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G7 a Évian, Trump parlerà con gli alleati di sminamento di Hormuz. Poi incontrerà Zelensky e i leader del Medio Oriente

Il Comune francese di Évian-les-Bains si blinda in vista del vertice del G7 in programma da lunedì a mercoledì, così come la vicina città di Ginevra, porta d’ingresso in Svizzera per molte delegazioni internazionali. Il summit dei 7 Grandi arriva in un momento geopolitico ancora molto delicato, mentre viene data per imminente la firma dell’accordo tra Iran e Usa per porre fine alla guerra. Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte ribadito la sue critiche agli alleati europei: “Non sono stati d’aiuto adesso”, ma i leader del G7 potrebbero comunque “essere molto d’aiuto in futuro”, ha dichiarato.

Al centro, infatti, ci saranno anche i piani per lo sminamento dello Stretto di Hormuz: Trump ne discuterà con gli alleati durante il summit, ha riferito un alto funzionario dell’amministrazione Usa. Regno Unito e Francia hanno espresso interesse ad assistere nella bonifica dello Stretto una volta che il conflitto sarà sospeso. Anche la premier Giorgia Meloni, nelle scorse settimane, aveva aperto alla possibilità di un contributo italiano per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto ma a condizione che ciò possa avvenire “in una fase post-conflitto“, quindi in un contesto di pace.

Per discutere degli sforzi per risolvere la crisi iraniana, secondo quanto trapela dalla Casa Bianca, il presidente Usa ha in programma – durante la sua permanenza in Francia – anche incontri separati con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, con il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, e con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Sul fronte ucraino, invece, il presidente dUsa parteciperà martedì a una riunione di lavoro del G7 alla presenza anche di Volodymyr Zelensky. Al momento, secondo quanto trapela, non è però previsto un incontro bilaterale formale tra Trump e il suo omologo ucraino. La partenza del tycoon prevista nella notte di domenica. L’ultimo appuntamento sarà mercoledì quando parteciperà a una cena a Versailles insieme al capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron.

Évian-les-Bains e Ginevra si preparano da tempo non soltanto a garantire la sicurezza dei capi di Stato e di governo attesi in Alta Savoia, ma anche in previsione delle manifestazioni dei movimenti anti-G7. Il ricordo è ancora vivo dopo quanto avvenne nel 2003, quando il G8 riunito sempre a Évian fu accompagnato da grandi proteste e scontri. Le misure di controllo delle frontiere e dello spazio aereo sono al massimo livello e da giorni numerose attività commerciali del centro, anche lontane dal percorso del corteo autorizzato per la manifestazione anti-G7 del 14 giugno, hanno blindato vetrine e ingressi con pannelli di legno per prevenire eventuali atti di vandalismo. Venerdì sera, una prima manifestazione è stata rapidamente dispersa grazie a un massiccio schieramento delle forze di polizia, riferiscono i media locali. L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto include la mobilitazione di circa 4.000 militari a sostegno delle forze dell’ordine e il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere, con la chiusura di diversi piccoli valichi, con l’obiettivo di concentrare i controlli e limitare eventuali spostamenti di gruppi violenti. Anche il Lago Lemano sarà oggetto di una particolare sorveglianza.

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Trump and Zelenskyy to attend same G7 working session, may meet on sidelines

Zelenskyy trump

US President Donald Trump and Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy will take part in the same working session at the G7 summit in Evian, France, and "could very well cross paths" on the sidelines, a senior US official said, according to Suspilne's correspondent and Le Figaro with AFP.

The G7 summit takes place from 15 to 17 June in Evian. Trump will hold a bilateral meeting with French President Emmanuel Macron on his arrival on Monday, one-on-one meetings with the leaders of Qatar, the UAE, Egypt, and India on Tuesday and Wednesday, and will take part in the G7 leaders' working session on Tuesday alongside Zelenskyy.

No bilateral meeting scheduled

Asked whether a bilateral meeting between Trump and Zelenskyy was planned, the US official said the two leaders "could very well cross paths" on the margins of Tuesday's session, while specifying that no formal bilateral meeting was on Trump's agenda.

The official, speaking anonymously, described ending the Russo-Ukrainian war as a top priority for Trump: "We want the war to end as soon as possible. This is what President Trump prioritizes, one of his top priorities."

A separate US official called the 79-year-old president the "only" world leader capable of ending the war between Russia and Ukraine, without elaborating.

Versailles dinner marks US anniversary

On Wednesday, after the summit concludes, Trump will have dinner with Macron at Versailles. According to the French presidency, the dinner marks the 250th anniversary of US independence at a "high place of Franco-American friendship where the treaty consecrating it was signed in 1783."

Other agenda items

The official sought to downplay tensions between Trump and NATO allies over US commitment to the alliance: "It's a very easy conversation. It has nothing to do with the hysterical way it's being presented in the press, and we are very pleased with the burden-sharing efforts underway and we want to see more of it."

A second US official praised France's "very smart" and "relevant" decision to put trade imbalances on the summit agenda. According to the White House, Trump intends to discuss artificial intelligence, immigration, innovation, and energy with G7 partners. The G7 comprises Germany, Canada, the United States, France, Italy, Japan, and the United Kingdom; Trump has repeatedly argued for including Russia to restore the former G8 format.

The last meeting between the American and Ukrainian presidents was at the Davos forum in January 2026.

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Trump deve encontrar Zelensky e líderes do Oriente Médio no G7

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, se reunirá com líderes do Oriente Médio e participará de uma sessão de trabalho com o presidente ucraniano, Volodymyr Zelenskiy, durante a cúpula do G7 na França na próxima semana, informaram altos funcionários do governo americano.

Os líderes do G7 desembarcarão em Genebra, na região francófona do oeste da Suíça, antes de serem transportados pela fronteira até o local da cúpula, na cidade francesa de Évian-les-Bains.

O relacionamento de Trump com muitos países integrantes do G7 tem se tornado cada vez mais tenso devido à guerra contra o Irã, entre outras questões.

O que é o G7?

