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“L’intelligenza artificiale sia al servizio dell’uomo, l’arte ci restituisce anima e profondità”, l’appello di Antonio Banderas a Papa Leone XIV

7 June 2026 at 18:01

L’arte come antidoto alla semplificazione, alla violenza e al rischio che la tecnologia finisca per dominare l’uomo anziché servirlo. È il messaggio lanciato da Antonio Banderas durante l’incontro con Papa Leone XIV e i rappresentanti del mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport che si è svolto alla Movistar Arena. L’attore e regista spagnolo ha dedicato una parte significativa del suo intervento al rapporto tra creatività e intelligenza artificiale, sottolineando il valore insostituibile dell’esperienza artistica in una società sempre più condizionata dall’innovazione tecnologica.

“In un mondo che corre, che si frammenta, che a volte si semplifica troppo, l’arte ci aiuta a recuperare la profondità e l’anima che ci vengono sottratte dall’intelligenza artificiale, che deve stare al servizio dell’essere umano e non il contrario”, ha affermato la star internazionale del cinema. Secondo Banderas, l’arte conserva una dimensione umana che nessuna tecnologia può sostituire. “Abbiamo bisogno di continuare a creare e a condividere. Di continuare a porci domande. Di continuare a cercare la bellezza sì, ma anche la verità”, ha aggiunto, descrivendo l’incontro tra la Chiesa e la società civile come un momento “non solo opportuno, ma necessario”.

Nel suo intervento, l’attore ha anche ribadito il ruolo dell’arte come strumento di dialogo e di pace. “L’arte è sempre un’alternativa alla violenza e alla sofferenza. Contro le guerre. Contro tutte le guerre, contro ogni forma di violenza, perché l’arte deve essere un tacito accordo per un dialogo profondo”, ha dichiarato. Banderas ha inoltre ricordato il legame storico tra la Chiesa cattolica e la produzione artistica, definendolo “non solo fecondo, ma decisivo”. A suo giudizio, la Chiesa può essere considerata “la più grande produttrice d’arte nella storia dell’umanità”, con Gesù Cristo come “la figura più rappresentata nella storia dell’arte” e “il grande protagonista del film della vita”.

L’attore ha poi richiamato la tradizione della Settimana Santa di Malaga, città alla quale è profondamente legato e dove partecipa ogni anno alle celebrazioni religiose. Riti che, ha spiegato, rappresentano l’incontro tra arte e fede e continuano a unire devozione popolare e patrimonio culturale. Al termine del suo discorso, Banderas si è avvicinato a Papa Leone XIV per un breve scambio di parole, suggellando un intervento incentrato sulla necessità di preservare la dimensione umana della creatività in un’epoca segnata dalla crescente presenza dell’intelligenza artificiale.

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L’intelligenza artificiale sempre più energivora: entro il 2030 consumerà il 3% dell’elettricità mondiale

L’intelligenza artificiale potrebbe arrivare entro il 2030 a consumare quasi il 3 per cento dell’intera elettricità mondiale, con un’impronta ambientale che va ben oltre le emissioni di carbonio e coinvolge acqua, suolo, risorse minerarie e rifiuti elettronici. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), coordinato da Kaveh Madani e guidato da Miriam Aczel. Lo studio, intitolato “Environmental Cost of AI’s Energy Use: Carbon, Water and Land Footprints”, offre la più ampia valutazione realizzata finora sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e avverte che la rapida crescita del settore rischia di aggravare pressioni già critiche su ecosistemi e risorse naturali.

Secondo il rapporto, la spesa globale per l’intelligenza artificiale dovrebbe superare i 2.500 miliardi di dollari nel 2026, mentre il valore complessivo del mercato potrebbe crescere da 189 miliardi di dollari nel 2023 a quasi 5.000 miliardi entro il 2033. Dietro questa espansione si nasconde una crescente domanda di energia e infrastrutture fisiche che comprende data center, sistemi di raffreddamento, reti elettriche, estrazione di minerali critici e gestione dei rifiuti elettronici. Gli autori sottolineano che l’impatto dell’IA non può essere valutato soltanto attraverso le emissioni di CO₂, ma deve includere anche il consumo di acqua, l’occupazione del suolo e gli effetti sulle comunità che ospitano queste infrastrutture.

Il rapporto evidenzia che i data center, cuore fisico dell’intelligenza artificiale, nel 2025 consumeranno circa 448 terawattora di elettricità. Se fossero uno Stato, si collocherebbero all’undicesimo posto mondiale per consumi energetici, su livelli paragonabili a quelli della Francia. Oggi i carichi di lavoro legati all’IA rappresentano circa il 20 per cento del consumo elettrico dei data center, ma questa quota potrebbe salire al 40 per cento entro il 2030. In questo scenario il fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale raggiungerebbe 945 terawattora annui, pari a quasi il 3 per cento del consumo elettrico globale previsto. Una quantità sufficiente, osservano gli autori, ad alimentare per oltre cinque anni tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana.

Le conseguenze climatiche potrebbero essere altrettanto rilevanti. A seconda delle fonti energetiche utilizzate, le emissioni associate al funzionamento dell’intelligenza artificiale potrebbero raggiungere 400 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annuali complessive del Regno Unito. Parallelamente, la superficie necessaria per produrre tale energia supererebbe i 14 mila chilometri quadrati, un’estensione simile a quella dell’Irlanda del Nord.

Particolarmente preoccupante è il capitolo dedicato all’acqua. I ricercatori stimano che entro il 2030 i data center potrebbero utilizzare circa 9,3 trilioni di litri d’acqua. Una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno minimo di acqua potabile dell’intera popolazione mondiale per circa un anno e mezzo. “I prelievi su larga scala possono mettere sotto pressione falde acquifere e sistemi fluviali, soprattutto nelle regioni aride o già caratterizzate da scarsità idrica”, avverte il rapporto.

Lo studio analizza anche l’impatto delle applicazioni di uso quotidiano. L’addestramento di ChatGPT-5 avrebbe richiesto circa 100 gigawattora di elettricità, con un’impronta idrica stimata in un miliardo di litri e un consumo di suolo equivalente a circa 215 campi da calcio. Ma secondo gli autori il problema principale non è l’addestramento dei modelli bensì il loro utilizzo continuo. ChatGPT processerebbe infatti circa 2,5 miliardi di richieste al giorno. Una ricerca generativa basata sull’IA richiede fino a dieci volte più energia rispetto a una ricerca tradizionale sul web.

Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sulla crescente produzione di rifiuti elettronici. Entro il 2030 le infrastrutture dell’intelligenza artificiale potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, equivalenti a circa 250 Torri Eiffel da smaltire ogni anno. Gli autori evidenziano anche una forte asimmetria globale: il 90 per cento della capacità di calcolo avanzata per l’IA è concentrato tra Stati Uniti e Cina, mentre oltre 150 Paesi non dispongono di infrastrutture nazionali dedicate. Nel frattempo, gran parte dell’estrazione mineraria necessaria alla produzione dei componenti elettronici avviene nei Paesi in via di sviluppo, che sopportano gran parte dei costi ambientali senza beneficiare in modo proporzionale dei vantaggi economici e strategici dell’intelligenza artificiale.

“L’impatto ambientale dell’IA non è statico. Dipende dalle infrastrutture, dalle fonti energetiche, dalla progettazione dei modelli ma anche dalla quantità e dalle modalità di utilizzo”, osserva Miriam Aczel, autrice principale del rapporto. Per questo motivo l’Università delle Nazioni Unite propone una serie di raccomandazioni rivolte a governi, industria, gestori di data center, investitori e utenti finali, chiedendo maggiore trasparenza, standard internazionali condivisi e una governance che tenga conto contemporaneamente di carbonio, acqua, territorio e giustizia ambientale.

