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Il Cremlino sta trasformando il diritto in strumento di guerra ibrida

10 June 2026 at 03:45

Mosca sta sempre più utilizzando il diritto internazionale come uno strumento di pressione geopolitica. Non si tratta di una semplice strategia difensiva nei contenziosi legali, ma di un vero e proprio impiego del sistema giuridico come arma: la cosiddetta lawfare. È questo il quadro delineato da un recente rapporto del servizio di intelligence lettone Satversmes aizsardzības birojs (Sab), che analizza come la Russia stia integrando strumenti legali, politici e comunicativi nella più ampia architettura della guerra ibrida contro l’Occidente.

Secondo il rapporto, la lawfare russa si manifesta attraverso un uso sistematico di ricorsi, contenziosi e iniziative giuridiche a livello internazionale, spesso con l’obiettivo di rallentare, delegittimare o complicare le decisioni di governi occidentali e organizzazioni sovranazionali. Non si tratta soltanto di vincere una causa, ma di produrre effetti politici: pressione diplomatica, costi reputazionali e frizioni tra alleati. In questa logica, il diritto non è più uno spazio neutrale di risoluzione delle controversie, ma un’estensione del confronto strategico tra Stati.

Per affinare questa strategia, Mosca guarda a Teheran. Secondo il rapporto del Sab, funzionari russi hanno analizzato in dettaglio il ricorso presentato dall’Iran nel 2016 alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti, relativo alle sanzioni e ai beni finanziari congelati. La conclusione degli esperti russi è che le sanzioni possono essere contestate come illegittime nei casi in cui esistano accordi bilaterali tra i Paesi in questione – un precedente che Mosca intende replicare nei propri contenziosi contro i Paesi occidentali. L’obiettivo non è solo ottenere ragione in giudizio, ma costruire una giurisprudenza alternativa in cui le sanzioni occidentali appaiano violazioni del diritto internazionale, non strumenti legittimi di pressione.

Il documento sottolinea come questa strategia si inserisca in un disegno più ampio di indebolimento della coesione euroatlantica. L’uso del contenzioso legale e delle istituzioni internazionali mira a generare attrito tra i Paesi membri dell’Unione europea e della Nato, alimentando divergenze politiche e rallentando i processi decisionali, in particolare su dossier sensibili come le sanzioni, il sostegno all’Ucraina e le politiche di difesa. La lawfare, in questa prospettiva, non agisce mai in isolamento, ma come parte di un ecosistema di strumenti ibridi: disinformazione, operazioni cyber, pressione energetica e campagne di influenza.

Il caso più avanzato riguarda i Paesi baltici. Il Sab rivela che la Russia ha già preparato un ricorso contro Estonia, Lettonia e Lituania da depositare alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, formalmente fondato sull’accusa di discriminazione dei cittadini russi e russofoni in violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Il ricorso è pronto: Mosca si sta preparando al deposito. L’intelligence lettone nota che, indipendentemente dall’esito giudiziario, la sola presentazione della domanda servirà scopi propagandistici, consentendo alle narrative russe sui Baltici di entrare nell’agenda delle corti internazionali. Il precedente storico è esplicito: anche la guerra in Ucraina fu presentata come protezione dei residenti del Donbas. La lawfare, in questo schema, non è alternativa all’aggressione militare: può esserne il prologo.

Il concetto chiave del rapporto è l’integrazione. Le azioni legali vengono combinate con campagne narrative e mediatiche, creando un effetto moltiplicatore: un ricorso internazionale non è solo un atto giuridico, ma diventa anche un messaggio politico amplificato nei media e nei canali di propaganda. A questo si aggiunge una dimensione più strutturale: secondo il Sab, la Russia starebbe costruendo un registro di giudici internazionali e stranieri considerati favorevoli a Mosca, promuovendo al contempo magistrati russi nelle corti internazionali e intensificando lo scambio di pratiche con giudici ritenuti affidabili. Non si tratta di corruzione in senso stretto, ma di un tentativo sistematico di modellare dall’interno le istituzioni che si intende utilizzare come strumento.

La forza della lawfare risiede nella sua asimmetria. Mentre gli Stati occidentali tendono a considerare il diritto internazionale come un insieme di regole condivise, attori come la Russia lo interpretano anche come uno spazio competitivo, in cui è legittimo utilizzare ogni strumento disponibile per ottenere vantaggi strategici. Questo squilibrio crea una zona grigia: azioni formalmente legali possono produrre effetti sostanzialmente destabilizzanti. Il risultato è un logoramento progressivo dei processi decisionali occidentali, più che uno scontro frontale.

Il segnale più inquietante è arrivato a fine maggio 2026, quando Putin ha firmato una legge che lo autorizza a inviare le forze armate all’estero per proteggere cittadini russi soggetti a procedimenti legali stranieri. L’obiettivo dichiarato è rispondere ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale e al Tribunale speciale istituito per i crimini di aggressione contro l’Ucraina. Ma l’effetto pratico è trasformare un atto giuridico – un procedimento penale contro un cittadino russo – in potenziale casus belli. È il momento in cui la lawfare smette di essere solo deterrenza reputazionale e diventa copertura normativa per l’uso della forza.

Il rapporto del servizio di intelligence lettone evidenzia infine una sfida più ampia per le democrazie europee: come difendersi da un uso strumentale delle proprie stesse regole. La risposta non può essere la rinuncia ai principi dello Stato di diritto, ma una maggiore consapevolezza del loro potenziale sfruttamento in chiave strategica. In altre parole, la lawfare obbliga l’Occidente a ripensare il confine tra diritto e sicurezza nazionale. Non più due sfere separate, ma dimensioni sempre più intrecciate.

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Washington alza la pressione su Pechino mettendo al bando le big tech cinesi

10 June 2026 at 03:45

La decisione del Pentagono, annunciata lune, di inserire alcune delle principali aziende tecnologiche cinesi, tra cui Alibaba, Baidu e Byd, nella lista delle “Chinese military companies” rappresenta un ulteriore tassello nella crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Sebbene il provvedimento non equivalga a una sanzione immediata, i suoi effetti politici, finanziari e reputazionali sono tutt’altro che marginali.

La lista, conosciuta come 1260H list, nasce da una disposizione del Congresso e ha l’obiettivo di identificare le imprese che, secondo Washington, intrattengono legami diretti o indiretti con l’apparato militare cinese. L’inclusione non comporta automaticamente il blocco delle attività commerciali negli Stati Uniti, ma introduce una serie di restrizioni progressive e segnali di rischio che possono incidere profondamente sulle prospettive internazionali delle aziende coinvolte.

Nel breve periodo, l’effetto più concreto riguarda il divieto per il Pentagono di stipulare contratti diretti con le società inserite nella lista. A partire dall’anno prossimo, inoltre, le restrizioni si estenderanno anche agli acquisti indiretti attraverso terze parti. Questo significa che le aziende colpite vengono progressivamente escluse dalla supply chain della difesa statunitense, un settore non solo economicamente rilevante ma anche strategicamente centrale per la reputazione globale.

Tuttavia, l’impatto più immediato è di natura finanziaria e reputazionale. L’inclusione nella lista viene infatti interpretata dai mercati come un red flag regolatorio, capace di anticipare possibili sanzioni future o restrizioni più severe. Anche in assenza di un divieto esplicito di investimento, molti fondi istituzionali e investitori internazionali tendono a ridurre l’esposizione verso le società coinvolte, per evitare rischi legali o reputazionali. È in questo senso che la decisione del Pentagono agisce come un moltiplicatore di incertezza.

