Agricole, banche capofila del prestito di 11 miliardi che consentirà a Leonardo Maria Del Vecchio di prendere in mano le redini del gruppo. A che prezzo, ancora, non si sa. E proprio Unicredit, come Intesa Sanpaolo e pure il governo, sono gli osservatori più interessati della partita che li riguarda da vicino.

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Tony da Silva é o novo selecionador nacional do Mali

5 June 2026 at 15:20

VTM

De acordo com o comunicado da FEMAFOOT, a seleção final do Comité Executivo destacou o projeto apresentado por Tony da Silva, que “cumpriu os principais critérios técnicos definidos pela comissão”. O novo selecionador foi escolhido para atender a um triplo imperativo: renovação, desempenho e trabalho ao longo do tempo.

O treinador, natural de Montalegre, possui um currículo diversificado, tendo liderado equipas como a AD Oliveirense, GD Bragança, GD Vilar de Perdizes, CDC Montalegre e Politehnica Iași. A sua experiência inclui também funções como treinador-adjunto no Académico de Viseu, Freamunde e Paços de Ferreira, além de ter sido adjunto na seleção dos Camarões.

Tony apresentou um projeto de trabalho abrangente para o futebol do Mali, baseado em cinco eixos estratégicos. Entre os objetivos estão alcançar resultados de alto nível em competições africanas e mundiais, desenvolver e valorizar o campeonato nacional, e promover e apoiar talentos locais.

A escolha do novo selecionador é vista como um passo importante para o futuro do futebol no Mali.

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“Il mio cane è stato rapito, venduto a un ristorante e mangiato”: il dramma dell’influencer Guo e del border collie Chutou, star dei social

6 June 2026 at 12:27

Chutou aveva otto anni, era un Border Collie ed era una piccola star dei social cinesi: più di un milione e mezzo di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, dove compariva nei video del suo proprietario, il travel influencer Guo, durante viaggi tra montagne innevate, deserti e campeggi in giro per il Paese. Ora la sua storia è diventata un caso in Cina e ha riaperto il dibattito sulla tutela degli animali domestici.

Secondo quanto ricostruito dal South China Morning Post e ripreso da People, Chutou è scomparso l’11 maggio dai terreni della famiglia di Guo, nella provincia dello Henan, mentre il suo proprietario era impegnato in un viaggio in solitaria. A occuparsi del cane erano i genitori dell’influencer. Quando il padre di Guo si è accorto che Chutou non c’era più, la famiglia ha iniziato le ricerche e ha controllato le immagini delle telecamere di sorveglianza: nei filmati si vedrebbero due persone portarlo via su una bici elettrica.

Guo ha interrotto il viaggio ed è tornato in Cina per cercarlo. Dopo alcuni giorni è riuscito a rintracciare l’uomo che riteneva responsabile della scomparsa e gli ha offerto 10mila yuan, circa 1.500 dollari, pur di riavere indietro il cane. L’uomo ha sostenuto di averlo scambiato per un randagio, versione respinta dall’influencer: Chutou, infatti, indossava un collare e un localizzatore Gps e si trovava nei terreni della famiglia.

La vicenda ha avuto l’epilogo peggiore. Secondo i media asiatici, il cane sarebbe stato venduto per 180 yuan, poco più di 25 dollari, a un commerciante e poi finito in un ristorante e mangiato. Guo ha raccontato di aver cercato almeno di recuperare qualche resto dell’animale, senza riuscirci. A quel punto ha deciso di presentare denuncia e di portare avanti la battaglia per vie legali.

Il caso ha provocato indignazione sui social cinesi anche perché mette in luce un vuoto normativo: in Cina non esiste una legge nazionale specifica per la protezione degli animali da compagnia. Gli animali domestici vengono trattati soprattutto come proprietà e, secondo quanto spiegato da un legale al South China Morning Post, perché un caso di furto possa avere rilevanza penale è necessario stabilire il valore economico dell’animale. Guo sostiene che Chutou, per la sua notorietà, valesse molto più della cifra per cui sarebbe stato venduto.

In Cina non esiste neppure un divieto nazionale sul consumo di carne di cane, anche se dal 2020 i cani sono stati esclusi dal catalogo ufficiale degli animali da allevamento e alcune città, tra cui Shenzhen e Zhuhai, hanno vietato il consumo di cani e gatti.

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Apprendistato in crisi profonda: perché le aziende preferiscono precari e lavoro nero

 

Sono trascorsi quasi tre anni da uno dei più recenti rapporti sull’apprendistato, un’analisi che fotografa la profonda crisi in cui versa questa tipologia contrattuale.

Nel 2021 (anno di riferimento del monitoraggio), gli apprendisti erano circa 544.366: un dato in lieve ripresa, ma pur sempre in calo rispetto al periodo antecedente al Covid. La crescita della platea si è concentrata prevalentemente nel Mezzogiorno, mentre si è registrata una flessione in quella che un tempo era la regione industriale per eccellenza, la Lombardia. Al contempo, si assiste a un progressivo innalzamento dell'età media dei lavoratori coinvolti.

Questi pochi dati restituiscono un quadro problematico. Il contratto di apprendistato, pur essendo conveniente per le imprese, viene utilizzato pochissimo. Spesso, infatti, i datori di lavoro non cercano giovani da formare, ma solo manodopera da sfruttare, evitando poi la stabilizzazione a tempo indeterminato. Senza voler generalizzare, è ormai acclarato che i processi formativi richiedono tempo e risorse, hanno un costo elevato e sono soggetti a regole ferree. Di conseguenza, molte aziende preferiscono affidarsi a lavoratori interinali, partite IVA e contratti a tempo determinato, azzerando così ogni obbligo in materia di formazione.

Una manifattura in crisi è quella che non investe nell'apprendistato e attribuisce la responsabilità dei propri mali al Reddito di Cittadinanza, alla presunta scarsa propensione dei giovani al sacrificio o ad altre motivazioni intrise di insopportabili luoghi comuni, primo tra tutti l'inefficienza del sistema scolastico pubblico.

La crisi dell'apprendistato riguarda sia la tipologia professionalizzante, sia quella per la qualifica, il diploma professionale e l'alta formazione e ricerca (che cubano tra l'87% e il 98% del totale dei contratti in essere). Manca, in sostanza, il ricorso a questo strumento in settori chiave come il commercio e la ristorazione. Tralasciando l'apprendistato di alta formazione e ricerca, che conta poche decine di casi, viene da chiedersi per quale ragione nella ristorazione si registri una simile crisi di vocazione. Forse basterebbe farsi un giro tra i locali per comprenderlo: si troverebbe una massiccia presenza di lavoro nero, contratti irregolari e retribuzioni da fame.

In teoria, l'apprendistato dovrebbe rappresentare la scelta migliore per le aziende con esigenze specifiche di formazione e inserimento a lungo termine. Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere proprio la prospettiva di trasformare l'apprendista in un lavoratore contrattualizzato a tempo indeterminato. Sul banco degli imputati siedono il sistema formativo, le modalità di gestione dei fondi stanziati e l'assenza di un piano nazionale; ma pesa soprattutto la scarsa propensione datoriale verso la stabilità, che ha reso il tempo determinato e le varie forme di precariato i veri modelli contrattuali di riferimento.

In questo scenario tutt'altro che entusiasmante si inserisce la riforma degli istituti tecnici, pensata per orientare la formazione scolastica verso le sole esigenze del sistema produttivo. In questo modo si sottrae spazio a quella cultura generale che permette agli studenti di diventare cittadini autonomi, capaci di comprendere la realtà e di affrontare i mutamenti del mercato del lavoro senza subirli.