O G7 é a abreviação de Grupo dos Sete, uma organização informal de líderes de algumas das maiores economias do mundo: Canadá, França, Alemanha, Itália, Japão, Reino Unido e Estados Unidos.

A Rússia foi suspensa indefinidamente do grupo, que na época era conhecido como G8, em 2014 depois que a maioria dos países-membros se aliou contra a anexação da Crimeia. Foi a primeira violação das fronteiras de um país europeu desde a Segunda Guerra Mundial.

O que o grupo faz?

Os integrantes do G7 se reúnem anualmente em uma cúpula para discutir questões urgentes no cenário global e coordenar políticas. A segurança internacional e a economia global são frequentemente tópicos de discussão. Ao contrário das organizações internacionais formais, o grupo não possui qualquer estrutura administrativa permanente.

O país-sede, que troca a cada ano, é responsável por organizar o encontro e por propor a pauta a ser discutida. Além da cúpula do G7, há uma série de encontros de funcionários do primeiro escalão e do corpo diplomático dos Estados envolvidos.

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Stati Uniti-Cina, dietro il caso Wuxi la nuova guerra commerciale sulle biotecnologie. Trump fa muro, ma rischia di danneggiare la ricerca Usa

All’apparenza sembra il classico caso di sicurezza nazionale, ma dietro le dichiarazioni ufficiali potrebbe esserci in gioco il controllo su uno dei settori più promettenti del futuro: l’8 giugno il Pentagono ha aggiunto il colosso cinese delle biotecnologie Wuxi AppTec nell’elenco di aziende – insieme al gigante cinese dell’e-commerce Alibaba e al motore di ricerca Baidu – sospettate di aiutare l’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA). Ovvero di contribuire al programma di “fusione civile-militare”, fortemente voluto dal presidente Xi Jinping. Anche considerata l’ingerenza del Partito-Stato nell’economia privata. Respinte le accuse, venerdì l’azienda ha annunciato di aver intentato causa contro il Dipartimento della Difesa statunitense, seguendo la strada percorsa (con successo) da Xiaomi. Il produttore cinese di elettronica, colpito nel gennaio 2021, ha presentato ricorso pochi mesi dopo ed è stato rimosso dalla lista nera per mancanza di prove.

L’inserimento nel registro (la 1260H list) di per sé non costituisce una sanzione formale, ma preclude al Pentagono la possibilità – a partire dalla fine di giugno – di stipulare contratti diretti con le società menzionate, mentre dal 2027 sarà vietato anche l’acquisto dei loro prodotti tramite terzi. Il movente della sicurezza nazionale è legittimo. Dati genomici e catene di approvvigionamento costituiscono potenziali armi offensive nelle mani dei Paesi avversari: chi controlla nodi critici può acquisire forme di potere economico e tecnologico, anche senza usare la forza militare. Ma non è escluso che la recente manovra di Washington rappresenti anche un diversivo per scopi strategici più ampi. Nella blacklist della Difesa figurano infatti società collegate a vari comparti avanzati, compresi la startup della robotica Unitree e i produttori cinesi di chip di memoria CXMT e YMTC. Non meno rilevanti dell’automazione e dei semiconduttori, anche le biotecnologie rientrano tra le priorità strategiche ed economiche di Pechino. Il 15° Piano quinquennale cinese, approvato a marzo, definisce la biomedicina “settore pilastro emergente” per lo sviluppo delle cosiddette “nuove forze produttive” insieme a circuiti integrati, comparto aerospaziale, economia a bassa quota, nuovi sistemi di accumulo di energia e robotica intelligente. Eppure, alla contezza del potenziale non corrisponde ancora pari cognizione delle vulnerabilità del settore.

Come evidenzia l’Asia Society di New York nel rapporto An Overview of U.S.-China Life Sciences Competition and Cooperation, mentre la leadership cinese vuole ottenere una “maggiore indipendenza produttiva, continua ad aspettarsi un accesso pressoché illimitato ai mercati globali per le proprie esportazioni”. È questo il nervo scoperto su cui batte il Pentagono. Fondata nel 2000, WuXi è una multinazionale farmaceutica specializzata in servizi integrati di scoperta, sviluppo e produzione di farmaci. Ha operazioni in Asia, Europa e Stati Uniti con una quota stimata tra il 12% e il 15% nella scoperta preclinica e il 10%-l’11% nell’outsourcing di farmaci biologici a livello globale. Oltre il 60% del suo fatturato è nel mercato americano, dove è presente con enormi complessi produttivi nel Delaware e in Pennsylvania.

L’inasprimento del quadro normativo statunitense rischia di privare Wuxi dell’accesso a una preziosa fonte di guadagno. Ancora prima del Pentagono a muoversi in questa direzione era stato infatti il Congresso, con l’approvazione alla fine del 2025 del BIOSECURE Act. La legge, pensata per evitare che aziende biotech legate a governi rivali abbiano accesso a dati biologici, genetici e farmaceutici sensibili o diventino nodi critici della supply chain sanitaria statunitense, dispone il divieto per le agenzie federali di acquistare servizi o attrezzature da “aziende di preoccupazione”, stipulare contratti con soggetti che utilizzano tali servizi nell’esecuzione di contratti federali e finanziare tramite grant o fondi pubblici attività che dipendono da questo tipo di società. L’aspetto cruciale è che il diniego non colpisce solo il rapporto diretto con l’azienda cinese, ma può estendersi anche ai suoi clienti e fornitori quando lavorano con sussidi federali. E si dà il caso che l’inclusione nella blacklist del Pentagono può rappresentare una delle vie attraverso cui un’entità viene considerata “company of concern” ai fini dell’Act.

L’impatto della strategia normativa è già tangibile. Secondo l’Asia Society, da quando nel gennaio 2025 il Dipartimento del Commercio ha ristretto l’export di biotecnologie, i laboratori cinesi stanno riscontrando difficoltà nell’accesso ad apparecchiature di fascia alta che, come nel caso delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV) per i semiconduttori, non è ancora in grado di produrre. La stessa Wuxi, persino prima venisse introdotto il BIOSECURE Act, aveva cominciato a cedere e riorganizzare le proprie attività a Philadelphia proprio a causa delle crescenti preoccupazioni politiche e normative negli Stati Uniti.