Dal punto di vista geopolitico, la mossa si inserisce nella logica della competizione sistemica tra Washington e Pechino, in particolare nei settori dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della robotica e dei veicoli elettrici. L’inclusione di aziende come Alibaba e Baidu segnala che il perimetro della sicurezza nazionale statunitense non si limita più all’hardware militare tradizionale, ma si estende all’intero ecosistema tecnologico avanzato, considerato dual-use per definizione. Questa impostazione riflette la crescente convinzione, bipartisan negli Stati Uniti, che la cosiddetta fusione civile-militare cinese renda difficile distinguere tra attività commerciali e potenziale supporto strategico allo Stato. Da qui la tendenza a includere grandi campioni industriali e tecnologici in una categoria di rischio sistemico, anche in assenza di prove pubbliche di collaborazione diretta con l’esercito cinese.

La reazione di Pechino è stata prevedibile: il governo cinese ha denunciato la decisione come discriminatoria e contraria ai principi del commercio internazionale, mentre le aziende coinvolte hanno respinto con forza le accuse, sottolineando la natura puramente commerciale delle proprie attività.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’effetto reputazionale rimane significativo, soprattutto nei rapporti con partner occidentali e istituzioni accademiche o finanziarie. Un aspetto spesso sottovalutato riguarda infatti l’effetto a cascata su università, fondi sovrani, aziende partner e organizzazioni internazionali. Anche in assenza di obblighi legali diretti, molti attori tendono ad adottare politiche di compliance più restrittive per evitare esposizioni indirette. Questo può tradursi in una progressiva riduzione delle collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con le società inserite nella lista.

Per l’Europa la decisione statunitense rappresenta un ulteriore elemento di pressione in un contesto già segnato dal tentativo di definire una propria postura di “de-risking” tecnologico verso la Cina. Pur non essendo direttamente coinvolta nelle designazioni del Pentagono, l’Unione europea e i suoi Stati membri tendono spesso ad allinearsi, almeno parzialmente, alle valutazioni di rischio di Washington, soprattutto nei settori sensibili come semiconduttori, telecomunicazioni, cloud e intelligenza artificiale. Questo può tradursi in un rafforzamento delle cautele su investimenti, partnership industriali e progetti di ricerca con le aziende cinesi coinvolte. Allo stesso tempo, la mossa americana accentua una tensione strutturale già presente in Europa: da un lato la necessità di mantenere accesso al mercato cinese e alle sue catene del valore, dall’altro la crescente spinta a ridurre le dipendenze tecnologiche considerate critiche per la sicurezza. Il risultato è una posizione intermedia e spesso ambivalente, in cui Bruxelles cerca di evitare un allineamento automatico alle strategie statunitensi, pur condividendone in parte le preoccupazioni.

In prospettiva, la decisione americana non va letta come un episodio isolato, ma come parte di una strategia più ampia di “de-risking” tecnologico nei confronti della Cina. L’obiettivo non è necessariamente il disaccoppiamento totale, ma la costruzione di barriere selettive nei settori considerati critici per la sicurezza nazionale. La lista 1260H diventa così uno strumento di pressione preventiva più che punitiva: segnala al mercato e agli alleati quali aziende potrebbero diventare in futuro oggetto di restrizioni più dure, influenzando così investimenti e catene del valore prima ancora dell’adozione di sanzioni formali. Il risultato è un ambiente sempre più frammentato, in cui la tecnologia globale si polarizza lungo linee geopolitiche. Per le aziende coinvolte, questo significa dover navigare tra mercati sempre più separati; per gli Stati Uniti, consolidare un perimetro di sicurezza tecnologica sempre più ampio; per la Cina, accelerare lo sviluppo di ecosistemi alternativi e meno dipendenti dall’Occidente.

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Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile

9 June 2026 at 03:45

«La cosa più triste è che non sono solo i fatti a essere spaventosi, ma anche le incredibili dinamiche che minacciano di spazzare via tutte le conquiste, i sacrifici fatti e i piani di una guerra che va avanti da dodici anni» scrive MartynoVa di Donetsk. Si definisce “esperta della vita in zona di guerra” e ha 6892 iscritti su Telegram. Descrive una situazione che le autorità russe non riescono più a dissimulare e che MartynoVa definisce «un’estate di terrore sanguinoso». 

L’Ucraina ha interrotto quasi del tutto la logistica nemica in Crimea e nelle zone del Kherson occupate, questo grazie alla supremazia nei cieli assicurata da droni kamikaze di medio raggio che da un paio di settimane martellano qualsiasi mezzo militare o autocisterna che tenti di raggiungere la penisola. La benzina è introvabile, «apri il cellulare al mattino e vedi i video di persone che raccontano di non riuscire a tornare a casa dalla Crimea perché sono rimaste senza carburante». Le autorità hanno provato a ovviare razionando le scorte. A Sebastopoli, per esempio, si ha diritto a venti litri per veicolo a settimana: dovrebbero essere erogati tramite codici QR, ma il sistema non funziona, e a caos si è aggiunto caos. Prima dei disgraziati QR Code, il governo aveva tentato la strada dei coupon. Risultato? Una vera e propria borsa nera, con i tagliandi rivenduti a prezzo maggiorato. 

Basta “navigare” per un po’ sui social per farsi un’idea. C’è chi filma un Hornet ucraino che pattuglia indisturbato l’autostrada in attesa di una preda, chi la prende con ironia e posta auto trainate da mute di cani, chi si vanta di «poter andare a lavoro in macchina» su strade semi-deserte. C’è chi si mostra visibilmente incazzato, come la donna che ha portato i tre figli in vacanza a Eupatoria, sulle rive del Mar Nero, e da due giorni non riesce a trovare una stazione di servizio: «Cosa dobbiamo fare con tre figli? Camminare? Perché nessuno pensa ai turisti?». Surreale.

Anche perché le forze speciali ucraine continuano a colpire con precisione chirurgica snodi nevralgici della logistica russa, segno che si tratta di una strategia studiata da tempo, con un obiettivo chiaro e adesso favorito dalla prevalenza tecnologica e dal deterioramento della capacità di combattimento e di reclutamento dell’esercito di Putin. Solo nella notte tra sabato e domenica gli ucraini in Crimea hanno messo fuori uso il deposito petrolifero di Semykolodezianska e il terminal marittimo di Feodosia: hub di stoccaggio del carburante e del gas – necessari a rifornire il primo la macchina militare, l’altro la popolazione della penisola occupata – che si trovano a oltre duecento chilometri dalla linea del fronte. «L’Ucraina fa con efficacia ciò che l’Iran ha fatto con lo Stretto di Hormuz – nota ChrisO_wiki, blogger militare con 250 mila follower su X -: avrebbe spaventato così tanto le compagnie di assicurazione russe che tutte le forniture di petrolio trasportate da camionisti civili verso la Crimea e l’Ucraina meridionale sono bloccate per il timore dei droni».

«Accelera come un pazzo se incroci un’autocisterna in autostrada. E se la vedi alle tue spalle, cerca di allontanarti il più rapidamente possibile» consiglia ancora MartynoVa, che mostra il proprio stupore per aver capito quanto accade solo dalle parole dei crimeani, disperati per la stagione turistica che rischia di andare in fumo, con «le prenotazioni che vengono già cancellate in tutta fretta». Sarebbero il trentuno per cento in meno, secondo il corrispondente della Bbc Steve Rosenberg. Conferma ulteriore di come i russi più ambienti abbiano vissuto questi quattro anni in una bolla, imbesuiti dalla propaganda del Cremlino, mentre almeno un milione di poveracci di vario tipo e provenienza andava al massacro. 