Tra le indicazioni più insolite figura anche l’invito a ridurre la lunghezza delle interazioni con i sistemi di IA. Secondo il rapporto, una modalità di risposta più concisa potrebbe ridurre del 30 per cento il numero di token elaborati da ChatGPT, con un risparmio stimato tra 87 e 98 gigawattora di elettricità all’anno. “L’intelligenza artificiale offre un potenziale straordinario, ma ogni interazione si basa su risorse limitate”, conclude il rapporto. “Un’intelligenza artificiale responsabile è possibile solo se innovazione e sostenibilità crescono insieme entro i limiti del pianeta”.

Emanuele Perugini

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“Profitti sulla pelle degli adolescenti”: non solo social, anche l’Intelligenza artificiale finisce in tribunale. La Florida accusa Altman e ChatGPT

6 June 2026 at 07:56

Dopo i social network anche l’intelligenza artificiale finisce in tribunale per i possibili nefasti effetti sugli utenti. Mentre Meta accetta per la prima volta di pagare una sanzione, milionaria, lo Stato americano della Florida ha accusato OpenAI di badare più ai miliardi che al benessere di bambini e adolescenti. “Sam Altman e ChatGPT hanno scelto la corsa all’intelligenza artificiale a discapito della sicurezza dei nostri figli. Hanno scelto il profitto a discapito della sicurezza pubblica e noi in Florida non lo tollereremo”, ha dichiarato il primo giugno in conferenza stampa il procuratore generale James Uthmeier. Nel mirino di quest’ultimo c’è il design della tecnologia: ChatGPT “è progettato per comportarsi come un amico, incoraggiando l’utilizzo del chatbot, per poi abbandonare gli adolescenti vulnerabili dinanzi a qualsiasi spaventoso bisogno rivelino al loro ‘confidente’. Nella migliore delle ipotesi, questa caratteristica progettuale è imprudente, nella peggiore è intenzionale”.

L’esperto: “Sotto accusa la progettazione delle tecnologie”

Non solo ChatGPT, ma anche i social network sono sul banco degli accusati per le caratteristiche dell’algoritmo: contro Meta, casa madre di Facebook e Instagram, negli Usa ballano 2400 cause intentate intentate da bambini, famiglie, distretti scolastici, 42 procuratori generali statali. Dunque potrebbe essere solo l’inizio della valanga. “La vera novità, sul piano giuridico, è che si prova a far rispondere il modo in cui il prodotto è progettato, non solo l’uso che ne fa chi lo adopera”, commenta con ilfattoquotidianoi.it Marco Martorana, avvocato, docente all’università di Parma, specializzato in tecnologie digitali. “Che a citare OpenAI sia uno Stato, e non più soltanto le famiglie delle vittime, cambia la natura della partita: l’Ia non è solo un affare tra privati ma può diventare un questione di salute pubblica”, prosegue il legale. Tuttavia appare concreto il rischio che i colossi sfuggano ai tribunali con la scorciatoia delle multe milionarie, per loro leggere come noccioline. “La scelta di Meta di chiudere con una transazione il caso del Kentucky, pochi giorni prima del processo e senza ammettere alcuna responsabilità, mostra il rovescio – avvisa Martorana – pagare diventa il modo per dare un prezzo al rischio ed evitare quel confronto in aula”.

Meta accetta la sanzione: 9 milioni alle scuole del Kentucky per la salute mentale dei più giovani

Meta per la prima volta (il 21 maggio secondo i documenti visionati dall’agenzia Reuters) ha accettato la sanzione, da 9 milioni, per evitare il processo contro il distretto scolastico della Contea di Breathitt, nello Stato del Kentucky. Le scuole otterranno 27 milioni per affrontare i problemi di salute mentale dei più giovani. Anche Snap, Youtube e TikTok sono usciti dal processo previsto a giugno pagando la loro parte della multa. Ma alle porte ci sono le denunce di altri 1200 distretti scolastici. “La condotta degli imputati ha portato a una crisi di salute mentale tra i giovani americani e non è un’iperbole”, scrivono i legali della contea di Breathitt nell’atto di citazione. Anzi, le parole sono da intendersi letteralmente, suffragate dalle società scientifiche di pediatria e psicologia. “Il fatto che sia presente una crisi di salute mentale tra i giovani americani è stato dichiarato dall’American Academy of Pediatrics, dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dalla Children’s Hospital Association e dal Surgeon General degli Stati Uniti”. Nel mirino ci sono le scelte di progettazione compiute dalle piattaforme per tenere agganciati gli utenti il più a lungo possibile, con il rischio di alimentare dipendenza soprattutto nei più giovani. Lo scopo? “Generare profitti”. Lo strumento? I ragazzi. “Se perdiamo il contatto con gli adolescenti negli Stati Uniti, perdiamo il flusso di clienti”, sosteneva un documento interno di Instagram rivelato dal New York Times nel 2023. Secondo gli accusatori del Kentucky, i colossi dei social network sarebbero consapevoli dei pericoli. E’ la stessa ipotesi del procuratore del New Mexico, dove è corso la seconda fase del processo civile contro Meta, dopo la condanna del marzo al risarcimento da 375 milioni di dollari. Ora il New Mexico ne chiede 10 volte di più: 3,7 miliardi, per risolvere i problemi di salute mentale dei più giovani.

La Florida contro Sam Altman e OpenIA

Lo Stato della Florida rivolge a OpenAi accuse molto simili a quelle piovute sulle piattaforme social. Secondo il procuratore Uthemier la multinazionale e Sam Altman erano a conoscenza dei rischi, soprattutto per i minori. Dunque il Ceo dovrebbe essere ritenuto “personalmente responsabile per il danno causato ai cittadini della Florida”: colpevole di “totale disprezzo per il rischio per la vita umana derivante dalla condotta della sua azienda”. Sulla multinazionale pende una sanzione “potenzialmente da miliardi di dollari”, secondo le dichiarazioni di Uthemier riportate da Cnn.

La causa civile è una costola dell’indagine penale annunciata dal procuratore il 21 aprile scorso, frutto della sparatoria avvenuta il 17 aprile 2025 nel campus dell’università dello Stato, con un bilancio di 2 morti e 6 feriti. L’imputato Phoenix Ikner avrebbe consultato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli su armi e munizioni, l’orario e l’area migliore per colpire il maggior numero di persone. “Se quel bot fosse una persona, verrebbe accusato di concorso in omicidio premeditato”, aveva dichiarato Uthmeier in una conferenza stampa. Nell’occasione il procuratore della Florida aveva rammentato il lavoro del suo ufficio per perseguire i crimini legati all’uso dell’intelligenza artificiale: una condanna a 135 anni di carcere per un predatore sessuale; il processo in corso ad un presunto pedofilo, con 46 capi d’accusa relativi a materiale pedopornografico generato dall’IA .

