Normal view

Franco-German defence rift deepens with collapse of FCAS programme

By: A A
10 June 2026 at 13:56

By Hélène de LAUNZUN

Join us on TelegramTwitter, and VK.

Contact us: info@strategic-culture.su

Franco-German combat aircraft programme collapses after years of disputes, showcasing the difficulty with military cooperation within the EU.

Rumours had been circulating for many months, but it was confirmed on Monday, June 8th: France and Germany have decided to abandon the core joint fighter plane component of their joint Future Combat Aircraft System (FCAS) project. With it goes a project that symbolised ambitions for deeper military cooperation between the two countries.

The project was launched in 2017 on the initiative of French President Emmanuel Macron and then-German Chancellor Angela Merkel. Its aim was to replace, by 2040, the French Rafale and the German-Spanish Eurofighter. After months of stalled progress, Chancellor Friedrich Merz and President Macron agreed that the main industrial partners involved in the project—Dassault Aviation on the French side and Airbus Defence and Space on the German-Spanish side—were clearly unable to work together because of diverging interests.

It was one of Europe’s largest military programmes, with an estimated total cost of €100 billion. The technological ambition was highly advanced: more than just a fighter jet, the system was to integrate combat drones, connected sensors and a next-generation digital network, thereby forming what was described as a ‘combat cloud.’

Disagreements between the industrial parties have multiplied in recent months, centring on the sharing of industrial responsibilities, intellectual property, and the governance of the project. In the spring, Macron was still insisting he believed in it, but progress remained elusive.

For defence expert Jean-Dominique Merchet, the programme had in fact been “on life support” for several months, and the German decision to formalise the end merely confirmed a shared recognition of irreconcilable industry positions rather than a unilateral move. The fact that the announcement came from Berlin—without a joint statement from partner countries France and Spain—confirms the major political setback for Macron, who has been the project’s main champion since its launch in 2017. According to Merchet, the announcement definitively confirms the now insurmountable disagreements between Dassault Aviation and Airbus over the development of the fighter plane intended to form the core of the programme. The analyst is now questioning the future of the other components of the FCAS, notably the combat cloud, the engines, and the support drones. This failure could undermine another major Franco-German project, the future European battle tank, which is itself already facing numerous difficulties.

Similar frictions have affected other joint efforts in recent years. In some cases, one side  has withdrawn or scaled back its commitment—as in the case of the Tiger helicopter, where Germany backed out, or the Eurodrone, where France is currently discussing exit terms; in others, like the MAWS maritime patrol programme and the CIFS future artillery system, it’s due to delays, differing priorities, and mutual strain.

For both countries, the failure tests their ability to advance next-generation capabilities.

For France, the failure of the FCAS will test the national defence industry’s ability to bounce back. France must now consider the possibility of a new-generation programme that it would lead alone or in cooperation with other potential partners such as Sweden, Italy, India or the United Arab Emirates. Germany is expected to consider options including additional F-35 acquisitions or interest in alternative collaborative frameworks.

The failure of the FCAS is highly symbolic at a time when, under American pressure, Europe was seeking to assert its strategic autonomy. The programme, which symbolised Europe’s ability to carry out its major armaments projects autonomously in the face of the United States and China, illustrates above all the persistent difficulties European states face in effectively coordinating their industrial, strategic, and national interests.

Original article:  europeanconservative.com

La PapIA, sommo pontefice digitale

By: A A
10 June 2026 at 10:30

La nuova enciclica di Papa Leone XIV, approvata da un responsabile dell’intelligenza artificiale, sostiene di voler regolamentare l’algoritmo. Ma il Vaticano sta consacrando il potere della tecnologia o lo sta mettendo in discussione?

Segue nostro Telegram.

L’enciclica e il suo momento

Il 25 maggio 2026, nella solennità dell’Aula del Sinodo in Vaticano, si è consumato un evento che la storia ricorderà come uno spartiacque: Papa Leone XIV ha presentato personalmente la prima enciclica del suo pontificato, Magnifica Humanitas. Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Nessun pontefice aveva mai presenziato in prima persona alla presentazione pubblica di un proprio documento dottrinale. Il gesto, nella sua straordinaria rottura con il protocollo secolare, non era casuale. Era una dichiarazione, una di quelle che segna un passaggio epocale, e non dal punto di vista prettamente ecclesiologico, bensì per il valore che ha il contenuto di quanto è stato presentato.

A rendere l’evento ancora più denso di significato, al fianco del pontefice non era seduto un cardinale della Curia, un teologo della Pontificia Accademia delle Scienze o un filosofo della scuola fenomenologica romana, bensì Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda californiana che sviluppa il modello Claude. Per la prima volta nella storia contemporanea, l’intelligenza artificiale è diventata il tema centrale e fondativo del primo grande documento dottrinale di un nuovo pontefice. L’algoritmo ha ottenuto l’onore che in precedenza era stato riservato alla famiglia, alla pace, alla giustizia sociale.

La data apposta alla firma dell’enciclica — il 15 maggio — non era meno eloquente. Centotrentacinque anni prima, nello stesso giorno del 1891, Leone XIII aveva promulgato la Rerum Novarum, il documento fondativo della dottrina sociale cattolica moderna, quello che per la prima volta impegnò la Chiesa a prendere posizione di fronte alle devastazioni della rivoluzione industriale, al lavoro minorile, allo sfruttamento delle masse operaie, alla questione della proprietà privata e del salario giusto. L’attuale pontefice, che ha scelto il medesimo nome del predecessore di fine Ottocento con una deliberatezza che esclude qualsiasi ambiguità simbolica, vuole stabilire un’equivalenza esplicita e imperativa: l’intelligenza artificiale è per il nostro tempo ciò che la macchina a vapore e la fabbrica furono per il tempo di Marx e dei primi sindacati. È la questione sociale del secolo.

Il giorno successivo alla firma, il 16 maggio, Leone XIV ha approvato la creazione di una commissione vaticana permanente sull’intelligenza artificiale: per la prima volta nella sua storia bimillenaria, la Santa Sede istituzionalizza il rapporto con l’IA sotto un unico organismo di governo. Il messaggio al mondo era limpido e privo di qualsiasi ambiguità diplomatica: la Chiesa di Roma si candida a essere la coscienza globale dell’algoritmo. Ma la scelta dell’interlocutore tecnologico chiamato a condividere il palco con il pontefice non era un omaggio cerimoniale. Era uno schieramento.

