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Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro

L’atroce strage di Amendolara, nella quale sono stati bruciati vivi quattro lavoratori agricoli irregolari: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi, ci deve indurre ad una riflessione politica e ad una fermissima richiesta di azione da parte del governo. I quattro erano migranti costretti in una condizione di semi-schiavitù dai caporali loro connazionali, ma ancora di più da una normativa legale restrittiva e un controllo insufficiente da parte delle autorità. Si stima che in Italia siano impiegati nel settore agricolo oltre 200.000 lavoratori irregolari, migranti che non hanno un permesso di soggiorno e per questo sono sostanzialmente privi di diritti. Pare che il meccanismo sia questo: lo straniero arriva in Italia chiamato da una azienda che promette il lavoro, ma che poi non regolarizza il contratto. Il lavoratore senza diritti riceve una paga miserrima e un alloggio fatiscente e garantisce che arrivino nei nostri mercati prodotti agricoli “economici”. Se il lavoratore venisse regolarizzato, i prodotti costerebbero un po’ di più; non molto di più, perché il salario del lavoratore rappresenta soltanto una parte del costo finale del prodotto.

La soluzione del problema è ovvia: regolarizzare i lavoratori e sorvegliare i datori di lavoro per costringerli a contrattualizzare il rapporto lavorativo; reprimere il fenomeno del caporalato. Un grave ostacolo è costituito da un’opinione pubblica che in larga misura è avversa alla regolarizzazione dei migranti: li vorrebbe “remigrare”. Alle considerazioni etiche e giuridiche, che dovrebbero avere un peso preponderante, è necessario aggiungere qualche considerazione di economia spicciola. I lavoratori migranti ci servono: se li “remigrassimo” tutti la manodopera agricola sarebbe insufficiente; parte dei prodotti agricoli rimarrebbero sui campi e il loro prezzo sul mercato aumenterebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, molto di più di quanto aumenterebbe regolarizzando i lavoratori. Di fatto, a prescindere dall’aumento dei prezzi, si verificherebbe una vera e propria carenza di questi prodotti.

Assodato che di questi lavoratori abbiamo bisogno, esiste un secondo motivo puramente egoistico per regolarizzare la loro posizione: un lavoratore irregolare, marginalizzato dalla società in cui vive, crea un rischio sociale. Ad esempio, non avendo diritto all’assistenza sanitaria potrebbe non curare una malattia contagiosa e impedirne il tracciamento. L’esperienza del Covid, funestata da vari errori di gestione, è stata risolta grazie alla vaccinazione della grande maggioranza della popolazione, a sua volta resa possibile dal fatto che i cittadini sono noti al Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza di gruppi di persone ignote al Servizio Sanitario Nazionale che non vengono vaccinate comporta un rischio per tutti.

In ultima analisi: il rifiuto dei migranti, le promesse di “remigrazione”, e le altre simili baggianate che costituiscono un’arma propagandistica delle destre più retrive non possono funzionare e non possono essere tradotte in reali azioni politiche, tanto più in un paese che invecchia, nel quale i lavoratori di origine italiana diminuiscono in proporzione al totale della popolazione, e risultano insufficienti a coprire il fabbisogno di lavoro anche per le necessità più impellenti, come la produzione agricola. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere e integrare i lavoratori migranti, accettando che questo ha un costo; perché qualsiasi altra soluzione costa molto di più in termini economici e sociali. Inoltre, tollerando la situazione attuale si va incontro ad un costo sociale ancora più gravoso: l’imbarbarimento di un paese nel quale bruciare vivi quattro esseri umani, già privati di qualunque diritto, diventa un qualunque fatto di cronaca dimenticabile nello spazio di un paio di giorni.

Pagare le zucchine qualche decina di centesimi in più è un prezzo accettabile per mantenere la nostra civilizzazione.

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I mezzi pesanti visti al Circo Massimo? Come non si dovrebbe utilizzare un monumento

Le immagini dei mezzi pesanti parcheggiati all’interno del Circo Massimo, a Roma, hanno fatto il giro del web. Immagini diffuse dai residenti delle aree circostanti e finite su Adnkronos. Ma lo spettacolo goduto anche dai tanti romani di passaggio, come dai molti turisti che visitano la Città.

(Adnkronos) – A pochi giorni dal concerto di Cesare Cremonini al Circo Massimo, esplode la protesta dei residenti dell’Aventino. I comitati di quartiere denunciano che l’area storica è stata trasformata in un maxi parcheggio per tir, des #Cronaca #TopNewhttps://t.co/k4ttpXx0FP

— Notiziaok (@notiziaok) June 3, 2026

E’ in preparazione il concerto del 6 e del 7 giugno di Cremonini. Ma in realtà, accade frequentemente che il Circo Massimo venga trasformato. Anzi, stravolto. Per concerti, appunto. Come quelli che terranno a luglio Riccardo Cocciante, Edoardo Bennato, Patti Smith e poi a settembre Jovanotti e Mobrici. Ma anche lirica e danza, cinema e spettacoli-lezioni. Perfino l’equitazione, grazie al Longines Global Champions Tour, il circuito internazionale di salto a ostacoli soprannominato la “Formula 1 dell’equitazione”. Un villaggio globale per la prevenzione, nell’ambito della Race for the Cure, la più grande maratona al mondo per la lotta ai tumori del seno. Con l’aggiunta di kermesse politiche.

Da un paio di anni si è provveduto a stabilizzare il fondo dell’invaso, così da renderlo pianeggiante e non più soggetto a piccoli allagamenti, in alcune porzioni. Una scelta motivata dagli eventi che vi si svolgono. Esclusivamente dalla possibilità che le strutture mobili che di volta in volta sono necessarie, possano realizzarsi con minori difficoltà. In compenso passeggiarvi è sempre possibile, ma forse un po’ meno suggestivo. Invece è ormai impossibile tirare due calci al pallone. Magari organizzare una partitella tra amici. Con lo stabilizzante è più che evidente che risulti impossibile.

Il Circo Massimo rappresenta un luogo di cultura, evidentemente. Per decenni utilizzato dai romani. Tutti, indistintamente. A differenza di quel che accade da anni. Ed è un peccato. Oltre che una discutibile sottrazione. Alla città, prima di tutto. Senza contare la questione della discutibile scelta di utilizzare un monumento, come si trattasse di una fiera. Di fare di una struttura antica uno spazio per tutte le occasioni. Non è snobismo archeologico. E neppure eliteratismo culturale. Piuttosto l’osservazione di politiche culturali dettate troppo spesso dal profitto. Piuttosto la consapevolezza che a dispetto di sindaci e sovraintendenti, ministri della Cultura e Presidenti del consiglio, sia diventata opinione comune che i Beni culturali siano petrolio. Da consumare. Anzi da s(vendere). A Roma, come in qualsiasi angolo d’Italia.

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Facciamoci due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno dal Pd viene quasi tutta da destra

di Serena Poli

Le vette di comicità involontaria che ci stanno regalando stampa e commentatori per l’uscita di Pina Picierno dal Pd riconciliano con il mondo. Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da lutto nazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità, se ne va per non rinunciare ai propri valori. Il Foglio (quotidiano che le dedica tre pagine di intervista) titola Picierno contesa dopo l’addio al PD. Contesa, certo, da chi spera di imbarcare un portatore sano di voti: vedremo cosa resterà tolto il simbolo del partito.

L’unica costante di questa vicenda è la disperazione degli ambidestri: quelli di destra che scrivono da sinistra e viceversa. Si disperano i fuoriusciti della prima ora, piangono i commentatori della sedicente area riformista. Tutti percossi e attoniti, insomma, tranne gli elettori del Pd che hanno tirato un sospiro di sollievo, salvo quelle due o tre paia di anime democristiane rimaste. E facciamocele due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno viene quasi tutta da destra.

