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Wider Europe Briefing: Brussels Slams Serbia's Rule Of Law Shortfall

9 June 2026 at 11:14
In this week's briefing, RFE/RL Europe Editor Rikard Jozwiak is drilling down on two issues: a damning rule-of-law assessment for Serbia and the latest Franco-German EU enlargement proposal.

Kosovo. Primeiro-ministro Kurti volta a vencer sem maioria

8 June 2026 at 11:53
O Kosovo vive em crise política desde fevereiro de 2025, quando o partido de Kurti venceu as eleições, mas não conseguiu formar governo. Em março e abril, o país não conseguiu eleger um Presidente.

© AFP via Getty Images

O partido de Albin Kurti venceu as eleições pela quinta vez consecutiva, mas novamente sem maioria absoluta.

Perù, sfida serrata tra Fujimori e Sánchez. Anche il Kosovo alle urne per la terza volta in 16 mesi: due voti sotto il segno dell’instabilità

7 June 2026 at 07:44

Tra Perù e Kosovo, elezioni decisive ma senza certezze: due voti sotto il segno dell’instabilità

Oggi in Perù circa 27 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni presidenziali, dopo una prima tornata elettorale caratterizzata da uno scrutinio lento e da contestazioni su possibili irregolarità. A contendersi la guida del Paese sono due candidati con visioni politiche opposte: da un lato Keiko Fujimori, esponente della destra e leader di Fuerza Popular, dall’altro Roberto Sánchez, rappresentante della sinistra e candidato di Juntos por el Perú. Fujimori ha chiuso il primo turno in vantaggio, mentre Sánchez è arrivato secondo, guadagnandosi l’accesso al ballottaggio.

Per Fujimori si tratta della quarta candidatura consecutiva alla presidenza, in un Paese che negli ultimi dieci anni ha visto alternarsi otto capi di Stato. Figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, la candidata torna a proporsi con una piattaforma incentrata su sicurezza, crescita economica e sostegno sociale. Negli ultimi anni ha più volte denunciato presunti brogli elettorali e, anche in questa tornata, ha annunciato il reclutamento di circa 100.000 osservatori per monitorare il voto. Sul piano programmatico, la sua proposta punta a rafforzare l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata, anche attraverso un ruolo più incisivo delle forze armate, oltre a politiche economiche liberali per attrarre investimenti, soprattutto nel settore minerario, e ridurre la burocrazia.

Dall’altra parte, Sánchez – già ministro del Commercio Estero durante il governo di Pedro Castillo – propone un modello economico più interventista, con maggiore controllo pubblico su risorse strategiche come gas e miniere. In tema di sicurezza, sostiene che la repressione non sia sufficiente e che sia necessario intervenire anche sulle cause sociali della criminalità, ampliando le opportunità economiche nelle fasce più deboli della popolazione. Un punto centrale del suo programma è inoltre la proposta di una nuova Assemblea Costituente per sostituire la Costituzione del 1993, approvata durante il governo Fujimori. Nella campagna elettorale ha spesso fatto ricorso a simboli legati al mondo rurale, come il tradizionale “sombrero chotano”, nel tentativo di rafforzare il consenso nelle aree andine e tra le comunità indigene.

Il contesto elettorale resta teso anche per le difficoltà logistiche nel trasporto dei registri dalle zone più remote e per la complessità delle procedure di ricorso, elementi che alimentano i timori di una possibile opacità nello scrutinio finale. Sul piano dei consensi, i sondaggi più recenti indicano un equilibrio quasi perfetto: Fujimori sarebbe leggermente avanti con circa il 50,4%, mentre Sánchez si attesterebbe al 49,6%. Uno scarto minimo che lascia presagire un esito estremamente incerto, destinato a essere deciso da pochi voti.

Il Kosovo alle urne per la terza volta

Il Kosovo torna oggi alle urne per la terza volta in appena 16 mesi, in un clima politico ancora segnato da forte instabilità. Il rischio principale è che anche questo nuovo voto anticipato non riesca a sbloccare la paralisi istituzionale che da mesi frena la vita politica del Paese. Al centro della crisi c’è la rottura progressiva tra il primo ministro Albin Kurti e l’ex presidente Vjosa Osmani, due figure che in passato erano state percepite come simboli di rinnovamento e di lotta alla corruzione in uno dei Paesi più giovani d’Europa.

Pur provenendo da tradizioni politiche diverse – la sinistra radicale Kurti e il centrodestra liberale Osmani – i due avevano inizialmente condiviso una fase di collaborazione politica. Tuttavia, dopo il sostegno iniziale alla sua investitura nel 2021, i rapporti si sono deteriorati. Kurti ha infatti negato il sostegno a un secondo mandato di Osmani, accusandola di perseguire ambizioni personali e di non rappresentare una figura sufficientemente “unitaria” per la presidenza. Parallelamente, il primo ministro ha tentato di promuovere un candidato espressione del suo partito Vetëvendosje, senza però riuscire a ottenere il consenso delle opposizioni, lasciando così aperto il vuoto istituzionale alla guida del Paese.