Il muro legale minaccia di diventare un’arma a doppio taglio: anche Washington rischia di ferirsi. Non solo perché gli investimenti del gigante cinese hanno creato nuovi posti di lavoro per i cittadini americani. Abigail Coplin, professore assistente di Sociologia e di Scienza, Tecnologia e Società (STS) presso il Vassar College, spiega Al South China Morning Post che a differenza del settore dei microchip – dove la conoscenza proprietaria (l’insieme di informazioni, dati, processi e know-how esclusivi), la complessità tecnologica e gli elevati costi delle apparecchiature creano forti vantaggi per chi arriva per primo – le biotecnologie spesso progrediscono grazie allo scambio di idee attraverso riviste accessibili, alla mobilità dei talenti e ai costi iniziali relativamente contenuti. Per Coplin, “se i responsabili politici limitano l’accesso delle aziende americane all’ecosistema biotecnologico cinese senza contemporaneamente aumentare i finanziamenti per la ricerca e impegnarsi di più per attrarre e trattenere i migliori talenti scientifici globali, le loro azioni non faranno altro che privare i pazienti americani di trattamenti all’avanguardia a prezzi accessibili”. Un problema aggravato dal crescente gap nel settore della formazione.

Stando al Center for Security and Emerging Technology, la Repubblica popolare forma circa 77mila dottori di ricerca in discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) ogni anno, rispetto ai 40mila degli Stati Uniti, compresi molti cittadini di origine asiatica. Alcuni di questi hanno già fatto i bagagli. Non si tratta solo di giovani promettenti. La stretta securitaria sulle università avviata sotto il primo mandato di Donald Trump ha provocato una massiccia fuga di cervelli maturi verso la Cina. Soltanto nell’ultimo anno tra questi figurano Hu Haitao, uno dei massimi esperti di vaccini a mRNA, Zhang Kai, leader mondiale nella microscopia crioelettronica (cryo-EM), e Feng Gensheng, pioniere nel campo della cura del cancro e dell’immunoterapia.

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Marjorie Taylor Greene criticizes Trump’s 80th birthday UFC event on White House lawn

Former congresswoman nevertheless said she hoped the fighting event would be ‘great’ and wished president well

Marjorie Taylor Greene has criticized Donald Trump’s plan to hold a UFC fight on the White House lawn, as the president prepares to host seven fights on Sunday.

The former rightwing Republican congresswoman, a once fierce defender of Trump who turned on him towards the end of her time in office, told NewsNation the location is inappropriate for the mixed martial arts event.

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© Photograph: Joey Sussman/ZUMA Press Wire/Shutterstock

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Trump anuncia morte de líder de facção venezuelana El Tren de Aragua

Logo Agência Brasil

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, anunciou em sua rede social (Truth) que o comando sul das forças armadas norte-americanas, com sede na Flórida, executou Niño Guerrero (Héctor Rusthenford Guerrero Flores) - tido como líder do El Tren de Aragua, grupo de traficantes de drogas.

A ação aconteceu no sudeste do estado de Bolívar, cuja capital (Ciudad Bolívar) fica a 715 quilômetros de Pacaraima (RR), cidade brasileira na fronteira com a Venezuela.

Notícias relacionadas:

Segundo Trump, a execução se deu em “um ataque rápido e letal” feito “em estreita colaboração com nossos amigos na Venezuela”. O presidente estadunidense descreve El Tren de Aragua como uma organização terrorista estrangeira.

O comunicado do governo venezuelano chama de “organização criminal”. Na nota, o governo venezuelano promete que “continuará adotando as medidas necessárias para garantir a paz, a tranquilidade e a proteção” da população.

Trump afirmou que “os terroristas do El Tren de Aragua não têm mais refúgio seguro na Venezuela ou em qualquer outro lugar” e que sob sua “liderança” serão encontrados “assassinos cruéis e chefões do narcotráfico a qualquer hora, em qualquer lugar.”

O comando do sul das forças armadas norte-americanas que atuou na execução é responsável pelo planejamento, operações militares e cooperação de segurança para os Estados Unidos na América Central, América do Sul e Caribe,

No final do mês de maio, o Departamento de Estado dos EUA, homólogo ao Ministério das Relações Exteriores do Brasil, publicou que passou a designar o PCC, assim como o Comando Vermelho, como organização terrorista criminosa.

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Trump anuncia morte de líder de facção venezuelana El Tren de Aragua

Logo Agência Brasil

O presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, anunciou em sua rede social (Truth) que o comando sul das forças armadas norte-americanas, com sede na Flórida, executou Niño Guerrero (Héctor Rusthenford Guerrero Flores) - tido como líder do El Tren de Aragua, grupo de traficantes de drogas.

A ação aconteceu no sudeste do estado de Bolívar, cuja capital (Ciudad Bolívar) fica a 715 quilômetros de Pacaraima (RR), cidade brasileira na fronteira com a Venezuela.

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Segundo Trump, a execução se deu em “um ataque rápido e letal” feito “em estreita colaboração com nossos amigos na Venezuela”. O presidente estadunidense descreve El Tren de Aragua como uma organização terrorista estrangeira.

O comunicado do governo venezuelano chama de “organização criminal”. Na nota, o governo venezuelano promete que “continuará adotando as medidas necessárias para garantir a paz, a tranquilidade e a proteção” da população.

Trump afirmou que “os terroristas do El Tren de Aragua não têm mais refúgio seguro na Venezuela ou em qualquer outro lugar” e que sob sua “liderança” serão encontrados “assassinos cruéis e chefões do narcotráfico a qualquer hora, em qualquer lugar.”

O comando do sul das forças armadas norte-americanas que atuou na execução é responsável pelo planejamento, operações militares e cooperação de segurança para os Estados Unidos na América Central, América do Sul e Caribe,

No final do mês de maio, o Departamento de Estado dos EUA, homólogo ao Ministério das Relações Exteriores do Brasil, publicou que passou a designar o PCC, assim como o Comando Vermelho, como organização terrorista criminosa.