Vero è che le unità UAV di Kyjiv, anche grazie agli Hornet di produzione americana e ai nuovi Martian controllati dall’intelligenza artificiale, hanno acquisito la capacità di attaccare a media e lunga distanza su gran parte del territorio russo, e le centinaia di droni che hanno raggiunto l’area di San Pietroburgo lo testimoniano. Ma vero è anche che la Crimea per l’Ucraina è qualcosa di più. È l’inizio di tutto, e riconquistarla, da quel febbraio 2014 in cui venne occupata nel silenzio complice della comunità internazionale, è la vera ossessione nazionale.

Sotto l’impulso di Kyrylo Budanov, i comandanti ucraini hanno prima messo fuori gioco i trasporti su rotaia, poi forti del dominio nel Mar Nero, hanno reso un’avventura la traversata in traghetto verso i porti della Crimea, con attese ai moli anche di quattro giorni. A quel punto, percorrere il corridoio terrestre che collega alla penisola, attraverso la M14/E58 da Melitopol a Sinferopoli, è diventato impossibile con un tiro al bersaglio giornaliero su centinaia di camion (e il traffico crollato del settantuno per cento), fino all’estremo tentativo russo: far arrivare navi ombra direttamente nei porti del Mar d’Azov conquistati nella primavera del 2022, per poi da lì rifornire di combustibile e munizioni le truppe impegnate nel Donetsk e a Zaporizhzhia. Tentativo già naufragato dopo le cinque imbarcazioni colate a picco in pochi giorni. Con l’aggiunta nelle ultime ore di un colpo mortale al ponte di Chongar, l’unico che resta a collegare la penisola al fronte meridionale, senza passare dalla M14.

Una situazione che non può che peggiorare, perché in Crimea dopo il carburante, potrebbero mancare l’acqua e la luce. La Crimea viene fornita di energia elettrica attraverso cavi sottomarini, ma le sottostazioni di partenza e di arrivo rimangono punti sensibili. Ecco perché Putin ha fatto costruire due centrali termoelettriche destinate a compensare in caso di guasti o danneggiamenti, se non fosse che per farle funzionare è necessario proprio quel petrolio che inizia a scarseggiare.

Non meno grave è la questione idrica: nel giugno del 2023 per fermare la controffensiva ucraina si decise di far saltare l’imponente diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, allagando la regione del Kherson. Una scelta disperata, anche se vincente e con una conseguenza che non era stata messa in conto. Il crollo della diga, ha spiegato l’attivista pro-Ucraina Marco Setaccioli «ha di fatto azzerato la portata del Canale Nord-Crimeano (Severo-Krymskiy Kanal), che storicamente forniva l’85% dell’acqua utilizzata dalla penisola. I bacini idrici che alimentano il sud-est e il centro della Crimea (in particolare il bacino di Belogorsk e quello di Taigan) mostrano ampie aree completamente deidratate. Il fiume Biyuk-Karasu, che dovrebbe alimentarli, è quasi in secca». L’estate nella penisola sarà un incubo anche per questo. 

Qual è il vero obiettivo degli strateghi di Volodymyr Zelensky? Cominciano a chiederselo gli analisti e anche i blogger russi. C’è chi preconizza che a cadere sarà il Kherson tagliato fuori dai rifornimenti e presto raggiungibile solo attraverso il percorso più lungo, cioè dalla Crimea. Altri notano, invece, che il ponte di Kerch viene risparmiato in maniera sistematica dagli attacchi, dopo essere stato l’obiettivo principale nelle prime fasi della guerra. Colpirlo non sarebbe una passeggiata, ma avrebbe un impatto sull’opinione pubblica russa devastante. «Se continua così, il prossimo obiettivo degli ucraini sarà di nuovo il ponte di Crimea» avverte sui social Lev Vershinin, ascoltato scrittore e Z-patriota.

Ne è convinto anche Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa: «Budanov distruggerà il maledetto ponte di Crimea». A meno che il braccio destro di Zelensky e i suoi generali non abbiano letto Sun Tzu: «Al nemico lasciate sempre una via di fuga».

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L’aereo franco-tedesco non decollerà, e anche quello di Italia, Uk e Giappone fatica

9 June 2026 at 03:45

La crisi del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas (Future Combat Air System o Scaf, alla francese, cioè Système de combat aérien du futur) non è solo l’ennesimo episodio di frizione industriale europea. È il primo segnale di una più ampia fragilità strutturale nei grandi progetti di difesa del continente. Mentre Parigi e Berlino avrebbero deciso di non proseguire con la componente centrale del caccia di sesta generazione, il sistema europeo di combattimento aereo rischia di ridursi alla sola architettura digitale e alla combat cloud, svuotando di fatto il pilastro aeronautico del programma.

La rottura tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron conferma un pattern già noto: la difficoltà europea nel tradurre ambizioni strategiche in piattaforme industriali condivise. Il conflitto tra Airbus e Dassault Aviation su controllo tecnologico e ripartizione del lavoro ha progressivamente eroso la fiducia reciproca, fino a rendere il programma ingestibile nella sua forma originaria.

In questo contesto, l’Economist ha introdotto un elemento chiave: il problema non è isolato all’Europa continentale. Anche il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto trilaterale tra Regno Unito, Italia e Giappone, mostra segnali di vulnerabilità simili, seppur di natura diversa. Il programma, noto nel Regno Unito come Tempest, punta a realizzare entro il 2035 un caccia stealth integrato con sistemi senza pilota e una rete di combattimento avanzata. Ma il suo equilibrio si regge su una condizione fragile: il finanziamento britannico.

Il nodo è il ritardo nella pubblicazione del Defence Investment Plan, legato a un deficit di bilancio stimato in circa 28 miliardi di sterline. Il governo di Sir Keir Starmer ha finora garantito solo fondi ponte, insufficienti per trasformare il Gcap in un contratto multinazionale stabile. Questa incertezza sta già producendo effetti politici: il Giappone, guidato da Sanae Takaichi, considera il programma centrale per la sostituzione dei propri F-2 e osserva con crescente irritazione i ritardi britannici.

La prossima settimana, la visita di Takaichi a Londra e a Roma si svolgerà dunque in un clima tutt’altro che celebrativo. Tokyo potrebbe portare il tema Gcap in cima all’agenda, mentre dietro le quinte emergono accuse al governo britannico di essere un partner formalmente impegnato ma finanziariamente incerto. Anche Roma segue con attenzione: il programma rappresenta uno dei pilastri della sua proiezione industriale nel settore difesa.

Secondo l’Economist, il rischio non è solo il ritardo, ma la possibile trasformazione del Gcap in un progetto sempre più ampio e quindi più instabile. L’ipotesi di aprire il programma a nuovi partner – dal Canada alla Germania stessa – potrebbe fornire risorse aggiuntive, ma riaprirebbe inevitabilmente la negoziazione su requisiti e quote industriali, replicando in forma diversa la crisi del Fcas.

Il risultato è un paradosso strategico: mentre l’Europa continentale vede il proprio progetto di caccia implodere per eccesso di complessità politica, l’asse anglo-italo-giapponese rischia di indebolirsi per eccesso di incertezza finanziaria. Due modelli diversi, ma un destino simile: la difficoltà strutturale dell’Occidente nel sostenere programmi di difesa di lunga durata, ad alto costo e con governance multinazionale.