Un nuovo asse tra Vaticano e Silicon Valley?

Per comprendere cosa Dario Amodei andasse a fare a Roma nei giorni successivi alla presentazione dell’enciclica — e perché il Vaticano avesse scelto precisamente Anthropic tra tutte le grandi case dell’intelligenza artificiale mondiale — occorre ricostruire il contesto geopolitico che ha precipitato questo incontro con la velocità di una crisi diplomatica.

Il 27 febbraio 2026, l’amministrazione Trump aveva firmato un ordine esecutivo imponendo a tutte le agenzie federali statunitensi la cessazione immediata di qualsiasi attività commerciale con Anthropic. Nelle ore successive, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva definito la società “un rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale”: una qualifica mai applicata prima, nella storia americana recente, a un’impresa privata nazionale. OpenAI, l’azienda di Sam Altman, aveva colmato il vuoto con rapidità chirurgica, firmando un contratto con il Pentagono nelle stesse ore in cui Anthropic veniva messa all’indice. La frattura si era poi spostata in tribunale, con sentenze di segno opposto nei diversi gradi di giudizio e una causa ancora aperta.

Il Vaticano dunque non ha scelto OpenAI, che pure è il marchio commercialmente più potente nel settore. Non ha scelto Palantir, nonostante Peter Thiel avesse visitato Roma nel marzo precedente per una serie di seminari a porte chiuse sul rapporto tra tecnica e democrazia, accolti in ambienti curiali con quella che gli osservatori presenti hanno descritto come freddezza glaciale. Ha scelto invece l’unica azienda tra le grandi case dell’IA che aveva pagato con l’esclusione dal Pentagono il rifiuto di rimuovere i vincoli etici incorporati nei propri modelli. La Santa Sede ha scelto, in altre parole, l’interlocutore che la Casa Bianca trumpiana aveva appena respinto. E lo ha fatto nel giorno dell’anniversario della Rerum Novarum, conferendo all’operazione la solennità del precedente storico più alto della dottrina sociale cattolica.

All’evento in Aula del Sinodo, Olah aveva espresso pubblicamente ciò che raramente si sente pronunciare da chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale: le domande poste dall’IA, aveva detto, “sono più grandi della comunità di ricerca” e non possono essere lasciate soltanto nelle mani di scienziati o imprese. Aveva elencato tre urgenze di portata storica: il rischio di perdite di posti di lavoro su scala massiva, la distribuzione profondamente ineguale dei benefici economici tra paesi ricchi e paesi poveri, e la crescente opacità dei sistemi algoritmici — modelli sempre più complessi che nessuno, nemmeno i loro creatori, è in grado di leggere compiutamente dall’interno. Aveva aggiunto che esiste un problema ancora più grave: l’assenza di qualsiasi meccanismo capace di distribuire in modo equo i benefici economici dell’IA. “È un problema irrisolto”, aveva riconosciuto, “ed è precisamente il tipo di problema che storicamente la Chiesa si è rifiutata di permettere che il mondo ignorasse”. Un’autocritica pubblica e radicale, pronunciata da una società che vale trecento ottanta miliardi di dollari.

Anthropic: l’azienda “etica” e le sue contraddizioni

Fondata nel 2021 da Dario Amodei e dalla sorella Daniela, insieme a un gruppo di ricercatori fuoriusciti da OpenAI, Anthropic si è costruita in pochi anni una narrativa pubblica fondata su tre pilastri: sicurezza, allineamento etico e trasparenza algoritmica. Il cofondatore Olah incarna meglio di chiunque altro questa immagine: un ricercatore che studia cosa accade all’interno delle reti neurali, che si preoccupa che i sistemi di IA siano comprensibili e governabili, che sostiene la necessità di un controllo esterno, da parte di governi, istituzioni religiose, società civile, su tecnologie che nessuna singola azienda può gestire responsabilmente da sola.

È questa immagine che ha reso Anthropic appetibile agli occhi del Vaticano. Ed è questa immagine che, osservata da vicino, rivela le sue lacerazioni interne. Perché la stessa settimana in cui Olah saliva al Soglio di Pietro per ricevere quella che alcuni commentatori non hanno esitato a definire «l’unzione vaticana dell’intelligenza artificiale umanistica», giungevano le ricostruzioni di quanto era accaduto nei mesi precedenti nell’altra stanza del potere — quella del Pentagono.

Secondo le analisi pubblicate da La Fionda e ricostruite attraverso fonti aperte, la prima frizione tra Anthropic e l’apparato militare americano era emersa a gennaio 2026, durante l’operazione di cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas, condotta dalla CIA con il supporto del sistema Maven — il programma di intelligenza artificiale applicata alle operazioni militari — e quindi, secondo quanto riportato, con il concorso del modello Claude. Anthropic aveva protestato formalmente, sostenendo che l’operazione eccedeva i limiti d’uso contrattualmente concordati. Da quel momento il rapporto si era incrinato. Il Pentagono pretendeva l’eliminazione delle clausole restrittive. Anthropic resisteva. La crisi era precipitata nel febbraio successivo con l’ordine esecutivo di Trump.

Ma la medesima fonte segnala che nelle prime ventiquattr’ore dei bombardamenti congiunti americano-israeliani sull’Iran — nelle stesse ore in cui il Pentagono cancellava ufficialmente Anthropic dalla propria catena di approvvigionamento — il modello Claude aveva contribuito a selezionare un migliaio di obiettivi. Le due notizie convivono nella stessa settimana e si illuminano a vicenda con una luce che disorienta. Non si tratta di una contraddizione irrisolvibile soltanto sul piano logico: è una contraddizione che rivela la struttura profonda dell’intero sistema in cui Anthropic opera, vuole e non vuole operare.

La tensione tra il peso commerciale di Anthropic e le parole pronunciate in Vaticano era difficile da ignorare e Olah non ha provato a nasconderla.

Ciò che emerge non è necessariamente la prova di una malafede strategica, ma qualcosa di più inquietante: la dimostrazione che le categorie di “azienda etica” e “azienda militare” non sono affatto impermeabili l’una all’altra nell’ecosistema tecnologico americano contemporaneo. Esse coesistono, si contengono, si contraddicono. E proprio questa coesistenza è il dato strutturale che nessun documento dottrinale, per quanto solenne, è in grado di dissolvere con un’unzione simbolica.