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Maher jabs Trump over UFC: ‘The emperor is holding gladiator games on his birthday’ 

Late night host Bill Maher took aim at the upcoming UFC event at the White House, ridiculing the decision to hold the event on President Trump’s birthday this Sunday.  “Our redneck president is turning 80, and to celebrate there is a UFC fight on the lawn,” the comedian said during his opening monologue on Friday…

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Maher jabs Trump over UFC: ‘The emperor is holding gladiator games on his birthday’ 

Late night host Bill Maher took aim at the upcoming UFC event at the White House, ridiculing the decision to hold the event on President Trump’s birthday this Sunday.  “Our redneck president is turning 80, and to celebrate there is a UFC fight on the lawn,” the comedian said during his opening monologue on Friday…

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Lula deve criticar “medidas protecionistas” no G7 sem citar tarifaço

O presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) deve criticar medidas “unilaterais” e “protecionistas”, na Cúpula do G7, sem citar o tarifaço dos Estados Unidos, segundo fontes no Palácio do Planalto. O encontro dos líderes acontece em Évian-les-Bains, na França, nos dias 16 e 17 deste mês.

Com Donald Trump presente, Lula não fará menções explícitas às tarifas, mas dará recados, garantem diplomatas brasileiros. A avaliação é de que não cabem, em uma cúpula multilateral, críticas direcionadas como as que o petista aborda em discursos no Brasil.

Não há previsão, até este sábado (13), de uma bilateral entre os mandatários às margens da Cúpula. O Palácio do Planalto decidiu não pedir uma nova reunião, sob o argumento de que não há motivação para tal, visto o recente encontro entre Lula e Trump na Casa Branca.

Dessa maneira, uma reunião preparada — como a ocorrida na Malásia em outubro de 2025 — está praticamente descartada pelo Planalto. Uma conversa fortuita e pontual, mais parecida com o contato na Assembleia Geral da ONU (Nações Unidas) em setembro, ainda é uma possibilidade.

Desde o encontro da Casa Branca, ao menos três episódios estremeceram a relação entre os governos dos países: a classificação pelos EUA de facções criminosas brasileiras como terroristas, e as ameaça de taxação em 25% na “seção 301” e 12,5% por suposta falta de controle sobre trabalho forçado.

Lula no G7

O presidente embarca para a França no domingo (15). No G7, Lula retomará a ideia central de seus discursos em cúpulas do G20 e dos Brics: de que os países emergentes precisam de mais espaço nos espaços de debates globais.

O Brasil vai participar de sessões abertas aos convidados. Na terça-feira (16), a discussão será sobre parcerias internacionais. Na quarta-feira (17), o tema será o crescimento econômico equilibrado. Nesse mesmo dia, haverá um almoço dedicado a discutir a atuação e responsabilização das big techs.

Também estão previstas reuniões bilaterais. Até o momento, estão confirmados encontros entre Lula e a primeira-ministra do Japão, Sanae Takaichi, e o presidente da França, Emmanuel Macron, que é o anfitrião do evento.

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Arenas movedizas

Enrico TOMASELLI

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

Rechazar la idea de haber cometido un error garrafal le lleva a permanecer inmóvil y erguido, mientras se hunde en las arenas movedizas en las que se ha aventurado imprudentemente.

Por mucho que se le dé vueltas, la pelota siempre acaba en manos de Trump. El conflicto —desencadenado por él en Asia Occidental de forma tan imprudente como desafortunada— es, como era de esperar, una patata caliente muy difícil de manejar, pero por mucho que intente desesperadamente encontrar una salida, al final el quid de la cuestión siempre resurge, y nadie puede resolverlo salvo el presidente de los Estados Unidos.

Solo que se trata de una clásica situación de pérdida para ambas partes. Porque, despojado de todas las incrustaciones histórico-políticas de una de las regiones más complejas del planeta, el quid de la cuestión es este: la relación entre EE. UU. e Israel. Y si los intereses de ambos países divergen, o bien se separan, o bien uno de ellos impone su voluntad al otro.

Esta es precisamente la elección que tiene ante sí Trump. Pero él no es capaz, salvo de forma limitada (solo en algunas cosas, solo en cierta medida, solo durante un tiempo), de imponer su voluntad a Israel. Pero tampoco puede separarse de él; es más, los lazos militares son cada vez más estrechos y, por lo tanto, cada vez más difíciles de romper.

En la situación actual, es evidente que Washington utiliza a Tel Aviv para intentar intimidar a Teherán y, en cualquier caso, para mantenerla bajo presión. Todas las farsas entre Trump y Netanyahu son ridículas, los dos se coordinan en todo.

Además, EE. UU. intenta claramente separar unas cuestiones de otras (Palestina, Líbano, Yemen, Irán…), no solo para negar in nuce la causa de todos los conflictos —es decir, la presencia de Israel—, sino también para desmontar pieza a pieza el bloque enemigo. Un juego al que, sin embargo, Irán no se presta, y de hecho gestiona la escalada —siempre y sobre todo en el plano político.

Hay algo que debe quedar claro para los aficionados de los estadios. Irán juega un partido estratégico, por lo que mira hacia los resultados a medio y largo plazo, no actúa para satisfacer a los hooligans de la grada Sur. Por lo tanto, está preparado para la reanudación de la guerra, pero eso no significa que la desee. Si puede, la evita.

Si recapitulamos por un momento los acontecimientos de los últimos días, podemos leer entre líneas el hilo conductor.

Teherán ha dejado muy claro que está dispuesta a discutir el fin del conflicto, pero solo a condición de que se refiera a todo el teatro de operaciones, y no solo al Golfo Pérsico. Pero esto supone un gran problema para la administración Trump.

No es el único, quizá ni siquiera el más importante, pero sin duda el más difícil de resolver. Porque Tel Aviv puede aceptar el cese del conflicto con Teherán —en el que se encuentra en desventaja—, pero no puede ni quiere aceptarlo en lo que respecta a los demás frentes.