Il fallimento del secondo tentativo di eleggere il presidente, lo scorso aprile, ha portato allo scioglimento anticipato del Parlamento e alla convocazione delle nuove elezioni. In questo scenario, Kurti e Osmani tornano a sfidarsi indirettamente: il primo alla guida di Vetëvendosje, la seconda candidata con la Lega Democratica del Kosovo, formazione di ispirazione liberale. Il voto coinvolge anche il rinnovo della Camera di Pristina, con 120 seggi contesi da oltre 900 candidati provenienti da 17 partiti e tre coalizioni. Sono chiamati alle urne circa 2,1 milioni di elettori, di cui oltre mezzo milione residenti all’estero, a fronte di una popolazione che nel Paese non supera gli 1,6 milioni di abitanti. Nonostante Kurti abbia ottenuto una maggioranza relativa nelle elezioni precedenti, il sistema politico frammentato rende difficile la formazione di una maggioranza stabile. Anche un risultato forte non garantirebbe automaticamente la fine dell’impasse istituzionale, soprattutto per l’elezione delle principali cariche dello Stato.

Sul piano internazionale, la crisi politica interna si intreccia con il percorso europeo del Kosovo. Il Paese, che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia nel 2008, resta l’unico dei Balcani occidentali a non avere ancora lo status di candidato all’Unione Europea. Bruxelles continua a considerare essenziale il progresso nel dialogo con Belgrado, insieme alle riforme istituzionali e alla lotta contro le reti criminali transnazionali, in un Paese spesso indicato come punto di passaggio per traffici illeciti. Negli ultimi mesi, inoltre, il governo di Pristina è stato criticato da Unione Europea e Stati Uniti per alcune decisioni nel nord del Paese, a maggioranza serba, dove la chiusura di strutture parallele come uffici postali e municipi ha alimentato nuove tensioni etniche.

Secondo Osmani, tuttavia, il problema centrale resta politico: “Il futuro del Kosovo non può essere ostaggio di un ego personale”, ha dichiarato in un’intervista, sottolineando la necessità di rilanciare il dialogo con Unione Europea e NATO. I sondaggi indicano un vantaggio per Vetëvendosje, ma la forte frammentazione dell’opposizione e le soglie politiche necessarie per eleggere le principali cariche istituzionali rendono ancora incerto l’esito finale. Anche in caso di vittoria, il rischio di un nuovo stallo politico resta elevato.

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Morto a 38 anni dopo la missione in Kosovo: ex militare riconosciuto vittima del dovere per possibile esposizione a uranio impoverito

6 June 2026 at 14:18

Non fu solo una malattia, ma il possibile esito di anni vissuti in scenari operativi ad alto rischio. La Corte d’Appello di Lecce ha riconosciuto lo status di vittima del dovere a un militare originario di Grottaglie, morto nel 2015 a 38 anni per una grave patologia ematologica insorta dopo la missione in Kosovo. I giudici hanno così ribaltato la decisione del Tribunale di Taranto, che in primo grado aveva respinto la richiesta dei familiari di accesso ai benefici previsti dalla normativa. Con la nuova sentenza, la Corte ha invece riconosciuto il diritto dei parenti alle provvidenze economiche, accogliendo integralmente l’appello.

Il militare aveva prestato servizio nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, prima di entrare nei ruoli della Polizia di Stato. Durante la missione internazionale nei Balcani, avrebbe operato in un contesto caratterizzato da possibile esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle, elementi al centro delle valutazioni del collegio giudicante.

Per i giudici, proprio quel contesto operativo avrebbe avuto un ruolo concausale nell’insorgenza della patologia che ha portato al decesso. Una ricostruzione che ha consentito di riconoscere il legame tra servizio e malattia, elemento decisivo per l’applicazione dello status di vittima del dovere.

Dopo la morte del militare, i genitori avevano avviato un lungo contenzioso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei diritti previsti dalla legge, sostenendo il nesso tra la missione all’estero e l’aggravarsi delle condizioni di salute del figlio. La vicenda è stata seguita dagli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro, che hanno sottolineato come la sentenza confermi un principio rilevante nei casi di patologie multifattoriali: il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche in termini di concorso di cause, quando emergano elementi significativi legati all’esposizione operativa e alle condizioni del teatro di impiego. Per la difesa, la decisione non ha solo valore giuridico ma anche umano, perché chiude una lunga battaglia dei familiari e riapre l’attenzione sulle condizioni di rischio affrontate dai militari italiani nelle missioni internazionali.