La causa civile presentata il primo giugno invece accusa OpenAI di pratiche commerciali ingannevoli e sleali per accelerare i guadagni in barba ai rischi: “A causa delle false dichiarazioni degli imputati su ChatGPT e della loro negligente introduzione di ChatGPT in Florida e nel mondo, gli omicidi di massa sono stati aiutati (…), le persone vulnerabili sono state incoraggiate al suicidio (…) gli utenti hanno perso capacità di pensiero critico e i minori sono diventati dipendenti da uno strumento che finge compassione umana per raccogliere i propri dati senza la supervisione dei genitori. Lo sscopo del colosso? “Accumulare grandi fortune, nonostante conoscano il pericolo di ChatGPT”. In una dichiarazione, OpenAI ha affermato di ritenere che i minori “necessitino di una protezione significativa” e di aver “messo in atto protezioni e politiche all’avanguardia nel settore”. Anche le piattaforme social come Facebook, Instagram e TikTok ripetono da anni di fare tutto il possibile per tutelare gli utenti, soprattutto i minori. Ma la palla ora passa ai tribunali.

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L’Ai ci rende più soli? Così il Papa lancia l’allarme con la Magnifica humanitas

6 June 2026 at 06:42

Il valore dell’umano nelle nostre società? Basterebbe soltanto questo: i parcheggi dei centri commerciali sono gratuiti, quelli degli ospedali si pagano.

Ma tentiamo di comprendere meglio, alla luce dell’enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Secondo uno studio del 2019, erano centinaia di milioni le persone che le davano quotidianamente il buongiorno. Mezzo milione di uomini le avevano dichiarato il proprio amore e oltre 250mila le avevano fatto una proposta di matrimonio. Non sto parlando di una signorina particolarmente avvenente, bensì di Alexa, il noto chatbot di Amazon.

E dire che il primo robot parlante risale al 1966, si chiamava Eliza ed era stata programmata dallo scienziato Joseph Weizenbaum per fare la psicologa. Peccato che, dopo svariati colloqui con Eliza, si era visto che le condizioni psicologiche degli esseri umani peggioravano vistosamente. Questo condusse lo scienziato tedesco a una vera e propria crociata per denunciare che, nel “dialogo” fra la macchina e l’essere umano, è quest’ultimo a finirci sotto malamente. La denuncia di Weizenbaum rimase perlopiù inascoltata, e si stava parlando di chatbot ancora rudimentali. Oggi sono parecchie le persone, soprattutto giovani, che si rivolgono a psicologi creati con l’Intelligenza artificiale per confrontarsi su questioni assai profonde. Ragazzi pronti ad affermare che l’IA li capisce e non giudica, li tratta meglio degli adulti.

Le poche multinazionali che ottengono profitti esorbitanti da tutto ciò che ruota attorno all’IA, in nome del sacro profitto, non si sono fatte alcuno scrupolo a generare una tossicodipendenza universale. Social network e dimensioni virtuali di vario genere, infatti, sono state metodicamente programmate per creare dipendenza. Chi li utilizza rimane come ipnotizzato e drogato da una produzione massiva di sostanze del benessere (endorfine, dopamina, serotonina). Questo aspetto, che colpisce soprattutto i più giovani – per via del lobo prefrontale scarsamente sviluppato, ossia la parte del cervello in grado di gestire le emozioni – produce un duplice effetto: persone sempre più impegnate a trascorrere ore scrollando i video, da una parte, e una vita reale che risulta sempre più noiosa, priva di senso e di stimoli perché non in grado di “regalare” le sostanze stupefacenti di cui sopra.

Risultati? Tre giovani su quattro dichiarano di aver bisogno di un supporto psicologico per ansia, senso di inadeguatezza, depressione, incapacità di allacciare relazioni profonde. Non era mai successo prima nella Storia, ma questa si sta avviando ad essere la prima generazione di giovani e giovanissimi in cui il suicidio è la principale causa di morte. Del resto, un nuovo e imponente studio longitudinale condotto su oltre 4mila preadolescenti – pubblicato su International Journal of Clinical and Health Psychology – ha rivelato che i ragazzi che più fanno uso degli schermi colorati sono anche quelli con più probabilità di manifestare i sintomi di cui sopra.

Basterebbe soltanto un dato per capire che i governanti mondiali sanno tutto ciò: TikTok, il social più famoso e usato fra i giovani, è un prodotto cinese vietato in un solo paese del mondo: la Cina. In nome del progresso tecnologico e del profitto economico, ormai gli unici due parametri con cui si riconosce valore a persone, cose e iniziative, si stanno volutamente trascurando gli effetti deleteri dell’IA sulle persone, ma anche sul pianeta, considerando che questa tecnologia è la più energivora e consumatrice di acqua (le “terre rare” per cui si fanno le guerre sono quelle ricche di minerali indispensabili all’IA).

La Magnifica humanitas di Leone XIV denuncia questo potere assoluto che il sistema tecno-finanziario esercita su democrazie degradate e impotenti, nel silenzio assordante di una politica largamente ignorante e genuflessa. Nonché di una Sinistra ancora una volta agevolmente scavalcata alla sua sinistra (dal Papa!), incapace di difendere le classi subalterne rispetto ad argomenti che hanno un impatto reale sulle persone. Anche a fine Ottocento ci volle un’enciclica, la Rerum novarum di Leone XIII (1891), per denunciare le ingiustizie del mercato e proporre azioni alternative alle tanto velleitarie quanto sanguinose rivoluzioni comuniste.

Il Papa di allora, cui dichiaratamente si ispira l’attuale, rimase inascoltato e questo fece piombare il mondo in due terribili guerre mondiali. Oggi si rischia perfino di più, considerato che la filosofia cui aderiscono tutti i grandi guru dell’IA è quel transumanesimo che si pone come scopo il superamento della magnifica umanità pensante e senziente. Assai meno redditizia della munifica superumanità di docili robot.

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Ogni impresa dovrebbe dotarsi di una policy sull’intelligenza artificiale

6 June 2026 at 03:45

L’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale nei contesti lavorativi non è più un fenomeno di nicchia. Secondo Bankitalia, il trentadue per cento delle imprese italiane con almeno venti addetti utilizza l’intelligenza artificiale per ottimizzare i processi esistenti e, raramente, per creare nuovi prodotti o servizi. Molte di queste aziende hanno iniziato a usare i large language models senza dotarsi di una specifica policy per regolare i limiti di impiego da parte del personale.

Il punto di partenza di qualsiasi policy sull’IA è la distinzione tra strumenti aziendali e strumenti personali. Avvalersi del supporto di ChatGPT, Claude o Gemini con un profilo privato per svolgere attività lavorativa pone una serie di questioni giuridiche delicate e, pertanto, dovrebbe essere vietato. Gli account consumer non forniscono quasi mai garanzie in tema di riservatezza e tutela dei dati. Inoltre, i dati immessi nei prompt possono essere utilizzati per addestrare i modelli di terze parti, con la conseguenza che informazioni riservate fuoriescono dal perimetro aziendale in modo irreversibile.

L’azienda deve anche stabilire in maniera chiara i confini dei dati che possono essere condivisi con l’intelligenza artificiale. Secondo la normativa privacy, infatti, il trattamento dei dati deve essere fondato su una base giuridica adeguata e compatibile con le misure di sicurezza adottate dall’impresa. Dati sensibili come quelli riguardanti lo stato di salute o l’iscrizione ad un sindacato di un dipendente non dovrebbero essere inseriti in un large language model prima di un attenta valutazione.

L’intelligenza artificiale produce errori, allucinazioni e imprecisioni con una frequenza che la rende inidonea a sostituire il giudizio umano in qualsiasi attività avente rilevanza giuridica o economica. Una policy ben fatta dovrebbe attribuire esplicitamente al lavoratore la responsabilità di verificare gli output più importanti prima di ogni utilizzo.