Por lo tanto, en un primer momento frenó a Netanyahu, quien en los últimos días había amenazado con un bombardeo masivo sobre Beirut, pero luego —dado que la negociación se estancaba también en otras cuestiones— el líder israelí volvió a la carga.

Así pues, con toda probabilidad, han acordado tantear el terreno. La aviación israelí ha atacado Beirut, pero de forma muy limitada: un único objetivo, un edificio que presuntamente albergaba un puesto de mando de Hezbolá. Ante esto, Irán ha respondido, y es la primera vez que reacciona militarmente ante un ataque que no se dirige contra su propio territorio.

Pero la respuesta es igualmente limitada: solo misiles balísticos (interceptables), en oleadas de pocos misiles sucesivos (lo que facilita la interceptación) sobre objetivos no especialmente sensibles.

El mensaje no es la fuerza de la respuesta, sino precisamente el simple hecho de que haya habido una. Teherán ha desplazado un poco más allá el equilibrio. A su vez, Israel ha contraatacado, atacando una serie de objetivos ya golpeados en el pasado. Irán también ha continuado con algunos lanzamientos, tras lo cual ambos se han detenido —por el momento.

Pero el comunicado de las fuerzas armadas iraníes afirma que están dispuestas a reanudar los ataques, incluso con mayor intensidad, si Israel ataca el Líbano. No (solo) Beirut, sino el Líbano. Por lo tanto, intenta alterar aún más el equilibrio de fuerzas.

Y aquí es donde llegamos, precisamente, a lo que decía al principio. Porque las jugadas y contrajugadas iraníes, siempre cuidadosamente calibradas, restringen el margen de maniobra del enemigo y, por lo tanto, devuelven la pelota a Trump, quien o bien logra detener a Netanyahu, o bien ve cómo se le cierra el camino de la negociación —y además aparece débil frente al líder israelí.

Y la situación vuelve a complicarse. De hecho, las FDI siguen bombardeando el sur del Líbano, desafiando abiertamente a Irán —y, en esencia, también a EE. UU. Al hablar con Channel 11, funcionarios israelíes han afirmado que cesan el fuego contra Irán, pero no lo harán en el sur del Líbano, a pesar de las amenazas iraníes.

Es evidente que Tel Aviv pretende agravar las tensiones y, en última instancia, sabotear las posibilidades de acuerdo entre Washington y Teherán.

Obviamente, en este punto los iraníes se ven obligados a responder de alguna manera, so pena de perder credibilidad —no solo ante Hezbolá y la propia población iraní, sino también ante Estados Unidos e Israel—.

Veremos en las próximas horas cómo evoluciona la situación, pero, evidentemente, la cuestión se refiere a un ámbito mucho más amplio, y precisamente en los términos antes mencionados.

Israel juega dos partidas: una tratando de complacer a Estados Unidos y coordinarse con ellos, y la otra tratando, por el contrario, de obligarlos subrepticiamente a hacer prevalecer los intereses israelíes sobre los estadounidenses.

A su vez, también Estados Unidos juega dos partidas: una pseudo-negociadora —y, en cualquier caso, extremadamente contradictoria— y otra en la que utiliza a Israel como el «perro rabioso» para mantener a Irán (y al Eje de la Resistencia) bajo presión. En esta última, simulan además una dialéctica polémica, que beneficia tanto a Washington como a Tel Aviv.

Obviamente, el problema es que, por el contrario, Irán juega una sola partida, y tiene muy claros tanto cuáles son sus objetivos tácticos y estratégicos, como cuál es el juego amañado por Israel y Estados Unidos. Como decía al principio, es una clásica situación de perder-perder. Cualquier movimiento que haga Trump, pierde.

Al parecer, su respuesta a esto es simplemente no hacer ningún movimiento. Evidentemente, desde que tuvo que detener la fase cinética del conflicto, no ha hecho más que ganar tiempo, sin tener, sin embargo, ninguna idea concreta sobre cómo desbloquear elimpasse.

Y así, de hecho, son los demás actores —con sus movimientos y contramovimientos— los que determinan la evolución del panorama.

Que, precisamente como consecuencia de ello, se modifica de una manera que escapa totalmente al control de la Casa Blanca, y Trump acaba pareciendo a merced de los acontecimientos.

Él es el único que puede decidir qué movimiento realizar, pero dado que —precisamente— cualquier movimiento supondría una derrota, opta por no elegir.

No hay que olvidar nunca que él es, indiscutiblemente, un narcisista patológico.

Y esto no significa simplemente que le guste que siempre se le considere el mejor, un ganador, sino que se trata de una auténtica distorsión cognitiva, que actúa en todos los ámbitos; el narcisista patológico rechaza la realidad cuando esta no coincide con sus expectativas.

Rechazar la idea de haber cometido un error garrafal le lleva a permanecer inmóvil y erguido, mientras se hunde en las arenas movedizas en las que se ha aventurado imprudentemente.

Publicado originalmente por  Giubbe Roisse

Traducción:  Observatorio de trabajador@s en lucha

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Usa-Iran, Trump rilancia post di Sharif su accordo finalizzato entro 24 ore

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilanciato sul suo account Truth un post in cui il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, rivela che Teheran e Washington sono “più vicini che mai a un accordo di pace”, annunciando che dovrebbe essere finalizzato “entro le prossime 24 ore”.

Leggi anche: Usa-Iran, accordo mai così vicino. Washington ottimista all’85%, la firma in Svizzera. Teheran: “Un faccia a faccia? Un’illusione americana”

Nel post Sharif spiega anche che “il Pakistan si sta preparando per la firma elettronica dell’accordo di pace immediatamente dopo, seguita da colloqui a livello tecnico la prossima settimana”.

Usa-Iran, Trump rilancia post di Sharif su accordo finalizzato entro 24 ore

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Usa, declassificati i dossier sui laboratori biologici ucraini: la mappa dei fondi di Washington (e rispunta l’ombra di Biden jr)

Oltre 40 laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, agenti patogeni come antrace e brucella, contractor americani incaricati di costruire e gestire le strutture e il nome di Hunter Biden che torna ad affacciarsi sullo sfondo. È il contenuto del dossier declassificato da Tulsi Gabbard, direttrice dimissionaria dell’Intelligence nazionale americana, che accusa le passate amministrazioni di aver nascosto per anni informazioni sui programmi biologici finanziati all’estero e riapre una delle questioni più controverse emerse all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina.