Ma questa vicenda non è un fatto solamente politico: è antropologico. È il fallimento, passatemi il nome e lasciatemi divertire, dello “Schema Porchetta”. Ricordiamo tutti l’eroe contemporaneo che, qualche giorno fa, si è presentato alla festa islamica a Roma con un panino alla porchetta. Il piano era perfetto, nella sua miseria: provocare, scatenare una reazione rabbiosa e poi correre a denunciare l’avanzata dell’estremismo islamico. Risultato? È stato ignorato, spernacchiato e, a festa conclusa, i poveri resti del panino sono stati rinvenuti, con tanto di incarto, a terra dietro un cespuglio.

Pina Picierno si è mossa lungo questo medesimo binario. È andata in ogni modo contro la segreteria del partito, ha fatto propaganda per il sì al Referendum dai microfoni di Atreju per poi fare la vittima quando gli elettori Pd la attaccavano sui social. Ogni giorno esche e provocazioni allo scopo di essere accompagnata alla porta, per potersi rivendere come martire della libertà d’opinione in un Pd trasformato in un covo di bolscevichi. Un piano perfetto, se non fosse che nel quadro italiano cercare la “sinistra” è un’operazione da lente d’ingrandimento.

Abbiamo al governo una destra reazionaria, illiberale e revanscista fino alle viscere, abbiamo la seconda carica dello Stato che la sera a casa spolvera amorevolmente il busto di Mussolini, ma il vero allarme democratico, per Picierno e amici, resta chi prova a spostare il baricentro un millimetro a sinistra.

Di fronte a questo capolavoro del ridicolo, Elly Schlein non ha mai risposto, non ha raccolto l’esca. E la Picierno, con il mandato europeo agli sgoccioli, si è vista costretta ad andarsene da sola, col tempismo perfetto di chi spaccia un riposizionamento salva-poltrona per un coraggioso e drammatico sacrificio in nome degli ideali.

È la triste parabola che tutti i teorici dello “Schema Porchetta” dovrebbero incontrare: finire a battere i piedi da soli perché nessuno se li fila. Anche perché diciamolo: questa della provocazione ormai non è un’eccezione, ma una strategia che sempre più personaggi in cerca d’autore utilizzano per trovare un briciolo di visibilità.

Il meccanismo è ben congegnato: cerco l’incidente per alimentare la narrazione che mi serve. E quelle sbiadite spennellate di vittimismo sono funzionali in ogni caso, perché costoro troveranno sempre certa stampa compiacente disposta a seguirli, non perché sia boccalona, ma perché ancora più in malafede di loro.

Ora attendiamo con struggente impazienza che lo stesso spirito di ‘sacrificio’ illumini anche gli altri scontenti del Pd: un bel treno della dignità verso il centro, così da lasciare finalmente quel che resta della ‘sinistra’ a chi, magari, vorrebbe davvero la sinistra. Nell’attesa suggerisco di conservare l’immagine della porchetta abbandonata e di trattare le provocazioni che verranno come è stato trattato quel panino: raccolto solo per essere buttato nel cestino dell’oblio.

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Maccio Capatonda vs He-Man: escono al cinema ‘Smart Working’ e ‘Masters of the Universe’

Opera seconda di Svevo Moltrasio, questo Smart Working affila tante battute facili che raccontano il nuovo fenomeno lavorativo globale dal punto di vista di una piccola comunità di colleghi esuli dall’ufficio. Siamo a Torino e il personaggio, serio questa volta, di Maccio Capatonda è un impiegato ligio e preciso, amorevole con la moglie incinta Sara Lazzaro e paziente col figlioletto che in estate lo guarda spesso lavorare al pc in casa.

La bolla inizia a ingrandirsi quando proprio il collega Moltrasio più un altro, il delizioso commediante senatore Maurizio Nichetti, s’installeranno a casa del nostro per lavorare insieme alla faccia dello smart working. La commedia si gonfia con il classico meccanismo dello slowburn, dove tutto per i personaggi andrà sempre peggio fino alla fine. Scoppierà?

Capatonda non comico ma spalla funziona bene dal punto di vista cinematografico, ma al suo pubblico basterà? Moltrasio, autore della commedia e collega coattone nel cast, una ne pensa e cento ne fa. Un po’ greve in vari momenti il suo smart worker bullo e incapace con le donne, infarcisce tutto con battute da cinepanettone d’annata sì, ma narrativamente si rende funzionale a questo tutto così grottesco. Non è un grande film ma se la cava. Osservando i personaggi e la piega surreale che si prenderà ad un certo punto, è pure difficile non pensare a certe commedie francesi di follia e non-sense, dove l’umorismo passa per vie ben diverse da quelle nostre.

Però il film non è un remake, ma un’opera originalissima in sala dal 4 giugno. Chissà invece se i francesi se ne accorgeranno un giorno, rifacendolo magari un per il loro mercato. Anche i remake successivi al film, in fondo, sono una vittoria artistica e di botteghino.

Forse ci avrà giocato pure Maccio con i Masters negli anni Ottanta. Diventò comunque famoso in questo millennio con un cappuccio di saio in testa, nel video YouTube su Padre Maronno. Indossa un cappuccio simile, ma viola, Skeletor, iconico villain in Masters of the Universe. Ed è interpretato da un Jared Leto totalmente irriconoscibile, foderato da un fisicaccio blu posticcio e da una faccia a teschio tutta digitale. Il Premio Oscar interpreta a perfezione il potere distruttivo quanto certe improvvise frivolezze dello storico cattivissimo.

Quarant’anni fa il cartone animato era stato creato per vendere gli omonimi giocattoli Mattel, oggi però quanto potrebbero contare quei pupazzetti, seppur nuovi nei giochi dei bambini, infinitamente più digitalizzati di quelli che ne decretarono il successo? Ci sono anche orde di videogame e social a ostacolarne oggi il cammino verso un posto d’onore negli immaginari dei nati nel 2020 o poco prima.

Eh sì, io ad esempio conobbi e frequentai i Masters dalla prima alla quinta elementare, e come me milioni di ragazzini nel mondo. Nel marketing il binomio tv-giocattoli non aveva ostacoli mediatici né concorrenti particolari, a parte i fratelli coltelli Guerre Stellari. In quegli anni non li si chiamava ancora Star Wars. Ed erano entrambe collezioni infinite di giocattoli affiancate a cartoni e film iconici.

Alcuni gridano già al flop da prima dell’uscita di questo film pacioccone e costosissimo, 200 milioni di dollari, cifra che non sarà facile moltiplicare. Ma Travis Knight, che di miracoli già fece il suo Bumblebee (seppur spin-off il migliore della saga Transformers), e soprattutto Kubo e la Spada Magica (capolavoro d’animazione), stavolta si cimenta in un campo nuovo dove demascolinizza i muscolosi eroi originali calcando il trend dell’epoca.

La serie d’animazione Masters era popolata di soggetti rudi e palestratissimi con alcuni innesti queer, dal caschetto in rosa del Principe Adam alla codardia della tigre Cringer, nome che oggi risuona in modo del tutto diverso rispetto a prima. A parte He-Man e Skeletor, tutti gli altri hanno fisici non da culturisti, ma da rudi scaricatori.

Riproponendo la linea comica, Knight osa molto di più di Gunn nei Guardiani della Galassia. Ma a parte il confronto, questa vena di commedia nell’adventure cappa e spada magica, anzi del potere, non sempre convince. C’è pure un simpatico e inossidabile Dolph Lungren, primo fallimentare He-Man al cinema del 1987, in un cameo con il nuovo Adam Nicholas Galitzine.