Sul fondo, entrambe le crisi pongono una domanda più ampia sulla capacità europea e alleata di competere in un’era di riarmo globale. Se il Fcas si sta svuotando dall’interno e Gcap il rischia di rallentare prima ancora di consolidarsi, il 2035, data simbolica per entrambi i programmi, potrebbe segnare meno l’arrivo di una nuova generazione di caccia e più il limite politico della cooperazione industriale occidentale. Il quadro che emerge è quello di un’Europa destinata ad avere almeno tre caccia di nuova generazione separati, più che un unico sistema condiviso.

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“Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale

7 June 2026 at 16:55

Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.

Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.

La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.

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L’Armenia è diventata il banco di prova delle campagne di influenza russe

6 June 2026 at 03:45

Okay Deprem non è un nome noto fuori dai circuiti della propaganda online. Ma secondo un’inchiesta di NewsGuard è diventato uno dei principali vettori di una campagna di disinformazione russa contro il primo ministro armeno Nikol Pashinyan in vista delle elezioni parlamentari di domenica prossima.

Autodefinitosi giornalista freelance turco, Deprem avrebbe contribuito a circa il 40% delle false affermazioni diffuse nell’ambito dell’operazione Storm-1516, una delle campagne di influenza attribuite a reti filorusse. I suoi contenuti spaziano da accuse di corruzione a narrazioni personali costruite per delegittimare il premier armeno, spesso rilanciate da siti reali ma politicamente schierati, prima di essere amplificate da reti di account e canali pro-Cremlino.

Il suo ruolo, secondo l’analisi, non è quello del creatore unico delle narrazioni, ma di un «moltiplicatore»: un intermediario che pubblica contenuti su testate esistenti, soprattutto in Turchia, rendendo più difficile distinguere tra informazione e propaganda. Da lì, le storie entrano in circuiti di rilancio che includono reti di siti e account che imitano la stampa internazionale.

Ma Storm-1516 è solo una delle componenti dell’ecosistema informativo che si sta concentrando sull’Armenia in vista del voto. Un secondo schema, identificato sempre da NewsGuard e noto come «Matrioska», ha prodotto in pochi giorni decine di contenuti falsi costruiti per sembrare servizi giornalistici di media internazionali come Euronews, France 24 o Politico. In una sola settimana di maggio, sarebbero state rilevate 31 notizie false contro Pashinyan, molte delle quali diffuse simultaneamente su X da account anonimi e amplificate da video manipolati con strumenti di intelligenza artificiale. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: il premier accusato di brogli elettorali, di comportamenti violenti o di preparare un conflitto con la Russia, fino a falsi scandali personali e problemi di salute. Alcuni video avrebbero raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni prima di essere smentiti, contribuendo a un ambiente informativo saturo e polarizzato.

Il contesto è quello di un Paese che, dopo la Rivoluzione di velluto del 2018, ha progressivamente riallineato la propria politica estera. Il governo di Pashinyan ha avviato un percorso di avvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti, mentre i rapporti con Mosca si sono deteriorati, tra pressioni economiche, tensioni energetiche e accuse reciproche di ingerenza.

Per il Cremlino, l’Armenia rappresenta un punto sensibile nella propria sfera d’influenza nel Caucaso meridionale. Le elezioni di domenica sono quindi diventate un banco di prova non solo interno, ma geopolitico. Il leader russo Vladimir Putin ha più volte avvertito Yerevan dei rischi di un avvicinamento all’Occidente, evocando scenari simili a quello ucraino, mentre Mosca mantiene leve economiche e politiche significative sul Paese.

La disinformazione non appare, dunque, come un fenomeno isolato: è parte di una strategia più ampia che combina pressione economica, narrativa politica e operazioni digitali coordinate. L’obiettivo non è soltanto influenzare il risultato elettorale, ma modellare il contesto in cui quel risultato viene percepito.

Pashinyan resta il favorito secondo i sondaggi. Ma il livello di incertezza e la frammentazione dell’elettorato rendono il voto tutt’altro che scontato. E, soprattutto, mostrano come l’Armenia sia diventata uno dei laboratori più avanzati delle nuove guerre dell’informazione nello spazio post-sovietico.

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Anthropic chiede una pausa nell’IA. Ecco il motivo

5 June 2026 at 10:58

Silicon Valley e intelligence, la linea che si assottiglia nei conflitti digitali

5 June 2026 at 06:04

La National Security Agency degli Stati Uniti starebbe utilizzando il modello di intelligenza artificiale Mythos, sviluppato da Anthropic, per supportare attacchi cyber contro reti di Paesi considerati avversari, tra cui Cina e Iran. È quanto riporta il Financial Times, che descrive anche un livello di integrazione particolarmente profondo tra l’azienda e l’agenzia di signals intelligence americana: circa sei ingegneri di Anthropic sarebbero stati inseriti direttamente all’interno dell’apparato per adattare la tecnologia a esigenze operative.

Il dato più rilevante non è solo l’utilizzo del modello in contesti di sicurezza nazionale, ma la forma della collaborazione. Gli ingegneri dell’azienda non si limitano a fornire supporto esterno, ma lavorano a stretto contatto con gli operatori dell’intelligence per modificare e ottimizzare il sistema in funzione di obiettivi specifici. In altre parole, lo sviluppo del modello e il suo impiego operativo tendono a sovrapporsi.

Secondo fonti citate dal quotidiano, Mythos sarebbe utile in attività di intrusione e analisi delle vulnerabilità informatiche, con possibili applicazioni contro infrastrutture digitali di Stati terzi. Una fonte vicina alla vicenda ha descritto il principio alla base di questo approccio in termini semplici: la capacità di attacco sarebbe parte integrante della costruzione di una difesa efficace, in un contesto in cui anche gli avversari stanno sviluppando strumenti analoghi.

Questa impostazione riflette una lettura ormai consolidata nel dibattito sulla sicurezza digitale: la guerra informatica non è più un ambito separato dalla ricerca tecnologica, ma uno dei suoi principali motori. Tuttavia, nel caso di Anthropic, la situazione è resa più complessa da un contesto di tensione istituzionale. L’azienda è infatti coinvolta in una disputa legale con il Pentagono, dentro il quale rientra la stessa Nsa, sulle modalità di utilizzo dei suoi sistemi e sui limiti imposti all’impiego in ambito militare. Anthropic ha in passato cercato di limitare l’uso dei propri modelli per finalità come la sorveglianza di massa o sistemi d’arma autonomi. Il Pentagono ha reagito classificando l’azienda come possibile rischio per la catena di fornitura, una definizione rara che ha aperto uno scontro legale ancora in corso. Il paradosso è che, mentre si sviluppa questo conflitto, la stessa tecnologia viene integrata in attività operative sensibili.

Parallelamente, Anthropic ha ampliato la distribuzione del modello Mythos a un numero crescente di organizzazioni in diversi Paesi, ampliandone rapidamente la disponibilità. Questo ha alimentato interrogativi tra governi e settore privato sulla possibilità che strumenti progettati per la sicurezza o l’analisi del codice possano essere impiegati anche per individuare e sfruttare vulnerabilità nei sistemi informatici.

Il quadro che emerge è quello di una progressiva fusione tra industria dell’intelligenza artificiale e apparati di sicurezza statali. Non si tratta più soltanto di forniture tecnologiche, ma di una collaborazione diretta nella definizione e nell’esecuzione di capacità operative.

La distinzione tra sviluppo civile e uso militare, dunque, appare sempre meno netta. La vicenda di Anthropic e della Nsa mostra come i grandi modelli linguistici stiano diventando infrastrutture centrali non solo per l’economia digitale, ma anche per le strategie di sicurezza nazionale. E proprio questa centralità rende più difficile tracciare un confine stabile tra innovazione, difesa e attacco.