Il report pubblicato da Gabbard, che rimarrà in carica fino al 30 giugno, parla di “nuove prove del finanziamento di lunga data da parte del governo Usa a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 paesi”. Tra questi, recita il comunicato pubblicato sul sito dell’agenzia, “figurano laboratori in Ucraina, che potrebbero essere a rischio di compromissione a causa della guerra in corso”. In particolare, la Dni aveva avvertito che “un laboratorio finanziato che ospitava probabilmente agenti patogeni pericolosi ed era vulnerabile alle minacce di attacchi o danni da parte della Russia”.

Per capire la questione occorre conoscere il contesto. Nella prima pagina del documento, costellato da una lunga serie di omissis e da alcuni errori nella localizzazione delle città ucraine, si parla di “CTR Supported Labs in Ukraine“. Il riferimento è ai laboratori sostenuti dal programma “Cooperative Threat Reduction” lanciato da Washington dopo il crollo dell’Urss per mettere in sicurezza materiali e infrastrutture legate agli arsenali nucleari, chimici e biologici delle ex repubbliche sovietiche. Negli anni ’90, dopo la caduta del regime, gli americani decisero di non smantellare i laboratori ma di modernizzarli, custodire i patogeni in base a standard di sicurezza più elevati e convertire la ricerca da finalità militari a civili. Finanziato dal Pentagono e gestito dalla Defense Threat Reduction Agency, il programma ha sostenuto per decenni la ristrutturazione di questi centri. Ora il dossier pubblicato da Gabbard fornisce nuovi dettagli sul programma.

Secondo il report a svolgere un ruolo centrale nella realizzazione di diversi laboratori è stata Black & Veatch, società statunitense indicata come “integrating contractor” dei progetti. Tra le strutture citate figurano il Kherson Diagnostic Laboratory, costato 1,7 milioni di dollari e realizzato con il supporto delle aziende ucraine Techno Project e Macrochem, e l’Institute of Veterinary Medicine dell’Accademia nazionale delle scienze agrarie, per il quale sono stati investiti oltre 2,1 milioni di dollari con il coinvolgimento di Project Technichniy Center e Mediamax.

Black & Veatch compare anche come principale contraente del Central Reference Laboratory presso lo Ukrainian Research Antiplague Institute di Odessa, il progetto più costoso tra quelli elencati, con una spesa di quasi 3,5 milioni di dollari, e dello Zakarpatska Diagnostic Laboratory, finanziato con circa 1,9 milioni di dollari. In tutti i casi la società americana viene descritta come il soggetto incaricato di coordinare progettazione, costruzione ed equipaggiamento delle strutture attraverso una rete di subappaltatori.

Nel rapporto della Dni non viene mai nominata, ma Black & Veatch ha lavorato con la società Metabiota, che in passato avrebbe ricevuto investimenti per 500mila dollari da Rosemont Seneca Technology Partners, un fondo di investimento tra i cui fondatori figura Hunter Biden, figlio dell’ex presidente Joe Biden. La notizia era emersa il 24 marzo 2022, un mese dopo l’invasione dell’Ucraina, quando Igor Kirillov, capo delle forze di difesa da radiazioni, chimica e biologico dell’esercito russo, aveva dichiarato che “il fondo Rosemont Seneca di Hunter Biden ha finanziato il programma militare biologico del Pentagono in Ucraina”. “Allo stesso tempo – aveva aggiunto il funzionario, ucciso il 17 dicembre 2024 a Mosca in un attentato -, esiste uno stretto legame tra la società e i principali appaltatori del Dipartimento della Difesa Usa, tra cui Metabiota, che, insieme a Black & Veach, è il principale fornitore di attrezzature per i laboratori biologici del Pentagono in tutto il mondo”.

Metabiota era effettivamente stata un subappaltatore di Black & Veatch e i media conservatori americani si erano scatenati contro il figlio dell’allora capo della Casa Bianca. Ora il report potrebbe diventare un’arma nelle mani di Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine. Sui laboratori ucraini, attacca Gabbard nel comunicato con cui ha diffuso il dossier, “i cosiddetti professionisti della salute come il dottor Fauci ed entità all’interno del team per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden hanno mentito al popolo americano“.

L'articolo Usa, declassificati i dossier sui laboratori biologici ucraini: la mappa dei fondi di Washington (e rispunta l’ombra di Biden jr) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Cuba, la “perestrojka” forzata di Díaz-Canel. L’ultimo tentativo di sopravvivere all’offensiva di Trump

Aperture economiche a Cuba. Porte spalancate ai “nuovi attori”, stranieri e privati, pronti all’assalto di alberghi e altri immobili. Meno barriere burocratiche e riduzione del numero dei ministeri, da ventisette a venti. L’apparato statale si prepara a una “ristrutturazione profonda”, annuncia il leader Miguel Díaz-Canel ai media statali – tra cui la testata del Partito comunista Granma – promettendo istituzioni “più dinamiche, con maggiore capacità di adattamento alle esigenze proprie dei tempi attuali”.

L’Avana abbandona i controlli ferrei sul mercato delle valute – un tempo fiore all’occhiello della propria sovranità monetaria – per agevolare investimenti e produttività. Si parla anche di “conti in valuta estera” nelle banche per l’Impresa statale socialista. Al via anche la concessione di terre, come anticipato da ilfattoquotidiano.it, per “coloro che davvero possano farla produrre”, affinché “diminuisca l’indice di terreni oziosi” nell’Isola. È quindi Perestrojka, “ristrutturazione” vera e propria, forzata dallo strangolamento Usa. “Ogni opportunità, in mezzo alla crisi, dev’essere colta al balzo, come un momento di partenza e di crescita”, ha sostenuto Díaz-Canel citando il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro. “Non possiamo prescindere dalla creatività che, insieme all’unità del nostro popolo e alla volontà, ci potrà far superare le sfide attuali”. L’orgoglio però resta. “Gli Stati Uniti non si perdonano che, a questo punto, con tutta la massima pressione esercitata, la rivoluzione esista ancora e il Paese funzioni lo stesso. Neppure loro credono al racconto dello Stato fallito, che tirano sempre fuori”, ha rivendicato Díaz-Canel.