Le tre stanze del potere

Come ha osservato la brillante giornalista italiana Margherita Furlan nei suoi recenti articoli, ci sono “tre stanze”. La prima è la sala riunioni di Anthropic a San Francisco, dove si producono i modelli algoritmici. La seconda è la sala operativa del sistema Maven al Pentagono, dove tali modelli vengono integrati nelle catene decisionali militari. La terza è il salone delle udienze di Leone XIV in Vaticano, dove le istituzioni simboliche più antiche e autorevoli del mondo occidentale conferiscono legittimità morale all’intero sistema.

La metafora è efficace non perché postuli una cospirazione — essa non lo fa — ma perché descrive una struttura funzionale. Non occorre che le tre stanze comunichino direttamente, che i loro occupanti si accordino in anticipo, che esistano riunioni segrete o patti sottoscritti nell’ombra. Il potere strutturale, come aveva intuito Susan Strange nella sua analisi del declino dello Stato nelle economie avanzate, non opera attraverso intese esplicite ma attraverso convergenze di interesse che si consolidano nel tempo fino a diventare la grammatica invisibile dell’ordine mondiale.

In questa grammatica, il ruolo delle istituzioni simboliche — quelle che detengono il monopolio della legittimazione morale — è sempre stato essenziale. La Chiesa cattolica ha svolto questa funzione per secoli nei confronti del potere temporale dei re, degli imperatori, delle grandi famiglie mercantili. Il Concordato di Westfalia, il ruolo della Curia nella diplomazia europea preindustriale, la posizione della Santa Sede nei conflitti del Novecento: tutto attesta che la funzione vaticana di «camera di compensazione morale» ha attraversato indenne rivoluzioni politiche, guerre mondiali, tracolli ideologici.

Oggi quella funzione si riadatta al capitalismo delle piattaforme. La domanda che merita di essere formulata senza eufemismi è se il Vaticano, nell’intraprendere questa operazione, stia esercitando un potere critico e correttivo — come il predecessore omonimo Leone XIII lo esercitò verso il padronato industriale con la Rerum Novarum — oppure se stia svolgendo una funzione di legittimazione che consolida, piuttosto che contestare, il sistema che dichiara di voler governare.

La rivoluzione teologica dell’algoritmo

Il contenuto dell’enciclica Magnifica Humanitas merita una lettura che vada al di là del giudizio di merito sulle sue singole posizioni — condivisibili o discutibili che siano — per cogliere la trasformazione che il documento introduce nell’architettura concettuale della dottrina cattolica.

Il titolo stesso è rivelatore. “Magnifica Humanitas” — la magnifica umanità — è una formula che richiama la tradizione dell’umanesimo cristiano, la centralità della persona creata a immagine e somiglianza di Dio, la dignità inalienabile dell’essere umano come fondamento di ogni etica sociale, ma applicata all’intelligenza artificiale, quella formula svolge una funzione diversa: non difende la persona umana contro la macchina, bensì cerca di integrare la macchina nell’orizzonte della persona. Non è una critica alla tecnica; è un tentativo di addomesticarla teologicamente.

Categorie fondamentali della tradizione cristiana vengono infatti reinterpretate nel documento in chiave tecnologica. Il discernimento — che nella tradizione ignaziana è il processo spirituale di distinzione tra mozioni buone e cattive nell’anima del credente — diventa una categoria applicabile ai sistemi algoritmici: discernere, nel nuovo lessico, significa anche valutare l’impatto delle tecnologie sulla vita umana. La coscienza — che nella teologia morale cattolica è il santuario interiore in cui la persona risponde direttamente a Dio — viene estesa a includere la responsabilità delle organizzazioni che sviluppano IA. La verità — che nella tradizione scolastica è l’adaequatio rei et intellectus, l’adeguazione dell’intelletto alla cosa — deve fare i conti con sistemi che producono output probabilistici e che possono generare ciò che i tecnici chiamano allucinazioni.

Quello che si profila non è soltanto un aggiornamento lessicale o un’operazione di marketing dottrinale. È qualcosa di più profondo e meno reversibile: la progressiva trasmigrazione del linguaggio teologico nell’orbita del linguaggio tecno-gestionale. Una volta che la Chiesa ha accettato di parlare di «algoritmi etici», di «allineamento dei modelli», di «governance dell’IA» come categoria spirituale, la direzione del prestito concettuale tende inevitabilmente a rovesciarsi. Non è più soltanto la Chiesa a prestare alla tecnica il suo vocabolario morale: è la tecnica che comincia a prestare alla Chiesa il suo vocabolario funzionale. E quando il linguaggio della salvezza cede il passo al linguaggio dell’ottimizzazione, della previsione e della gestione algoritmica della realtà, qualcosa di essenziale si è già trasformato.

Vi è poi una questione che nessuno dei commenti entusiastici sull’enciclica ha finora affrontato con la necessaria franchezza: quella dell’autorità epistemica. Chi detiene, nell’era dell’algoritmo, il potere di stabilire cosa è vero? La tradizione cattolica ha risposto a questa domanda in modo preciso per secoli: il Magistero della Chiesa, attraverso la sua interpretazione della Rivelazione, è il punto di riferimento normativo per la coscienza del credente. Ma i grandi modelli di linguaggio — addestrati su miliardi di testi, capaci di produrre risposte plausibili su qualsiasi argomento, accessibili a qualunque persona dotata di uno smartphone — stanno diventando, nella pratica quotidiana di centinaia di milioni di persone, una nuova forma di autorità epistemica. Non dichiarata, non consacrata, non responsabile verso alcuna istituzione. Ma di fatto operante.

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas

Il parallelo tra Leone XIII e Leone XIV, tra la Rerum Novarum del 1891 e la Magnifica Humanitas del 2026, non è soltanto una trovata retorica. È una chiave interpretativa che illumina tanto le somiglianze quanto, soprattutto, le differenze strutturali tra i due momenti storici.

Leone XIII scrisse la Rerum Novarum in un contesto nel quale la Chiesa era chiaramente estranea al potere economico dominante. L’industria del tardo Ottocento era governata da capitalisti che non avevano bisogno della benedizione papale per affermare la propria legittimità: la avevano costruita attraverso il mercato, la forza, e un’ideologia liberale che la religione aveva largamente emarginato come retroguardia del pensiero. In quel contesto, la presa di posizione della Chiesa a favore del salario giusto e dei diritti dei lavoratori era un atto che andava contro gli interessi del potere dominante. Costava qualcosa. Aveva un’autonomia reale.