La contrazione delle ore di insegnamento — sia per le materie scientifiche che per quelle letterarie — e la riduzione della durata del ciclo di studi da 5 a 4 anni rappresentano un autentico colpo inferto alla scuola tecnica, piegata a logiche che fino a ieri erano riservate esclusivamente ai percorsi professionali.

Questo stravolgimento risponde alle richieste padronali e interviene pesantemente su indirizzi, articolazioni e quadri orari, pregiudicando gli stessi risultati dell'apprendimento. La motivazione addotta dal Ministero è che il sistema produttivo è cambiato e la scuola è rimasta troppo distante. Quello che emerge, invece, è il tentativo spasmodico di ridurre ai minimi termini il ruolo e la funzione degli istituti scolastici e dei processi di istruzione. È il trionfo delle "competenze" sulle "conoscenze": un intervento che serve a garantire alle imprese una forza lavoro per la cui formazione non hanno mosso un dito, ottenendo come effetto collaterale lo smantellamento di un sistema educativo giudicato troppo lungo e, in fondo, inutile.

Inutili e intollerabili sono invece le retoriche padronali e le scuse accampate per sfuggire a una realtà scomoda, in cui le scuole devono essere "normalizzate" e ricondotte all'ordine dopo le proteste dei mesi scorsi. Ma qui si andrebbe fuori tema. Limitiamoci a ricordare che un anno di scuola in più e la creazione di laboratori efficienti e moderni sarebbero già una garanzia per le imprese stesse, se solo queste volessero davvero investire in formazione anziché stravolgere il sistema educativo pubblico, riducendo l'istruzione tecnica a un mero addestramento professionale.

La colpa, insomma, viene sempre attribuita al settore pubblico, mentre il privato non si assume mai le proprie responsabilità.

Salvador Dalí at art school: A wayward and insolent student expelled for life

A century has passed since the day that forever changed the life of Salvador Dalí: his second dismissal, this one permanent, from the Special School of Drawing, Sculpture and Printmaking at Madrid’s prestigious San Fernando Fine Art Royal Academy. In such a rigid, rule‑bound environment, Dalí felt out of place — and perhaps for that reason, this academic period has been overshadowed in scholarly writing. What dominates the narrative of those years in Madrid — which he described as the happiest of his life— are his escapades and artistic exchanges with Federico García Lorca, Maruja Mallo, and Luis Buñuel, his companions at the Residencia de Estudiantes, a pioneering cultural and academic residence, and a circle of mutual inspiration.

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Ana Rocasolano, director of the Complutense University’s general archive holds up several of the Dalí documents in the law department.From left, the UCM fine arts librarians Javier Pérez Iglesias and Laura Bomati and Dean Raquel Monje.

Design:

Ruth Benito

Development:

Fernando Anido

Graphic design:

Inés Arcones

Coordination:

Brenda Valverde Rubio

Featured image:

Salvador Dalí and his classmates at the Special School of Painting, Sculpture, and Engraving (Academy of San Fernando). 1922–1923. GALA-SALVADOR DALÍ FOUNDATION

© Museo Nacional del Prado

Several artists, including Salvador Dalí and Maruja Mallo, during a visit to the Prado Museum with King Alfonso XIII.

© Archivo Residencia de Estudiantes

From left to right, Salvador Dalí, José Moreno Villa, Luis Buñuel, Federico García Lorca, and José Antonio Rubio Sacristán in La Bombilla Park (Madrid) in May 1926.

© ARCHIVIO GBB / Alamy Stock Photo (Alamy Stock Photo)

Portrait of Salvador Dalí, dated to the 1920s.

© FUNDACIÓN GALA - SALVADOR DALÍ

Salvador Dalí with his classmates at the Special School of Painting, Sculpture, and Printmaking during the 1922–1923 academic year.

© Juan Vicens (Archivo Residencia de Estudiantes)

From left to right: José Bello, José Moreno Villa, Luis Buñuel, José María Hinojosa (seated), María Luisa González, and Salvador Dalí at a meeting of the Order of Toledo at the Venta de Aires (Toledo) in 1924.

I lettori fittizi dei giornali, le offerte speciali, e il successo percepito

6 June 2026 at 03:45

Ho un amico che non ascolta mai. Ho molti amici che non ascoltano mai, ma questo appartiene a un sottinsieme ancora più fastidioso: quelli che fanno le domande e non ascoltano le risposte. Tu ti sbatti ad articolare una risposta che non ti frega niente di dare, solo perché loro hanno chiesto e non vuoi essere cafona, e dopo un po’ ti accorgi che non ti stanno ascoltando. Oppure non te ne accorgi lì per lì, ma una settimana dopo ti rifanno la stessa domanda.

Questo amico negato per l’arte della conversazione ieri mi ha mandato uno screenshot, ma prima di dirvi cosa mi aveva immortalato devo riferirvi un’altra conversazione, una di qualche mese fa, una durante la quale – indovinate un po’ – non mi aveva ascoltata.

Gli stavo raccontando che in Francia c’era una polemica che riguardava Hélène Mercier, pianista ma soprattutto moglie di Bernard Arnault, uno degli uomini più ricchi del mondo. Aveva dato un’intervista nella quale aveva detto che essere senzatetto era una scelta di vita: l’opinione pubblica era ovviamente insorta, lei aveva ovviamente dato la colpa ai tagli di montaggio dell’intervistatore.

Non ne sono sicura, ma mi sa che glielo stavo raccontando solo perché mi aveva fatto molto ridere scoprire che anche i francesi cianciano di tribunal médiatique. Fatto sta che lui, che non mi ascolta mai, mi ha chiesto dove l’avessi letto, e per una volta ha ascoltato mentre gli rispondevo: su Libération.

«Ma quanti abbonamenti hai?», aveva obiettato, che è un’obiezione che ricevo spesso, perché sono effettivamente abbonata a un numero ridicolo di giornali, e la domanda successiva è sempre quella che mi aveva formulato anche l’amico non ascoltante: «Ma quanto spendi?».

La risposta è sempre «pochissimo», e sempre procedo a illustrare a tutti i curiosi anche quel che, inascoltata, avevo in quell’occasione detto a lui. L’abbonamento a Libération era in offerta: un euro per tre mesi. Certo, poi sperano che ti dimentichi di disdire, e che paghi almeno un mese a prezzo pieno, e a volte succede.

Il Boston Globe? Otto mesi a un dollaro, un po’ più costoso di quando, l’anno scorso, mi ero abbonata per leggere un’intervista al figlio di Bob Dylan: allora era un anno a un dollaro. Quando gli interlocutori ascoltano, vedo accendersi nei loro occhi la possibilità di essere anche loro gente che può leggere ciò che vuole invece di elemosinare lo screenshot d’un articolo da chi è abbonato.

«C’è un’intervista delirante a Marc Jacobs sullo Style del Sunday Times». «Uh, me la mandi?» «Io se vuoi te la mando, ma c’è un’offerta a una sterlina al mese per sei mesi». «E quando finisce poi come faccio?».

Quando finisce dipende, la maggior parte dei giornali esteri ti supplicano di restare, ci manca poco che ti diano dei soldi loro. Il mese scorso finiva la mia offerta a un dollaro al mese per il Washington Post, non è che mi sarebbe costato uno sproposito a prezzo pieno, diventavano 6 al mese, ma è il principio (figurarsi: dietro le questioni di principio ci son sempre i soldi): ho cliccato per disdire, e mi hanno rinnovato lo sconto.

C’era una pubblicità di divani in tv anni fa, erano sempre gli ultimi giorni di offerte che sarebbero finite alla fine di quella settimana, e passavano gli anni ed erano sempre lì, sempre gli ultimi giorni di offerte, sempre l’ultima occasione di Mina.