Quindi sarà un successo? Per ora un grande boh, è uscito il 4 giugno e in Italia è al quarto posto, subito dopo Backrooms, ma val la pena di divertirsi con molta leggerezza ricordando i vecchi tempi con questa nuova giostra coloratissima e un po’ kitsch che farà sorridere tanti quarantenni e cinquantenni pensando alla fantasia che quei giocattoli sprigionavano nel tardo Novecento. #PEACE

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Chi ha votato per il nucleare in Parlamento sa poco o nulla di energia

In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.

L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.

Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.

A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.

Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.

Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.

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Per me il caso Minetti ha evidenziato la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gli altri giornali

di Angelo Palazzolo

La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.

No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.

Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.

In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.

Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.

Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.

Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!

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Grazia a Minetti: perché la legge lascia discrezionalità?

di Roberto Celante

Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.

Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.

Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.

Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.

Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.

E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.

Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).

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Far pagare i magistrati di tasca propria? L’ennesima riforma da talk show che non risolverà nulla

Dopo l’archiviazione da parte del gip del Tribunale di Firenze, su conforme richiesta della Procura, del procedimento in cui si indagava sui rapporti tra il fondatore di Forza Itala e Marcello Dell’Utri con Cosa nostra, si torna ad agitare lo spettro della responsabilità civile dei magistrati, quella diretta. Colpisce che a farlo sia Marina Berlusconi in relazione ad una vicenda nella quale l’esito giudiziario è stato favorevole al padre, per cui in questo caso si potrebbe sostenere, a ragione, che il sistema stavolta ha funzionato, anche a tutela delle persone indagate. La proposta, però, viene da lontano ed è stata portata nei giorni scorsi all’attenzione anche del ministro Nordio, che però si sarebbe dimostrato in disaccordo.

Evidentemente ogni governo ha il suo nemico preferito. Negli anni Novanta erano i “lacci e lacciuoli”. Poi sono arrivati i fannulloni pubblici. Oggi, di nuovo, tocca ai magistrati, il bersaglio prediletto.

La ricetta proposta è molto semplice: basta responsabilità indiretta dello Stato, siano i giudici e i pubblici ministeri a pagare personalmente per gli errori giudiziari. Uno slogan potente. Peccato che sia soprattutto propaganda.

Da oltre trent’anni la politica promette di “riformare la giustizia”. Nel frattempo si sono succeduti governi di ogni colore, commissioni, riforme epocali annunciate e quasi sempre dimenticate. Dalla legge Vassalli del 1988 alla riforma Renzi-Orlando del 2015, fino agli interventi della Cartabia ed alle attuali modifiche costituzionali sulla separazione delle carriere. Eppure i problemi reali sono sempre gli stessi: processi infiniti, carenza di personale, uffici al collasso, arretrati mostruosi. È di giovedì la notizia della pendenza di ben 1300 richieste di misure cautelari inoltrate dai pm della Procura di Napoli, che però i giudici del Tribunale non riescono ad evadere.

Tuttavia, invece di affrontare questi nodi strutturali si preferisce agitare il fantasma del magistrato irresponsabile.

È una vecchia storia. Quando la politica non riesce a rendere più efficiente la macchina della giustizia, cerca consenso individuando un colpevole. E quale bersaglio migliore di una categoria che, per definizione, deve prendere decisioni impopolari? Il punto è che la responsabilità civile diretta non colpisce il magistrato negligente. Colpisce il magistrato indipendente. Un giudice deve poter decidere nei confronti di un amministratore pubblico, di un potente gruppo economico o di un’organizzazione criminale senza avere il timore che ogni decisione sgradita si trasformi in una causa milionaria contro il suo patrimonio personale.

Chi immagina che questa riforma aumenti la qualità delle decisioni probabilmente non ha capito come funziona l’istituzione giudiziaria. Accadrebbe l’esatto contrario. Nascerebbe una magistratura difensiva, paralizzata dalla paura. Non il giudice che applica la legge, ma il giudice che si chiede come evitare guai a sé stesso.

Del resto la stessa politica che oggi invoca il pugno duro contro i magistrati è spesso la stessa che per decenni ha lasciato gli uffici giudiziari senza personale amministrativo, con sistemi informatici inadeguati ed organici insufficienti. Secondo la narrazione dominante, i ritardi della giustizia dipenderebbero da giudici pigri e irresponsabili. Una favola comoda. La realtà racconta altro: migliaia di procedimenti pendenti per magistrato, cancellieri mancanti, scoperture di organico croniche e una produzione legislativa caotica, che cambia continuamente le regole del gioco.

Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato decine di modifiche ai codici, spesso contraddittorie tra loro. Ogni maggioranza promette semplificazione e produce nuove complessità. Poi, quando il sistema si inceppa, la colpa si riversa sui magistrati.

Naturalmente gli errori esistono, anche gravi. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma il rimedio non è trasformare il magistrato in un professionista sotto ricatto economico permanente. La domanda da porsi è diversa: perché le procedure disciplinari sono così lente? Perché le valutazioni di professionalità sono spesso percepite come meri adempimenti burocratici? Perché gli uffici che funzionano male continuano a funzionare male per anni senza interventi organizzativi efficaci?

Se davvero si vogliono ridurre errori ed inefficienze, le strade da intraprendere dovrebbero essere altre. Ad esempio: valutazioni professionali rigorose e trasparenti, fondate sulla qualità delle decisioni e sulla capacità organizzativa; ispezioni più frequenti negli uffici con criticità croniche e pubblicazione dei risultati; investimenti massicci in personale amministrativo e digitalizzazione funzionante; formazione continua obbligatoria su nuove normative, tecnologie e gestione dei procedimenti complessi; procedure disciplinari rapide.

Tutto questo richiede risorse, programmazione e volontà politica. Molto più difficile che scrivere una norma punitiva da esibire nei talk show.

La verità è che la responsabilità civile diretta dei magistrati non è una riforma della giustizia, ma una riforma della comunicazione politica. Serve a soddisfare un sentimento di rivalsa, non a migliorare il funzionamento dei tribunali. Da trent’anni ogni governo promette la svolta definitiva. Da trent’anni si cambia il bersaglio ma non si affrontano le cause. Una riforma della responsabilità civile non farebbe altro che aggravare lo stato comatoso della giustizia, rendendola ancora più lenta ed inefficiente, con cittadini meno tutelati e magistrati più pavidi nei confronti dei potenti, ma anche più ricattabili.

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Sui casi Erri De Luca e Francesco De Gregori: attenzione a non ridurre la controversia a una caricatura

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

Correzione. Qualche giorno fa, commentando le critiche rivolte a Erri De Luca e a Francesco De Gregori per certe loro affermazioni sbalorditive (De Luca: “Sono sionista. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere è già sionista. So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota”. De Gregori: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan”), abbiamo definito quelle critiche come una “caccia alle streghe”.

Così facendo, però, abbiamo ridotto la controversia a una caricatura. Infatti non erano in discussione il diritto di De Luca di definirsi sionista o di negare che a Gaza sia in corso un genocidio; né il diritto di De Gregori a fare il pesce in barile, diversamente da Springsteen, Roger Waters ed Eric Clapton; si contestavano il contenuto delle loro posizioni e il loro significato politico. Trasformare una critica in un tentativo di censura sposta il dibattito dal merito alla libertà di espressione. Le due questioni non coincidono.

Abbiamo poi affermato che sono i governi ad avere l’obbligo di schierarsi. Anche qui abbiamo confuso i piani: il punto non è l’obbligo giuridico degli artisti, ma l’eventuale obbligo morale e civile di chiunque, quindi anche di un artista, di prendere posizione contro crimini di guerra.