Il contesto attuale è profondamente diverso. Anthropic non è un padrone settecentesco che sfrutta bambini nelle miniere. È un’azienda che vale trecento ottanta miliardi di dollari, che ha nel proprio capitale Amazon, Google, Sequoia Capital, BlackRock e la Qatar Investment Authority, che si presenta già con un’elaborata narrativa etica e che viene a Roma non come interlocutore scomodo, ma come alleato desiderato. Il Vaticano non si pone in opposizione a questo potere: cerca di negoziare con esso una posizione di influenza all’interno di un sistema che non mette in discussione.

La domanda che la dottrina sociale della Chiesa dovrebbe porsi — e che l’enciclica sfiora senza rispondere — è strutturale: è possibile governare eticamente un sistema la cui architettura economica di fondo produce disuguaglianze radicali, concentrazione monopolistica del potere conoscitivo, e tendenza intrinseca all’utilizzo militare, semplicemente negoziando con i suoi protagonisti più moderati? O è necessario interrogare il sistema stesso, le sue condizioni di produzione, la sua governance, la sua appropriazione privata dei benefici collettivi?

Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva che ogni egemonia si costruisce prima sul piano della cultura e solo dopo si traduce in dominio sul piano politico. L’enciclica Magnifica Humanitas è esattamente questo: un atto di egemonia culturale, un tentativo di scrivere la cornice morale dentro cui la prossima ondata tecnologica dovrà muoversi. Ma un atto di egemonia culturale può essere anche, paradossalmente, uno strumento di incorporazione: esso legittima i propri interlocutori mentre pretende di governarli.

Il rischio della religione tecnocratica

C’è un’ultima questione che questa vicenda pone con forza e che nessuna celebrazione istituzionale può neutralizzare: quella della progressiva convergenza tra potere spirituale e potere tecnologico, e del rischio che tale convergenza produca non un controllo della tecnica da parte dell’etica, ma una sacralizzazione della tecnica attraverso l’etica.

Le narrazioni transumaniste e postumaniste — quelle che promettono il superamento dei limiti biologici dell’uomo, l’immortalità digitale, la fusione tra intelligenza umana e artificiale — entrano in tensione profonda con la tradizione cristiana su ogni piano: antropologico, escatologico, sacramentale. Un essere umano che può essere indefinitamente migliorato, potenziato, preservato attraverso la tecnologia non ha più bisogno di redenzione, di grazia, di resurrezione. La morte stessa — cardine della soteriologia cristiana — diventa un problema tecnico in attesa di soluzione ingegneristica.

Eppure le élite digitali che promuovono queste visioni — con il loro peculiare misto di millenarismo secolare, utopismo tecnologico e ansia da rischio esistenziale — stanno progressivamente occupando lo spazio simbolico che un tempo apparteneva alle grandi narrazioni religiose. Esse parlano di minacce esistenziali all’umanità, di salvezza attraverso l’allineamento dell’IA, di un futuro in cui la tecnica deciderà la sopravvivenza o l’estinzione della specie. Hanno adottato, in altre parole, la struttura formale del pensiero escatologico senza la sua sostanza teologica: la fine del mondo senza il Dio che la governa, la salvezza senza la grazia, il peccato originale senza il perdono.

In questo scenario, il rischio che il Vaticano corre non è tanto quello di essere ingannato da Anthropic, quanto quello di prestarsi, inconsapevolmente o deliberatamente, a un processo di sacralizzazione del tecno-capitalismo che si avvale del linguaggio morale della Chiesa per conferire una patina di profondità a ciò che è in realtà puro esercizio di potere economico e strategico. Non si tratta di supporre malafede: si tratta di riconoscere la forza delle strutture, che agiscono indipendentemente dalle intenzioni dei singoli attori.

Il filosofo della tecnica Jacques Ellul aveva avvertito decenni or sono che il rischio supremo della civiltà tecnologica non è la macchina che si ribella all’uomo, ma la macchina che l’uomo finisce per adorare — trasformando l’efficienza in valore ultimo, l’ottimizzazione in virtù, la previsione in profezia. Quando le istituzioni che storicamente hanno custodito il senso del limite, della finitezza e della trascendenza si mettono al servizio di questa nuova liturgia, non è detto che ne diventino gli officianti consapevoli, ma ne diventano comunque parte.

Chi controlla il significato?

La vera posta in gioco nell’incontro tra il Vaticano di Leone XIV e l’intelligenza artificiale di Anthropic non è di natura tecnologica. Non riguarda la sicurezza degli algoritmi, né la distribuzione dei benefici economici, né i vincoli d’uso nei contratti militari — per quanto tutte queste questioni siano di enorme rilevanza pratica. La vera posta in gioco è simbolica e politica nel senso più alto del termine: chi controlla il significato morale della rivoluzione tecnologica in corso?

La scena del 25 maggio 2026 — un cofondatore di una delle aziende più potenti del pianeta seduto accanto al vescovo di Roma nel giorno dell’anniversario della più importante enciclica sociale della storia cattolica — è una scena di ridefinizione del potere culturale dell’Occidente. Non soltanto perché il Vaticano ha scelto di schierarsi con la fazione della Silicon Valley che la Casa Bianca trumpiana ha escluso dai propri contratti militari. Ma perché, nel farlo, ha accettato di svolgere una funzione di legittimazione che ogni sistema di potere necessita e ricerca: la funzione di tradurre il dominio economico e tecnico in autorità morale riconosciuta.

La domanda che resta aperta — e che la storia dei prossimi decenni dovrà rispondere — è se il Vaticano stia realmente tentando di governare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale attraverso la forza autonoma della propria tradizione morale, oppure se ne stia diventando parte integrante: non il giudice del sistema, ma il suo sacerdote. Non il profeta che parla al potere, ma il cerimoniere che lo consacra.

Leone XIII, nel 1891, aveva pagato il prezzo della propria autonomia: la Rerum Novarum aveva scontentato i capitalisti cattolici quanto i socialisti atei, e nessuno dei due campi l’aveva abbracciata con entusiasmo. Era rimasta un documento scomodo, capace di disturbare tutte le comode certezze del proprio tempo. Sarà la Magnifica Humanitas capace della medesima scomodità? Sarà in grado di interrogare il sistema invece di legittimare i suoi protagonisti più moderati? Saprà porre la domanda che nessuna delle parti coinvolte vuole sentirsi porre: a chi appartiene il futuro che l’intelligenza artificiale sta costruendo, e a quali condizioni ne sarà distribuita la ricchezza?