Foto di archivio

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Trump e Putin voltam a confrontar-se, desta vez nas eleições na Arménia

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, manifestou o seu “apoio total e inequívoco à recandidatura” do primeiro-ministro arménio, Nikol Pashinyan, nas eleições legislativas do próximo dia 7 de junho. Pashinyan tem muito pouco a ganhar com este apoio – o histórico recente do suporte norte-americano a candidatos de países deste lado do Atlântico mostra que ele deve ser evitado – mas muito a perder. Sendo a Arménia uma antiga república soviética, a influência (ou a vontade de influência) da Rússia é um dos ‘custos de contexto’ mais presentes no país.

Tal como Trump, o presidente russo não se tem furtado a tentar influenciar a política arménia. E não apenas produzindo declarações públicas sobre o assunto: há poucos dias, telefonou a Pashinyan para debater a circunstância da permanência da Arménia no quadro da Comunidade Europeia Euroasiática – uma réplica da União Europeia que interessou apenas a Bielorrússia, Cazaquistão e Quirguistão (para além da Rússia e da Arménia). Putin deixou mais uma vez clara a incompatibilidade da permanência da Arménia se insistir em aderir à União Europeia. O som das armas não pode ter deixado de ouvir-se como música de fundo.

Do seu lado, a União Europeia – mais um ‘influencer’ em matéria de eleições externas ao seu território, apesar de se queixar dos outros ‘influencers’ – acena com as vantagens da adesão arménia ao bloco, que surge como uma das promessas mais audíveis do reportório de Pashinyan em termos de campanha eleitoral. Perdido (para já) o interesse da vizinha Geórgia, a União tenta mais uma vez alargar fronteiras para a Ásia, desta vez para um país (que foi o primeiro do mundo a aceitar o cristianismo como religião oficial) encastrado entre os mares Negro e Cáspio, sem ser banhado por nenhum deles.

O fantasma da Nagorno-Karabakh

Com a questão de Nagorno-Karabakh aparentemente resolvida, dizem os analistas mais simples, Trump recordou a assinatura, no ano passado, na Casa Branca, de um acordo de paz entre Pashinyan e o presidente do Azerbaijão, Ilham Aliyev, um dos motivos que vieram engordar a lista de guerras resolvidas por Trump para engrandecerem a sua vontade de ganhar o Nobel da Paz.

O confronto histórico entre a Arménia e o Azerbaijão no enclave não ficou sanado para sempre, como é claro para todos. Além disso, a Arménia contou sempre com o apoio da Rússia (e o Azerbaijão da Turquia), mas nada impede Moscovo de usar Nagorno-Karabakh para, uma vez confirmada a vitória de Pashinyan, atirar tensão e insegurança sobre o regime de Erevan. Mesmo que para isso tenha de mudar de lado, castigando o antigo aliado. Se isso acontecer, Trump não quererá com certeza voltar àquele ‘vespeiro’ e a União Europeia já mostrou a sua costumeira inoperância face ao enclave: todos os seus esforços para resolver a questão foram um fracasso total.

“Em breve, os Estados Unidos e a Arménia vão lançar em conjunto a Rota Trump para a Paz e Prosperidade Internacionais, que irá transformar o Sul do Cáucaso e ajudar as nossas extraordinárias empresas energéticas norte-americanas a obter acesso desde a Ásia Central até aos Estados Unidos”, declarou Trump. “Com a ajuda do Nikol, vamos levar os Estados Unidos, a Arménia, o Sul do Cáucaso e a Ásia Central a patamares nunca alcançados”, disse Trump. Afinal, talvez o presidente dos Estados Unidos queira voltar ao ‘vespeiro’.

Segundo as últimas sondagens, o partido Contrato Civil, de Nikol Pashinyan, lidera as intenções de voto com mais de 45% – o que, mesmo assim, indica um recuo assinalável, nomeadamente face aos 59% atingidos nas eleições de junho de 2021. O Aliança Arménia Forte, o bloco pró-russo liderado pelo magnata Samvel Karapetyan, segue em segundo, com cerca de 15%.

Kosovo também vai a votos para tentar ultrapassar a crise

A 7 de junho haverá também eleições (antecipadas) no Kosovo. A nova votação foi convocada pela presidente interina, Albulena Haxhiu (assumiu o cargo em abril passado), depois de o parlamento falhar consecutivamente a eleição de um novo chefe de Estado dentro do prazo constitucional, provocando a dissolução da assembleia. É a terceira vez em menos de um ano e meio que os kosovares tentam conseguir um governo estável. Nas sondagens, o partido LVV, liderado pelo primeiro-ministro Albin Kurti, vai à frente com enorme vantagem. Talvez volte às maiorias absolutas, situação que perdeu na sequência das eleições de fevereiro de 2025, onde teve apenas 41% dos votos. Apesar do resultado expressivo, o partido deixou de poder governar sozinho e foi incapaz de concluir uma aliança parlamentar.

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