Abbiamo inoltre sostenuto che gli artisti non dovrebbero essere giudicati per le loro idee. Ma allora non avrebbe senso elogiarli per il coraggio civile, l’antifascismo, l’impegno contro il razzismo o a favore dei diritti umani. E giudicare non è censurare. Se un artista afferma qualcosa in pubblico, gli altri hanno il diritto di considerare la sua affermazione intelligente o sciocca, coraggiosa od opportunistica, condivisibile o moralmente riprovevole. Pretendere che le idee di un artista siano immuni dal giudizio significa attribuirgli un privilegio che nessun altro cittadino ha.

Infine, l’assunto secondo cui “è sionista chiunque si batta per due popoli, due Stati”, un argomento di De Luca che abbiamo fatto nostro, è storicamente falso. Per decenni sono esistiti sionisti contrari allo Stato palestinese e favorevoli all’annessione integrale dei territori; ancora oggi esistono correnti sioniste che rifiutano la soluzione dei due Stati. Al tempo stesso, molti sostenitori dei due Stati non si definiscono affatto sionisti. Le due posizioni non coincidono.

Anche la nostra ridefinizione di sionismo (“movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi”) era una semplificazione eccessiva. Il sionismo è sempre stato un insieme eterogeneo di correnti: binazionali, socialiste, religiose, territorialiste e anche apertamente colonialiste. Ridurlo a un’etichetta umanitaria e pacifista significa rimuovere il nodo storico centrale: la Palestina non era una terra vuota, ma un territorio abitato prevalentemente da arabi.

Una definizione adeguata dovrebbe considerare sia le aspirazioni nazionali ebraiche sia le conseguenze della loro realizzazione sulla popolazione residente. Abbiamo cioè dimenticato le questioni che hanno reso controverso il termine sionista nel corso della storia.

Inoltre, dal fatto che il sionismo rivendicasse uno Stato ebraico non segue affatto che la risoluzione 181 dell’Onu fosse, in quanto tale, “sionista”, come abbiamo sostenuto. La risoluzione del 1947 rappresentò un compromesso diplomatico elaborato da un organismo internazionale per affrontare un conflitto tra due nazionalismi. Fu sostenuta dai dirigenti sionisti dell’epoca, ma anche da governi e diplomatici che non erano affatto sionisti. Chiamarla “sionista” significa confondere il sostegno a una specifica soluzione politica con l’adesione a un’ideologia.

Avremmo dovuto precisare che si può sostenere la soluzione “due popoli, due Stati” senza essere sionisti; e che molti, pur desiderando la pace, la considerano impraticabile e/o ingiusta. In sostanza, abbiamo ridefinito il sionismo in modo selettivo e benevolo, e poi, con un “quindi” non giustificato né dai fatti storici né dalla logica, abbiamo esteso l’etichetta di “sionista” a posizioni molto più ampie.

Per tutti questi motivi la chiusa a effetto (“chi sostiene due Stati è sionista, anche se non lo sa”) è una forzatura che avremmo dovuto risparmiarvi. Ci scusiamo per ogni confusione causata dai nostri errori.

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Rheinmetall, la Germania sfida gli Usa sulla produzione di munizioni: ora punta ad assorbire i lavoratori dell’automotive

di Giacomo Gabellini

Recentemente, l’amministratore delegato del colosso tedesco della difesa Rheinmetall Armin Papperger ha dichiarato che la produzione tedesca di un certo tipo di munizioni ha superato quella statunitense.
Inondata di ordinativi pubblici a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, Rheinmetall ha costantemente espanso la propria capacità produttiva costruendo nuovi impianti e dotandosi di macchinari di ultima generazione.

Come risultato, la produzione annua proiettili di artiglieria da 155 mm è aumentata da 70.000 a 1,1 milioni di unità; quella di munizioni per veicoli corazzati, da 800.000 a 4 milioni di unità; quella di camion militari, da 600 a 4.500 unità.

Allo stato attuale, gli Stati Uniti fabbricano circa 500.000 proiettili d’artiglieria da 155 mm all’anno.
All’aumento della produzione è naturalmente coincisa una crescita proporzionale della forza lavoro. Nel 2025 Rheinmetall ha ricevuto 350.000 candidature, di cui 250.000 provenienti dalla Germania, un cambiamento significativo per un settore che, come riconosciuto da Papperger, in passato faticava ad attrarre candidati.

L’azienda impiega attualmente 44.000 persone e prevede di raggiungere quota 70.000 entro il 2030, con un potenziale aumento di 210.000 dipendenti nelle sue filiere produttive.

Al centro di questa impennata produttiva c’è lo stabilimento di Unterlüß, nella Bassa Sassonia, inaugurato nell’agosto 2025 e progettato per produrre a pieno regime fino a 350.000 proiettili di artiglieria all’anno, affermandosi così come uno dei più grandi impianti di munizioni in Europa. Rheinmetall ha inoltre aperto nuovi stabilimenti in Ungheria, Romania, Lituania e Ucraina e ha acquisito il produttore spagnolo Expal Munitions nell’ambito di un’aggressiva campagna di espansione continentale.

Papperger ha affermato di non intravedere un rallentamento della forte crescita delle vendite e degli ordini prima del 2034, con l’azienda che prevede un fatturato di 14-15 miliardi di euro nel 2026 (+40% circa) nonostante l’attuale depressione del suo corso azionario.

L’espansione di Rheinmetall presenta profonde conseguenze per l’economia industriale tedesca nel suo complesso. Papperger ha previsto che la produzione per la difesa potrebbe sostituire circa un terzo dei posti di lavoro nell’industria automobilistica tedesca, che per temperare l’impatto della crisi sta gettando le basi per una conversione alla produzione bellica. Il caso paradigmatico è indubbiamente quello di Volkswagen, in trattative avanzate con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per la definizione di un accordo che sposterebbe la produzione in una delle fabbriche tedesche da automobili a difesa missilistica. Le due aziende prevedono di convertire l’impianto di Osnabrück, che impiega 2.300 lavoratori a rischio licenziamento, per fabbricare componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome da rivendere eventualmente anche ai Paesi europei.

Del resto, l’azienda produce già camion militari, nell’ambito di una joint-venture tra la controllata Man e Rheinmetall. Il progetto, ha confidato al Financial Times una fonte interna a Volkswagen, richiederebbe investimenti minimi, e contempla l’integrazione della collaudata tecnologia di difesa israeliana alla produzione tedesca.

La partnership con Rafael rappresenterebbe per Volkswagen il ritorno in grande stile nel settore degli armamenti, in cui era entrata durante la Seconda Guerra Mondiale fabbricando veicoli militari e la bomba volante V-1 per conto della Wehrmacht.

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Paul Celan, il tedesco come scelta poetica (Traduzione di Gino Chiellino)

Le poesie qui tradotte sono tratte dalla raccolta Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria) del 1952, pubblicata a seguito della partecipazione di Paul Celan (Černivci 1920 – Parigi 1970) a un incontro del Gruppo 47. Il gruppo era composto di scrittori di lingua tedesca che intendevano riumanizzare la loro letteratura dopo gli scempi perpetrati dal nazismo. Paul Celan era stato invitato a leggere dalle sue poesie su insistenza di Ingeborg Bachmann.

Le reazioni scomposte dei presenti al suo modo di recitare testi così lontani da quelli dei presenti hanno fatto discutere per anni. Da parte mia, ritornando alla sua prima raccolta, sono del parere che l’incomprensione era inevitabile. Lo era a causa della diversità così marcata tra il progetto estetico di un gruppo culturalmente omogeneo e la poesia di uno scrittore di per sé interculturale qual era Paul Celan.

Di madrelingua tedesca, di appartenenza alla diaspora ebraica, ma cresciuto nel contesto culturale rumeno della Bucovina, e quindi di una lingua neolatina, Paul Celan fisserà il centro della sua esistenza a Parigi (1948), dove continuerà a scrivere poesia e solo in tedesco, per diventare uno dei poeti più determinanti della letteratura in lingua tedesca del Novecento.