Sono domande che la cerimonia del 25 maggio ha suggerito senza rispondere. E forse è in questo silenzio che risiede, più che nelle parole ufficiali, il vero significato dell’incontro tra il Vaticano e l’algoritmo. La questione non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda chi ne controlla il significato simbolico e morale. E chi controlla il significato, in ultima analisi, controlla il futuro.

Dutch Authorities Block $115 Million Deal by a U.S. Tech Company

The Netherlands blocked a U.S. company from buying a Dutch firm that handles its national ID system, saying it would create a “threat to the public interest.”

© Laurens Van Putten/Agence France-Presse — Getty Images

Willemijn Aerdts, the Dutch minister for the digital economy and sovereignty, spoke to the news media last month after blocking the acquisition of Solvinity, a Dutch tech company, by the U.S. firm Kyndryl.

EU plans to ban Russian soldiers from bloc in fresh sanctions on Moscow

Banks, crypto firms and Kremlin oil reserves also targeted in 21st set of measures since full-scale invasion of Ukraine

The EU hopes to ban Russian soldiers from entering its territory as part of further sanctions against Moscow that also target banks, crypto firms and the Kremlin’s oil revenues.

Announcing the proposals on Tuesday, the European Commission president, Ursula von der Leyen, said: “We propose for the first time to ban from entry into the European Union anyone who has served in the Russian armed forces since the beginning of the war. So Europe stays off limit for anyone who has participated in the invasion of Ukraine, as simple as that.”

Continue reading...

© Photograph: Thierry Monasse/Getty Images

© Photograph: Thierry Monasse/Getty Images

© Photograph: Thierry Monasse/Getty Images

Ukrainian parliament makes mixed progress on EU, IMF-mandated bills

9 June 2026 at 15:10
The Verkhovna Rada failed to gather enough votes for some bills demanded by the EU and the IMF, and one bill necessary for European integration was passed but was lambasted by experts as "imitation" rather than genuine progress.

Bulgaria’s new government plans to halt weapons supplies to Ukraine

9 June 2026 at 13:43

bulgaria's new government plans halt weapons supplies ukraine · post bulgarian defense minister dimitar stoyanov council ministers sofia fakti db news ukrainian reports

Bulgaria's new government plans to stop supplying weapons to Ukraine, a shift that breaks with the European Union's push to pressure Russia, Bloomberg reported. The country's Defense Minister tied the move to a call for negotiations rather than arms, echoing a prime minister who has long been hostile to military aid for Kyiv. 

A falling and rising tide of Russia-friendly governments across central Europe has steadily frayed the bloc's united front on arming Kyiv amid the ongoing Russian invasion, turning each national capital into a potential brake on support.

Government's excuses

Bulgarian Defense Minister Dimitar Stoyanov told reporters in Sofia on 9 June that his government would end weapons deliveries to Kyiv

"Ukraine needs more people, not more armament," he stated, and called instead for a "just peace that will be defined by both sides participating in the conflict." 

He added that the EU's role in any peace process is "extremely important." But the Bloc would struggle to act as a mediator, he claimed, after assisting Ukraine throughout the war.

opposition party Tisza
Explore further

Hungary unblocks $7.7 billion in EU arms payments after dropping two-year veto on Ukraine aid

A prime minister who opposes arming Kyiv

The stance reflects Prime Minister Rumen Radev, who has long held that the war cannot be won on the battlefield. Radev, a former air force commander and president until January, has repeatedly opposed the EU's military support for Ukraine. He has also called for lifting sanctions on the Kremlin, arguing they damage Europe's economy. In office for only a month, the Prime Minister has promised to expand Bulgaria's weight in joint European decisions.

A quiet arms pipeline now set to close

Bulgaria ranks among the EU's biggest producers of Soviet-standard ammunition. Those older Soviet-caliber shells proved crucial to Ukraine early in the war. The government officially refused direct military aid in 2022. Even so, Bulgarian shells reached the front through exports to other EU countries. Since 2022, Sofia has sent 13 packages of military aid, keeping their value and contents classified.

Bulgaria party
Explore further

Bulgaria approves new cabinet led by Rumen Radev — the ex-president who called Crimea Russian

The timing

The plan surfaced days after the leaders of France, Germany, and Britain urged the Kremlin to accept an immediate, complete ceasefire that would open talks on a lasting deal. Moscow has rejected Kyiv's offer to meet and negotiate an end to the full-scale invasion, launched more than four years ago.

The Times earlier called the rise to power of pro-Russian Radev a strategic success for Putin. 

No visas for Russian soldiers, no crypto, no fish — EU announces new Russia sanctions package

9 June 2026 at 13:10
The package will also include a freeze on the current pricing mechanism for Russia energy imports until the end of 2026, meaning Moscow won't be able to profit from rising prices resulting from the U.S. war on Iran.

Portugal among European countries that process most cocaine

9 June 2026 at 10:54
cocaine_1623757a.jpg

Portugal is among the European countries that process the most cocaine; in 2024, four laboratories in Portugal were dismantled and 23 tonnes of the drug seized – the sixth-largest quantity

The post Portugal among European countries that process most cocaine appeared first on Portugal Resident.

Altro che benessere, siamo nell’epoca del ‘guerressere’

By: A A
9 June 2026 at 10:30

Ferdinando BOERO

Segue nostro Telegram.

Ho fatto un sogno rivelatore, mi sono svegliato e ho scritto questo neologismo. Una parola volutamente sgraziata, che rende evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro

Molte parole inglesi sono diventate italiane. Nessuno si preoccupa di sostituire computer, weekend, marketing, smartphone o welfare con equivalenti italiani. Sono parole che, a un certo punto, hanno smesso di apparire straniere. Anche welfare è ormai una parola italiana. Eppure la traduzione esiste: significa benessere, oppure stato sociale. Deriva da well-fare, “andare bene”, prosperare, vivere bene, in condizioni favorevoli. Da qualche tempo si sta affermando un’altra parola inglese: warfare. E si parla apertamente del passaggio dal welfare state al warfare state. Un cambiamento politico, economico e culturale in via di programmazione.