Il New York Times alla fine dell’anno in offerta ti rinnova l’abbonamento al prezzo normale, tu clicchi sulla disdetta e loro, col tono con cui Natasha in “Sesso senza amore” diceva «Vabbuo’, tras’», ti concedono di restare scontata: facciamo che ti concediamo un altro anno a due euro al mese, dai. Saranno vent’anni che andiamo avanti così: mai pagata una cifra sensata.

Un mese fa il New York Times ha annunciato d’aver superato i tredici milioni di abbonamenti. Tutti probabilmente simili a me, non dico gratis ma poco ci manca, e in questo modello che più che economico è comunicativo a me manca un tassello per la comprensione. D’accordo, vi serve dire che avete molto traffico, perché molto traffico significa molta appetibilità per gli inserzionisti, ma poi il sistema come sta su? Le seimila persone che tu giornale stipendi (numeri ufficiali del NYT), come le paghi? Coi miei due euro al mese?

Ogni tanto mi arriva una notifica di Substack che mi dice che sono, chessò, la ventitreesima più in crescita sulla piattaforma. Gli abbonati di Substack sono come le vendite dei libri autopubblicati: li controlli in tempo reale. Tizio si abbona, e a te arriva una mail, e l’interfaccia del sistema di pagamenti ti dice che i suoi soldi ti sono stati accreditati. Quando Substack mi dice che sono la ventitreesima, di solito è perché si sono abbonate, quel giorno, un paio di persone. Il quarantesimo avrà un nuovo abbonato al mese, il centesimo due all’anno.

L’economia del giornalismo digitale sembra ricalcare quel che una quindicina d’anni fa erano le serie di Hbo. Su tutte le copertine, al centro di tutti i dibattiti, e poi i dati d’ascolto dicevano che “Girls” lo guardavano un milione e poco più di americani. Che poi sono gli stessi numeri che adesso, in America, fanno i varietà condotti dai comici in seconda serata, e infatti Cbs ha potuto agevolmente dire che chiudeva Colbert perché col “Late Show” perdevano quaranta milioni di dollari l’anno.

Il New York Magazine ha in copertina Jimmy Kimmel, che conduce l’ancora non chiuso programma analogo sulla Abc, e dice che secondo lui sono numeri inventati, figurati se perdono tutti quei soldi; lo dice non potendo dire: ma quindi anche noi siamo una voragine di bilancio? Come può reggere l’economia d’un varietà che costa come un varietà e fa gli ascolti della Gruber?

Tutti i comunicati ormai dicono siamo trending topic, siamo i più visti nelle clip social, siamo i più amati ovunque tranne che dove si fanno i soldi, e tutti sembrano dimenticare che l’economia dei giornali non vive di quanti commentano il titolo su Twitter (o come si chiama ora): quello al massimo fa guadagnare Elon Musk; tutti sembrano dimenticare che il bilancio dei programmi televisivi non vive di «guarda quanti like su Instagram» (di nuovo: traffico regalato a Zuckerberg).

Però il traffico è illusione d’esistenza, e quindi se vai sulla classifica di quelli che hanno più abbonati su Substack trovi che gente con la spunta viola (che nel codice di Substack significa: ha più di diecimila abbonati paganti) è sotto, in classifica, a gente con la spunta arancione (che significa: ha più di mille abbonati paganti). Il che mi pare interpretabile in un solo modo: una volta che Substack ti ha dato il bollino viola, non te lo leva più, anche se in novemila lasciano scadere l’abbonamento ai tuoi penzierini senza rinnovarlo, perché non vuole si capisca che quella piattaforma è una nicchia e non c’è poi tutto ’sto traffico.

Il mio amico che non ascolta (mica vi sarete già dimenticati di lui? ma allora non mi ascoltate!) quel giorno mi ha risposto che il futuro stava nel dare la possibilità ai lettori di far pagare il singolo articolo. Ma, amico, ti ho detto che mi sono abbonata per tre mesi a un euro all’intero giornale, l’articolo quanto me lo devono far pagare, una frazione di nichelino?

Non mi ha risposto perché non mi stava ascoltando, ma poi ieri mi ha mandato uno screenshot che gli era comparso cliccando su un link del Corriere. Un anno a un euro, c’era scritto. Ma come un anno a un euro, mi ha domandato. Allora non mi ascolti, gli ho risposto io.

Sono stata lieta di vedere che il Corriere adotti i metodi dei giornali forestieri, ma continuo a non capire poi da dove vengano i soldi per stipendiare i giornalisti, mandarli in giro, far fare dei pezzi interessanti: dagli inserzionisti che illudi col doping del traffico?

Magari funziona, eh. Magari il sistema regge. Chissà cosa ne pensa Hélène Mercier, il cui marito è diventato fantastiliardario non scontando mai le borse di Vuitton. Chissà se viene prima l’uovo del farsi pagare a prezzo pieno la merce e se non ve la potete permettere peggio per voi, o la gallina del fatto che per permetterti prezzi alti devi vendere merce che tutti vogliano, e incredibilmente la gente vuole i ciondoli di Tiffany più di quanto voglia leggere le pagine culturali.

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Morti tre cani al World Dog Show di Bologna: chiusi nel furgone per ore senza cibo e acqua. Due persone sono state denunciate per maltrattamento di animali

5 June 2026 at 15:15

Dovevano partecipare alle esposizioni canine del World Dog Show, l’importante manifestazione internazionale in corso presso il quartiere fieristico di Bologna fino a domenica, ma sono stati invece lasciati per ore rinchiusi in due furgoni, senza acqua né cibo. La notizia è stata riportata dall’edizione bolognese del quotidiano Il Resto del Carlino.

Un epilogo drammatico quello che ha coinvolto sei cani, vittime di quello che si configura come un grave caso di maltrattamento animale. Alla scoperta della situazione, uno degli animali era già privo di vita all’interno dei mezzi. Gli altri, in condizioni critiche, sono stati immediatamente trasportati presso una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia, dove però altri due esemplari non hanno retto e sono deceduti nelle ore successive.

Le autorità competenti hanno provveduto a denunciare due espositori — un cittadino italiano e uno straniero, entrambi proprietari dei cani — con l’accusa di maltrattamento di animali.

A chiamare i militari sono stati gli stessi organizzatori della fiera: i furgoni, secondo quanto ricostruito, sono arrivati al mattino intorno alle 6.30 e sono stati parcheggiati nel cortile del distretto fieristico. I proprietari si sono allontanati lasciando nei container i cani. Dopo ore hanno riaperto le porte. I tre animali morti erano dei Drahtthaar, cani da ferma tedeschi.

Stefano Vaccari, deputato Dem della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera ha commentato: “La morte di tre cani lasciati all’interno di furgoni parcheggiati sotto il sole durante il World Dog Show di Bologna, organizzato dall’Enci, è un fatto sconvolgente e gravissimo, incompatibile con i principi di tutela animale che dovrebbero essere alla base di ogni manifestazione cinofila. Occorre accertare immediatamente tutte le responsabilità, individuali e organizzative, verificando eventuali omissioni nei controlli, carenze nei protocolli di sicurezza e nella vigilanza. Per questo presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Lollobrigida affinché riferisca urgentemente sull’accaduto, sulle iniziative che intende assumere e sul sistema di vigilanza esercitato nei confronti dell’Enci anche a tutela della maggioranza dei cinofili ed allevatori che si comportano in modo corretto”.