G. C.

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

*

Corona

Nel palmo della mia mano l’autunno consuma docile le foglie: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci per farlo andare:
il tempo rientra nel guscio.

Allo specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca è veritiera.

L’occhio mi cade sul sesso dell’amata:
ci scrutiamo,
ci diciamo cose oscure,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino in conchiglie,
come il mare nel raggio di sangue della luna.

Stiamo avvinghiati nella finestra, ci osservano dalla strada:
è tempo, che si sappia!
È tempo che la pietra fiorisca,
che l’inquietudine colpisca un cuore.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

***

Ich hörte sagen

Ich hörte sagen, es sei
im Wasser ein Stein und ein Kreis
und über dem Wasser ein Wort,
das den Kreis und den Stein legt.

Ich sah meine Pappel hinabgehn zum Wasser,
ich sah, wie ihr Arm hinuntergriff in die Tiefe,
ich sah ihre Wurzeln gen Himmel um Nacht flehn.

Ich eilt ihr nicht nach,
ich las nur vom Boden auf jene Krume,
die deines Augen Gestalt hat und Adel,
ich nahm dir die Kette der Sprüche vom Hals
und säumte mit ihr den Tisch, wo die Krume nun lag.

Und sah meine Pappel nicht mehr.

*

Sentii dire

Sentii dire che nell’acqua
c’era una pietra e un cerchio,
e sopra l’acqua una parola
a posare il cerchio e la pietra.

Vidi il mio pioppo chinarsi verso l’acqua,
vidi il suo braccio calarsi in profondità,
vidi le sue radici verso il cielo a implorare notte.

Non gli corsi dietro,
presi da terra soltanto quella briciola,
che ha la forma del tuo occhio e la nobiltà,
ti sfilai la collana di sentenze dal collo
e ne incorniciai il tavolo, dove ora giaceva la briciola.

E non vidi più il mio pioppo.

***

Lob der Ferne

Im Quell deiner Augen
leben die Garne der Fischer der Irrsee.
Im Quell deiner Augen
hält das Meer sein Versprechen.

Hier werf ich,
ein Herz, das geweilt unter Menschen,
die Kleider von mir und den Glanz eines Schwures:

Schwärzer im Schwarz, bin ich nackter.
Abtrünnig erst bin ich treu.
Ich bin du, wenn ich ich bin.

Im Quell deiner Augen
treib ich und träume von Raub.

Ein Garn fing ein Garn ein:
wir scheiden umschlungen.

Im Quell deiner Augen
erwürgt ein Gehenkter den Strang.

*

Elogio della lontananza

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono i lacci dei pescatori dell’Irrsee.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la promessa.

Qui getto via,
un cuore, vissuto tra gli uomini,
i vestiti e lo splendore di un giuramento:

più nero nel nero, sono più nudo.
Da traditore sono fedele.
Io sono te quando sono io.

Nella sorgente dei tuoi occhi
compio e sogno una rapina.

Un laccio catturò un laccio:
ci separiamo avvinghiati.

Nella fonte dei tuoi occhi
un impiccato strangola il laccio.

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La richiesta di una nuova stazione alta velocità sulla linea Brescia-Verona è la certificazione di un errore progettuale

È sconcertante assistere al dibattito che si è aperto in queste settimane sulla presunta necessità di realizzare una nuova stazione dell’alta velocità sulla linea Brescia-Verona, a circa dieci chilometri dal lago di Garda. Una discussione che arriva con almeno trent’anni di ritardo e che rappresenta la certificazione di un errore progettuale e politico compiuto da chi ha pianificato, approvato e sostenuto quest’opera.

La TAV Brescia-Verona è infatti una delle infrastrutture ferroviarie più controverse e travagliate del Paese. Tra progettazione, approvazioni, contenziosi e finanziamenti, è la tratta che ha richiesto più tempo per arrivare alla fase realizzativa.

L’idea della linea ad alta velocità Milano-Venezia nasce all’inizio degli anni Novanta. Nei primi anni Duemila viene sviluppato il progetto preliminare che prevedeva anche il cosiddetto “Shunt di Brescia”, una variante esterna alla città con collegamento all’aeroporto di Montichiari, uno scalo che non è mai realmente decollato e che oggi non svolge alcun ruolo significativo nel trasporto passeggeri.

Quel progetto incontrò forti opposizioni territoriali e rilevanti criticità ambientali, urbanistiche e trasportistiche. Alla fine il CIPE abbandonò l’ipotesi dello Shunt, ma scelse comunque di non realizzare il quadruplicamento in affiancamento alla linea storica Milano-Venezia. Una decisione che avrebbe condizionato pesantemente il futuro del trasporto ferroviario gardesano e dell’intero corridoio ferroviario.

Nel 2017 venne approvato il progetto definitivo della tratta Brescia Est-Verona, inizialmente stimato in circa 2,5 miliardi di euro. Nel 2018 partirono i cantieri. Il nuovo tracciato, lungo circa 48 chilometri, corre prevalentemente lungo il corridoio dell’autostrada A4, lontano dalla linea storica e soprattutto dal più importante bacino turistico dell’Italia settentrionale.

Oggi gli stessi soggetti politici e istituzionali che per decenni hanno sostenuto questa scelta scoprono improvvisamente che il Garda è rimasto escluso dall’alta velocità e chiedono una nuova stazione nel Basso Garda. È una contraddizione evidente e molto costosa: si parla infatti di un investimento aggiuntivo di circa 210 milioni di euro. È paradossale che chi oggi denuncia l’assenza di una fermata sul Garda sia lo stesso che, quando era il momento di decidere, non ha sostenuto le alternative progettuali che avrebbero consentito di servire direttamente Desenzano e Peschiera.

Europa Verde ricorda che già nel 2015 Legambiente Lombardia aveva presentato una proposta alternativa di quadruplicamento in sede della linea storica, sostenuta da tecnici, docenti universitari e professionisti del settore. La proposta prevedeva:
– la realizzazione di due nuovi binari affiancati a quelli esistenti;
– velocità comprese tra 240 e 250 km/h, ritenute pienamente adeguate per i servizi ad alta velocità e successivamente adottate anche da RFI;
– l’utilizzo flessibile dei quattro binari da parte di treni regionali, merci e ad alta velocità;
– il mantenimento delle fermate del Garda;
– una riduzione del consumo di suolo di circa 330 ettari;
– costi inferiori rispetto al progetto poi realizzato.

Quella proposta venne ignorata anche da chi oggi sostiene che sia sbagliato realizzare la stazione di San Martino della Battaglia e che all’epoca ricopriva ruoli istituzionali e politiche di rilievo lcale e nazionale. Si preferì realizzare un’infrastruttura più impattante, più costosa e meno utile ai territori attraversati. Nel frattempo il costo dell’opera è quasi raddoppiato, passando dagli iniziali 2,5 miliardi agli attuali 4,7 miliardi di euro.

La richiesta di una nuova stazione AV a San Martino della Battaglia non rappresenta quindi una soluzione. È piuttosto l’ammissione di un fallimento progettuale: il tracciato è stato concepito senza considerare adeguatamente le esigenze del territorio gardesano e senza valorizzare una rete ferroviaria esistente che avrebbe potuto essere potenziata con minori costi, minore consumo di suolo e maggiori benefici per il trasporto ferroviario.

Oggi si tenta di rimediare con una costosa opera aggiuntiva a un errore che Legambiente e numerosi esperti avevano denunciato oltre dieci anni fa. Ma la realtà è che il danno è già stato fatto: il Garda è stato escluso dalle scelte strategiche quando si decideva il tracciato, e ora i cittadini rischiano di pagare una seconda volta il prezzo di decisioni sbagliate assunte in passato.