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Sir Alex Younger, l’anti James Bond di cui avremmo ancora bisogno

5 June 2026 at 03:45

Sir Alex Younger si era detto pubblicamente «combattuto» su James Bond. Il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è stato un ottimo testimonial per il Secret Intelligence Service (o MI6), ma ha anche consolidato stereotipi lontani dalla realtà di chi lavora per l’intelligence di Sua Maestà. Era di questo che parlava circa dieci anni fa, quando da due anni Sir Alex era C, cioè chief, capo di MI6 (nella saga letteraria, invece, è M). E lo sarebbe rimasto per altri quattro anni, diventando il C più longevo degli ultimi cinquant’anni.

Bastava guardarlo camminare e sentirlo parlare per cogliere la distanza con l’Agente 007. È vero che le spie di MI6, o del Service come lo chiamava lui, viaggiano in luoghi lontani e pericolosi. Ma, secondo Sir Alex, una figura sconsiderata e senza scrupoli come James Bond, che infrange la legge a ripetizione, non sarebbe vista di buon occhio all’interno del Servizio. Sir Alex era, o quantomeno appariva, agli antipodi dell’Agente 007. Era certamente un gentleman, ma non spaccone: «piacevole, divertente e modesto, e sembrava piuttosto rilassato», come lo descrive il Times. Il suo modo di parlare era leggero: poche parole, quasi sussurrate, ma dense di contenuto, accompagnate da molti sorrisi. Gli occhi curiosi. La presenza, invece, era discreta. Era «il meglio di MI6», ha scritto il suo successore come C, Sir Richard Moore citando caratteristiche sempre più rare: «grande intelligenza, umiltà, grande determinazione; dietro il suo aspetto affabile, era una persona con grandi valori morali, gentile, divertente e schietta. E una spia eccezionale».

Dietro quella naturalezza c’era anche una difficoltà con cui aveva convissuto per tutta la vita: la dislessia. Ne era abbastanza consapevole da preoccuparsi, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo di MI6, che qualche errore potesse finire nelle registrazioni diffuse dai media. Per questo fece distribuire ai media una versione preregistrata dell’intervento. Col tempo sarebbe diventato uno dei comunicatori più efficaci mai passati dal Servizio, convinto che il talento e l’intelligenza assumano forme diverse e che l’intelligence dovesse impegnarsi di più per riconoscerle e valorizzarle.

È morto martedì all’età di 62 anni, ucciso da un tumore alla prostata, che lui aveva ribattezzato “Putin”, su un corpo già segnato dal dolore per ciò che di peggiore può accadere a un genitore: sopravvivere ai propri figli. Sam aveva 22 anni quando, nel 2019, morì in un incidente in moto.

Dopo aver servito nelle Guardie Scozzesi e concluso una carriera trentennale al Six, Younger aveva lavorato nei Balcani durante le guerre in Jugoslavia, poi a Vienna, Dubai e Afghanistan. A Londra era stato capo del reparto antiterrorismo, delle operazioni e poi vicedirettore, prima di assumere la guida del Servizio in un periodo segnato dalla Brexit e da una Russia più aggressiva tanto da tentare di avvelenare su suolo britannico Sergej Skripal, un ex spia sovietica passata dalla parte di Londra.

Sir Alex era un leader amato dai suoi, già una leggenda, e un partner rispettato all’estero. Tra le tante dimostrazioni di stima e affetto, anche quella del principe William, l’erede al trono, che ne ha lodato «integrità, coraggio e impegno incrollabile nella protezione» del Paese e «e della sua gente».

Prima di lasciare l’incarico di C, aveva scelto di tornare all’Università di St. Andrews, la sua alma mater. Era il 2018. L’intelligenza artificiale era già molto efficace in compiti specifici, ma ancora lontana da forme avanzate o conversazionali come quelle odierne. In quel contesto, in un discorso pubblico rarissimo per un capo del SIS, Younger aveva parlato delle minacce ibride, della «quarta generazione di spionaggio» e della crescente integrazione tra capacità umane e tecnologiche: «Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intelligenza umana rimane indispensabile; anzi, in un mondo sempre più complesso, assumerà un’importanza ancora maggiore». La traduzione di artificial intelligence e human intelligence rischia qui di far perdere parte dell’ambiguità del suo intervento, che riguardava tanto lo spionaggio quanto la società nel suo insieme.

Quei due interventi pubblici hanno indicato una direzione per il Service nell’ultimo decennio. Una linea inaugurata dal predecessore, Sir John Sawers, e poi seguita, se non incarnata, dai successori. Sir Richard ha ereditato e rafforzato la spinta verso una maggiore apertura del Servizio, sia sul piano della comunicazione pubblica sia su quello del reclutamento, fondamentale oggi anche in un’organizzazione tradizionalmente votata alla discrezione. In un’occasione, il Servizio ha anche inviato alla BBC Radio due funzionari, uno nero e uno asiatico, per contribuire a scardinare gli stereotipi legati all’immaginario di James Bond. «Lavorare per MI6 può essere più eccitante di un film di James Bond», ha spiegato uno di loro, raccontando di aver visto cose «che lasciano a bocca aperta», «ben oltre quelle che si vedono nei film di spionaggio». Blaise Metreweli, invece, nominata a ottobre prima donna alla guida del Servizio, nel suo primo discorso pubblico ha scelto di parlare di human agency e del ruolo dei valori nella legittimazione dell’azione dell’intelligence.

Dopo aver lasciato il Servizio, Sir Alex ha unito il lavoro da consulente per aziende e think tank e all’impegno per la promozione della cultura della sicurezza. Era convinto che per affrontare le minacce esterne, incluse le campagne ibride, sia necessario creare resilienza. Come aveva spiegato al Financial Times nell’ultima intervista da C: «Non sono stati i russi a creare ciò che ci divide: siamo stati noi a farlo. Loro sono abili, anche se in modo piuttosto grossolano, nell’esacerbare le divisioni, e noi dovremmo impedirlo».

All’inizio dell’anno scorso era stato ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei Comuni nell’ambito dell’indagine “Defence in the Grey Zone”. «La realtà è che la nostra superficie d’attacco è molto più ampia rispetto a quella degli Stati autocratici», aveva spiegato. «In quanto democrazie, prendiamo decisioni in modo aperto e trasparente, e questo ci rende vulnerabili alla manipolazione da parte di avversari maligni». E ancora: «Dobbiamo organizzarci per resistere a queste minacce, ma senza cadere nella fallacia autocratica. La rigidità che vediamo nei regimi autocratici – le parate, i ranghi ordinati – è una debolezza intrinseca, non un segno di resilienza».

Era convinto che le democrazie, pur fragili, fossero più forti delle autocrazie: «Le autocrazie godono di alcuni vantaggi nel breve termine, come la capacità di pianificare a lungo periodo e di agire rapidamente, senza vincoli legali o morali. Tuttavia, sono fondamentalmente fragili, perché mancano di un meccanismo per il trasferimento pacifico del potere».

Poche settimane più tardi era ospite del programma Newsnight della BBC, dove dava l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza con cui guardava, capiva, spiegava e provava a proteggere il mondo. Parlava di «una nuova era in cui le relazioni internazionali non saranno più determinate da regole e istituzioni multilaterali, ma da uomini forti e accordi». «Penso alla Conferenza di Yalta del 1945, quando tre leader delle grandi potenze decisero il destino dei paesi più piccoli. Questa è la mentalità di Donald Trump. Sicuramente è quella di [Vladimir] Putin. Ed è la mentalità di Xi Jinping. Non è quella dell’Europa». E ancora: «Stiamo assistendo a una discussione sulle sfere di influenza. E temo che gli unici a non essersene ancora resi conto siamo noi, in Europa. Per questo non si tratta più di soft power o valori, ma di hard power».