Le parole conducono messaggi e modellano la percezione della realtà. Il New Green Deal europeo proponeva una transizione ecologica fondata su investimenti pubblici, innovazione, protezione ambientale e sociale, trasformazione energetica. Un’idea di futuro legata al welfare. Oggi, invece, il linguaggio dominante è sempre più quello della sicurezza, della deterrenza, della preparazione strategica e del riarmo. Il programma inizialmente chiamato ReArm Europe, però, è stato ribattezzato Readiness 2030. L’obiettivo non cambia: aumento delle spese militari, rafforzamento dell’industria bellica, mobilitazione di centinaia di miliardi di euro per prepararsi a possibili conflitti. Ma il messaggio cambia eccome. “Riarmare l’Europa” suona aggressivo. “Prontezza 2030” sembra prudente, responsabile, quasi rassicurante. È il potere delle parole. “Preparazione” attenua ciò che “riarmo” rende evidente. Le parole inglesi, inoltre, hanno spesso un effetto anestetico: suonano tecniche, neutre. Warfare state suona quasi come una formula da think tank. “Società organizzata attorno alla guerra” suonerebbe molto più inquietante.

Scrivendo del passaggio da welfare a warfare, nel mio libro Le piume di Darwin, sentivo la necessità di rendere evidente il significato di quella transizione, e una notte ho sognato la parola. In sogno elaboriamo quel che pensiamo durante la veglia. Ho un taccuino accanto al letto e quando ho fatto il sogno rivelatore mi sono svegliato e ho scritto il neologismo: guerressere.

Una parola volutamente sgraziata, quasi fastidiosa, perché deve rompere la neutralizzazione linguistica. Deve rendere evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro. Basta cambiare poche lettere: da well a war. Dal benessere al guerressere. Dal bene di benessere alla guerra di guerressere. Si può essere favorevoli al warfare senza comprenderne davvero il significato. Ma chi direbbe apertamente di essere favorevole alla guerra? Chi direbbe: voglio che la mia società si organizzi preventivamente attorno al conflitto permanente? Eppure è questo che sta accadendo. I politici lo hanno capito quando hanno cambiato Rearm in Readiness.

Gli Stati Uniti non sono mai stati un welfare state di tipo europeo. Non esiste una sanità pubblica universale. L’istruzione universitaria ha costi proibitivi per gran parte della popolazione. I senzatetto sono una componente strutturale delle città americane. In compenso gli Stati Uniti investono enormi risorse nella difesa, nell’apparato militare e nell’industria della sicurezza. Sono, in questo senso, un warfare state. Dopo aver conosciuto sulla propria pelle le devastazioni della guerra, l’ Unione Europea aveva costruito sistemi sanitari pubblici, istruzione accessibile, protezione sociale, diritti del lavoro. Il benessere collettivo era l’infrastruttura della stabilità politica. Ora vogliamo diventare altro.

E il cambiamento avviene anche attraverso il linguaggio. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. Se dici Readiness 2030 stai già rendendo più accettabile ciò che ReArm Europe rendeva troppo evidente. Se dici warfare invece di guerra, attenui il significato del termine. E quindi ecco una parola nuova, persino sgradevole, per capire meglio cosa stiamo programmando. Guerressere. Non è accattivante, come petaloso, nasce per essere disturbante.

La società progressivamente si organizza mentalmente, economicamente e culturalmente attorno all’idea permanente del conflitto. Una società che sposta risorse dalla salute, dall’istruzione, dalla ricerca, dagli ecosistemi, verso la sicurezza e la preparazione militare. Come se gli arsenali potessero proteggerci dal collasso climatico, dalla degradazione degli ecosistemi, dalla perdita delle condizioni biofisiche che rendono possibile il benessere stesso. Il Green Deal riconosceva che non può esistere welfare senza gli ecosistemi che lo rendono possibile.

Nel welfare il cittadino è qualcuno da proteggere. Nel guerressere è qualcuno da mobilitare; è inquietante che il passaggio dal welfare, dal benessere, al guerressere sia presentato come inevitabile, quasi naturale. Non lo è. È una scelta politica, economica e culturale gigantesca. E le parole che scegliamo servono anche a decidere se vogliamo davvero accorgercene. Nel Green Deal il nemico da battere erano sistemi produttivi che minano le nostre prospettive di benessere, e l’Unione Europea si metteva all’avanguardia in questa decisione di responsabilità, spronando tutta l’umanità a contribuire. Col passaggio al guerressere i nemici sono gli “altri” e la soluzione è armarci fino ai denti. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo?

Articolo originale ilfattoquotidiano.it

EU quota system ‘could kill Ukrainian steel industry’, boss says

9 June 2026 at 07:00

Protectionist measures will deal blow to country’s budget as it defends itself against Russia, says Metinvest chief

New EU limits on steel imports could destroy Ukraine’s industry and deal a big blow to the country’s budget as it defends itself against Russia, according to the head of its biggest steelmaker.

Yuriy Ryzhenkov, the chief executive of Metinvest, said the new EU quota system due on 1 July could “kill the Ukrainian steel industry”.

Continue reading...

© Photograph: Reuters

© Photograph: Reuters

© Photograph: Reuters

Why Armenians stuck with Pashinyan

8 June 2026 at 20:10

YEREVAN, Armenia — The best of a bad lot was how many Armenians described victorious Prime Minister Nikol Pashinyan ahead of Sunday's pivotal election — the first since the bitter defeat in the Nagorno-Karabakh conflict with neighboring Azerbaijan.

While the election has frequently been framed outside Armenia as

Polish concerns over Ukraine EU talks 'solved,' EU enlargement chief says

8 June 2026 at 17:51
"For the time being, I think this issue has been solved at the working level," the EU's Enlargement Chief Marta Kos said in a meeting with journalists in Kyiv on June 8, referring to Poland's objection.

Armenia’s pro-Europe party wins election and cements shift away from Russia

Result strengthens PM Nikol Pashinyan’s drive for deeper integration with Europe despite warnings from Moscow

Armenia’s ruling pro-Europe party has won parliamentary elections, confirming the country’s pivot towards Europe and away from its traditional ally, Russia.

Final results in the small South Caucasus country showed the prime minister Nikol Pashinyan’s Civil Contract party securing a slim majority, while the Strong Armenia alliance, led by the Russian-Armenian billionaire Samvel Karapetyan, won 25% of the seats in parliament.

Continue reading...