E ancora: “Chiederò inoltre al ministro per quale motivo continui a mantenere un atteggiamento di sostanziale inerzia nei confronti dell’Enci nonostante le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto l’ente e che risultano all’attenzione delle procure. La morte di tre cani non può essere archiviata come una fatalità ma servono verità, responsabilità e misure immediate perché tragedie simili non si ripetano mai più”.

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“Rapito, ucciso e poi mangiato”: il cane influencer Chutou scompare nel nulla mentre il proprietario è all’estero, poi la scoperta choc

5 June 2026 at 14:53

Si chiamava Chutou ed era un Border Collie di otto anni diventato una piccola celebrità online. Con oltre 1,5 milioni di follower su Douyin, la versione cinese di TikTok, non era soltanto un animale domestico, ma un vero e proprio “compagno di viaggio digitale” seguito da una vasta community. Accanto al suo proprietario, conosciuto sui social come Guo, aveva attraversato la Cina raccontando una vita nomade fatta di paesaggi estremi, tende montate ovunque e lunghe giornate in viaggio. Negli ultimi giorni, però, la sua storia ha preso una piega drammatica che ha lasciato sotto shock il pubblico. Mentre Guo si trovava all’estero per un viaggio in solitaria, il cane era rimasto nella casa di famiglia, affidato al padre. È lì che, secondo quanto ricostruito, l’11 maggio Chutou sarebbe stato portato via da due persone riprese dalle telecamere di sicurezza. Le immagini mostrano i sospetti allontanarsi in bicicletta elettrica con il cane.

Dopo giorni di tentativi, Guo riesce a rintracciare un uomo che ritiene coinvolto nel furto e gli propone una somma di denaro per riavere il cane. L’uomo, però, sostiene di averlo trovato e di averlo seguito spontaneamente, una versione che non convince il proprietario, anche perché Chutou indossava collare e dispositivo GPS. Poco dopo arriva la notizia più dura da accettare: il cane sarebbe stato venduto a un ristorante per una cifra irrisoria e successivamente ucciso e consumato.

La battaglia legale di Guo

Il proprietario si è rivolto anche al personale del ristorante nella speranza di recuperare almeno qualche traccia del cane, ma avrebbe scoperto che non era rimasto nulla: anche il pelo sarebbe stato gettato via. A questo punto Guo ha deciso di procedere per vie legali, denunciando il caso alle autorità.

La situazione è complessa anche dal punto di vista giuridico: in Cina il furto è punibile solo oltre una certa soglia di valore economico, e stabilire quello di un animale domestico, soprattutto uno famoso sui social, non è semplice. Inoltre, il riconoscimento del danno emotivo non è sempre previsto in modo diretto.

La vicenda ha riacceso il dibattito sulla tutela degli animali da compagnia nel Paese. Pur essendo stati fatti alcuni passi avanti negli ultimi anni, come l’esclusione dei cani dal catalogo del bestiame in diverse aree urbane e alcuni divieti locali sul consumo di carne di cane e gatto, non esiste ancora una normativa nazionale univoca che protegga pienamente gli animali domestici. Sui social, intanto, migliaia di utenti hanno espresso rabbia e tristezza, ricordando i video di Chutou e la sua vita accanto al proprietario.

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Diavolo della Tasmania fugge di notte dal parco: scatta la caccia alla femmina “Mary” – IL VIDEO

5 June 2026 at 11:42

È scattata una vera e propria caccia a un diavolo della Tasmania fuggito da un parco faunistico della Gold Coast, in Australia. L’animale, una femmina di nome Mary, è riuscito a scappare il 2 giugno da un’area di quarantena del Paradise Country, nello stato del Queensland, facendo perdere le proprie tracce poco dopo la fuga. Le ultime immagini disponibili arrivano dalle telecamere di sorveglianza del parco, che l’hanno ripresa mentre si muoveva da sola in una zona esterna della struttura nelle ore notturne, intorno alle 4 del mattino, prima di scomparire nel nulla.

Da quel momento sono scattate le ricerche da parte dei guardiaparco e delle squadre specializzate nella fauna selvatica, supportate anche da droni con visione termica. Nonostante gli sforzi, l’esemplare risulta ancora disperso e la sua localizzazione non è stata individuata. Mary non viveva in libertà, ma si trovava in quarantena all’interno della struttura zoologica insieme a un altro esemplare, in una fase di osservazione. La sua fuga ha immediatamente attirato l’attenzione dei media locali e delle autorità ambientali, che hanno diffuso avvisi alla popolazione della zona.

Secondo quanto riportato dal “The Guardian” a coordinare le informazioni alla cittadinanza è la direttrice della struttura, Lauren Mousley, che ha descritto l’animale come poco abituato al contatto e potenzialmente schivo. L’appello è chiaro: evitare qualsiasi tentativo di avvicinamento. “Non avvicinatevi all’animale. I diavoli della Tasmania possono reagire in modo aggressivo se provocati o se qualcuno tenta di catturarli”, ha spiegato. Secondo quanto riferito, Mary sarebbe un esemplare timido, che tende a nascondersi in presenza di movimento o disturbo. Proprio questo comportamento rende più complicate le operazioni di recupero, che si stanno concentrando nelle aree boschive e periferiche attorno alla struttura.

Oltre al rischio per la sicurezza pubblica, gli esperti sottolineano anche un possibile impatto sull’ecosistema locale. Il diavolo della Tasmania è infatti un piccolo marsupiale carnivoro, capace di cacciare attivamente e di nutrirsi di diverse specie di fauna selvatica, tra cui piccoli mammiferi e uccelli. Per questo motivo la sua presenza fuori controllo viene monitorata con attenzione, mentre proseguono le ricerche in un’area che si estende ben oltre il perimetro del parco.

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“Massacrati in modi barbari, gridano dal dolore. Sono costretti a nuotare nel sangue dei loro familiari”: la denuncia degli ambientalisti sulla mattanza di 706 cetacei alle Isole Faroe

5 June 2026 at 11:26

“Gli animali gridano dal dolore. Intere famiglie vengono massacrate e alcuni animali vengono visti nuotare nel sangue dei loro familiari per ore“. È attraverso le dichiarazioni di Elisa Allen, vicepresidente dei programmi di PETA affidate al quotidiano “The Independent”, che le organizzazioni per la tutela marina descrivono la tradizionale mattanza consumatasi il 27 maggio al largo delle Isole Faroe. In una singola giornata, le acque dell’arcipelago si sono tinte di rosso per l’uccisione di 706 tra balene pilota e delfini dai fianchi bianchi dell’Atlantico, spinti verso le baie poco profonde e abbattuti. Una caccia tradizionale, il “grindadrap“, che la direttrice della campagna locale di Sea Shepherd, Valentina Crast, ha inquadrato in “scene caotiche di estrema crudeltà”, denunciando un prolungamento dell’agonia dei mammiferi direttamente sugli arenili.

I numeri degli abbattimenti

Le autorità locali difendono le operazioni considerandole una tradizione secolare e un metodo di sussistenza alimentare privo di finalità commerciali, in cui carne e grasso vengono distribuiti tra i residenti. Tuttavia, il conteggio effettuato dagli osservatori di Sea Shepherd restituisce le dimensioni di una macellazione massiva: in poche ore sono stati uccisi 402 balene pilota e quattro tursiopi nella capitale Tórshavn, 168 delfini dai fianchi bianchi a Skalabotnur e altri 132 a Hvalvik. Durante le operazioni, due membri dell’equipaggio di Sea Shepherd presenti in veste di osservatori sono stati arrestati dalla polizia. Il fermo è scattato a seguito delle denunce dei cacciatori locali, che li hanno accusati di interferenza, una circostanza che l’organizzazione ambientalista ha formalmente smentito.