Il tutto detto con quella calma e chiarezza di cui oggi si sente già la mancanza. Come quando, a una lunga domanda di Cipher Brief sul caos globale, aveva risposto semplicemente: «Penso che sia normale», lasciando l’intervistatrice sorpresa. Poi una pausa, quindi la spiegazione: «La nostra generazione è cresciuta in un’epoca insolita, quasi un’anomalia, in cui gli Stati Uniti erano una potenza unipolare con la capacità e la volontà di sostenere il sistema internazionale che avevano contribuito a creare». Oggi tutto è cambiato, ma per chi ha vissuto prima di quell’epoca, questo nuovo ordine sarebbe stato in realtà più «familiare».

Amava l’Italia. Si era sposato con la moglie Sarah a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, vicino alla villa dei suoceri. Sull’Independent resta traccia del loro matrimonio. Era il 1994 e Younger veniva presentato semplicemente come civil servant. «Ma nonostante le pratiche burocratiche, sposarci in Italia è stato meglio di quanto avremmo mai potuto immaginare», scriveva. «Anche se il sindaco fosse stato ubriaco e io avessi dimenticato l’anello, la location e la cerimonia avrebbero compensato tutto».

In un ritratto pubblicato dal Times emerge anche un dettaglio privato che restituisce bene il contrasto tra la sua professione e la vita familiare. La moglie, figlia dei celebri architetti Michael e Patty Hopkins e dirigente nel mondo delle istituzioni culturali (tra Tate, National Gallery e Royal Opera House), rimase sorpresa dal fatto che Younger non avesse mai detto alla madre di essere una spia. Quando alla fine glielo rivelò, la risposta fu disarmante: «Yes, darling, so was I», «Sì, caro, anche io lo sono stata».

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Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

4 June 2026 at 13:01

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

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Addio a Carola Frediani, una divulgatrice in un mondo di nerd

3 June 2026 at 18:06

È morta a soli 51 anni Carola Frediani, giornalista e divulgatrice informatica, una tra i maggiori esperti di tecnologia digitale e sicurezza informatica in Italia. Le sue condizioni di salute si erano aggravate rapidamente per un male incurabile. Lascia il marito Luca, e il figlio Leone.

La notizia è stata diffusa dal sito e dai social di Guerre di Rete che Carola aveva creato:

Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.

Laureata in Letteratura all’Università di Genova, aveva iniziato la sua carriera come giornalista sui temi del digitale e della tecnologia nell’agenzia giornalistica e multimediale Totem guidata da Franco Carlini, che tra i primi in Italia ha scritto dell’impatto della Rete sulla società. Dopo la morte di Carlini aveva fondato, insieme a Raffaele Mastrolonardo e Nicola Bruno, l’agenzia giornalistica Effecinque che sviluppava formati innovativi per l’informazione digitale. Negli anni ha scritto per molte testate nazionali e internazionali, tra cui Wired, L’Espresso, Agi, Vice, Corriere della Sera, il Secolo XIX, Il Manifesto, Vice e La Stampa.

Nel 2018 ha fondato la newsletter che poi è diventata un vero progetto indipendente intitolato Guerre di Rete, diventato un punto di riferimento per chi segue cybersicurezza, cybercrime, cyberspionaggio, intelligenza artificiale, sorveglianza e politica della Rete. Il progetto ha raccolto una comunità ampia e fedele di lettori, grazie alla capacità di spiegare fenomeni globali con rigore e chiarezza. Con Guerre di Rete, Carola Frediani ha costruito uno spazio giornalistico autonomo, libero dalle logiche più tradizionali delle redazioni e molto attento all’evoluzione geopolitica del digitale. Il progetto ha avuto anche una forte dimensione civile, perché ha sempre collegato tecnologia e diritti. Infatti una parte importante del suo percorso si è svolta anche fuori dal giornalismo dato che ha lavorato nel team di sicurezza globale di Amnesty International e nel dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, due organizzazioni che si occupano di diritti umani a livello internazionale. Queste esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Per Frediani, sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.

Carola Frediani ha scritto diversi libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i suoi titoli più noti figurano Dentro Anonymous, Deep Web, La Rete oltre Google, Guerre di Rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa. I suoi libri hanno avuto un ruolo importante nella divulgazione, perché hanno portato nel linguaggio comune concetti spesso riservati agli addetti ai lavori. Anche per questo nel corso della sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti, tra cui il Premio giornalistico Arrigo Benedetti e il Premio Galilei per la divulgazione scientifica.

Carola Frediani era entrata nel mondo del giornalismo legato ai temi della tecnologia, del digitale e della cybersicurezza facendosi da subito notare per le sue doti di analisi, di competenza e di obiettività. Era donna in un mondo di nerd quasi sempre uomini e si muoveva con eleganza fra bit, hacker, movimentismi e etica. Era alta, tosta, competente, sorridente, elegante, gentile, aperta, franca, non aveva paura, sapeva sempre di che cosa scriveva, era autorevole, ma lo faceva con il cuore. Spirito libero, amava rendere semplici i problemi complessi della tecnologia e dell’uomo. Dovendo raccontare la tecnologia, la sicurezza e le guerre, si era dovuta trovare a raccontare l’etica e gli interessi dell’economia.

Lascia un grande vuoto dato che la sua influenza e la sua competenza ha portato alla formazione di una nuova attenzione pubblica verso cybercrime, privacy e intelligence digitale e diritti nell’era digitale. L’ultimo saluto a Carola Frediani si terrà venerdì 5 giugno alle 12 al tempio laico di Staglieno.

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La stretta soft di Trump. Ecco l’ordine esecutivo sui modelli IA

3 June 2026 at 11:44

Era atteso, soprattutto dopo gli ultimi modelli rilasciati dalle aziende. E alla fine è arrivato. Donald Trump mette la sua firma sull’ordine esecutivo che regola l’intelligenza artificiale. Anzi la restringe. “Promuovere l’innovazione e la sicurezza dell’IA”: questo il titolo e l’obiettivo del documento. La pubblicazione è stata ancor più complessa del previsto. Ma il rilascio è uno snodo importante per il progresso tecnologico made in Usa.

Con l’ordine esecutivo la Casa Bianca intende anticipare eventuali rischi derivanti dagli strumenti di IA. Alle aziende viene dunque richiesto di collaborare con le agenzie federali per mettere al sicuro le infrastrutture critiche. Il governo potrà visionare quei modelli chiamati “di frontiera” 30 giorni prima che vengano rilasciati sul mercato. Gli strumenti dovranno rispondere a degli standard, pena la loro non conformità. Per mitigare e risolvere eventuali minacce, viene creato un “centro di coordinamento per la sicurezza informatica”. Come si legge nel testo del decreto presidenziale, “le capacità avanzate dell’intelligenza artificiale rendono la nostra nazione più forte, ma introducono anche nuove considerazioni in materia di sicurezza nazionale che richiedono un’azione coordinata tra i vari dipartimenti e agenzie”.