Regolare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in azienda è fondamentale per proteggere i dati dell’impresa, la privacy dei dipendenti e la posizione del datore di lavoro in caso di contenzioso. Anche in questo campo, prevenire è sempre meglio che curare.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Google compra la potenza dell’IA: maxi accordo da oltre 30 miliardi con SpaceX

5 June 2026 at 21:16

La corsa globale alla potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale aggiunge un nuovo capitolo miliardario. A pochi giorni dalla sua quotazione in Borsa, SpaceX ha annunciato un accordo di dimensioni eccezionali con Google per la fornitura di capacità computazionale destinata ai sistemi di intelligenza artificiale e ai servizi cloud.

Secondo quanto emerge da documenti finanziari resi pubblici oggi, la società di Elon Musk metterà a disposizione del colosso di Mountain View una infrastruttura composta da circa 110.000 Gpu prodotte da NVIDIA, oltre a Cpu, memoria e altri componenti necessari all’elaborazione avanzata dei dati.

L’intesa prevede che Google versi a SpaceX circa 920 milioni di dollari al mese a partire da ottobre 2026 fino a giugno 2029. Nell’arco dell’intero contratto, il valore complessivo dell’accordo supera i 30 miliardi di dollari, confermandosi tra i più rilevanti mai siglati nel settore delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.

L’operazione testimonia come il vero collo di bottiglia della rivoluzione dell’IA non sia più soltanto lo sviluppo di modelli sempre più sofisticati, ma la disponibilità di enormi quantità di potenza di calcolo. Le Gpu Nvidia, considerate lo standard di riferimento per l’addestramento e l’esecuzione dei modelli di intelligenza artificiale generativa, sono diventate una risorsa strategica per le grandi aziende tecnologiche.

La domanda di capacità computazionale è infatti cresciuta a ritmi senza precedenti. Le principali società statunitensi stanno investendo centinaia di miliardi di dollari nella costruzione o nell’affitto di data center specializzati, indispensabili per sostenere chatbot, assistenti virtuali, sistemi di ricerca avanzata e applicazioni aziendali basate sull’intelligenza artificiale.

L’accordo tra SpaceX e Google si inserisce proprio in questa competizione. Il mese scorso anche Anthropic, una delle principali aziende americane attive nell’IA generativa, aveva annunciato un maxi contratto con SpaceX per l’utilizzo di uno dei suoi principali data center.

Per SpaceX, tradizionalmente associata alle attività spaziali, ai lanci orbitali e alla rete satellitare Starlink, il contratto rappresenta anche la conferma della crescente diversificazione del business verso il mercato delle infrastrutture digitali. Per Google, invece, l’intesa garantisce accesso a una riserva di capacità computazionale fondamentale per sostenere la competizione con rivali come Microsoft, Amazon e Meta nella corsa all’intelligenza artificiale.

La battaglia tecnologica si gioca ormai sempre meno sugli algoritmi e sempre più sulla disponibilità di energia, chip e data center. E il maxi accordo tra Google e SpaceX ne è una delle dimostrazioni più evidenti.

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Robot umanoide colpisce con un calcio un bambino durante uno spettacolo di arti marzialI – IL VIDEO

5 June 2026 at 12:35

Durante uno spettacolo in una località turistica dello Xinjiang, in Cina, un robot umanoide ha colpito con un calcio un bambino tra il pubblico mentre si stava esibendo in una dimostrazione. L’episodio è stato ripreso in video e ha iniziato rapidamente a circolare online, sollevando nuove domande sulla sicurezza di queste performance in contesti aperti.

Il robot si trovava all’interno di un’area dedicata alle esibizioni e stava eseguendo una sequenza di movimenti ispirati alle arti marziali quando, durante la performance, ha colpito il piccolo spettatore facendolo cadere a terra. Secondo le ricostruzioni, l’automa non operava in autonomia, ma sarebbe stato controllato manualmente da un addetto della struttura. Il bambino non avrebbe riportato ferite. La madre ha comunque criticato la gestione dell’accaduto, sostenendo che il personale sarebbe intervenuto con ritardo dopo l’incidente.

Robot umanoidi, la nuova frontiera dello spettacolo

Negli ultimi mesi, i robot umanoidi sono sempre più spesso utilizzati non solo in ambito industriale o sperimentale, ma anche come attrazione in eventi pubblici e turistici. Le dimostrazioni puntano a mostrare agilità, coordinazione e capacità di intrattenimento. Tutto questo, rende queste macchine veri e propri strumenti di spettacolo.

Non è raro che le performance includano movimenti ispirati alle arti marziali, coreografie o sequenze di intrattenimento pensate per il pubblico. In un altro episodio diventato virale, un robot umanoide è stato ripreso mentre eseguiva una danza sulle note di “Billie Jean” di Michael Jackson, simulando una vera performance dal vivo.

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Giovani e auto, le cinesi sono promosse. Ma ai clienti EU l’intelligenza artificiale non piace

5 June 2026 at 11:00

Il mercato europeo dell’auto sta cambiando, con le nuove generazioni di automobilisti meno legate ai marchi “storici” dell’automotive e più attratte dalla tecnologia. Già, ma cosa pensano i giovani italiani delle auto cinesi? Secondo uno studio realizzato da Areté – dal quale emerge che l’auto è posseduta dall’83% degli intervistati e utilizzata quotidianamente da più del 50% del campione – i marchi orientali non sono più considerati semplici alternative low cost.

Addirittura, ben 3 giovani su 4, ovvero il 75% dei rispondenti, si dicono pronti ad acquistare una vettura prodotta in Cina, anche se il 23% esprime dubbi sul servizio post-vendita e il 22% sull’affidabilità generale. Per questo bacino di clienti, il fattore di attrazione principale è il mix tra tecnologia e qualità, indicato dal 53% del campione, seguito dai prezzi competitivi per il 43% degli intervistati, all’interno di una soglia economica massima di spesa fissata a 30.000 euro.

Come sottolineato dal Presidente di Areté Massimo Ghenzer, il “gap reputazionale” fra costruttori occidentali e new comers asiatici è quasi azzerato, e ben 8 italiani su 10 considerano oggi i brand cinesi tecnologicamente più avanzati rispetto ai competitor europei e giapponesi. In merito alle motorizzazioni, quasi il 50% dei giovani sceglierebbe un’auto ibrida, il 34% preferirebbe l’elettrico puro e il 20% rimarrebbe fedele alla benzina. Anche l’informazione vive una transizione digitale: prima dell’acquisto il 41% dei giovani consulta siti specializzati, il 18% si rivolge al concessionario fisico e il 17% utilizza i social media.

Se i giovani italiani promuovono il prodotto asiatico, l’Europa continentale mostra una forte resistenza emotiva verso l’intelligenza artificiale (con cui è generata l’immagine di apertura) applicata alla guida autonoma. Questo quadro è delineato da uno studio commissionato da Xpeng e condotto su un campione europeo rappresentativo di 5.107 persone di sei Paesi (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Svezia e Polonia), con una base di circa 800 intervistati per ciascuna nazione, affiancato da un gruppo di riferimento di 1.008 persone residenti nelle principali città cinesi. I risultati evidenziano un paradosso: l’82% degli europei dichiara di comprendere l’IA, ma solo il 13% degli europei salirebbe su un’auto a guida completamente autonoma, un dato in netto contrasto con il 70% registrato in Cina. Complessivamente, poi, il 53% dei cittadini europei esprime poca o nessuna fiducia nell’IA applicata alle vetture.