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L’appello a “The Independent”

Di fronte alle carcasse sventrate e ammassate sulle spiagge dell’Atlantico, le organizzazioni hanno chiesto l’intervento dei governi europei. Elisa Allen ha sollecitato un bando immediato e permanente rivolgendosi direttamente al primo ministro faroese: “Ogni anno, con orrore del resto del mondo, centinaia di balene e delfini vengono massacrati in modi barbari con ami di metallo, che vengono conficcati negli sfiatatoi dei mammiferi spiaggiati prima che vengano tagliate loro le spine dorsali”. Allen ha ribadito a “The Independent” la necessità di fermare la pratica ricordando che “le balene e i delfini sono altamente intelligenti e provano dolore e paura tanto quanto gli esseri umani”.

Le modifiche normative e la carenza di strumenti

Le contestazioni degli attivisti non si limitano alla tradizione in sé, ma sollevano problemi legali e procedurali. L’organizzazione ambientalista OceanCare ha evidenziato come gli abbattimenti del 27 maggio si siano verificati a poche ore di distanza da un voto all’unanimità del parlamento faroese su una specifica modifica normativa. Questa delibera stabilisce che i regolamenti locali sulla caccia prevalgono sulle leggi relative al benessere animale, proteggendo i cacciatori da eventuali procedimenti giudiziari per violazioni di tale natura. Le associazioni denunciano inoltre che, durante le tre battute di caccia, si è registrata una carenza di lance spinali. Si tratta degli unici strumenti specializzati e autorizzati per recidere rapidamente il midollo spinale e limitare i tempi di macellazione. L’assenza di queste attrezzature ha costretto alcuni partecipanti all’uso di lunghi coltelli non regolamentari, incrementando i tempi di abbattimento e le sofferenze inferte agli animali.

L'articolo “Massacrati in modi barbari, gridano dal dolore. Sono costretti a nuotare nel sangue dei loro familiari”: la denuncia degli ambientalisti sulla mattanza di 706 cetacei alle Isole Faroe proviene da Il Fatto Quotidiano.

Agrigento al ballottaggio: tra richieste di arresto, centrodestra in difficoltà e accuse “stupefacenti” al candidato del campo largo

5 June 2026 at 07:09

Inchieste giudiziarie, apparentamenti sottoscritti e saltati poche ore dopo e poi attacchi al candidato del centrosinistra per una sua proposta di legge sulla cannabis quando era deputato. Ad Agrigento, la città che ha dato i natali al drammaturgo e premio Nobel Luigi Pirandello, la campagna elettorale per il ballottaggio si è trasformata non tanto nella trama di uno spettacolo teatrale quanto in quella di un film statunitense, un mix tra commedia e thriller.

La richiesta d’arresto

L’ultimo colpo di scena, a pochi giorni dal voto, è la richiesta d’arresto per il deputato regionale di Forza Italia, Riccardo Gallo. La procura di Caltanissetta lo accusa di corruzione per appalti e incarichi alla moglie e a suoi uomini di fiducia nell’ambito di un’inchiesta che riguarda il Centro per la formazione del personale del servizio sanitario (Cefpas). Una notizia che travolge come una valanga Dino Alonge – il candidato sindaco ad Agrigento di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Mpa – ancora alle prese con la batosta elettorale del primo turno.

Gli altri big indagati

Adesso tutti i suoi principali sponsor politici – gli stessi che hanno sostenuto l’amministrazione uscente protagonista del flop e delle numerose gaffe di Agrigento Capitale della Cultura 2025 – sono alle prese con guai con la giustizia. Oltre a Gallo, infatti, anche il parlamentare nazionale di Fdi, Calogero Pisano, è indagato, ma per truffa e peculato, in un’indagine sull’uso di fondi regionali e comunali destinati a eventi culturali, mentre il deputato regionale del Mpa, Roberto Di Mauro, è coinvolto nell’inchiesta della Procura di Agrigento su un giro di tangenti nelle pubbliche forniture, compresi i lavori per la nuova rete idrica della città. Il tridente del candidato Alonge si trova pertanto azzoppato.

Centrodestra ancora diviso

Il primo tempo di questa pellicola era stato disastroso per il candidato principale del centrodestra che, per poco, ha rischiato il colpo del KO. Il responso delle urne del 24 e 25 maggio è stato molto penalizzante per lui. Le liste che lo sostenevano hanno sfiorato il 60% dei consensi, ma di questi voti lui ne ha persi per strada tanti, piazzandosi in seconda posizione. Il voto disgiunto ha toccato infatti cifre record spingendo al ballottaggio il candidato di ControCorrente, sostenuto anche da Pd e M5s, Michele Sondano. In nome della “pacificazione” della città Alonge ha così provato a ricompattare il centrodestra (Lega e Dc sostenevano un altro candidato, l’ex deputato regionale Luigi Gentile). Ma è stato inutile.

Le mosse di Alonge

Allora Alonge ha provato a chiudere un accordo con il candidato civico Giuseppe Di Rosa. Un corteggiamento durato pochissimo, così come il successivo “divorzio”. Di Rosa dopo avere attaccato duramente e per mesi i partiti che sostenevano Alonge e l’amministrazione uscente ha cambiato idea e ha chiuso un’intesa con la promessa di essere nominato vicesindaco. Un accordo, è stato spiegato, in nome di una vecchia amicizia che li legava nonostante le critiche mosse pochi giorni prima: “Anche grandi calciatori di serie A sono passati dal Milan all’Inter”, ha detto Di Rosa in conferenza stampa con un infelice parallelismo con il calciomercato. Designato nella lista di assessori di Alonge, però, pochi minuti dopo l’ex candidato civico si ritira lamentando presunti insulti ricevuti dal candidato Sodano all’interno dei corridoi del Comune. Il suo nome, comunque, sarebbe rimasto tra quelli della squadra di Alonge consegnata ufficialmente in Municipio.

Gli attacchi di Manlio Messina

Tra beghe locali ecco che arriva l’intervento “dall’esterno”. Probabilmente dai partiti che governano a Roma e a Palermo il rischio di perdere un capoluogo di provincia non è molto gradito. Così ecco arrivare in soccorso un parlamentare nazionale, il catanese Manlio Messina. Con un video sui social attacca a tutto campo Sodano, la sua giunta e il fondatore di ControCorrente, il deputato regionale ed ex iena Ismaele La Vardera che è alla prima importante prova elettorale del suo nuovo movimento. Messina ricorda che Sodano, quando era deputato, ha presentato una proposta di legge per legalizzare in Italia la cannabis e che, poco prima, aveva acquistato delle azioni di un’azienda canadese che opera nel settore della cannabis sanitaria. Quindi punta il dito contro una sorta di conflitto di interessi. Pubblica immagini create con l’intelligenza artificiale di La Vardera in una Valle dei Templi piena di piante di marijuana e parla di parenti di alcuni assessori designati da Sodano con presunti problemi con la giustizia o legami con politici democristiani.

L’ex Fdi e “l’operazione verità” annullata

Ma chi è Manlio Messina? È quel deputato nazionale, ed ex assessore regionale di Nello Musumeci, che a fine luglio del 2025 ha lasciato Fratelli d’Italia senza dare particolari motivazioni. Nell’aprile scorso ha annunciato una conferenza stampa affermando che era arrivato il momento di raccontare la verità sul suo addio al partito di Giorgia Meloni. L’attesa era alta, ma lui ci ha ripensato e ha annullato tutto: “Niente rivelazioni per non aiutare la sinistra”, dirà. Adesso eccolo riapparire, questa volta per inserirsi all’interno della campagna elettorale del ballottaggio ad Agrigento.