Fonti de L’Avana riferiscono che la riforma rientra nei negoziati portati avanti dall’Isola con gli Stati Uniti e, al di là delle pressioni illegali della Casa Bianca, prevedono una serie di aperture economiche a Cuba, già richieste dai circuiti finanziari Usa. Tuttavia a Miami c’è scetticismo. “Credo siano cambiamenti minori. Ma il tempo lo dirà”, afferma Daniel Pedreira, professore di Scienze politiche all’Università internazionale della Florida. “È un annuncio inedito, certo, ma ogni volta che il governo cubano fa un’apertura – anche piccola, modesta, concedendo spazi ai cubani – segue un ripensamento, che fa tornare tutto indietro, generando perdite”. Altre fonti sostengono che, attraverso l’annuncio delle riforme, L’Avana potrebbe guadagnare tempo prezioso nella partita con gli Stati Uniti. Ma più che calcolo politica la scelta è dovuta alle urgenze economiche dell’Isola. In particolare dopo il fuggi fuggi delle catene alberghiere estere, soprattutto spagnole, allo scadere dell’ultimatum Usa del 5 giugno, e le sanzioni su Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, che gestisce almeno il 40% dei beni dell’Isola.

“Le conseguenze sono a portata di mano. Stiamo rimanendo sempre più soli. Ora tocca scommettere sull’aiuto di chi se n’è andato (gli esuli, ndr), visto perché il vuoto lasciato dalla crisi sembra incolmabile”, dice a ilfattoquotidiano.it Juana Santos, maestra, 46 anni, residente a Manabí. L’offensiva Usa però non si ferma. Ore prima dell’annuncio di Díaz-Canel Washington ha sanzionato la statale petrolifera Unión Cuba-Petróleo (Cupet), facendo saltare un accordo di 250mila barili di diesel che avrebbero dato ossigeno a chi vive nell’Isola. La stretta è stata voluta dal segretario di Stato Usa Marco Rubio che accusa L’Avana di usare “l’energia come arma” volta a “reprimere e nutrire la cleptocrazia del regime”. Nello stesso giro le autorità di Miami-Dade hanno revocato la licenza a VanguardEnergy, tra le tante aziende che operano nell’export di carburante nell’Isola, attraverso il porto di Matanzas e altre località. Certo, di recente L’Avana ha ricevuto cento tonnellate di aiuti umanitari dalla Colombia. Ma non basta. Sono troppe le vite in sospeso. Carilda Peña, viceministra cubana per la Sanità pubblica, parla di 100mila pazienti i cui interventi chirurgici sono bloccati da sanzioni illegali Usa. Tra questi si contano 5.152 pazienti oncologici. Altri 3mila sono in fila per l’emodialisi. “Non siamo a zero perché stiamo facendo sforzi ingenti”, dice la viceministra. “Ci colpiscono i blackout, la mancanza d’acqua e altri elementi importanti per garantire il funzionamento delle unità di emodialisi”, conclude. Aperture forzate di un Paese che sopravvive in assenza del diritto internazionale.

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Qual será o impacto da Copa do Mundo no governo Trump? Entenda

A Copa do Mundo de 2026, realizada nos Estados Unidos, México e Canadá, chega em um momento politicamente ambíguo para o presidente americano, Donald Trump.

O torneio, que teve início na última quinta-feira (11), tem colocado em evidência tanto as dificuldades econômicas enfrentadas pelos americanos quanto às tensões diplomáticas do governo com países africanos.

Durante participação no videocast Fora da Ordem, o analista de internacional da CNN Brasil, Lourival Sant’Anna, avaliou que o evento esportivo acaba funcionando como um espelho das contradições do atual momento político e econômico dos Estados Unidos.

Dificuldades econômicas em evidência

O que mais repercute internamente, de acordo com Lourival, são as dificuldades financeiras da população americana para acompanhar o torneio.

“As passagens aumentaram de preço e os hotéis não estão com a ocupação que esperavam”, afirmou o analista.

Ele destacou que a Copa acaba colocando em evidência os problemas econômicos que os americanos enfrentam, relativos ao alto custo de vida e ao choque de energia causado pelo fechamento do Estreito de Ormuz.

Caso do árbitro somali

Outro ponto de repercussão negativa para o governo americano foi o impedimento da entrada do árbitro somali Omar Artan nos Estados Unidos.

Celebrado em toda a África após ser selecionado para a equipe de arbitragem da Copa, Omar foi retido por cerca de 11 horas pelas autoridades americanas, que alegaram ter encontrado evidências de ligação dele com o Al-Shabaab, grupo terrorista ligado à Al-Qaeda na Somália. O árbitro negou qualquer vínculo com o grupo e declarou não conhecer ninguém ligado a ele.

Ao retornar à Somália, onde foi recebido pelo presidente do país, Omar fez declarações consideradas “muito suaves”, sem criticar diretamente os Estados Unidos.

“Ele tem 34 anos de idade e disse esperar ter oportunidade de um dia ser árbitro em uma outra Copa”, afirmou Lourival.

O analista ressaltou que casos semelhantes de impedimento de entrada também afetaram iraquianos, iranianos e outros profissionais de países africanos.

Desgaste com o continente africano

Para Lourival, o episódio reacende feridas antigas entre os africanos e Trump.

O analista citou declarações anteriores do presidente americano nas quais ele teria usado termos depreciativos para se referir ao continente africano e à comunidade somali nos Estados Unidos, além de ter pedido que deputadas de minorias — como Ilhan Omar, Rashida Tlaib, Alexandria Ocasio-Cortez e Presley — “voltassem para os países delas”, gerando o slogan “send them back” de seu primeiro mandato.

Segundo o analista, todas essas tensões favorecem a China, que já possui enorme projeção sobre o continente africano.