L’indagine mostra che una percentuale compresa tra il 42% e il 53% degli europei accetta le funzioni di assistenza (come il cruise control adattivo e il mantenimento di corsia), ma la serenità crolla quando l’IA sostituisce il guidatore, portando al già citato 53% di sfiducia globale. In sostanza, in Europa gli utenti accettano l’IA solo se aumenta la capacità di giudizio umana e rimane un sistema trasparente e “interrompibile”. Come sottolineato dal Vice Chairman e President di Xpeng, Brian Gu, le sole capacità ingegneristiche non basteranno a guidare l’adozione di massa dell’AI se non saranno accompagnate dalla costruzione della fiducia in questa tecnologia, nonché da comprovate conferme sui benefici in termini di sicurezza e impatto ambientale.

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L’era dei tecno predatori, chi sono e cosa vogliono

5 June 2026 at 03:45

C’è una foto destinata a essere ricordata. Non perché sia uno scatto di rara fattura, né perché rappresenti un momento di straordinaria importanza per la Storia. Non si tratta del Muro di Berlino che crolla, né di un aereo che si schianta sulle Twin Towers, eppure quella foto è significativa. Cristallizza un segno dei tempi, incornicia una sottomissione imprevista fino a poco prima, inquadra un’alleanza nell’interesse di pochi e a danno di moltitudini. È il 20 gennaio 2025, Donald Trump presta giuramento come presidente degli Stati Uniti per il suo secondo mandato e in prima fila, uno a fianco dell’altro, ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg. Cioè, il fondatore di Tesla e SpaceX, quello di Amazon e il ceo di Meta: i tre uomini più ricchi del pianeta, secondo la classifica che da trentanove anni Forbes stila con pedante applicazione.

In mezzo ai tre, a disarticolare la graduatoria fa capolino Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Alphabet. Che ci fa lì? Con i suoi 1,3 miliardi di dollari è un lillipuziano rispetto a patrimoni personali da duecento miliardi in su, ma nelle file successive, preferiti persino ai ministri del nascente Gabinetto, la lista si allunga: da Tim Cook (Apple) a Sergey Brin (padrone di Google), a Sam Altman (OpenAI) per citare alcuni. Insieme valgono il Pil dei Paesi Bassi, metà di quello italiano.

C’è anche Joe Biden (come è ovvio che sia), l’inquilino della Casa Bianca uscente, costretto a rinunciare alla ricandidatura dai timori dell’opinione pubblica per le sue condizioni di salute. «In America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti», avverte Biden. Trump per tutta la campagna elettorale lo ha deriso, chiamandolo Sleepy Joe (l’addormentato), ma la sua frase col senno del poi è un lucido grido d’allarme. Una Cassandra malmessa, ma presaga.

Adesso un’altra immagine. È trascorso poco più di un anno e a Nuova Delhi si svolge l’India AI Impact Summit: il premier Narendra Modi chiama intorno a sé i partecipanti per la tradizionale photo opportunity, tra loro alcuni dei più influenti manager del pianeta. Si tengono mano nella mano, a braccia alzate, quasi a significare un’alleanza in nome del progresso, ma Sam Altman e Dario Amodei, ceo di Anthropic, finiti ironia della sorte uno accanto all’altro, rifiutano di farlo. Anthropic è stata fondata cinque anni prima proprio da un gruppo di ricercatori, guidati da Amodei e dalla sorella Daniela, fuoriusciti da OpenAI per ragioni etiche, già allora timorosi dei pericoli che l’intelligenza artificiale avrebbe posto in materia di sicurezza e in disaccordo con le scelte di Altman.

La sfida tra le due aziende si è fatta sempre più decisa e con essa sono giunte all’acme le divergenze su come sviluppare la tecnologia in potenza più trasformativa della storia dell’uomo. OpenAI ha dato vita a ChatGPT, il primo chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa reso gratuito a centinaia di milioni di utenti, per poi continuare a sviluppare funzioni rivolte al “grande pubblico”. Anthropic ha invece elaborato il concorrente Claude – orientato verso la gestione di carichi di lavoro complessi – e le sue rapide evoluzioni hanno finito per superare ChatGPT, facendolo preferire dalle aziende e persino dal Pentagono, eppure senza rinunciare all’attenzione per la sicurezza dei dati: fedele al mantra che ne aveva ispirato la nascita, addestrando Claude su un insieme di regole etiche (Constitutional AI) ispirate alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Claude è così avanti da essere l’unico modello di intelligenza artificiale ammesso nei sistemi classificati dell’esercito, ma i rapporti con l’amministrazione Trump – che già non erano idilliaci – deflagrano quando a febbraio la sua IA viene utilizzata nella cattura di Nicolás Maduro in Venezuela.

Non si creda che la startup californiana disdegni di mettersi al servizio del complesso militare in cambio di contratti milionari. Lo ha già fatto, ma pone condizioni. Chiede che il bolide del progresso lanciato a folle velocità sia dotato di un pedale del freno: la garanzia che Claude non sia usato per la sorveglianza di massa degli americani e per droni e robot in grado di uccidere senza l’intervento umano.

La richiesta viene accolta come un atto di lesa maestà. Trump chiama Amodei e soci «pazzi di sinistra», definisce Anthropic «prigioniera di vincoli ideologici», ordina che sia dichiarata un «rischio per la catena di approvvigionamento». Un nemico della nazione.

La vicenda resta in evoluzione ed è ben nota (qui serviva solo riassumerla), ma quel che ci interessa sono le parole di Amodei. «La vera ragione per cui non ci apprezzano è che non abbiamo fatto donazioni a Trump – scrive alla squadra di Anthropic in quei giorni –. Non abbiamo elogiato Trump in stile dittatoriale (mentre Sam lo ha fatto)…», e in un’intervista dice: «Essere in disaccordo con il governo è la cosa più americana del mondo».

Appunto. Dove va l’America? E aveva ragione la Cassandra-Biden? Siamo di fronte a un signorotto circondato da feudatari che garantiscono fedeltà in cambio del proprio arricchimento oppure di un’élite convinta del proprio ruolo salvifico che usa Trump e nel frattempo ne prepara la successione? The Oligarchy individuata da Robert Reich, i conquistadores digitali narrati da Giuliano da Empoli, i tecnofascisti protagonisti del recente “Onnipotenti”? Classe miliardaria che propugna «un fascismo che si potrebbe definire di “stampo anglosassone” – dice Irene Doda, l’autrice –, sostenitore della libertà individuale, specialmente quella di fare impresa senza regole».

Per capire la tech-oligarchia che sta ridefinendo il concetto di democrazia in America, bisogna partire dai soldi come spesso accade, dalle enormi fortune che si possono associare ai protagonisti elencati finora e che quel 20 gennaio (come oggi) facevano di Musk l’uomo più ricco della storia umana. Il patrimonio dei super-ricchi nel 2026 ha raggiunto un livello mai visto prima: 20.100 miliardi di dollari detenuti da appena 3428 persone, di cui 989 sono americani. Conteggi perfettibili (anche perché fortune simili non sono mai statiche) come quelli di Oxfam International, per i quali in cinque anni il patrimonio dei dieci americani più ricchi, tutti o quasi tecnocrati della Silicon Valley, è lievitato da settecento a oltre duemiladuecento miliardi.

Una concentrazione che non è solo economica. Il settanta per cento del traffico internet globale transita dalle infrastrutture di Amazon, Microsoft e Google. Meta raggiunge ogni giorno oltre tre miliardi di utenti attivi e X dopo l’acquisizione di Musk ha ridotto sì, ma non perso, il ruolo di piattaforma privilegiata del dibattito politico che aveva Twitter. Per non parlare dei satelliti della sua Starlink, che operano in regime di quasi monopolio, capaci di influenzare persino le sorti di una guerra.