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Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini

di Paolo Gallo

In Italia il lavoro è diventato un eterno corridoio d’attesa. Una generazione intera vive sospesa tra stage, tirocini, collaborazioni occasionali, contratti a termine e promesse rimandate. Si studia più a lungo, si accumulano competenze, master, lingue straniere ed esperienze, ma il traguardo della stabilità continua ad allontanarsi. E nel frattempo passano gli anni, le occasioni e, spesso, anche la fiducia.

Il lavoro, che per decenni è stato sinonimo di emancipazione sociale, oggi per molti giovani italiani coincide con l’incertezza. Una precarietà non solo economica, ma anche psicologica ed esistenziale. Perché senza prospettive è difficile costruire una vita: si rinviano scelte, famiglie, indipendenza e progetti.
Non è una questione nuova. Già nel Novecento la letteratura italiana raccontava il rapporto complesso tra individuo e lavoro. Da Paolo Volponi a Luciano Bianciardi, passando per Ottiero Ottieri, il lavoro appariva come una promessa di dignità ma anche come un meccanismo capace di schiacciare le persone.

Oggi quella contraddizione assume una forma diversa e più subdola: l’illusione permanente dell’opportunità. Per migliaia di ragazzi e ragazze, infatti, lo stage non rappresenta più un ponte verso l’occupazione, ma rischia di trasformarsi nell’occupazione stessa. Un limbo in cui si lavora senza reali prospettive, spesso con compensi modesti e responsabilità concrete, ma senza adeguate tutele. Si accumulano esperienze considerate “formative”, che però troppo spesso alimentano un sistema fondato sul ricambio continuo e sul basso costo del lavoro giovanile.

Eppure gli stage non sono il problema. I tirocini possono essere strumenti preziosi di crescita, formazione e inserimento professionale. Molte aziende investono seriamente nei giovani, li accompagnano e li assumono. Ed è proprio qui il punto: distinguere chi forma davvero da chi utilizza gli stage come lavoro precario mascherato. Per questo ho lanciato una proposta: l’istituzione di un Registro Pubblico Nazionale degli Stage e dei Tirocini.

Uno strumento semplice ma potenzialmente rivoluzionario. Un registro che raccolga e pubblichi annualmente, per ogni azienda che attiva stage curriculari o extracurriculari, alcuni dati essenziali: numero totale di stagisti ospitati, percentuale di assunzioni successive al tirocinio, tipologia dei contratti offerti, durata media dei percorsi, retribuzione media iniziale, numero di rinnovi o interruzioni.

Non si tratta di penalizzare le imprese. Al contrario. Questa proposta nasce per valorizzare le aziende virtuose, quelle che credono realmente nei giovani e investono nel loro futuro professionale. In un mercato del lavoro spesso opaco, la trasparenza diventerebbe finalmente un criterio di scelta. Studenti, neolaureati e famiglie potrebbero orientarsi con maggiore consapevolezza, individuando realtà che offrono prospettive concrete e non semplici esperienze da aggiungere al curriculum.

Oggi chi cerca uno stage si muove troppo spesso al buio. Le informazioni circolano attraverso racconti personali, forum, gruppi social e passaparola. Ma il futuro di una generazione non può dipendere dalla fortuna o da recensioni informali. Servono dati pubblici, verificabili e accessibili.

La trasparenza non è un attacco alle imprese: è una forma di responsabilità collettiva. Perché il lavoro non è soltanto un contratto. È dignità, possibilità, cittadinanza. E un Paese che non protegge l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro finisce inevitabilmente per indebolire il proprio futuro. Gli stage devono tornare a essere opportunità concrete di crescita e assunzione, non parcheggi temporanei o strumenti di precarizzazione. Perché una generazione che continua a sentirsi “in prova” è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di progettare il domani. E senza futuro, nessun Paese può davvero dirsi moderno.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele

La “coazione a ripetere” secondo la psicoanalisi è la tendenza dell’individuo a risperimentare, ripetendo diverse volte la situazione, un evento traumatico anche quando questo modo di comportarsi provoca sofferenza. Per noi psicoterapeuti è sempre drammatico dover constatare che, ad esempio, chi ha subito violenza da piccolo tenda a esercitare episodi violenti verso i bambini. A livello razionale pare assurdo che chi ha sofferto per un certo comportamento o subito un evento violento lo riproponga. Non è entrata in lui la consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che si determina? Come mai chi è stato nei panni della vittima ha la tendenza a entrare nei panni dell’aggressore senza, apparentemente, sentirsi in colpa? Certamente per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime divengono carnefici ma il mistero di questo meccanismo psicologico rimane intatto.

Riflettevo su queste evidenze della psicologia nelle scorse settimane ponendo un paragone con la mattanza che lo stato di Israele sta attuando verso i palestinesi. Possibile che uno stato, fondato psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista, possa ora esercitare una violenza, altrettanto efferata, verso un altro popolo? Il fatto che l’attuale situazione in Palestina possa definirsi o meno tentato genocidio non è rilevante ai fini della valutazione psicologica dell’enormità di tale situazione. Passare dal ruolo di vittime a quello di persecutore in una maledetta “coazione a ripetere” con analoghe modalità pare un destino dell’umanità.

Alcuni anni orsono ebbi in cura un uomo che era stato picchiato a sangue nell’infanzia dal padre alcolista. Raccontava che viveva nel terrore la sera quando il padre rientrava dal bar. Poteva capitare che il genitore si sdraiasse e dormisse ma a volte bastava un nonnulla per innescare la sua rabbia che si sfogava prima con la madre e poi con lui che era l’unico figlio. Il ragazzo appena 14 enne era andato via di casa e si era costruito una posizione sociale ed economica. Aveva frequentato, mentre lavorava, le scuole serali con grandi sacrifici per poi divenire un imprenditore affermato. Ora che era sposato e padre di due figli poteva essere sereno. Un demone però si agitava in lui per cui tendeva, nelle serate con amici, a bere in modo eccessivo per poi divenire collerico. Dopo alcuni episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli si rivolse a me terrorizzato dalla constatazione di “essere divenuto come suo padre”. In un anno di psicoterapia si rese conto dei meccanismi inconsci che lo attanagliavano e li affrontò.

Freud affermava che i conflitti non elaborati vengono riproposti, senza che molte persone se ne rendano conto coscientemente, nella speranza inconscia di poterli padroneggiare. Assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima è un modo per dire a se stessi inconsciamente: “Non mi capiterà più di essere debole e subire! Posso controllare il terrore e le angosce”. Possiamo sottilmente ritenere che il piccolo bambino maltrattato per soffrire psicologicamente meno “proiettasse se stesso nel padre” identificandosi con lui. Il sentimento ambivalente di affetto e odio, contemporaneamente provati, verso la figura genitoriale facevano provate emozioni anche esse ambivalenti: sofferenza per essere vittima ma soddisfazione di impartire una lezione.

Nei campi di concentramento nazisti la figura dei Kapò è stata molto controversa. Si trattava di prigionieri che venivano scelti per controllare gli altri. Alcuni di questi abusavano del loro potere divenendo, a detta degli altri prigionieri, peggio delle guardie naziste. Qualcuno affermerà: si tratta della banalità del male! Certamente è vero che tutti noi uomini abbiamo accanto a componenti altruiste e buone anche aspetti aggressivi e cattivi. L’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza da parte di molti individui si salda con l’ipotesi suggestiva che anche i popoli possono imboccare gli stessi errori. Vedere gli israeliani come popolo svolgere il ruolo di aguzzini, perpetrando crimini che ricordano i nazisti, lascia sconcertati e attoniti.

Con questo scritto non desidero lanciare accuse che evocano opposti schieramenti ma sollecitare una autoriflessione in tutti noi.