© Photograph: Anthony Pizzoferrato/AP

© Photograph: Anthony Pizzoferrato/AP

© Photograph: Anthony Pizzoferrato/AP

Tourism Alone Won’t Save Greece: Why a Complex Economy Is Urgently Needed

7 June 2026 at 13:01
The Parthenon at the Acropolis of Athens, Greece
Greek manufacturing is shrinking dramatically, creating an urgent need for a shift to a complex economy. AI generated image. Credit: Greek Reporter

As Greece continues to lose its manufacturing industry, becoming all the more dependent on the service sector, an urgent restart and shift to a complex economy is crucial for the country’s economic viability.

A complex economy is interconnected with other industries that are not necessarily geographically concentrated or thematically related but which share common infrastructure, resources, and solid interdependencies in production and supply chains. The Internet of Things (IoT), automation, and data-sharing are vital for the development and success of a complex economy.

A recent Bank of Greece report states that tourism in 2025 accounted for 13 percent of the country’s GDP. The government presents this as a sign of success, but, behind the numbers, there is a sad ascertainment: Greece is no longer producing goods, and almost everything other than agricultural products is imported. Substantial revenue from tourism is definitely not a bad thing. However, the average Greek does not benefit from tourism revenue. As the cost of living rises, bragging about “soaring tourism revenues” is not filling the citizen’s supermarket cart.

According to Statista and the World Bank, between 2013 and 2023, 68.6 percent of Greece’s GDP came from the service sector, while 15.2 percent of revenue stemmed from industry and 3.3 percent from agriculture. Kostas Axarloglou, the dean and a professor at Alba Graduate Business School, says the Greek industry needs a restart and transition to a complex economy. In other words, Greece needs to enter “Industry 4.0,” or the Fourth Industrial Revolution, in which interconnectedness, automation, and real-time data are key.

Low labor productivity and wages

According to Axarloglou, only four percent of the Greek population is now employed in sectors related to Greece’s complex economy, which amounts to approximately only 11 percent of the value added to the country’s GDP in general. Additionally, in the Eastern Mediterranean nation, there is fragmentation into a large number of small businesses, exhibiting both low labor productivity and wages.

As per The Atlas of Economic Complexity, the industry sector in the Greek economy presents a relatively low degree of complexity in relation to GDP, an element indicative of low potential for economic growth in the future. Nonetheless, from 2018 onwards, The Atlas of Economic Complexity records positive growth in exports with the main contributors, among others, being the pharmaceutical and IT sectors.

A gradual structural transformation of the economy is also being observed, with the transfer of productive resources and activity towards manufacturing sectors with higher added value and productivity, such as electronics and machinery manufacturing. Finally, significant opportunities to strengthen and complement the country’s existing productive fabric have been recorded.

Axarloglou argues that there are both an overall low degree of complexity as well as structural problems in Greek manufacturing. The existence of companies with high levels of specialized know-how, however, provides a sufficient launching point in supporting the restarting of industry and the general production base of the country, which could lead to sustainable development in the Greek economy.

Importance of a complex economy in Greece

Axarloglou referenced the US industry and its contribution to the economy. While the manufacturing industry in the US constitutes 11 percent of GDP, it contributes 35 percent in productivity increase and 60 percent in exports. Furthermore, the complex economy in the United States is the engine of innovation, with related industry sectors producing 55 percent of patents and contributing 70 percent of total expenditure on research and development.

A recent study (Yong, 2020) analyzes the contribution of complexity in a set of economies with varying characteristics. The importance of dynamic industries in economic growth as well as the development of social capabilities and a significant contribution to the achievement of the UN Sustainable Development Goals (SDGs) in each country’s economy were scrutinized.

Overall, the study found there is a direct impact of economic complexity on the development of specific UN Sustainable Development Goals (SDGs), including on poverty reduction, education, job creation, technological economic upgrading, and overall economic development. Moreover, policy interventions for manufacturing expansion are especially vital as they contribute to the development of skills in the country, triggering technological innovation and creating new markets and institutions.

Consequently, the development of a complex economy in Greece could greatly contribute to GDP and the implementation of UN SDGs. It must be mentioned that, in previous decades, manufacturing significantly lagged behind in general, but this lag has eased in recent years.

The two pillars for a complex economy

The development of a sustainable complex economy should be based on two pillars, Axarloglou argues: firstly, extroversion and internationalization and, secondly, innovation and specialization. The Greek industry would profit from participation in International Production Networks (IPNs). This is more feasible now, as these networks evolve from the impact of circular economy, digital transformation, sustainability, and new technologies such as robotics. The mechanisms and structures that would aid in the development of a complex economy are related to the National Recovery and Resilience Plan “Greece 2.0.”

According to Axarloglou, Greece should also orient its manufacturing production towards the international market and within the framework of the Global Value Chain Networks (GVCN), developing even at regional levels. This would include energy networks in the southeastern Mediterranean and innovation pockets in Thessaloniki and Northern Greece. In addition, market megatrends, namely digital technologies, automation-robotics, sustainability and climate change, and a circular economy, should seriously be considered as worthy endeavors.

The adoption of new technologies and digitalization of operations and processes are likewise vital. Such technologies are directly related to the internet, including the IoT, the cloud, and digital platforms and ecosystems. These lead to a greater degree of integration of production, a reduction in transaction costs and easier participation, and more effective coordination of cooperating companies from various geographical locations.

Data collection and analysis (data analytics) help in better production coordination and management within GVCNs and geographically dispersed networks. Moreover, the use of online commercial platforms (e-commerce) results in easy and direct access for producers to raw materials and semi-finished products. Large markets of potential customers are also much more readily accessible.

Sustainable development, climate change, and the circular economy

All the more, a global trend for sustainable development is affecting the structure, organization, and development of GVCNs. There is a growing need to closely monitor and control companies’ social and climate footprints and their alignment with Environment, Social, and Governance (ESG) priorities. At the same time, the imposition of rules on sustainability issues by governments directly affects the structure and operation of GVCNs since these lead to changes in transportation costs and countries’ advantageous dependence on renewable energy availability.

The necessity for sustainability and more efficient management of resources is leading to countries’ adoption of regulations for the operation of the economy and dynamic industries, and businesses are formulating business models and strategies compatible with the imperatives of the circular economy. Technological development now results in technologically and economically feasible production processes that operate within the framework of the circular economy. There is a focus on significant waste reduction, savings, and recycling / reutilization of raw materials and products.

Companies, therefore, develop business models within ecosystems based on collaboration with other companies in order to sustainably produce and deliver value. The purpose of these models and ecosystems is to effectively manage the life cycle of products and spare parts. Of course, the transition from a traditional-linear / operation-production model to a circular one mandates that companies make significant changes in the way they perceive the creation and distribution of value in the economy.