In molti hanno ipotizzato un parallelo con i robber baron della Gilded age che dominarono l’economia accentrando nelle proprie mani tutte le fasi industriali. Gli oligarchi tech controllano qualcosa di ben più pervasivo: l’infrastruttura delle reti di comunicazione, dei media e ora dell’intelligenza artificiale. Il loro potere è qualitativamente diverso da qualsiasi concentrazione precedente perché si fonda (e al tempo stesso trae profitto) sulla capacità di modificare il comportamento umano in modo sistematico. È ciò che Shoshana Zuboff in un saggio famoso e profetico ha chiamato “Il capitalismo della sorveglianza”. L’esperienza umana come accumulazione di dati: materia prima gratuita e inesauribile, utile non solo a prevedere quei comportamenti, ma a orientarli e condizionarli.

Capitalisti e sorveglianti, come i due tech-miliardari che ancora mancano alla lista. Assenti dalle nostre foto, ma decisivi.

Uno è Larry Ellison, cofondatore di Oracle, colosso del software, quarto in quella classifica dei più ricchi e considerato il vero consigliere ombra di Trump. «Il Ceo di un po’ di tutto», ama definirlo l’amico Donald. La famiglia Ellison sta ridisegnando il panorama mediatico: ha acquisito il controllo di Paramount (a sua volta proprietaria di Cbs), è entrata con Oracle nella cordata che ha rilevato le attività americane di TikTok e dopo aver messo le mani su Warner Bros. rischia di arrivare alla Cnn, il più efficace dei canali all news nel fare opposizione.

L’altro è Peter Thiel, nato in Germania, negli Stati Uniti dall’adolescenza, l’anima più nera del tecno-cesarismo, un intreccio di contraddizioni: libertario ma teorico del monopolio, gay ma acceso anti-woke, vetero-cattolico odiatore delle donne ma munifico finanziatore di studi sull’allungamento della vita (terrena, ovvio). Thiel è il proprietario di Palantir, la società che raccoglie informazioni su tutto e tutti, le aggrega in un’enorme banca dati e le offre a chi abbia bisogno di identificare, individuare, tracciare. Sostenitore di Trump da un decennio, è lo sponsor principale di J.D. Vance. In Italia lo abbiamo conosciuto meglio quando a metà marzo è sbarcato a Roma per parlare di Anticristo. Ciò che, però, può inquietare di più sono i suoi legami con Elon Musk o Roelof Botha. Tutti diventati ricchi con l’intuizione di PayPal, tutti con legami familiari nel Sudafrica bianco e segregazionista, tutti affascinati dall’epica del “Signore degli Anelli”: pochi esseri superiori (gli elfi) investiti dal “dovere“ di salvare l’Occidente (la Contea) dalle forze del Male di Mordor.

Ellison e Thiel, gli ideali punti di collegamento tra la generazione pioniera, quella degli smanettoni nei garage diventati Re Mida vendendo software e telefonini, e quella che adesso prepara una superintelligenza pervasiva che tutto saprà, tutto vedrà. Magari tutto deciderà.

La Silicon Valley è cresciuta intrisa di utopia liberal-libertaria, convinta della forza buona di Internet, favorevole al multiculturalismo, al commercio globale, ma tutto è cambiato da quelle parti. Il punto di non ritorno è documentabile con precisione: è il 15 luglio 2024, la convention repubblicana è in corso a Milwaukee ed Elon Musk ufficializza il suo sostegno a Trump. Da lì in poi sosterrà la campagna elettorale con almeno 277 milioni di dollari. È il contributo singolo più alto nella storia delle elezioni presidenziali americane. Musk è in buona compagnia, a Milwaukee i rappresentanti delle Big Tech sono in fila.

Gente come Marc Andreessen e Ben Horowitz, venture capitalist che hanno fatto la fortuna di aziende come Facebook o Airbnb, mette per iscritto il perché della scelta: sono contrari alla regolamentazione delle criptovalute e alle politiche bancarie di Biden, entusiasti delle promesse dal candidato Maga. Il loro è un sostegno programmatico. Proprio in quei giorni prende forma Project 2025, un documento di 922 pagine stilato dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore, in cui si prevedono non solo lo smantellamento sistematico della burocrazia federale e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del presidente, ma si recepiscono molte delle proposte care alla tecno oligarchia, dalla deregolamentazione dell’intelligenza artificiale alla riduzione dei poteri della Federal Trade Commission, l’antitrust statunitense. Uno degli architetti di Project 2025 è Russell Vought. Tra i primi atti di Trump (appena sedici giorni dopo l’insediamento) ci sarà la sua nomina a capo dell’agenzia che gestisce il bilancio federale.

Lo smantellamento, in realtà, è già cominciato all’indomani della vittoria su Kamala Harris con l’annuncio della creazione del Department of Government Efficiency, acronimo Doge: non a caso il nome della criptovaluta preferita da Musk, che ne assume il comando. L’avventura di “consigliere del presidente” durerà pochi mesi e si rivelerà un fallimento, con evidenti violazioni costituzionali, ma il buon Elon tra un post su X e un saluto romano farà in tempo a costringere trecentomila dipendenti pubblici alle dimissioni, nonché ad accedere ai database che contengono informazioni riservate su decine di milioni di americani. Un enorme conflitto di interessi, visti i contratti governativi di cui beneficiano le sue aziende.

Un do ut des che raggiunge il suo picco, ma in atto da tempo: la distorsione del sistema di finanziamento della politica affonda le radici nella sentenza della Corte Suprema che nel 2010 liberalizza i versamenti attraverso comitati elettorali, da lì una sempre maggiore dipendenza dei candidati dai grandi finanziatori. I cinquanta maggiori donatori individuali nell’ultima corsa a Capitol Hill hanno contribuito per più di 1,8 miliardi di dollari, e guarda un po’, almeno ventitré erano tecnocrati e ras delle crypto. Risultato? Il meccanismo di ritorno sull’investimento è visibile: Musk ottiene il Doge e la nomina di un “amico” della sua SpaceX alla Nasa; Thiel i contratti militari per Palantir; le piattaforme di criptovalute un allentamento dei controlli; le Big Tech che nel 2020 avevano sostenuto Biden la promessa di archiviazione dei procedimenti antitrust.

La sovrapposizione di ruoli, le governance opache, la saldatura tra antica ed emergente classe di tecno miliardari trovano ora terreno di coltura nella dirompenza dell’intelligenza artificiale. Nessun settore è più rilevante per il futuro della democrazia, in nessun altro la concentrazione del potere nelle mani di pochi privati è più avanzata e, al tempo stesso, nessun altro richiederebbe una regolamentazione superpartes, guardrail etici, mentre gli stessi suoi inventori mettono in guardia dalle evoluzioni future, soprattutto in campo militare. Eppure quello stesso 20 gennaio, appena insediato, Trump firma un ordine esecutivo col quale revoca le linee guida che imponevano di notificare al governo lo sviluppo di sistemi potenzialmente pericolosi, dopo aver nominato David Sacks suo consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Tabula rasa. La delega di Sacks, anche lui sudafricano, ex PayPal, amico di Musk e socio di Thiel, è tanto ampia da meritargli il nomignolo di “zar dell’IA”. «Trump – ha scritto Giuliano da Empoli in “L’ora dei predatori” – ha affidato pezzi interi della sua amministrazione ai più sfrenati accelerazionisti della Silicon Valley. Sotto la loro guida, il mondo si sta trasformando in un mosaico di territori in corsa verso un futuro postumano, senza la minima barriera di sicurezza». Una bestia vorace, quella dell’IA, che ha bisogno di essere nutrita da un’enorme quantità di denaro. OpenAI nel solo 2026 punta a finanziamenti per 100-110 miliardi di dollari; il concorrente Anthropic stima cifre simili, e poi ci sono Google Deepmind, xAI… Disposti a tutto o quasi, come Ellison capace di licenziare ventimila dipendenti di Oracle con una semplice mail arrivata all’alba dello scorso 31 marzo («Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro»), in cerca di soldi per finanziare la costruzione di nuovi data center, e nonostante i conti aziendali migliori degli ultimi 15 anni.