La replica di Sodano

Michele Sodano, che per meno di 260 voti ha sfiorato l’elezione al primo turno (in Sicilia, infatti, basta superare il 40% per essere proclamati sindaci), ha replicato punto per punto a quella che ha definito una “macchina del fango ad orologeria” portata avanti da Messina. Tra le altre cose ha ricordato che la sua proposta di legge “supportata dalla Direzione Investigativa Antimafia” prevedeva “l’autocoltivazione, ossia la possibilità di coltivare in casa” come avviene in tanti altri Stati. Una legge che, sottolinea, non avrebbe potuto quindi agevolare l’azienda canadese. “Avete provato ad intimidirci, ad aprire i nostri armadi. Se è questo quello che avete trovato, vi apriamo pure i nostri cassetti”, ha concluso. Una vittoria di Sodano rappresenterebbe un rilevante cambio politico per la Città dei Templi: gli unici sindaci eletti con alleanze trasversali, che includevano forze di centrosinistra, provenivano comunque dall’universo del centrodestra e qui hanno continuato a orbitare.

La parola agli elettori

In questo clima si arriva al voto. Lunedì si conoscerà il nome del nuovo sindaco di Agrigento. Gli elettori, al primo turno, hanno operato una sorta di rivoluzione a metà. Hanno praticato in massa il voto disgiunto ma hanno consegnato la maggioranza del consiglio comunale al centrodestra (19 consiglieri su 24): i più votati, tra l’altro, sono stati assessori uscenti e attuali consiglieri comunali, anche loro protagonisti degli ultimi cinque anni di vita amministrativa della città. Tra poco si scoprirà se il segnale dato al primo turno porterà all’elezione del primo vero sindaco di centrosinistra ad Agrigento o se il centrodestra manterrà la storica roccaforte. Non resta che guardare il finale del film.

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Le mille voci con cui i Radicali hanno reso migliore l’Italia

5 June 2026 at 03:45

Il Presidente di Europa Radicale, Igor Boni, ha pubblicato con la casa editrice Edizioni Lindau: “RADICALISSIMAMENTE, dizionario di un metodo”, con la prefazione di Matteo Marchesini. In quasi mille voci si ricostruisce il complicato puzzle di un metodo politico che ha cambiato la faccia dell’Italia e non solo. Neologismi, slogan, modi di dire, modalità di organizzazione e di azione, ossessioni lessicali, temi, battaglie, protagonisti delle lotte: il libro ricostruisce il dizionario di un’idea di politica nobile e alta.

Come hanno fatto i Radicali a produrre grandi riforme? Come è stato possibile per un piccolo gruppo politico conquistare la moratoria sulla pena di morte nel mondo, la Corte Penale internazionale o il bando alle mutilazioni genitali femminili? Come si è riusciti a ottenere in Italia divorzio, aborto, obiezione di coscienza, nuovo diritto di famiglia, chiusura dei manicomi e come oggi si può arrivare alla eutanasia legale, alla legalizzazione delle droghe, a una federazione europea e alla costruzione di una alleanza globale delle democrazie? Perché i Radicali hanno fatto iniziative in oltre 100 paesi del mondo? Come è stato possibile su economia e giustizia essere anticipatori di decenni, di riforme che sono tardivamente e solo parzialmente divenute realtà? E come possono, ora, i Radicali orfani di Pannella trovare nuove strade per essere altrettanto incisivi e continuare il cammino?

Il libro – costruito in forma di dizionario – offre una lettura di un metodo politico alternativo rispetto alla politica ufficiale, fatto di nonviolenza e di tenacia, di fantasia e di passione, che ha saputo costruire nel tempo diritto e diritti, vittorie per tutti, acquisizione di conoscenza e responsabilità da parte dei cittadini.

In anteprima per Linkiesta pubblichiamo venti delle quasi mille definizioni contenute nel testo.

A subito!
Oltre a essere un documentario sugli ultimi cento giorni di vita di Marco Pannella, descrive la misura di tempo e luogo dell’urgenza politica. Indica la necessità di agire e di farlo insieme. Senza rimandare, senza scuse, senza restare con le mani in mano. Resta nella storia un manifesto con Marco che manda un bacio a tutti e ciascuno, sul quale campeggia la scritta “A subito!”.

Africa
«Se non ci occuperemo dell’Africa, sarà l’Africa a occuparsi di noi». Questa frase di Marco Pannella contiene un concentrato di verità tanto preziosa quanto inascoltata. I rapporti politici dei Radicali con l’Africa sono stati innumerevoli, dalla battaglia contro lo sterminio per fame nel modo fino alla conquista di consenso degli Stati africani per la moratoria mondiale sulla pena di morte, dall’impulso a riforme democratiche in molti Paesi come il Burkina-Faso alla difesa di personalità incarcerate per le loro opinioni; dalla battaglia contro le mutilazioni genitali femminili alla denuncia della nuova Shoah che si sta compiendo nel Mediterraneo con decine di migliaia di morti annegati tra gli immigrati di origine africana.

Bancarotta fraudolenta
Dall’inizio degli Anni 80 fino ai giorni nostri i Radicali hanno denunciato la bancarotta fraudolenta italiana dovuta a un debito pubblico insostenibile che opprime ciascun cittadino, colpendo inevitabilmente le generazioni future. Un debito costruito dalla partitocrazia e dalla sindacatocrazia di regime in decenni di spesa pubblica a pioggia e di bonus di ogni natura che hanno portato più volte l’intero Paese dinanzi al collasso economico.

Cicciolino
Ilona Staller, in arte Cicciolina, entrò in Parlamento nelle fila del Partito Radicale nel 1987. Fu uno sberleffo alla partitocrazia e al bigottismo, che si riassume tutto nel modo in cui Staller si rivolse in un suo intervento in Aula al più potente di tutti, mentre prende vita il suo sesto Governo nel 1989: “Cicciolino Andreotti”.

Compagni
Il termine compagni per i Radicali deve essere utilizzato nell’accezione etimologica originale: “cum” significa “insieme con” e “panis” è il “pane”. Mangiare insieme il pane, dividere il pane con altri. Questo sono i “compagni radicali”: vivere insieme la lotta, le sconfitte e le vittorie; le stesse passioni e urgenze, pur nelle diversità di ciascuno. I comunisti e i loro eredi hanno sempre contestato ai Radicali l’utilizzo della parola “compagni”, come se vi fosse una sorta di esclusiva.

Emettere silenzio
Un classico della retorica pannelliana è sempre stato ribadire che i radicali “emettono silenzio”. La lungimiranza e la ragionevolezza radicali non hanno voce per molti anni, per decenni, per divenire poi consapevolezza comune della maggioranza. La battaglia per la libertà di parola, per la libertà di informazione è un mantra radicale proprio in virtù della necessità di rompere il muro di silenzio che circonda la lotta radicale.

Esempio
Fare ciò che si dice e dire ciò che si fa. Non proprio comune nella politica italiana. I Radicali assai spesso hanno mostrato con il loro esempio un modo altro di essere e fare politica.

Famiglie
Da declinare sempre al plurale a indicare la necessità di pari diritti per ciascuna tipologia di famiglia, che sia quella legata da un vincolo di matrimonio o meno, che sia di coppie eterosessuali od omosessuali, che sia di qualsiasi tipo.

Globalizzare la democrazia
Nell’era della globalizzazione economica e commerciale i Radicali propongono la globalizzazione della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti civili e umani.

Idee vs ideologie
Contro ogni ideologia politica e religiosa, i Radicali contrappongono la forza delle idee, delle proposte, delle lotte, che camminano sempre sulle gambe e sull’amore civile delle persone che le conducono. Idee di libertà, laiche e liberali, democratiche e nonviolente.