At the same time, the way in which producers in the complex economy model collect revenue is also changing. While, traditionally, income came from product sales, in the circular economy model, profits stem from product rental and other such services. This of course requires new skill development for value production more closely aligned with industrial product usage services, often the result of strategic partnerships among companies.

The circular business model, therefore, has the potential to revitalize manufacturing sectors and businesses by giving them the opportunity to develop new partnerships with companies and ecosystems within the framework of the GVCN, minimizing the burden on the environment, maintaining economic robustness, and achieving the triptych of objectives: an interconnection between the environment, society, and economy, leading to robustness.

European Union funds

The participation of the Greek complex economy in the GVCNs—and mainly in the regional GVCN—requires horizontal interventions that will establish and even improve the required structures and environment, thereby enabling Greek manufacturing to become competitive. Axarloglou argues that Greece has a great opportunity to improve its complex economy with the National Recovery and Resilience Plan “Greece 2.0.” It is a comprehensive plan of reforms and investments for the restructuring of the country’s production model within the extroversion-competitiveness-innovation axis.

The plan is based on initial funding of $35.6 billion (€31.1 billion) for the 2022-2026 period (approximately $21 billion in the form of subsidies and about $14.5 billion in the form of loans), with the prospect of drawing additional investment resources totaling $67.4 billion (€58.8 billion). The plan consists of four Pillars (and 18 sub-axes), namely green transition; digital transition; employment, skills, and social cohesion; and private investment and transformation of the economy.

Green transition emphasizes the energy transformation of the Greek economy towards renewable energy sources and a more energy-efficient operation of the economy, the more efficient use of natural resources, and the promotion of a circular economy.

The digital transition of the economy includes investment in infrastructure (optical fibers, 5G, etc.), the digital transformation of the state, and the promotion and adoption of digital technologies by businesses so that they can be interconnected in the International Production Networks (IPNs).

Employment, skills, and social cohesion includes actions to improve the functioning of the labor market, the reintegration of the unemployed into the labor market, the creation of jobs, and the reduction of inequalities, poverty, and social and economic exclusion.

Finally, private investment and economic transformation includes investments and actions to modernize public administration, strengthen the financial system, promote and support research and innovation, modernize and improve the resilience of key sectors—such as tourism and manufacturing—of the economy, and ultimately improve competitiveness and promote private investment and exports.

“Industry 4.0”

The acceleration of the “Industry 4.0” transformation program includes digital transformation as well as the development of “smart” production and a new generation of industrial parks in Greece. The promotion and support of investments for the development of new or upgraded production lines would enhance production and cooperation in GVCNs and improve competitiveness with an emphasis on advanced and digitally controlled industrial equipment, production control systems, and the establishment of industrial partnerships.

Furthermore, there should be significant structural changes to reduce bureaucracy related to business operations and simplify procedures for attracting and implementing foreign direct investment in the country. This will be possible with the implementation of horizontal actions to strengthen the Greek economy within the framework of the National Recovery and Resilience Plan “Greece 2.0.” Therefore, the “Greece 2.0” and “Industry 4.0” programs are inextricably linked to each other for the development of a productive complex economy in the country.

Greece Ranks Second Best in EU for Keeping Young People in Education

6 June 2026 at 15:23
Young students going home from school
Young students going home from school. Credit: GR Archive

Greece recorded one of the lowest rates of young people leaving education and training early in the European Union in 2025, ranking second among all 27 member states for keeping young people in education, according to new data from Eurostat.

The country posted a rate of 3.0%, trailing only Croatia, which reported the lowest share in the EU at 2.1%. Ireland placed third at 3.6%.

Greece’s standing reflects consistent progress over the past decade. In 2015, the country’s rate stood at 7.9%. Over ten years, it fell to 3.0%, a drop of nearly 5 percentage points.

Eurostat defines “early school leavers” as young people between the ages of 18 and 24 who exit education and training before completing upper secondary or higher-level studies. The data measures this group as a share of the total population in that age range.

Greece’s decade-long push keeps young people in education

The EU-wide average stood at 9.1% in 2025, just above the bloc’s own target of bringing that figure below 9.0% by 2030. The rate has declined steadily from 11.0% in 2015. Nineteen of the 27 EU member states reported a lower rate in 2025 compared to 2015, and 17 have already met the 2030 target.

In 2025, the share of early school leavers (young people aged 18-24 leaving early from education and training) in the EU was 9.1%.📚🎓

Lowest shares in:
🇭🇷Croatia (2.1%)
🇬🇷Greece (3.0%)

Highest shares in:
🇷🇴Romania (15.5%)
🇩🇪Germany (13.1%)

Read more 👉https://t.co/a38jnlr9Wy pic.twitter.com/ukb0aojNRK

— EU_Eurostat (@EU_Eurostat) June 4, 2026

Among countries that improved the most since 2015, Malta led with a drop of 7.7 percentage points. Portugal followed with a decrease of 7.4 percentage points, and Spain dropped by 7.2 percentage points.

Not all countries moved in the right direction. Seven EU member states reported higher rates in 2025 than in 2015. Cyprus saw the biggest rise, climbing 4.6 percentage points over the decade.

Germany increased by 3.0 percentage points, and Austria rose by 2.7 percentage points. Romania posted the highest rate in the EU in 2025 at 15.5%, followed by Germany at 13.1% and Spain at 12.8%.

Men across the EU still quit school earlier than women

A gap between men and women remained consistent across the EU. More young men left education early than women, though both groups showed improvement. The rate for men fell from 12.5% in 2015 to 10.6% in 2025. For women, the figure dropped from 9.4% to 7.5% over the same period.

Greece’s rate of retaining young people in education has improved in nearly every year over the past decade, placing it firmly among the EU’s strongest performers on this measure.

On China, Trump picked the right battle but the wrong strategy

6 June 2026 at 12:00

A long trade war looms. Trump’s scattershot protectionism, chaotic tariffs and belligerence against our natural allies guarantees that US trade policy will remain a hot mess

We are in for a long trade war.

In the months since “Liberation Day” last year, when Donald Trump let loose a volley of tariffs against imports from everywhere, countries have rushed to build new relationships in the hope of maybe circumventing the US to protect the global trading system.

Continue reading...

© Composite: The Guardian/Getty Images

© Composite: The Guardian/Getty Images

© Composite: The Guardian/Getty Images

❌