Per quanto si provi a distillare purezza, è col Dio denaro che bisognerà venire a patti, senza nascondersi che quanto non faranno gli americani, potrebbe farlo la Cina. Così, se da una parte i soci di Anthropic donano alla no-profit GiveWell, dall’altra Thiel scrive «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili», giudica «mostruoso» il multiculturalismo e affida Palantir ad Alex Karp, uno che dice: «Siamo qui per rivoluzionare e rendere le istituzioni con cui lavoriamo le migliori al mondo, spaventare i nemici e, all’occorrenza, ucciderli»

È Trump a dare le carte e i miliardi ad assecondarlo, dunque, oppure il contrario? La domanda resta e fa la differenza tra l’autarchia competitiva teorizzata da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in “Come muoiono le democrazie” e un oligarchia tecnocratica. Nell’attesa di risposta, tocca alla società civile statunitense ricordare (con Amodei) che essere in disaccordo con chi comanda è la cosa più americana del mondo. Per ora.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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“Il senso del dovere e la competenza? Non bastano più. Non vince chi sa di più ma chi collega meglio. Se l’Intelligenza Artificiale sa rispondere, il talento umano starà nel fare domande”: parla Arturo Artom

4 June 2026 at 10:14

Divertirsi mentre si lavora conta più della competenza e del senso del dovere? Sì, secondo Arturo Artom, imprenditore e innovatore nel settore delle telecomunicazioni, che nel libro La nuova intelligenza – Connetti le idee. Esplora. Divertiti (Piemme) riflette sui cambiamenti imposti dall’era digitale. In un’intervista al Corriere della Sera si sofferma proprio sul concetto di “nuova intelligenza”: “È la nostra intelligenza che cambia. In 40 anni di esperienza col digitale, si è creato un nuovo ambiente cognitivo e siamo a un salto evolutivo. La competenza e il senso del dovere, centrali nel Novecento, non bastano più, perché la nuova intelligenza è la capacità di collegare i nodi: mondi, idee e persone diverse. Non vince chi sa di più, ma chi collega meglio”.

Un approccio non immediato da accettare, tanto che la giornalista Candida Morvillo gli chiede in che senso il tradizionale senso del dovere possa essere considerato superato. “Funzionava in un mondo con regole chiare e obiettivi riconoscibili, in cui, se facevi bene, il sistema ti premiava. Ma quando il contesto cambia di continuo, puoi fare tutto ‘come si deve’ e scoprire che non serve. E il dovere, da solo, non innova. A innovare è il divertimento, ovvero piacere di fare, curiosità, coraggio di sbagliare. Nel Novecento funzionava il bravino: studiava, obbediva, faceva carriera. Ma il bravino rischia di essere sostituito dall’intelligenza artificiale, perché il suo è un sapere verticale. Il futuro sarà delle menti orizzontali”.

Artom ha parole positive persino per una pratica spesso demonizzata come lo scrolling sui social: “È un radar ed è un allenamento che abitua alla selezione rapida, al passaggio da un contesto all’altro. Il lavoro del futuro chiederà questo: meno fissità, più velocità decisionale e capacità di collegare mondi diversi (…). Lo scrolling è la ginnastica della nuova intelligenza”.

L’intervista, pur breve, offre diversi spunti di riflessione, compreso quello sulla scuola che, secondo l’imprenditore, “dovrebbe insegnare a fare domande. Se l’intelligenza artificiale sa rispondere, il talento umano starà nel fare domande collegando storia, tecnologia, arte, scienze e persone”.

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Il whitewashing di Leone sull’intelligenza artificiale: le ultime fallacie dell’enciclica

4 June 2026 at 05:04

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta. Per presentarla, il Papa ha voluto accanto a sé Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, la Big Tech che si oppone ai sistemi d’arma autonomi e alla sorveglianza di massa dei cittadini; ma che collabora col governo Usa, con l’intelligence e col Pentagono. Anthropic fa parte del complesso militare statunitense, non è la colomba della pace di Picasso. Chi meglio del papa per il whitewashing?

22) L’enciclica fa emergere l’idea che la modernità tecnica, l’individualismo e la digitalizzazione abbiano allontanato l’uomo dalla sua “autenticità”. Ma epoche pre-tecnologiche avevano guerre costanti, fame, schiavitù, oppressione sistematica e mortalità enorme. Il papa è nostalgico di una una comunità “autentica” mai realmente esistita.

23) L’enciclica descrive l’uomo come relazionale, spirituale, comunitario, aperto al dono; ma l’uomo è anche competitivo, aggressivo, tribale, opportunista. Il papa minimizza l’antropologia conflittuale.

24) L’enciclica critica severamente il capitalismo, l’IA, il militarismo, la tecnocrazia, l’individualismo; ma non critica il potere religioso e il dogmatismo. Non c’è simmetria critica.

25) L’enciclica avanza spesso una tesi forte e per impedire contestazioni la corrobora con affermazioni ovvie e condivisibili. Tesi forte implicita: “La visione cristiana è necessaria per salvare l’uomo dall’IA”. Affermazione ovvia: “Dobbiamo proteggere dignità, pace e giustizia”. La tattica è detta motte & bailey. Tutti concordano sulla seconda frase (motte: la rocca sicura), ma il papa usa questo accordo per dare legittimità alla prima (bailey: il campo largo e utile, ma difficile da difendere).

26) L’enciclica accosta cose diverse fino a renderle moralmente equivalenti: tecnocrazia, individualismo, militarismo, relativismo, capitalismo aggressivo, transumanesimo. L’effetto è gettare su quei fenomeni la stessa colpa morale. Ma sostenere l’innovazione tecnologica non significa sostenere il dominio; difendere il mercato non significa idolatrare il profitto; valorizzare l’autonomia non equivale al nichilismo.

27) L’enciclica contrappone la logica del profitto alla logica della fraternità. Come se le azioni sociali potessero essere sempre guidate da motivazioni “pure”. In realtà gli esseri umani agiscono con motivazioni miste; interesse personale e cooperazione convivono; le istituzioni funzionano anche grazie a incentivi non altruistici. Inoltre, buone intenzioni possono creare disastri economici, e incentivi mal progettati possono corrompere sistemi altruistici. Il papa sottovaluta la teoria dei sistemi e i cosiddetti “effetti emergenti”.

28) L’enciclica presume di sapere cosa sia il vero bene umano: relazioni, trascendenza, limite, apertura a Dio, comunità, fraternità. Ma altri potrebbero sostenere che la realizzazione umana consiste nell’autonomia, nella creatività individuale, nella conoscenza, nel libero pensiero, nell’auto-determinazione.

29) L’enciclica sostiene che dialogo, fraternità, discernimento e ascolto possano sempre ricomporre i conflitti. Questa è un’ingenuità da Miss Universo.