Tutto è però basato sulla disponibilità e sulla volontà delle aziende, per cui non ci sono obblighi ma raccomandazioni. Questo è un aspetto cruciale dell’intera vicenda. Che un ordine esecutivo di questa portata fosse nell’aria era chiaro. Ancor di più dopo il (non) rilascio di Mythos, il modello più potente di Anthropic, tale da poter creare inconsapevolmente dei problemi enormi per la sicurezza nazionale. Si pensava dunque che l’amministrazione repubblicana potesse stringere le maglie, andando contro il proprio approccio laissez-faire adottato fino a oggi. Invece è stato un cambiamento più graduale. Quando Trump ha ricevuto una prima versione sul suo tavolo, l’ha rifiutata perché troppo stringente. La paura era di soffocare il progresso tecnologico americano. Ritardando così di qualche settimana la firma.

L’ordine esecutivo riflette dunque “l’approccio di Trump, che consiste nel collaborare con l’industria per bilanciare innovazione e sicurezza, consolidando il continuo predominio globale degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale e nella sicurezza informatica”, afferma la portavoce della Casa Bianca, Liz Huston. A pressare il presidente è anche l’ala Maga, che gli chiedeva un passo del genere.

A remare contro sono stati soprattutto David Sacks, ex czar dell’intelligenza artificiale, oggi uomo-ponte tra Washington e la Silicon Valley, e Ryan Baasch, vicedirettore del Consiglio economico nazionale. Entrambi hanno spinto per rendere volontarie le nuove misure, togliendo così il vincolo dell’adesione obbligatoria. Anche Scott Bessent, segretario al Tesoro, e Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca, spingevano per la volontarietà delle aziende. Sacks era preoccupato che troppe regole avrebbero alla fine favorito la Cina e, secondo Axios, è riuscito a ottenere la riduzione a 30 giorni per la pre-implementazione. Anche il capo del Pentagono Pete Hegseth vede Pechino come un pericolo. Ma al contrario di Sacks avrebbe preferito maggiori limiti per i modelli più problematici, perché altrimenti i cinesi potrebbero metterci le mani e avvantaggiarsene.

Per Chris Lehane, Chief Global Affairs di OpenAI, l’ordine esecutivo “rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza nazionale, le infrastrutture critiche e le comunità in tutto il paese. Man mano che i sistemi di IA diventano più capaci, garantire che vengano sviluppati e distribuiti in sicurezza richiederà una stretta collaborazione tra governo e industria. La cybersecurity – aggiunge – può sembrare astratta, ma i bersagli sono spesso profondamente locali e centrali nella vita quotidiana delle persone: ospedali, scuole, servizi pubblici, istituzioni finanziarie, governi locali e i sistemi su cui le comunità fanno affidamento. Ecco perché è così importante che gli strumenti di IA difensiva più capaci finiscano prima nelle mani di difensori di fiducia”.

Se vuoi fare la spia, non studiare intelligence

3 June 2026 at 03:45

«In realtà un corso universitario in intelligence studies è raramente un percorso verso una carriera nell’intelligence». Nigel Inkster, già capo delle operazioni del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), non è il solo a dirlo, ma lo sostiene con una chiarezza che vale la pena prendere sul serio. Perché dietro questa affermazione apparentemente controintuitiva c’è una delle tensioni più interessanti e meno discusse nell’ecosistema della sicurezza nazionale contemporanea: quella tra chi studia l’intelligence e chi la pratica.

Gli intelligence studies esistono come campo accademico riconoscibile almeno dagli anni Ottanta, con un’accelerazione significativa dopo l’11 settembre 2001. La proliferazione di corsi, master, centri di ricerca dedicati è stata rapida e, per certi versi, inevitabile: la domanda pubblica di comprensione del fenomeno era reale, i fallimenti dell’intelligence americana e occidentale avevano reso il settore improvvisamente visibile, l’apertura progressiva degli archivi storici aveva reso possibile una storiografia più solida. Il problema è che questa crescita ha generato una tensione strutturale che il campo non ha mai davvero risolto. Da un lato, gli studiosi hanno costruito un oggetto disciplinare autonomo: il ciclo dell’intelligence, le teorie del fallimento analitico, la governance comparata dei servizi, il diritto dell’intelligence, l’etica della raccolta. Dall’altro, le agenzie hanno continuato a reclutare secondo una logica sostanzialmente diversa, indifferente, quando non apertamente scettica, verso questi strumenti concettuali.

Il risultato è una doppia incomprensione. Gli accademici tendono a sopravvalutare la rilevanza pratica della loro produzione. Le agenzie tendono a sottovalutare il contributo che una cultura dell’intelligence diffusa potrebbe dare alla qualità del dibattito pubblico sul settore. Nel mezzo, una generazione di studenti che si iscrive a corsi con aspettative spesso mal calibrate rispetto a ciò che troverà sul mercato del lavoro.

Il problema epistemico
C’è una ragione più profonda per cui questo gap è difficile da colmare, ed è di natura epistemica. La letteratura accademica sull’intelligence è costruita prevalentemente su fonti declassificate, memorie di ex funzionari, inchieste parlamentari, documenti resi pubblici attraverso strumenti come lo statunitense Freedom of Information Act. È una letteratura inevitabilmente retrospettiva e parziale: racconta ciò che è già accaduto, su cui è già possibile fare luce, e spesso molti anni dopo. Le agenzie, invece, lavorano su informazioni correnti, lacunose, contraddittorie, in contesti operativi dove l’incertezza è la norma e non l’eccezione.

La distanza tra i due regimi di conoscenza è reale e probabilmente insuperabile. Un analista che ha studiato i fallimenti dell’intelligence americana prima dell’invasione irachena del 2003 ha acquisito strumenti cognitivi preziosi per riconoscere le patologie del processo analitico – il groupthink, il mirror imaging, l’eccessiva dipendenza da singole fonti. Ma non ha necessariamente acquisito la competenza sostantiva – linguistica, tecnica, geografica e settoriale – che le agenzie cercano quando assumono.

Quello che le agenzie vogliono, in sostanza, è qualcuno che sappia qualcosa nel senso più pieno del termine: che conosca davvero il Sahel, o i mercati dell’energia, o la crittografia post-quantistica, o il diritto islamico nelle sue varianti regionali. Il «ragionare come un analista» è una capacità che preferiscono formare internamente, su una base di expertise che considerano difficilmente replicabile in aula.

L’avviso italiano: una cartina di tornasole
Nessun documento rende questa logica più trasparente di un avviso di reclutamento. E quello lanciato a febbraio (oggi chiuso) dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (la campagna «Il tuo talento al servizio dell’Italia») è particolarmente eloquente.

L’intelligence italiana cercava profili eterogenei in settori ben definiti: high performance computing, crittografia, gestione di cluster, automazione di processi di scraping, cyber, economia e finanza, terrorismo interno e internazionale, open-source intelligence. I laureati di area umanistica o internazionalistica erano benvenuti, ma a una condizione esplicita: dovevano portare conoscenze concrete dei fenomeni di terrorismo jihadista, radicalismo religioso, criminalità internazionale, immigrazione e traffico di esseri umani, eversione brigatista o anarchica, estremismo e antagonismo.

Gli intelligence studies non compaiono nemmeno come categoria residuale. L’avviso non cerca chi sa cos’è il ciclo dell’intelligence o chi ha letto Sherman Kent, pioniere dei metodi d’analisi dell’intelligence. Cerca chi sa qualcosa che serve adesso, in domini operativi specifici, con competenze verificabili.

Inoltre, guardare soltanto agli analisti rischia di dare un’immagine incompleta delle agenzie. Un moderno servizio di intelligence assomiglia sempre più a una grande organizzazione complessa: oltre a linguisti, esperti regionali e tecnologi, servono psicologi, giuristi, specialisti delle risorse umane, esperti di logistica e professionisti capaci di sostenere il funzionamento quotidiano dell’organizzazione. Molte delle competenze richieste sono le stesse che permettono a qualsiasi grande istituzione di operare efficacemente.