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Sapevate del recente voto elettorale in Etiopia? Forse perché non vi siete mai chiesti chi governa in Africa

di Francesco Vietti, antropologo

Il primo giugno si sono tenute le elezioni politiche in Etiopia. Se non lo sapevate e non avete idea di chi fossero i candidati alla presidenza, non vi preoccupate: siete in buona compagnia. Non solo tra i cittadini che seguono normalmente la politica internazionale, ma sospetto anche tra i giornalisti e i politici di professione, e persino tra noi lettori del Fatto, ben pochi saprebbero rispondere a questa semplice domanda: conosci il nome di almeno un attuale leader politico dell’Africa sub-sahariana?

Quanto al Nordafrica, l’orribile omicidio di Giulio Regeni dovrebbe averci almeno reso tutti consapevoli che in Egitto sia al potere da qualche anno il generale Abdel Fattah al-Sisi. Ma appena ci si allontana dalle coste mediterranee del Mare Nostrum, ecco che le nostre scarse conoscenze svaniscono del tutto.

Chi governa la Nigeria, un paese grande quasi un milione di chilometri quadri e con oltre 230 milioni di abitanti (circa la metà dell’intera Unione Europea)? Chi sono i politici che hanno portato il Ruanda, un paese che forse ricordavamo per il genocidio degli anni Novanta, a riaffacciarsi alle televisioni italiane lo scorso settembre come sede dei Mondiali di ciclismo su strada svolti nella capitale Kigali? Com’è che il presidente dell’Uganda è anche il presidente di turno per il triennio 2024-2027 del Movimento dei Paesi non Allineati, un’organizzazione che pensavamo relegata all’era della Guerra Fredda, e che invece esiste tuttora e riunisce un gruppo di 120 paesi (i due terzi del mondo intero)?

Ammettiamolo: nonostante ci piaccia dire la nostra sui fatti che avvengono in ogni parte del globo, ben poco sappiamo di come vadano le cose fuori dall’Italia o, al massimo, fuori dall’Europa. Ma se ancora possiamo dire di sapere almeno il nome di un paio di leader dell’Asia (Xi Jinping in Cina e Modri in India?), o dell’America meridionale (Milei in Argentina e Lula in Brasile? Maduro in Venezuela da qualche mese non vale più e nessuno si dà pena di ricordare il nome della Presidente ad interim che ne ha preso il posto…), quando arriviamo all’Africa navighiamo nelle tenebre.

Eppure, se invece che riempirci la testa di inutili informazioni sulla sala da ballo che Trump sta costruendo alla Casa Bianca, o sui cazzotti che Brigitte Macron ogni tanto rifila al suo bel Emmanuel, dedicassimo un po’ di tempo ed energie ad occuparci di politica africana, forse la realtà che ci circonda ci parrebbe meno incomprensibile. E ciò vale ovviamente anche per chi fa informazione: se il tempo dedicato a raccontaci che in un anno di Presidenza Donald Trump ha messo su sei chili di grasso fosse invece dedicato a spiegarci cosa ci fa Samia Suluhu Hassan, la Presidente della Tanzania, al Forum Economico Internazionale che si tiene in questi giorni a San Pietroburgo in Russia, forse ci sarebbe di maggiore aiuto nella nostra impresa impossibile di capire dove stia andando il mondo.

Ovviamente, non si tratta solo di memorizzare dei nomi difficili da pronunciare. Rendersi conto di non conoscere neppure un leader politico africano significa in realtà ammettere di considerare che l’Africa intera non sia un soggetto politico del nostro mondo contemporaneo.

Ai miei studenti in università lo dico spesso: quando nel 1940 i due antropologi britannici Fortes ed Evans-Pritchard pubblicarono il volume African Political Systems intendevano mostrare che tutte le società del continente erano dotate di istituzioni politiche, anche se i colonizzatori europei preferivano pensarle come primitive e selvagge, in modo da non stabilire relazioni tra pari, ma rapporti di dominio. Da quel tempo è passato quasi un secolo, ma non molto è cambiato: ci conviene continuare a pensare all’Africa come un continente a-politico, o pre-politico, dove le alleanze, i conflitti, le appartenenze si spiegano con vaghi riferimenti alle tribù, ai clan, alle etnie… tutti concetti presi in prestito proprio dall’antropologia e usati a casaccio, più o meno come sinonimi di “razza”.

Questo atteggiamento, diffuso nelle opinioni pubbliche e tra le élite politiche ed economiche europee, ha un’ulteriore grave conseguenza: de-politicizzare gli africani, e nello specifico le persone migranti provenienti dall’Africa che arrivano in Italia e negli altri paesi europei. Vi siete mai chiesti che idee politiche hanno i migranti africani? Quali partiti votassero nei loro paesi d’origine? Chi voterebbero in Italia, se potessero?

Schiacciato sulla sua presunta “identità etnica”, non c’è da stupirsi che chi arriva dall’Africa sub-sahariana venga immediatamente sospettato di essere un “falso rifugiato”, vedendosi negata ogni soggettività politica se non lo scomodo ruolo di vittima chiamata a mostrare gratitudine per lo spirito umanitario con cui viene, nel migliore dei casi, salvata e accolta.

Per concludere, torniamo in Etiopia, da dove avevamo cominciato. Si è votato il 1° giugno, è vero, ma i risultati delle elezioni saranno resi noti l’11 giugno. Abbiamo, dunque, ancora qualche giorno di tempo: prendiamoci qualche ora, o anche solo qualche minuto sottratto alle ultime novità su Garlasco, e andiamo a leggerci chi è Abiy Ahmed Ali, diamogli un volto, scopriamo quale sia la sua storia, la sua visione politica e perché sia tanto controverso il Premio Nobel per la Pace che gli è stato assegnato nel 2019. E già che ci siamo, cerchiamo qualche informazione anche su Bassirou Diomaye Faye, il Presidente del Senegal, o su Félix Tshisekedi, che dal 2019 governa la Repubblica Democratica del Congo e le sue strategiche risorse di cobalto, al centro di complessi accordi con la Cina e gli Stati Uniti.

Mandiamo a memoria i loro nomi. Sarà un esercizio senz’altro più utile che ricordare i dettagli della prossima “arma di distrazione di massa” con cui la cronaca nera cercherà di riempire l’imminente vuoto dell’estate.

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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Teatro Ridotto, finalmente un libro che tratta dei quarant’anni di storia nella periferia di Bologna

C’è una celebre poesia di Brecht che inizia così: Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?/ Ci sono i nomi dei re, dentro i libri./ Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? A queste domande sembra rispondere l’amico Walter Benjamin: “E’ compito ben più arduo onorare la memoria delle persone senza nome che non delle persone celebri”.

Nonostante gli sforzi, troppo spesso, anche nei libri degli storici del teatro (a cominciare da quelli del sottoscritto), ricorrono soltanto “i nomi dei re” e latitano le “persone senza nome”. Eppure, nessuna epoca teatrale può esistere, consolidarsi, mutare, tramandarsi senza i tanti, tantissimi ignorati dagli studiosi ma fondamentali al funzionamento di ogni ecosistema culturale. Questo vale anche per i teatri antichi, anzi forse soprattutto per loro, visto che su di essi interveniamo a selezione già fatta dal tempo, per ragioni che non sempre ci è dato di capire.

Prendiamo la Commedia dell’Arte. Salvo isolate eccezioni, continuiamo a parlarne facendo riferimento ai soliti noti, le grandi attrici e i grandi attori che la resero celebre, le poche compagnie primarie che i regnanti e i principi di tutta Europa si contendevano. Ma in realtà, per gli oltre due secoli della sua durata, le compagnie furono centinaia, gli attori diverse migliaia e solo di una parte di essi abbiamo notizia.