Kamasutra
A differenza di altre forze politiche i Radicali non hanno posizioni su tutto ma azioni specifiche per conquistare cambiamenti e riforme. Marco Pannella denunciava con ironia quello che definiva il «Kamasutra delle posizioni politiche» di partiti che prendono posizione su tutto ma non fanno nulla.

Ladri di verità
Accusa radicale rivolta al regime in generale e alla informazione di regime in particolare.

Libertà
Fondamento della vita e dell’azione radicale. Ogni battaglia radicale in settant’anni di storia è fatta in nome della libertà. “Radicalmente liberi. A partire da Marco Pannella” è un libro a cura di Leonardo Caffo e Luca Taddio. «La libertà è terapeutica» diceva Franco Basaglia.

Marciapiedi
Sono questi le vere sedi radicali. I marciapiedi sui quali sono stati organizzati milioni di tavoli di raccolta firme in tutto il Paese. I marciapiedi percorsi durante manifestazioni e marce, quelli sui quali i radicali si sono stesi o hanno messo in atto sit-in, quelli dove offrire ai passanti un volantino e dove si svolge il dialogo incessante con i cittadini che si fermano per sapere, per discutere, per criticare.

Odio
Ormai celebre – almeno in casa radicale – il motto pannelliano “l’odio è degli stronzi”. Non si tratta solo di una frase, di uno slogan, ma di un approccio politico che tenta sempre di vedere in chi non la pensa come te un avversario con il quale dialogare e non un nemico da abbattere.

Parola
La parola, il dialogo, lo scambio di opinioni, il confronto e lo scontro. La forza della parola e delle parole, la forza del con-vincere, si contrappongono alla violenza del potere e alla sopraffazione del più forte.

Sacralità delle Istituzioni
Per i laicissimi radicali esiste una sacralità, quella delle Istituzioni. Le Istituzioni, il loro rispetto, la pretesa del rispetto delle leggi da parte delle stesse Istituzioni, sono cardini della democrazia e dello Stato di diritto. L’attacco al regime che i Radicali portano avanti da sempre è fatto in nome proprio del rispetto del ruolo delle Istituzioni.

Sono innocente!
«Io sono innocente. Io spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi». Si chiude con queste parole indimenticabili l’intervento di Enzo Tortora, nel 1986, al processo presso la Corte d’appello di Napoli, che lo vedeva ingiustamente imputato con l’accusa infamante di far parte della Nuova Camorra Organizzata ed essere uno spacciatore di cocaina.

Tempi futuri
«Con Leonardo Sciascia ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri» aveva scritto Marco Pannella all’indomani della morte dell’amico; «siamo gente d’altri tempi, tempi futuri» è divenuta la definizione di sé e dei Radicali.

Vita del Diritto
Il binomio “vita del Diritto e diritto alla vita” è un filo conduttore di oltre settant’anni di storia. Non si tratta di uno slogan ma di una regola, un ammonimento. Dove avviene strage di diritto, immancabilmente si arriva alla strage di vite, di persone, di popoli. In nome della vita del Diritto sono state fatte le più belle battaglie della storia radicale.

Tratto da “Radicalissimamente, dizionario di un metodo”, di Igor Boni, Lindau, 360 pagine, 24 euro

 

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Spremuta fino all’osso dal circuito delle corse, rinasce grazie al coniglietto di peluche rosa: la storia della levriera Poppy

4 June 2026 at 15:44

Per anni è stata allevata per correre. Nel circuito delle corse dei levrieri, migliaia di cani vengono selezionati fin da cuccioli con un unico obiettivo: diventare i più veloci. Quando la loro “carriera” finisce, molti si ritrovano senza una destinazione certa. È da questo mondo che arriva la storia di Poppy, una levriera australiana che, dopo decine di gare e diverse cucciolate, ha trovato una seconda possibilità grazie all’adozione. Ma il passaggio dalla pista al divano non è stato immediato. Quando la levriera è stata adottata dalla sua nuova famiglia in Australia, le prime settimane sono state difficili. Di notte si svegliava, si aggirava per casa e piangeva. Un comportamento che ha subito fatto capire ai suoi adottanti quanto il passato fosse ancora presente.

“Per le prime due settimane si svegliava durante la notte e girava per casa piangendo. Ci spezzava il cuore pensare a quanto dovesse sentirsi triste e confusa”, ha raccontato la proprietaria Emma. La famiglia ha quindi provato a offrirle un piccolo punto di riferimento: un morbido coniglietto di peluche rosa. Quello che sembrava un semplice giocattolo si è trasformato in qualcosa di molto più importante. Poppy ha iniziato a portarlo con sé durante il riposo, stringendolo sotto la zampa e trattandolo con una delicatezza riservata a nessun altro oggetto.

Con gli altri giochi si comportava come qualsiasi cane curioso e vivace. Con quel coniglietto, invece, il rapporto era diverso. Non lo scuoteva, non lo mordicchiava, non lo lanciava in aria. Lo custodiva. Con il passare del tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. “Dopo un paio di mesi, ha iniziato a mostrare segni di sentirsi al sicuro e rilassata. Il coniglietto rosa ha iniziato a diventare meno importante”, ha spiegato Emma. A distanza di diciotto mesi dall’adozione, Poppy è ormai un cane completamente diverso. Le paure che la accompagnavano nelle prime settimane hanno lasciato il posto a una quotidianità fatta di affetto, gioco e tranquillità: “È sicura di sé, giocherellona, felice, un po’ impertinente e super affettuosa e amorevole. Il coniglietto rosa è sempre vicino al suo letto e a volte la sorprendo con la testa appoggiata accanto a lui”, racconta ancora la proprietaria.

Una seconda possibilità

Dietro questa rinascita c’è però una storia che riaccende i riflettori sul destino di molti levrieri impiegati nelle competizioni. Prima dell’adozione, Poppy aveva partecipato a 53 gare ed era stata utilizzata anche per la riproduzione, dando alla luce tre cucciolate. Secondo le associazioni che si occupano di tutela animale, ogni anno migliaia di levrieri vengono allevati con la speranza di ottenere il campione perfetto. Non tutti, però, trovano una sistemazione una volta terminata la carriera sportiva.

Emma si è avvicinata a questa razza quasi per caso, dopo aver conosciuto il cane di un vicino: “Mi sono resa conto molto rapidamente di quanto fossero gentili e dolci. Poi ho scoperto quanti venivano scartati dopo la loro carriera nelle corse e che semplicemente non c’erano abbastanza case per tutti loro. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad adottare un levriero”. Una scelta che ha cambiato due vite: quella della cagnolina e quella della famiglia che l’ha accolta.

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Il tabù delle tasse ai ricchi in Italia: perché la progressività fiscale è diventata un miraggio

 

Ogni qual volta in Italia si sfiora il tema della tassazione scoppia un putiferio. Accadeva cinquant'anni fa, ma lo scenario è persino peggiorato oggi, in un sistema ridotto a sole tre aliquote fiscali. Le proposte di tassare i grandi patrimoni, al netto della retorica e del debole populismo di certa sinistra, hanno sempre esercitato una forte attrazione teorica all'interno di un programma politico di equità sociale; un programma di cui, tuttavia, non si vede più alcuna traccia nell'attuale panorama progressista.