“As feridas se reabrem e isso favorece a China, a projeção e a disputa por influência que ela tem na África com os Estados Unidos e com o Ocidente, com a Europa de maneira geral”, concluiu.

Os textos gerados por inteligência artificial na CNN Brasil são feitos com base nos cortes de vídeos dos jornais de sua programação. Todas as informações são apuradas e checadas por jornalistas. O texto final também passa pela revisão da equipe de jornalismo da CNNClique aqui para saber mais.
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Trump, not Netanyahu, has the cards. he should play them

By Josh PAUL

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Upcoming Israeli elections give the U.S. president leverage he can use.

The U.S.-Israel relationship has never been less popular in America, but at the same time that support for Israel is cratering in American public opinion, Congress appears to be fast-tracking an effort to entrench the relationship and give Israel enduring access to both our most sensitive technologies and our most sensitive intelligence—in exchange for nothing more, it seems, than a thank you note from Israel’s Prime Minister Benjamin Netanyahu.

At the same time, the U.S. is at war, stuck in an unpopular and unnecessary conflict whose political and economic impacts create mounting and unanticipated obstacles for the Trump administration’s agenda. While this week Trump has seemed intent on escalating the conflict, he’s also shown a desire to end it—and a recognition of one major roadblock to peace. The president’s frustration at Netanyahu—who played a key role in convincing him to enter the conflict, and who can now act as a spoiler to prevent him from exiting it—has become evident in recent weeks.

Given the challenges posed by the Israeli leader, a common complaint on both the right and the left of American politics is that Israel exerts far too much power in U.S. politics. But a closer look at the facts demonstrates that Netanyahu is actually in an incredibly weak position—or would be, if the administration was willing to assess and deal with the entire U.S.-Israel portfolio holistically.

Trump’s interests are relatively clear: to extract the U.S. from the war in Iran, reduce Israel’s dependency on American military support, and get Israel to make real progress towards Palestinian self-determination in order to have a chance of getting the Abraham Accords back on track. As Trump’s apparent frustration with Netanyahu entered the headlines in recent weeks, the president seemed to understand the ways in which Israel’s prime minister undermines these interests.

Netanyahu’s own objectives are not shaped as much by geopolitics, or even national interest, as much as they are by the growing urgency of presenting himself as a winner in time for Israel’s elections this fall. To do this, he has to leverage U.S. military power to deliver something resembling a win in Iran (which seems less and less likely), do the same in Lebanon (now a quagmire), and demonstrate that despite the collapse of U.S. public support and the foreseeable end of U.S. grant military assistance, he has guaranteed a means of enduring Israeli influence in Washington that doubles as a financial boon for Israel’s tech sector and broader economy.

In short, his back is against the wall. By October, he may be out of a job. And by January, after the 120th Congress is seated, the odds of the U.S. enacting laws that entrench Israel in our defense and intelligence systems may drop precipitously.

Netanyahu, as is typical for him, is projecting strength, to the point of hubris (which is also typical for him). His advantage to this point has rested on keeping the two negotiations (Iran and framework legislation) separate. In the Iran context he can exercise significant leverage as a spoiler, and in the legislative context he can exercise significant leverage through Republican congressional endorsement of a plan for which he has publicly taken credit. For as long as these lanes stay apart, he would seem to have the advantage.

But as a businessman, Trump knows the value of writing his own script and re-framing the situation in a way that benefits his—and America’s—interests. In this context, the way to do that is by combining all three tracks in the U.S.-Israel relationship—Iran, Palestinian self-determination, and the future of security cooperation—into one.

There are signs he may already have recognized this. Although the White House pushed back on recent reporting from NBC and the New York Times regarding Israeli espionage against the United States, those stories may have been a shot across the bow following an incredibly contentious call between the two leaders. Or in other words: “Play nice on Iran, or the intelligence cooperation under consideration by Congress gets pulled.”

There’s no reason for the White House not to lean into this further. Netanyahu has not shown himself to be a helpful partner for the U.S.—indeed, from Gaza to Iran he has undermined U.S. regional and global influence and interests. There’s no reason to think a future Israeli government under his leadership would be any more compliant, particularly once laws are passed by the U.S. guaranteeing Israel lasting influence over U.S. national security equities. In short, while Israel may be able to punch above its weight when it comes to shaping U.S. diplomacy (and warfare) on Iran, in the bigger picture Netanyahu needs Trump far more than Trump needs Netanyahu.

The administration should leverage this opportunity by linking all three tracks together. Specifically, it should signal to Israel that continued progress on the pending U.S. legislation is premised on Israeli compliance with U.S. efforts to wind down the regional conflict and with U.S. efforts to drive forward a real diplomatic pathway for Palestinian self-determination. To demonstrate he holds the upper hand, Trump should also work with Republican leadership in Congress to slow-roll the current legislative vehicles so that Netanyahu cannot present them as a “sure thing” prior to Israel’s elections.

Such an approach would not only incentivize Netanyahu to work more constructively with the administration, but could also inform the policies and campaign strategies of Israel’s opposition leaders, resulting in a more compliant Israelis after the fall elections.

U.S. presidents have always had the upper hand, in theory, when it comes to dealing with Israel. They can suspend arms transfers or soften their diplomatic support for Israel, opening it up to both sanctions risk and legal peril through the ongoing proceedings at the International Court of Justice and International Criminal Court. Trump would be right to consider integrating these pressure points into his strategy as well, though he’s unlikely to take that path. But there’s a unique opportunity now between Netanyahu’s domestic political position as Israel enters election season, and Israel’s potential moment of crisis when it comes to transitioning U.S. security assistance into some form of enduring influence.

This is a winning hand for President Trump, should he choose to play it. There is no need to give away the game, as Congress now seems poised to do, just as the cards have been dealt. Trump can use Israel’s desperation for defense and intelligence integration as leverage to constrain Netanyahu on Iran. After Israel’s elections and the U.S. midterms, he will still have time to assess if the current legislative work to integrate Israel needs to proceed, or if further concessions are needed from Netanyahu or a new Israeli government, before signaling his assent to Congress.

Original article:  www.theamericanconservative.com

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