Questo non è un caso italiano. È la norma nei principali sistemi di intelligence occidentali, che reclutano prevalentemente da percorsi generalisti (come giurisprudenza, scienze politiche, lingue, ingegneria, informatica, Stem, psicologia) e formano internamente le competenze specifiche. I programmi universitari con rapporti istituzionali diretti con le agenzie esistono, ma sono eccezioni legate a network specifici, non la regola del settore.

A questo si aggiunge una trasformazione organizzativa più ampia. Le agenzie occidentali dipendono sempre meno dal trasferimento di personale proveniente da difesa, forze armate e polizia e sempre più dal reclutamento diretto di profili civili specializzati. Anche in Italia, soprattutto dopo la riforma del 2007, il comparto ha progressivamente ampliato il ricorso a competenze provenienti dal mondo accademico, professionale e imprenditoriale.

Allora a cosa servono gli intelligence studies?
Sarebbe sbagliato concludere da tutto questo che i corsi universitari in intelligence siano inutili. Producono analisti per il settore privato, giornalisti specializzati, funzionari di polizia con ruoli analitici, consulenti per organizzazioni internazionali, ricercatori ovviamente. È un’utilità reale, con un mercato in espansione, in parte proprio perché la complessità geopolitica aumenta la domanda di competenze interpretative.

Ma c’è una funzione più importante, e meno frequentemente riconosciuta: quella di costruire una cultura della sicurezza. In democrazie che fanno della supervisione parlamentare e del controllo pubblico sull’intelligence un valore costituzionale, la qualità del dibattito su questi temi dipende dalla capacità della società civile di capire di cosa si parla. Magistrati, parlamentari, giornalisti, funzionari pubblici che hanno una comprensione anche solo elementare di come funzionano i servizi, di quali siano i loro limiti strutturali, di come si costruisce una stima analitica, sono un asset democratico non banale.

In questo senso, gli intelligence studies hanno una legittimazione accademica più solida come campo di riflessione sull’intelligence – sulla sua storia, sulla sua governance, sui suoi fallimenti – che come percorso professionale diretto verso le agenzie.

La spia che non ha studiato per diventarlo
C’è un paradosso finale che vale la pena nominare. Le agenzie non possono dire pubblicamente, con precisione, cosa cercano davvero nei candidati – per ragioni ovvie di sicurezza operativa. Questo mantiene strutturalmente aperto il gap tra offerta formativa e domanda istituzionale. I corsi proliferano in parte perché le agenzie non smentiscono mai esplicitamente la percezione che siano un percorso utile.

Nel frattempo, la spia che le agenzie cercano ha studiato fisica, o arabo, o economia dei mercati emergenti, o sicurezza informatica. Forse ha letto qualcosa sull’intelligence, per curiosità o per caso. Ma non ha scelto quel corso pensando che fosse il modo giusto per arrivarci. E probabilmente, proprio per questo, è il profilo che cercano.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Anche a Londra lo scontro con il Tesoro frena la Difesa, e ci interessa

2 June 2026 at 03:45

Il ritardo del governo britannico guidato da Sir Keir Starmer nel presentare il Defence Investment Plan non è più una questione amministrativa interna a Whitehall, ma un fattore che sta iniziando a produrre effetti sistemici su alleanze, programmi industriali e credibilità strategica del Regno Unito. Le ultime indicazioni, riportate dalla stampa britannica, parlano di una pubblicazione attesa «nelle prossime settimane» e comunque entro il vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, in Turchia. Ma il problema non è più solo la tempistica: è la capacità del sistema politico britannico di trasformare la spesa in programmazione militare coerente.

Lo scontro tra ministero della Difesa e Tesoro sulla traiettoria di bilancio – un fatto sempre più frequenti nelle economie in difficoltà, come testimonia anche recentemente l’Italia – sta infatti rallentando la traduzione operativa della Strategic Defence Review. In altre parole, Londra ha un obiettivo politico, ovvero rafforzare la postura Nato e modernizzare le forze armate, ma non ha ancora un quadro finanziario stabile che consenta di contrattualizzare in modo pluriennale i grandi programmi. Il risultato è una forma di sospensione strutturale che impatta direttamente sulle scelte industriali.

Il caso più evidente è il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo del caccia di sesta generazione destinato a sostituire l’attuale Eurofighter entro la metà del prossimo decennio. Il programma formalmente procede – con un dimostratore atteso nei prossimi anni e una struttura industriale già definita attorno a BAE Systems per il Regno Unito, Leonardo per l’Italia e Mitsubishi Heavy Industries il Giappone – ma la sua traiettoria dipende in modo critico dalla stabilità dei flussi di finanziamento britannici.

È qui che il ritardo del piano diventa un problema anche per Roma. Il programma non è un semplice progetto di cooperazione industriale, ma una piattaforma strategica di lungo periodo che si regge su tre condizioni: certezza di bilancio, sincronizzazione dei partner e credibilità della tempistica (oggi fissata politicamente al 2035). Se uno dei tre pilastri – in questo caso il finanziamento britannico – oscilla, l’effetto immediato non è il collasso del programma, ma la sua “slittabilità”: ogni fase successiva tende a spostarsi in avanti per evitare rischi finanziari e industriali.

Il punto più delicato è che questa incertezza si inserisce in un contesto già complesso. Il Giappone, come racconta Nikkei Asia, spinge per rispettare rigidamente la scadenza del 2035, motivato da esigenze operative legate al teatro indo-pacifico. L’Italia, dal canto suo, ha interesse a preservare il carattere paritario del programma e a garantire ritorni industriali stabili nel lungo periodo. Il Regno Unito, invece, si trova intrappolato in una dinamica classica: ambizione strategica elevata e vincoli fiscali stringenti, con il Tesoro che tende a diluire gli impegni per mantenere margini di bilancio.

Il piano diventa, dunque una sorta di test di credibilità più che un documento di programmazione. Non è solo importante cosa conterrà, ma quando verrà pubblicato e quanto sarà vincolante. Le pressioni che arrivano anche dall’interno della Nato – con richiami espliciti alla distanza tra impegni finanziari e capacità effettive da parte dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comando militare – rafforzano l’idea che il problema non sia la volontà politica di riarmo, ma la sua esecuzione.

Per l’Italia, la conseguenza principale è duplice. Da un lato, il Gcap resta il principale asse di accesso europeo alla sesta generazione, soprattutto in un contesto in cui il programma concorrente franco-tedesco-spagnolo (Fcas) procede tra difficoltà interne. Dall’altro, però, la dipendenza dalla stabilità britannica introduce un elemento di rischio temporale che Roma non controlla direttamente. È un classico problema di programmi multinazionali ad alta intensità tecnologica: la catena è forte quanto il suo anello fiscale più debole.

Il paradosso è che il Gcap, nato anche per ridurre la dipendenza europea e indo-pacifica dagli Stati Uniti, finisce per essere esposto a una vulnerabilità interna europea: la discontinuità dei cicli di bilancio nazionali. Finché il piano britannico non chiarirà risorse, tempi e priorità, il programma resterà formalmente stabile ma sostanzialmente elastico nei tempi. In questo senso, il nodo londinese non è una questione britannica: è un fattore che incide direttamente sulla traiettoria della difesa aerea europea del prossimo mezzo secolo.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

2 June 2026 at 03:45

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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