30) L’enciclica riformula idee religiose in un linguaggio universale. Esempi: “peccato” = “disumanizzazione”; “carità” = “solidarietà”; “ordine morale cristiano” = “bene comune”; “salvezza” = “sviluppo integrale”. Così il testo sembra universalista pur mantenendo una struttura teologica implicita. Il papa suggerisce quindi che se qualcosa è universale, allora dovrebbe essere condiviso da tutti. Ma l’universalità filosofica non equivale al consenso reale. Molte persone non condividono la metafisica cristiana, la legge naturale, l’antropologia relazionale e l’idea del limite come bene.

31) L’enciclica usa categorie non falsificabili: dignità, fraternità, civiltà dell’amore, umanesimo integrale. Se una politica fallisce, si può sempre dire: “Non era uno sviluppo autenticamente umano”. Questo rende il sistema teorico resistente alle confutazioni empiriche.

32) L’enciclica dice di non voler dominare, ma si pone come giudice morale universale: dell’economia, della politica, della guerra, dell’educazione, della tecnologia, della cultura. Il papa mostra la Chiesa allo stesso tempo come una voce tra le altre e come l’interprete massimo della vera umanità. Altra contraddizione.

33) L’enciclica è scritta in uno stile alto, simbolico e spirituale che produce autorevolezza, ma linguaggio elevato non significa argomentazione valida. Spesso le immagini bibliche, il tono profetico, il lessico morale e i riferimenti spirituali mascherano passaggi deboli dal punto di vista logico.

34) L’enciclica presenta la Dottrina sociale della Chiesa come uno sviluppo coerente e organico, ma storicamente molte posizioni ecclesiali sono cambiate in modo drastico: libertà religiosa, democrazia, diritti umani, rapporto col liberalismo, schiavitù, pluralismo. Il papa minimizza le discontinuità reali.

35) L’enciclica parla a tutti gli uomini in nome della dignità universale, ma in sostanza il modello umano pieno coincide con l’antropologia cristiana. Quindi chi rifiuta quella visione è incompleto? Alienato? Meno umano?

36) Domandine finali: sacerdoti creati con l’IA sono già in grado di confessare e rimettere i i peccati. Questa assoluzione vale? No? Perché invece quella impartita da un prete in carne e ossa sì, visto che la sua assoluzione è altrettanto virtuale e tutto sta nel credergli? La religione è un sistema simbolico che organizza il mondo, attribuisce significati, orienta i comportamenti; l’IA è l’aggiornamento di questa macchina antica, quella della credenza collettiva. Il mercato delle anime è un ricco orticello, la posta in gioco è il controllo dell’intermediazione. Senza timore di concedere all’iperbole, che papa Bob sia preoccupatissimo è più che comprensibile. (3. Fine)

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L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

4 June 2026 at 03:45

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

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Smontiamo l’enciclica sull’Ai. Ad esempio, troppi concetti vaghi

3 June 2026 at 05:00

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta.

9) L’enciclica afferma che il pluralismo culturale è una ricchezza, ma che nessuno, a parte la Chiesa, possiede totalmente la verità. Il papa vuole tenere insieme l’apertura dialogica e l’esclusività dottrinale. Tutta l’argomentazione ne viene indebolito.

10) L’enciclica presenta la Chiesa come promotrice di dignità, pace, dialogo e fraternità, chiedendo perdono per qualche errore del passato (la tolleranza dello schiavismo). Così facendo minimizza le alleanze con poteri autoritari, il colonialismo missionario, le sue discriminazioni strutturali (a quando un papa donna?). E’ cherry picking storico.

11) L’enciclica esalta la sofferenza, la fragilità e il limite attribuendogli un valore spirituale. E’ una fallacia di idealizzazione: alcune sofferenze distruggono persone; molte malattie non “umanizzano”; la medicina moderna ha ridotto enormi quantità di dolore inutile. Che dal dolore possa derivare una crescita personale non implica che il dolore sia di per sé positivo, una fissa di chi ha per modello Cristo in croce.

12) L’enciclica attribuisce molti problemi alla tecnocrazia, alla sete di profitto, all’individualismo, al relativismo. Ma guerre, sfruttamento e controllo sociale esistevano prima del capitalismo digitale. Il papa moralizza fenomeni storici complessi invece di analizzarne le cause materiali, geopolitiche e istituzionali. Le guerre, per dire, possono nascere anche da scarsità di risorse, deterrenza, sicurezza strategica, equilibrio di potenza, interessi materiali.

13) L’enciclica disegna scenari inquietanti: IA che domina; sorveglianza totale; perdita dell’umano; manipolazione; nuove schiavitù; guerra automatizzata; disgregazione sociale. Questi rischi esistono, ma il papa li accumula creando una pressione emotiva. “Se non adottiamo questa visione etica/spirituale, andremo verso la disumanizzazione.” E’ un classico sofisma ad baculum (impaurire per convincere).

14) L’enciclica sostituisce all’analisi empirica una narrazione salvifica: dalla Babele tecnologica si esce con una conversione morale che porta all’armonia, alla civiltà dell’amore, alla fraternità universale, all’umanità riconciliata. Ma alcune visioni del mondo sono incompatibili fra loro, per esempio il liberalismo, la teocrazia, il relativismo, la legge naturale cattolica. Il papa minimizza conflitti irriducibili.

15) L’enciclica usa concetti vaghi (es.: il bene comune) senza darne una definizione operativa, per cui le affermazioni diventano tautologiche. “La tecnologia deve servire il bene comune”: ma chi definisce il bene comune? Con quali criteri? E in caso di conflitto tra beni?

16) L’enciclica implica che l’umano autentico è aperto a Dio, rifiuta il dominio, è relazionale e vive la fragilità. Chi non è d’accordo è meno umano?

17) L’enciclica equivoca spesso tra descrizione e prescrizione. Per esempio passa da “la società è interdipendente” a “quindi dobbiamo essere solidali”. Ma l’interdipendenza non implica solidarietà. Anche i mercati sono interdipendenti.

18) L’enciclica scredita idee in base alla loro presunta origine spirituale: la tecnologia nasce dall’orgoglio prometeico; l’individualismo dall’egoismo; il transumanesimo dal rifiuto del limite. Il giudizio negativo non viene fondato sugli effetti concreti.

19) L’enciclica idealizza la comunità come intrinsecamente buona. Ma le comunità possono essere oppressive, conformiste, violente. Il papa sottovaluta il ruolo positivo del conflitto e del dissenso radicale.

20) L’enciclica rappresenta la Chiesa come orientata al servizio, all’ascolto, al bene comune. Ma le istituzioni religiose hanno anche interessi, potere, strategie; conflitti interni. Le intenzioni dichiarate non coincidono con la realtà storica.

21) L’enciclica assume che autorità morali, educatori, istituzioni, Chiesa e Stato debbano guidare le persone verso il “vero bene”. Ma questo presuppone che alcuni sappiano meglio di altri cosa sia il “vero bene”. Ed ecco che il riconoscimento del pluralismo e dell’autonomia individuale va a farsi friggere. (2. Continua)

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

2 June 2026 at 03:45

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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La difficile scommessa di Anthropic *

26 May 2026 at 09:44

Il fatturato 2026 di Anthropic è sui 30 miliardi di dollari e poggia su una scommessa: una politica di prezzo mai usata prima su scala così larga. Se la scelta non paga, il problema non investe solo l’azienda, ma il modello finanziario dell’intero settore.

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La scelta europea tra IA open source e sovranità *

26 May 2026 at 09:25

Usa, Cina ed Europa hanno approcci diversi all’IA e al finanziamento del suo sviluppo. Per l’Unione europea è però arrivato il momento di decidere se la dipendenza tecnologica dai modelli americani è un fatto da gestire o un problema da affrontare.

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