In un Paese in cui si riflette poco e male sulle dinamiche del modo di produzione capitalistico, l’attenzione resta focalizzata unicamente sulla sfera distributiva. Qui emerge un limite tipicamente italiano: la totale assenza di équipe e gruppi di studio strutturati capaci di analizzare la ricchezza, a differenza di quanto avviene in Francia, dove la ricerca scientifica su questi temi è radicata da lustri. Nel nostro contesto, l’introduzione di una reale imposta patrimoniale finirebbe per scontentare persino una parte non trascurabile dello stesso centro-sinistra.

La fiscalità progressiva che ha caratterizzato il Novecento è ormai un lontano ricordo. Anche i criteri per valutare la ricchezza — come la definizione delle tipologie di reddito e delle basi imponibili — rimangono elementi fortemente divisivi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tassare i grandi patrimoni è diventato a tutti gli effetti un tabù inavvicinabile.

L'immobilità delle istituzioni e la transnazionalità dei capitali

In questo scenario di progressivo smantellamento, la Corte Costituzionale non è mai intervenuta in questi anni per imporre criteri guida rigidi volti a preservare la progressività del sistema di tassazione. Di fatto, il vecchio progetto redistributivo viene ostacolato o ignorato proprio da chi dovrebbe vigilare a sua difesa, lasciando spazio a un sistema fiscale iniquo già in partenza. A complicare il quadro si aggiunge il carattere transnazionale delle grandi ricchezze, protette da un'intricata filiera societaria che permette di spostare agevolmente le sedi fiscali nei paradisi offshore.

Un programma avanzato di equità sociale non può prescindere dal ripristino di un congruo numero di aliquote fiscali, uno strumento indispensabile per restituire il principio di progressività alla tassazione e avviare una redistribuzione che sia finalmente efficace. Al contrario, gli slogan sulle "super tasse ai ricchi" si rivelano spesso semplici specchietti per le allodole, utili solo a deviare l'attenzione mediatica dai problemi strutturali del fisco. Nel frattempo, la retorica populista dominante — quella di matrice destrorsa — punta tutte le sue carte sulla delegittimazione ideologica delle tasse per i redditi elevati, provocando il conseguente definanziamento dei servizi pubblici universali.

Lo smantellamento dello Stato sociale procede di pari passo con lo stravolgimento della progressività fiscale. Le privatizzazioni selvagge sono parte integrante di questo attacco sistematico al mondo del lavoro e ai lavoratori dipendenti, un’offensiva che dura ormai da decenni. Diventa quindi fondamentale ripristinare un po' di verità storica all'interno del dibattito pubblico sul fisco, abbandonando formule astratte e slogan funzionali solo a alimentare uno scontro ideologico sterile.

Deputados governistas vão aos EUA para reforçar diálogo em meio à crise

Deputados aliados do presidente Lula (PT) desembarcaram nesta semana em Washington em uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares democratas e apresentar uma narrativa alternativa à levada aos Estados Unidos pelo senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) e pelo ex-deputado federal Eduardo Bolsonaro.

A missão ocorre em um momento de tensão nas relações bilaterais. Inicialmente, a viagem foi marcada para que os parlamentares discutissem sobre a importância das eleições sem interferência dos EUA. Porém o encontro tomou novos desdobramentos após as recentes decisões do governo Trump contra o Brasil. A missão dos deputados foi organizada junto com a WBO (Washington Brazil Office).

Na semana passada, os americanos classificaram as facções criminosas PCC (Primeiro Comando da Capital) e Comando Vermelho como organizações terroristas, medida que, na avaliação do governo brasileiro, pode gerar impactos econômicos.

Além disso, investigações anunciadas pelo governo americano podem resultar em tarifas de até 37,5% sobre produtos brasileiros. Em meio a esse cenário, o secretário de Estado dos EUA, Marco Rubio, afirmou nesta semana que o Brasil não está entre os países considerados “amigáveis” aos Estados Unidos.

Na comitiva estão os deputados federais Jandira Feghali (PC do B-RJ), Pedro Uczai (PT-SC), Pedro Campos (PSB-PE) e André Janones (Rede-MG). Segundo eles, a viagem busca fortalecer canais de diálogo com congressistas democratas e organismos internacionais, além de apresentar propostas de cooperação bilateral em áreas como combate ao crime organizado, inteligência financeira e tráfico internacional de armas.

Apesar de a agenda incluir apenas encontros com representantes do campo democrata, os parlamentares afirmaram ter solicitado uma reunião com o Departamento de Estado, comandado por Rubio, mas ainda aguardam resposta.

Críticas à atuação da família Bolsonaro

Em entrevista a jornalistas nesta quarta-feira (3), os deputados criticaram a atuação da família Bolsonaro junto à Casa Branca e defenderam uma reação mais organizada do campo progressista brasileiro nos Estados Unidos.

Janones afirmou que a esquerda demorou a perceber a importância da aproximação construída pela família Bolsonaro com setores do governo americano. “Eu acho que, do nosso campo, do campo progressista, faltou um pouco de humildade de levar a sério essa aproximação da família Bolsonaro na Casa Branca, em especial com Donald Trump”, disse.

Segundo ele, as viagens de integrantes da família Bolsonaro aos Estados Unidos foram frequentemente tratadas com desdém por setores da esquerda, mas acabaram produzindo resultados concretos. “Sempre que saía alguma matéria tinha aquele tom de menosprezo. ‘Ah, foi lá para implorar uma foto’. ‘Ah, foi lá para tentar um espaço’. E cada vez eles vêm entregando mais resultado”, afirmou.

Para o parlamentar, a missão representa uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares americanos e evitar que aliados do ex-presidente monopolizem a narrativa sobre o Brasil em Washington.

A deputada Jandira Feghali também responsabilizou aliados de Bolsonaro pelo agravamento das tensões bilaterais. “São pessoas que em tese pensam representar o Brasil, mas que chegam aqui e articulam medidas contra o país”, afirmou.

Cooperação e combate ao crime organizado

Os deputados também contestaram a classificação do PCC e do Comando Vermelho como organizações terroristas. Embora defendam cooperação internacional contra as facções, argumentam que a medida pode produzir efeitos econômicos e políticos que extrapolam o combate ao crime organizado.

Pedro Uczai afirmou que a delegação apresentará um documento propondo mecanismos de cooperação entre os dois países em áreas como rastreamento de recursos financeiros, combate à lavagem de dinheiro, tráfico internacional de armas e intercâmbio de informações entre órgãos de investigação.

“Ao invés de ter posturas unilaterais, nós queremos cooperação”, disse.

Segundo o parlamentar, parte significativa das armas apreendidas em ações contra o crime organizado no Brasil tem origem nos Estados Unidos, o que exigiria uma atuação conjunta dos dois governos. Uczai também criticou as novas tarifas impostas por Trump, classificando a medida como unilateral e incompatível com a tradição diplomática construída entre os dois países.

Eleições e soberania nacional

Já o deputado Pedro Campos afirmou que a missão foi planejada originalmente para discutir riscos de interferência externa no processo eleitoral brasileiro, mas acabou incorporando os temas do comércio internacional e do combate ao crime organizado diante dos acontecimentos recentes.

“Existe um desejo do povo brasileiro de ter eleições livres esse ano e que a gente possa fazer isso sem influências externas”, afirmou.

Segundo Campos, tanto as discussões sobre tarifas quanto as iniciativas relacionadas ao crime organizado passaram a ser vistas pelo grupo dentro de um contexto político mais amplo, marcado pela proximidade do calendário eleitoral brasileiro.

Durante a viagem, os parlamentares pretendem se reunir com congressistas democratas e representantes de organismos internacionais. A expectativa é usar os encontros para defender a soberania brasileira, contestar medidas adotadas pelo governo Trump e ampliar a interlocução política do campo governista nos Estados Unidos. (Isabella Menon/FOLHAPRESS)

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