Anche per queste ragioni è da salutare con grande favore l’uscita di Le sette vite del Teatro Ridotto-Quarant’anni ai confini del teatro (Editoria&Spettacolo, 2026), libro collettivo curato da Marcello Gallucci. Perché restituendoci con dovizia di informazioni e testimonianze appassionate la vicenda di una piccola realtà teatrale della periferia bolognese, Il Teatro Ridotto, e mostrandocene la funzione essenziale che ha svolto e continua a svolgere in quel territorio, rappresenta anche, in qualche modo, una lezione di metodo.

Il Teatro Ridotto è stato, ed è ancora, le due persone che lo hanno fondato nel 1983: l’attrice Lina Della Rocca e il regista Renzo Filippetti, scomparso nel gennaio 2021. Due personaggi unici, come ogni essere umano del resto, e, contemporaneamente, espressione tipica di un’epoca in cui al teatro si arrivava in modi inconsueti rispetto al passato, senza una formazione specifica o una vera e propria vocazione, ma trasportandovi urgenze, passioni, inquietudini coltivate fuori e prima.

A cominciare dalla politica, almeno nel caso di Filippetti, che nel ’77 a Roma faceva già teatro ma soprattutto militava nel gruppo extraparlamentare di Lotta Continua. Fra l’altro, fu così che egli conobbe l’amico Erri De Luca, diventato in seguito un famoso scrittore, e allora dirigente nazionale di quel gruppo (nel volume si può leggere un suo intervento).

Lina Della Rocca, invece, arriva al teatro dopo un seminario con Ryszard Cieślak, mitico attore di Grotowski. Siamo a Bologna, dove si è trasferita con Renzo, conosciuto a Roma anni prima. Così la descrive Clelia Falletti in un’intervista del libro: “Era l’82, aveva ventotto anni, era una signora con un bambino e un impiego alla Fiera di Bologna”. Ma le vie al teatro erano infinite a quei tempi. E l’anno dopo Lina risulta cofondatrice del Teatro Ridotto, insieme a Renzo. Sono basati nella periferia nord di Bologna a Lavino di Mezzo. Qui otterranno una sede più adeguata nel 1995, con una piccola sala dove si poteva stipare a fatica un centinaio di spettatori.

Con il nuovo nome di Casa delle Culture e dei Teatri, questo punto minuscolo, quasi impercettibile, sulla mappa ricca di realtà artistiche forti della provincia emiliana, riesce a realizzare cose a prima vista impensabili. Come mettere insieme Università (allora retta da Fabio Roversi Monaco, da poco scomparso), Comune, Provincia e Regione per organizzare progetti estremamente impegnativi, anche dal punto di vista finanziario: una sessione dell’International School of Theatre Anthropology nel 1990; e poi un progetto che riportò Grotowski a Bologna per un mese, strappandolo al suo eremo toscano, un anno prima della morte, nel 1997; seguito l’anno successivo da una presenza analoga dell’Odin Teatret. In entrambi i casi le iniziative culminarono con il conferimento della laurea honoris causa in Dams ai due registi.

Grazie alla caparbietà visionaria di Renzo e alla dedizione incrollabile di Lina, questo spazio è stato il porto sicuro per registi e attori già nella storia, come Grotowski e Barba appena citati, Iben Nagel Rasmussen e Torgeir Wethal, figure allora emergenti come Pippo Delbono, Armando Punzo, Cesar Brie, compagni di strada del Terzo Teatro come Pino Di Buduo o Roberto Bacci.

Ma non solo teatro e non solo Occidente. Poeti e scrittori amati come Tonino Guerra e Erri De Luca, tanti attori sudamericani, musicisti di ogni provenienza, i grandi tamburi coreani, il Kathakali indiano, le danze balinesi. E, sempre di più, gruppi giovani e giovanissimi, con progetti dedicati e lunghe residenze.
Dopo la morte di Renzo, Lina è rimasta sola alla guida del teatro, irriducibile come sempre.

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Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

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Washington e Santa Sede sono mondi in collisione: ecco perché Trump a volte spara a zero contro il Papa

Come l’Ombra in una tragedia shakespeariana, l’immagine di Leone XIV insegue il presidente Trump, che giorni fa ha nuovamente twittato aggressivo: ”…Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Lo sanno tutti, sia a Roma che a Washington, che Leone è assolutamente contrario alle armi nucleari: a Teheran e nel mondo intero. E allora perché?

Sembrerebbe un atteggiamento un po’ folle, ma l’impressione sarebbe superficiale. Il fatto è che il presidente Maga ha capito perfettamente che sulla scena internazionale papa Prevost è diventato nell’arco di pochi mesi una voce autorevole che prospetta una visione radicalmente diversa dalla sua, una voce che contraddice e continuerà a contraddire nel tempo a venire la politica di potenza praticata dall’amministrazione statunitense.

Una voce tanto più sonora in quanto altri tacciono. La Russia perché ha bisogno di Trump. La Cina, incline ad approfittare del caos sparso dalla politica americana. Muta è anche l’Unione europea che – oltre a dire no alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – si mostra incapace di giocare un qualsiasi ruolo per favorire la pace nel Medio Oriente in fiamme.

Leone è sotto la lente della Casa Bianca sin dall’inizio dell’anno, quando il pontefice dichiarò al corpo diplomatico che il “fervore bellico sta dilagando” e che si era affermata una nuova tendenza: cercare la pace mediante le armi, “quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”. E’ in quel momento che il sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, convoca in maniera del tutto irrituale il nunzio vaticano Christophe Pierre (per di più cardinale) per spiegargli che la Santa Sede avrebbe fatto meglio a comprendere la politica degli Stati Uniti.

Si arrivò poi allo scontro diretto tra Leone e Trump in occasione della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Scontro su cui il pontefice ha voluto mettere una pietra sopra. E tuttavia il capitolo che l’enciclica Magnifica Humanitas dedica al tema della guerra è antitetico all’era del caos e della brutalità nei rapporti internazionali, inaugurata da Trump (e di cui sta profittando Netanyahu in Medio Oriente per la sua politica di dominio).

Con parole inequivocabili Leone condanna la “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e critica l’eccitazione che accompagna la preparazione delle guerre “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-emico, disinformazione e paura”. Si sta costruendo, denuncia il pontefice, un mondo in stato di “belligeranza permanente”, intossicato da visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi, segnato da retoriche aggressive e mere logiche di potenza. “La forza del diritto internazionale – scandisce il Papa – viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’.”

A maggior ragione Leone insiste sull’importanza di regole e organismi internazionali e sulla necessità di un ritorno al multilateralismo. Colpisce nel linguaggio dell’enciclica l’estrema precisione dei concetti: “La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche – scrive Leone – genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.

Non è un anarchico che parla, è il romano pontefice mentre chiarisce che le industrie degli armamenti e i Paesi produttori di armi traggono profitto dai conflitti ed è anche in questa logica economica che si alimentano le tensioni in varie parti del mondo. Tutto questo a Trump, nella sua visione imperiale di un mondo da suddividere tra pochi capibastone, non può piacere. E meno che mai il presidente Maga condivide la conclusione lapidaria del Papa sul pericolo di presentare la violenza come necessaria, favorendo così un clima in cui “l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza…” E dunque oggi più che mai, sancisce il pontefice, “è importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, fermo restando il diritto alla legittima difesa, intesa nel suo senso più stretto”.

Ecco perché Trump sente il bisogno di sparare ogni tanto una frase-raffica contro Leone. In questa fase Washington e Santa Sede sono due mondi in collisione. Prevost peraltro – al di là della sua impronta fortemente religiosa – è una personalità dotata di un’acuta sensibilità politica. Di più, ha il temperamento di un uomo di governo. Non è un caso che tempo addietro abbia speso 45 minuti per un giro d’orizzonte con il premier canadese Mark Carney, che in ambito atlantico è un chiaro critico della politica di (pre)potenza trumpiana.

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